domenica 15 marzo 2015

60

Da qualche giorno a quella parte, il silenzio di Dario era cambiato. Poteva apparire una riflessione folle, pensò Bea, ma lei ne aveva la certezza.
Se nelle settimane precedenti i suoni che le provenivano dalla casa erano stati quelli della sua vita normale, di tutti i giorni, appena attutiti dalle porte chiuse, ora aveva la netta impressione che lui stesse cercando di far piano.
Camminava perfino in un modo diverso, come quando stava attento per non svegliarla, e le porte venivano dolcemente accompagnate a fine corsa e chiuse con tanto garbo da udirsi appena lo scrocco della serratura.
Non avrebbe saputo dire se fosse un ottimo o pessimo sintomo, ma di certo rappresentava un cambiamento.
Bea scosse la testa, deviando a forza il corso dei suoi pensieri. Non aveva tempo di mettersi a giocare all'etologa cercando di interpretare i comportamenti di quello scemo e, per di più, pensarci troppo averbbe potuto farla tornare allo stato di abbattimento da cui stava tentando faticosamente di uscire. Cercare di venir fuori da quella palude di rassegnazione ed autocommiserazione le stava costando uno sforzo enorme, come se si stesse issando a forza di braccia dal fondo di un pozzo con le pareti di sabbia, e non aveva alcuna intenzione di sprecare una sola goccia del suo sudore per assecondare Dario.
Per la prima volta da che lo conosceva, era veramente furiosa con lui, al punto da mettere in seria discussione l'affetto che provava e il posto che occupava nel suo cuore.
Decise di mettere da parte quei pensieri e, con cosciente determinazione, li mise a tacere per concentrarsi sul libro che aveva davanti. L'aveva preso in prestito dalla biblioteca di quartiere, il giorno prima, durante la passeggiata mattutina con Swiffer, una nuova abitudine che aveva tutta l'intenzione di tenersi ben stretta, ed ora stava fissando, affascinata ed inorridita, una vasta spiegazione illustrata di come si formasse un essere umano nel grembo materno.
Stando ai suoi calcoli, ora il piccolo teppista doveva essere all'incirca al capitolo sette, fra la dodicesima e la tredicesima settimana. Non ne aveva un'idea chiarissima, perché continuava a perdersi nel modo di contare le settimane che usavano i medici e che, malauguratamente, era lo stesso utilizzato in tutti i libri sull'argomento.
Inclinò il libro in orizzontale per studiare da vicino l'immagine, sentendosi un po' come quei maschi che, nei film della sua giovinezza, si rigiravano per le mani le riviste di donnine nude per rimirare le ampie pagine centrali. Quell'accostamento inconsueto le risultò tanto buffo da strapparle una risata a mezza voce, nonostante fosse sola nella stanza.
"Qui dice che dovresti iniziare a muoverti per conto tuo, clandestino." Sussurrò. Ultimamente si trovava sempre più spesso a rivolgere qualche parola all'ospite non pagante che albergava dentro di lei. "Addirittura a succhiarti il pollice. Oh, fai un controllo, ce li hai i pollici?" Si assestò un colpetto sulla pancia, che appativa ancora piatta, nonostante i fianchi le si fossero già ingrossati. "Non mi fare brutti scherzi, eh? Ce lo dovresti avere tutto, il materiale, lì dentro, vedi di fare un lavoro ben fatto. Non devono avanzare pezzi, quando hai finito."
Un sorrisetto le sfiorò le labbra. L'idea di un piccolo operaio, tutto intento, con tanto di fogli delle istruzioni distesi davanti, a montare se stesso, l'aveva affascinata più di una volta.
Era così che lo immaginava, in barba alle meravigliose tavole colorate che lo rappresentavano come un esserino goffo e traslucido, dai giganteschi occhi da pesce.
Un lieve disagio arrivò prima a turbare, poi a disturbare francamente la sua lettura.
Doveva di nuovo andare al bagno. Negli ultimi giorni era arrivata a chiedersi se non sarebbe stato più sensato trasferirsi direttamente là, attrezzando la stanza con un tavolinetto ed una branda, piuttosto che sobbarcarsi ogni volta la fatica di lasciare tutto per andarci.
Quasi rimpiangeva le nausee che avevano accompagnato la sua routine mattutina fino alla settimana prima ed ora erano cessate di botto, nemmeno qualcuno avesse chiuso un qualche tipo di ribinetto per aprirne un altro.
"Dì un po', tu, clandestino, hai un pulsante 'pipì' là dentro? Ti diverti a premerlo?" Mormorò di malumore mentre si alzava dalla minuscola scrivania che Vittorio era stato tanto gentile da portarle in camera.

Mise fra le pagine del libro l'incarto di una caramella per tenere il segno e, con uno sbuffo annoiato, si alzò. Era sabato mattina e supponeva che Dario fosse nello studio che si era ricavato in quella che una volta era stata la stanza del cucito di sua madre: lei non aveva voluto passare lì il suuo tempo, le sarebbe sembrato di usurpare un posto non suo. L'ombra di Isabella sarebbe rimasta sempre in quella stanza, per quanto avesse potuto cambiarla.
Ricordò a se stessa, quindi, di fare piano. Non le andava a genio che lui la sentisse fare avanti ed indietro come una tigre in gabbia e la porta era diventata terribilmente rumorosa dopo che, nel portare dentro la scrivania, avevano accidentalmente sbattuto contro la maniglia. Ogni vota che la apriva o la chiideva, ora, gemeva come una creaturina sofferente. Continuava a rimandare la piccola incombenza di ripararla, nonostante ne fosse in grado. Le sfuggiva sempre di mente, per un motivo o per l'altro, ed arrivava a fine serata ripromettendosi di farlo il giorno successivo.
Bea si strinse nelle spalle. Poco male, voleva dire che avrebbe fatto un po' di rumore. Dopotutto, quella era casa sua, diamine, non c'era alcun motivo sensato per comportarsi come se stesse camminando sulle uova.
Aprì la porta pensando a queste cose, completamente assorbita nel riflettere su quanto sciocco fosse il loro tentativo di non farsi né vedere né sentire dall'altro, e quasi andò a sbattere contro Dario.
Era in piedi appena oltre la soglia, immobile e rigido come una tavola, e le rivolse uno sguardo di stupito imbarazzo, come fosse stato colto in flagrante nel commettere una trasgressione.
Per un attimo si guardarono e basta. Parevano due animali intenti a studiarsi a vicenda, prima di bere alla stessa acqua. Poi Dario cercò di parlare. Era troppo nervoso e la voce si rifiutò di uscire, abbandonandolo, sempre più rosso in viso, a boccheggiare muto.
Beatrice lo guardò muovere la bocca senza emettere un suo o per un lu go momento, prima di fare un passo indietro verso l'interno della stanza.
Questo parve sbloccarlo d'un colpo.
"No, Bea!  Per favore!" Lei mise la mano sulla maniglia ed alzò il mento, gli occhi fissi in quelli di lui. Più che invitarlo a parlare pareva sfidarlo a dire una sola parola. Dario prese fiato, un respiro concitato. "Possiamo parlarne? "
"No." Rispose lei, avendo cura di scandire quelle sole due letterw con tale chiarezza da non renderle fraintendibili.
"Ma...Bea..." lei inarcò le sopracciglia, ironicamente assumendo una posa di ascolto. Attese qualche secondo e, in quel minuscolo arco di tempo, il silenzio divenne spesso e consistente. Dario non riusciva a formulare, nemmeno nella sua mente, le parole giuste. Cosa si può dire ad una persona che sei certo che ti abbia tradito, cui hai fatto un torto grossolano, con cui non parlo da due mesi e per la quale moriresti? Niente e nessuno, nella sua vita, l'aveva preparato ad affrontare le meschinità che coloro che si amano si scambiano in continuazione.
Non aveva idea di cosa si dicesse in un simile frangente, che tono adottare, in che modo trovare la parola, fosse pure una soltanto, per convincerla a starlo a sentire.
I pensieri, le idee, turbinavano sotto la volta del suo cranio ad una velocitàtale da rendergli impossibile afferrarne alcuno e, una volta di più, fu tentato di lasciar perdere, di voltare semplicemente le spalle e andarsene, tagliando quel nodo che rifiutava di sciogliersi a metà con la lama della sua freddezza.
Fu sul punto di farlo, prima di guardarla in viso.
Il mento proteso in avanti con fare battagliero, gli occhi brillanti e le labbra compresse ad una linea sottile, Bea pareva una statua rappresentante l'allegoria dello sdegno.
In più di trent'anni, non aveva mai visto uno sguardo simile rivolto a lui. Non era semplicemente arrabbiata, nemmeno infuriata. Sembrava che stesse fissando qualcosa di molto piccolo e lievemente sgradevole, un insetto innocuo trovato senza preavviso a zampettare sulla pagina dìo dei suoi libri favoriti, ad esempio. Dario deglutì. D'improvviso non gli pareva affatto una buona idea andarsene. Non gli pareva affatto una buona idea fare qualunque cosa.
Per questo rimase immobile un momento di troppo, quando la porta iniziò a chiudersi e riuscì ad evitarlo solo all'ultimo momento, quando ormai non rimaneva che una stretta fessura attraverso la quale gli occhi giallastri di Beatrice mandavano lampi di avvertimento. Afferrò il battente, fermandola senza sforzo.
"Bea, per favore. Te lo chiedo per favore." La voce di Dario suonava calma, sommessa. Sembrava che parlasse a se stesso più che a lei. Sapeva bene cosa rinfocolasse la sua ira, quali atteggiamenti, e stava tentando di evitarli. Nemmeno per errore avrebbe dovuto parlare a voce troppo alta o concitata, a quel punto, a meno di voler essere escluso da qualunque possibilità di recuperare un dialogo.
La mano di Beatrice si posò con gentilezza su quella di lui e Dario alzò gli occhi,  che aveva tenuti abbassati, in un moto di speranza. Tolse la mano dalla porta, assecondando il movimento di lei, e, per un momento, credette che tutto avrebbe potuto tornare a posto.
La porta, non più trattenuta, si apri lentamente, come a voler simboleggiare ciò che stava accadendo fra loro.
"Sei sordo? Ti ho detto no. Se è no, è no, Dario. È ora che perfino tu lo impari." Disse Bea con voce asciutta e distaccata. Lasciò la sua mano, la lanciò, quasi, verso di lui, e richiuse la porta, d'un colpo, sbattendola.
Dario sapeva che avrebbe dovuto restare calmo. Sapeva che era lei ad avere ragione, senza meno. Sapeva anche che provocare la sua rabbia, in quel momento, era quanto di più sbagliato potesse fare.
Sapeva tutte queste cose o, per lo meno, la sua mente razionale le sapeva. L'ira che stava montando rapida e bruciante dentro di lui, forte come non lo era stata affatto dopo la rivelazione della sua gravidanza, invece, non sapeva che una cosa: Beatrice gli aveva sbattuto la porta in faccia, ricambiando la sua umiltà con freddo disprezzo. Cercò di autoconvincersi a contare fino a dieci, prima di agire, ma, come gli accadeva da ragazzo, fu il fuoco che gli ruggiva nella vene a prendere il sopravvento, spazzando con un distratto colpo di mano ogni ragionevole considerazione.
Afferrò la maniglia e tirò, con un secco strattone, aprendo la porta con tale violenza da far rimbombare i vetri della finestra. Non aveva pensato per niente a cosa dire o fare. Non stava pensando.
Bea era quasi al centro della stanza e i suoi occhi registrarono a margine tutti i cambiamenti, dalla piccola scrivania nell'angolo al letto spinto contro la parete. Pareva un'altra stanza e, in un certo senso, lo era. Era la stanza di Bea, ora, non la loro stanza.
"Non ti azzardare a sbattermi la porta in faccia!" Le disse. Il tono era perentorio, ma, forse per un qualche rimasuglio di razionalità, non alzò la voce. Beatrice raggiunse la porta, rapida e sicura, e si piazzò davanti a lui. Non mostrava alcuna esitazione, alcun ripensamento, lo fronteggiava, a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto. Fece per replicare, lo vide chiaramente, Dario, la vide pensare alla risposta e prender fiato, pronta allo scontro. Poi dovette cambiare idea, molto rapidamente, come ricordando qualcosa di importante. Senza dire una parola, lo spinse all'indietro, entrambi i palmi sul petto, senza violenza, ma con estrema decisione, tenendo gli occhi fissi in quelli di lui. Dario sentì il calore delle sue mani addosso, attraverso i vestiti, e vide la determinazione nel suo sguardo. Ancora prima che la porta sbattesse, con la stessa violenza che aveva usato lui per aprirla, cancellando alla sua vista la stanza, seppe di essere stato chiuso fuori. Non una parola, non un'esitazione. Represse un brivido di angoscia, sentendosi rifiutato in modo tanto integrale. Non gli pareva possibile, che Bea non avesse mostrato nemmeno un tentennamento, nemmeno un moto di rabbia. Era come se lui non fosse che un bambino capriccioso, forse persino un po' tardo, che andava tenuto al suo posto.
Fissò per un momento la porta chiusa, al di là della quale era tutto ciò che rivoleva indietro. La sua famiglia, l'unica persona per la quale avesse mai provato un costante e reale affetto, aveva appena tagliato i ponti con lui, senza accettare nemmeno di ascoltare la sua opinione in merito.
Pensò al fatto che era salito, quella mattina, nella speranza di parlare con lei, sentendosi in qualche modo eroico per la sua decisione di farlo nonostante la situazione, e si sentì un completo idiota. Non aveva mai pensato che Bea potesse, semplicemente, decidere di non volerlo più. Non gli era nemmeno passato per la testa.
In un attimo gli sembrò che le sue viscere si fossero trasformate in piombo e viaggiassero in caduta libera verso il pavimento. Aveva sempre potuto contare sull'affetto di Beatrice. Perfino quando non erano insieme, perfino quando si sentiva distrutto per averla vista con un altro uomo, aveva sempre saputo, in fondo al cuore, che se le sue lettere le fossero arrivate lei le avrebbe lette senza tralasciare nemmeno una parola, vivendo con lui ogni vicenda, ogni pensiero che contenevano. Per questo non aveva mai smesso di scriverle. Ora, chiuso fuori di quella porta, un senso di panico e di impotenza gli si andava espandendo dentro come veleno corrosivo. L'aveva chiuso fuori. L'aveva spinto fuori ed aveva chiuso la porta, rifiutandogli perfino la sua rabbia. Posò la fronte contro il legno, senza rumore, e rimase immobile, senza sapere cosa fare, con la sensazione che non l'avrebbe sauto mai più, cosa fare, avesse dovuto vivere cento anni.

Beatrice si trovava in una situazione imbarazzante. Sentiva, riusciva distintamente a percepire, la presenza di Dario fuori della porta. Non aveva intenzione di cedere alle sue provocazioni, dandogli la possibilità di ferirla ulteriormente, non per una presa di posizione dettata dall'orgoglio, ma per mero istinto di sopravvivenza. Sentiva che il suo fragile equilibrio, duramente conquistato con il costante e premuroso aiuto delle persone he le erano più care, non avrebbe potuto sopportare i colpi terribili e instancabili della sua offensiva.
Dario era sempre stato così: che volesse parlare o litigare, che desiderasse un'altra fetta di dolce o si trattasse della sua vita stessa, non conosceva requie né pietà fino al momento in cui non otteneva esattamente ciò che voleva. No, non poteva affrontarlo adesso, a prescindere dal motivo che l'aveva spinto fuori della sua porta a quell'ora del mattino.
D'altra parte, però, la sua vescica premeva sempre di più, mandando segnali sempre più perentori. Non avrebbe resistito ancora a lungo.
Sospirò angosciata da quella situazione surreale.
Quasi due mesi senza nemmeno guardarla in faccia e gli veniva l'urgenza di metterla sotto assedio proprio quando lei doveva assolutamente arrivare al bagno. Pensò rapidamente alle alternative, senza trovarne molte. Avrebbe potuto aspettare che lui rinunciasse e scendesse di nuovo al piano di sotto, sperando di resistere fino a quel momento, oppure uscire da quella maledetta porta passargli accanto ed andare al bagno.
Nel primo caso, era quasi certa che si sarebbe trovata sconfitta. Fra loro due, lei era la forza inarrestabile e Dario l'oggetto inamovibile. Rischiava di dover aspettare almeno fino a che la fame non l'avrebbe costretto a muoversi e, detta in breve, lei tutto quel tempo non l'aveva. Nel secondo caso, avrebbe dovuto trovare un modo dignitoso e non fraintendibile per raggiungere il bagno. Aprire la porta, guardare la sua faccia stupita e speranzosa, distogliere gli occhi, e puntare rapida verso la parte opposta del corridoio. Le sembrava una pessima mossa, ma si sarebbe dovuta decidere ad attuarla, lo volesse o no.
Senza nemmeno rendersene conto, mentre pensava a tutto questo, iniziò a fissare concentrata la grossa brocca ornamentale nell'angolo. Magari avrebbe potuto essere un'ulteriore alternativa. Non che la facesse impazzire, l'idea di orinare nella stanza dove dormiva e passava la maggior parte del suo tempo, ma, in fondo, non sarebbe stata obbligata a raccontarlo in giro. Sarebbe stato comunque un espediente sufficiente a farle guadagnare il tempo necessario perché Dario si allontanasse.
Mosse un passo in quella direzione, prima di bloccarsi.
'No, cara!' Si disse, usando la stessa voce severa e tagliente che le rivolgeva sua madre quando voleva sgridarla. 'Tu non ti metterai a pisciare negli angoli come uno stupido cane per la bella faccia di quel deficiente! Sei una donna adulta, questa è casa tua, e adesso fai il santo piacere di smetterla di comportarti come un topo spaventato e vai in bagno!'
Annui, prima titubante, poi più convinta. Non avrebbe trasceso in gesti incivili per paura di Dario. Non gli avrebbe dato tutto quel potere, su di lei.
Tornò alla porta. Dario era ancora lì. Non avrebbe saputo spiegare a nessuno in che modo facesse a saperlo, ma lo sapeva sempre. Sentiva la sua presenza, come un calore. Inutile negarlo, sentiva paura.
Fece un respiro ed impugnò la maniglia. Come ogni volta in cui doveva costringere se stessa a far qualcosa che le pesava, si mosse d'improvviso e con decisione, ruotandola con forza.
La maniglia, già indebolita dallo scontro con la scrivania e dal loro sbattacchiare la porta, cedette stupidamente, rimanendole nella mano. Dalla porta spuntava solo un piolo di metallo, tozzo e corto.
Per un momento, Beatrice fissò la maniglia di ottone scuro nella sua mano senza capire. I suoi occhi andavano dalla sua mano alla porta e viceversa. Si rese conto della realtà in un lampo di panico improvviso e affilato. Era chiusa dentro. Era chiusa dentro e non sarebbe uscita senza aiuto. E l'unica persona che avrebbe potuto aiutarla era dall'altra parte della porta, in immobile attesa, dopo il suo rifiuto.

Dario sentì i passi di bea allontanarsi, poi avvicinarsi di nuovo. Era dall'altra parte della porta, la sentiva, la percepiva, come una fonte di luce. Era immobile davanti alla porta.
Un rapido palpito di speranza gli attraversò lo stomaco. Probabilmente ci stava ripensando. Magari l'aveva solo colta di sorpresa, capitandole davanti a quel modo, appena oltre la soglia della stanza. Chissà cosa poteva aver pensato, trovandolo lì, immibile ed in silenzio, come in agguato. Certamente ora, dopo essersi calmata, avrebbe accettato di parlare.
Un rumore brusco si diffuse per il egno facendolo sussultare e raddrizzare di botto, imbarazzato della sua posa disperata, con le spal, e curve e la fronte poggiata al battente. Si stava domandando cosa potesse aver causato quel rumore, qua do, dopo un attimo di silenzio, una parolaccia sibilata a voce bassa lo raggiunse attraverso la porta chiusa.
"Bea? Tutto a posto?" Un altro paio di parole meno che signorili, qiesta volta pronunciate in tono udibile.
"No che non è tutto a posto." Bea sbuffò tanto forte da farsi sentire perfino da lui. "Si è spaccato il mandrino." Dario trasecolò.
"Scusa, cosa ti sei fatta?"
"Io non mi sono fatta niente, deficiente! È la porta che si è fatta qualcosa, il mandrino!"
"Il...?"
"Quel canchero che tiene la maniglia attaccata alla serratura, Dario! Mi è rimasta la porca della maniglia in mo, sei contento? Va bene adesso?" La voce di Bea era andata progressivamente alzandosi, assumendo un suono stridulo, in cui lui lesse senza alcuna difficoltà la sua paura incipiente. Se c'era una cosa al mondo capace di far paura a Beatrice, quella era una porta che non si poteva aprire. Soprattutto se la teneva rinchiusa da qualche parte.
"Va bene, stai buona, adesso ti apro. Chetati, hai capito?" Le si rivolse in tono brusco, ma senza alcun intento vendicativo. Era solo il modo più sicuro per farsi ascoltare.
"Dario, ascolta, fa quel che vuoi, ma non tirare..." le parole non fecero a tempo. Dario aveva già impugnato al maniglia e dato un robusto strattone. Dalla sua parte della porta, Bea vide anche il tozzo piolo metallico sparire e proruppe in un torrente di imprecazioni.
"Genio della casa, porca troia, possibile che non sai neanche com'è fatta una serratura? " gli gridò sbattendo entrambi i palmi sul legno scuro.
"Oh, stai calma, ti ho detto! O hai intenzione di aprirla a urlacci questa roba? Sta buona, adesso la apro."
"Ma se non sai neanche come si fa!" Il tono acuto e un po' sfiatato della paura le inaspriva la voce. Dario passò le mani sul legno, come chiedendogli cosa fare.
"Ti ho detto: calma. Adesso ci penso io. Va bene? Stai buona." L'effetto combinato della sorpresa e della paura avevano aggravato il già fastidioso problema idraulico di Beatrice. Ora voleva solo uscire da quella stanza e le conveniva farlo in fretta, se non voleva farsi trovare con i pantaloni bagnati quando Dario avesse finalmente aperto la porta o, peggio, accovacciata in un angolo ad espletare le sue funzioni come una bestiola addomesticata solo a metà. Quel pensiero, il pensiero che non avrebbe in alcun caso avuto il coraggio di liberarsi per il timore che la serratura cedesse proprio mentre lei vi era intenta, la fece arrabbiare e perfino spaventare.
"Dario, aprimi, per favore. Prendi quella maledetta maniglia, rimettila al suo posto e aprimi." Disse, abbandonando le grida per un tono che era gentile fin quasi al servilismo. Lui sentì la sua voce cambiare di colpo e la pelle gli si accapponò lentamente, in minute bollicine. Se aveva pensato di essere preoccupato prima, quando l'aveva setita impaurita, ora si rese conto che quello era ancora nulla. Quella vocina sottomessa pareva venire da tutt'altra persona, dando l'inquetante impressione che ci fosse qualcuno denteo la stanza, qualcuno oltre a Bea.
Come lei gli aveva sugferito, raccolse la maniglia da terra e la rimise al suo posto, ma, quando provò a ruotarla, riuscì a farle fare quasi un giro completo senza sortire alcun effetto.
"Hem, Bea?"
"Cosa?"
"Non funziona. Cioè, gira. Gira tutto intorno, ma non fa niente."
"No...oh, cazzo, no..." gemette lei oltre il legno.
"Ma stai buona, dai, adesso chiamo qualcuno, spiego che è un'urgenza e facciamo veloci." Cercò di rassicurarla lui, in tono incerto. Si sentì un tonfo ovattato. Beatrice aveva posato di malgarbo la testa sulla porta chiusa. Le sfuggì un singhiozzo di frustrata irritazione e, a quel punto, non riuscì a trattenre le lacrime. Da qualche settimana le sembrava di non smettere mai di piangere, per un motivo o per l'altro, ogni pretesto era buono per farsi un pianterello. Non pensò minimamente, non le passò nemmeno per la testa, che Dario potesse sentirla e preoccuparsi.
"Bea, spostati."
"Cosa vuoi?"
"Spostati, ti ho detto." La voce di Dario si era fatta sicura e determinata. "Adesso la apro io  questa porta." Bea si spostò, da principio senza domdarsene il motivo, semplicemente in un riflesso di obbedienza a quella voce che conosceva tanto bene. Solo un attimo dopo si rese conto di ciò che intendeva fare.
"Dario, no!" Gli gridò attraverso il legno. Troppo tardi. Udì il tonfo sordo, fortissimo, del suo slancio contro la porta, e poi un grugnito che le parve di dolore. Si accostò al batrente e vi posò i palmi sopra.
"Brutto cretino, si apre verso di te..." gli disse dispiaciuta. Lo sentì scivolare a sedere contro la porta e, istintivamente, seguì il suo movimento, finendo inginocchiata a terra. "Ti sei fatto male?"
"No, niente..."
"Molto?" Dario mugolò un tentativo di risata.
"Mi sa che mi è uscita un'altra volta la spalla." Bea spalancò gli occhi. Si era fatto male eccome.
Senza poterselo impedire, sentì una fitta di dispiacere tanto forte da farle montare dentro un'onda di adrenalina. In pochi passi si avvicinò alla piccola scrivania che era stata l'origine prima di tutto quel disastro e ne spazzò via dalla superficie, con un movimento del braccio, libri e penne. Era un mobiletto leggero e sottile e lo portò di fronte alla porta senza troppo sforzo.
"Dario?"
"Dimmi."
"Togliti da davanti alla porta."
"Bea, stai buona, per favore, che se non riesco io a..."
"Dario? Cavati da lì davanti, va bene? Togliti di mezzo e basta." Quando lo sentì spostarsi con un sospiro, si stese con la schiena sulla scrivania. Raccolse le ginocchia al petto, con lo sguardo fisso alla maledetta serratura, per essere certa di colpirla, e poi spinse avanti entrambi i talloni come pistoni, colpendo il legno dov'era più debole.
La porta si spalancò con tanta forza da sbattere contro al muro.
Beatrice scivolò con prudenza sulla schiena fino a posare di nuovo i piedi sul pavimento ed uscì dalla stanza a piccoli passi affrettati. Passò accanto a Dario, al suo sguardo sollevato ed incredulo e, sforzandosi di non correre raggiunse il bagno, sentendosi ridicola.
Quando ne uscì, lui si era sollevato e la aspettava in piedi, il braccio destro stretto attorno a sorreggere il gomito sinistro, tanto pallido che perfino le sue labbra erano sbiancate. La cicatrice sulla bocca svettava candida come un amo d'avorio premuto contro la pelle. La sua spalla sinistra era malamente slogata, un bozzo rotondo appena sotto la clavicola, e doveva fargli un male d'inferno.
La guardò esitante, diffidente, come una bestiola selvatica, senza parlare, e lei non poté fare a meno di avvicinarsi.
I due mesi precedenti sembravano spariti nel nulla. La fredda indifferenza che aveva ostentato, il suo distacco, la sensazione che non sarebbe tornato più, ora, vedendolo a quel modo, vedendolo ferirsi nel tentativo, per quanto sciocco, di aiutarla, le sembravano solo un'allucinazione di un realismo inquietante. Arrivò di fronte a lui e lp guardò cercare le parole per qualche secondo.
"Dai, vieni, ti porto in ospedale." Gli disse alla fine. Non aveva idea di come affrontare ciò che era accaduto, era semplicemente preoccupata per lui. Per quanto male le avesse fatto, non avrebbe lasciato nessuno, nemmeno uno sconosciuto, tantomeno lui, in quelle condizioni, senza muovere un dito. Dario dovette prenderlo come un gesto di apertura, perché, staccatosi da muro, la guardò negli occhi. Bea conosceva quello sguardo, quell'espressione di sollievo e di urgenza, e se ne sentì irritata. Doveva pensarla proprio sciocca, per credere di poter mettere tutto a posto nel giro di pochi minuti, dopo quello che le aveva fatto. Tacque. Non voleva iniziare una discussione su quell'argomento. Voleva solo portarlo in ospedale, riportarlo a casa, e tornare a dedicarsi alle sue faccende. Magari avrebbe potuto raggiungere Viola, nel pomeriggio, tanto per avere la certezza di evitare i suoi tentativi di riconciliazione.
Non che non volesse, in senso assoluto, riconciliarsi mai più con lui, ma, conoscendolo, sapeva con quanta facilità le avrebbe preso la situazione di mano, se fosse rimasta alla sua portata, e ci teneva a conservare quel poco di equilibrio che si era duramente conquistata.
"Bea..." la voce di Dario era pervasa da un'urgenza che le riusciva comprensibile, ma anche da un compiacimento che aumentò la sua stizza. Di nuovo tacque, portandosi accanto a lui per accompagnarlo attraverso il corridoio e per le scale. Fecero a tempo a fare appena un paio di passi. "Senti, mi dispiace, per quello che è successo. Io volevo dirti che..." Beatrice strinse le labbra, mordendone l'interno. Avrebbe voluto urlargli in faccia che niente che potesse accadere in una decina di minuti avrebbe mai potuto lenire gli ultimi due mesi di dolore che le aveva causato, ma sapeva che una simile affermazione avrebbe scatenato una discussione infinita. Tacque. Dario sospirò a fondo. "Bea, io volevo dirti che ti perdono. Voglio che torni tutto come prima."
Beatrice si fermò nel bel mezzo di un passo.
Era talmente arrabbiata che le sembrò che il suo sangue si stesse concentrando fra le pareti del cranio, fin quasi a farlo esplodere.
"Tu...mi perdoni, Dario? " la sua voce era pericolosamente calma. Volse il viso verso di lui, le sopracciglia sollevate in un cortese interrogativo. Dario annuì. Portava ancora i segni del dolore in viso, ma la sua espressione era pervasa da una dolcezza che sconfinava nella pazienza. Bea sentì che ogni ragionevolezza la abbandonava. La perdonava. La perdonava per averla quasi uccisa di dolore, per averla rifiutata, per aver rifiutato loro figlio. La perdonava per averla lasciata sola ad affrontare una delle cose che più la spaventava al mondo. La perdonava, con la faccia da martire.
"Mi perdoni?" Gli chiese di nuovo. La sua voce suonava dura come la pietra e l'espressione di Dario si irrigidì di sorpresa. "Tu mi perdoni?" Contemporaneamente, Beatrice alzò la voce ad un grido che suonava quasi come un ruggito e fece scattare il braccio. Non avrebbe voluto colpirlo, non c'era alcuna premeditazione in quello che stava facendo, ma lo schiaffo arrivò con tutta la forza impressa dalla torsione del busto, troncando la sua risposta.
"Bea!" Protestò Dario basito.
"Mi perdoni?" Le braccia di Dario erano inutilizzabili, l'uno reso inutile dalla spalla slogata e l'altro impegnato a sorreggerlo, per evitare ulteriori traumi. L'unica cosa che poté fu di stornare il viso, arrivando a subire il colpo, diretto quasi in linea frontale, lateralmente. Era tanto forte che l'orecchio colpito cominciò a fischiare, distraendolo dallo schiaffo successivo, che lo prese in pieno. "Tu mi perdoni?" Ad ogni domanda, gridata con quanta voce aveva in gola, Beatrice lo colpiva, fino a che, arretrando, Dario finì di nuovo con la schiena al muro. Era tanto sconvolto da quell'aggressione fisica da non essere stato in grado di abborracciare una qualunque reazione che non fosse di  difesa.
Riaprì gli occhi, che aveva stretto con tuta la forza, solo quando sul corridoio scese il silenzio, rotto dall'ansimare pesante di Bea.
Era di fronte a lui, protesa in avanti, il petto che si alzava ed abbassava con la forza di un mantice, le mani che dondolavano nel vuoto.
"Tu mi perdoni?" Le si era arrochita la voce, dopo tanto gridare. "Mi hai lasciata cadere, mi hai ignorata, mi hai lasciata sola. Mi hai lasciata sola dopo quello che hai combinato! Avrei poto morire, in queste settimane, e non te ne saresti nemmeno accorto. Non mi hai neanche vis per due mesi. Due mesi, Dario. E tu perdoni me?" Dario tacque. Gli parve l'idea migliore.
Poi Beatrice si girò e iniziò a camminare lungo il corridoio, ancora recuperando il fiato. Arrivò fino alle scale, prima di voltarsi di nuovo verso di lui.
"Allora. Andiamo, ti porto in ospedale." Dario si staccò da muro con una certa fatica. Era incredibile la quantità di forza contenuta in quel corpicino. Si sentiva indolenzito come dopo una rissa con due energumeni della sua stazza.
Avrebbe voluto parlarle, dirle quanto tutto ciò che stava accadendo l'avesse ferito, parlarle e rimettere a posto ogni cosa, ma, guardando la sua schiena ancora curva in avanti ed i suoi passi pesanti, quasi di marcia, mentre la seguiva, decise di tacere ancora un poco.
Non per nulla, passava per un uomo intelligente.

mercoledì 11 marzo 2015

59

"Allora? Dove sei? Non dirmi che sei ancora al lavoro!" Dario fece un lento, lungo sospiro. Aveva dell'incredibile quanto facile fosse stato ricascarci in pieno, tutti e due, lui nella parte del ragazzino da guidare e redarguire e lei nella parte dell'angelo custode. O dell'addestratore di cani, a seconda di come si guardava la faccenda.
"Ho quasi finito, Ste. Fra poco vado a casa." Il cellulare incastrato fra la spalla e l'orecchio gli forniva quel poco di compagnia che faceva la differenza, quando, come lui in qiel momento, ci sitrovava chiusi, soli, in un grosso edificio a scopo industriale. In certi posti,la solitudine pareva acquisire la capacità di spandersi come inchiostro nell'acqua.
"Beh, non dovevamo vederci, questa settimana?" La voce di Stella aveva assunto quel tono di calda attesa che conosceva bene, come se trattenesse a stento un sorriso.
"Si, hai ragione. Dovevamo. Ma la settimana non è ancora finita, mi pare e..."
"È giovedì, dottore. Quando pensavi di organizzarla, questa cosa?" Di nuovo quel sorriso nella sua voce. Dario sorrise a sua volta.
"Va bene, toccato, devo essermi perso il conto dei giorni. Contenta? Hai ragione tu."
"Come sempre." Dario sbuffò dal naso. Non aveva affatto perso il conto dei giorni, gli era semplicemente impossibile farlo, allo stesso modo in cui sapeva sempre più o meno che ore fossero. Il fatto era che non era affatto convinto che un incontro con Stella, loro due soli, fosse una buona idea in quel momento della sua vita, con tutto quello che stava succedendo, o, meglio, che non succedeva, con Bea e lei che aveva unilateralmente deciso, in modo plateale, che la loro parentesi di divorzio si stesse chiudendo. Gli dava l'idea di una tempesta di guai in rapida formazione, con tanta forza da far si che tentasse di scoraggiare ogni possibile realizzazione di quel particolare progetto. Ovviamente non poteva dirglielo, non ora che le aveva confidato tutta la faccenda, non quando l'aveva eletta, in buona sostanza, a sua unica compagnia. "Comunque me lo aspettavo, che ti fosse passato di mente, e ho posto rimedio." Lui agghiacciò. Quelle parole, di norma, per anni, avevano significato qualcosa di ben preciso.
"Posto rimedio?" Domandò incerto, sperando di sbagliare. Lei rise cristallina attraverso il ricevitore.
"Si, dottore. Sono qua fuori, proprio di fianco alla tua stupida macchina da villano rifatto." Dario chiuse gli occhi e si passò una mano sul viso. Era orribile quanto identiche le persone rimanessero a se stesse.
"Stella..." gemette nel microfono.
"Cosa? Cosa fai il muso, adesso? Hai fatto confusione e io ho messo le cose a posto, dovresti essere felice, no?"
"Stella."
"Su, Dario, piantala di fare il muso e vieni fuori. Non ho fatto tutta questa strada per sorbirmi le tue scene da spirito ribelle." La voce nel ricevitore lasciò trasparire punte acuminate sotto l'inflessione morbida e lui si ritrovò, una volta di più, a fare ciò che gli chiedeva, pur di non dover sentire altro.
"Arrivo. Chiudo e arrivo."
"Ecco. Così va bene, vedi?" La voce aveva riacquistato le sue soffici rotondità. "Dai, ti aspetto."
Non si rese conto della sottile ideaa di fretta che trapelava dai suoi gesti, mentre riponeva ogni cosa al suo posto e spegneva lo schermo del computer; ancor meno si accorse, proprio lui che fra tutte le cose detestava più di ogni altra il ciclico ripetersi dei vecchi schemi, come una condanna desinata a perpetuarsi in eterno, di come la sua fretta, il suo riordinare preciso e rapido, e l'espressione di urgenza sul suo viso ricalcassero con precisione micidiale ciò che aveva fatto, per anni, in risposta agli ordini di suo padre.
A chiederglielo accademicamente, a mente fredda, avrebbe probabilmente finito per dare ragione a Bea, quando diceva che si era scelto una replica della madre, forse anche arrivando ad ammettere a malincuore di aver voluto, inconsciamente, risarcire se stesso per il rifiuto che sua madre gli aveva opposto negli anni difficili durante i quali suo padre era in prigione.
Si sarebbe stupito, avrebbe protestato fino alla rabbia più accesa, invece, se qualcuno glo avesse fatto notare le molte analogie che esistevano, da sempre, fra il suo rapporto con Stella e quello che aveva avuto, per tutti gli anni della giovinezza, con suo padre.
Lui rimaneva, in entrambi i casi, la parte debole, da instradare e spronare, anche con una certa dose di coercizione, dove necessario perché, si sa, era un testardo incapace di capire cosa fosse necessario per il suo bene.
Stella non usava la violenza, con lui, non avrebbe potuto, ma era in grado di procurargli molto dolore, quando lo reputava opportuno, e sfruttava quella capacità senza porsi alcun problema etico, nella ferma convinzione che fosse suo preciso dovere mantenerlo sulla strada migliore per lui.
Ogni deviazione da quella strada, da quella dogmatica norma che splendeva adamantina nella sua mente e che ancora oggi, a distanza di tanti anni, lui non riusciva a decodificare, doveva essere immediatamente e senza meno stroncata. Nell'uno e nell'altro caso, il mezzo più agile e veloce per farlo era stato rapidamente individuato nel far leva sul suo eterno senso di inadeguatezza.
Dario sapeva di non valere nulla. Sapeva di essere una persona cattiva, nel profondo, per quanti sforzi avesse fatto per evitarlo. La sola consapevolezza di queste due caratteristiche lo rendevano, di per sé, malleabile alle aspettative altrui più di quanto volesse ammettere a se stesso.
Uscì dalla porta laterale che dava sul parcheggio, l'unica a rimanere praticabile a quell'ora.
Stella lo aspettava appoggiata alla sua macchina, il corpo snello avvolto in un cappotto dal tessuto morbido.
Lo vide arrivare e si staccò dall'auto con un movimento aggraziato del bacino, i lunghi capelli color caramello spinti indietro a scoprire la fronte.
Dario si sentì percorrere da un brivido leggero. Aveva un paio d'anni più di lui e ne dimostrava almeno cinque in meno. Si rese conto di non poter fare a meno di trovarla bella.
Stella gli sorrise e lo abbracciò, come fosse la cosa più naturale del mondo, come se tutto ciò che era accaduto negli ultimi cinque anni non fosse stata che una insignificante seccatura.
Alzò il viso e premette le labbra su quelle di lui.
Dario si ritrasse di scatto, come se si fosse ferito.
"Stella! Ma tu non mi ascolti proprio, quando parlo? Ti ho detto..."
"Piantala, adesso. Non ti ho fatto niente, alla fine."
"Ma tu non avevi un...compagno, moroso, come vuoi chiamarlo?"
"Si." Rispose lei riavvicinandosi lentamente.
"E questo genere di 'niente' non lo farebbe un tantino, che so, incazzare, magari?" Le braccia di lei gli avvolsero il collo, gentili, sapienti, con la precisa consapevolezza di dove andare e di come arrivarci.
"Mm." Rispose lei, senza compromettersi.
"Ste, dai, per favore..." Dario si rese conto che la sua voce stava assumendo un tono piagnucoloso e si detestò. Avrebbe dovuto imporsi, invece. Sapeva benissimo cosa voleva e a lui non stava bene affatto. Non aveva intenzione di lasciare che la sua vita si complicasse ulteriormente. Quindi, suo malgrado, nonostante detestasse il modo in cui reagiva Stella quando veniva contrariata e nonostante il conforto he ricavava dal parlare con lei, avrebbe dovuto mettere in chiaro le cose, senza cedere di un millimetro.
Mentre la sua mente era impegnata nel riflettere su tutto questo e nell'organizzazione di un discorso coerente, il suo corpo lo tradì. Stella era lieve, contro di lui, l'odore familiare dei suoi capelli pareva avere l'effetto di far dimenticare a tutto ciò che possedeva sotto il collo gli anni trascorsi, e, sopra ogni altra cosa, Stella era presente, uguale a se stessa, calda e rassicurante, una presenza solida che, prima da molte settimane, condivideva il suo stesso spazio vitale.
Le labbra di lei cercarono una volta ancora le sue e vi si premettero contro. Fu un bacio casto, ma denso di promesse almeno quanto lo sguardo che lo seguì.
"Mi sei mancato."
"Hai detto che ti facevo pena." Replicò lui. Il suo cervello gli gridò di piantarla, che quello non era affatto il piano originario, che non era quello che avrebbe dovuto dire, ma, prima che potesse correggersi, Stella rispose.
"Volevo solo farti star male come avevi fatto tu con me. Non molto maturo, lo ammetto, ma lo sai che certe volte..." si strinse nelle spalle, come a dire 'a volte le cose vanno così e basta' e lui non poté fare a meno di capirla. Ferire qualcuno per semplice reazione al dolore era qualcosa che comprendeva molto bene. Si strinse nelle spalle a sua volta.
"Stella, senti, non va bene, così." Le disse poi, attenendosi finalmente al piano originario. La sua voce non suonò ferma ed autorevole quanto avrebbe voluto, ma lo giudicò comunque un buon inizio. Lei si allontanò di un passo.
"Per via di tua cugina?"
"Mia moglie, Ste. Bea è mia moglie, lo sai."
"Tua moglie quella incinta di non si sa chi?" Domandò ancora lei con aria ostentatamente indifferente, come chiedendo delucidazioni. Fu come ricevere una sferzata sulla pelle nuda e Dario strinse le labbra in un inconsapevole smorfia di dolore.
"Proprio lei." Sospirò poi. "E poi lo sai che fra noi due..." si passò i palmi sul viso. Si sentiva stanco, terribilmente stanco e vuoto, secco, come un ramoscello vittima di una gelata tardiva, pronto a spezzarsi da un attimo all'altro. Stella si avvicinò di nuovo e gli scostò le mani, premendogli le dita fredde contro le tempie.
"Dario, ascolta, lo vedi che così non va? Mi manchi. E anche io ti manco, altrimenti tutta questa storia non saresti venuto a raccontarla a me."
"Stella..." lei dissentì, zittendolo.
"Lasciami parlare. Lo sai, che ho ragione. Lo vedi anche da solo che in questa maniera non stai bene. Hai passato un momento di crisi, forse, chi lo sa, dovevi chiudere quella storia. Si vede che ti era rimasta in sospeso, dentro. Ma lo vedi, te ne accorgi, che non funziona, nella vita vera. Si cresce, Dario, si cambia, e ad un certo punto i sogni di quando eravamo ragazzini bisogna metterli da parte. Io ho tentato di dirtelo."
"Stella, basta." Le prese i polsi con delicatezza e allontanò le sue mani, rinunciando al sollievo che la loro frescura portava alla sua fronte calda.
Le sue parole, come ogni volta, suonavano talmente ragionevoli, convincenti, che era una gran fatica continuare a pensare mentre gli parlava. Aveva il dono della persuasione, Stella, niente da ridire.
Lei si allontanò, docile, restituendogli il suo spazio, ma non pareva avere intenzione di arrendersi.
Non per la prima volta, Dario si chiese cosa mai trovasse di tanto interessante, in lui, da spingerla a questi comportamenti.
"Si può sapere perché ci tieni tanto, tu?" Le domandò finalmente, dando voce ad anni di dubbio. "Stai bene, no? Te ne sei trovata uno meglio di me. Ti sei ripresa. E allora perché tutta questa sceneggiata?" Sapeva come avrebbe risposto Bea a quella domanda e temeva di sentire la stessa risposta dalla bocca di Stella. In quel preciso istante, si sentiva vacillare al punto che una semplice dichiarazione di amore avrebbe potuto condizionare ogni sua risoluzione. Non vedeva, del resto, nessun altro motivo al mondo che giustificasse un tale attaccamento.
"Perché tu sei mio, Dario." Gli rispose invece lei. "Nel bene e nel male, è mio, che sei. Sono io che ti ho preso quando eri ridotto a uno straccio, io che ti ho rimesso in piedi. Tutto quello che sei adesso ha dentro un po' di me, dal modo di parlare, te lo ricordi come parlavi, prima, con quella cadenza da contadino? Fino alla maniera in cui ti vesti. Guardati." Accennò alla sua figura coi palmi all'infuori, come ad indicarlo ad un pubblico invisibile. "Ti scegli ancora le stesse cose che ti consigliavo io. Le hai addosso anche adesso. Vorrà pur dire qualcosa, no? Alla fine, neanche tu hai mai voluto lasciar perdere quello he ti avevo dato io. È un po' come se ti fossi sempre vicino. Non c'è nessun altro, al mondo, a cui ho dato tanto di me." Era evidente, dalla sua espressione, dal tono in cui pronunciava quelle parole, che per lei avevano un significato colmo di profonda dolcezza, ma Dario, sentendole, ascoltandole, inorridì fin dal profondo.
Lo considerava una sua creatura, una sorta di progetto ben riuscito, su cui aveva dato l'anima. Senza poterlo evitare, e sentendosi orribile mentre lo faceva, paragonò mentalmente ciò che aveva appena udito alle infinite volte in cui Bea, prima di quell'orrore che stavano vivendo, l'aveva abbracciato, accolto, riuscendo ad amare ogni particolare del suo essere, anche quando perfino lui non poteva negare di diventare fastidioso o umorale, senza mai giudicarlo.
Annuì lentamente verso Stella, che si aprì in un caldo sorriso.
"Grazie della sincerità." Le disse.
"Non è che devi decidere adesso, Dario. Parliamone, prendiamoci i nostri tempi. Possiamo parlarne a cena, se ti va." Dario annuì di nuovo, prima di parlare.
"No, Stella." Lei si bloccò, sconcertata dalla contraddizione che la sua risposta generava in contrasto con il suo annuire convinto. "No. Grazie, grazie infinite per tutto quello che hai fatto per me, ma no, grazie. Non voglio. Non era con Bea che dovevo chiudere una faccenda in sospeso, si vede. Era con te."
"Ho detto qualcosa che..." quella volta fu lui ad interromperla, alzando la mano come un viglie che fermi il traffico.
"No. Quello che hai detto è vero, dalla prima all'ultima parola, da cima a fondo. E io non voglio. Non è quello, che voglio."
"Allora cos'è, che vuoi?" Gli chiese lei. La sua voce cominciava ad incrinarsi di pianto. Dario sentì qualcosa stringersi appena sopra lo stomaco. Detestava vederla piangere. Ogni volta, sapeva di esserne lui la causa ed, ogni volta, desiderava solo rimediare. Quella volta, però, decise di non fermarsi.
Si sentiva come se si fosse appena svegliato da un sonno troppo lungo e troppo profondo, che gli aveva fatto perdere un appuntamento importante, e sentiva di dover andare fino in fondo, prima di scivolare di nuovo nel torpore.
"Voglio essere me. Nient'altro. Poi, come andrà a finire, non lo so. Ma so che non posso essere me, di fianco a te. Non è colpa tua, sai? È una questione diversa, come un campo magnetico. Fatto sta che non voglio stare con te. Mi dispiace."
Pronunciò in fretta le ultime parole di scusa e, sentendosi un vigliacco, le diede appena una lieve stretta sul braccio prima di infilarsi in auto.
La vide rimpicciolire nello specchietto retrovisore, come se la sua immagine fosse destinata a non sparire mai dalla sua mente.

Stella rimase ferma, nel freddo che penetrava sempre più a fondo, come i denti aguzzi di una bestiola aggressiva e testarda, attraverso i vestiti troppo leggeri che indossava.
La rabbia, la frustrazione e l'umiliazione che le crescevano dentro non trovavano altro sfogo che i singhiozzi nervosi e profondi che la scuotevano regolari.
Avrebbe voluto chiamarlo, costringerlo a fermarsi, costringerlo a starla a sentire.
Avrebbe voluto coprirlo di insulti, scavargli la faccia ad unghiate, fargli male, vederlo soffrire.
Un suono gutturale di stizza le scaturì dalla gola, senza che potesse fermarlo, e si rese conto dell'assurdità della situazione.
Era in piedi, sola, vestita per una serata speciale, nel parcheggio vuoto di una zona industriale deserta, ad ora di cena, a piangere di stizza tremando come una foglia.
Entrò in auto sbattendo forte lo sportello e proruppe in un'esclamazione decisamente poco signorile nell'accorgersi di aver chiuso un lembo del cappotto fra l'auto e la portiera.
Mentre liberava la stoffa, ricordò le risate e le prese in giro di Dario, immancabili in quei momenti in cui perdeva il controllo e proferiva qualche brutta parola.
Per un attimo, le sembrò quasi di sentirlo ridere, di quella sua risata gufesca, e un sorriso involontario le distese il viso.
Posò le mani sul volante e respirò a fondo. Voleva ancora chiamarlo, ma sapeva che non avrebbe ottenuto risposta, non appena dopo una scena come quella che avevano appena vissuto; non poteva nemmeno andare a casa sua, a casa loro, si corresse, perché la sua dignità personale glielo impediva. Non avrebbe rincorso un uomo quando aveva la possibilità di scegliere chi più le aggradava al suo fianco e, in particolare, non avrebbe rincorso quell'uomo dopo tutto ciò che le aveva fatto.
'Dovrei odiarlo, quel cretino' pensò, con tanta forza da arrossire in viso 'ma questa gliela faccio pagare. Non la passa liscia, neanche se...'
Il suo pensiero si spense, come perdendo forza.
Di norma Stella era una persona lineare, limpida, con tali e tanti ancoraggi alla solida realtà da non patire nemmeno gli effetti di eventuali conflitti interiori. A volte era indecisa, come accade a chiunque, ma nulla di più,  e le bastava qualche tempo di serena riflessione per prendere le decisioni necessarie, che quasi mai necessitavano di ulteriori revisioni. Nonostante ciò, in quel momento si sentì premere da due pensieri opposti, entrambi di ugual forza e ostinazione. Li sentì cozzare l'uno contro l'altro nella sua mente, causandole uno stravagante senso di estraniazione, come se la sua coscienza fosse ridotta ad una spettatrice impotente, che non poteva far altro che attendere l'esito di quel corpo a corpo, senza la possibilità di intervenire o scegliere quale dei due combattenti appoggiare.
Si domandò se, alla fine, Dario non fosse riuscito, con quell'ultimo atto di assoluto disprezzo per i suoi sentimenti, a renderla uguale a lui, squilibrata come lui.
Fu questione di un momento, appena il tempo per formulare con raccapriccio quel pensiero, prima che la sua mente decidesse di aver risolto il cruccio e tutto tornasse alle abituali prospettive.
Qualcosa, però, era cambiato nel suo modo di vedere l'accaduto: la rabbia, lo sdegno che aveva provato, erano evaporati, come se non fossero mai esistiti.
D'improvviso sapeva, sentiva, fin nel profondo, che fra lei e Dario si era spezzato ogni legame.
Non sapeva se si potesse dire che quella sera era stata di nuovo lasciata da lui, ma sapeva di averlo appena lasciato lei, e per sempre. Quel suo gesto, la sua fuga infantile, e le parole che le aveva rivolto avevano travalicato un limite interiore che nemmeno sapeva di possedere.
Battendo le palpebre confusa, prese dalla borsetta il cellulare, come aveva meditato di fare per chiamarlo, e richiamò il suo numero sul display.
Lo fissò per un attimo, richiamando alla mente il ragazzo che era stato ai tempi in cui si erano conosciuti, quell'ombroso tutt'ossa che aveva dovuto ripescare più di una volta dal pavimento dei più svariati luoghi che frequentava, non esclusa casa sua.
Ricordò il giorno in cui lui le aveva dichiarato, senza il coraggio di guardarla negli occhi, tutto il suo amore e i mesi che erano seguiti, quelli in cui si era sentita insieme lusingata ed esasperata dal suo continuo seguirla ovunque, passo passo, come un cucciolo segue la madre.
Le passarono per la mente tutte le volte, una per una, in cui il buio l'aveva avvolto, dentro e fuori, un buio che pareva volesse divorarlo vivo, e i suoi sforzi per tenerlo accanto a lei, alla luce, lontano da quel pericolo.
Ripensò ad ogni gesto tenero, amorevole o anche solo gentile che la sua memoria riuscisse a scovare, ogni bazzecola romantica, o dolce, o sciocca che tutti gli anni passati con Dario avevano portato con sé.
Poi, senza più esitare, cancellò il suo numero dal telefono, avviò l'auto e partì.
Mentre guidava, la strada che si srotolava alle sue spalle portandola lontano dalla squallida zona di edifici industriali verso la tangenziale, accese la musica.
Si sentiva come se un grosso peso, una cappa spessa ed opprimente, le stesse scivolando via dalle spalle, un peso che portava da tanto tempo che nemmeno ne era più consapevole.
Aveva detto a Dario 'sei mio' e aveva tentato di spiegargli cosa significasse per lei, ma, una volta di più, sentiva di non essere stata compresa e quello rimaneva il suo unico rimpianto.
Avrebbe voluto fargli sapere come, dal giorno stesso in cui gli aveva parlato per la prima volta, si sentisse in qualche modo responsabile di lui, delle sue scelte e del suo benessere.
Come si fosse sentita sempre in dovere di mostrarsi sicura ai suoi occhi, perché ogni esitazione avrebbe potuto destabilizzare il suo già fragile equilibrio, come spesso si fosse sentita disperatamente sola al suo fianco, mentre lui sprofondava in circoli di pensiero che lo ferivano e da cui non poteva salvarlo, come avesse patito il desiderio di avere qualcuno di cui prendersi cura che la amasse e la mettesse al centro del mondo per i suoi gesti di incondizionato amore e, non trovandolo in lui, avesse desiderato sopra ogni altra cosa un figlio, che non aveva mai saputo darle.
Ora tutto questo, tutta questa commistione di responsabilità e frustrazioni, non la riguardava più.
Dario aveva fatto la sua scelta e l'aveva fatta per l'ultima volta. Per qualche motivo che Stella non voleva indagare, né tanto meno contrastare, la sua coscienza aveva deciso che aveva fatto tutto il possibile, che era in pari, che si era riguadagnata la sua libertà.
Accelerò ancora un poco, godendosi quella sensazione di assoluzione totale, che la pervadeva come un vino leggero e frizzante, facendola sentire ringiovanita di colpo.
Era finita e lei stessa provava un ilare stupore nel constatare che la risposta istintiva del suo cuore a questa considerazione consisteva in un 'finalmente' e non in un 'purtroppo'.
Presa da un'improvvisa ispirazione, decise di non svoltare per lo svincolo che l'avrebbe condotta a casa e proseguì invece verso l'autostrada.
Quello che Dario aveva chiamato il suo moroso abitava vicino al mare.
Gli avrebbe fatto una sorpresa e la mattina successiva avrebbero potuto guardare insieme il sole sorgere dall'acqua.
Era da qualche mese, ormai, che lui le chiedeva di andare a vivere insieme e, adesso che quella faccenda era stata chiusa, le pareva un'idea su cui riflettere seriamente.
Dopotutto, a lei era sempre piaciuto da pazzi, il mare.