lunedì 22 giugno 2015

I


-LUCIO-

L'aveva sposato perché era alto. Dopo aver passato tanto tempo a vergognarsi della sua statura, sentendosi sempre e comunque un cardo fra le margherite, in tutte le occasioni in cui si ritrovava con le ragazze che erano cresciite assieme a lei, dopo l'umiliazione di vedersi preferire altre, certo meno riservate e preparate, solo in virtù della llro squisita fattura di bambole di porcellana e dopo aver iniziato a provare il timlre, a quasi vent'anni, di rimaenere ad invecchiare in silenzio, intonsa, come un findo di magazzino che piano passa di moda e si sfarina nella polvere del fiondo di uno scaffale, alla sola vista di Dario Malatesta le era balzato alla mente che finalmente qualcuno avesse risposto alle sue preghiere. Gli arrivava appena al mento, a Dario, mantenendo intatra la prooporzione che si vuole che ci sia fra uomo e donna, e pareva fatta apposta, con le sue forme generose e le ossa grandi, per accogliere e mussare gli spigoli di quel giovane ombroso, che era affilato e diritto come l'asta di una bandiera.
Per quello aveva accettato come un dono del cielo la sua corte asciutta e di poche parole e, qua do lui le aveva domandato se poteva andare a parlare con suo padre, gli aveva risposto di sì senza esitare.  Per quello soltanto. Una questione di statura e proporzioni.
Adesso avrebbe voluto poter correre dalla ragazza che era stata, Lidia, e, nonostante la mole che le avevano portato gli anni, avrebbe corso come se avesse il diavolo ai calcagni, per avvisarla che era ben meglio invecchiare pian piano da sola, nella casa paterna, che accettare ad occhi chiusi e bocca aperta di entrare nell casa di un altro uomo.
Affondò il viso nello straccio da cucina, sentendosi la carne che le si arricciava addosso, soffocando le lacrime che scorrevano senza volerne sapere di lasciarsi frenare. Lucio stava urlando ancora.
Se li sentiva a straziarle il cuore, quegli urli del suo bambino, che ancora se lo ricordava attaccato al seno a guardarla coome sorpreso dal mondo. Prima o poi, ne era certa, Dario l'avrebbe ammazzato. Gli sarebbe scappato un colpo di troppo, o Lucio si sarebbe spostato al momento sbagliato, e gli avrebbe spaccato la testa, o qualcosa dentro al corpo, come quando tre anni prima gli aveva picchiato un pugno al fondo della schiena e gli aveva fatto pisciare sangue per due giorni. Dalla stanza accanto, Lucio iniziò ad invocare sua madre, in brevi urla acute, da bambino. A sentirlo, si sarebbe creduto che avesse sei anni, invece che dodici quasi finiti. La voce del padre, invece, non si sentiva mai, in quei momenti di furia cieca. Nemmeno lo guardava, mentre lo colpiva con metodica freddezza.
Lidia si fece forza, drizzò le spalle e cancellò dal viso ogni traccia di pianto. Poi entrò nella sala, dopo aver bussato brevemente.
"Cosa volete per cena, Dario?" Domandò al marito con il viso serio e tranquillo di ogni giorno. Era la sua unica speranza, di distrarlo, che lo lasciasse andare, senza che lui si accorgesse che provava a difendere il suo bambino, altrimenti sarebbero stati guai per entrambi. Lo guardò raddrizzarsi, stendendo la schiena, come dopo un lavoretto faticoso ma soddisfacente, con lo sguardo pensoso fisso alla parete. Mai che guardasse in faccia nessuno, con quegli occhi che parevano ciechi, tanto erano chiari e fissi.
"Alzati." Disse distrattamente al figlio, toccandolo appena con la punta della scarpa. Lucio non se lo fece ripetere e scivolò via, cercando di farlo il più silenziosamente e rapidamente possibile, senza attirare alcuna attenzione. Potendo, sarebbe diventato un'ombra. Li lasciò a discutere di pollo e minestra e, tremando come una foglia, raggiunse il corridoio in fondo alla casa, dove si aprivano le porte delle stanze. Si passò le mani sul corpo, tastando delicatamente i punti più dolenti prima di respirare di sollievo. Non gli aveva fatto male, non troppo, questa volta. Non avrebbe perso altra scuola. Non poteva, se non voleva che lo bocciassero di nuovo e, se l'avessero bocciato di nuovo, non era sicuro che sarebbe bastata l'estate per rimetterlo in piedi. Mosse verso la porta sul retro, per darsi una ripulita in cortile, quando una voce leggera lo chiamò da dentro una stanza. Si fermò indeciso se entrare, se farsi vedere in quelle condizioni, ma poi il richiamo si ripetè, tanto esile da sembrare una voce udita in sogno, e non poté resistere. Entrò nella stanza di sua sorella tenendo il capo chino.
"Lucio. Cos'è successo, come stai? Ti ha fatto male? Ti ha battuto forte, il babbo?" Le dita bianche di Elide sinprotendevano verso di lui dalla sedia imbottita sotto la finestra e lui si affrettò a raggiungerla. Sapeva che, se fosse rimasto immobile, si sarebbe alzata lei, per quanta fatica le costasse, e non voleva farle fare quello sforzo. Il visino smunto della sorellina era alzato verso dinlui, tutt'occhi, cercando i segni e contandoli uno ad uno sulla sua pelle, e Lucio si odiò per aver gridato, per averle inflitto quel dolore.
Aveva appena un anno e mezzo meno di lui, ma pareva ancora una bambina, con quel cuore malandato che la teneva inchiodata davanti alla finestra il più del tempo. E non era nemmeno di malumore, uggiosa né frignona. Aveva sempre le mani occupate e il sorriso in faccia. Sempre, meno che quando lo vedeva in quello stato.
"Ma no, Elide, cosa vuoi, non è niente. Davvero." La rassicurò accosciandosi accanto al pesante bracciolo di legno. Le mani della sorella gli passarono sulla fronte e fra i capelli, consolandolo, lenendo il dolore, parlandogli di un inesprimibile amore puro di un cuore puro.
"Tu mi dici sempre a quel modo, Lucio. Ma il babbo non dovrebbe arrabbiarsi con te in quella maniera. È troppo severo, con te."
"È perché sono un uomo."
"Per l'appunto, non sei una fascina di canapa, da batterti in quel modo. Avrei dovuto venire, ma ho avuto paura. Perdonami." Gli disse. Il respiro iniziava già a mozzarlesi in petto e le affioravano le lacrime agli occhi, mentre sollevava un lembo della gonna giallina per pulirgli uno sbaffo di sangue dal viso. Lucio le prese la mano e sollevò su di lei lo sguardo, provando come sempre un senso di pena  alla vista di quei lineamenti affilati, di quel corpicino che tentava di crescere, nonostante ogni cosa, come le piante selvatiche dalle crepe dei marciapiedi.
"Oh, sto bene. Mi vedi? Sono grande come un uomo, non mi fa niente. Metti giù il vestito, che lo sporchi. L'ho fatto arrabbiare, perché non ho messo via tutto stamattina, prima di uscire. Tutto qua. Non vorrai mica metterti a piangere, adesso?" La prese in giro. Lei lo guardò ancora, gli occhi come carezze sul suo viso.
"Ma urlavi." Lucio scosse le spalle e prese un'aria scanzonata.
"E certo che urlavo. Così crede che mi fa male e non picchia più forte." Finalmente Elide sorrise.
"Davvero per questo?"
"Se te lo dico io!" Confermò lui spavaldo. Era doloroso da farsi, ma si sforzò ugualmente di sorriderle, per dissipare anche le ultime ombre che rimanevano nei suoi occhi. Quando la vide tranquilla, le carezzò una mano, leggero come una farfalla, e si alzò in piedi. "Adesso è meglio che mi vado a ldare una lavata, scricciolino, se no quando scendo a cena cominciamo da capo." Di nuovo Elide gli sorrise, con un lampo di piacere in quegli occhi che parevano troppo grandi per quel viso scarno. Amava sentirsi chiamare con quel nomignolo.
"Vai, Lucio, vai. E quando ritorni fermati qui da me, che ti ho aggiustato tutte le camice per la scuola e te le voglio far vedere. Sono stata brava, stavolta, l'ha detto anche mamma che non si vede neanche dove ho ricucito." Lucio scosse la mano sopra la spalla, già uscendo dalla stanza.
"Ma lo so che sei brava, lo so..." le mugugnò avviandosi per il corridoio.
Avrebbe potuto dirle ancora qualcosa, ma in quella casa nessuno alzava la voce, mai. A suo padre non piaceva il fracasso.
Arrivò in cortile e si avvicinò al vascone di pietra dove sua madre faceva il bucato grosso. Lì l'acqua veniva su direttamente dal pozzo, uno dei pochi lussi della casa. Riempì di acqua il catino zincato che sua madre gli lasciava fuori a quell'uso ed iniziò a fregarsi. Era fredda, l'acqua, e gli procurava una sensazione meravigliosa, insieme al sole che gli batteva caldo sulla nuca, come di seta e di piume, una carezza che portava via le lacrime e il sapore di ferro vecchio in bocca.
Quando si fu lavato per bene la faccia ed il collo, buttò via l'acqua rosata e riempì di nuovo il catino, immergendovi tutta la faccia, fino alle orecchie. Trattenne il fiato il più possibile, col cuore che quasi galoppava nel petto, prima di emergerne in uno sbuffo e uno schizzo. Si scrollò via le gocce dal viso e dai capelli scuotendo forte la testa, come fosse una bestia.
"Hai deciso di annegarti, dì un po'? Guarda che serve più acqua, eh? Almeno un mastello per uno grosso come te." Nessuna voce al mondo, forse nemmeno quella di sua madre gli era tanto gradita quanto quella di zio Arturo, il fratello minore di suo padre, e sentirla lo fece prima sussultare di sorpresa e poi sorridere tanto da sentire di nuovo il sapore del sangue in bocca.
Zio Arturo procedette attraverso il cortile nella sua direzione. Tozzo, alto, ma non quanto il fratello, e di indole aperta, era diverso da Dario quanto era possibile esserlo rimanendo fratelli. Facevano lo stesso mestiere, manovali entrambi, ma con la differenza che il carattere aperto e la parola svelta di Arturo gli avevano procurato dei buoni lavori, uno in fila all'altro fin da quando aveva incominciato a gestirsi per suo conto, allo stesso modo in cui, al fratello, il carattere notoriamente ombroso e scostante aveva fatto chiudere, una dopo l'altra, fin troppo porte in faccia; era da dire che quando trovava da lavorare, Dario, non portava mai un giorno di ritardo nè c'era mai stato da tornare sul suo lavoro per correggere qualcosa, come invece accadeva agli altri del mestiere, compreso Arturo, ma era svelto ad attaccar briga con gli uomini e ne perdeva parecchi, in corso d'opera, e perfino coi padroni, alle volte, non sapeva tenere a freno quel suo modo di fare che sembrava poco meno che da matto.
Avevano iniziato insieme, i due fratelli, che portavano solo due anni di differenza, ma si erano presto divisi perchè ognuno non sopportava il modo di fare dell'altro e finivano per passare più tempo bisticciando che facendo qualcosa. Per ragioni che non avevano mai spiegato, Arturo si era tenuto ben lontano dal fratello per molti anni, salutandolo appena quando finivano per incontrarsi, in paese o altrove.
Quando però Dario si era sposato ed aveva messo su famiglia, Arturo, che di donne non aveva mai voluto nemmeno sentir parlare, aveva ripreso, prima timidamente e poi con confidenza sempre maggiore, a frequentare la casa fraterna. Sulle prime Dario l'aveva creduto attratto dalle grazie della moglie, per quanto scarse lui stesso le valutasse, ma si era presto reso conto che, per quanto fosse cortese con Lidia, come era nella sua natura esserlo con chiunque, non era il fascino della moglie a richiamarlo in casa sua, quanto quello del bambino: il piccolo Lucio, che portava il nome che era stato di loro padre, costituiva per il fratello una fonte di interesse e spasso che a Dario pareva tanto incomprensibile quanto inesauribile.
L'aveva perfino preso da parte, una sera dopo cena, seduti soli a fumare nel cortile dietro casa, per cercare fi fare ancora una volta il suo dovere di fratello maggiore così come l'aveva imparato.
"Se ti piacciono tanto i marmocchi" gli aveva detto guardando impassibile alzarsi una venere luminosa nel cielo scuro "l'unica cosa che devi fare è metterti in casa una donna, Arturo. È anche una comodità, per un uomo, tornare a acasa e trovare pronto quello che c'è da fare. E vedi che di marmocchi come quello che c'è là dentro sono tutte fin troppo pronte a sputartene fuori quanti ne vuoi." Arturo aveva preso una lunga boccata di sigaro prima di rispondere. Come tante volte prima di quel momento, aveva cercato lo sguardo del fratello per leggervi dentro un'ombra di ironia che spiegasse i termini crudi in cui descriveva la sua famiglia, senza riuscire ad incrociare gli occhi chiari dell'altro. Alla fine ci rinunciò.
"Dario, non è roba per me, quella lì. Preferisco muovermi come mi pare, di qua e di là dove mi porta il mestiere, senza dover essere legato." Rimase in silenzio per un attimo. "Perchè, ti dà noia, che vengo a vedere tuo figlio?" Chiese poi. Dario scosse il capo, erigendolo ancor più fieramente sul collo. La schiena non sfiorava nemmeno il lungo schienale di legno della sedia, rimanendone perfettamente parallela.
"Per me, se ti piace tanto, puoi venirlo a vedere quando vuoi. Non è che ci sia un granchè da vedere, in un vermettino che non sa ancora stare neanche in piedi, ma se ti fa piacere accomodati." Arturo si passò una mano sul viso, cercando di cancellare il senso di impotenza che gli dava quella conversazione.
"Dai, Dario, non è mica vero che non c'è niente da vedere" gli disse quasi in una supplica. "Oggi ha anche imparato a sorridere, il tuo cosino." Dario scosse la pipa battendola contro il tacco della scarpa e sbuffò.
"Sarà il caso che disimpari in fretta" disse serio alzandosi in piedi. "Non c'è propio niente da ridere, qui." Sentenziò alla fine. Rientrò in casa ed Arturo sentì scorrere il chiavistello all'interno. Era stato congedato senza una parola, così come d'uso.
Arturo continuò quindi a frequentare la casa del fratello apparendo senza preavviso una o due volte al mese, generalmente prima di cena, ogni volta portando qualcosa con sè.
Erano regali di poco conto, quelli che portava, soprattutto cibo, ma negli anni che stavano passando, in cui non si sapeva mai cosa riservava un giorno per l'altro, fin troppo graditi. Mano a mano che Lucio cresceva e anche dopo la nascita di Elide, Arturo era rimasto, volontariamente, la presenza disimpegnata e ridanciana che era stato all'inizio. Solo il brutto giorno in cui il Dottore aveva detto che bisognava portare la bambina in ospedale, per farle vedere il cuore, aveva iniziato a farsi un po' più serio, col fratello.
La piccola aveva quattro anni, quando era successo, una cosina da niente che cresceva come il ghiaccio al sole, tutta gambe e occhi, ma nessuno se n'era mai preoccupato veramente. La bambina mangiava due volte al giorno, senza far storie, ed era quello che contava. Non aveva febbre nè la tosse e sembrava intelligente. Solo, quando gli altri ragazzini sciamavano come una nuvola di grida acute da una porta all'altra, da un cortile all'altro, nei loro infiniti giochi, Elide restava caparbiamente seduta o accoccolata all'ombra della casa, quanto più vicina le era èossibile a a sua made, senza seguirli nelle loro scorribande.
Lucio l'aveva presa dal primo attimo come una proprietà personale, quella sorellina, e se ne curava come fosse stato investito della massima autorità, e responsabilità, su ogni aspetto della sua vita, intenerendo ed, alle volte, esasperando la madre con la sua continua pretesa di essere parte attiva e presente nella sua cura fin da quando aveva potuto trottarle dietro per casa.
Fu proprio lui, infine, a chiedere ai grandi perchè mai Elide non si comportasse come una bambina normale, perchè non corresse mai, perchè non piangesse se non in casi rari ed eccezionali e perchè sembrasse dormire più a lungo di chiunque altro della sua età. Lidia, che dapprima aveva preso quel fuoco di fila di domande come l'ennesima seccatura di un bambino che pareva voler fare più il padre che il fratello, finì col covare una certa preoccupazione quando, presa per sfinimento dal primogenito, interrogò in cucina, mentre impastava la sfoglia, la bambina. La risposta della piccola, pronunciata con voce quieta e per nulla lamentosa, fece scattare quell'istinto profondo che non le era mai mancato, nè venuto meno dal momento in cui aveva stretto il suo primo figlio contro il seno.
"Non mi va, mamma" le rispose Elide, in ginocchio sulla sedia ad imitare i suoi movimenti su un pezzetto di impasto grande quanto la sua mano "se corro, dopo due passi mi viene subito il fiatone e mi crollano le gambe. E poi, alla sera ho sempre più sete che non fame e dopo che ho bevuto mi viene un sonno che non resisto."
Lidia iniziò ad osservare la piccola come non aveva mai fatto e presto si ritrovò a torcersi le mani, mattina e sera, dall'angoscia di dover chiedere a suo marito di portarla da un dottore. Non amava le richieste, Dario, di nessun tipo, e lei sentiva il coraggio venirle meno sempre di più ad ogni anno, anzi, nemmeno, ad ogni giorno che gli passava accanto.
Alla fine, si risolse a chiedere aiuto ad Arturo. Quel suo cognato tanto gentile, tanto innamorato dei suoi figli, era l'unica persona che pareva capace di parlare a suo marito senza farlo montare su tutte le furie.
Arturo si dimostrò, una volta di più, ben disposto a dare una mano; prese da parte Lucio, che sembrava essere il suo favorito, e gli fece delle domande sulla salute della sorellina, in tono grave, come parlando ad un uomo fatto, e Lidia rimase ri stucco nel sentirlo rispondere serio serio, cercando di imitare la posa decisa dello zio paterno in quegli stracci che si portava addosso per giocare con gli altri monelli del paese, senza distogliere gli occhi o dondolarsi e pareva quasi, anzi, che pesasse attento ogni parola. Il suo orgoglio di madre le fece notare quanto parlasse bene, per l'età che aveva, e quante cose, piccole e grandi, vedevano quei suoi occhi irrequieti, che lei nemmeno avrebbe immaginato, credendolo ancora troppo piccolino.
Al termine di quella austera conversazione, Arturo lo ringraziò e, perfino, gli diede una manata sulla spalla, come usava fare con gli uomini che incontrava in giro per il paese con cui si fermava a chiacchierare. A quel gesto, il viso di Lucio si illuminò di un tale piacere che ritornò istantaneamente ad essere il bambino che era.
Il discorso con Dario, invece, andò per le lunghe. Ore intere passarono, a parlare senza sosta, ora ad un tono tanto basso da essere appena udibile, ora prendendosi ad urlacci, il tono sferzante dell'uno che sembrava ghiaccio che andasse ad infrangersi contro la rotonda voce accorata dell'altro, ma, finito quel giorno, Elide venne portata dal dottore e, quando il dottore disse che era necessario che la vedessero all'ospedale, non ci fu bisogno di altre discussioni: Elide andò all'ospedale, dove altri dottori, che parevano tutti uguali al primo, coi medesimi abiti e gli stessi baffi, la visitarono daccapo, uno dopo l'altro e poi a gruppi, e poi tutti insieme, come se stessero cercando di indovinare tutte le possibili combinazioni.
Quando alla fine li chiamarono in una stanza per spiegare loro cosa aveva la bambina, per dire loro che non sarebbe mai diventata una donna, che non ci sarebbero stati, per lei, nè corteggiatori nè famiglia, Dario parve non udirli nemmeno.
Senza guardarli in viso lasciò che le loro parole gli cascassero addosso e poi tirò su per un braccio la moglie che singhiozzava piano nel fazzoletto e se ne tornò a casa.
Elide era una bella bambina ed una brava bambina, ma il suo cuore non avrebbe resistito allo sviluppo e nessuno di quei dottori tutti uguali si sentiva di offrire loro una cura, per quanto costosa, che potesse dare qualche speranza.
Era stato da quel momento che zio Arturo era diventato, agli occhi di Lucio, quasi Dio in terra. Zio arturo era capace di convincere suo padre a far qualcosa che non voleva, zio Arturo non mostrava di tenere Dario e, infine, lo trattava sempre come se lui fosse una persona gradita ed intelligente. Lucio avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e ancor di piùper essere come lui e, se anche si accorgeva che questa sua sfegatata ammirazione andava inasprendo il rigore paterno nei suoi confronti, non se ne dava per inteso.
Gli corse dunque incontro attraverso il cortile e si sottopose volentieri alla scherzosa strigliata che l'altro gli assestò, facendo mostra di riprenderlo per la camicia fuori dei calzoni ed i capelli bagnati e diritti come stoppie.
Lo accompagnò in casa come portando un trofeo e, per prima cosa, insistette perchè si fermassero in camera di Elide. Non che dovesse insistere un granchè, a dire la verità, ma era parte anche quello del loro gioco e lo zio lo lasciò fare, con un sorriso a mezza bocca.
La ragazzina, piuttosto sgraziata ora che l'ossatura grossa della madre iniziava a tentare di crescere nonostante la poca carne e la pelle sottile, parve galvanizzata alla vista dell'ospite inatteso e si alzò d'impulso dalla larga sedia coi braccioli dove trascorreva gran parte delle sue giornate, posando sul tavolino basso che aveva accanto le camicie rammendate che aveva preso in grembo per mostrarle al fratello. Volò ad abbracciare lo zio e già solo quei pochi passi per arrivare al centro della stanza procurarono al suo respiro un sibilo secco che suonava fin troppo simile al vento nelle grondaie.
"Allora, bella morettina, trovato qualche fidanzato?" L'apostrofò Arturo. Elide arrossì e scosse la testa con fare timido.
"Ci mancherebbe solo che le vadano attorno, zio!" Protestò Lucio "se qualcuno ci prova, se ne accorge subito, che ha un fratello più grande!" Arturo rise.
"E te pensi di andare avanti così una vita? Cos'è, vuoi farti prete e prendertela per perpetua?"
"Ah, per dinci, prete poi no!" Brontolò il ragazzino abbassando lo sguardo. Arturo scoppiò in una risata talmente forte da gettare la testa all'indietro.
"Cos'è questo chiasso?" La voce asciutta e monocorde di Dario parve gelarli tutti e tre. I due ragazzi arretrarono in un moto istintivo, Elide ponendosi davanti a Lucio, sia pure per poco. La figura stretta e diritta del padre, stagliata sulla soglia, sembrava, come sempre, più inanumata che umana, tanto era immobile e rigida.
"Ah, ma sono io, cosa vuoi che sia? Sono venuto a mangiare a ufo, al solito." Rispose Arturo. L'aveva pensato spesso a quanto gli sarebbe piaciuto prendersi quei due ragazzini e portarseli dietro, tanto per farli vivere come dei ragazzi, invece che come delle bestie in gabbia, ma poco valeva quel pensiero, che pure gli attraversò la mente di nuovo, di fronte al diritto di suo fratello su di loro. Non aveva mancato di notare i segni su Lucio, nè il gesto di protezione di Elide che, pur con le sue debolezze, si sarebbe volentieri fatta ammazzare pur di non veder torcere un capello al fratello.
'E quel pezzo di somaro la costringe a guardare mentre gli spacca i denti. Ha da vivere poco e glielo fa vivere all'inferno, povera cosina che non è altro.'
Arturo respirò a fondo. Contrariare il fratello non l'avrebbe portato a niente altro che ad essere congedato, lo sapeva bene. Bisognava infinocchiarlo, Dario, e lui, per conto suo, si lasciava infinocchiare più che volentieri.
"Allora, piuttosto, andiamo a parlare fra noi?" Chiese con aria gioviale. Dario annuì e si volse, prendendo in silenzioa camminare lungo il corridoio ed Arturo lo seguì, riempiendogli le orecchie e la testa di sciocchezze riguardanti ora questo ed ora quello dei lavoranti che conoscevano entrambi.
Continuò a parlare quasi tutta la sera, tenendolo impegnato, concedendo alla famiglia di suo fratello qualche ora di gradita tregua al di fuori dell'occhio severo del capofamiglia.
La sera, quando ripassò per il corridoio da cui era entrato trascinato dall'entusiasmo di  Lucio, si fermò solo per un momento di fronte alla stanza da cui usciva una lama sottile di luce. Suo fratello lo aspettava fuori, in cortile, per fumare insieme prima di salutarsi, ma Arturo non seppe resistere alla tentazione. Aveva assistito a quella scena altre volte, ma ogni volta gli scioglieva il cuore come fosse la prima.
La bambinetta era seduta sulla sua sedia grande e teneva sulle ginocchia aperto il quaderno di scuola del fratello, che le stava di fronte in piedi, composto come davanti alla maestra in persona.
Elide leggeva sul quaderno e gli poneva le domande e Lucio rispondeva, ripassando la lezione. Era sveglio, si vedeva, ma aveva anche studiato parecchio e bene e, ad ogni risposta corretta, la sorellina lo lodava sorridendogli e battendo le mani, quando sapeva di aver domandato qualcosa di difficile.
Era una festa, a modo loro, quasi un gioco, poco meno che un divertimento. A quel modo passavano insieme l'ultima ora prima di dormire ogni sera, quando c'era scuola. Era la loro preghiera serale, che sconfiggeva il terrore delle tenebre.
Quando Lucio ebbe ripetututo senza errori l'intera lezione, prima di filato e poi rispondendo alle domande, Elide chiuse il quaderno con un moto gioioso e glielo restituì e lui si chinò a posarle un bacio sulla fronte nel riprenderlo.
"Sei molto bravo." Gli disse lei.
"Grazie a te che mi aiuti. " le rispose Lucio.
Arturo si allontanò dalla porta e raggiunse Dario in cortile procurando di fare il minor rumore possibile. Sarebbe tornato presto, decise. Più presto che poteva.

martedì 16 giugno 2015

Grazie

A chi è stato insieme a me con Dario e Bea fino al cavalcavia.

Dopo una breve pausa pubblicitaria, torneremo più disfunzionali che mai.

Lucio, Sissi, Rodolfo e Isabella non vedono l'ora di raccontavi qualcosa.

Ultimo

Dario salì in auto appena leggermente impacciato dalla busta che teneva in mano e mise la cintura di sicurezza senza guardarla in faccia.
Bea gli posò la mano sul braccio prima che lui accendesse l'auto.
"Allora? Dice che...?" Lui annuì.
"Si, Bea. Uguale all'altro." Si voltò verso di lei. Gli anni avevano intaccato il suo viso, un tempo affilato ed arrogante, disegnando un doppio mento sotto la mandibola appuntita e macchie scure sulla pelle delicata delle tempie. I suoi capelli biondi, sottili e serici come acqua, erano oramai poco più che un ricordo. Beatrice lo guardò a lungo senza vedere altro che il suo Dario, bello come lo era sempre stato dagli anni in cui solcava il parquet del campo da basket come una forza inarrestabile, in attesa che lui parlasse ancora. "Amore...io preferirei che tu non lo facessi."
Bea scosse la testa. I capelli bianchi, trattenuti in una coda bassa, strusciarono contro il rivestimento del seggiolino traendone un suono basso e il giallo sbiadito delle sue iridi parve lampeggiare.
"Mettiti in testa una volta per tutte che tu non vai da nessuna parte senza di me." Replicò seccamente.
"Bea, ma..." la bocca di lei si storse per un momento.
"Non voglio che mi lasci, Dario. Non lasciarmi, ti prego." La mano di lui prese la sua con infinita delicatezza, cercando di non provocare dolore alle dita rese fragili dagli anni e dall'artrite. Le baciò e desiderò, in quel momento, poter fare l'amore con lei.
"Non ti lascio. Non ti lascio, amore." Le sussurrò invece sentendosi invadere da tristezza e dolcezza insieme.
Mise in moto e partirono. C'era molta strada da fare, prima del cavalcavia. Per lunghi minuti tacquero, impegnati ad osservarsi a vicenda di sottecchi.
"Le cinture?" Chiese Beatrice.
"Le sganciamo quando siamo lì." Lei annuì.
"E Alle? Credi che Alle...?"
"Ho lasciato il primo referto sul tavolo in cucina. Capirà. È sempre stato bello sveglio." Beatrice annuì di nuovo.
"Dario?"
"Cosa?"
"Ti amo." Dario sorrise, l'asimmetria della sua vecchia cicatrice resa più evidente dagli anni.
"Ti amo anche io, nana."
"Dario?"
"Mm?"
"Me lo dai un bacio, prima?" Lui espirò lentamente.
"Si, Bea. Certo." Ci fu ancora qualche minuto di silenzio prima che lui parlasse di nuovo. Il cavalcavia si profilava nella cornice del parabrezza, ora. "Sei ancora in tempo, amore."
"No. Se vai tu, vengo anche io."
"Bea, ma io dovrei andare comunque. Hai visto i referti...è questione di poco tempo. Tu invece potresti stare ancora tanto tempo qui. Anni."
"A fare cosa? A fare cosa, ci sto, senza di te?" Chiese lei con una sfumatura di panico nella voce. Dario sospirò.
"Sicura allora?"
"Sicura si."
"Bea?"
"Cosa vuoi?"
"Ti amo, Bea." Disse lui. "È ora per la cintura, adesso."
La sganciarono insieme e gli allarmi della macchina si misero a cinguettare come impazziti. Dario accelerò fino a quano l'ago del tachimetro non rimase fermo a tremare come una bestiola presa a calci. Accanto a loro si profilavano gli enormi piloni di sostegno del cavalcavia, ampi quanto la loro casa.
Nello stesso movimento, Dario diede una brusca sterzata verso di essi e si protese verso Beatrice.
Volarono attraverso il parabrezza ancora mollemente abbracciati, con lultimo dei loro molti baci sulle labbra.
L'ultima cosa che vide Beatrice di questo mondo, furono gli occhi cerulei di Dario, che ancora la guardavano.

sabato 13 giugno 2015

70

EPILOGO

Ho trovato questi fogli, fogli, non file, com'era logico che fosse, fra le cose di mia madre, qualche tempo fa. So per certo che mio padre non era a conoscenza della loro esistenza, perché erano malamente riposti, legati con vecchi elastici in due fasci raffazzonati, e questo lui non l'avrebbe sopportato.
È stato strano, per me, quasi inquietante, in certo qual modo, leggere la vita dei miei genitori, vederla così messa a nudo, perfino in quegli aspetti che nessuno, potendo, mostrerebbe mai ai suoi figli, ma ho voluto leggere ogni singola parola, ogni correzione a matita, come un atto di amore e rispetto nei loro confronti, come un riconoscimento della loro umanità, e posso dire di sentirmi profondamente soddisfatto di aver compiuto questo gesto. Li sento più vicini, oggi che scrivo queste righe, dopo aver finito di leggere l'ultima parola di quel testo, di quanto li abbia sentiti, forse, nel corso della mia vita intera.
Non è stato facile crescere come figlio del dottor Dario Malatesta. Raramente ho sentito vicino mio padre, raramente l'ho sentito partecipe delle mie conquiste e, vada a suo favore, altrettanto raramente ho avvertito disapprovazione di fronte ai miei fallimenti. Per anni, troppi, forse, mi sono domandato cosa lo inducesse ad uscire, chiuso in un silenzio che era impossibile intaccare, dalla stanza nel momento in cui si scaldavano gli animi. Per la mia vita intera, è stato con mia madre che ho litigato, discusso e combattuto, mentre lui si sottraeva, in quello che ai miei occhi altro non era che un vigliacco rifugio, rinchiudendosi per ore nel suo studio.
Ora capisco, ora che conosco la sua storia, che per tutti quegli anni è stato l'amore che aveva per me, il suo timore di poter trascendere in momenti di rabbia incontrollata, a portarlo dietro quella porta, che quella porta era destinata a proteggere me da lui e non lui dal fastidio delle mie rimostranze.
Mia madre è sempre stata una donna forte, focosa, facile al riso come al pianto, e mai ha dato segno, neppure il più impercettibile, di aver attraversato tutta la strada che ho letto. Non posso immaginarla a giacere sul letto, silenziosa, in questa casa dove ha finito per passare tutta la sua vita, né, tantomeno, nella grande casa solitaria e lustra dei nonni, bambina che scivolava senza farsi notare nell'ombra del cugino.
Per come l'ho conosciuta io, bene quanto un figlio può conoscere la madre, la sua indole polemica e la sua lingua tagliente non collimano affatto con l'immagine che esce da quegli scritti. Quanta sofferenza lei abbia avuto a patire in quegli anni, quanta solitudine, non lo riesco nemmeno ad immaginare.
Mi riesce molto più semplice immaginare mio padre, in quella situazione, mentre mi era completamente sconosciuta la parte violenta del suo carattere e di questo non ho da ringraziare altri che lui stesso.
L'unica spiegazione che riesco a dare di questo cambiamento è che, negli anni, le ferite inflitte ai loro animi durante la giovinezza abbiano finito per guarire, in qualche modo, ed ognuno abbia finito per riprendere le fila del proprio carattere originario: tranquillo, abitudinario e studioso mio padre e piena di fuoco, ciarliera ed espansiva mia madre.
Mio nonno deve essere riuscito ad esercitare una pressione straordinaria sul figlio, per provocare in lui cambiamenti tanto radicali e uno squilibrio che, nonostante tutto, lo ha accompagnato fino all'età avanzata.
Ho finito per conoscere molto bene Lucio Malatesta e sua moglie e non sono in grado di farmi un'idea del coraggio che sia occorso ai miei genitori per permettere loro di frequentarmi.
Non ricordo nulla di come accadde, ma fui io a riavvicinarli e la storia è diventata una di quelle storie di famiglia che si ripetono ad ogni pranzo, ad ogni cena, ad ogni riunione.
Pare che avessi nemmeno tre anni compiuti, quando il telefono di mio padre si mise a squillare con insistenza ad un'ora insolita del mattino. Mia madre racconta sempre che lo vide rispondere, ascoltare senza dire una parola e impallidire mentre lentamente si sedeva. Se non avesse avuto una sedia vicino, dice lei, sarebbe finito diritto sul pavimento.
"Devo uscire" disse a mia madre in tono concitato dopo aver chiuso la comunicazione "devo andare all'ospedale."
"Cosa succede? " chiese lei.
"È mio padre. Si è sentito male, un infarto." Mio padre fece per prendere le chiavi della macchina, ma mamma lo bloccò stringendogli il polso. Era visibilmente turbato e il viso gli si era imperlato di sudore.
"Tu non vai proprio da nessuna parte, messo così. Se vuoi vedere tuo padre, sta bene, ma guido io." Gli disse con il tono che usava quando non voleva essere contraddetta.
"E il piccolo?" Obiettò lui, indicando me, che a quanto pare giocavo tranquillo sul pavimento.
"Viene anche lui. Me lo tengo con me in sala d'attesa e quando hai finito ce ne torniamo a casa tutti insieme." Mia madre si era messa in testa che lui non sarebbe andato da solo e nulla al mondo avrebbe potuto fermarla; mio padre, che la conosceva abbastanza da sogghignare sotto i baffi quando lei lo definiva inesorabile, colse il succo della situazione e, senza replicare ulteriormente, iniziò a mettermi la giacca. Pare che io e lui fossimo molto uniti negli anni della mia prima infanzia, ricordo che per me è andato quasi perduto nel tumulto della mia adolescenza, ed io reagissi con entusiasmo all'idea di un giretto in macchina, ignorando la destinazione. Nel racconto di mia madre, lui non fece che incitarla ad accelerare e imprecare sulla sua guida eccessivamente prudente per l'intero tragitto e non fatico a crederlo, avendo assistito decine di volte a scene del tutto simili. Una volta che fummo a destinazione, io rimasi con mamma sulle sedie in corridoio e lui entrò nella stanza. Ho sentito una sola volta mio padre raccontare questo aneddoto, al termine di una lunga cena natalizia e con un bicchiere di troppo sulla coscienza che lo rendeva ben più loquace del solito. Stando alle sue parole, pare che entrasse pensando di trovare il nonno in fin di vita, per vederlo invece seduto al tavolino vicino alla finestra, l'asta della flebo accanto e un lungo tubo trasparente che gli sbucava dal dorso della mano, intento a ringhiare a bassa voce contro un'infermiera. La vista di mio padre, già vestito da lavoro, che si stagliava sulla soglia, doveva essere l'ultima cosa che si aspettava perché lo accolse con un:
"E te che cazzo ci fai, qui?" Mio padre respirò di sollievo e si sedette con fare indifferente all'altro capo del tavolo, lasciando all'esasperata infermiera il tempo di dileguarsi.
"Sono venuto a vedere cosa cazzo combini, vecchio. Cosa ti è venuto in mente?" Nonno Lucio grugnì.
"Ma cosa vuoi che ne sappia io, se non era per tua mamma non ci venivo neanche, qui. Ho un po' di affanno e si sono tutti agitati come un branco di galline."
"Ti è venuto un infarto, stronzo, è normale che la gente si agiti." Ripose duramente mio padre, allungandosi sulla sedia. Il nonno sorrise.
"Ti sei agitato anche tu, dì, grand'uomo?" Mio padre si strinse nelle spalle. Era un asso al gioco del silenzio e, come al solito, fu lui a vincere. "Che comunque se dovevo crepare ero già crepato."
"Quando ti sei sentito male, scusa?"
"Ieri sera." Mio padre strinse gli occhi esasperato.
"E si può sapere per quale motivo non hai chiamato un'ambulanza?" il nonno di dimenò a disagio.
"Non era il caso. Ero fuori casa."
"Papà!"
"Cosa vuoi?"
"Papà, alla tua età?"
"Oh, non sono mica ancora morto, eh? Capiamoci bene!" Mentre loro erano immersi in questo dialogo, mia madre non riusciva a tenermi tranquillo in corridoio. Avevo perso di vista mio padre ed ero animato dalla ferma intenzione di porre rimedio a questa incresciosa situazione. Quando lui alzò appena la voce, tanto da rendersi udibile fin fuori della porta, scappai dalle mani di mia madre e corsi nella stanza, arrampicandomi di prepotenza sulle sue gambe senza accorgermi dell'altra persona presente. Il nonno pare che mi osservasse a lungo prima di aprire bocca, mentre io mi beavo dell'abbraccio paterno.
"Allora è questo qui?" Mio padre non si prese nemmeno la briga di rispondere. Ad eccezione della forma del viso, ovale come quella di mia madre, e della consistenza riccia dei capelli, non ho preso nulla da lei e sembro, a tutt'oggi, in tutto e per tutto una copia di mio padre. Osservai a mia volta l'uomo seduto.
"Papà, chi è?" Chiesi a mio padre. Fu nonno Lucio a rispondermi.
"Io sono il papà del tuo papà." Mi disse. A quanto raccontano, mi voltai sconvolto verso mio padre, nemmeno mi avesse nascosto un qualche tipo di tradimento.
"Tu hai un papà?"
Questo l'aneddoto tramandato nelle storie di famiglia. Io conobbi mio nonno come un uomo rumoroso, un po' volgare e facile all'ira, ma incredibilmente generoso. I regali che mi ha fatto, nel corso degli anni, hanno spesso fatto infuriare entrambi i miei genitori ed hanno sempre deliziato e sorpreso me.
L'altro nonno, quello che sono in questi ultimi giorni ho scoperto non essere affatto mio nonno, Rodolfo, si è sempre tenuto ben in disparte, come una figura sullo sfondo, e non mi ha mai dedicato particolari attenzioni o premure. Dopo aver letto, mi domando se quello non fosse semplicemente il massimo che era in grado di fare. Non che la sua lingua tagliente ed il suo modo di fare mellifluo abbiano mai fatto nascere in me  particolari curiosità; sapevo che era il padre di mia madre e che lei era decisamente più tranquilla quando lui non era presente e tanto mi bastava. Non ricordo di essermi mai seduto sulle sue ginocchia, né di aver mai giocato accanto a lui, come invece tante volte è successo con i genitori di mio padre. Nonno Dolfo, come si è sempre chiamato per me, non era altro che una saltuaria presenza che si palesava nelle occasioni in cui si riuniva l'intera famiglia, di solito semidisteso con fare languido alla portata degli orecchi della nonna.
Sono felice di poter dire, invece, che mio padre riuscì ad imbastire un qualche genere di rapporto con nonno Lucio, negli anni, e che li ricordo, quando ormai la vecchiaia aveva cambiato in un bianco argenteo i capelli paglierini del nonno, come buoni amici, quasi camerati. Conservo un ricordo confuso di me stesso che corro incontro ai nonni, una mattina di primavera, forse a pasqua, gridandogli 'Ciao, vecchio!' come mi aveva insegnato mio padre, nella ferma convinzione che gli avrebbe fatto un gran piacere sentirsi chiamare a quel modo.
La risata sguaiata di mio padre, che, quando scoppiava, era davvero contagiosa come scrive mia madre, ci raggiunse fino in strada e continuò tanto a lungo da lasciarlo senza fiato, sotto la granuola di insulti del nonno.
Quando rideva, mio padre sembrava dieci anni più giovane e incredibilmente diverso, il genere di persona in grado di fare festa per l'intera nottata ed organizzare scherzi complessi, piuttosto che il rigido studioso che era di norma. Avrei voluto poter essere suo amico, quando lo vedevo ridere a quel modo, ed accadeva piuttosto di frequente, ad onor del vero, mentre lo vidi piangere una volta soltanto.
Dovevo essere davvero molto piccolo, perché era prima mattina, ma non c'era alcun pensiero di scuola nella mia mente. Pensavo ai cartoni animati che Dora mi avrebbe lasciato guardare, se mi fossi comportato bene, mentre i miei genitori erano al lavoro ed avevo una certa fretta che se ne andassero, proprio per poter scappare in cucina ad implorarla di accendere il televisore. Andai a vedere cosa tratteneva papà, che di solito era la puntualità personificata, e lo colsi nel suo studio, la guardia abbassata, solo. Coi gomiti sul tavolo e la fronte appoggiata alla base dei palmi, piangeva quieto, in silenzio, lasciando che le sue lacrime gocciolassero fin sul sottomano color crema che gli aveva donato mia madre al suo ultimo compleanno. Non si accorse nemmeno del mio ingresso, tanto che quando parlai lo vidi sussultare bruscamente.
"Papà, perché piangi?" Gli chiesi senza giri di parole. Si umettò le labbra a disagio. Forse cercava di decidere cosa rispondermi.
"Perché è morta una persona che conoscevo." Mi rispose alla fine.
"E io la conoscevo?" Chiesi ancora, per nulla sconvolto. Non credo che la parola 'morte' avesse per me, a quell'epoca, un qualche significato. Lui scosse la testa.
"No, piccolo. Non l'hai mai vista."
"E come si chiama?"
"Si chiamava" mi corresse con gentilezza mentre si puliva la faccia "si chiamava Stella. Tanto tempo fa, prima che tu nascessi, eravamo...eravamo molto amici." Mi arrampicai sulle sue lunghe gambe ossute e mi sistemai contro di lui, cercando, a modo mio  di consolarlo. Ricordo che ero un po' spaventato dalla vista di mio padre in lacrime.
"Perché è morta, papà?"
"Perchè si è addormentata in acqua ed è scivolata sotto. E sott'acqua non si può repirare." Mi spiegò lui con infinita pazienza. Annuii dubbioso. Non volevo fargli altre domande, ma mi chiedevo come diavolo facesse una persona ad addormentarsi dentro l'acqua. Mi sembrava una cosa incredibile, ma lo tenni per me.
Lo sentivo trarre conforto dalla mia presenza come spesso io lo traevo dalla sua e quella sensazione mi fece sentire felice, utile. Dopo pochi minuti, mi rimise a terra, facendo i scivolare dalle sue ginocchia, e mi mise le mani sulle spalle.
"Non glielo dire, alla mamma, che mi hai visto piangere, per favore. Tieni il segreto, Alle, vuoi?" Annuii, completamente dimentico dell'argomento della nostra discussione, sentendomi riempire di piacere alla fiducia che mi dimostrava condividendo un segreto con me. Se qualcosa pensavo della sua richiesta, devo aver creduto che non volesse far sapere a mia madre di aver pianto e non certo che il punto fosse il motivo di quelle lacrime. Mi gratificò di uno dei suoi rari sorrisi complici ed uscì dalla stanza, senza chiedermi di fare lo stesso. Lasciò la porta aperta, quel giorno, donandomi il permesso implicito di entrare ed uscire a mio piacimento, anche in sua assenza.
A ripensarci ora, rivedendo i miei ricordi alla luce di quanto ho appreso dagli scritti di mia madre, deve avermi amato con tutto se stesso e deve essere stato un duro colpo, per lui, qua do, una volta fatto il mio ingresso nell'adolescenza, iniziai come ogni ragazzino a diventare insofferente alla sua presenza ed ai suoi consigli.
Per molti anni, ho tentato in ogni modo di scatenare una sua reazione violenta, di indurlo a confrontarsi con me, in un modo o nell'altro, cosa che non accadde mai, senza per questo far sì che io demordessi.
Ero cresciuto con un uomo che non era in grado di sopportare nemmeno il più piccolo spostamento negli oggetti che lo circondavano e divenni, per reazione, orgogliosamente disordinato. L'avevo visto sempre perfettamente abbigliato, senza mai una piega, nemmeno sulle vecchie felpe che usava di preferenza quando giocherellava con le sue motociclette, ed iniziai ad andare in giro acconciato come un senzatetto, talmente scalcinato da indurre le famiglie di almeno un paio di miei conoscenti a chiedere loro di evitare di frequentarmi.
Era una ribellione da poco, ridicola perfino, che si fermava ai banchi di scuola, dove essere meno che inappuntabile mi avrebbe fatto incorrere nelle ben più temute ire di mia madre e nella rigorosa doccia quotidiana, cui non avrei rinunciato per nulla al mondo, salvo poi rivestirmi dei miei abiti stazzonati.
Non riuscii mai ad indurlo ad un urlo di rabbia, ad una mala parola nei miei confronti. Quando la discussione fra noi si faceva troppo accesa, alzava entrambi i palmi verso di me e, senza aggiungere una parola, quale che fosse la mia provocazione, andava a rinchiudersi nello studio, restandoci anche per ore intere. Era mia madre a decretare il cessate il fuoco: dopo aver calmato le miei ire furibonde, a volte con dolcezza ed altre con durezza, scendeva al piano terra ed entrava nello studio, dove li sentivo parlare a lungo. Ne usciva sempre insieme a lui ed ora sono consapevole che, finito di scontrarsi con me, andava ad assorbire su di sé tutta la rabbia che dovevo aver provocato in lui, per lasciarci liberi di parlare con calma, senza trascendere. Anche lei deve averci amati moltissimo, per ripetere questa sicuramente sgradevole trafila tutte quelle volte, senza mai levare un solo lamento.
Sono certo periodi della vita che noi tutti ricordiamo con un certo imbarazzo, ma c'è un motivo particolare per cui desidero soffermarmi su quegli anni, ed è che uno di quei plateali episodi di demenza adolescenziale finì per cambiare il corso stesso della mia vita.
Mia madre era fuori per un pomeriggio con le amiche, che nel suo caso significava passare qualche ora di relativa tranquillità perdendosi in chiacchiere con Elena, la moglie di zio Andrea, e Viola.
La casa avrebbe dovito essere tutta mia, perché mio padre era, come di rigore, impegnato in uno dei tour de force che caratterizzavano il suo lavoro a quell'epoca, quando io avevo quindici anni. Nulla avrebbe potuto rendermi più felice. La mia ragazza era nel bel mezzo di una profonda crisi di tristezza ed avevo un mezza idea di approfittare della scusa di consolarla per ottenere un tornaconto più carnale.
Ero felice comunque di vederla, la amavo molto, ma stavo attraversando una fase della mia vita che non mi concedeva di dimenticare la presenza del mio corpo nemmeno nei momenti più lirici.
Carlotta era seduta sul mio letto, quasi in lacrime, e stava tentando di ragguagliarmi sulla causa di tanta agitazione, quando, improvvisa ed imprevista, la voce di mio padre risuonò nell'ingresso di casa. Parlava a voce alta, convinto forse che fossi, come al solito, rintanato con le cuffie nel mio mondo personale. L'altra voce non tardò a farsi sentire: era Andrea Vasirani, il più caro dei suoi amici.
"Andre, ascolta, sono ragazzi, è normale che siano un po' matti. Tu pensa che ieri, dico, ieri Alle mi ha detto che gli sto sui coglioni e gli devo stare lontano." Si percepiva una sfumatura di astio in quelle parole che mi lasciò vergognoso. Il ricordo bruciante della mia ultima litigata a senso unico attraversò la stanza filtrando attraverso la porta.
"Ho capito, socio, ma la ragazzina ha esagerato. Insomma, le ho dato una bella notizia, hai presente? Bella. Tu dimmi chi cazzo può reagire facendosi venire una crisi isterica perché la portano in vacanza, spiegami." I passi cadenzati di mio padre, che avevano accompagnato tutto il dialogo, si fermarono di botto. Io e Carlotta ci scambiammo uno sguardo silenzioso. Era lo stesso argomento su cui avevo finito per gridare, il giorno precedente con mio padre.
"Aspetta, frena. Ha dato di matto perché andate in vacanza?"
"Si. E adesso ho controllato e non è a casa." Avvertii una nota di disperazione nella voce di Andrea. "E dove può..."
"Andre, ha iniziato a incazzarsi prima o dopo che le hai detto che quest'anno le vacanze le facciamo separati?" Era abitudine, da sempre, che le nostre famiglie andassero in vacanza insieme.
"Ma cosa c'entra, scusa?"
"Prima o dopo? Concentrati, spremi quel tuo cervellino."
"Dopo." Sospirò Andrea. "Adesso mi spieghi per quale motivo..." Fu rapido. Solo il tempo di sentire i passi sulle scale e la porta della mia stanza si spalancò di colpo. Mio padre mi guardò. Ci guardammo a lungo.
"Da quanto tempo va avanti questa storia?" Mi chiese con una calma irreale.
"Papà, non so di cosa parli." Chiuse gli occhi per un secondo.
"Ho chiesto: da quanto tempo?" Boccheggiai. Fu Carlottaa rispondere per me.
"Non lo sappiamo, zio. È sempre stato così." Vidi distintamente i peli sottilo delle sue braccia rizzarsi nel breve attimo che precedette l'arrivo di Andrea.
"Carlotta!  Cosa fai qui? Che storia? Di che storia stiamo parlando?" Istintivamente mi portai davanti a lei, in un gesto di protezione antico come il mondo, e tutto fu chiaro. Andrea, la persona che avevo imparato a chiamare 'zio' fin da quando ero in grado di parlare, si imbestialì al punto da mettersi a gridare con quanta voce aveva in gola. "No! No, no, non se ne discute! Fuori da qui, tu! Fuori! E guai se ti rivedo...aspetta che lo sappia tua madre!" Stupendomi, mio padre si frappose fra noi e lui. Ci protesse, alzando i palmi aperti verso Andrea.
"Calmati, non fanno niente di male. È vero, che non fate niente di male?" Fummo svelti ad annuire.
"Non me ne frega un cazzo! Tuo figlio non la tocca, alla mia bambina!" Tuonò l'altro.
"Andre, calmati."
"No che non mi calmo! Non voglio che lo veda mai più, mi hai sentito? Carlotta, fuori da lì!" Mio padre scosse la mano in un gesto distratto, invitandola a restare, e si voltò di nuovo verso l'amico.
"Vasirani, datti una calmata. Sono due ragazzi e se si vogliono bene non c'è niente di male. Va bene? Capisco che per te è la tua bambina, ma stai sragionando, adesso." Andrea spalancò gli occhi.
"Lei non ci va, con tuo figlio, e basta!" La posizione di mio padre cambiò leggermente, da una posa conciliante ad una minaccia. Fu un qualcosa nel modo di tenere le spalle che nemmeno ora saprei definire, ma non di meno colsi.
"E cosa avrebbe mio figlio che non va, se è lecito sapere? Alessandro è un ottimo ragazzo. Migliore di molti altri." Perfino la sua voce era cambiata, dal tono calmo di poco prima ad uno pericolosamente lezioso.
"Non discuto sul ragazzo, Dario. L'ho visto nascere, lo sai, non ho niente contro di lui. Ma è figlio tuo."
"E quindi?"
"E quindi c'è il rischio che sia uscito come te, se proprio vuoi che te lo dica, va bene? Non si trasmette, per caso, quello che hai tu? E se un bel giorno gli dà di volta il cervello e lei è lì? Cosa facciamo?" Mio padre si irrigidì e impallidì. Avevo sempre saputo che doveva prendere delle medicine e che in passato era stato male. Sapevo che la sua malattia non era una malattia del corpo, ma non mi era mai passato per la mente che qualcuno potesse essere trattato a quel modo per il solo fatto di non essere sano e mi apparve una mostruosità, né più né meno che maltrattare qualcuno perché aveva il diabete, o la vitiligine, o che so io.
In quegli anni ero sempre arrabbiato, per un motivo o per l'altro. Spesso non mi sentivo altro che un sottile involucro che conteneva a stento una venefica mistura di rabbia e confuse pulsioni fisiche. In quel momento, avvertendo il silenzio di mio padre, vedendolo a quel modo, sentendo Carlotta singhiozzare piano al mio fianco, tutto quel furore si condensò in un unico flusso diretto ad Andrea. A passo deciso mi frapposi fra lui e mio padre come mio padre aveva fatto fra lui e me e lo guardai negli occhi. Mi mancava ancora qualche centimetro per essere alto come lui, ma veramente pochi.
"Mio padre sarà anche malato" dissi, contenendo a stento la voglia di urlargli in faccia "ma ci sono delle medicine per quello che ha lui. Per chi è tanto vigliacco da trattare così un amico e da dire certe cose a lui e non a me, me tre io sono qui, invece, non c'è rimedio." Sentivo il battito del cuore insinuarsi nella mia voce, rendendola tremula dove io l'avrei voluta ferma, e per attutirlo rallentai nel parlare, fin quasi a sillabare le parole. Andrea mi fissava attonito, senza ribattere. Probabilmente dovevo apparire tanto simile a mio padre al tempo in cui lui l'aveva conosciuto da ammutolirlo, ma, non sapendolo, presi il suo silenzio solo come un invito a continuare. "Adesso tu puoi anche portarla via, Carlotta. Ma se pensi che smettiamo di vederci, allora non hai capito niente. Posso aspettare anche degli anni, ma l'unica persona che può mandarmi via dalla Carlotta è la Carlotta, non tu. Lei." Fu a quel punto che me la ritrovai di fianco, senza sapere come.
"Almeno zio Dario lo sa, che non facciamo niente di male." Disse a suo padre con una voce infinitamente più calma della mia. "Alla fine è una persona migliore di te." Sentenziò sicura.
"Molto migliore. E mica solo di te, caro Andrea. Di un bel po' di gente, sano o mica sano. E io sono felice, se gli assomiglio, mi hai capito? Felice." Mio padre, alle mie spalle, grugnì quello che sembrava un assenso e poi ruppe la nostra formazione per uscire dalla stanza.
Furono le nostre madri, la mia e quella di Carlotta, a sistemare le cose ancora una volta e lo fecero con tanta perizia e tanta rapidità che di quell'episodio non rimase nemmeno un aneddoto da raccontare alle feste.
Non seppi mai come fecero, ma io e Carlotta continuammo a frequentarci, anche se con l'obbligo di tenere la porta aperta quando eravamo soli nella stanza. A dire il vero continuiamo tutt'ora: siamo sposati da quasi sei anni, ormai, e presto arriverà il nostro secondogenito.
Quella stessa sera, prima di dormire, andando in bagno al buio per non attirare le zanzare, sentii i miei genitori parlare a bassa voce nella loro stanza.
"Mi ha difeso, ti rendi conto? Mi si è piazzato davanti come facevi tu da ragazzini!" Diceva mio padre.
"Ti vuole bene, scemo di guerra."
"Mi sa di si. Allora non gli sto sui coglioni, no?"
"Direi di no, Darietto. Direi proprio di no."
Feci il possibile per non palesare la mia presenza. Era tanto evidente la gioia nella voce di mio padre e l'amore in quella di mia madre, che ebbi l'impressione di aver assistito a qualcosa di troppo intimo per poterne parlare mai.
Quando arrivai all'età adulta, i rapporti fra noi ritornarono a distendersi, come accade quasi sempre, in quasi tutte le famiglie.
Ho scelto una strada diversa dalla loro, finendo per lavorare nell'ambito dell'istruzione, ma ho sempre avuto il loro sostegno, nonostante le mie scelte non soddisfacessero a pieno le ambizioni di nessuno di loro due e di questo li ringrazio.
Amo il mio lavoro e, in più di un senso, sono stati loro a donarmelo. Non ho mai più avuto serie difficoltà con mio suocero, ma ho smesso molti anni fa di chiamarlo 'zio', al contrario di Elena con mio padre. Ora sono a mia volta un padre orgoglioso e un uomo tranquillo, anche se, alle volte, Carlotta mi rimprovera un'eccessiva pignoleria.
Mia madre, che ha serenamente trascorso la sua vita fra i libri ed ha acquistato una grande fama di cui si è sempre beatamente infischiata, ha conservato questi fogli per tanti anni che io credo fosse sua intenzione renderli un libro. Non penso che esista omaggio migliore per chi, come lei, ai libri ha dedicato la vita di cercare di realizzare questo suo desiderio.
Ora che Dario e Beatrice, amatissimi genitori, nonni affettuosi e anime innamorate non sono più fra noi, il mio gesto per ricordarli sarà fare si che viva la loro storia.

mercoledì 10 giugno 2015

69

I pochi giorni che ancora passarono in ospedale furono scanditi dalle visite continue dei loro amici. Si presentarono a ripetizione, susseguendosi in un ordine che sembrava quasi stabilito da un ruolino di marcia, come se avessero deciso di far passare loro da soli meno tempo possibile.
Andrea, cui erano state consegnate, a suo tempo, le chiavi di casa perché potesse nutrire ed accudire Swiffer, passò una prima volta, quasi danzando sulle punte dei piedi per l'eccitazione, nella mano destra un enorme, incongruo mazzo di palloncini dorati su cui campeggiava a lettere dai colori vivaci il nome di loro figlio, per, come disse lui, 'assicurare all'erede che non l'avrebbero lasciato solo con quei due pazzi'. Si fermò a lungo di fronte alla piccola, spartana culla messa a disposizione dal nido. Osservava Alessandro, che pareva fissare il soffitto impegnato nell'arduo compito di far entrare le nocche del pugno in bocca, mentre Dario, silenzioso ed immobile come un'ombra, fissava lui.
La testa scura e ricciuta di Andrea si protendeva sul bambino, come se volesse memorizzarne ogni tratto, studiarne ogni dettaglio, mentre il capo  di un biondo di oro sbiadito di Dario, gettato quasi all'indietro, ruotava lentamente passando il suo sguardo da un occhio all'altro. Beatrice li sorvegliava seduta sul letto, curiosa di vedere che esito avrebbe avuto quel duplice esame. Aveva tutta l'intenzione di lasciarli scornare fra loro, se si fosse rivelato necessario, senza intromettersi a meno che non venissero presi dal ghiribizzo di menare le mani. In quel lasso di poco più di ventiquattro ore, la sua opinione su Dario aveva subito un notevole mutamento e, per la prima volta da quando, ancora prima che entrambi imparassero a leggere, l'aveva accolto nel suo letto per consolarlo delle angosce della giornata, si ritrovava a vederlo forte della forza di una muraglia, inamovibile ed impervia agli attacchi.
Era come se d'un tratto si fosse svegliata da un lungo sogno e si trovasse accanto un uomo, al posto del bambinetto tutto ginocchia a ccanto a cui si era addormentata tanti anni prima. Nel profondo del suo cuore un animalesco senso di orgoglio andava gettando rigogliose radici. Avrebbe voluto vederlo, qualcuno con coraggio e stupidità sufficienti da sfidare il suo uomo. Vedere quello e poi sedersi tranquilla a godersi lo spettacolo che ne sarebbe seguito. Riguardò Dario, le braccia conserte sul petto e il mento puntuto che si protendeva come un rostro, e si sentì fiera di lui, del contegno che mostrava e dell'implacabile sorveglianza che tributava a loro figlio. Mentre lei formulava questi pensieri, Andrea alzò finalmente il capo. Un vago sorriso stupito lo faceva apparire ancor più giovane del solito.
"Allora, socio, sembra che una volta tanto tu abbia fatto qualcosa di fatto bene, eh?" Disse a Dario. "Ah, no, scusa, è vero, è stata la cuginetta a fare il lavoro. Tu qui hai solo dato il calcio di inizio." Lo canzonò poi. Si avvicinò a Beatrice per posarle la guancia contro la guancia, nell'imitazione formale di un bacio. Dario sciolse la sua immobilità e si portò vicino a loro con un paio di lunghi passi dinoccolati. Sorrideva per metà, come spesso gli accadeva quando era tranquillo, la metà della bocca segnata dalla cicatrice che restava più in basso dell'altra. Lo sfiorò appena sulla spalla, senza veramente toccarlo.
"Risposta corretta, faccia di cazzo. Una volta tanto, ne è uscito un lavoro fatto allo stato dell'arte."
Mentre loro si scambiavano battute sciocche a mezza via fra l'insulto e il complimento, Alessandro iniziò a protestare, avendo trovato che le nocche della mano destra non erano affatto di suo gradimento. Beatrice li lasciò dire e prese il bambino. Volse loro la schiena e lo accostò al suo petto, dopo aver scostato i lembi della casacca a scoprire il piccolo seno, che ora era rigonfio e turgido per la montata del latte. Il piccolo trovò il capezzolo dopo un paio di tentativi e iniziò a calmarsi, preso nel gravoso compito di nutrirsi.
Le sue mani minuscole, aperte come le più rosee stelle marine, affondavano nella pelle delicata del petto di Bea, come cercando senza requie qualcosa che non trovavano mai; Bea lo fissava, incapace di fare altro, in quei momenti, niente altro che non fosse il guardarlo con tanta attenzione da farsi bruciare gli occhi fino alle lacrime ed iniziare a percepire, lentamente ma chiaramente, il senso di legame nuovo che si adava creando fra loro. Non era più una pancia sporgente, quella, non era più una parte di lei, ma una persona, minuscola ed intatta e completa, di cui andava scoprendo, ad ogni giorno ed ogni ora, infinite caratteristiche. Si rese conto che Dario aveva accompagnato Andrea fuori della stanza solo quando riadagiò il bambino, sazio ed addormentato, nella sua culla.
Fu uno dei pochi momenti in cui Dario si allontanò da loro, quella sigaretta passata a chiacchierare con Andrea mezzo dentro e mezzo fuori da una delle numerose uscite dell'edificio.
Non riusciva a lasciarli, nemmeno per un minuto. Passò la prima notte accanto a Bea, dividendo il cuscino coi suoi ricciolo scuri che sembravano protendersi affamati verso il suo viso, il corpo in precario equilibrio sul sedile di legno impiallacciato della sedia riservata agli ospiti. La mattina dopo sentiva dolore in muscoli che aveva sxordato di avere da talmente tanto tempo da acxogliere le loro proteste con una sorta di affettuoso stupore, lo stesso che si riserva ad amici scomparsi da tempo, ma non gli importava. Non poteva lasciarli, non dopo la visita che avevano ricevuto alle prime luci della notte in cui era nato Alessandro. Se i loro genitori fossero tornati, pronti a deturpare l'equilibrio fragile che andava appena germogliando fra loro, sentiva che il suo posto sarebbe stato lì. Il personale sembrava intenerito dalla sua assidua presenza e nessuno gli chiese di andarsene durante la notte, ma, anche se l'avessero chiesto, non avrebbero ottenuto altro che un netto rifiuto. Nessuno sarebbe riuscito a mandarlo via, a meno di usare la violenza.
Beatrice gli appariva come assente, debole come un gattino appena nato, e sarebbe stato fin troppo facile, in un momento del genere, avere ragione del suo spirito, che di norma era fin troppo focoso, fino a farle male sul serio. Era perfino silenziosa, accadimento senza precedenti, nella memoria di Dario, a meno di non calcolare lo sfortunato periodo che era seguito all'incidente in moto dei suoi sedici anni.
Per quanto riguardava il piccolo, con quel termine lo pensava e non altri, non per nome, sempre e solo 'il piccolo ', per una qualche ragione che nemmeno si prese mai la briga di domandarsi, era dotato di fascino sufficiente a tenerlo avvinto per ore, assorto nell'unico compito di osservarlo. Iniziava a dimostrare, appena arrivato com'era, un certo carattere. Era molto determinato, ad esempio, e per nulla facile alla resa, notava Dario con lemozione di un etologo che studi una spece sconosciuta, e non piagnucolava tanto spesso quanto gli altri bambini del reparto. Passava invece una buona quantità del suo tempo ad esplorare, coi mezzi a sua disposizione, quel luogo che a lui doveva apparire alieno quanto la superficie di un altro mondo lo sarebbe apparsa ad un adulto qualsiasi. Le sue piccole dita erano quasi sempre chiuse a puno, ma questo non impediva alle sue mani di muoversi, toccare il viso, cercare la bocca, soffermarsi sulla mano di lui quando gliela posava addosso per il solo piaceredi sentire la vita di suo figlio scorrergli sotto il palmo: il respiro breve e profondo, la consistenza tenera, il lieve calore che emanava gli davano conforto.
Dopo la prima notte, le infermiere fecero apparire accanto al letto di Bea una sedia più comoda, con un alto schienale imbottito, e lui dormì meglio.

La seconda visita di Andrea, il giorno precedente il loro ritorno a casa, fu unoccasione di festa. Aveva trovato il tempo di dare un passaggio a Dora che, nonostante le sue migliori intenzioni, non era ancora riuscita a vedere Alessandro.
La donna entrò nella stanza con aria incerta, quasi timorosa. Un sorriso timido la riportava indietro con gli anni, dando un'idea della ragazza discreta e dolce che doveva essere stata. Entrambi si alzarono per andarle incontro, Bea accettando un aiuto di Dario per staccarsi dal letto. "Dodo, ciao." La salutò lei per prima.
"Signorina, Beatrice, scusa se non sono venuta prima. Non ho potuto." Bea scosse la testa.
"Nessun problema, Dodo. Non scusarti. Siamo felici di averti qui." Dario si sporse appena in avanti e le strinse dolcemente il braccio con la mano.
"Dora, ti vogliamo presentare una persona." Le disse serio e composto, come se si trattasse di un incontro ufficiale. Scoccò un breve sguardo a Bea, che annuì gratificandolo di un sorriso.
Dario si voltò rapido e si avvicinò alla culla. Alessandro giaceva ad occhi aperti, silenzioso, apparentemente cercando un buon modo per scalciare l'aria, senza ottenere grande successo. Lui lo prese fra le mani, tenendo i palmi accosti come a prendere un gattino, e lo posò con calma fra le braccia di Dora.
"Lui è Alessandro, Dora." Le disse solenne.
"È il nostro bambino." Chiosò Beatrice, a beneficio di eventuali dubbi che fossero sorti.
Dora parve esplorarlocon gli occhi. Le sue iridi marrone, calde come il colore dell'autunno, si posarono su ogni dettaglio della fisionomia del nuovo venuto. Mano a mano che il suo sguardo scendeva, passando dal capino implume agli occhi celesti, dal piccolo naso ancora ricagnato alla bocca piena e rosata, sembrava essere sempre più felice.
"Eri più piccolo di così, la prima volta che ti ho tenuto, Dario. Sembra anche più robusto di te. Quanto pesa?"
"Quasi quattro chili " Sospirò Bea. "L'ostetrica dice che è per questo che è arrivato prima. Al nido lo chiamano 'il vitellino'. Non che la cosa mi renda felice."
"Già." Commentò Dario pensoso. "In fondo, questo farebbe di te una vacca, giusto?" Gli pcchi di Dora, che si stavano riempiendo di commozione, si spostarono su di lui, improvvisamente carichi di riprovazione.
"Non ti permettere. Abbi rispetto per la madre di tuo figlio!" Dario sgranò gli occhi e tese i palmi.
"No, dicevo solo..."
"Dicevi troppo." Beatrice non fu in grado di reaistere oltre, presa fra l'espressione scandalozzata dell'una e quella di colpevole stupore dell'altro, e scoppiò a ridere, tanto forte da doversi appoggiare alla spalla di Dariocon una mano, mentre con l'altra si circondava, abbraciandosi come se temesse di spezzarsi in due. E davvero le sembrava che il suo intero corpo avesse perso coesione, che lo sforzo di spremersi fuori un'altra vita l'avesse resa inconsistente come l'acqua. Non si rese conto che era la prima, vera risata, la prima espressione di una qualsiasi emozione che le sfiorasse il viso dal momento in cui aveva capito che il momento era giunto e il bambino stava arrivando. Fu come lo spezzarsi di una diga e dopo il riso vennero le lacrime, e ci furono sussurri di comprensione, e le braccia forti di Dario atrorno a lei che la aiutacano a tornare sul letro, e le mani fresche di Dora che la accarezzarono sulla fronte e sui capelli, e in poco tempo si addormentò, il suo primo sonno profondo e senza sogni dall'arrivo di Alessandro, che la trascinò con sé evitandole la vergogna di dover giustificare il suo comportamentoda folle isterica, senza darle il tempo di far notare a Dario quello che era spicxato ai suoi occhi come un'incongruenza madronale, una macchia nera su di un lenzuolofresco di bucato: tutto quel bailamme, tutta quella agitazione e quella selva di sussurri e quell'onda di premire ed Andrea, solo e silenzioso, che si appoggiava al muro accanto allostipite della porta, premendoci la schiena sopra tanto forte che pareva volesse infiltrarsi nell'intonaco attraverso la vernicelucida industriale. Andrea che non disse una parola, limitandosi ad osservare tutto con grandi occhi cerchiati di scuro, senza l'ombra di un sorriso.
Per quanto quell'immagine le balzasse alla me te come prima cosa al suo risveglio, qualche ora più tardi, e per quanto si arrovellasse cercando di decidere se parlarne o meno a Dario, l'anomalia del comportamentodi Andrea non era passata inosservata.
Sempre al suo posto, e sentendosi stranamente consolato, rassicurato, dallo scoppio emotivo di Bea, Dario era preoccupato per l'amico e non mancò di cercarlo. Quando l'altro non rispose, provò con Elena e, quando nemmeno lei lo degnò di una parola, con Liliana. Quando nemmeno Liliana alzò il telefono, si consolò pensando che l'avrebbe visto il giorno successivo, al loro ritorno a casa.
Pensava a quel momento con un sensomdimgioia e di timore insieme. Nonnriusciva ad immaginare in che modo sarebbe cresciuto un bambino, una qualsiasi persona, nella loro casa. A cosa avrebbe giocato? E con chi? In che modo, con che occhi li avrebbe guardati,chiamndoli padre e madre?
Faticava a non associare quei nomi ai volti dei suoi genitori, ma gli unici ricordi che gli si presentavano agli occhi della mente sembravano essere quelli in cui loro eranoarrabbiati, o freddi, o ancora impegnati in qualche altra cosa. Sapeva per certo di essere stato coccolato e vezzeggiato fin quasi all'eccesso da sua madre, ma non riusciva a ricordare il suo viso in quei momenti, così come sapeva che suo padre doveva aver scherzato con lui, qualche volta, ma non ricordava il suo sorriso.
Con la testa addormentata di Bea sul petto, Dario espresse a mezza voce ed in frasi smozzicate alcuni di quei dubbi a Dora, che gli accarezzò a lungo il dorso della mano, prima di parlare.
"Ci vorrà ancora tanto tempo prima di queste cose, Dario. Tanto tempo, e lui vorrà solo le carezze, le smorfie ed essere pulito, asciutto e sazio. Hai tempo per imparare tutto. Come lui." La sua mano che lo accarezzava portò con sé ricordi migliori dell'epoca in cui arrivava a stento al tavolo: ricordi in cui era contento, in cui lo stesso gesto era stato fatto raccontando una storiella con la medeaima voce paziente e cantilenante che ora lo invitava a darsi tempo. Ricordava di aver ricevuto frutta di contrabbando nella cucina assolata e scapellotti che gli arruffavano i capello senza fargli alcun male, ma lasciandolo in uno stato di contrizione prossimo alle lacrime e, ancora, di come quelle stesse lacrime fossero state consolate in un abbraccio soffice che avvolgeva e cullava, cancellando ogni colpa. Si rese conto, con un velodi stupore, che nei suoi ricordi di bambino sembrava essere sempre estate, un'unica, eterna, gloriosa estate senza fine, e fu felice che suo figlio fosse nato in tempo per vedere l'ultimo palpito di quella stagione. Annuì a Dora.
"Ma se dovessi sbagliare...dico sbagliare seriamente, tu, per favore...per favore, Dora."
"Io te lo dico. E se tu non mi ascolti, allora ti picchio con lo strofinaccio." Dario abbozzò un sorriso stringendo al contempo Bea un po' più forte, facendosene scudo senza rendersene conto.
"Come se tu fossi mai riuscita a prendermi." La canzonò. Lei schioccò delicatamente la lingua.
"Tu invecchi, io faccio esperienza." Si sorrisero, nella quieta penombra.

Quando tornarono a casa, lo fecero, volutamente, senza darne l'avviso a nessuno. Preferivano entrambi vivere quel momento da soli, loro tre, come una sorta di cerimonia privata.
L'attimo di sospensione creato dall'ambiente estraneo spariva, lasciando spazio a quella che sarebbe stata la loro nuova normalità.
Dario avvertì gli amici di non pasarli a trovare mandando loro un messaggio dall'auto, quando erano già quasi a casa. Presero il seggiolino corredato di Alessandro dormiente dal sedile posteriore, salorono gli scalini e fecero in tempo ad estrarre le chiavi, prima che la porta sui aprisse loro in faccia. Andrea sbandierò davanti ai loro occhi il display del cellulare.
"Secondo voi noi comuni mortali non lo sappiamo, quanto tempo si rimane ricoverati per un parto? Siamo tutti una  manica di cretini tranne voi?"
"Bello vederti, Vasirani. Parla piano, se svegli l'erede mi incazzo." Dario fece strada ed entrarono. Erano tutti lì, dal primo all'ultimo, nella casa ripulita e riordinata da cima a fondo dalle loro mani affettuose, con la dispensa e il frigorifero inzeppati fino al collaso, quasi che dovessere affrontare una carestia, e tutti con laria di avere in serbo almeno un'altra sorpresa.
Beatrice sospirò e scoccò a Dario un'occhiata in tralice. Lui si strinse appena nelle spalle, in un gesto di impotenza.
"Se avete finito la comunicazione telepatica, cuginetti, vi avremmo preparato una sorpresa. Un regalo per l'erede, qui."
"Tipo?" Andrea sbuffò.
"Di qua, simpaticazzone." Lo apostrofò iniziando a salire le scale. "Dato che vi eravate sprecati per la camera del bambino e lavevate allestita, oh, immagino con impegno, eh? Ma in stile foiba, abbiamo pensato di fare qualcosa. Sai, tanto per dargli una speranza di riuscire normale." Bea lo seguiva con un po' di fatica, ascoltando preoccupata il tono tagliente di Andrea. Le parole erano le stesse di sempre, certo, parole scherzosamente dure, ma il tono non aveva nulla di scherzoso.
"Andrea, cosa ti è successo?" Gli chiese. Lui la ignorò e pro cedette fino alla porta della stanza che era stata di Isabella. Avevano deciso di darla ad Alessandro, che era lunico a potersela godere senza ingombranti bagagli di ricordi da sistemare. Dario e Beatrice l'avevano sistemata tentado di essere semplici ed essenziali. Era tutta bianca, la stanza del loro bambino, quasi una replica dello studio del padre, e azzurri come il cielo i tessuti, di modo che, ad entrarvi, si aveva quasi la sensazione di essere inghiottiti da una nuvola. Quella su cui aprì la plrta Andrea era un'orgia di colori contrastanti, punteggiata dai visi allegri e perfino leggermente maniacali di gattini, cagnolini, orsetti e paperelle che decoravano le pareti dai colori differenti, il tutto sovrastato e sorvegliato dalla mole di un monumentale orso di peluches che, seduto solo, occupava per intero l'angolo formato da due muri. Qualcuno di mo,to paziente aveva colorato ogni singola sbarra del lettino originariamente candido con una diversa tonalità pastello.
Beatrice deglutì e fece un passo verso Dario, fermandosi a metà contro la sua spalla, dato che anche dario aveva fatto la stessa cosa. Si guardavano intorno smarriti, sentendosi a disagio sotto gli sguardi di tutte quelle bestiole sproporzionate ed antropoidi.
"Beme, vedo che apprezzate. La pittura bianca e il rullo per disfare il lavoro sono in garage, affari vostri." Dario si voltò lentamente ed inclinò la testa da un lato.
"Sul serio, Andre, cosa ti succede, si potrebbe sapere?"
"Niente mi succede, va bene? È solo che qui tutti si impegnano per vpi e voi, come al solito..."
"Dov'è Elena?" Gli chiese a tradimento Beatrice. Il colpo andò a segno e il viso di Andrea si scompose, mostrando lo smarrimento profondo,  al limite del pianto, che si celava sotto la sua inusuale durezza.
"È a casa, non si sentiva bene." Rispose. Bea fece d'istinto un passo verso di lui.
"Oddio, niente di grave, spero?" Andrea esitò. Gli tremava appena il labbro inferiore, cime ad un bambino che stesse coraggiosamente trattenendo il pianto.
"No, grave no. È incinta." I suoi occhi cercarono quelli di Dario e in essi non c'era che una profonda paura. "Ti rendi conto? È incinta. E io che cazzo faccio, adesso?"
Dario teneva ancora in mano il seggiolino su cui dormiva il piccolo e a quella domanda si girò per posarlo al centro del lettino. Il suo viso era una maschera di serietà quasi pedante.
Si volse verso Andrea con le narici che palpitavano appena ed una rugafra le sopracciglia, con tutte le migliori intenzioni di essere d'aiuto, ma, quando aprì la bocca, lunica cosa che ne uscì, inarrestabile, incoercibile, fu una lunga risata gufesca, tanto forte da costringerlo a piegarsi in avanti, posando le mani sulle cosce.
Mentre le parolacce di Andrea volavano nell'aria satura di colori della stanza, mentre Alessandro vagiva infastidito del rumore,  Beatrice finì per essere contagiata a sua volta dall'assurdità della situazione e mettersi a ridere anche lei, appoggiando la schiena al muro.
Di sotto gli ospiti chiedevano cosa stesse accadendo e le loro voci, insieme a quelle di Andrea ed Alessandro, creavano una cacofonia impossibile.
Bea e Dario, finalmente a casa, ridevano forte.