La mattina successiva fu Beatrice a svegliarsi per prima. Non le accadeva quasi mai e rimase per un attimo immobile nel letto, con la luce sommessa della prima mattina attorno, a chiedersi cosa l'avesse strappata dal sonno. Si sentiva inquieta, ma non avrebbe saputo spiegarne il motivo.
Accanto a lei Dario dormiva tranquillo, sulla schiena, un braccio che come al solito gi copriva gli occhi e l'altra mano fuori dal letto, abbassata a sfiorare Swiffer che dormiva ranicchiato sul tappetino dalla sua parte. L'avevano lasciato a casa, il giorno prima, e pareva essersi mortalmente offeso del loro gesto, motivo per il quale Dario, già tacciato di patologica insensibilità dalla sua ex molgie, non aveva resistitito allo sguardo crucciato del cucciolo e gli aveva permesso di addormentarsi in camera con loro, adducendo come pretesto il fatto che, piccolo com'era, avrebbe potuto rimanere trumatizzato da un precoce senso di abbandono.
Bea sorrise fra sé. Proprio il genere di cose che farebbe qualcuno incapace di empatia.
Per la prima volta, si rese conto del suo lieve russare, un rumore sommesso, simile allo strofinio continuo di stoffa, e si chiese quando avesse iniziato. Da ragazzo non russava affatto, di questo era certa.
Era bello, vide, il suo Dario, bello e dolce come era sempre stato e, come era sempre stato, buffo, in un modo che non avrebbe mai saputo spiegargli. La sua posa rilassata, a talloni divaricati e labbra socchiuse, contrastava stranamente con la formalità del pigiama che indossava, che pareva fare parte di una serie apparentemente infinita di capi del tutto simili, in cui a variare era solo il colore. Non aveva mai conosciuto un altro uomo, nemmeno suo padre, che indossasse realmente i pigiami, e per di più perfettamente abbottonati e stirati. I capelli, che ora portava tanto corti da lasciar intravedere la cute al di sotto, per suo grande dispetto, erano di un biondo appena più scuro di quello che l'aveva caratterizzato nell'infanzia, con una sfumatura giallastra, e parevano tracciati dal pastello di un bambino. Era buffo anche quello, a ben pensare, quel colore che non sapeva decidere se la attraesse o se fosse da mettere nella sua lista dei difetti. Le sopracciglia, del resto, così come la barba e tutto ciò che cresceva sul resto del suo corpo, avevano una sfumatura più rossiccia che trovava decisamente peggiore. Le mancava molto, poter toccare la consistenza liscia e quasi acquosa dei suoi capelli. Doveva decidersi a chiedergli di lasciarli crescere un poco. Non pretendeva certo che li portasse come da ragazzo, con la punta delle ciocche sottili in cui parevano naturalmente divisi che scendeva a sfiorargli l'arco del sopracciglio, ma le sarebbe piaciuto che fossero abbastanza lunghi da infilarci le dita in mezzo.
Con un breve sospiro, scivolò fuori dal letto, conscia del fatto che non sarebbe riuscita a riaddormentarsi, e rabbrividì abbandonando il calore della trapunta. La stanza non era fredda, ma le si accapponò comunque la pelle sulle gambe e sulle braccia. Dormiva con indosso una delle sue magliette bianche di cotone ed era certo un abbigliamento insufficiente ad affrontare una mattina invernale, fosse pure in una casa ben riscaldata. Si sfregò gli occhi con la base dei palmi, prima di recuperare dai piedi del letto un paio di pantaloni felpati e una casacca, di cui alzò la cerniera fin sotto la gola. L'orlo inferiore della maglia di lui le pendeva, ridicolo, fino a mezza coscia.
Nonostante avesse cercato di fare piano, Swiffer le fu subito accanto e la fissò con un allegro buongiorno negli occhi rotondi, che lei ricambiò con uno sguardo di disapprovazione. Il giorno prima non aveva voluto nemmeno guardarla, offeso dalla loro assenza, e solo la pazienza di Dario aveva potuto convincerlo a lasciarsi accudire. Era ancora inquieta con il cucciolo per l'aria di rimprovero che le aveva rivolto, allontanandosi da lei ogni volta che aveva provato ad avvicinarlo.
Beatrice strizzò gli occhi e si chinò ad infilarsi un paio di scarpe da ginnastica.
'È definitivo, sto impazzendo.' Pensò mentre allacciava le stringhe. 'Mi sono offesa con un cane perché mi ha messa in punizione. E poi cosa? Due chiacchiere con lo Stregatto?' Scosse la testa raccogliendo il cucciolo da terra prima che si mettesse ad abbaiare e scese al piano di sotto, dove, prima ancora del caffè, infilò la giacca e nascose l'orlo pendente della maglia di cotone nelle braghe, per poi allacciare il sottile guinzaglio al collare di Swiffer e portarlo a fare due passi.
Ptima di uscire di casa, si infilò in tasca, assieme alle chiavi, qualche croccantino, fingendo indifferenza con se stessa. In fin dei conti, si giustificò mentalmente, era un po' anche il suo cane.
Fecero il giro del quartiere mentre nuvolette bianche di condensa si materializzavano ad ogni respiro. Il cielo era basso e pesante, gravido di neve e lei si domandò se si sarebbe finalmente decisa a scendere in giornata. Le piaceva, la neve.
Lodò il cagnetto quando fece i suoi bisogni fuori, sentendosi ridicola, ma obbedendo alle direttive tracciate da Dario per il suo addestramento, e poi ritornò in casa, dove il rapido sbalzo di temperatura le appannò le lenti degli occhiali, rendendola momentaneamente cieca.
Servita la colazione a Swiffer, iniziò a preparaee quella per loro due.
Le sue mani si muovevano sicure fra i piccoli elettrodomestici sul piano della cucina, mentre la sua mente era concentrata su ciò che li aspettva quel giorno a casa di Isabella.
Un senso acuto di disagio come una punta sottile, la pungolava fra stomaco e polmoni all'idea di mettere le mani fra le cose di sua madre, nella camera da letto, di violare la sua intimità svuotando cassetti ed aprendo sportelli, come se la sua morte ne avesse sancito la perdita di ogni diritto personale. Si chiese se avrebbe in qualche modo potuto evitarlo, ma era una domanda vana, di cui conosceva già la risposta. L'unico altro parente stretto di sua madre era zia Sissi, e, anche se per qualche motivo si fosse offerta di accollarsi lei quel lavoro, dopo tutti quegli anni di crudele indifferenza nei co fronti della sorella, era certa che sua madre avrebbe preferito che fosse lei, sua figlia, a farlo. Sospirò, addentando l'angolo di una fetta di pane e masticando pensosa.
Niente da fare, toccava a lei. Doveva essere grata del fatto che Dario fosse al suo fianco in quel momento. Avrebbe potuto andare peggio. Avrebbe potuto trovarsi da sola, in quella casa che altro non era stata se non una sorta di prigione in cui rinchiudere le reiette di famiglia.
Afferrò il barattolo del miele ed iniziò a spanderlo sulle fette di pane dorato e caldo, sprigiinando un profumo dolce e invadente, che si mescolò con quello del caffè.
Anche il fatto di avere Dario al suo fianco poteva avere dei risvolti piuttosto impegnativi. Ripensò al giorno prima, quando si era incantato a guardare le foto che sua madre teneva in cucina e si domandò se avesse fatto male, a non spiegargli tutto in quel momento. Ma davvero non se l'era sentita. Quella storia comune, a suo modo banale, ma intricata di bugie ed untrisa di ipocrisie che lei aveva appreso, pezzetto dopo pezzetto, in dieci lunghi anni, le era sembrata un fardello troppo pesante da scaricare sulle sue spalle. Nel giro di quei pohi mesi, ne aveva passate fin troppe, povero caro, e lei sapeva bene che, per quanto fosse impossibile dubitare della sua forza, era pur sempre un uomo, con tutte le debolezze di un uomo, e, per di più, con un sensoo innato di attaccamento alla loro scombinata, viscida famiglia.
Il caffè era pronto. Diede un altro morsetto da roditore alla crosta del pane che teneva accanto e misurò lo zucchero nelle alte tazze che usavano per la colazione.
Alle sue spalle, silenzioso a piedi nudi, apparve Dario, stiracchiandosi nel suo pigiama blu scuro. La osservò non visto per qualche secondo, godendosi il senso di calore che gli dava vederla trafficare in casa, le espressioni mutevoli del viso che parevano tenere traccia di ogni pensiero, poi Swiff lo tradì, correndogli incontro con un mugolio festoso e sedendosi ai suoi piedi, con la coda che andava a velocità folle da una parte all'altra e il muso alzato a rimirarlo. Era la sua posa da 'il mio padrone è fantastico' e lo faceva sempre ridere. Bea si voltò, seguendo il movimento del cane, e gli volò fra le braccia con la stessa fretta aggraziata di una rondine che vola al nido. Per un attimo, Dario si sentì tanto pieno del loro amore che gli parve di scoppiare e gli attraversò la mente, come un lampo, l'immagine di un orgasmo dei sentimenti. Si diede del maniaco e rise di se stesso, mentre arruffava i già arruffati capelli di Bea e ricambiava il suo bacio del buongiorno, poi si sedette a tavola e lasciò che il cucciolo gli si arrampicasse in grembo, concedendogli una vigorosa grattata.
"Cosa ci fate già svegli, voi due dormiglioni?" Chiese con un ampio sorriso. Bea gli posò davanti la colazione accompagnandola con quello che era ormai un gesto abituale, baciandolo sul viso, e lui le accarezzò la mano.
"Beh, doveva pur succedere, prima o poi, che ci svegliassimo per primi. Abbiamo anche già fatto due passi. Metti giù quella bestia, non voglio che si abitui sempre in braccio." Dario posò Swiff a terra e attaccò la colazione.
"Non è sempre in braccio." Protestò a bocca piena rivolto a Bea che si sedette a sua volta "è stato un evento casuale." Lei annuì e prese un sorso di caffè.
"E tutto il tempo che passi nello studio, lui dove sta?" Dario evitò il suo sguardo concentrandosi sul cibo.
"Mah, dipende dai momenti."
"Dario?"
"Oh, insomma, se volevi che lo tenessi giù potevi regalarmi, che so, un alano. Quello mica lo tenevo in braccio!" Bea rise nascondendosi il viso nelle mani.
"Sei allucinante! Ma se te l'ho chiesto, se volevi che lo cambiassimo!" Lui abbassò lo sguardo sul Swiffer, seduto accanto alla sua sedia in posa dignitosa.
"Non starla a sentire, è una persona orribile. Succede perché mangia troppo poco. Poco cibo, molta cattiveria. Ricorda, piccolo."
"Quanto sei stronzo!" Dario le rivolse un allarmante sorriso che scopriva troppi denti.
"Che originale! Questa non me la sono mai sentita dire!" Bea lo guardò con aria risentita.
"Non sono cattiva. Non mi piace che tu dica così." Lui allungò la mano sopra al tavolo e prese quella di lei.
"Va bene, non sei cattiva. Sei solo stupida. Hai ragione, non è colpa tua." Le mormorò con dolcezza.
"Tu sei stupido! Sei stupido e ti stai trasformando in una vecchietta." Dario sorrise, stavolta con aria tranquilla.
"Va bene. Una simpatica vecchina di quasi due metri, okay?"
Quel giorno, l'impatto con la casa vuota venne attutito dai piccoli segni del loro passaggio, che li circondavano come una traccia rassicurante.
Bea si fermò ai piedi dell'unica, breve rampa di scale e fissò il piano superiore con l'aria di chi sta cercando il coraggio di tuffarsi in un acqua troppo fredda e profonda.
"Oh, ci sei?" Le chiese dolcemente Dario.
"Ci sono. Ci sono, amore. Andiamo su." La sua voce suonava incerta, come arrugginita, e la stessa sensazione le diedero le gambe, quando le costrinse a salire quegli scalini tanto familiari. Quando arrivò sul pianerottolo si fermò, d'istino, con lo sguardo fisso alla porta di quella che era stata la sua stanza. Aveva trascorso parecchie notti lì, l'inverno precedente, per assistere sua madre, e ogni volta aveva sentito la pelle delle braccia accapponarsi alla vista di quella porta e di quel letto, su cui aveva trascorso tante ore orribili.
Dario la ragguinse lentamente, soffermandosi ad osservare i piccoli quadri che ornavano il muro accanto alla scala. La vide come paralizzata al centro del largo corridoio e le circondò le spalle col braccio. Si rendeva conto di quanto soffrisse, nell'adempimento di quel compito, ma sapeva anche che era giusto che lei affrontasse tutto quello che era contenuto in quella casa. Non si risolve nulla scappando dal proprio passato e lei aveva già lasciato troppa parte di se stessa nella fuga. Le sarebbe stato vicino, l'avrebbe consolata quando si fosse rivelato necessario, ma non di meno sarebbe stato pronto a spronarla, perfino a costringerla, se davvero avesse dovuto, per vederla andare fino in fondo. Per ora, si stava comportando egregiamente, dimostrando un coraggio degno di lei, e se ne sentiva fiero.
Bea levò lentamente il braccio e gli indicò una delle porte, quella immediatamente di fronte alle scale che avevano appena salito.
"Quella lì è la mia stanza." Gli disse con voce distante. "Vuoi vederla?"
"Si, amore." Rispose lui calmo.
Bea fece qualche passo avanti e ruotò la maniglia, ma rimase immobile sulla soglia, aspettandolo prima di aprire la porta.
Dario non avrebbe saputo dire cosa si aspettasse di vedere, dietro quella porta, ma ciò che lo attendeva appariva in tutto e per tutto simile ad una cella monastica.
Lo stretto letto singolo era addossato alla parete, come quello che aveva nella casa in cui erano cresciuti, ed intuì che era stata lei, forse appena era arrivata lì, a spingerlo in quel punto, ricercando una qualche familiarità rassicurante. Sulla parete accanto, una minuscola scrivania con la sua sedia e, dalla parte opposta della stanza, un alto armadio scuro. Questo era tutto. Non c'era nulla alle pareti, nessun tappeto, nessun ornamento, nemmeno un comodino, né tende alla finestra. Le pareti dipinte di bianco mostravano un lievissimo segno accanto al cuscino dove, lo sapeva, lei posava la fronte nei momenti di sconforto profondo, girando le spalle all'universo intero.
Bea era al centro della stanza e si torceva le mani in un modo che gli ricordò sua madre.
"Cosa vuoi fare?" Le chiese in tono prosaico, strappandole un lieve sussulto.
"Non voglio stare qui." Gli rispose lei. "Comincio da camera di mia madre. Fatto quello, il resto mi sembrerà facile. Tu per caso vuoi iniziare da qui?" Dario annuì. Capiva il suo desiderio di rimanere sola, in camera di Isabella. "Se ti capita, vuota direttamente i cassetti della scrivania nel sacco del pattume. Il resto..." fece un cenno vago con la mano "non lo so, Dario. Fanne quello che vuoi tu. Un po' come te con le lettere, hai presente?" Sospirò prima di passargli accanto diretta alla porta.
Dario rimase immobile. Gli aveva messo il suo passato fra le mani. Sentì un sospiro nascere anche nel suo petto, provocato dal puro e semplice sollievo. Non aveva idea di come fosse accaduto, ma la fiducia che aveva sempre regnato fra loro pareva essersi ricostituita.
Si avvicinò allo stretto letto con un sentimento quasi reverenziale. Ricordava bene quello che gli aveva raccontato. Giorno dopo giorno, aveva passato un anno e più stesa su quel letto, senza coscienza dello scorrere del tempo o delle necessità del suo stesso corpo, alzandosi solo quando vi veniva costretta. Pensando a lui. Sperando di vederlo arrivare.
Un nodo inatteso gli strinse la gola. Se solo avesse potuto riportare indietro il tempo, le cose sarebbero state molto diverse. Ma era inutile pensarci, inutile e forse dannoso, come la maggior parte delle cose inutili. Nessuno può riportare il tempo indietro.
Con movimenti precisi ed aggraziati, disfece il letto, mise le lenzuola e le coperte fra le cose da lavare e mise a nudo il materasso. Stava per passare alla scrivania, quando qualcosa di rosso attirò il suo sguardo, fra la rete e la stoffa azzurrina. Lo sfilò delicatamente e si ritrovò a tenere in mano una sottile copertina di plastica, di quelle in cui un tempo i fotografi mettevano i loro lavori, di una quindicina di centimetri di lunezza. La aprì. Conservate all'interno, foto ritagliate dalle riviste perdevano lentamente colore col trascorrere degli anni. Una moto bianca e rossa, quasi identica a quella che gli avevano regalato per i sedici anni; ragazzi che giocavano a basket, uno ritratto in quell'attimo di grazia in cui gravità e spinta si bilanciano e la sospensione è perfetta, le braccia protese per caricare un tiro a canestro; un campo di stoppie, fotografato sotto il picco del sole estivo. Dario sfogliava le immagini rese fragili dagli anni. Si sedette pesantemente a terra. In mancanza di sue fotografie, Bea aveva pazientemente raccolto qualunque raffigurazione gli parlasse di lui. Ce n'era una decina, tutte evidentemente selezionate e ritagliate per essere viste di frequente. I bordi di alcune erano come smangiati, per essere stati troppo maneggiati, e su almeno un paio risaltavano piccole scoloriture rotonde di cui non era difficile capire l'origine. Aveva pianto, guardandole.
Dario contrasse le labbra in una smorfia, contenendo a forza ciò che provava e ripose i ritagli con tutta la delicatezza di cui fu capace, prima di infilarli nel mezzo del suo portafogli. Sporgevano un poco, ma pazienza. Non voleva che lei li rivedesse. Si ripromise di inondare la casa di foto che li ritraessero insieme, con Swiffer, Dora, Viola, Vittorio e perfino quella piaga di Vasirani. Tutta la banda. E avrebbe personalmente fatto saltare i denti a chi non avesse sorriso in ogni singolo scatto.
Bea aveva iniziato col ripulire ogni superficie della stanza dai flaconi di medicinali che, come un'erba infestante, l'avevano colonizzata nell'ultimo anno di vita di Isabella. Le pareva di ricordarli tutti, uno per uno, dai più innocui agli ultimi, quelli che aveva dovuto dosare con cauta attenzione. Ognuno di essei era stato un barlume di speranza, per quanto fioco, prima di fallire e spegnersi come un fuoco fatuo. Pareva che nessuno fosse stato buttato via, in tutto quel tempo.
Il letto era già coperto solo dal nudo materasso e di questo fu grata a se stessa. Non desiderava toccarlo mai più.
Con la sensazione di violare uno spazio privato, aprì il cassetto del comodino e iniziò a vagliarne il contenuto.
Caramelle, ritagli di stoffe, scatoline porta pastiglie, accendini usa e getta, finirono in un mucchietto sulla superficie del mobile, che era sgombra e lustra dopo essere stata epirata dagli attrezzi da malati. Poi, sul fondo, come temesse di essere scoperta, presto o tardi, trovò ciò che temeva. Non aveva gettato nessuna delle lettere che lui gli aveva scritto, nemmeno una, in tutti quegli anni.
Beatrice le scorse rapida, una serie di fogli senza pretese, poche righe ciascuno, tutti con la stessa firma sul fondo. Le ultime risalivano ad appena qualche anno prima, quando lei aveva iniziato il lavoro all'archivio. Sentì letteralmente il sangue montarle alla testa e, nonostante le sue remore, dovette sedersi sul letto, al pensiero che avessero continuato a scriversi, più o meno regolarmente, per tutto quel tempo. Galassie di bruscoli luminosi pulsavano nel suo campo visivo, in perfetto sincrono col suo cuore. Non era il pensiero di un amore illecito, per quanto lungo, a turbarla tanto, ma l'idea di tutte quelle vite rovinate senza alcuna causa apparente.
Dario svuotò il primo dei quattro cassetti senza trovarvi nulla di interessante. Dispense universitarie dimenticate, biglietti del cinema, vetuste scatole di antidolorifici e penne a sfera dismesse finirono direttamente nell'immondizia.
Rasserenato, aprì con decisione il secondo cassetto e rimase un momento immobile, con la mano sospesa poco sopra il contenuto. La sua calligrafia faceva capolino di sotto un sottile quaderno ad anelle. Lo spostò e scorse i fogli che avevano attirato la sua attenzione. Erano i compiti che aveva scritto per Bea, lunghe file di equazioni e brevi schemi di fisica e chimica. Fu come rivedere se stesso, prima che tutto crollasse di schianto.
'Prima che tutto andasse a puttane.' Si corresse amaramente. Li aveva tenuti. Già solo questo sarebbe stato sufficiente a provocare in lui una certa commozione. Sotto di essi, trovò pagine e pagine di appunti nella grafia di lei su materie analoghe e inarcò le sopracciglia. Non ci aveva mai pensato, ma per fare un lavoro come il suo doveva per forza avere qualche conoscenza basilare di chimica. A quanto pareva, le aveva creato ben più di una difficoltà. Gli appunti e le dispense erano fitte di note a margine, piccole nozioni che aveva ricordato a se stessa studiando. Ed erano scritte nella sua grafia. Sembrava, guardandoli, che lui le fosse rimasto accanto in quegli anni, a spiegarle le cose come era solito fare. Le aveva scritte nella grafia di lui.
Ne distolse lo sguardo, sentendosi male al pensiero. Se aveva pensato per tutti quegli anni, di sentire la mancanza di lei più di quanto chiunque potesse capire, ora sapeva di essersi sbagliato. I suoi occhi si posarono, casualmente, sul quaderno ad anelle che aveva estratto dal cassetto e, per distogliere la mente, lo aprì e prese a sfogliarlo. Era strano. Non era che una serie di date, alcune ripetute, altre segnate una volta sola. Dopo i primi fogli, alle date seguivano dei nomi. Si domandò se potesse essere una qualche sorta di codice che esulava dalla sua comprensione, prima di notare che erano tutti nomi maschili. Tutti quanti. Un barlume di comprensione lo attraversò, trascinandosi dietro, come la coda di una cometa, una fiammata di rabbia ribollente.
Dario si sedette sul pavimento freddo ed iniziò a contare.
Beatrice stava riordinando le lettere che aveva trovato nel cassetto in una pila, chiedendosi se, in rispetto alla memoria di sua madre, avrebbe dovuto tenere o se liberarsene, quando sentì i lu ghi passi di Dario nel corridoio. Inclinò il capo sbigottita: non aveva dubbi, era arrabbiato.
Fece praticamente irruzione nella stanza, senza disturbarsi a scostare il battente socchiuso, lasciando che a splancare la porta fosse il peso del suo corpo, e si fermò di fronte a Bea. Il suo viso era pallido, quasi esangue, e non recava alcuna
Espressione intellegibile. Gli occhi chiari emanavano bagliori metallici.
"Cosa?" Chiese Beatrice, suo malgrado intimidita da un ingresso tanto drammatico. Le labbra di Dario tremarono ma non si dischiusero. Il suo petto si alzava e si abbassava visibilmente in rapidi respiri superficiali. Alzò la mano che stringeva il quaderno ad anelle e lei inarcò le sopracciglia con aria spazientita. "E c'è da fare tutta questa scena?"
"Beatrice. Dimmi che non è quello che credo." La voce gli usciva a brevi mitragliate. Lei scosse la testa.
"Non sei un cretino, hai capito benissimo cos'è." Gli rispose secca. Il suo sconcerto di fronte a quelle pagine le sembrava esagerato ed infantile. Dopotutto, gli aveva raccontato già tutto. Quando la copertina di cartone colpì il muro accanto a lei con uno schiocco secco come uno sparo, lanciata con tutta la forza, saltò in piedi e si volse verso di lui inviperita, coi pugni stretti lungo i fianchi. Si fronteggiavano in un'identica posa di astio.
"Allora direi che lo sapevi, quanti sono stati." Sibilò lui acido.
"Non mi sono mai messa a contarli. Qualche problema?"
"Te lo dico io. Io li ho contati." Le rispose lui annuendo furente. La sua voce si alzò in un ruggito di petto. "Sono centotto! Cento e otto! Brutta..." gli occhi di Bea lampeggiarono, ora pericolosamente freddi.
"Brutta cosa, Dario? Finisci la frase." La sua voce suonava affilata come una lama. Le labbra di lui si mossero senza che emettesse suono e divenne paonazzo in viso. Le vene del collo e della fronte iniziarono a sporgere in modo allarmante.
"Sconsiderata! Deficiente! Cretina d'assalto armato! Centotto! Capisco tutto, ma..."
"Centonove." Disse lei, con aria più morbida, interrompendo le sue grida. Dario si fermò, come se quel numero gli si fosse incastrato in gola. Batté le palpebre osservandola.
"Nove?" Bea annuì.
"Non hai letto il tuo nome. O sbaglio?" Lui si passò le mani sul viso.
"No. Il mio nome non c'era. Li ammazzerò uno per uno, quei maiali." Le sue parole suonavano terribilmente serie.
"E perché? Al loro posto, tu avresti fatto lo stesso."
"Non me ne frega un cazzo. Le stronzate filosifiche tienile buone per quando mi vieni a trovare in galera. Io gli strappo il cazzo e glielo ficco in gola."
"Dario..."
"No! Non mi interessa!" Gridò. "Non ti dovevano neanche toccare!"
"E perché..."
"Perché sei mia!" Gli anni parevano essergli scivolati di dosso. L'identica espressione e le identiche parole delle sue gelosie di un tempo. Senza alcun preavviso, Beatrice gli scivolò fra le braccia e lo strinse con una forza che lo sorprese. Rimase spiazzato, a braccia rigide per un momento, parallele ai fianchi, prima di rispondere al suo abbraccio. "Questo non cambia niente." Brontolò affondando le lunghe dita fra i riccioli scuri di lei.
"Sono sempre stata tua, Dario. Sempre." Lui sospirò stizzito.
"Si, però...dai, hai esagerato. Insomma, a cosa cavolo pensavi, si può sapere?" Lei si accomodò meglio nel suo abbraccio e intensificò un poco la stretta delle braccia. Non gli rispose. Non aveva idea di cosa rispondere. Ripensava ai molti uomini che aveva visto accanto a sua madre, nessuno dei quali era mai durato più di qualche settimana. Di molti, Bea non ricordava nemmeno il nome e, aveva scoperto con sommo orrore molti anni prima, nemmeno Isabella.
Erano solo un mezzo per non patire troppa solitudine, per non sentirsi troppo morta, mentre la sua vita andava avanti. Ma non avevano alcuna importanza, ai suoi occhi, come non ce l'ha la forchetta che porta il cibo alla bocca. Passati un paio di anni prendeva a chiamarli 'quello col tic all'occhio', 'quello alto sempre in jeans', come se solo queste caratteristiche distintive le fossero rimaste nella mente. Bea capiva, aveva sempre capito, da quando le aveva raccontato il motivo. Era un modo come un altro per rimanere fedele alla persona che amava, ma come poteva spiegarlo a Dario? Come poteva rispondere alla sua domanda, lecita e sensata, dicendogli che aveva segnato quei nomi per non cominciare anche lei a chiamarli 'quello i capelli ossigenati' o 'quello con l'orecchino', per il timore che il suo destino fosse il medesimo che si vedeva davanti agli occhi, quando viveva in quella casa, e che il fatto stesso che fossero così tanti significava che gli era rimasta fedele sempre? Non ne aveva il coraggio.
Sentì rizzarsi i peli sulle braccia, all'idea di non essere in grado di spiegargli tutto questo e decise di fare almeno un tentativo. Sentiva le lacrime premerle dentro, ma cercò di trattenerle.
"Pensavo...pensavo che sarei finita così anche io." Disse, inficando le lettere sul letto. Dario aggrottò la fronte. "Le vedi quelle? Quel mucchiettino di carta? Ecco. Per quelle mia mamma si è giocata tutta la vita. Ha sempre amato una persona sola, ha perso tutto per lui. E lui cosa le ha dato? Quelle. Quelle letterine schifose da bamboccio." Le lacrime le traboccarono dagli occhi finalmente, e cominciò a tremare di sdegno represso. "Le ha rovinato la vita, lo capisci? Per colpa sua ha sposato mio padre, per colpa sua mio padre l'ha lasciata, per colpa sua ha perso me, per colpa sua non è mai riuscita a rifarsi una vita! E lui? Ah, lui era tranquillo, a casa con la sua mogliettina perfetta e tutta la famigliola attorno, lui! Quel grandissimo pezzo di merda! Non è neanche venuto a salutarla per l'ultima volta." Si appoggiò al petto di lui, ora singhiozzando apertamente.
Dario fissava le lettere impilate sul letto. Erano brevi, fogli sottili, una pila non troppo alta. Dal punto in cui si trovava, riusciva a vedere uno scorcio, un angolo appena, ma quell'angolo recava impressa un'intestazione che conosceva bene quanto il suo indirizzo.
"Bea, la persona di cui parli lavorava con mio padre?" Lei lo colpì al petto, col pugno chiuso, un piccolo colpo non forte abbastanza da fargli del male, ma sufficiente a farlo arretrare appena.
"Lo vedi che sei stupido?" Gemette lei coprendosi il viso con le mani. "Non l'hai ancora capito, che era zio Lucio? Era lui, il suo grande amore, quello per cui ha passato una vita di merda. Quel brutto stronzo di tuo padre!" Lui deglutì e poi iniziò ad annuire molto lentamente. Suo padre. Isabella, madre di Beatrice e moglie di Rodolfo, si era fottuta la vita per il vecchio stronzo.
'Beh, questo pareggia molti conti' pensò, con la mente volta all'annosa storia fra sua madre e Rodolfo. Suo padre gli aveva spiegato che ne era perfettamente a conoscenza, da anni, ma non aveva intenzione di fare nulla perché era in debito con l'amico. Dario non era mai riuscito ad immaginare di che sorta di debito si potesse trattare, ma ora gli riusciva evidente. Deglutì di nuovo, a vuoto. Gli pareva che la sua bocca fosse asciutta come legna da ardere.
"Quindi lei e mio padre...stavano insieme?" Chiese cauto. Bea pareva essersi un poco calmata e lui si sedette sul bordo del materasso nudo, portandola con sé.
"Si. Cioè, no, era da tanto che non si vedevano. Io non so se tu te lo puoi ricordare, ma una volta ti ho raccontato com'è andata che i miei si sono lasciati..."
"Tuo padre è tornato a casa e l'ha trovata con un altro, giusto?" Riassunse brevemente lui. Poi trattenne il fiato. "No."
"Si, Dario. Era zio Lucio, quello chiuso in camera con la mamma. Io...non me lo ricordavo. Non so perché. Mamma mi ha raccontato che in tutti gli anni del matrimonio fra lei e papà si vedevano spesso. Insomma, ogni volta che papà era fuori. Poi, quando sei arrivato tu..."
"Beh, e tu." Bea gli sorrise.
"Lo sai che sono nata in anticipo. Si è venuto a sapere prima di te. Insomma, lei avrebbe voluto che lasciasse zia Sissi e stessero insieme, ma poi sei arrivato tu e lui non ha avuto il coraggio. E quando lei...insomma, quando si è saputo di me..." Dario alzò la testa di scatto e la interruppe con un gesto. Stava pensando ad una donna che viene rifiutata perché la sua rivale aspetta un figlio. Spontanea, la risposta arrivò alla sua mente. Forse aveva voluto mettersi sullo stesso piano. Costringerlo a scegliere fra i suoi figli.
Bea lo guardava in viso con una strana espressione, quasi un sorriso nascosto.
"Bea, siamo fratelli? Lo sai, tu?" Il sorriso emerse, mesto, dolente.
"Si, io lo so. Ma tuo padre e il mio no. A loro non l'ha voluto dire mai, di chi sono figlia, io. Mica male come vendetta, eh? Se non fosse che poi l'abbiamo pagata noi due." Dario scrollò le spalle.
"Beh, è passata. Adesso siamo insieme. Ma diciamo che questo spiega un sacco di cose. E tu ti sei tenuta tutta questa storia per tutto questo tempo e l'hai vista stare così. Ovvio che poi hai dato di matto."
"Dovevi vedermi quando sono venuta a sapere del tuo matrimonio. Mi sembrava di essere condannata a seguire lo stesso copione." Lui le circondò il viso con le mani, accogliendolo nel cavo dei palmi e la guardò negli occhi.
Si persero per un momento l'uno nello sguardo dell'altra, senza che più nulla di ciò che stava intorno esistesse. Il collo e la schiena di Beatrice si rilassarono dolcemente. Era tutto finito, in un modo o nell'altro, glielo dicevano quegli occhi chiari fissi nei suoi.
"Bea?"
"Cosa?"
"C'è qualcos'altro che dovrei sapere? Non so, i nostri padri in realtà sono una coppia, mia madre è un alieno, questa casa appartiene ad una setta satanica?"
"No. Direi che il peggio era questo. E questa casa era di mia madre e prima apparteneva a nonna Olimpia."
"Nonna Olimpia."
"La mamma di mio padre." Spiegò lei paziente.
"Ah! Viveva qui?" Bea diede un una breve risata.
"No, vive a casa sua!"
"Vive? Cioè, tua nonna è viva e non l'ho mai saputo?"
"Eh, si. La brava vecchietta ha buttato mio padre fuori di casa appena ha raggiunto i diciotto e non ha mai più voluto avere a che fare con lui. Per capirci, a me non parla perché sono figlia sua. Ha dato questa casa quando ha saputo che mia mama l'aveva lasciato...o era stata lasciata. Una specie di premio per l'ottima scelta, a quanto ho capito." Dario scosse la testa basito.
"Ma che cazzo? Possibile che non ce n'è uno sano che è uno, nella nostra famiglia? Comunque ricordami di mandare dei fiori alla vecchina. Peccato solo che non l'abbia raddrizzato a badilate quand'era ora." Bea riprese fra le mani le lettere di Lucio.
"Non so se tenerle o bruciarle." Lui strinse le labbra.
"Tienile. Lasciale dove le hai trovate. O la nonna Olimpia rivuole la casa?"
"Beh, no. Credo che tecnicamente sia mia, adesso. Cioè, la nonna l'ha data a mamma, poi lei è morta..."
"Aspetta: gliel'ha regalata?"
"Mm." Dario si guardò platealmente attorno.
"Hai una casa enorme e vivevi in quella specie di canile?" Bea scosse la testa riponendo le lettere nel cassetto. Era troppo quieta, sembrava che stesse aspettando qualcosa. Lentamente si posò sulle ginocchia il resto degli oggetti da sottoporre al vaglio ed iniziò il lavoro, sbirciando di tanto in tanto il viso di Dario, da sotto in su. "Cos'è, vuoi sapere se ho trovato sconvolgente il resto della tua camera? Non lo so, ho perso tempo a fare la conta."
"No, non volevo sapere questo."
"Cosa, allora?"
"Dario, cosa pensi di fare, adesso?" Lui estrasse una sigaretta tirandone il filtro con gli incisivi fuori dal pacchetto e la accese pensoso.
"Direi che se te la senti finiamo questa camera e poi ce ne andiamo a casa a pranzo. Magari riposiamo un'oretta poi facciamo una sessione pomeridiana qui. Perché, tu cosa pensavi di fare?"
"Vuoi sempre sposarmi?"
"Si, ovvio. Cosa c'entra, scusa?"
"Non mi hai chiesto se siamo davvero fratelli o no." Lui sporse le labbra e la guardò con aria seria.
"Tu seriamente pensi che possa fregarmene qualcosa? Legalmente siamo a posto, no? E allora che si fotta, il resto."
"Non lo siamo, comunque. Sono figlia di Rodolfo."
"E questo dimostra che è dalla merda che nascono i fiori più belli." Concluse lui lapidario.