Da qualche giorno a quella parte, il silenzio di Dario era cambiato. Poteva apparire una riflessione folle, pensò Bea, ma lei ne aveva la certezza.
Se nelle settimane precedenti i suoni che le provenivano dalla casa erano stati quelli della sua vita normale, di tutti i giorni, appena attutiti dalle porte chiuse, ora aveva la netta impressione che lui stesse cercando di far piano.
Camminava perfino in un modo diverso, come quando stava attento per non svegliarla, e le porte venivano dolcemente accompagnate a fine corsa e chiuse con tanto garbo da udirsi appena lo scrocco della serratura.
Non avrebbe saputo dire se fosse un ottimo o pessimo sintomo, ma di certo rappresentava un cambiamento.
Bea scosse la testa, deviando a forza il corso dei suoi pensieri. Non aveva tempo di mettersi a giocare all'etologa cercando di interpretare i comportamenti di quello scemo e, per di più, pensarci troppo averbbe potuto farla tornare allo stato di abbattimento da cui stava tentando faticosamente di uscire. Cercare di venir fuori da quella palude di rassegnazione ed autocommiserazione le stava costando uno sforzo enorme, come se si stesse issando a forza di braccia dal fondo di un pozzo con le pareti di sabbia, e non aveva alcuna intenzione di sprecare una sola goccia del suo sudore per assecondare Dario.
Per la prima volta da che lo conosceva, era veramente furiosa con lui, al punto da mettere in seria discussione l'affetto che provava e il posto che occupava nel suo cuore.
Decise di mettere da parte quei pensieri e, con cosciente determinazione, li mise a tacere per concentrarsi sul libro che aveva davanti. L'aveva preso in prestito dalla biblioteca di quartiere, il giorno prima, durante la passeggiata mattutina con Swiffer, una nuova abitudine che aveva tutta l'intenzione di tenersi ben stretta, ed ora stava fissando, affascinata ed inorridita, una vasta spiegazione illustrata di come si formasse un essere umano nel grembo materno.
Stando ai suoi calcoli, ora il piccolo teppista doveva essere all'incirca al capitolo sette, fra la dodicesima e la tredicesima settimana. Non ne aveva un'idea chiarissima, perché continuava a perdersi nel modo di contare le settimane che usavano i medici e che, malauguratamente, era lo stesso utilizzato in tutti i libri sull'argomento.
Inclinò il libro in orizzontale per studiare da vicino l'immagine, sentendosi un po' come quei maschi che, nei film della sua giovinezza, si rigiravano per le mani le riviste di donnine nude per rimirare le ampie pagine centrali. Quell'accostamento inconsueto le risultò tanto buffo da strapparle una risata a mezza voce, nonostante fosse sola nella stanza.
"Qui dice che dovresti iniziare a muoverti per conto tuo, clandestino." Sussurrò. Ultimamente si trovava sempre più spesso a rivolgere qualche parola all'ospite non pagante che albergava dentro di lei. "Addirittura a succhiarti il pollice. Oh, fai un controllo, ce li hai i pollici?" Si assestò un colpetto sulla pancia, che appativa ancora piatta, nonostante i fianchi le si fossero già ingrossati. "Non mi fare brutti scherzi, eh? Ce lo dovresti avere tutto, il materiale, lì dentro, vedi di fare un lavoro ben fatto. Non devono avanzare pezzi, quando hai finito."
Un sorrisetto le sfiorò le labbra. L'idea di un piccolo operaio, tutto intento, con tanto di fogli delle istruzioni distesi davanti, a montare se stesso, l'aveva affascinata più di una volta.
Era così che lo immaginava, in barba alle meravigliose tavole colorate che lo rappresentavano come un esserino goffo e traslucido, dai giganteschi occhi da pesce.
Un lieve disagio arrivò prima a turbare, poi a disturbare francamente la sua lettura.
Doveva di nuovo andare al bagno. Negli ultimi giorni era arrivata a chiedersi se non sarebbe stato più sensato trasferirsi direttamente là, attrezzando la stanza con un tavolinetto ed una branda, piuttosto che sobbarcarsi ogni volta la fatica di lasciare tutto per andarci.
Quasi rimpiangeva le nausee che avevano accompagnato la sua routine mattutina fino alla settimana prima ed ora erano cessate di botto, nemmeno qualcuno avesse chiuso un qualche tipo di ribinetto per aprirne un altro.
"Dì un po', tu, clandestino, hai un pulsante 'pipì' là dentro? Ti diverti a premerlo?" Mormorò di malumore mentre si alzava dalla minuscola scrivania che Vittorio era stato tanto gentile da portarle in camera.
Mise fra le pagine del libro l'incarto di una caramella per tenere il segno e, con uno sbuffo annoiato, si alzò. Era sabato mattina e supponeva che Dario fosse nello studio che si era ricavato in quella che una volta era stata la stanza del cucito di sua madre: lei non aveva voluto passare lì il suuo tempo, le sarebbe sembrato di usurpare un posto non suo. L'ombra di Isabella sarebbe rimasta sempre in quella stanza, per quanto avesse potuto cambiarla.
Ricordò a se stessa, quindi, di fare piano. Non le andava a genio che lui la sentisse fare avanti ed indietro come una tigre in gabbia e la porta era diventata terribilmente rumorosa dopo che, nel portare dentro la scrivania, avevano accidentalmente sbattuto contro la maniglia. Ogni vota che la apriva o la chiideva, ora, gemeva come una creaturina sofferente. Continuava a rimandare la piccola incombenza di ripararla, nonostante ne fosse in grado. Le sfuggiva sempre di mente, per un motivo o per l'altro, ed arrivava a fine serata ripromettendosi di farlo il giorno successivo.
Bea si strinse nelle spalle. Poco male, voleva dire che avrebbe fatto un po' di rumore. Dopotutto, quella era casa sua, diamine, non c'era alcun motivo sensato per comportarsi come se stesse camminando sulle uova.
Aprì la porta pensando a queste cose, completamente assorbita nel riflettere su quanto sciocco fosse il loro tentativo di non farsi né vedere né sentire dall'altro, e quasi andò a sbattere contro Dario.
Era in piedi appena oltre la soglia, immobile e rigido come una tavola, e le rivolse uno sguardo di stupito imbarazzo, come fosse stato colto in flagrante nel commettere una trasgressione.
Per un attimo si guardarono e basta. Parevano due animali intenti a studiarsi a vicenda, prima di bere alla stessa acqua. Poi Dario cercò di parlare. Era troppo nervoso e la voce si rifiutò di uscire, abbandonandolo, sempre più rosso in viso, a boccheggiare muto.
Beatrice lo guardò muovere la bocca senza emettere un suo o per un lu go momento, prima di fare un passo indietro verso l'interno della stanza.
Questo parve sbloccarlo d'un colpo.
"No, Bea! Per favore!" Lei mise la mano sulla maniglia ed alzò il mento, gli occhi fissi in quelli di lui. Più che invitarlo a parlare pareva sfidarlo a dire una sola parola. Dario prese fiato, un respiro concitato. "Possiamo parlarne? "
"No." Rispose lei, avendo cura di scandire quelle sole due letterw con tale chiarezza da non renderle fraintendibili.
"Ma...Bea..." lei inarcò le sopracciglia, ironicamente assumendo una posa di ascolto. Attese qualche secondo e, in quel minuscolo arco di tempo, il silenzio divenne spesso e consistente. Dario non riusciva a formulare, nemmeno nella sua mente, le parole giuste. Cosa si può dire ad una persona che sei certo che ti abbia tradito, cui hai fatto un torto grossolano, con cui non parlo da due mesi e per la quale moriresti? Niente e nessuno, nella sua vita, l'aveva preparato ad affrontare le meschinità che coloro che si amano si scambiano in continuazione.
Non aveva idea di cosa si dicesse in un simile frangente, che tono adottare, in che modo trovare la parola, fosse pure una soltanto, per convincerla a starlo a sentire.
I pensieri, le idee, turbinavano sotto la volta del suo cranio ad una velocitàtale da rendergli impossibile afferrarne alcuno e, una volta di più, fu tentato di lasciar perdere, di voltare semplicemente le spalle e andarsene, tagliando quel nodo che rifiutava di sciogliersi a metà con la lama della sua freddezza.
Fu sul punto di farlo, prima di guardarla in viso.
Il mento proteso in avanti con fare battagliero, gli occhi brillanti e le labbra compresse ad una linea sottile, Bea pareva una statua rappresentante l'allegoria dello sdegno.
In più di trent'anni, non aveva mai visto uno sguardo simile rivolto a lui. Non era semplicemente arrabbiata, nemmeno infuriata. Sembrava che stesse fissando qualcosa di molto piccolo e lievemente sgradevole, un insetto innocuo trovato senza preavviso a zampettare sulla pagina dìo dei suoi libri favoriti, ad esempio. Dario deglutì. D'improvviso non gli pareva affatto una buona idea andarsene. Non gli pareva affatto una buona idea fare qualunque cosa.
Per questo rimase immobile un momento di troppo, quando la porta iniziò a chiudersi e riuscì ad evitarlo solo all'ultimo momento, quando ormai non rimaneva che una stretta fessura attraverso la quale gli occhi giallastri di Beatrice mandavano lampi di avvertimento. Afferrò il battente, fermandola senza sforzo.
"Bea, per favore. Te lo chiedo per favore." La voce di Dario suonava calma, sommessa. Sembrava che parlasse a se stesso più che a lei. Sapeva bene cosa rinfocolasse la sua ira, quali atteggiamenti, e stava tentando di evitarli. Nemmeno per errore avrebbe dovuto parlare a voce troppo alta o concitata, a quel punto, a meno di voler essere escluso da qualunque possibilità di recuperare un dialogo.
La mano di Beatrice si posò con gentilezza su quella di lui e Dario alzò gli occhi, che aveva tenuti abbassati, in un moto di speranza. Tolse la mano dalla porta, assecondando il movimento di lei, e, per un momento, credette che tutto avrebbe potuto tornare a posto.
La porta, non più trattenuta, si apri lentamente, come a voler simboleggiare ciò che stava accadendo fra loro.
"Sei sordo? Ti ho detto no. Se è no, è no, Dario. È ora che perfino tu lo impari." Disse Bea con voce asciutta e distaccata. Lasciò la sua mano, la lanciò, quasi, verso di lui, e richiuse la porta, d'un colpo, sbattendola.
Dario sapeva che avrebbe dovuto restare calmo. Sapeva che era lei ad avere ragione, senza meno. Sapeva anche che provocare la sua rabbia, in quel momento, era quanto di più sbagliato potesse fare.
Sapeva tutte queste cose o, per lo meno, la sua mente razionale le sapeva. L'ira che stava montando rapida e bruciante dentro di lui, forte come non lo era stata affatto dopo la rivelazione della sua gravidanza, invece, non sapeva che una cosa: Beatrice gli aveva sbattuto la porta in faccia, ricambiando la sua umiltà con freddo disprezzo. Cercò di autoconvincersi a contare fino a dieci, prima di agire, ma, come gli accadeva da ragazzo, fu il fuoco che gli ruggiva nella vene a prendere il sopravvento, spazzando con un distratto colpo di mano ogni ragionevole considerazione.
Afferrò la maniglia e tirò, con un secco strattone, aprendo la porta con tale violenza da far rimbombare i vetri della finestra. Non aveva pensato per niente a cosa dire o fare. Non stava pensando.
Bea era quasi al centro della stanza e i suoi occhi registrarono a margine tutti i cambiamenti, dalla piccola scrivania nell'angolo al letto spinto contro la parete. Pareva un'altra stanza e, in un certo senso, lo era. Era la stanza di Bea, ora, non la loro stanza.
"Non ti azzardare a sbattermi la porta in faccia!" Le disse. Il tono era perentorio, ma, forse per un qualche rimasuglio di razionalità, non alzò la voce. Beatrice raggiunse la porta, rapida e sicura, e si piazzò davanti a lui. Non mostrava alcuna esitazione, alcun ripensamento, lo fronteggiava, a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto. Fece per replicare, lo vide chiaramente, Dario, la vide pensare alla risposta e prender fiato, pronta allo scontro. Poi dovette cambiare idea, molto rapidamente, come ricordando qualcosa di importante. Senza dire una parola, lo spinse all'indietro, entrambi i palmi sul petto, senza violenza, ma con estrema decisione, tenendo gli occhi fissi in quelli di lui. Dario sentì il calore delle sue mani addosso, attraverso i vestiti, e vide la determinazione nel suo sguardo. Ancora prima che la porta sbattesse, con la stessa violenza che aveva usato lui per aprirla, cancellando alla sua vista la stanza, seppe di essere stato chiuso fuori. Non una parola, non un'esitazione. Represse un brivido di angoscia, sentendosi rifiutato in modo tanto integrale. Non gli pareva possibile, che Bea non avesse mostrato nemmeno un tentennamento, nemmeno un moto di rabbia. Era come se lui non fosse che un bambino capriccioso, forse persino un po' tardo, che andava tenuto al suo posto.
Fissò per un momento la porta chiusa, al di là della quale era tutto ciò che rivoleva indietro. La sua famiglia, l'unica persona per la quale avesse mai provato un costante e reale affetto, aveva appena tagliato i ponti con lui, senza accettare nemmeno di ascoltare la sua opinione in merito.
Pensò al fatto che era salito, quella mattina, nella speranza di parlare con lei, sentendosi in qualche modo eroico per la sua decisione di farlo nonostante la situazione, e si sentì un completo idiota. Non aveva mai pensato che Bea potesse, semplicemente, decidere di non volerlo più. Non gli era nemmeno passato per la testa.
In un attimo gli sembrò che le sue viscere si fossero trasformate in piombo e viaggiassero in caduta libera verso il pavimento. Aveva sempre potuto contare sull'affetto di Beatrice. Perfino quando non erano insieme, perfino quando si sentiva distrutto per averla vista con un altro uomo, aveva sempre saputo, in fondo al cuore, che se le sue lettere le fossero arrivate lei le avrebbe lette senza tralasciare nemmeno una parola, vivendo con lui ogni vicenda, ogni pensiero che contenevano. Per questo non aveva mai smesso di scriverle. Ora, chiuso fuori di quella porta, un senso di panico e di impotenza gli si andava espandendo dentro come veleno corrosivo. L'aveva chiuso fuori. L'aveva spinto fuori ed aveva chiuso la porta, rifiutandogli perfino la sua rabbia. Posò la fronte contro il legno, senza rumore, e rimase immobile, senza sapere cosa fare, con la sensazione che non l'avrebbe sauto mai più, cosa fare, avesse dovuto vivere cento anni.
Beatrice si trovava in una situazione imbarazzante. Sentiva, riusciva distintamente a percepire, la presenza di Dario fuori della porta. Non aveva intenzione di cedere alle sue provocazioni, dandogli la possibilità di ferirla ulteriormente, non per una presa di posizione dettata dall'orgoglio, ma per mero istinto di sopravvivenza. Sentiva che il suo fragile equilibrio, duramente conquistato con il costante e premuroso aiuto delle persone he le erano più care, non avrebbe potuto sopportare i colpi terribili e instancabili della sua offensiva.
Dario era sempre stato così: che volesse parlare o litigare, che desiderasse un'altra fetta di dolce o si trattasse della sua vita stessa, non conosceva requie né pietà fino al momento in cui non otteneva esattamente ciò che voleva. No, non poteva affrontarlo adesso, a prescindere dal motivo che l'aveva spinto fuori della sua porta a quell'ora del mattino.
D'altra parte, però, la sua vescica premeva sempre di più, mandando segnali sempre più perentori. Non avrebbe resistito ancora a lungo.
Sospirò angosciata da quella situazione surreale.
Quasi due mesi senza nemmeno guardarla in faccia e gli veniva l'urgenza di metterla sotto assedio proprio quando lei doveva assolutamente arrivare al bagno. Pensò rapidamente alle alternative, senza trovarne molte. Avrebbe potuto aspettare che lui rinunciasse e scendesse di nuovo al piano di sotto, sperando di resistere fino a quel momento, oppure uscire da quella maledetta porta passargli accanto ed andare al bagno.
Nel primo caso, era quasi certa che si sarebbe trovata sconfitta. Fra loro due, lei era la forza inarrestabile e Dario l'oggetto inamovibile. Rischiava di dover aspettare almeno fino a che la fame non l'avrebbe costretto a muoversi e, detta in breve, lei tutto quel tempo non l'aveva. Nel secondo caso, avrebbe dovuto trovare un modo dignitoso e non fraintendibile per raggiungere il bagno. Aprire la porta, guardare la sua faccia stupita e speranzosa, distogliere gli occhi, e puntare rapida verso la parte opposta del corridoio. Le sembrava una pessima mossa, ma si sarebbe dovuta decidere ad attuarla, lo volesse o no.
Senza nemmeno rendersene conto, mentre pensava a tutto questo, iniziò a fissare concentrata la grossa brocca ornamentale nell'angolo. Magari avrebbe potuto essere un'ulteriore alternativa. Non che la facesse impazzire, l'idea di orinare nella stanza dove dormiva e passava la maggior parte del suo tempo, ma, in fondo, non sarebbe stata obbligata a raccontarlo in giro. Sarebbe stato comunque un espediente sufficiente a farle guadagnare il tempo necessario perché Dario si allontanasse.
Mosse un passo in quella direzione, prima di bloccarsi.
'No, cara!' Si disse, usando la stessa voce severa e tagliente che le rivolgeva sua madre quando voleva sgridarla. 'Tu non ti metterai a pisciare negli angoli come uno stupido cane per la bella faccia di quel deficiente! Sei una donna adulta, questa è casa tua, e adesso fai il santo piacere di smetterla di comportarti come un topo spaventato e vai in bagno!'
Annui, prima titubante, poi più convinta. Non avrebbe trasceso in gesti incivili per paura di Dario. Non gli avrebbe dato tutto quel potere, su di lei.
Tornò alla porta. Dario era ancora lì. Non avrebbe saputo spiegare a nessuno in che modo facesse a saperlo, ma lo sapeva sempre. Sentiva la sua presenza, come un calore. Inutile negarlo, sentiva paura.
Fece un respiro ed impugnò la maniglia. Come ogni volta in cui doveva costringere se stessa a far qualcosa che le pesava, si mosse d'improvviso e con decisione, ruotandola con forza.
La maniglia, già indebolita dallo scontro con la scrivania e dal loro sbattacchiare la porta, cedette stupidamente, rimanendole nella mano. Dalla porta spuntava solo un piolo di metallo, tozzo e corto.
Per un momento, Beatrice fissò la maniglia di ottone scuro nella sua mano senza capire. I suoi occhi andavano dalla sua mano alla porta e viceversa. Si rese conto della realtà in un lampo di panico improvviso e affilato. Era chiusa dentro. Era chiusa dentro e non sarebbe uscita senza aiuto. E l'unica persona che avrebbe potuto aiutarla era dall'altra parte della porta, in immobile attesa, dopo il suo rifiuto.
Dario sentì i passi di bea allontanarsi, poi avvicinarsi di nuovo. Era dall'altra parte della porta, la sentiva, la percepiva, come una fonte di luce. Era immobile davanti alla porta.
Un rapido palpito di speranza gli attraversò lo stomaco. Probabilmente ci stava ripensando. Magari l'aveva solo colta di sorpresa, capitandole davanti a quel modo, appena oltre la soglia della stanza. Chissà cosa poteva aver pensato, trovandolo lì, immibile ed in silenzio, come in agguato. Certamente ora, dopo essersi calmata, avrebbe accettato di parlare.
Un rumore brusco si diffuse per il egno facendolo sussultare e raddrizzare di botto, imbarazzato della sua posa disperata, con le spal, e curve e la fronte poggiata al battente. Si stava domandando cosa potesse aver causato quel rumore, qua do, dopo un attimo di silenzio, una parolaccia sibilata a voce bassa lo raggiunse attraverso la porta chiusa.
"Bea? Tutto a posto?" Un altro paio di parole meno che signorili, qiesta volta pronunciate in tono udibile.
"No che non è tutto a posto." Bea sbuffò tanto forte da farsi sentire perfino da lui. "Si è spaccato il mandrino." Dario trasecolò.
"Scusa, cosa ti sei fatta?"
"Io non mi sono fatta niente, deficiente! È la porta che si è fatta qualcosa, il mandrino!"
"Il...?"
"Quel canchero che tiene la maniglia attaccata alla serratura, Dario! Mi è rimasta la porca della maniglia in mo, sei contento? Va bene adesso?" La voce di Bea era andata progressivamente alzandosi, assumendo un suono stridulo, in cui lui lesse senza alcuna difficoltà la sua paura incipiente. Se c'era una cosa al mondo capace di far paura a Beatrice, quella era una porta che non si poteva aprire. Soprattutto se la teneva rinchiusa da qualche parte.
"Va bene, stai buona, adesso ti apro. Chetati, hai capito?" Le si rivolse in tono brusco, ma senza alcun intento vendicativo. Era solo il modo più sicuro per farsi ascoltare.
"Dario, ascolta, fa quel che vuoi, ma non tirare..." le parole non fecero a tempo. Dario aveva già impugnato al maniglia e dato un robusto strattone. Dalla sua parte della porta, Bea vide anche il tozzo piolo metallico sparire e proruppe in un torrente di imprecazioni.
"Genio della casa, porca troia, possibile che non sai neanche com'è fatta una serratura? " gli gridò sbattendo entrambi i palmi sul legno scuro.
"Oh, stai calma, ti ho detto! O hai intenzione di aprirla a urlacci questa roba? Sta buona, adesso la apro."
"Ma se non sai neanche come si fa!" Il tono acuto e un po' sfiatato della paura le inaspriva la voce. Dario passò le mani sul legno, come chiedendogli cosa fare.
"Ti ho detto: calma. Adesso ci penso io. Va bene? Stai buona." L'effetto combinato della sorpresa e della paura avevano aggravato il già fastidioso problema idraulico di Beatrice. Ora voleva solo uscire da quella stanza e le conveniva farlo in fretta, se non voleva farsi trovare con i pantaloni bagnati quando Dario avesse finalmente aperto la porta o, peggio, accovacciata in un angolo ad espletare le sue funzioni come una bestiola addomesticata solo a metà. Quel pensiero, il pensiero che non avrebbe in alcun caso avuto il coraggio di liberarsi per il timore che la serratura cedesse proprio mentre lei vi era intenta, la fece arrabbiare e perfino spaventare.
"Dario, aprimi, per favore. Prendi quella maledetta maniglia, rimettila al suo posto e aprimi." Disse, abbandonando le grida per un tono che era gentile fin quasi al servilismo. Lui sentì la sua voce cambiare di colpo e la pelle gli si accapponò lentamente, in minute bollicine. Se aveva pensato di essere preoccupato prima, quando l'aveva setita impaurita, ora si rese conto che quello era ancora nulla. Quella vocina sottomessa pareva venire da tutt'altra persona, dando l'inquetante impressione che ci fosse qualcuno denteo la stanza, qualcuno oltre a Bea.
Come lei gli aveva sugferito, raccolse la maniglia da terra e la rimise al suo posto, ma, quando provò a ruotarla, riuscì a farle fare quasi un giro completo senza sortire alcun effetto.
"Hem, Bea?"
"Cosa?"
"Non funziona. Cioè, gira. Gira tutto intorno, ma non fa niente."
"No...oh, cazzo, no..." gemette lei oltre il legno.
"Ma stai buona, dai, adesso chiamo qualcuno, spiego che è un'urgenza e facciamo veloci." Cercò di rassicurarla lui, in tono incerto. Si sentì un tonfo ovattato. Beatrice aveva posato di malgarbo la testa sulla porta chiusa. Le sfuggì un singhiozzo di frustrata irritazione e, a quel punto, non riuscì a trattenre le lacrime. Da qualche settimana le sembrava di non smettere mai di piangere, per un motivo o per l'altro, ogni pretesto era buono per farsi un pianterello. Non pensò minimamente, non le passò nemmeno per la testa, che Dario potesse sentirla e preoccuparsi.
"Bea, spostati."
"Cosa vuoi?"
"Spostati, ti ho detto." La voce di Dario si era fatta sicura e determinata. "Adesso la apro io questa porta." Bea si spostò, da principio senza domdarsene il motivo, semplicemente in un riflesso di obbedienza a quella voce che conosceva tanto bene. Solo un attimo dopo si rese conto di ciò che intendeva fare.
"Dario, no!" Gli gridò attraverso il legno. Troppo tardi. Udì il tonfo sordo, fortissimo, del suo slancio contro la porta, e poi un grugnito che le parve di dolore. Si accostò al batrente e vi posò i palmi sopra.
"Brutto cretino, si apre verso di te..." gli disse dispiaciuta. Lo sentì scivolare a sedere contro la porta e, istintivamente, seguì il suo movimento, finendo inginocchiata a terra. "Ti sei fatto male?"
"No, niente..."
"Molto?" Dario mugolò un tentativo di risata.
"Mi sa che mi è uscita un'altra volta la spalla." Bea spalancò gli occhi. Si era fatto male eccome.
Senza poterselo impedire, sentì una fitta di dispiacere tanto forte da farle montare dentro un'onda di adrenalina. In pochi passi si avvicinò alla piccola scrivania che era stata l'origine prima di tutto quel disastro e ne spazzò via dalla superficie, con un movimento del braccio, libri e penne. Era un mobiletto leggero e sottile e lo portò di fronte alla porta senza troppo sforzo.
"Dario?"
"Dimmi."
"Togliti da davanti alla porta."
"Bea, stai buona, per favore, che se non riesco io a..."
"Dario? Cavati da lì davanti, va bene? Togliti di mezzo e basta." Quando lo sentì spostarsi con un sospiro, si stese con la schiena sulla scrivania. Raccolse le ginocchia al petto, con lo sguardo fisso alla maledetta serratura, per essere certa di colpirla, e poi spinse avanti entrambi i talloni come pistoni, colpendo il legno dov'era più debole.
La porta si spalancò con tanta forza da sbattere contro al muro.
Beatrice scivolò con prudenza sulla schiena fino a posare di nuovo i piedi sul pavimento ed uscì dalla stanza a piccoli passi affrettati. Passò accanto a Dario, al suo sguardo sollevato ed incredulo e, sforzandosi di non correre raggiunse il bagno, sentendosi ridicola.
Quando ne uscì, lui si era sollevato e la aspettava in piedi, il braccio destro stretto attorno a sorreggere il gomito sinistro, tanto pallido che perfino le sue labbra erano sbiancate. La cicatrice sulla bocca svettava candida come un amo d'avorio premuto contro la pelle. La sua spalla sinistra era malamente slogata, un bozzo rotondo appena sotto la clavicola, e doveva fargli un male d'inferno.
La guardò esitante, diffidente, come una bestiola selvatica, senza parlare, e lei non poté fare a meno di avvicinarsi.
I due mesi precedenti sembravano spariti nel nulla. La fredda indifferenza che aveva ostentato, il suo distacco, la sensazione che non sarebbe tornato più, ora, vedendolo a quel modo, vedendolo ferirsi nel tentativo, per quanto sciocco, di aiutarla, le sembravano solo un'allucinazione di un realismo inquietante. Arrivò di fronte a lui e lp guardò cercare le parole per qualche secondo.
"Dai, vieni, ti porto in ospedale." Gli disse alla fine. Non aveva idea di come affrontare ciò che era accaduto, era semplicemente preoccupata per lui. Per quanto male le avesse fatto, non avrebbe lasciato nessuno, nemmeno uno sconosciuto, tantomeno lui, in quelle condizioni, senza muovere un dito. Dario dovette prenderlo come un gesto di apertura, perché, staccatosi da muro, la guardò negli occhi. Bea conosceva quello sguardo, quell'espressione di sollievo e di urgenza, e se ne sentì irritata. Doveva pensarla proprio sciocca, per credere di poter mettere tutto a posto nel giro di pochi minuti, dopo quello che le aveva fatto. Tacque. Non voleva iniziare una discussione su quell'argomento. Voleva solo portarlo in ospedale, riportarlo a casa, e tornare a dedicarsi alle sue faccende. Magari avrebbe potuto raggiungere Viola, nel pomeriggio, tanto per avere la certezza di evitare i suoi tentativi di riconciliazione.
Non che non volesse, in senso assoluto, riconciliarsi mai più con lui, ma, conoscendolo, sapeva con quanta facilità le avrebbe preso la situazione di mano, se fosse rimasta alla sua portata, e ci teneva a conservare quel poco di equilibrio che si era duramente conquistata.
"Bea..." la voce di Dario era pervasa da un'urgenza che le riusciva comprensibile, ma anche da un compiacimento che aumentò la sua stizza. Di nuovo tacque, portandosi accanto a lui per accompagnarlo attraverso il corridoio e per le scale. Fecero a tempo a fare appena un paio di passi. "Senti, mi dispiace, per quello che è successo. Io volevo dirti che..." Beatrice strinse le labbra, mordendone l'interno. Avrebbe voluto urlargli in faccia che niente che potesse accadere in una decina di minuti avrebbe mai potuto lenire gli ultimi due mesi di dolore che le aveva causato, ma sapeva che una simile affermazione avrebbe scatenato una discussione infinita. Tacque. Dario sospirò a fondo. "Bea, io volevo dirti che ti perdono. Voglio che torni tutto come prima."
Beatrice si fermò nel bel mezzo di un passo.
Era talmente arrabbiata che le sembrò che il suo sangue si stesse concentrando fra le pareti del cranio, fin quasi a farlo esplodere.
"Tu...mi perdoni, Dario? " la sua voce era pericolosamente calma. Volse il viso verso di lui, le sopracciglia sollevate in un cortese interrogativo. Dario annuì. Portava ancora i segni del dolore in viso, ma la sua espressione era pervasa da una dolcezza che sconfinava nella pazienza. Bea sentì che ogni ragionevolezza la abbandonava. La perdonava. La perdonava per averla quasi uccisa di dolore, per averla rifiutata, per aver rifiutato loro figlio. La perdonava per averla lasciata sola ad affrontare una delle cose che più la spaventava al mondo. La perdonava, con la faccia da martire.
"Mi perdoni?" Gli chiese di nuovo. La sua voce suonava dura come la pietra e l'espressione di Dario si irrigidì di sorpresa. "Tu mi perdoni?" Contemporaneamente, Beatrice alzò la voce ad un grido che suonava quasi come un ruggito e fece scattare il braccio. Non avrebbe voluto colpirlo, non c'era alcuna premeditazione in quello che stava facendo, ma lo schiaffo arrivò con tutta la forza impressa dalla torsione del busto, troncando la sua risposta.
"Bea!" Protestò Dario basito.
"Mi perdoni?" Le braccia di Dario erano inutilizzabili, l'uno reso inutile dalla spalla slogata e l'altro impegnato a sorreggerlo, per evitare ulteriori traumi. L'unica cosa che poté fu di stornare il viso, arrivando a subire il colpo, diretto quasi in linea frontale, lateralmente. Era tanto forte che l'orecchio colpito cominciò a fischiare, distraendolo dallo schiaffo successivo, che lo prese in pieno. "Tu mi perdoni?" Ad ogni domanda, gridata con quanta voce aveva in gola, Beatrice lo colpiva, fino a che, arretrando, Dario finì di nuovo con la schiena al muro. Era tanto sconvolto da quell'aggressione fisica da non essere stato in grado di abborracciare una qualunque reazione che non fosse di difesa.
Riaprì gli occhi, che aveva stretto con tuta la forza, solo quando sul corridoio scese il silenzio, rotto dall'ansimare pesante di Bea.
Era di fronte a lui, protesa in avanti, il petto che si alzava ed abbassava con la forza di un mantice, le mani che dondolavano nel vuoto.
"Tu mi perdoni?" Le si era arrochita la voce, dopo tanto gridare. "Mi hai lasciata cadere, mi hai ignorata, mi hai lasciata sola. Mi hai lasciata sola dopo quello che hai combinato! Avrei poto morire, in queste settimane, e non te ne saresti nemmeno accorto. Non mi hai neanche vis per due mesi. Due mesi, Dario. E tu perdoni me?" Dario tacque. Gli parve l'idea migliore.
Poi Beatrice si girò e iniziò a camminare lungo il corridoio, ancora recuperando il fiato. Arrivò fino alle scale, prima di voltarsi di nuovo verso di lui.
"Allora. Andiamo, ti porto in ospedale." Dario si staccò da muro con una certa fatica. Era incredibile la quantità di forza contenuta in quel corpicino. Si sentiva indolenzito come dopo una rissa con due energumeni della sua stazza.
Avrebbe voluto parlarle, dirle quanto tutto ciò che stava accadendo l'avesse ferito, parlarle e rimettere a posto ogni cosa, ma, guardando la sua schiena ancora curva in avanti ed i suoi passi pesanti, quasi di marcia, mentre la seguiva, decise di tacere ancora un poco.
Non per nulla, passava per un uomo intelligente.