-LUCIO-
L'aveva sposato perché era alto. Dopo aver passato tanto tempo a vergognarsi della sua statura, sentendosi sempre e comunque un cardo fra le margherite, in tutte le occasioni in cui si ritrovava con le ragazze che erano cresciite assieme a lei, dopo l'umiliazione di vedersi preferire altre, certo meno riservate e preparate, solo in virtù della llro squisita fattura di bambole di porcellana e dopo aver iniziato a provare il timlre, a quasi vent'anni, di rimaenere ad invecchiare in silenzio, intonsa, come un findo di magazzino che piano passa di moda e si sfarina nella polvere del fiondo di uno scaffale, alla sola vista di Dario Malatesta le era balzato alla mente che finalmente qualcuno avesse risposto alle sue preghiere. Gli arrivava appena al mento, a Dario, mantenendo intatra la prooporzione che si vuole che ci sia fra uomo e donna, e pareva fatta apposta, con le sue forme generose e le ossa grandi, per accogliere e mussare gli spigoli di quel giovane ombroso, che era affilato e diritto come l'asta di una bandiera.
Per quello aveva accettato come un dono del cielo la sua corte asciutta e di poche parole e, qua do lui le aveva domandato se poteva andare a parlare con suo padre, gli aveva risposto di sì senza esitare. Per quello soltanto. Una questione di statura e proporzioni.
Adesso avrebbe voluto poter correre dalla ragazza che era stata, Lidia, e, nonostante la mole che le avevano portato gli anni, avrebbe corso come se avesse il diavolo ai calcagni, per avvisarla che era ben meglio invecchiare pian piano da sola, nella casa paterna, che accettare ad occhi chiusi e bocca aperta di entrare nell casa di un altro uomo.
Affondò il viso nello straccio da cucina, sentendosi la carne che le si arricciava addosso, soffocando le lacrime che scorrevano senza volerne sapere di lasciarsi frenare. Lucio stava urlando ancora.
Se li sentiva a straziarle il cuore, quegli urli del suo bambino, che ancora se lo ricordava attaccato al seno a guardarla coome sorpreso dal mondo. Prima o poi, ne era certa, Dario l'avrebbe ammazzato. Gli sarebbe scappato un colpo di troppo, o Lucio si sarebbe spostato al momento sbagliato, e gli avrebbe spaccato la testa, o qualcosa dentro al corpo, come quando tre anni prima gli aveva picchiato un pugno al fondo della schiena e gli aveva fatto pisciare sangue per due giorni. Dalla stanza accanto, Lucio iniziò ad invocare sua madre, in brevi urla acute, da bambino. A sentirlo, si sarebbe creduto che avesse sei anni, invece che dodici quasi finiti. La voce del padre, invece, non si sentiva mai, in quei momenti di furia cieca. Nemmeno lo guardava, mentre lo colpiva con metodica freddezza.
Lidia si fece forza, drizzò le spalle e cancellò dal viso ogni traccia di pianto. Poi entrò nella sala, dopo aver bussato brevemente.
"Cosa volete per cena, Dario?" Domandò al marito con il viso serio e tranquillo di ogni giorno. Era la sua unica speranza, di distrarlo, che lo lasciasse andare, senza che lui si accorgesse che provava a difendere il suo bambino, altrimenti sarebbero stati guai per entrambi. Lo guardò raddrizzarsi, stendendo la schiena, come dopo un lavoretto faticoso ma soddisfacente, con lo sguardo pensoso fisso alla parete. Mai che guardasse in faccia nessuno, con quegli occhi che parevano ciechi, tanto erano chiari e fissi.
"Alzati." Disse distrattamente al figlio, toccandolo appena con la punta della scarpa. Lucio non se lo fece ripetere e scivolò via, cercando di farlo il più silenziosamente e rapidamente possibile, senza attirare alcuna attenzione. Potendo, sarebbe diventato un'ombra. Li lasciò a discutere di pollo e minestra e, tremando come una foglia, raggiunse il corridoio in fondo alla casa, dove si aprivano le porte delle stanze. Si passò le mani sul corpo, tastando delicatamente i punti più dolenti prima di respirare di sollievo. Non gli aveva fatto male, non troppo, questa volta. Non avrebbe perso altra scuola. Non poteva, se non voleva che lo bocciassero di nuovo e, se l'avessero bocciato di nuovo, non era sicuro che sarebbe bastata l'estate per rimetterlo in piedi. Mosse verso la porta sul retro, per darsi una ripulita in cortile, quando una voce leggera lo chiamò da dentro una stanza. Si fermò indeciso se entrare, se farsi vedere in quelle condizioni, ma poi il richiamo si ripetè, tanto esile da sembrare una voce udita in sogno, e non poté resistere. Entrò nella stanza di sua sorella tenendo il capo chino.
"Lucio. Cos'è successo, come stai? Ti ha fatto male? Ti ha battuto forte, il babbo?" Le dita bianche di Elide sinprotendevano verso di lui dalla sedia imbottita sotto la finestra e lui si affrettò a raggiungerla. Sapeva che, se fosse rimasto immobile, si sarebbe alzata lei, per quanta fatica le costasse, e non voleva farle fare quello sforzo. Il visino smunto della sorellina era alzato verso dinlui, tutt'occhi, cercando i segni e contandoli uno ad uno sulla sua pelle, e Lucio si odiò per aver gridato, per averle inflitto quel dolore.
Aveva appena un anno e mezzo meno di lui, ma pareva ancora una bambina, con quel cuore malandato che la teneva inchiodata davanti alla finestra il più del tempo. E non era nemmeno di malumore, uggiosa né frignona. Aveva sempre le mani occupate e il sorriso in faccia. Sempre, meno che quando lo vedeva in quello stato.
"Ma no, Elide, cosa vuoi, non è niente. Davvero." La rassicurò accosciandosi accanto al pesante bracciolo di legno. Le mani della sorella gli passarono sulla fronte e fra i capelli, consolandolo, lenendo il dolore, parlandogli di un inesprimibile amore puro di un cuore puro.
"Tu mi dici sempre a quel modo, Lucio. Ma il babbo non dovrebbe arrabbiarsi con te in quella maniera. È troppo severo, con te."
"È perché sono un uomo."
"Per l'appunto, non sei una fascina di canapa, da batterti in quel modo. Avrei dovuto venire, ma ho avuto paura. Perdonami." Gli disse. Il respiro iniziava già a mozzarlesi in petto e le affioravano le lacrime agli occhi, mentre sollevava un lembo della gonna giallina per pulirgli uno sbaffo di sangue dal viso. Lucio le prese la mano e sollevò su di lei lo sguardo, provando come sempre un senso di pena alla vista di quei lineamenti affilati, di quel corpicino che tentava di crescere, nonostante ogni cosa, come le piante selvatiche dalle crepe dei marciapiedi.
"Oh, sto bene. Mi vedi? Sono grande come un uomo, non mi fa niente. Metti giù il vestito, che lo sporchi. L'ho fatto arrabbiare, perché non ho messo via tutto stamattina, prima di uscire. Tutto qua. Non vorrai mica metterti a piangere, adesso?" La prese in giro. Lei lo guardò ancora, gli occhi come carezze sul suo viso.
"Ma urlavi." Lucio scosse le spalle e prese un'aria scanzonata.
"E certo che urlavo. Così crede che mi fa male e non picchia più forte." Finalmente Elide sorrise.
"Davvero per questo?"
"Se te lo dico io!" Confermò lui spavaldo. Era doloroso da farsi, ma si sforzò ugualmente di sorriderle, per dissipare anche le ultime ombre che rimanevano nei suoi occhi. Quando la vide tranquilla, le carezzò una mano, leggero come una farfalla, e si alzò in piedi. "Adesso è meglio che mi vado a ldare una lavata, scricciolino, se no quando scendo a cena cominciamo da capo." Di nuovo Elide gli sorrise, con un lampo di piacere in quegli occhi che parevano troppo grandi per quel viso scarno. Amava sentirsi chiamare con quel nomignolo.
"Vai, Lucio, vai. E quando ritorni fermati qui da me, che ti ho aggiustato tutte le camice per la scuola e te le voglio far vedere. Sono stata brava, stavolta, l'ha detto anche mamma che non si vede neanche dove ho ricucito." Lucio scosse la mano sopra la spalla, già uscendo dalla stanza.
"Ma lo so che sei brava, lo so..." le mugugnò avviandosi per il corridoio.
Avrebbe potuto dirle ancora qualcosa, ma in quella casa nessuno alzava la voce, mai. A suo padre non piaceva il fracasso.
Arrivò in cortile e si avvicinò al vascone di pietra dove sua madre faceva il bucato grosso. Lì l'acqua veniva su direttamente dal pozzo, uno dei pochi lussi della casa. Riempì di acqua il catino zincato che sua madre gli lasciava fuori a quell'uso ed iniziò a fregarsi. Era fredda, l'acqua, e gli procurava una sensazione meravigliosa, insieme al sole che gli batteva caldo sulla nuca, come di seta e di piume, una carezza che portava via le lacrime e il sapore di ferro vecchio in bocca.
Quando si fu lavato per bene la faccia ed il collo, buttò via l'acqua rosata e riempì di nuovo il catino, immergendovi tutta la faccia, fino alle orecchie. Trattenne il fiato il più possibile, col cuore che quasi galoppava nel petto, prima di emergerne in uno sbuffo e uno schizzo. Si scrollò via le gocce dal viso e dai capelli scuotendo forte la testa, come fosse una bestia.
"Hai deciso di annegarti, dì un po'? Guarda che serve più acqua, eh? Almeno un mastello per uno grosso come te." Nessuna voce al mondo, forse nemmeno quella di sua madre gli era tanto gradita quanto quella di zio Arturo, il fratello minore di suo padre, e sentirla lo fece prima sussultare di sorpresa e poi sorridere tanto da sentire di nuovo il sapore del sangue in bocca.
Zio Arturo procedette attraverso il cortile nella sua direzione. Tozzo, alto, ma non quanto il fratello, e di indole aperta, era diverso da Dario quanto era possibile esserlo rimanendo fratelli. Facevano lo stesso mestiere, manovali entrambi, ma con la differenza che il carattere aperto e la parola svelta di Arturo gli avevano procurato dei buoni lavori, uno in fila all'altro fin da quando aveva incominciato a gestirsi per suo conto, allo stesso modo in cui, al fratello, il carattere notoriamente ombroso e scostante aveva fatto chiudere, una dopo l'altra, fin troppo porte in faccia; era da dire che quando trovava da lavorare, Dario, non portava mai un giorno di ritardo nè c'era mai stato da tornare sul suo lavoro per correggere qualcosa, come invece accadeva agli altri del mestiere, compreso Arturo, ma era svelto ad attaccar briga con gli uomini e ne perdeva parecchi, in corso d'opera, e perfino coi padroni, alle volte, non sapeva tenere a freno quel suo modo di fare che sembrava poco meno che da matto.
Avevano iniziato insieme, i due fratelli, che portavano solo due anni di differenza, ma si erano presto divisi perchè ognuno non sopportava il modo di fare dell'altro e finivano per passare più tempo bisticciando che facendo qualcosa. Per ragioni che non avevano mai spiegato, Arturo si era tenuto ben lontano dal fratello per molti anni, salutandolo appena quando finivano per incontrarsi, in paese o altrove.
Quando però Dario si era sposato ed aveva messo su famiglia, Arturo, che di donne non aveva mai voluto nemmeno sentir parlare, aveva ripreso, prima timidamente e poi con confidenza sempre maggiore, a frequentare la casa fraterna. Sulle prime Dario l'aveva creduto attratto dalle grazie della moglie, per quanto scarse lui stesso le valutasse, ma si era presto reso conto che, per quanto fosse cortese con Lidia, come era nella sua natura esserlo con chiunque, non era il fascino della moglie a richiamarlo in casa sua, quanto quello del bambino: il piccolo Lucio, che portava il nome che era stato di loro padre, costituiva per il fratello una fonte di interesse e spasso che a Dario pareva tanto incomprensibile quanto inesauribile.
L'aveva perfino preso da parte, una sera dopo cena, seduti soli a fumare nel cortile dietro casa, per cercare fi fare ancora una volta il suo dovere di fratello maggiore così come l'aveva imparato.
"Se ti piacciono tanto i marmocchi" gli aveva detto guardando impassibile alzarsi una venere luminosa nel cielo scuro "l'unica cosa che devi fare è metterti in casa una donna, Arturo. È anche una comodità, per un uomo, tornare a acasa e trovare pronto quello che c'è da fare. E vedi che di marmocchi come quello che c'è là dentro sono tutte fin troppo pronte a sputartene fuori quanti ne vuoi." Arturo aveva preso una lunga boccata di sigaro prima di rispondere. Come tante volte prima di quel momento, aveva cercato lo sguardo del fratello per leggervi dentro un'ombra di ironia che spiegasse i termini crudi in cui descriveva la sua famiglia, senza riuscire ad incrociare gli occhi chiari dell'altro. Alla fine ci rinunciò.
"Dario, non è roba per me, quella lì. Preferisco muovermi come mi pare, di qua e di là dove mi porta il mestiere, senza dover essere legato." Rimase in silenzio per un attimo. "Perchè, ti dà noia, che vengo a vedere tuo figlio?" Chiese poi. Dario scosse il capo, erigendolo ancor più fieramente sul collo. La schiena non sfiorava nemmeno il lungo schienale di legno della sedia, rimanendone perfettamente parallela.
"Per me, se ti piace tanto, puoi venirlo a vedere quando vuoi. Non è che ci sia un granchè da vedere, in un vermettino che non sa ancora stare neanche in piedi, ma se ti fa piacere accomodati." Arturo si passò una mano sul viso, cercando di cancellare il senso di impotenza che gli dava quella conversazione.
"Dai, Dario, non è mica vero che non c'è niente da vedere" gli disse quasi in una supplica. "Oggi ha anche imparato a sorridere, il tuo cosino." Dario scosse la pipa battendola contro il tacco della scarpa e sbuffò.
"Sarà il caso che disimpari in fretta" disse serio alzandosi in piedi. "Non c'è propio niente da ridere, qui." Sentenziò alla fine. Rientrò in casa ed Arturo sentì scorrere il chiavistello all'interno. Era stato congedato senza una parola, così come d'uso.
Arturo continuò quindi a frequentare la casa del fratello apparendo senza preavviso una o due volte al mese, generalmente prima di cena, ogni volta portando qualcosa con sè.
Erano regali di poco conto, quelli che portava, soprattutto cibo, ma negli anni che stavano passando, in cui non si sapeva mai cosa riservava un giorno per l'altro, fin troppo graditi. Mano a mano che Lucio cresceva e anche dopo la nascita di Elide, Arturo era rimasto, volontariamente, la presenza disimpegnata e ridanciana che era stato all'inizio. Solo il brutto giorno in cui il Dottore aveva detto che bisognava portare la bambina in ospedale, per farle vedere il cuore, aveva iniziato a farsi un po' più serio, col fratello.
La piccola aveva quattro anni, quando era successo, una cosina da niente che cresceva come il ghiaccio al sole, tutta gambe e occhi, ma nessuno se n'era mai preoccupato veramente. La bambina mangiava due volte al giorno, senza far storie, ed era quello che contava. Non aveva febbre nè la tosse e sembrava intelligente. Solo, quando gli altri ragazzini sciamavano come una nuvola di grida acute da una porta all'altra, da un cortile all'altro, nei loro infiniti giochi, Elide restava caparbiamente seduta o accoccolata all'ombra della casa, quanto più vicina le era èossibile a a sua made, senza seguirli nelle loro scorribande.
Lucio l'aveva presa dal primo attimo come una proprietà personale, quella sorellina, e se ne curava come fosse stato investito della massima autorità, e responsabilità, su ogni aspetto della sua vita, intenerendo ed, alle volte, esasperando la madre con la sua continua pretesa di essere parte attiva e presente nella sua cura fin da quando aveva potuto trottarle dietro per casa.
Fu proprio lui, infine, a chiedere ai grandi perchè mai Elide non si comportasse come una bambina normale, perchè non corresse mai, perchè non piangesse se non in casi rari ed eccezionali e perchè sembrasse dormire più a lungo di chiunque altro della sua età. Lidia, che dapprima aveva preso quel fuoco di fila di domande come l'ennesima seccatura di un bambino che pareva voler fare più il padre che il fratello, finì col covare una certa preoccupazione quando, presa per sfinimento dal primogenito, interrogò in cucina, mentre impastava la sfoglia, la bambina. La risposta della piccola, pronunciata con voce quieta e per nulla lamentosa, fece scattare quell'istinto profondo che non le era mai mancato, nè venuto meno dal momento in cui aveva stretto il suo primo figlio contro il seno.
"Non mi va, mamma" le rispose Elide, in ginocchio sulla sedia ad imitare i suoi movimenti su un pezzetto di impasto grande quanto la sua mano "se corro, dopo due passi mi viene subito il fiatone e mi crollano le gambe. E poi, alla sera ho sempre più sete che non fame e dopo che ho bevuto mi viene un sonno che non resisto."
Lidia iniziò ad osservare la piccola come non aveva mai fatto e presto si ritrovò a torcersi le mani, mattina e sera, dall'angoscia di dover chiedere a suo marito di portarla da un dottore. Non amava le richieste, Dario, di nessun tipo, e lei sentiva il coraggio venirle meno sempre di più ad ogni anno, anzi, nemmeno, ad ogni giorno che gli passava accanto.
Alla fine, si risolse a chiedere aiuto ad Arturo. Quel suo cognato tanto gentile, tanto innamorato dei suoi figli, era l'unica persona che pareva capace di parlare a suo marito senza farlo montare su tutte le furie.
Arturo si dimostrò, una volta di più, ben disposto a dare una mano; prese da parte Lucio, che sembrava essere il suo favorito, e gli fece delle domande sulla salute della sorellina, in tono grave, come parlando ad un uomo fatto, e Lidia rimase ri stucco nel sentirlo rispondere serio serio, cercando di imitare la posa decisa dello zio paterno in quegli stracci che si portava addosso per giocare con gli altri monelli del paese, senza distogliere gli occhi o dondolarsi e pareva quasi, anzi, che pesasse attento ogni parola. Il suo orgoglio di madre le fece notare quanto parlasse bene, per l'età che aveva, e quante cose, piccole e grandi, vedevano quei suoi occhi irrequieti, che lei nemmeno avrebbe immaginato, credendolo ancora troppo piccolino.
Al termine di quella austera conversazione, Arturo lo ringraziò e, perfino, gli diede una manata sulla spalla, come usava fare con gli uomini che incontrava in giro per il paese con cui si fermava a chiacchierare. A quel gesto, il viso di Lucio si illuminò di un tale piacere che ritornò istantaneamente ad essere il bambino che era.
Il discorso con Dario, invece, andò per le lunghe. Ore intere passarono, a parlare senza sosta, ora ad un tono tanto basso da essere appena udibile, ora prendendosi ad urlacci, il tono sferzante dell'uno che sembrava ghiaccio che andasse ad infrangersi contro la rotonda voce accorata dell'altro, ma, finito quel giorno, Elide venne portata dal dottore e, quando il dottore disse che era necessario che la vedessero all'ospedale, non ci fu bisogno di altre discussioni: Elide andò all'ospedale, dove altri dottori, che parevano tutti uguali al primo, coi medesimi abiti e gli stessi baffi, la visitarono daccapo, uno dopo l'altro e poi a gruppi, e poi tutti insieme, come se stessero cercando di indovinare tutte le possibili combinazioni.
Quando alla fine li chiamarono in una stanza per spiegare loro cosa aveva la bambina, per dire loro che non sarebbe mai diventata una donna, che non ci sarebbero stati, per lei, nè corteggiatori nè famiglia, Dario parve non udirli nemmeno.
Senza guardarli in viso lasciò che le loro parole gli cascassero addosso e poi tirò su per un braccio la moglie che singhiozzava piano nel fazzoletto e se ne tornò a casa.
Elide era una bella bambina ed una brava bambina, ma il suo cuore non avrebbe resistito allo sviluppo e nessuno di quei dottori tutti uguali si sentiva di offrire loro una cura, per quanto costosa, che potesse dare qualche speranza.
Era stato da quel momento che zio Arturo era diventato, agli occhi di Lucio, quasi Dio in terra. Zio arturo era capace di convincere suo padre a far qualcosa che non voleva, zio Arturo non mostrava di tenere Dario e, infine, lo trattava sempre come se lui fosse una persona gradita ed intelligente. Lucio avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e ancor di piùper essere come lui e, se anche si accorgeva che questa sua sfegatata ammirazione andava inasprendo il rigore paterno nei suoi confronti, non se ne dava per inteso.
Gli corse dunque incontro attraverso il cortile e si sottopose volentieri alla scherzosa strigliata che l'altro gli assestò, facendo mostra di riprenderlo per la camicia fuori dei calzoni ed i capelli bagnati e diritti come stoppie.
Lo accompagnò in casa come portando un trofeo e, per prima cosa, insistette perchè si fermassero in camera di Elide. Non che dovesse insistere un granchè, a dire la verità, ma era parte anche quello del loro gioco e lo zio lo lasciò fare, con un sorriso a mezza bocca.
La ragazzina, piuttosto sgraziata ora che l'ossatura grossa della madre iniziava a tentare di crescere nonostante la poca carne e la pelle sottile, parve galvanizzata alla vista dell'ospite inatteso e si alzò d'impulso dalla larga sedia coi braccioli dove trascorreva gran parte delle sue giornate, posando sul tavolino basso che aveva accanto le camicie rammendate che aveva preso in grembo per mostrarle al fratello. Volò ad abbracciare lo zio e già solo quei pochi passi per arrivare al centro della stanza procurarono al suo respiro un sibilo secco che suonava fin troppo simile al vento nelle grondaie.
"Allora, bella morettina, trovato qualche fidanzato?" L'apostrofò Arturo. Elide arrossì e scosse la testa con fare timido.
"Ci mancherebbe solo che le vadano attorno, zio!" Protestò Lucio "se qualcuno ci prova, se ne accorge subito, che ha un fratello più grande!" Arturo rise.
"E te pensi di andare avanti così una vita? Cos'è, vuoi farti prete e prendertela per perpetua?"
"Ah, per dinci, prete poi no!" Brontolò il ragazzino abbassando lo sguardo. Arturo scoppiò in una risata talmente forte da gettare la testa all'indietro.
"Cos'è questo chiasso?" La voce asciutta e monocorde di Dario parve gelarli tutti e tre. I due ragazzi arretrarono in un moto istintivo, Elide ponendosi davanti a Lucio, sia pure per poco. La figura stretta e diritta del padre, stagliata sulla soglia, sembrava, come sempre, più inanumata che umana, tanto era immobile e rigida.
"Ah, ma sono io, cosa vuoi che sia? Sono venuto a mangiare a ufo, al solito." Rispose Arturo. L'aveva pensato spesso a quanto gli sarebbe piaciuto prendersi quei due ragazzini e portarseli dietro, tanto per farli vivere come dei ragazzi, invece che come delle bestie in gabbia, ma poco valeva quel pensiero, che pure gli attraversò la mente di nuovo, di fronte al diritto di suo fratello su di loro. Non aveva mancato di notare i segni su Lucio, nè il gesto di protezione di Elide che, pur con le sue debolezze, si sarebbe volentieri fatta ammazzare pur di non veder torcere un capello al fratello.
'E quel pezzo di somaro la costringe a guardare mentre gli spacca i denti. Ha da vivere poco e glielo fa vivere all'inferno, povera cosina che non è altro.'
Arturo respirò a fondo. Contrariare il fratello non l'avrebbe portato a niente altro che ad essere congedato, lo sapeva bene. Bisognava infinocchiarlo, Dario, e lui, per conto suo, si lasciava infinocchiare più che volentieri.
"Allora, piuttosto, andiamo a parlare fra noi?" Chiese con aria gioviale. Dario annuì e si volse, prendendo in silenzioa camminare lungo il corridoio ed Arturo lo seguì, riempiendogli le orecchie e la testa di sciocchezze riguardanti ora questo ed ora quello dei lavoranti che conoscevano entrambi.
Continuò a parlare quasi tutta la sera, tenendolo impegnato, concedendo alla famiglia di suo fratello qualche ora di gradita tregua al di fuori dell'occhio severo del capofamiglia.
La sera, quando ripassò per il corridoio da cui era entrato trascinato dall'entusiasmo di Lucio, si fermò solo per un momento di fronte alla stanza da cui usciva una lama sottile di luce. Suo fratello lo aspettava fuori, in cortile, per fumare insieme prima di salutarsi, ma Arturo non seppe resistere alla tentazione. Aveva assistito a quella scena altre volte, ma ogni volta gli scioglieva il cuore come fosse la prima.
La bambinetta era seduta sulla sua sedia grande e teneva sulle ginocchia aperto il quaderno di scuola del fratello, che le stava di fronte in piedi, composto come davanti alla maestra in persona.
Elide leggeva sul quaderno e gli poneva le domande e Lucio rispondeva, ripassando la lezione. Era sveglio, si vedeva, ma aveva anche studiato parecchio e bene e, ad ogni risposta corretta, la sorellina lo lodava sorridendogli e battendo le mani, quando sapeva di aver domandato qualcosa di difficile.
Era una festa, a modo loro, quasi un gioco, poco meno che un divertimento. A quel modo passavano insieme l'ultima ora prima di dormire ogni sera, quando c'era scuola. Era la loro preghiera serale, che sconfiggeva il terrore delle tenebre.
Quando Lucio ebbe ripetututo senza errori l'intera lezione, prima di filato e poi rispondendo alle domande, Elide chiuse il quaderno con un moto gioioso e glielo restituì e lui si chinò a posarle un bacio sulla fronte nel riprenderlo.
"Sei molto bravo." Gli disse lei.
"Grazie a te che mi aiuti. " le rispose Lucio.
Arturo si allontanò dalla porta e raggiunse Dario in cortile procurando di fare il minor rumore possibile. Sarebbe tornato presto, decise. Più presto che poteva.