martedì 30 settembre 2014

34

La mattina successiva fu Beatrice a svegliarsi per prima. Non le accadeva quasi mai e rimase per un attimo immobile nel letto, con la luce sommessa della prima mattina attorno, a chiedersi cosa l'avesse strappata dal sonno. Si sentiva inquieta, ma non avrebbe saputo spiegarne il motivo.
Accanto a lei Dario dormiva tranquillo, sulla schiena, un braccio che come al solito gi copriva gli occhi e l'altra mano fuori dal letto, abbassata a sfiorare Swiffer che dormiva ranicchiato sul tappetino dalla sua parte. L'avevano lasciato a casa, il giorno prima, e pareva essersi mortalmente offeso del loro gesto, motivo per il quale Dario, già tacciato di patologica insensibilità dalla sua ex molgie, non aveva resistitito allo sguardo crucciato del cucciolo e gli aveva permesso di addormentarsi in camera con loro, adducendo come pretesto il fatto che, piccolo com'era, avrebbe potuto rimanere trumatizzato da un precoce senso di abbandono.
Bea sorrise fra sé. Proprio il genere di cose che farebbe qualcuno incapace di empatia.
Per la prima volta, si rese conto del suo lieve russare, un rumore sommesso, simile allo strofinio continuo di stoffa, e si chiese quando avesse iniziato. Da ragazzo non russava affatto, di questo era certa.
Era bello, vide, il suo Dario, bello e dolce come era sempre stato e, come era sempre stato, buffo, in un modo che non avrebbe mai saputo spiegargli. La sua posa rilassata, a talloni divaricati e labbra socchiuse, contrastava stranamente con la formalità del pigiama che indossava, che pareva fare parte di una serie apparentemente infinita di capi del tutto simili, in cui a variare era solo il colore. Non aveva mai conosciuto un altro uomo, nemmeno suo padre, che indossasse realmente i pigiami, e per di più perfettamente abbottonati e stirati. I capelli, che ora portava tanto corti da lasciar intravedere la cute al di sotto, per suo grande dispetto, erano di un biondo appena più scuro di quello che l'aveva caratterizzato nell'infanzia, con una sfumatura giallastra, e parevano tracciati dal pastello di un bambino. Era buffo anche quello, a ben pensare, quel colore che non sapeva decidere se la attraesse o se fosse da mettere nella sua lista dei difetti. Le sopracciglia, del resto, così come la barba e tutto ciò che cresceva sul resto del suo corpo, avevano una sfumatura più rossiccia che trovava decisamente peggiore. Le mancava molto, poter toccare la consistenza liscia e quasi acquosa dei suoi capelli. Doveva decidersi a chiedergli di lasciarli crescere un poco. Non pretendeva certo che li portasse come da ragazzo, con la punta delle ciocche sottili in cui parevano naturalmente divisi che scendeva a sfiorargli l'arco del sopracciglio, ma le sarebbe piaciuto che fossero abbastanza lunghi da infilarci le dita in mezzo.
Con un breve sospiro, scivolò fuori dal letto, conscia del fatto che non sarebbe riuscita a riaddormentarsi, e rabbrividì abbandonando il calore della trapunta. La stanza non era fredda, ma le si accapponò comunque la pelle sulle gambe e sulle braccia. Dormiva con indosso una delle sue magliette bianche di cotone ed era certo un abbigliamento insufficiente ad affrontare una mattina invernale, fosse pure in una casa ben riscaldata. Si sfregò gli occhi con la base dei palmi, prima di recuperare dai piedi del letto un paio di pantaloni felpati e una casacca, di cui alzò la cerniera fin sotto la gola. L'orlo inferiore della maglia di lui le pendeva, ridicolo, fino a mezza coscia.
Nonostante avesse cercato di fare piano, Swiffer le fu subito accanto e la fissò con un allegro buongiorno negli occhi rotondi, che lei ricambiò con uno sguardo di disapprovazione. Il giorno prima non aveva voluto nemmeno guardarla, offeso dalla loro assenza, e solo la pazienza di Dario aveva potuto convincerlo a lasciarsi accudire. Era ancora inquieta con il cucciolo per l'aria di rimprovero che le aveva rivolto, allontanandosi da lei ogni volta che aveva provato ad avvicinarlo.
Beatrice strizzò gli occhi e si chinò ad infilarsi un paio di scarpe da ginnastica.
'È definitivo, sto impazzendo.' Pensò mentre allacciava le stringhe. 'Mi sono offesa con un cane perché mi ha messa in punizione. E poi cosa? Due chiacchiere con lo Stregatto?' Scosse la testa raccogliendo il cucciolo da terra prima che si mettesse ad abbaiare e scese al piano di sotto, dove, prima ancora del caffè, infilò la giacca e nascose l'orlo pendente della maglia di cotone nelle braghe, per poi allacciare il sottile guinzaglio al collare di Swiffer e portarlo a fare due passi.
Ptima di uscire di casa, si infilò in tasca, assieme alle chiavi, qualche croccantino, fingendo indifferenza con se stessa. In fin dei conti, si giustificò mentalmente, era un po' anche il suo cane.
Fecero il giro del quartiere mentre nuvolette bianche di condensa si materializzavano ad ogni respiro. Il cielo era basso e pesante, gravido di neve e lei si domandò se si sarebbe finalmente decisa a scendere in giornata. Le piaceva, la neve.
Lodò il cagnetto quando fece i suoi bisogni fuori, sentendosi ridicola, ma obbedendo alle direttive tracciate da Dario per il suo addestramento, e poi ritornò in casa, dove il rapido sbalzo di temperatura le appannò le lenti degli occhiali, rendendola momentaneamente cieca.
Servita la colazione a Swiffer, iniziò a preparaee quella per loro due.
Le sue mani si muovevano sicure fra i piccoli elettrodomestici sul piano della cucina, mentre la sua mente era concentrata su ciò che li aspettva quel giorno a casa di Isabella.
Un senso acuto di disagio  come una punta sottile, la pungolava fra stomaco e polmoni all'idea di mettere le mani fra le cose di sua madre, nella camera da letto, di violare la sua intimità svuotando cassetti ed aprendo sportelli, come se la sua morte ne avesse sancito la perdita di ogni diritto personale. Si chiese se avrebbe in qualche modo potuto evitarlo, ma era una domanda vana, di cui conosceva già la risposta. L'unico altro parente stretto di sua madre era zia Sissi, e, anche se per qualche motivo si fosse offerta di accollarsi lei quel lavoro, dopo tutti quegli anni di crudele indifferenza nei co fronti della sorella, era certa che sua madre avrebbe preferito che fosse lei, sua figlia, a farlo. Sospirò,  addentando l'angolo di una fetta di pane e masticando pensosa.
Niente da fare, toccava a lei. Doveva essere grata del fatto che Dario fosse al suo fianco in quel momento. Avrebbe potuto andare peggio. Avrebbe potuto trovarsi da sola, in quella casa che altro non era stata se non una sorta di prigione in cui rinchiudere le reiette di famiglia.
Afferrò il barattolo del miele ed iniziò a spanderlo sulle fette di pane dorato e caldo, sprigiinando un profumo dolce e invadente, che si mescolò con quello del caffè.
Anche il fatto di avere Dario al suo fianco poteva avere dei risvolti piuttosto impegnativi. Ripensò al giorno prima, quando si era incantato a guardare le foto che sua madre teneva in cucina e si domandò se avesse fatto male, a non spiegargli tutto in quel momento. Ma davvero non se l'era sentita. Quella storia comune, a suo modo banale, ma intricata di bugie ed untrisa di ipocrisie che lei aveva appreso, pezzetto dopo pezzetto, in dieci lunghi anni, le era sembrata un fardello troppo pesante da scaricare sulle sue spalle. Nel giro di quei pohi mesi, ne aveva passate fin troppe, povero caro, e lei sapeva bene che, per quanto fosse impossibile dubitare della sua forza, era pur sempre un uomo, con tutte le debolezze di un uomo, e, per di più, con un sensoo innato di attaccamento alla loro scombinata, viscida famiglia.
Il caffè era pronto. Diede un altro morsetto da roditore alla crosta del pane che teneva accanto e misurò lo zucchero nelle alte tazze che usavano per la colazione.
Alle sue spalle, silenzioso a piedi nudi, apparve Dario, stiracchiandosi nel suo pigiama blu scuro. La osservò non visto per qualche secondo, godendosi il senso di calore che gli dava vederla trafficare in casa, le espressioni mutevoli del viso che parevano tenere traccia di ogni pensiero, poi Swiff lo tradì, correndogli incontro con un mugolio festoso e sedendosi ai suoi piedi, con la coda che andava a velocità folle da una parte all'altra e il muso alzato a rimirarlo. Era la sua posa da 'il mio padrone è fantastico' e lo faceva sempre ridere. Bea si voltò, seguendo il movimento del cane, e gli volò fra le braccia con la stessa fretta aggraziata di una rondine che vola al nido. Per un attimo, Dario si sentì tanto pieno del loro amore che gli parve di scoppiare e gli attraversò la mente, come un lampo, l'immagine di un orgasmo dei sentimenti. Si diede del maniaco e rise di se stesso, mentre arruffava i già arruffati capelli di Bea e ricambiava il suo bacio del buongiorno, poi si sedette a tavola e lasciò che il cucciolo gli si arrampicasse in grembo, concedendogli una vigorosa grattata.
"Cosa ci fate già svegli, voi due dormiglioni?" Chiese con un ampio sorriso. Bea gli posò davanti la colazione accompagnandola con quello che era ormai un gesto abituale, baciandolo sul viso, e lui le accarezzò la mano.
"Beh, doveva pur succedere, prima o poi, che ci svegliassimo per primi. Abbiamo anche già fatto due passi. Metti giù quella bestia, non voglio che si abitui sempre in braccio." Dario posò Swiff a terra e attaccò la colazione.
"Non è sempre in braccio." Protestò a bocca piena rivolto a Bea che si sedette a sua volta "è stato un evento casuale." Lei annuì e prese un sorso di caffè.
"E tutto il tempo che passi nello studio, lui dove sta?" Dario evitò il suo sguardo concentrandosi sul cibo.
"Mah, dipende dai momenti."
"Dario?"
"Oh, insomma, se volevi che lo tenessi giù potevi regalarmi, che so, un alano. Quello mica lo tenevo in braccio!" Bea rise nascondendosi il viso nelle mani.
"Sei allucinante! Ma se te l'ho chiesto, se volevi che lo cambiassimo!" Lui abbassò lo sguardo sul Swiffer, seduto accanto alla sua sedia in posa dignitosa.
"Non starla a sentire, è una persona orribile. Succede perché mangia troppo poco. Poco cibo, molta cattiveria. Ricorda, piccolo."
"Quanto sei stronzo!" Dario le rivolse un allarmante sorriso che scopriva troppi denti.
"Che originale! Questa non me la sono mai sentita dire!" Bea lo guardò con aria risentita.
"Non sono cattiva. Non mi piace che tu dica così." Lui allungò la mano sopra al tavolo e prese quella di lei.
"Va bene, non sei cattiva. Sei solo stupida. Hai ragione, non è colpa tua." Le mormorò con dolcezza.
"Tu sei stupido! Sei stupido e ti stai trasformando in una vecchietta." Dario sorrise, stavolta con aria tranquilla.
"Va bene. Una simpatica vecchina di quasi due metri, okay?"

Quel giorno, l'impatto con la casa vuota venne attutito dai piccoli segni del loro passaggio, che li circondavano come una traccia rassicurante.
Bea si fermò ai piedi dell'unica, breve rampa di scale e fissò il piano superiore con l'aria di chi sta cercando il coraggio di tuffarsi in un acqua troppo fredda e profonda.
"Oh, ci sei?" Le chiese dolcemente Dario.
"Ci sono. Ci sono, amore. Andiamo su." La sua voce suonava incerta, come arrugginita, e la stessa sensazione le diedero le gambe, quando le costrinse a salire quegli scalini tanto familiari. Quando arrivò sul pianerottolo si fermò, d'istino, con lo sguardo fisso alla porta di quella che era stata la sua stanza. Aveva trascorso parecchie notti lì, l'inverno precedente, per assistere sua madre, e ogni volta aveva sentito la pelle delle braccia accapponarsi alla vista di quella porta e di quel letto, su cui aveva trascorso tante ore orribili.
Dario la ragguinse lentamente, soffermandosi ad osservare i piccoli quadri che ornavano il muro accanto alla scala. La vide come paralizzata al centro del largo corridoio e le circondò le spalle col braccio. Si rendeva conto di quanto soffrisse, nell'adempimento di quel compito, ma sapeva anche che era giusto che lei affrontasse tutto quello che era contenuto in quella casa. Non si risolve nulla scappando dal proprio passato e lei aveva già lasciato troppa parte di se stessa nella fuga. Le sarebbe stato vicino, l'avrebbe consolata quando si fosse rivelato necessario, ma non di meno sarebbe stato pronto a spronarla, perfino a costringerla, se davvero avesse dovuto, per vederla andare fino in fondo. Per ora, si stava comportando egregiamente, dimostrando un coraggio degno di lei, e se ne sentiva fiero.
Bea levò lentamente il braccio e gli indicò una delle porte, quella immediatamente di fronte alle scale che avevano appena salito.
"Quella lì è la mia stanza." Gli disse con voce distante. "Vuoi vederla?"
"Si, amore." Rispose lui calmo.
Bea fece qualche passo avanti e ruotò la maniglia, ma rimase immobile sulla soglia, aspettandolo prima di aprire la porta.
Dario non avrebbe saputo dire cosa si aspettasse di vedere, dietro quella porta, ma ciò che lo attendeva appariva in tutto e per tutto simile ad una cella monastica.
Lo stretto letto singolo era addossato alla parete, come quello che aveva nella casa in cui erano cresciuti, ed intuì che era stata lei, forse appena era arrivata lì,  a spingerlo in quel punto, ricercando una qualche familiarità rassicurante. Sulla parete accanto, una minuscola scrivania con la sua sedia e, dalla parte opposta della stanza, un alto armadio scuro. Questo era tutto. Non c'era nulla alle pareti, nessun tappeto, nessun ornamento, nemmeno un comodino, né tende alla finestra. Le pareti dipinte di bianco mostravano un lievissimo segno accanto al cuscino dove, lo sapeva, lei posava la fronte nei momenti di sconforto profondo, girando le spalle all'universo intero.
Bea era al centro della stanza e si torceva le mani in un modo che gli ricordò sua madre.
"Cosa vuoi fare?" Le chiese in tono prosaico, strappandole un lieve sussulto.
"Non voglio stare qui." Gli rispose lei. "Comincio da camera di mia madre. Fatto quello, il resto mi sembrerà facile. Tu per caso vuoi iniziare da qui?" Dario annuì. Capiva il suo desiderio di rimanere sola, in camera di Isabella. "Se ti capita, vuota direttamente i cassetti della scrivania nel sacco del pattume. Il resto..." fece un cenno vago con la mano "non lo so, Dario. Fanne quello che vuoi tu. Un po' come te con le lettere, hai presente?" Sospirò prima di passargli accanto diretta alla porta.
Dario rimase immobile. Gli aveva messo il suo passato fra le mani. Sentì un sospiro nascere anche nel suo petto, provocato dal puro e semplice sollievo. Non aveva idea di come fosse accaduto, ma la fiducia che aveva sempre regnato fra loro pareva essersi ricostituita.
Si avvicinò allo stretto letto con un sentimento quasi reverenziale. Ricordava bene quello che gli aveva raccontato. Giorno dopo giorno, aveva passato un anno e più stesa su quel letto, senza coscienza dello scorrere del tempo o delle necessità del suo stesso corpo, alzandosi solo quando vi veniva costretta. Pensando a lui. Sperando di vederlo arrivare.
Un nodo inatteso gli strinse la gola. Se solo avesse potuto riportare indietro il tempo, le cose sarebbero state molto diverse. Ma era inutile pensarci, inutile e forse dannoso, come la maggior parte delle cose inutili. Nessuno può riportare il tempo indietro.
Con movimenti precisi ed aggraziati, disfece il letto, mise le lenzuola e le coperte fra le cose da lavare e mise a nudo il materasso. Stava per passare alla scrivania, quando qualcosa di rosso attirò il suo sguardo, fra la rete e la stoffa azzurrina. Lo sfilò delicatamente e si ritrovò a tenere in mano una sottile copertina di plastica, di quelle in cui un tempo i fotografi mettevano i loro lavori, di una quindicina di centimetri di lunezza. La aprì. Conservate all'interno, foto ritagliate dalle riviste perdevano lentamente colore col trascorrere degli anni. Una moto bianca e rossa, quasi identica a quella che gli avevano regalato per i sedici anni; ragazzi che giocavano a basket, uno ritratto in quell'attimo di grazia in cui gravità e spinta si bilanciano e la sospensione è perfetta, le braccia protese per caricare un tiro a canestro; un campo di stoppie, fotografato sotto il picco del sole estivo. Dario sfogliava le immagini rese fragili dagli anni. Si sedette pesantemente a terra. In mancanza di sue fotografie, Bea aveva pazientemente raccolto qualunque raffigurazione gli parlasse di lui. Ce n'era una decina, tutte evidentemente selezionate e ritagliate per essere viste di frequente. I bordi di alcune erano come smangiati, per essere stati troppo maneggiati, e su almeno un paio risaltavano piccole scoloriture rotonde di cui non era difficile capire l'origine. Aveva pianto, guardandole.
Dario contrasse le labbra in una smorfia, contenendo a forza ciò che provava e ripose i ritagli con tutta la delicatezza di cui fu capace, prima di infilarli nel mezzo del suo portafogli. Sporgevano un poco, ma pazienza. Non voleva che lei li rivedesse. Si ripromise di inondare la casa di foto che li ritraessero insieme, con Swiffer, Dora, Viola, Vittorio e perfino quella piaga di Vasirani. Tutta la banda. E avrebbe personalmente fatto saltare i denti a chi non avesse sorriso in ogni singolo scatto.
Bea aveva iniziato col ripulire ogni superficie della stanza dai flaconi di medicinali che, come un'erba infestante, l'avevano colonizzata nell'ultimo anno di vita di Isabella. Le pareva di ricordarli tutti, uno per uno, dai più innocui agli ultimi, quelli che aveva dovuto dosare con cauta attenzione. Ognuno di essei era stato un barlume di speranza, per quanto fioco, prima di fallire e spegnersi come un fuoco fatuo. Pareva che nessuno fosse stato buttato via, in tutto quel tempo.
Il letto era già coperto solo dal nudo materasso e di questo fu grata a se stessa. Non desiderava toccarlo mai più.
Con la sensazione di violare uno spazio privato, aprì il cassetto del comodino e iniziò a vagliarne il contenuto.
Caramelle, ritagli di stoffe, scatoline porta pastiglie, accendini usa e getta, finirono in un mucchietto sulla superficie del mobile, che era sgombra e lustra dopo essere stata epirata dagli attrezzi da malati. Poi, sul fondo, come temesse di essere scoperta, presto o tardi, trovò ciò che temeva. Non aveva gettato nessuna delle lettere che lui gli aveva scritto, nemmeno una, in tutti quegli anni.
Beatrice le scorse rapida, una serie di fogli senza pretese, poche righe ciascuno, tutti con la stessa firma sul fondo. Le ultime risalivano ad appena qualche anno prima, quando lei aveva iniziato il lavoro all'archivio. Sentì letteralmente il sangue montarle alla testa e, nonostante le sue remore, dovette sedersi sul letto, al pensiero che avessero continuato a scriversi, più o meno regolarmente, per tutto quel tempo. Galassie di bruscoli luminosi pulsavano nel suo campo visivo, in perfetto sincrono col suo cuore. Non era il pensiero di un amore illecito, per quanto lungo, a turbarla tanto, ma l'idea di tutte quelle vite rovinate senza alcuna causa apparente.
Dario svuotò il primo dei quattro cassetti senza trovarvi nulla di interessante. Dispense universitarie dimenticate, biglietti del cinema, vetuste scatole di antidolorifici e penne a sfera dismesse finirono direttamente nell'immondizia.
Rasserenato, aprì con decisione il secondo cassetto e rimase un momento immobile, con la mano sospesa poco sopra il contenuto. La sua calligrafia faceva capolino di sotto un sottile quaderno ad anelle. Lo spostò e scorse i fogli che avevano attirato la sua attenzione. Erano i compiti che aveva scritto per Bea, lunghe file di equazioni e brevi schemi di fisica e chimica. Fu come rivedere se stesso, prima che tutto crollasse di schianto.
'Prima che tutto andasse a puttane.' Si corresse amaramente. Li aveva tenuti. Già solo questo sarebbe stato sufficiente a provocare in lui una certa commozione. Sotto di essi, trovò pagine e pagine di appunti nella grafia di lei su materie analoghe e inarcò le sopracciglia. Non ci aveva mai pensato, ma per fare un lavoro come il suo doveva per forza avere qualche conoscenza basilare di chimica. A quanto pareva, le aveva creato ben più di una difficoltà. Gli appunti e le dispense erano fitte di note a margine, piccole nozioni che aveva ricordato a se stessa studiando. Ed erano scritte nella sua grafia. Sembrava, guardandoli, che lui le fosse rimasto accanto in quegli anni, a spiegarle le cose come era solito fare. Le aveva scritte nella grafia di lui.
Ne distolse lo sguardo, sentendosi male al pensiero. Se aveva pensato per tutti quegli anni, di sentire la mancanza di lei più di quanto chiunque potesse capire, ora sapeva di essersi sbagliato. I suoi occhi si posarono, casualmente, sul quaderno ad anelle che aveva estratto dal cassetto e, per distogliere la mente, lo aprì e prese a sfogliarlo. Era strano. Non era che una serie di date, alcune ripetute, altre segnate una volta sola. Dopo i primi fogli, alle date seguivano dei nomi. Si domandò se potesse essere una qualche sorta di codice che esulava dalla sua comprensione, prima di notare che erano tutti nomi maschili. Tutti quanti. Un barlume di comprensione lo attraversò, trascinandosi dietro, come la coda di una cometa, una fiammata di rabbia ribollente.
Dario si sedette sul pavimento freddo ed iniziò a contare.

Beatrice stava riordinando le lettere che aveva trovato nel cassetto in una pila, chiedendosi se, in rispetto alla memoria di sua madre, avrebbe dovuto tenere o se liberarsene, quando sentì i lu ghi passi di Dario nel corridoio. Inclinò il capo sbigottita: non aveva dubbi, era arrabbiato.
Fece praticamente irruzione nella stanza, senza disturbarsi a scostare il battente socchiuso, lasciando che a splancare la porta fosse il peso del suo corpo, e si fermò di fronte a Bea. Il suo viso era pallido, quasi esangue, e non recava alcuna
Espressione intellegibile. Gli occhi chiari emanavano bagliori metallici.
"Cosa?" Chiese Beatrice, suo malgrado intimidita da un ingresso tanto drammatico. Le labbra di Dario tremarono ma non si dischiusero. Il suo petto si alzava e si abbassava visibilmente in rapidi respiri superficiali. Alzò la mano che stringeva il quaderno ad anelle e lei inarcò le sopracciglia con aria spazientita. "E c'è da fare tutta questa scena?"
"Beatrice. Dimmi che non è quello che credo." La voce gli usciva a brevi mitragliate. Lei scosse la testa.
"Non sei un cretino, hai capito benissimo cos'è." Gli rispose secca. Il suo sconcerto di fronte a quelle pagine le sembrava esagerato ed infantile. Dopotutto, gli aveva raccontato già tutto. Quando la copertina di cartone colpì il muro accanto a lei con uno schiocco secco come uno sparo, lanciata con tutta la forza, saltò in piedi e si volse verso di lui inviperita, coi pugni stretti lungo i fianchi. Si fronteggiavano in un'identica posa di astio.
"Allora direi che lo sapevi, quanti sono stati." Sibilò lui acido.
"Non mi sono mai messa a contarli. Qualche problema?"
"Te lo dico io. Io li ho contati." Le rispose lui annuendo furente. La sua voce si alzò in un ruggito di petto. "Sono centotto! Cento e otto! Brutta..." gli occhi di Bea lampeggiarono, ora pericolosamente freddi.
"Brutta cosa, Dario? Finisci la frase." La sua voce suonava affilata come una lama. Le labbra di lui si mossero senza che emettesse suono e divenne paonazzo in viso. Le vene del collo e della fronte iniziarono a sporgere in modo allarmante.
"Sconsiderata! Deficiente! Cretina d'assalto armato! Centotto! Capisco tutto, ma..."
"Centonove." Disse lei, con aria più morbida,  interrompendo le sue grida. Dario si fermò, come se quel numero gli si fosse incastrato in gola. Batté le palpebre osservandola.
"Nove?" Bea annuì.
"Non hai letto il tuo nome. O sbaglio?" Lui si passò le mani sul viso.
"No. Il mio nome non c'era. Li ammazzerò uno per uno, quei maiali." Le sue parole suonavano terribilmente serie.
"E perché? Al loro posto, tu avresti fatto lo stesso."
"Non me ne frega un cazzo. Le stronzate filosifiche tienile buone per quando mi vieni a trovare in galera. Io gli strappo il cazzo e glielo ficco in gola."
"Dario..."
"No! Non mi interessa!" Gridò. "Non ti dovevano neanche toccare!"
"E perché..."
"Perché sei mia!" Gli anni parevano essergli scivolati di dosso. L'identica espressione e le identiche parole delle sue gelosie di un tempo. Senza alcun preavviso, Beatrice gli scivolò fra le braccia e lo strinse con una forza che lo sorprese. Rimase spiazzato, a braccia rigide per un momento, parallele ai fianchi, prima di rispondere al suo abbraccio. "Questo non cambia niente." Brontolò affondando le lunghe dita fra i riccioli scuri di lei.
"Sono sempre stata tua, Dario. Sempre." Lui sospirò stizzito.
"Si, però...dai, hai esagerato. Insomma, a cosa cavolo pensavi, si può sapere?" Lei si accomodò meglio nel suo abbraccio e intensificò un poco la stretta delle braccia. Non gli rispose. Non aveva idea di cosa rispondere. Ripensava ai molti uomini che aveva visto accanto a sua madre, nessuno dei quali era mai durato più di qualche settimana. Di molti, Bea non ricordava nemmeno il nome e, aveva scoperto con sommo orrore molti anni prima, nemmeno Isabella.
Erano solo un mezzo per non patire troppa solitudine, per non sentirsi troppo morta, mentre la sua vita andava avanti. Ma non avevano alcuna importanza, ai suoi occhi, come non ce l'ha la forchetta che porta il cibo alla bocca. Passati un paio di anni prendeva a chiamarli 'quello col tic all'occhio', 'quello alto sempre in jeans', come se solo queste caratteristiche distintive le fossero rimaste nella mente. Bea capiva, aveva sempre capito, da quando le aveva raccontato il motivo. Era un modo come un altro per rimanere fedele alla persona che amava, ma come poteva spiegarlo a Dario? Come poteva rispondere alla sua domanda, lecita e sensata, dicendogli che aveva segnato quei nomi per non cominciare anche lei a chiamarli 'quello i capelli ossigenati' o 'quello con l'orecchino', per il timore che il suo destino fosse il medesimo  che si vedeva davanti agli occhi, quando viveva in quella casa, e che il fatto stesso che fossero così tanti significava che gli era rimasta fedele sempre? Non ne aveva il coraggio.
Sentì rizzarsi i peli sulle braccia, all'idea di non essere in grado di spiegargli tutto questo e decise di fare almeno un tentativo. Sentiva le lacrime premerle dentro, ma cercò di trattenerle.
"Pensavo...pensavo che sarei finita così anche io." Disse, inficando le lettere sul letto. Dario aggrottò la fronte. "Le vedi quelle? Quel mucchiettino di carta? Ecco. Per quelle mia mamma si è giocata tutta la vita. Ha sempre amato una persona sola, ha perso tutto per lui. E lui cosa le ha dato? Quelle. Quelle letterine schifose da bamboccio." Le lacrime le traboccarono dagli occhi finalmente, e cominciò a tremare di sdegno represso. "Le ha rovinato la vita, lo capisci? Per colpa sua ha sposato mio padre, per colpa sua mio padre l'ha lasciata, per colpa sua ha perso me, per colpa sua non è mai riuscita a rifarsi una vita! E lui? Ah, lui era tranquillo, a casa con la sua mogliettina perfetta e tutta la famigliola attorno, lui! Quel grandissimo pezzo di merda! Non è neanche venuto a salutarla per l'ultima volta." Si appoggiò al petto di lui, ora singhiozzando apertamente.
Dario fissava le lettere impilate sul letto. Erano brevi, fogli sottili, una pila non troppo alta. Dal punto in cui si trovava, riusciva a vedere uno scorcio, un angolo appena, ma quell'angolo recava impressa un'intestazione che conosceva bene quanto il suo indirizzo.
"Bea, la persona di cui parli lavorava con mio padre?" Lei lo colpì al petto, col pugno chiuso, un piccolo colpo non forte abbastanza da fargli del male, ma sufficiente a farlo arretrare appena.
"Lo vedi che sei stupido?" Gemette lei coprendosi il viso con le mani. "Non l'hai ancora capito, che era zio Lucio? Era lui, il suo grande amore, quello per cui ha passato una vita di merda. Quel brutto stronzo di tuo padre!" Lui deglutì e poi iniziò ad annuire molto lentamente. Suo padre. Isabella, madre di Beatrice e moglie di Rodolfo, si era fottuta la vita per il vecchio stronzo.
'Beh, questo pareggia molti conti' pensò, con la mente volta all'annosa storia fra sua madre e Rodolfo. Suo padre gli aveva spiegato che ne era perfettamente a conoscenza, da anni, ma non aveva intenzione di fare nulla perché era in debito con l'amico. Dario non era mai riuscito ad immaginare di che sorta di debito si potesse trattare, ma ora gli riusciva evidente. Deglutì di nuovo, a vuoto. Gli pareva che la sua bocca fosse asciutta come legna da ardere.
"Quindi lei e mio padre...stavano insieme?" Chiese cauto. Bea pareva essersi un poco calmata e lui si sedette sul bordo del materasso nudo, portandola con sé.
"Si. Cioè, no, era da tanto che non si vedevano. Io non so se tu te lo puoi ricordare, ma una volta ti ho raccontato com'è andata che i miei si sono lasciati..."
"Tuo padre è tornato a casa e l'ha trovata con un altro, giusto?" Riassunse brevemente lui. Poi trattenne il fiato. "No."
"Si, Dario. Era zio Lucio, quello chiuso in camera con la mamma. Io...non me lo ricordavo. Non so perché. Mamma mi ha raccontato che in tutti gli anni del matrimonio fra lei e papà si vedevano spesso. Insomma, ogni volta che papà era fuori. Poi, quando sei arrivato tu..."
"Beh, e tu." Bea gli sorrise.
"Lo sai che sono nata in anticipo. Si è venuto a sapere prima di te. Insomma, lei avrebbe voluto che lasciasse zia Sissi e stessero insieme, ma poi sei arrivato tu e lui non ha avuto il coraggio. E quando lei...insomma, quando si è saputo di me..." Dario alzò la testa di scatto e la interruppe con un gesto. Stava pensando ad una donna che viene rifiutata perché la sua rivale aspetta un figlio. Spontanea, la risposta arrivò alla sua mente. Forse aveva voluto mettersi sullo stesso piano. Costringerlo a scegliere fra i suoi figli.
Bea lo guardava in viso con una strana espressione, quasi un sorriso nascosto.
"Bea, siamo fratelli? Lo sai, tu?" Il sorriso emerse, mesto, dolente.
"Si, io lo so. Ma tuo padre e il mio no. A loro non l'ha voluto dire mai, di chi sono figlia, io. Mica male come vendetta, eh? Se non fosse che poi l'abbiamo pagata noi due." Dario scrollò le spalle.
"Beh, è passata. Adesso siamo insieme. Ma diciamo che questo spiega un sacco di cose. E tu ti sei tenuta tutta questa storia per tutto questo tempo e l'hai vista stare così. Ovvio che poi hai dato di matto."
"Dovevi vedermi quando sono venuta a sapere del tuo matrimonio. Mi sembrava di essere condannata a seguire lo stesso copione." Lui le circondò il viso con le mani, accogliendolo nel cavo dei palmi e la guardò negli occhi.
Si persero per un momento l'uno nello sguardo dell'altra, senza che più nulla di ciò che stava intorno esistesse. Il collo e la schiena di Beatrice si rilassarono dolcemente. Era tutto finito, in un modo o nell'altro, glielo dicevano quegli occhi chiari fissi nei suoi.
"Bea?"
"Cosa?"
"C'è qualcos'altro che dovrei sapere? Non so, i nostri padri in realtà sono una coppia, mia madre è un alieno, questa casa appartiene ad una setta satanica?"
"No. Direi che il peggio era questo. E questa casa era di mia madre e prima apparteneva a nonna Olimpia."
"Nonna Olimpia."
"La mamma di mio padre." Spiegò lei paziente.
"Ah! Viveva qui?" Bea diede un una breve risata.
"No, vive a casa sua!"
"Vive? Cioè, tua nonna è viva e non l'ho mai saputo?"
"Eh, si. La brava vecchietta ha buttato mio padre fuori di casa appena ha raggiunto i diciotto e non ha mai più voluto avere a che fare con lui. Per capirci, a me non parla perché sono figlia sua. Ha dato questa casa quando ha saputo che mia mama l'aveva lasciato...o era stata lasciata. Una specie di premio per l'ottima scelta, a quanto ho capito." Dario scosse la testa basito.
"Ma che cazzo? Possibile che non ce n'è uno sano che è uno, nella nostra famiglia? Comunque ricordami di mandare dei fiori alla vecchina. Peccato solo che non l'abbia raddrizzato a badilate quand'era ora." Bea riprese fra le mani le lettere di Lucio.
"Non so se tenerle o bruciarle." Lui strinse le labbra.
"Tienile. Lasciale dove le hai trovate. O la nonna Olimpia rivuole la casa?"
"Beh, no. Credo che tecnicamente sia mia, adesso. Cioè, la nonna l'ha data a mamma, poi lei è morta..."
"Aspetta: gliel'ha regalata?"
"Mm." Dario si guardò platealmente attorno.
"Hai una casa enorme e vivevi in quella specie di canile?" Bea scosse la testa riponendo le lettere nel cassetto. Era troppo quieta, sembrava che stesse aspettando qualcosa. Lentamente si posò sulle ginocchia il resto degli oggetti da sottoporre al vaglio ed iniziò il lavoro, sbirciando di tanto in tanto il viso di Dario, da sotto in su. "Cos'è, vuoi sapere se ho trovato sconvolgente il resto della tua camera? Non lo so, ho perso tempo a fare la conta."
"No, non volevo sapere questo."
"Cosa, allora?"
"Dario, cosa pensi di fare, adesso?" Lui estrasse una sigaretta tirandone il filtro con gli incisivi fuori dal pacchetto e la accese pensoso.
"Direi che se te la senti finiamo questa camera e poi ce ne andiamo a casa a pranzo. Magari riposiamo un'oretta poi facciamo una sessione pomeridiana qui. Perché, tu cosa pensavi di fare?"
"Vuoi sempre sposarmi?"
"Si, ovvio. Cosa c'entra, scusa?"
"Non mi hai chiesto se siamo davvero fratelli o no." Lui sporse le labbra e la guardò con aria seria.
"Tu seriamente pensi che possa fregarmene qualcosa? Legalmente siamo a posto, no? E allora che si fotta, il resto."
"Non lo siamo, comunque. Sono figlia di Rodolfo."
"E questo dimostra che è dalla merda che nascono i fiori più belli." Concluse lui lapidario.

venerdì 26 settembre 2014

33

La luce biancastra della mattina invernale filtrava già dalla finestra fin sul letto, quando un rumore acuto ed insistente penetrò gli strati del sonno profondo di Bea fino a svegliarla.
La prima cosa che vide, aprendo gli occhi, fu una tazza di ceramica bianca, su cui qualcuno stava battendo un sottile cucchiaino da caffè. Dario, seduto sul bordo del letto, le sorrideva, vestito di tutto punto. Attese che lei si alzasse sui cuscini prima di porgerle la tazza.
"Svegliati e sorgi, anima mia, oggi abbiamo del lavoro da fare!" Le disse con voce allegra schioccandole un bacio sul viso. Lei prese la tazza con entrambe le mani e si produsse in un voluminoso sbadiglio da felino.
"Che ora è?"
"Quasi le otto, amore." Era anche più affettuoso del solito e la guardava con aria serena, rilassata, amichevole. Bea si stirò con prudenza.
"Ho male dappertutto. Non abbiamo mica più l'età per certe cose, sai?" Protestò prendendo una lunga sorsata di caffè caldo. Lo sentì scendere, corroborante e profumato, e si sentì subito meglio. Dario aveva rivolto il suo sorriso, ora compiaciuto ed imbarazzato, alla trapunta. La punta della ligua spuntava fra le labbra, dandogli un'aria monellesca.
"Beh, dai, però ci siamo divertiti, no?" Le chiese in tono allusivo. Lei trattenne un sorriso, nascondendo il viso nella tazza. Le piaceva stuzziacare il suo orgoglio, fargli dispetto. Le era sempre piaciuto, fin da quando era ancora solo il suo compagno di giochi. Mantenne un dignitoso silenzio fino a quando non lo vide occhieggiarla di tanto in tanto, cercando preoccupato di indovinare il suo stato d'animo, poi, con un gesto teatrale, scostò coperte e lenzuola, mettendo in mostra il proprio corpo, nudo, alla sua vista. La sua carnagione chiara e la sua pelle delicata trattenevano facilmente il segno di ogni sollecitazione. Le era capitato spesso, la mattina, di trovarsi coperta di segni rossi, che permanevano anche per ore, per il semplice contatto con una piega del lenzuolo. Ora, dopo un intero pomeriggio di festeggiamenti che si erano protratti fin dopo la cena, la sua pelle sembrava una mappa su cui chiunque avrebbe potuto facilmente leggere il percorso dei loro divertimenti. Le mani di Dario avevano lasciato segni rossicci, che apparivano enormi sul corpo minuto di lei, dal collo ai fianchi. Le sue braccia, che erano state strette con impeto, recavano un lieve livido verdastro. Lo vide sbiancare, gli occhi spalancati, di fronte a quello spettacolo e, non riuscendo più a nascondere il suo maligno divertimento, scoppiò in una risata.
"Lo vedi che sei scemo? Ci caschi tutte le volte! Dai, lo sai che non mi hai fatto male!"
"Sei perfida." Commentò lui con aria offesa.
"E guarda che passi per essere uno intelligente, eh? Ma se è da quando avevamo quindici anni che succede, non ci sei ancora arrivato? Vuoi che ti faccia un disegnino?" Dario fece una smorfia, arricciando il naso, e le tolse di prepotenza dalle mani la tazza.
"Non te lo meriti, il caffè a letto, nana malefica. Io mi preoccupo per te e tu mi sfotti."
"Gne gne gne gne! Mamma! Bea mi prende in giro!" Lo canzonò lei prendendogli la mano. Lui la ritirò con un gesto stizzito.
"Guarda che prima o poi ti faccio livida davvero, Bea! Ti ribalto sulle mie ginocchia e ti faccio il sedere viola!" Le ringhiò. Lei si inginocchiò sul materasso e gli circondò le spalle con le braccia.
"Oh, dio, ti sei offeso sul serio? Bea è stata tanto cattiva?" Gli cinguettò lei all'orecchio con aria tenera.
"Mm. Si. Bea è una nanetta malefica." Brontolò Dario ancora senza girarsi. Lei gli accarezzò la nuca con fare suadente.
"Povero Darietto. Vuoi un bacio?" Gli chiese strofinando piano il viso contro il suo collo. Suo malgrado, con un accenno di sorriso, lui si girò e avvicinò le labbra a quelle di lei. Bea gli prese il viso fra le mani e, senza preavviso, soffiò con tutta la forza nel suo naso, ritraendosi subito dopo, con una risata irrefrenabile. Dario si scrollò, infastidito, e poi serrò le labbra in un'espressione battagliera.
"Va bene, adesso mi hai proprio stufato, bastardella! Te lo faccio vedere io, chi comanda!" Le sibilò contro.
Bea si era allontanata, strisciando sul letto fin quasi al bordo opposto. Lui, sfruttando tutto il suo allungo, le afferrò un ginocchio ed iniziò a trascinarla nella sua direzione, mentre lei si dimenava, ancora ridendo. La strattonò bocconi vicino a lui e poi le bloccò le braccia dietro la schiena, immobilizzandola.
"E adesso? Come la mettiamo?" Le chiese con gioia maligna.
"Mollami, stupido spilungone sbiadito!" Squittì lei tentando di svincolarsi. Dario schioccò la lingua contro il palato e le caricò addosso un altro po' del suo peso. Sorrideva con aria quasi maniacale.
"Chiedi scusa."
"Non ci penso neanche! Sei tu che sei permaloso come una puttana!" Una delle mani di Dario scattò e le infilò un dito fra le costole, dove sapeva essere più fastidioso. Lei sussultò violentemente.
"Non dire parolaccie e chiedi scusa!"
"Cazzo, cazzo, merda e vaffanculo! Mollami, sfregiato!"
"Oh! Questa me la paghi, quattro ossa! Solo perché assomigli alla bandiera dei pirati, teschio e tibie incrociate, pensi di farmi paura?"
"Tanto non mi fai niente!" Lo provocò lei, in tono sicuro, con la faccia schiacciata sul materasso. Lui strinse ancora le labbra, fra il divertito e l'irritato, e la spinse ancora più forte. Non usava il peso del suo corpo, temendo di spezzarla come un fuscello, ma stava comunque applicando una forza notevole su quei polsi rovesciati nel suo palmo.
"Mollami!" Disse Bea, ora con voce strozzata.
"Chiedi scusa."
"Dario, lasciami andare!" Ora quello che proveniva da sotto di lui, smorzato dal materasso, era un pigolio allarmato.
"Bea?" Chiese prudentemente, temendo che lo scherzo si fosse spinto troppo oltre.
"Lasciami, Dario, lasciami e ti chiedo scusa." Sentendosi colpevole, Dario aprì la mano i  cui teneva i suoi polsi e si scostò di lato, lasciando che si rialzasse. Si rimproverò mentalmente per quel comportamento puerile. Doveva ricordare che non erano più bambini e che pesava quasi cinquanta chili più di lei. La stava osservando, cercando di capire se le avesse davvero fatto del male, quando Bea alzò il viso, scostando i capelli con un gesto della mano.
"Ti chiedo scusa..." gli disse esitante. Lui deglutì a vuoto, mentre il senso di colpa si allargava ancora nel suo petto. Poi, improvvisamente, Bea lo spinse con entrambe le mani aperte contro le spalle, facendogli perdere l'equilibrio e mandandolo lungo disteso sul letto. In un lampo fu a cavalcioni su di lui, i piccoli seni che parevano palpitare vittoriosi, e gli assestò un pizzicotto, torcendo la pelle fra le dita. "...scusa se sono più furba di te, grosso scemo!"
"Bea, piantala!" Protestò lui sdegnato, proteggendosi il corpo con le mani. Tutto inutile. Per ogni punto che proteggeva, lei trovava un varco attraverso cui pizzicarlo. "Mi fai male, sottospecie di topo muschiato!"
"Adesso non fai più tanto il gradasso, eh?" Commentò lei ironica.
"Bea, porca troia, adesso mi alzo e ti faccio nera! Piantala!" Dario ringhiava, nel suo tono più minaccioso, ma senza riuscire a restare serio. Quando fu stanco di quel trattamento, si drizzò semplicemente a sedere, trovandosi Bea sulle ginocchia. Gli sorrideva felice e irrimediabilmente spettinata, guardandolo negli occhi.
Si abbracciarono stretti per un attimo, ancora ridacchiando, poi lei si alzò e scomparve nel piccolo bagno accanto alla stanza da letto.

Parcheggiarono nello stesso punto in cui aveva parcheggiato, molti anni prima, quando era andato da lei, dopo il ritorno di suo padre.
La strada era immutata, lo stesso albero che si protendeva, ora scheletrito e con il piede affondato in un alto strato di foglie morte, gli stessi lampioni speti come occhi addormentati.
Dario represse un brivido, rivedendo la porta scura con la sua maniglia rotonda e dorata. Per un momento, gli parve di essere tornato indietro nel tempo, ad uno dei momenti più bui del suo passato.
Istintivamente, protese il braccio verso Beatrice, intenta a sganciare la cintura di sicurezza, come a confemare a se stesso che il peggio era passato, definitivamente rinchiuso nella sua memoria, e non sarebbe tornato più. Il peso rassicurante della testa di lei gli scivolò sulla spalla e lui la strinse, scacciando le immagini che gli affollavano la mente.
"Amore, stai bene?" Gli chiese Bea. Lui annuì lentamente, continuando a guardarsi attorno.
"Sono a posto. Solo, dammi un bacio, vuoi?" Bea trasse un respiro. Dopo aver letto tutte le lettere che lui le aveva scritto in quegli anni, e dopo averne rilette alcune tante volte da conoscerle a mente, quando lui si ritirava nel suo studio, non le fu difficile capire cosa gli passasse per la testa. Rimproverò se stessa. Avrebbe dovuto pensarci prima di chiedergli di accompagnarla lì.
"Non qui." Gli rispose sicura.
"Come?" Lei sganciò anche la sua cintura e lo precedette fuori dall'auto, sistemandosi a tracolla la grossa sporta piena di sacchi di plastica e prodotti per la pulizia che aveva portato con sé. Quando Dario la raggiunse, premendo sul portachiavi per chiudere la macchina, lo prese per mano, senza nemmeno guardarlo, e attraversò la strada con lui, fin davanti alla soglia di casa. Il portone dava direttamente sul marciapiedi, separato da esso solo da due scalini di cemento chiaro. Si fermò ai piedi di quegli scalini e volse il corpo verso di lui. La sua mano gli scivolò dolcemente dietro la nuca, attirandolo giù, verso il suo viso.
Lo baciò lì, di fronte alla porta di casa, in piena strada. Lo baciò a lungo, fino al momento in cui sentì che i miscoli delle sue spalle si rilassavano e la tensione che tratteneva il suo collo lo abbandonava. Lo baciò fino a che lui non scordò il motivo per cui lo stava baciando e sentì solo quel bacio, lì dove erano, nel momento in cui erano.
Quando si allontanarono l'uno dall'altra, Bea lo guardò con un sorriso tenero, intrecciando le dita fra le sue. Dario le posò una carezza lieve sul viso, prima di sussultare al saluto di un vicino.
"Beatrice! Allora, torni a vivere qui?" L'uomo che aveva lanciato quel richiamo, un attempato signore baffuto, era affacciato alla finestra della casa accanto. Bea rise.
"Oh, signor Ruozzi! No, non credo! Per il momento veniamo a pulire!"
"Ah, bravi, bravi! È il tuo ragazzo?" Bea sfiorò con lo sguardo la lunga figura di Dario, ritto con evidente imbarazzo al suo fianco.
"È il mio fidanzato!" L'uomo alla finestra rise rumorosamente, annuendo in direzione di Dario.
"Ah, ce l'ha fatta qualcuno, a convincerti? Bravo, lei, complimenti! Bel colpo, giovane!" Continuò a ridere scuotendo la testa di fronte al rossore che risalì dal colletto di Dario pervadendogli il volto, mentre chiudeva la finestra, ritirandosi in casa.
Beatrice aprì la porta della casa di sua madre.
All'interno il buio era fitto e l'odore stantio e il lento accendersi delle lampadine gialle non fece che dare un'aria più desolata a quello che era stato, con ogni evidenza, un luogo molto vissuto e molto amato.
Su ogni superficie si addensava una patina opaca di polvere e abbandono. Alcuni oggetti, abbandonati con negligenza, parevano aspettare, al di là di ogni speranza, il ritorno della mano che li aveva posati.
Agli occhi di Beatrice tutto apparve troppo familiare, troppo normale, dopo tutto quello che era successo. Quasi si aspettava di sentire il ronzio insistente della macchina per cucire, nella stanza dietro la scala, e la voce squillante di sua madre che la rimproverava per aver fatto passare troppo tempo dall'ultima visita.
Senza volerlo, fece un passo indietro e sbattè contro Dario, fermo a guardarsi attorno nell'ingresso minuscolo su cui si aprivano, una di fronte all'alltra, le porte della cucina e della sala. Le mani di lui le si posarono sulle spalle in un gesto rassicurante.
"Vado ad aprire le finestre, va bene?" Le chiese sommesso. Lei annuì, incapace di proferire parola. Mano a mano che Dario camminava per la casa, sollevando le tapparelle e lasciando entrare la luce grigia del giorno invernale, la colpiva, ora la chiave del suo appartamento, appesa al piccolo gancio dietro la porta, ora la posta posata in un mucchio arruffato accanto allo specchio, sul mobiletto, come era stata dal primo giorno che aveva messo piede lì dentro. I particolari, i dettagli della vita di Isabella, le si protendevano contro come ansiosi di essere riconosciuti, di trovare, nei suoi occhi, la certezza della loro esistenza.
Lei era stata qui, tutti quei lunghi anni, lì aveva aperto le buste che contenevano il racconto dell'infanzia di sua figlia, la cui vista le era stata negata, lì aveva mangiato, vissuto, riso e pianto, e, infine, lì era morta e da quella porta era uscita, per l'ultima volta, sull'anonima barella di un'ambulanza, che non recava segno o memoria di tutti coloro che aveva portato via per sempre.
Isabella non sarebbe tornata. Quello Bea l'aveva sempre saputo, ma in quel momento la verità prosaica di quella frase le esplose nella mente, come una fiammata che rischiari la netta realtà della morte. Era andata via, nessuno sapeva dove, e non sarebbe tornata più, qualsiasi cosa fosse accaduta. Un sospiro liquido le fuggì dal petto, sentendo il peso di quel pensiero assestarsi dentro di lei, prendere il suo posto per non lasciarlo più. Poi Beatrice drizzò le spalle e si preparò a seppellire sua madre nel ricordo.
"Partiamo da qui sotto, Dario. Le camare sopra le facciamo i prossimi giorni." Iniziò a dire, infondendo nella sua voce una sicurezza che non sentiva. "Dobbiamo gettare quello che non serve e vedere cosa fare del resto. E dare una bella pulita. Direi di partire di qua."
Lo raggiunse in sala. Dario era fermo, le mani ordinatamente intrecciate dietro la schiena, e osservava affascinato la parete accanto alla porta.
"Oh, aiutante, vieni ad aiutarmi!" Gli disse. Lui si voltò appena.
"Sono tutti tuoi, questi qui?" Le chiese con aria ammirata.
"Lo vedi il nome che c'è sopra, no?" Sulla parete campeggiavano, amorevolmente incorniciati e protetti da vetri sottili, tutti i riconoscimenti accumulati da Beatrice nel corso degli anni. Diplomi di corsi extracurricolari, attestati di premi, perfino gli attestati di presenza dei corsi che aveva seguito dopo la laurea. Lei non aveva mai dato importanza a quelle cose, ma, forse per essere stata esclusa tanto a lungo dalla vita della figlia, Isabella aveva coltivato quasi una mania per tutto ciò che poteva essere considerato come un ricordo. Bea scoss la testa.
"Dai, Dario! Andiamo!"
"Ne hai più di me." Considerò lui circospetto.
"Ah, dio mio, che tragedia! Sono solo dei pezzi di carta, amore, non farci caso. Mia madre li adorava."
"Hai fatto due master! Due!"
"Bah, in realtà sono il primo e il secondo livello dello stesso."
"Aspetta un attimo...tu scrivi in latino? Sei in grado di scriverci?"
"Dario, si! Ma da quando hai tutto questo interesse nei confronti di ste cose?" Dario la guardò con un sorriso esitante.
"Da quando ho scoperto che sei una specie di genio, a quanto pare."
"Non dire fesserie. Cosa vuoi fare, cernita o pulizia?"
"Pulizia. Bea, quante lingue parli?"
"Nessuna. Io non parlo. Leggo e scrivo italiano, latino, inglese, francese e tedesco. Beh, e greco antico, ovviamente."
"Ovviamente. Fanno cinque." Lei gli ficcò in mano una buona scorta di stracci e lo spray per i mobili.
"La cosa ti sconvolge? Parti per favore dalle cornici." Dario si staccò riluttante dall'osservazione dei diplomi incorniciati ed attaccò svogliato la pulizia della pesante cornice intagliata di uno specchio.
"Bea, sul serio, perché non me le hai mai raccontate queste cose? Insomma, laurea a pieni voti e con lode, premio per la miglior tesi, due master, cinque lingue e almeno due premi letterari vinti scrivendo in latino...mi sento un povero scemo, a dirla tutta."
"Di sicuro ti stai comportando da povero scemo, sfregiato. Cosa vuoi che me ne freghi? E poi ti sei scordato il premio parrocchiale per la gara di salto della corda. Lo vedi?" Dario sbuffò.
"Sono serio, quattro ossa, dovresti fare qualcosa di meglio che stare tappata in quel buco dove lavori. Ti pagano bene, almeno?" Bea aveva iniziato a ficcare in un lungo sacco nero dell'immondizia le vecchie riviste sparpagliate per la sala, cercando di non vedere la grafia tondeggiante e familiare che riempiva gli spazi dei cruciverba.
"Quando sei piombato con tanta grazia nella mia vita stavo pensando ad una scuola di specializzazione. Ma per ora preferisco rimandare un attimo. Insomma, mi sembra che di cambiamenti ce ne siano già abbastanza. E poi non sei scemo. È solo che mentre io mi concentravo a fare tutte queste cose, tu eri impegnato a fare...insomma, a stare con..." Dario annuì passando al mobile successivo.
"Si, okay. Puoi anche dirlo. Ero impegnato con Stella. Hai ragione, sono stato un coglione, avrei voluto fare qualcosa anche io, ma mi sono lasciato convincere ad accettare quel lavoro cretino da suo padre."
"Ti ha convinto il suocero, a fare il lavoro che facevi quando ti ho conosciuto?" Dario storse la bocca.
"Me l'ha trovato il suocero." Le rispose in tono piatto. Bea si raddrizzò per un attimo fissando la sua schiena. Non ce lo vedeva proprio, a fare il raccomandato.
"Ah."
"Ah. Dai, su, spara. Tanto lo so che ti frulla il cervellino, lo sento da qua." Bea si morse le labbra e si riaccosciò per frugare sotto al divano.
"No, no, niente. Solo..."
"Mm?"
"Cioè..."
"Mm?" Si raddrizzò, ritraendo il braccio dallo spazio polveroso sotto al mobile.
"Ma per la miseria, te li teneva lei in un cassetto, i maroni, o cosa?" Chiese alla fine, dando voce ad un pensiero che le girava per la testa ogni volta che parlavano di Stella. Dario abbassò lo straccio e poi le spalle e Bea si pentì immediatamente della domanda. Avrebbe voluto potersela rimangiare, ma, come di norma accade, non le era possibile.
"Si. Chiusi a chiave, direi." Disse stropicciando la stoffa impolverata fra le mani. "E per assurdo la cosa non mi dava neanche noia. Mi sembrava...giusto, sensato, sai, insomma, io ci avevo provato a fare del mio meglio, e avevo combinato un gran casino. Non mi sembrava una cattiva idea, lasciar fare a chi diceva di saperne più di me. E poi non me ne fregava un cazzo. Insomma, Bea, io ci ho provato a essere una persona normale. Sul serio. Ho fatto del mio meglio." La sua voce sapeva di sconfitta, era la voce di un vinto, gonfia di umiliazione. Beatrice posò a terra quello che aveva fra le mani e lo raggiunse. Gli sfilò dalle dita lo straccio e gli circondò il corpo, posando la guancia sul suo petto.
"Dario, non puoi essere una persona normale. Sei molto di più di una persona normale. Tu, in quelle gabbiette lì, non ci puoi stare. Sei troppo grande." Un sorriso riluttante nacque piano sulle labbra di lui, che ricambiò l'abbraccio.
"Dici che sono un'altra razza?" Le chiese.
"Questo non lo so. Ma di sicuro non sei un animale domestico. Non lo sei mai stato. È il tuo bello."
"Bea?"
"Dimmi."
"A me sarebbe piaciuto essere una persona normale. Come gli altri. Solo, sai, non ci riesco sul serio. Anche quando vedo qualcuno che sta male, o cercano di spiegarmi che devo fare qualcosa perché se no chi mi sta attorno ci resta male o...insomma, ho provato a fare come gli altri, ma a me non interessa. Stella dice che è una cosa orribile."
"Stella non ha capito un cazzo."
"Come sei signorile, amore mio. Dico sul serio. Quella roba che lei chiama empatia, io...beh, non ce l'ho."
"Okay, e io non ho orecchio musicale. Denunciami." Gli rispose lei.
"Stella dice che tutte le persone ce l'hanno, chi più chi meno. E si inquietava molto con me, quando non mi vedeva reagire di fronte...che so, qualcuno che piange o cose del genere." Bea respirò a fondo,
prima di rispondere. Contò mentalmente fino a venti.
"Dario, amore, non sei un serial killer. Se io piango, tu non trovi pace finché non sto meglio. Lo stesso quando Andrea si è trovato nella merda, hai fatto qualcosa. E scommetto che anche con lei facevi così. O sbaglio?" Lui scosse la testa.
"No, non sbagli. Ma..."
"No, niente ma. Se qualcuno che ti è vicino sta male, fai il possibile per aiutarlo. Non ammazzi, non rubi, non dici bugie. Basta. Cosa si può chiedere ancora? La santità?" Dario sorrise e le baciò la fronte.
"Va bene. Se vado bene a te."
"A me sei sempre andato bene, da che mondo è mondo. E adesso rimettiti al lavoro, che stasera ho tutte le intenzioni di scroccarti una cena fuori." Lui riprese lo straccio e si mise alacremente a lustrare la superficie del grosso mobile a vetrine.
"Ti metti il vestito avorio?" Le chiese mentre lavorava.
"Solo se finiamo anche la cucina." Lo ricattò Bea ridendo.
Dario grugnì un assenso e si rimise al lavoro di buona lena, mentre Bea girava per la stanza, raccogliendo tutto ciò che le spiccava all'occhio come cosa di cui liberarsi. Dopo le vecchie riviste toccò alle scatole di chewing gum, sparpagliate ovunque come detriti del passaggio di Isabella, che nell'ultimo anno di vita aveva faticosamente smesso la lunga abitudine alla sigaretta. I fazzoletti di carta, insinuati in ogni angolo. E mano a mano che riordinava, raddrizzava, frugava e raccoglieva, i ricordi si acquietavano, lasciando solo il senso di profonda dolcezza del fare qualcosa di buono, di dovuto, di giusto.
Sentiva la presenza di Dario nella stanza, i suoi movimenti silenziosi, e si rese conto che aveva ripreso, rivendicato il suo posto, quello che era sempre stato il suo posto, accanto a lei.
Tanto poco c'era voluto, nemmeno sei mesi interi, perché quello spazio nel raggio della sua coscienza, che aveva sentito innaturalmente vuoto negli anni trascorsi, su cui la sua mente scivolava di continuo, come il piede su un gradino mancante, ritrovasse il suo naturale occupante.
Non le serviva nemmeno di alzare gli occhi, per sapere cosa stava facendo. Sentiva frusciare i suoi abiti, variare il suo reapiro, ed era sufficiente. Un quieto senso di completezza le si allargò dentro, e le parve di acquisire consistenza, come se stesse tornando carne viva, emergendo dalle ombre. Tirò a sé col piede il basso panchetto che sua madre, un metro e cinquantaquattro di guerriera, teneva per avere accesso agli scaffali più alti del massiccio mobile su cui era posato il televisore e ci salì sopra, per spigolare quel punto in cui sapeva che parevano destinate a finire, in quella casa, tutte le carabattole più inutili.
Appallottolò un paio di involti di cioccolatini accuratamente distesi, il rimasugio di un vecchio progetto artistico mai andato in porto, e, senza voltare la testa, si concesse una prova che le dimostrasse la realtà concreta delle sue sensazioni.
"Stupido." Disse con voce colloquiale. Dario fece un passo indietro e inclinò la testa, per valutare il suo lavoro sul mobile a vetrine.
"Nana malefica?" Le chiese, senza minimamente scomporsi. Bea sorrise, sfogliando una pila di complicati schemi di uncinetto ritagliati da diverse riviste, prima di decidere di gettarla.
"Niente. Era solo una prova." Gli rispose. Dario alzò le sopracciglia e attaccò, con aria determinata, le modanature delle sedie, straccio alla mano. Pareva deciso a sconfiggere lo strato di polvere che permeava ogni cosa, nemmeno si trattasse di un nemico personale.
"Sei sicura di non aver più sbattuto la testa, dopo quella volta famosa, si?" Le chiese con voce concentrata.
"Anche io ti amo, Dario." L'affetto nelle parole di Bea lo indusse a fermarsi ed alzare la testa, un mezzo sorriso che gli increspava la bocca. Guardò la figura minuta e delicata che gli volgeva le spalle e desiderò abbracciarla di nuovo. Poi riabbassò la testa e, in silenzio, riprese il suo lavoro. Ripulirono la sala in un paio d'ore, ricavandone un sacco di immondizia ed un altro di cose da lavare, prima di passare alla cucina.
La prima cosa che Dario vide entrando fu una serie di fotografie, in piccole cornici, posate su una mensola lunga quanto la parete, che pareva dedicata a quel solo scopo.
Si avvicinò per concedersi una lunga occhiata, mentre Beatrice iniziava ad aprire uno sportello dietro l'altro, svuotandoli rapida ed efficiente.
Alcune delle foto, quelle più vicine alla finestra, attirarono all'istante la sua attenzione. Era Bea, ritratta negli anni in cui era stata lontana da lui. Se i suoi capelli gli erano sembrati troppo corti quando l'aveva rivista quell'estate, era stato certo perché non aveva idea di come li avesse portati in quegli anni. Pareva quasi un taglio maschile, reso stravagante dall'andamento riccio e indomito dei suoi capelli.
Ritratta accanto alla madre, alla sua laurea, seduta a quel tavolo alle sue spalle, evidentemente immersa negli studi, con una sigaretta fra i denti e l'aria spavalda rivolta alle pagine.
"Dario, ti sei incantato?" Gli chiese lei, un pugno posato sul fianco e una grossa casseruola lucente nell'altra mano. Lui le fece cenno di aspettare con la mano. Nella casa dei suoi genitori non c'erano foto in vista e quelle poche che venivano conservate in casa erano ben riposte negli album, conservati in mobili chiusi a chiave, come fossero una vergogna o un segreto. Lo affascinava, quella raccolta di immagini in piena vista, ed era intenzionato a studiarsele, che lei lo volesse o no. La sentì avvicinarsi e accolse il suo braccio attorno alla vita, accompagnandolo con la mano. Senza preavviso, le immagini più lontane lo colpirono con una sensazione di familiarità e si rese conto che erano in ordine cronologico. Ne prese una fra le mani, avvicinandola al viso. Due bambine, vestite a festa, l'una accanto all'altra in una posa formale, senza ombra di sorriso, lo osservavano serie e spaventate da dietro il vetro.
"Cazzo, ma è...."
"Tua madre. E la mia. Era il giorno della loro cresima." Gli spiegò Bea, sfiorando la cornice nera con l'indice. Poi prese un'altra foto e gliela mise fra le mani, riponendo la prima. "E qui tua madre compiva diciotto anni. È stato l'anno che ha conosciuto tuo padre." Quell'immagine le immortalava, sempre una accanto all'altra, la maggiore radiosa di gioia e la sorella, Isabella, poco più indietro e con lo sguardo sperduto. La somiglianza di Isabella con Beatrice, come solito, lo lasciò senza fiato. Sua madre, d'altro canto, gli pareva quasi insopportabilmente giovane e bella. Ne seguì i contorni con il dito, arrivando in quel momento a compredere a pieno perché Bea gli avesse ripetuto tante volte che aveva sposato uma donna identica a lei. Tolti i lineamenti del viso, la sensazione generale era la medesima. Si sarebbero quasi potute confondere, se non fosse stato per l'epoca degli abiti. La pelle gli si increspò in mille piccole bolle.
"Porca puttana...Edipo regna." Bea rise.
"Nei secoli dei secoli, a quanto pare. Te ne accorgi adesso?" Lui annuì.
"Dai, amore, non pensarci. È inutile." Dario le restituì la foto, ansioso di liberarsene, di togliersela dagli occhi e ne afferrò un'altra, casualmente, solo per sviare la mente. Dalla cornice violetta gli sorrideva suo padre. Doveva essere più giovane di lui adesso e aveva un'aria rilassata, sorridente, che non gli aveva mai visto. Accanto a lui, immancabile, fronteggiava l'obiettivo con aria dimessa Rodolfo. La tensione che sentiva nel petto si allentò. Crescendo, gli somigliava sempre meno.
"Posala." La voce di Bea era fredda e, in un qualche modo, indispettita. "Dobbiamo lavorare."
"Ho fatto qualcosa di male?"
"No. Ma se vuoi il pranzo, è meglio che ti sbrighi." Gli rispose seccamente lei. Dario alzò le spalle.
"Certo che per essere tanto arrabbiata con tuo padre, ne ha parecchie di foto sue, eh?"
"Aveva."
"Già. Scusa."
"Non fa niente. E poi scusa, di cosa stai parlando?" Dario scosse la testa spazientito, chiedendosi come potesse non essersene accorta.
"Dai, guarda qui! Sono tre! E in un punto in cui le vedeva sempre, oltretutto! Non poteva avercela poi tanto, con lui, no?"
"Dario, non sono foto di mio padre. Non ne vedi neanche una con mio padre e basta, giusto?" Sentì dal tono della sua voce he c'era qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa che avrebbe dovuto intuire, ma proprio non riusciva a capire cosa fosse. Tre foto. Zio Rodolfo e suo padre accanto ad un'auto rossa, zio Rodolfo e suo padre che parevano intenti a chiacchierare ad un tavolo, zio Rodolfo ed entrabi i suoi genitori che guardavano, in bella posa, verso l'obiettivo.
Alzò lo sguardo per domandare spiegazioni a Bea e la vide intenta ad osservarlo. Era lampante che qualcosa la turbasse profondamente. Si tormentava le dita e il suo collo pareva essersi fatto curvo, come sotto un peso indescrivibile. La raggiunse aggirando con grazia il tavolo squadrato che occupava il centro della stanza e le circondò le spalle, avvolgendola nel suo abbraccio. Forse non era stato proprio delicato, da parte sua, mettersi a ficcanasare fra i ricordi di sua madre. Si dispiacque di averla resa triste.
"Scusa, amore, scusami. Colpa mia. Adesso mi metto a pulire e tengo le mani a posto, va bene?" Lei scosse la testa.
"Puoi guardare tutto, Dario, tutto quello che vuoi. Va bene. È tutto a posto. Vorrei solo finire in fretta, tutto qui." Lui annuì e la lasciò per dedicarsi al lavoro che erano venuti a fare.
In un silenzio quasi continuo, sistemarono la cucina, l'ingresso ed il ripostiglio, prima che Bea dichiarasse che ne aveva avuto abbastanza.
"Povero amore mio, ti ho fatto trottare eh?" Gli disse in tono consolatorio sfiorandogli la mano, seduti al tavolo a dividersi una sigaretta.
"Tutto a posto. Sei sicura di non voler finire? Insomma, sai, via il dente e via il dolore." Bea lo guardò ironica.
"Guarda che manca ancora un piano e mezzo. Senza contare la soffitta. È più grande di quello che sembra." Diede una boccata alla sigaretta e gliela porse, tenendola per il filtro. "E poi di sopra sarà dura. Non perché ci sia più disordine, ma perchè...insomma, sai, ci sono cose che..." deglutì guardando il tavolo e lui strinse le sue dita.
"Okay. Domani, allora. Adesso pranzo, casa, doccia e tutto il resto." Bea sorrise.
"Niente resto. Sono stanca morta."
"Oh, ma dai, quanto sei fissata! Pensavo che so, a una passeggiata, a un sonnellino..." Protestò lui con viglore eccessivo. Bea inarcò appena un sopracciglio.
"Ma a trent'anni passati ancora non sai dire le bugie?" Dario arrossì appena.
"Okay, pensavo esattamente a quello che credevi. Ma posso aspettare. Va bene?" Ammise.
Riportarono la casa nel buio ed uscirono nella giornata fredda, mano nella mano.

lunedì 22 settembre 2014

32

Beatrice fece il suo ingresso in casa con aria di trionfo smorzato. Aveva  già visto che la grossa berlina color ciliegia non era al solito posto ed una sensazione di delusione si era andata a mescolare alla sua gioia. Si ripetè mentalmente di non essere sciocca, che certamente era solo uscito un momento per prendere qualcosa. In findo, era stata lei a decidere di non telefonare per avvisarlo, quindi ora non poteva lamentarsi.
Se lo disse accogliendo fra le braccia Swiffer che le leccò la faccia, poi se lo disse di nuovo mentre girovagava per la cucina, aprendo uno sportello dietro l'altro col solo risultato di richiuderlo subito dopo.
Se lo stava ancora ripetendo mentre si accoccolava a gambe incrociate sul divano, stringendo fra le braccia il cagnetto che, come se percepisse il rapido declinare del suo stato d'animo, si sottopose di buon grado alle sue carezze.
Non aveva nulla da lamentarsi, nulla da temere. Non stava accadendo nulla di strano e nulla di male. Dario era semplicemente uscito, ecco tutto. Era uscito, magari solo da pochi minuti. Era uscito con Andrea, a giudicare dall'auto parcheggiata davanti a casa, ma non significava nulla. Era uscito mentre lei stava sostenendo una prova importante, ma del resto era stata lei a chiedergli di non accompagnarla. L'aveva mandato via lei, quindi ora doveva stare calma. Rimaneva solo da aspettarlo.
Una lunga lacrima le scese lentamente per il viso, mentre il silenzio della casa vuota si chiudeva su di lei. Non se ne accorse. Poggiò la testa all'indietro, reclinandola contro la superficie di pelle lisc e chouse gli occhi. Si sentiva, qua do una casa era vuota. La presenza di un altro essere umano era chiaramente percepibile, come se emettesse un suono. Per lei era sempre stato così, chiaro e lampante, ed era arrivata quasi all'età adulta, prima di scoprire che non era lo stesso per gli altri.
Si chiese se almeno la solitudine la avvertissero anche gli altri. Uel senso di vuoto sotto il cuore, come se da lì scaturisse una forma di sordità interiore. Era la stessa sensazione che si prova chiudendo le orecchie con i palmi delle mani, solo all'interno.
Finalmente si rese conto che i suoi occhi lacrimavano, quando, riaprendoli, scorse gli sbaffi sottilo che le sue ciglia bagnate avevano disegnato sulle lenti degli occhiali. Aveva perso il senso del tempo, rimanendo lì seduta a pensare, e non boleva guardare l'ora, per paura di scoprire che mancava ancora tanto al rientro di Dario.
Cercando di evitare con gli occhi l'orologio, estrasse il cellulare e gli inviò un breve messaggio. Non voleva che sentisse la sua voce. Non voleva che si sentisse costretto a rientrare.
Poi, sfilati gli occhiali, riappoggiò la testa all'indietro e iniziò a calarsi nel suo passatempo preferito. Immaginò di vederlo rientrare e pensò a cosa gli avrebbe detto e poi a cosa lui le avrebbe risposto. Andò avanti a quel modo, continuando a svolgere nella mente la loro giornata, fino a che, inavvertitamente, scivolò in un sonno leggero, con Swiffer che la vegliava, sdraiato sulle sue gambe.
Dario ricevette il messaggio mentre si trovava nel piccolo, ingombro ufficio della concessionaria. Andrea aveva insistito per parlare lui con il venditore, sostenendo di avere maggiori probabilità di spuntare un prezzo migliore, e la cosa, fra sorrisi falsi e frasi fatte, l'aveva tediato da almeno dieci dei quindici miniti che vi avevano dedicato.
Stava pensando a come offrire a Bea il suo regalo, al modo più spettacolare per presentarglielo. Pensava alla luce di gioia e di sorpresa che le avrebbe invaso il viso, pregustando la sua gratitudine e la sua ammirazione. Con la mente ancora fissa a quell'immagine, aprì il cellulare e lesse il messaggio. Poche, brevi parole gli annunciavano che lei era già a casa che aspettava il suo ritorno. Strinse le labbra irritato. Non era così che sarebbero dovute andare le cose. Non avrebbe dovuto rientrare da sola e trovare la casa vuota. Alzò gli occhi sui due uomini che stavano ancora discutendo accanto a lui.
Andrea stava evidentemente cercando di stordire il venditore a forza di chiacchiere, ma l'altro, probabilmente grazie al duro allenamento dovuto al suo mestiere, resisteva impassibile. La faccenda aveva l'aria di volersi protrarre ancora a lungo, riflettè spazientito, e lui doveva tornare a casa al più presto ed aveva tutta l'intenzione di tornarci con quello che era uscito a prendere.
Alzò l'indice come per richiedere il permesso di parlare ed attese di avere l'attenzione del venditore ed il silenzio dell'altro.
"In pratica, andiamo al dunque, quanto vuole?" Chiese seccamente. L'uomo dischiuse le labbra in un grande sorriso.
"Beh, calcoli che è un'ottima automobile e..."
"Se non lo sapessi non l'avrei scelta, si risparmi la manfrina. Se ci tiene a fare il suo discorsetto, lo può fare al mio amico, qua, in separata sede. Io da lei voglio sentire una cifra, nient'altro." Andrea si girò sulla sedia con l'aria di voler protestare e Dario gli schioccò le dita a pochi centimetri dal viso, troncando sul nascere le sue rimostranze. I suoi occhi rimanevano fissi in quelli del venditore, le sopracciglia appena alzate, in attesa. Il sorriso dell'uomo andò spegnendosi rapidamente, dopo di che gli comunicò il prezzo. Dario annuì, gli angoli della bocca pievgati verso il basso. "Bene. Adesso, ce la fa a preparare tutti i documenti per farmela portare a casa in..." diede uno sguardo all'orologio prima di proseguire "massimo quindici minuti?"
"Vede, noi ci occupiamo di tutto, ma, via, quindici minuti! E poi dobbiamo ancora discutere del pagamento. Quale forma le interessa?" Chiese l'uomo, cercando di recuperare un contegno. Dario trasse dalla tasca interna della giacca un lustro portafogli da uomo e lo aprì, estraendone un piccolo fascio di banconote. Andrea lo fissò inclinando il capo in avanti. Non aveva mai visto qualcuno girare con una mazzetta di banconote da cinquecento euro, come nei film sulla mafia.
Dario contò velocemente la cifra che il venditore aveva chiesto e, dopo aver riordinato i biglietti, li posò sulla scrivania.
"Ecco, il pagamento è a posto. Restano tredici minuti." Commentò laconico riponendo in tasca il portafoglio.
Come in un gioco di prestigio, sul piano della scrivania apparvero i documenti ed i moduli necessari e l'uomo si chinò, penna alla mano, iniziando a compilarli. Dario annuì mordicchiandosi le labbra. Era piuttosto incredibile, quello che riuscivano a fare i contanti, soprattutto quando si aveva cura di mostrarli. Si accese una sigaretta ed incrociò le gambe, posando la caviglia sul ginocchio. Il venditore alzò appena gli occhi dal contratto.
"Ah, veramente qui non si potrebbe fumare." Dario inarcò un sopracciglio.
"Davvero?" Domandò in tono indifferente senza accennare a spegnere la sigaretta. Andrea sbuffò dal naso e lo guardò con aria di rimprovero.
"Lo scusi, usciamo un attimo." Disse all'uomo dietro la scrivania prima di alzarsi. Fece un cenno brusco all'amico per indurlo ad alzarsi a sua volta e l'altro gli rispose arricciando appena, per un attimo, l'angolo della bocca in un sorriso di scherno. Andrea gli afferrò il braccio e lo tirò.
Si ritrovarono all'esterno, sotto il cielo basso e bianco, che diffondeva una stanca luminosità invernale. Dario ridacchiava divertito, la sigaretta appesa in fondo alla piega delle labbra, osservando l'aria quasi scandalizzata di Andrea.
"Oh, non farti venire un colpo! Sto solo giocando!" L'altro lo guardò male.
"Con uno che sta facendo il suo lavoro, stai giocando, pezzo di stronzo! Guarda che non è mica lì per divertirsi, eh? Cosa ti ha mai fatto?"
"Dai, Vasirani, che palle! Mi sono solo acceso una sigaretta, non gli ho mica stuprato la moglie!"
"Per inciso, lo hai anche trattato come una merda. Comunque a cosa dobbiamo tutta questa fretta? La cuginetta ha chiamato sul tuo comunicatore telepatico?" Dario scosse la testa.
"No, mi ha mandato un messaggio. È a casa. È a casa da sola, Vasirani." Gli rispose calcando sulle ultime parole. L'altro lo guardò con aria interrogativa.
"E non può stare da sola perché..." lasciò la frase in sospeso, aspettando che Dario la terminasse.
"Perché no. D'accordo? Non mi piace che torni a casa così e trovi tutto vuoto. Non sapeva neanche che sarei uscito."
"Cazzo, chiama, dille che torni subito, che problema c'è?" Dario schioccò la lingua, esasperato dall'impossibilità di spiegare all'amico cosa stesse accadendo. Non faticava ad immaginare la delusione di Bea quando, rientrata tutta entusiasta dall'esame, aveva trovato la casa vuota ad aspettarla. Era così dannatamente fragile, in quel momento. E poi avrebbe voluto esserci, per godere della sua aria felice. E poi, non gli piaceva starle lontano più dello stretto necessario. Lo faceva sentire a disagio, come se indossasse una maglia troppo stretta. Da sempre.
"Lascia stare, è complicato. Voglio solo tornare in fretta, va bene? Subito." Gli disse alla fine buttando lontano il mozzicone. Rientrò nel piccolo ufficio quasi a passo di marcia e iniziò a firmare il necessario sbirciando l'orologio ogni pochi minuti. Si avvertiva chiaramente la tensione che permeava ogni suo gesto.
Uscirono nel piazzale di cemento, semideserto, a tutta fretta. Mentre camminava, Dario accese distrattamente un'altra sigaretta ed un filo di fumo azzurrino, come un nastro sottile, prese a srotolarsi nella sua scia.
Arrivò all'auto e si calò al posto di guida, prima di renderai conto che Andrea non era ancora arrivato. Tamburellò nervosamente sul volante, le dita tese che si muovevano veloci, fino a che non lo videa aprire lo sportello.
"Oh, ho capito che hai fretta, ma datti una calmata!" Disse Andrea occhieggiando smarrito l'espressione tirata dell'altro. Dario chiuse lo sportello con un movimento brusco ed avviò la macchina, partendo senza aspettare che Andrea chiudesse il suo. Dal sedile accanto a quello di guida provenne un versaccio di protesta.
"Zitto, Vasirani, per favore. Smetti di fare scena e metti la cintura." Scandì Dario iniziando a lavorare di acceleratore.
"Ma ti ha preso fuoco casa?"
"No." Gli rispose con voce piatta l'amico, mentre scalava la marcia e si i filava, con un lamento del motore, nell'esiguo spazio fra una macchina ed un camion, sorpassando a viva forza. Andrea si aggrappò al sedile.
"Senti, se ti è finalmente venuto lo schizzo di ammazzarti, puoi cortesemente farmi scendere, prima? No, perché io...attenzione, cazzo!"  Dario guardava fisso attraverso il parabrezza, teso e concentrato, i lineamenti irrigiditi.
"Andrea, taci. Mi distrai." Gli disse, inespressivo.
Andrea tacque, non per compiacerlo, in realtà in quel momento la sensazione di profonda antipatia, quasi di irritazione dell'anima, che aveva sempre provato nei suoi confronti era tornata a farsi sentire forte come lo era ai tempo della loro adolescenza, ma per il puro timore di distrarre la sua attenzione nel momento sbagliato, provocando una morte precoce di entrambi.
Dario non pareva curarsi minimamente di dettagli come il codice stradale o i limiti d velocità. Stava andando, semplicemente, tanto veloce quanto gli consentiva la strada ed, evidentemente, provava perfino un certo piacere nel farlo. Quanto ad Andrea, il modo di guidare dell'amico, che si slanciava in avanti in ogni varco lasciatogli dal traffico per poi frenare bruscamente e pareva nutrire un supremo disinteresse per sottiliezze come il sorpassare a destra piuttosto che a sinistra, lo terrorizzava e lo nauseava. Quando arrivarono finalmente ad un lungo tratto quasi sgombro di altre auto, si azzardò a lanciare un'occhiata al tachimetro, per poi riaccasciarsi sul sedile con un gemito.
"Dì, ma quante multe ti porti a casa, in un anno?" Gli chiese.
"Quasi nessuna, di solito, perché?" Gli domandò di rimando Dario, sempre concentrato sulla strada.
"Dario, stai facendo i centosessanta." Gli sussurrò.
"Lo so. Sto guidando io, ho presente. Che problema hai? Non si spaventa neanche Bea, in macchina con me."
"Troppo veloce." Commentò laconico Andrea. Dario espirò rumorosamente.
"Dai, la prossima volta vado pianino, come all'andata. Adesso ho un po' di fretta, stai buono."
"Posso dirti una cosa?"
"Dimmi in fretta."
"Ti detesto. Ti detesto fortissimo e non so perché mi trovo sempre di fianco a te." Dario annuì.
"Ti capisco. Mi succede la stessa cosa con te. Fattene una ragione." Disse, prima di imboccare bruscamente la corsia di decelerazione.

Era quasi ora di pranzo quando arrivarono a casa. Avevano impiegato un tempo minimo per il tragitto, ma era stata una lunga mattinata.
Dario guardò in faccia Andrea, che scese dall'auto con l'aria di un reduce e visibilmente impallidito e con un cenno lo invitò ad entrare.
Non appena aprì la porta d'ingresso, il contrasto fra il maglione d'angora rosso vivo che aveva chiesto a Bea di indossare, quella mattina, e la pelle nera del divano lo colpì. Zittì l'amico alle sue spalle portandosi il dito alle labbra ed accennò col capo alla figura di lei, che dormiva sul divano, con il cucciolo accanto.
Andrea seguì lo sguardo di Dario e si ritrovò quasi a tratrenere il fiato.
Era scivolata in basso, nel sonno, ed ora dormiva sul fianco, il viso posato sul dorso della mano e i riccioli scuri che le ricadevano morbidi sulle tempie. Il viso, piccolo e rotondo, era disteso e rilassato e un tenue colorito rosato mitigava il biancore della sua pelle, fondendosi sulla bocca carnosa con la tinta pallida delle labbra socchiuse.
Era un'immagine dolce, innocente, che pareva presa e trasportata nella realtà da un libro di fiabe, come quella di una principessa vittima di un incanto arcano che attendesse il bacio del risveglio.
Vide il volto di Dario aprirsi in un'espressione di calore tanto profonda che ne distolse gli occhi. Lo vide sfilarsi la giacca scura di dosso, badando di non fare rumore, ed avvicinarsi a passi silenziosi, lo vide chinarsi di fronte a lei, le lunghe gambe piegate quasi in un inchino, e svegliarla passandole piano le dita sul volto, in una carezza leggera.
Le palpebre di Beatrice tremolarono, snudando le iridi dorate.
Lo sguardo che li vide scambiarsi in quel momento gli sarebbe ritornato alla mente in molte occasioni, negli anni a venire.

Bea sentì sul viso la carezza di Dario, le sue dita lunghe e fredde, e si rese conto di essersi appisolata.
Aprì gli occhi, pronta a muovergli un rimprovero per la sua assenza, e si trovò di fronte i suoi occhi chiari, luminosi come il sole invernale, che le parvero, per un istante, cancellare il mondo attorno. Come ogni singola volta, gettò l'anima in quell'acqua trasparente, senza pensare di rivolerla indietro. Dario sorrideva, un sorriso apprna accennato che apriva i minuscoli ventagli di pieghe sottili all'angolo dei suoi occhi. Lei si ritrovò a sorridergli di rimando, per la semplice gioia di vederlo accanto.
"Oh, ciao." Le disse lui. La sua voce nascondeva una vena sotterranea di eccitazione che non le sfuggì.
"Ciao. Dove sei stato?" Dario si accoccolò accanto al divano, divaricando le ginocchia per sedersi sui talloni, e la guardò. Dal suo viso traspriva chiaramente il desiderio di parlare, di raccontarle qualcosa di nuovo. Gli brillavano gli occhi.
"Sono andato a comprarti un regalo." Bea aggrottò le sopracciglia. Non voleva che la coprisse di regali, soprattutto ora che si era locenziato dal lavoro, ma, prima che lei potesse dire qualunque cosa, lui continuò. "Ti ho preso una macchina." Le disse tutto d'un fiato, come se non potesse trattenersi in alcun modo. Si mordeva le labbra, in attesa della sua reazione, e Bea si trovò in bilico, per un momento, fra la gioia assoluta di veder realizzato il suo desiderio di quella mattina, come dal genio buono della lampada, e la razionale considerazione economica di quel gesto. Poi, con una scrollata di spalle mentale, gli circondò il collo con le braccia e lo strinse forte. Capì subito di aver fatto la cosa giusta. Il viso di Dario si illuminò come quello di un bambino che viene lodato.
"Una macchina, Dario! Ma se non sapevi neanche che ho passato l'esame! E se mi bocciavano?"
"Beh, non l'hanno fatto, no?"
"No. Una macchina! Per me?" Lui annuì felice.
"Tutta tua. Lo sapevo che lo passavi, comunque, sai? L'ho scelta io, volevo farti una sorpresa. Vuoi sapere com'è?" Si vedeva che bruciava dalla voglia di raccontarle nei minimi dettagli come fosse l'auto e come l'avesse scelta, ma, in quel momento, un movimento sullo sfondo, vicino alla porta d'ingresso, attirò l'attenzione di Bea. Tastò sulla testiera del divano e si infilò gli occhiali.
"Andrea! Amore, c'è Andrea. È venuto con te, vero?"
"Mm."
"Ciao, Beatrice." Dario voltò appena il capo verso di lui, come riscuotendosi dai propri pensieri. Lo guardò per un momento e Andrea capì di essere nel posto sbagliato. "Scusate, duo meraviglia, ma se non vi secca adesso andrei a casa. Sapete, noi umani usiamo qiesto periodo dell'anno per stare con la famiglia." Gli sorrisero di identici sotrisi sincroni e lui si costrinse a sorridere, imponendosi di non lasciar trasparire il sottile senso di inquietudine che le loro espressioni gemelle gli procuravano. Sgusciò fuori della porta prima ancora che potessero salutarlo, nel timore di lasciarsi sfuggire uno sguardo, una smorfia che potesse tradirlo. Non rousciva a togliersi dalla testa lo spassionato commento di Dario di quel mattino, sul fatto che lui arricciasse il naso di fronte a loro. Sapeva che era vero, ma non lo sentiva giusto. Nessuno che ami così tanto dovrebbe essere sottoposto ad un qualsiasi tipo di giudizio sull'oggetto prescelto dal suo amore.
Salì in macchina e si avviò verso casa, rimuginando su quanto difficile sia, per gli esseri umani, evitare di provare vergogna per i loro sentimenti migliori e su quanto coraggio occorresse per riuscire, come loro facevano, a sfidare non tutto il mondo, che in fondo altro non era che un'entità senza volto, ma la riprovazione di coloro che conoscevano ed amavano.
Non appena Andrea si fu chiuso la porta alle spalle, Bea tornò ad abbracciare Dario, stavolta più forte, e posò sul suo collo una midiade di piccoli baci, risalendo lenta verso il suo viso ed iniziandona coprirlo metodicamente di minuscoli schiocchi di labbra.
Lui ridacchiò, contento di tanto affetto.
"Insomma, dai, ti è piaciuta la mia idea!" Le disse scivolando a sedere sul pavimento. Lei si rigirò sui cuscini fino a poterlo abbracciare con le gambe, oltre che con le braccia.
"Pensa che ci riflettevo proprio stamattina in autobus, che avrei voluto prendermi una macchina."
"Visto? Sono bravo!" Un'altra granuola di piccoli baci lo investirono sulla fronte e sul naso.
"Tu se bravissimo, amore. Il più bravo di tutti. Sei bello e bravo e ti voglio bene." Dario la strinse e si alzò da terra, sollevandola con lui.
"E io ti amo, mucchietto d'ossa." Le disse avviandosi in quel modo verso la cucina.
Bea si svincolò dal suo abbraccio e lo fece sedere, poi gli volse le spalle cominciando a trafficare ai fornelli, mentre lui le raccontava della sua nuova auto.
Sorrideva piano, Beatrice, mentre aggiungeva lentamente gli ingredienti al riso, ascoltando la voce di Dario che si faceva sempre più rapida ed espressiva, mano a mano che si addentrava nel racconto, che si infervorava spiegandole dettagli tecnici che lei non riisciva a capire, ma che sentiva volentieri. La musica del suo parlare le ruscellava addosso come una pioggia vivificante e, quando il pranzo fu pronto, gli posò di fronte il piatto con un sorriso, accompagnandolo con un bacio.
"Fra tre giorni la possiamo andare a prendere." Terminò Dario, dando il primo assaggio al riso con gli asparagi. "Oh, brava, nanetta, questo sì che è un lavoro ben fatto!" La lodò masticando con aria assorta. Beatrice guardava il suo piatto, spostando il cibo con la forchetta, senza risolversi a mangiarne un boccone e lo sguardo di Dario si intristì. "Ci simasta male, che non c'ero, quando sei arrivata?" Le chiese a voce bassa. Lei alzò appena le sopracciglia, stringendosi nelle spalle.
"Mica lo sapevi, che stavo arrivando, no? Non è mica colpa tua." Dario annuì masticando un boccone, gli occhi sempre fissi al viso di lei. La forchetta di Beatrice continuava a spostare il cibo di qua e di là, al centro ed ai bordi, senza mai arrivare alla bocca. Senza preavviso, Dario allungò la mano e prese una forchettata di riso dal piatto di lei. Beatrice alzò gli occhi stupita.
"Sai che è strano? Il mio è più buono." Lei si umettò le labbra spiazzata.
"È impossibile. Ho cucinato tutto assieme."
"No, no, sono serio. Senti!" Le disse, porgendole un piccolo assaggio dal suo piatto. "Assaggia prima il mio." Quando lei, incuriosita, l'ebbe mangiato, ne prese un altro po', questa volta dall'altro piatto. "E adesso, senti il tuo." Beatrice masticò concentrata.
"Dario, guarda che sono uguali." Lui sbuffò, fingendo impazienza.
"Lo vedi che hai il palato di un camionista? Senti, ti dico! Riprova!" Di nulvo la indusse a mangiare prima dal proprio piatto, poi dal suo. Lei scosse la testa.
"Sono uguali, ti dico!"
"No, non è vero! Il tuo piatto è peggiore. Sfido io che non vuoi mangiarlo! Cosa ci hai messo, il gesso, dentro?" Bea spalancò gli occhi, piccata dal suo tono di rimprovero.
"È buonissimo!" Gli disse perentoria e, per dimostrarglielo, ne mangiò rapidamente qualche boccone. Dario scrollò le spalle con aria indifferente e riprese il suo pranzo. Con la coda dell'occhio, attento a non farsi scoprire, guardava la forchetta di Bea fare avanti ed indietro, dal piatto alla bocca. Quando vide sparire la metà del contenuto del piatto respirò a fondo, annuendo fra sé.
"Cosa?" Chiese lei.
"Niente, pensavo a delle cose mie."
"Si, ma cosa?" Lui le sorrise con aria di superiorità.
"Cose che tu non puoi capire." Bea sbuffò esasperata.
"Tipo cosa si prova a saltare nudi quando hai il pisello?" Lo provocò.
"O tipo che cosa facciamo oggi pomeriggio? Come vuoi festeggiare la patente, ossicini?" Lei riflettè un momento, posando il viso sul palmo della mano.
"A dire la verità, oggi pomeriggio vorrei andare a casa di mia madre. È fattibile, spostare i festeggiamenti a stasera? Devo togliermi quel lavoro. Inizia a pesarmi l'idea che ancora non l'ho fatto." Lo guardava mordendosi il labbro inferiore, come preoccupata di averlo in qualche modo deluso con quella richiesta. Dario terminò il cibo che aveva nel piatto e iniziò a sparecchiare la tavola.
"Va bene. Non c'è problema. Sul serio."
"Magari tu volevi fare qualcos'altro."
"Si. Ma posso rimandare a stasera."
"Sei sicuro che non ti dispiace?"
"Mm."
"E cosa avevi in mente?" Lui si voltò appena, con un largo sorriso in volto.
"Oh, niente di che. Una piccola vendetta personale per il tuo scherzetto delle manette dell'altro giorno." Bea parve riflettere un attimo.
"Magari a casa di mia madre ci possiamo andare domani." Disse poi con aria accondiscendente.
Dario stava rigovernando e sporse appena le labbra, reprimendo a farica una risata.
"Sicura che non ti scombussola troppo?" Lei lo raggiunse e lo circondò in un abbraccio, posando il viso sulla sua schiena.
"Sono sicura che riesci a non farmici pensare." Dario respirò profondamente.
"Bea?"
"Cosa?"
"Te lo ricordi quello che mi hai detto l'altra notte, quando eravamo qui in cucina? Che per te io sono..."
"Si, Dario. Me lo ricordo." Lui annuì brevemente, risciacquando le poche stoviglie e disponendole veloce sullo scolatoio. Poi posò i palmi sul bordo del lavandino e chiuse gli oci per un momento.
"Dimmelo ancora. Per favore." Bea aggrottò le sopracciglia solo per un attimo.
"Sei il mio dio. Tu sei dio." Gli ripetè poi, a voce bassa. Dario chinò il capo, la bocca socchiusa, e i suoi occhi si fecero distanti. E, poi, il fuoco che era in lui lo pervase senza incontrare alcun ostacolo. E lui fu fuoco.

venerdì 19 settembre 2014

31

Un paio di giorni dopo natale Bea aspettava, nervosa come non mai, di sostenere l'esame di guida.
Aveva costretto Dario a ritornare a casa, invece di sedersi ad aspettare al suo fianco. Era terrorizzata all'idea di fallire miseramente e dover affrontare la sua aria delusa prima di essere riuscita a ricomporsi. Era terrorizzata di fallire miseramente e dover ripetere l'esperienza, lievemente umiliante, di aspettare sulla sedia di plastica stampata nel bel mezzo di un nugolo di ragazzini che la guardavano incuriositi e la chiamavano 'signora'. Era terrorizzata di fallire miseramente, e basta.
Era stata una faticaccia, convincerlo a non aspettarla, ed era dovuta ricorrere alle minacce, facendogli la faccia dura e la voce cupa, quando, più di ogni altra cosa, avrebbe voluto aggrapparsi al suo braccio e rifiutarsi di lasciarlo a meno che lui non l'avesse riaccompagnata a casa, ma ce l'aveva fatta.
Sapeva che sarebbe stata fonte di ulteriore nervosismo, per lei, saperlo seduto lì, come una quercia piantata fra gli arbusti, composto ed incongruo. E poi, dopo la consistenza quasi onirica di quegli ultimi giorni, sentiva il bisogno di quella brusca immersione nella realtà. E per essere brusca, era brusca sul serio.
Come ad ogni esame della sua vita, a causa del suo cognome, si sentì chiamare più presto di quanto avrebbe voluto.
Salì sull'auto insieme ad un altra esaminanda e le toccò il secondo posto. Il successivo quarto d'ora lo passò osservando la giovanissima ragazza alla guida sostenere con un successo che le parve quasi eccessivo il suo esame. Mentre procedeva la sequenza di manovre, inversioni e svolte, Bea osservava il suo profilo.
Le sembrava davvero piccola, con ancora un tocco infantile nei tratti del volto e nella voce. L'idea che quella ragazza avesse la stessa età che aveva avuto lei, quando era stata cacciata da casa, le fece provare una strana stretta allo stomaco.
Non ricordava di aver avuto un aspetto tanto giovane, tanto fragile. Aveva piuttosto memoria di se stessa, a quell'epoca, come di quasi identica ad ora, salvo le ovvie differenze causate dal peso e dai capelli più lunghi. E invece, era stata tanto piccola, lei che si sentiva pronta ad affrontare il mondo intero fuggendo con il suo ragazzo.
Persa in quelle considerazioni, venne colta quasi di sorpresa dall'arrivo del suo turno. Si sedette al posto di guida sentendo le mani scivolose di sudore e gelate.
Come aveva sempre fatto, ogni singola volta in cui affrontava una materia con l'intento di padroneggiarla in breve tempo, si era creata una sorta di schema di ciò che andava fatto ed ora lo ripetè mentalmente, mano a mano che compiva ognuna delle azioni necessarie.
Tutto procedette con estrema calma e semplicità, senza alcuna imprecisione. Bea fissava il mondo attraverso il parabrezza con concentrazione feroce, senza spostare gli occhi, imponendo con rigido autocontrollo ai suoi gesti di non rivelare il profondo nervosismo che la permeava. Prima ancora che se ne rendesse conto, tutto fu finito e si ritrovò correttamente parcheggiata di fronte al medesimo edificio da cui erano partiti.
Nemmeno un'ora dopo, fumava una sigaretta alla fermata dell'autobus, attendendo la corsa che l'avrebbe portata fino all'incrocio della strada di casa. Non aveva chiamato Dario per avvisarlo e pensò, con un sorriso, a quanto sarebbe stato sorpreso di vederla rientrare tanto presto.
Mise le mani nelle tasche, per proteggerle dal freddo umido, e carezzò con un dito la sottile tessera di plastica rosa che sanciva il suo diritto a guidare un'auto. Rimaneva da vedere cosa mai avrebbe guidato, dato che l'enorme berlina rossa di Dario la metteva in soggezione, più che attrarla. Non escludeva l'idea di acquistare un'utilitaria di seconda mano. Qualcosa di piccolo, maneggevole, e, magari, già abbastanza ammaccato da non farle temere di poterlo ammaccare lei stessa.
La grossa faccia piatta del suo autobus, la desinazione chiaramente scritta sul davanti in luminose lettere arancio, fece capolino dal grigiore che aria e palazzi insieme stendevano, come una tela, da un capo all'altro del campo visivo, e Bea fece un cenno per farlo fermare. Aveva sempre qualche biglietto sparpagliato in fondo alla borsetta. Dopotutto, era abituata a muoversi in quel modo, pensò senza riuscire a non provare una fitta di esultanza al pensiero che, da quel momento in poi, avrebbe lentamente perso quell'abitudine.
Seduta sul seggiolino dietro quello del conducente, mentre la sua immagine riflessa la guardava attraverso il vetro e la città le scorreva lenta accanto, attraversando il fantasma del suo viso, sentì che la sua vita stava cambiando, stava evolvendo, per la precisione, in quella che aveva continuato a desiderare, quasi vergognandosi di tanto segreto idealismo, in un cantuccio riposto della mente.
Promise a se stessa che si sarebbe regalata sul serio quell'auto, per quanto fosse consapevole che i suoi risparmi le avrebbero concesso solo una scelta molto limitata, come segno tangibile del nuovo corso degli eventi. L'avrebbe cercata, scelta con cura e poi usata, come milioni di altre persone facevano ogni giorno. Avrebbe ricominciato a concedersi quelle piccole cose che per gli altri erano da sempre normali. Per quanto il nuovo anno fosse solo a pochi giorni di distanza e le giornate fossero tanto brevi e prive di luce da apparire quasi un'illusione, Bea avvertì acutamente la fine del suo inverno interiore.

Nel minuscolo solaio della casa che divideva con Beatrice, Dario era ricoperto da una pellicola di sudore, nonostante la stagione. Una delle cause era, certamente, la temperatura della stanzetta, poco più di uno sgabuzzino, in realtà, la quale, perfettamente isolata termicamente, finiva per raccogliere il calore di tutta la casa. L'altra causa era da attribuire alla quantità di manovre che si erano rivelate necessarie per stipare quella parte dei suoi oggetti di cui sentiva, in tutta sincerità, di poter fare tranquillamente a meno, per fare spazio alle cose di lei.
Non era semplice mettere insieme le dimensioni ridotte della stanza, la quantità di scatole da sistemare e il suo innato senso dell'ordine. Anche ora che il suo bisogno di simmetria sembrava sonnecchiare, dandogli appena qualche fastidio di tanto in tanto, continuava, come aveva sempre fatto, a sentire il bisogno che per ogni cosa ci fosse un posto preciso e che gli spazi vuoti fossero il meno possibile.
Sbuffò, passandosi le mani sul viso, e si preparò a ridisporre per la terza volta le nove scatole di cartone che occupavano il solaio, insieme alla scaffalatura di metallo su cui trovavano posto lampadine di riserva e merci simili. Non amava farsi trovare impreparato agli imprevisti e quello scaffale lo dimostrava in modo lampante. Batterie, di diversi formati, compresa una batteria di riserva per ciascuna delle due moto, lampadine, di ogni tipo che utilizzava in casa, diversi contenitori zeppi di rotoli di nastro adesivo e altre minuzie che preferiva tenere a portata di mano. Ed era proprio quello, il problema contro cui combatteva, mentre ormai cominciava a sentirsi fastidiosamente appiccicoso, quello di disporre i maledetti scatoloni in modo tale che non gli impedissero un rapido accesso a qualsiasi parte dello scaffale.
Armandosi di santa pazienza, con la voglia matta di buttarsi sotto una doccia, cominciò da capo, dopo essersi sfilato dalla testa la maglia invernale per rimanere in maniche corte.
Avrebbe potuto rimandare quel lavoretto, lo sapeva, ma si sentiva troppo agitato per rimanere fermo, sapendo che Beatrice stava affrontando l'esame di guida, ed era troppo presto per fare qualsiasi altra cosa. Perfino Swiff, di solito un vero entusiasta della vita, l'aveva tradito rifiutandosi di uscire dalla sua cesta dopo la lunga passeggiata cui l'aveva sottoposto.
Aveva paura di come lei avrebbe potuto reagire ad un eventuale fallimento. Il pensiero lo metteva in una sorta di nervoso disagio, non solo perché Beatrice si era rifiutata, dopo la loro prima ed unica, fallimentare, lezione di guida, di sedersi al volante della sua auto, fosse pure per quello che lui chiamava un rapido ripasso pre esame, ma anche perché temeva che una qualunque delusione potesse far loro perdere tutto il terreno che avevano guadagnato, quasi per miracolo, negli ultimi giorni.
La notte di natale, quando voltandosi nel letto non l'aveva trovata, si era svegliato all'istante, con un senso quasi di nausea, tanta era stata la paura che aveva sentito. Troppe volte gli era capitato, di sognarsela accanto e non trovarla al mattino, per restare indifferente ad un così brusco riveglio. Pochi secondi gli erano stati sufficienti per calmarsi abbastanza da scendere le scale, seguendo la debole luminosità che proveniva dal piano inferiore.
Seduta sul piano della cucina, le gambe a penzoloni, aveva trovato Bea affondata in un estemporaneo spuntino di mezzanotte. Gli aveva sorriso a bocca piena, con aria di imbarazzo, vedendolo arrivare a piedi nudi e notando la sua aria stupita.
"Eh, mi sono svegliata con lo stomaco che brontolava" gli aveva spiegato senza attendere domande "sono scesa a prendere un biscotto, ma poi ho aperto il frigo..." Dario aveva sollevato le sopracciglia annuendo felice. La cena di natale di Bea, nonostante i suoi sforzi, era consistita in un crostino di pane e due fette di roastbeef. Da che l'aveva rivista, non l'aveva mai vista mangiare molto di più e sempre con l'aria di un atleta che affronta una serie di ostacoli particolarmente perniciosi, mai con piacere. Vederla mangiare di sua volontà, masticando con evidente gusto, quasi gli aveva fatto salire le lacrime agli occhi dal sollievo. Non si era reso davvero conto, fino a quel momento, di quanto inadeguato si fosse sentito ad aiutarla e di quanta paura avesse avuto di vederla semplicemente sparire piano piano, fino al momento in cui il suo corpo avesse ceduto. Le aveva dunque sorriso e aveva accennato con la testa alla fetta di pane che teneva in mano, ripiegata come un foglio su se stessa.
"E in mezzo cosa ci hai messo?"
"Ciccia." Aveva brevemente risposto lei a bocca piena. Era evidente quanto si vergognasse di farsi vedere da lui così e gli parve assurdo. Scuotendo la tasta, aprì lo sportello del frigorifero e ne tirò fuori il piatto da portata con il resto della carne arrosto.
"Ah, beh, tu capisci che sarebbe scortese farti mangiare da sola." Le sussurrò senza guardarla, mentre iniziava a disporre la carne sul pane, intervallandone le fette con generose applicazioni di maionese. Quando ebbe finito, si volse verso di lei poggiando le anche al mobile e staccò un morso imponente allo scosceso declivio di pane e carne. Bea spalancò gli occhi, ridacchiando.
"Avevi fame anche tu?" Lui scosse la testa.
"No, mangio solo per educazione, te l'ho detto." Lei aveva annuito seria infilandosi in bocca l'ultimo pezzetto di pane.
"Sai che tu hai un rapporto strano col sesso?" Le aveva chiesto dopo qualche minuto di silenziosa destrutturazione del cibo.
"È ovvio che lo so, amore. Ci convivo da...beh, da anni." Aveva sospirato lei. "Mi fa sentire meglio. Di solito solo mentre lo faccio, ma a volte...insomma, a dirla tutta stasera è stata la seconda volta, ma comunque in alcune occasioni mi fa sentire meglio del tutto." Dario le porse il panino che lei stava fissando pensosa mentre parlava e le lasciò staccare un morsetto da coniglio da un angolo.
"Dì, e l'altra volta?" Bea gli sorrise luminosa.
"Ti ricordi dopo che ero andata contro il muro con la tua moto?"
"Mm."
"Ti ricordi come hai fatto a convincermi a mangiare di nuovo?" Anche lui aveva sorriso a quel ricordo. Ci aveva impiegato un'intera mattinata, ma ci era riuscito.
"Mm."
"Ecco. Quella è stata l'altra volta."
"Entrambe le volte con me?" Bea aveva scosso la testa con aria divertita e gli aveva rubato un altro piccolo morso.
"È logico, Dario. Perché pensi che io ti abbia sempre amato tanto?"
"Perché faccio sesso molto bene?" Aveva domandato lui con aria falsamente scandalizzata.
"Perché se l'unica persona che è capace di farmi questo effetto. Di farmi sentire legata a..." aveva accennato con un gesto del palmo a ciò che la circondava "a tutto il resto. Altrimenti io mi sento sempre un po' a parte, come dire."
"Spiegami una cosa." Le aveva detto lui, spezzando in due ciò che rimaneva del panino che teneva in mano e allungandole una delle metà. "Se davvero sono così importante, così speciale, per te, perché mi hai fatto diventare matto prima di dirmi di si, quando oggi ti ho chiesto di sposarmi? Semplice sadismo? O era una specie di punizione per essermi sposato?" Bea alzò su di lui uno sguardo addolorato.
"Io non ti farei mai una cosa così. Pensi davvero che arriverei a punirti per qualcosa che hai fatto?"
"Va bene, non era una punizione. Errore mio. Allora perché?" Lei aveva abbassato gli occhi sul cibo che teneva in mano e ritratto le gambe, posando i talloni sulla scanalatura dello sportello sottostante, fino a sfiorarsi quasi il petto con le ginocchia.
"Perché ho una fifa da matti. Ho paura che, adesso, piano piano fra noi due diventi come fra tutti. Che tutto quello che rende speciale quello che c'è fra noi si consumi."
"Hai paura che io sia un uomo normale, Bea? Perché nel caso ti tolgo subito l'incertezza: lo sono."
"Forse. Forse per gli altri lo sei." Sentendo di essere sull'orlo di una piccola rivelazione, Dario le si portò vicino, la spalla che sfiorava quella di lei.
"E per te?"
"Non posso dirlo."
"Allora comincio io, brutta fifona. Sei la mia vita, Bea. Sai, detto fra noi, credo che tu sia quello che ho io al posto di un'anima. Quando tu non c'eri, non c'ero più neanche io." Volse la testa per guardarla, con un'aria di sfida sul volto, come se, nel profondo si aspettasse di essere deriso. Bea fissava ancora concentrata il cibo che continuava a rigirarsi in mano. "Tocca a te." Il mormorio con cui lei gli rispose risultò inudibile perfino a quella distanza. "Amore, guarda che così non ti sento."
"Ho detto che te lo dico, se mi giuri di non ridere."
"Prometto." Dopo una breve esitazione, Bea gli rispose.
"Tu sei dio, Dario."
"Come?"
"Dio, hai presente? Quello che dice 'sia la luce' e luce fu? Quello sei tu. Fa effetto sposare dio."
"Immagino." Aveva risposto lui tentando di tenere un tono neutro. In realtà, quell'affermazione lo aveva colpito con una violenza quasi fisica. Era la perfetta spiegazione delle dinamiche fra loro, se ne rendeva conto, ciò che si erano appena detti, era la pura verità, per quanto espressa in un modo piuttosto enfatico, ma, con una precisione che nascondere qualcosa di più di una casualità, era anche la concretizzazione delle sue più folli e più nascoste fantasie. Una piccola bolla di una sensazione fra la vergogna e il compiacimento gli si gonfiò nel petto, trovando posto fra cuore e polmoni ed alimentando la sua fiamma interiore come non era mai capitato con niente altro. Se da una parte avrebbe voluto nascondere il viso, dall'altra, non poteva negarlo, avrebbe voluto sentirle pronunciare ancora quelle parole.
La circondò in un abbraccio, racchiudendola come fosse qualcosa di molto piccolo e prezioso, e posò la guancia sulla sua testa.
"Bea?"
"Dimmi."
"Hai finito di mangiare?"
"Si."
"Andiamo a letto, dai." Le aveva detto. Poi l'aveva presa fra le braccia, sordo alle sue proteste, chiudendole la bocca con un bacio, e a quel modo l'aveva riportata fra le coperte.
Stava ripensando a quel momento, se lo stava rigirando in mente deliziato dal suo sapore, mentre finiva di spostare l'ultimo scatolone dal pavimento alla cima della pila. Fece combaciare gli angoli con quelli che aveva già posizionato e osservò critico la disposizione. Sembrava a posto. Si circondò il torso con un braccio, mentre mordicchiava pensoso l'unghia del pollice portando l'altra mano alla bocca. Una regolare, diritta pila da quattro scatole. Una da cinque. Una sottile ruga gli apparve fra le sopracciglia. Una da quattro. Una da cinque. Era inutile tentare di disporli in tre pile da tre, aveva già provato. Niente da fare. Non gli rimaneva che scendere di sotto e darsi una ripulita. Allungò la mano verso il maglione, ripiegato sul bordo dello scaffale. I suoi occhi, quasi dotati di volontà propria, scattarono di nuovo a fissare lo spazio vuoto che sovrastava la pila più corta. Una da quattro. Una da cinque. Ritrasse la mano e riportò il pollice alle labbra, picchiettandole con l'unghia incavata dal ripetuto contatto coi suoi stessi incisivi. Sapeva che avrebbe dovuto semplicemente scendere le scale e infischiarsene. Che non faceva alcuna differenza. Una da quattro. Una da cinque. Quello spazio vuoto che lo fissava come un'accusa. Il sudore gli aveva attaccato addosso la sottile maglietta di cotone bianco e gli irritava la pelle, nei punti in cui i morsi di Bea l'avevano resa più sensibile. Desiderava tremendamente il getto di acqua calda che lo aspettava al piano di sotto. Eppure, non riusciva a staccarsi da quel punto, come per una forma di autopunizione.
Il suo cuore prese a battere più veloce, mentre riportava il braccio sinistro attorno alle costole, come a proteggersi.
Il trillo acuto del cellulare lo colse tanto di sorpresa da farlo sussultare e, contemporaneamente, eccitato per l'idea che fosse una chiamata di Bea, che aveva bisogno di un passaggio una volta finito l'esame, le sue mani corsero alla tasca dei jeans, producendo uno strano effetto simile ad un rapido rimbalzo di tutta la sua persona. Afferrò il telefono e rispose prima ancora di darsi il tempo di guardare il display.
"Allora?" Chiese, senza altri preamboli, nel ricevitore.
"Allora o rimetti quel cazzo di campanello o rimani vicino alla porta quando chiami qualcuno a casa tua, coglione!" Gli rispose la voce seccata di Andrea. Dario chiuse gli occhi un attimo, stringendo le labbra. "Mi sto surgelando! Vieni ad aprirmi o vuoi solo farmi un filmato mentre crepo dal freddo?"
"Arrivo." Rispose, chiudendo la comunicazione. La giornata era davvero rigida e, sentendosi in colpa per aver perso il senso del tempo dopo averlo chiamato, scese di volata le scale, concedendosi appena il tempo di afferrare il maglione. Non lo indossò, concedendosi un minuto di sollievo dal caldo. Quando aprì la porta d'ingresso, l'amico entrò senza una parola, rivolgendogli uno sguardo di rimprovero, mentre si sfregava le mani cercando di restituirgli qualche calore. Non lo salutò nemmeno, dirigendosi di filato verso la cucina.
Dario lo seguì a lunghi passi strascicati, in attesa del resto delle sue lamentele. Sentiva di meritare i suoi rimproveri, in un certo senso. Dopotutto, era stato lui a chimarlo un paio di ore prima per chiedere il suo aiuto e, poi, completamente dimentico dello scorrere del tempo, l'aveva lasciato a bussare per chissà quanto tempo, prima di ricevere quella telefonata. Entrò nella stanza dove Andrea si stava sfilando la pesante giacca invernale e, senza dire una parola, si diresse ai fornelli.
"Malatesta, devi far riparare quel cazzo di campanello! È da malati di mente, vivere in una casa senza il campanello!" Dario scosse la testa in segno di diniego. A lui stava benissimo così. "Già, ma cosa te lo dico a fare? Tu sei matto, del resto." L'altro sospirò con aria di sopportazione e gli mostrò due confezioni di cartone colorato. In una era contenuto il preparato per la cioccolata calda, mtre l'altra era piena di bustine di tè. Andrea indicò distrattamente la confezione della cioccolata calda e Dario si girò per iniziare a prepararla, senza rendersi conto del modo in cui l'altro lo fissava. Andrea tacque di colpo e si avvicinò a passi cauti e silenziosi alle spalle dell'amico, osservando stranito le sue braccia, che spuntavano dalle maniche corte. Solo quando gli arrivò accanto, Dario si riscosse dai suoi pensieri e lo notò.
"Cazzo vuoi?" Gli domandò in tono colloquiale, continuando a rigirare il latte e il cacao nella pentola. Andrea aprì la bocca e la richiuse senza emettere suono, prima di indicargli, con un cenno della testa, i lividi bluastri attorno ai suoi polsi. Altri segni, profondi, rotondi e color rosso cupo, facevano capolino dalla parte interna di entrambi i bicipiti. Dario abbassò la testa e si sentì arrossire, senza per questo riuscire a fare a meno di sorridere.
"Sei vittima di violenze domestiche?" Gli chiese infine Andrea, sinceramente impressionato. L'altro iniziò a sogghignare apertamente, sempre con gli occhi fissi sul fornello.
"Dai, Vasirani, ti sarà capitato di fare del sesso un po' più allegro, in vita tua!" Gli rispose ridacchiando, mentre gli indicava lo sportello in cui avrebbe potuto trovare le tazze. Andrea le prese e le posò accanto al fornello acceso.
"Si, ma che cazzo! Quella è violenza, non allegria! Senti, ma sai che non l'avrei mai detto che la cuginetta ti lega? E tu glielo lasci fare?" Dario annuì leccando il cucchiaio.
"Le lascio fare quello che vuole, se poi lei lascia fare me. Si chiama reciprocità. È divertente."
"Ma non ti fa male? Insomma...guarda qua." Chiese Andrea additando il segno di un morso sulla parte interna del braccio, dove la pelle è più sottile. Solo a guardarlo gli metteva i brividi.
"E dai, Vasirani! È un morsichino, non mi ha mica frustato! Quanto sei..."
"Si, si, lo so, femmina, giusto?" Dario gli porse la tazza colma di cioccolta densa e fumante e lo precedette al tavolo, dove accese una sigaretta nell'attesa che la bevanda si raffreddasse. Detestava i cibi e i liquidi troppo caldi.
Andrea si sedette di fronte a lui sorbendo a piccoli sorsi bollenti il contenuto della tazza.
"Allora, se mi lasci il tempo di una doccia veloce, ci muoviamo. Vorrei aver finito prima che Bea mi chiami per recuperarla."
"Ah, non c'è problema. Dove dobbiamo andare, tanto per sapere?"
"In una concessionaria. Oggi ossicini prende la patente e mi mangio la tavola con tutte le sedie se ha il coraggio di guidare la mia macchina. Bisogna farle fare pratica."
"Cioè le compri una macchina? È questa l'idea?" Dario annuì sbuffando una nuvola di fumo azzurrino, poggiato all'indietro contro lo schienale della sedia. "E tu hai intenzione di andare a comprare una macchina così, come si compra una confezione di uova. Esci e le compri una macchina."
"Si, Vasirani, si, esco e le compro una macchina. Perché c'è qualche cerimoniale strano da seguire, di solito? Una danza propiziatoria, un sacrificio rituale, robe così? "
"No è che è un regalo un tantino...come dire, impegativo. Insomma, ne avete parlato?" Dario aggrottò le sopracciglia e gli scandì lentamente, come parlando ad un bambino molto piccolo.
"No. È una sorpresa. Se glielo dico prima, non è più una sorpresa."
"Si coglione, ho capito." Sillabò Andrea facendogli il verso. "Ma se poi lei non la vuole?"
"Cosa cazzo vuol dire, non la vuole? Certo che la vuole! Le serve, la macchina. Mica può sedersi sulla patente e fare 'brum brum', per andare a lavorare, no?"
"Senti, dico se magari finisce che tu gliene prendi una che a lei non piace, somaro!"
"Le piace! La scelgo io!" Replicò Dario con l'aria di tagliare la testa al toro. "E adesso, se hai finito di fare la vecchia, io vado a darmi una pulita. Rompicoglioni." Concluse poi spegnando con forza il mozzicone.
"La tua cioccolata." Gli ricordò Andrea. Dario la assaggiò appena e la trovò ancora troppo calda. Diede una rapida occhiata all'orologio sulla parete e trasalì, trovando che era molto più tardi di quanto si aspettava, quindi allungò il braccio ed il corpo verso il frigorifero e fece cadere un paio di cubetti di ghiaccio nella tazza piena, prendendo a mescolarne in fretta il contenuto. L'altro lo osservò con una smorfia di disgusto.
"Sei proprio una bestia!"
"Mm?" Chiese Dario ingoiando più in fretta che poteva la cioccolata, che ora aveva una temperatura accettabile.
"Il ghiaccio nella cioccolata calda! Animale!"
"Vecchietta!" Replicò l'altro finendo con due rapide cucchiaiate ciò che era rimasto sul fondo. Prima di uscire dalla stanza, prese ancora un cubetto di ghiaccio dal frigorifero e se lo cacciò in bocca, masticandolo mentre saliva al piano superiore. Andrea lo seguì a passi lenti, riflettendo, ed arrivò quando l'altro era già nel bagno.
"Senti, ma le scegli tutto tu, a lei? Cioè, voglio dire, cosa mangiate, l'arredamento di casa, la macchina...e poi cosa, i vestiti?" Chiese ironico attraverso la porta. Dario si stava spogliando. "Il taglio di capelli? Su quello niente da ridire?" Riusciva ad avvertire il sorriso nella voce di Andrea anche attraverso la porta chiusa e si domandò, inarcando un sopracciglio, se gli sarebbe venuto tanto da ridere anche sapendo come andavano sul serio le cose. Giusto quella mattina, quando si stava ancora siracchiando pigro nel letto mentre Bea, agitata per l'esame, già saltellava per la stanza cercando di vestirsi e lavarsi i denti contemporaneamente, le aveva chiesto di indossare la sua maglia preferita, quella rosso vivo, morbida al tatto, e lei l'aveva accontentato, come del resto faceva ogni volta. Si infilò sotto il getto d'acqua senza riuscire ad escludere del tutto il suono della voce dell'altro e si domandò, ascoltandolo senza capire una patola, se non tacesse davvero mai. Provava un interesse accademico per la faccenda, quasi una curiosità scientifica. Gli pareva impossibile che una persona potesse trascorrere tanto tempo di seguito parlando senza sosta. Uscì da sotto la doccia e ancora stava parlando.
"Tu ti rendi conto che non ho sentito una parola di quello che hai detto, vero, boccaccia?"
"Ti ho chiesto se anche lei passa il tempo a dire a te cosa devi fare."
"Io non dico a Bea cosa deve fare. Me ne guardo bene."
"Certo, come no. Le scegli la sua prima macchina dando scontato che impazzirà di gioia, senza neanche averle accennato al discorso..." Dario si passò le dita fra i capelli umidi, completando così la sua toeletta. Allacciò i pantaloni, i suoi preferiti, e si rese conto di aver dimenticato in camera la camicia. Sibilando una parolaccia, aprì la porta per andarla a prendere.
"Ecco, porca puttana, mi sono scordato un pezzo, mi rincretinisci, tutto il tempo con questo 'cicicicici' nell'orecchio, mi sembra di avere una cocorita sulla spalla, ti giuro!" Brontolò alla volta di Andrea mentre entrava nella stanza da letto per recuperare ciò che aveva scordato. Si affacciò nel corridoio allacciando la camicia. "Ma la fai mai riposare, quella voce?" Gli chiese aspro mentre abbottonava un polsino. Andrea lo fissava con uno sguardo inorridito.
"Sei sicuro che era sesso e non una violenza domestica?" Gli chiese, occhieggiando il suo torace. "Perché se è così devi avere un'idea di sesso molto diversa dalla mia." Dario scosse la testa disgustato, rifilandogli un'ochiataccia.
"Si, ad esempio io lo faccio con una donna. Per dirne una."
"Si vede. Sembra che ti abbia attaccato una mandria di squali."
"Un banco di squali. I pesci si muovono a banchi, non a mandrie, ignorantone. E comunque sei un melodrammatico, come al solito. Cazzo, c'è da chiedersi come reagisci quando ti tagli mentre ti fai la barba! Cosa fai? Testamento?"
"Il solito simpaticazzone, eh? A proposito, stai meglio così. Sembravi satana stinto, con il pizzetto."
"Il tuo umorismo mi colpisce sempre, Vasirani. Allo stomaco, ma mi colpisce." Chiosò Dario infilando la camicia nei pantaloni e completando il tutto con un golf chiaro.
"Dio, quanto sei carino! Dove andiamo, al country club?" Lo canzonò Andrea osservando il suo abbigliamento.
"Perché? Cosa c'è, rompipalle? Signore pietà, ti giuro, la mia ex moglie fatta e finita! Cosa c'è che non va, sentiamo."
"Che ti vesti come un manichino." Dario sporse le labbra, avviandosi verso la porta d'ingresso.
"Io mi vesto in un modo perfettamente adeguato alla mi persona, grazie mille." Lo rimbeccò freddamente, mentre prendeva le chiavi dell'auto.
"Si, sempre per il principio che siamo in pieno ottocento. Ma dai! Sei l'unica persona al mondo che abbottona il colletto! E poi, senti, usi l'amido! Si vede!" Uscirono dalla porta e si infilarono in macchina. Dario sinera chiuso in un silenzio cupo. "Insomma, dai, non hai mica sessant'anni, mettiti una maglia, un paio di jeans e via andare! E poi, detto fra noi, hai mai sentito parlare di una cosa chiamata cintura? Ti starebbe bene, sai?" Dario strinse il volante.
"Io non porto cinture." Andrea sbuffò.
"Cos'è, una specie di regola inventata? Le trovi troppo plebee?"
"No. Mi portano...diciamo sfortuna." Gli rispose l'altro a voce bassa. Istintivamente, la punta della sua lingua sfiorò la larga cicatrice che aveva sul labbro superiore, e ad Andrea tornò in mente ciò che aveva letto su di lui, quello che aveva scritto Beatrice del giorno in cui li avevano separati, di come lui si fosse procurato quella cicatrice. Ammutolì per qualche secondo.
"Scusa. Non ci avevo mai pensato." Dario annuì continuando a guardare la strada. "È stato davvero come ha scritto lei?" Un silenzio pesante calò nell'abitacolo. Solo quando si fermarono nel parcheggio del concessionario, Dario, spenta la macchina, parlò di nuovo. La sua voce suonava bassa e monocorde, stranamente indifferente.
"No. Bea...non so se non abbia capito o non sia riuscita a scrivere, ma è stato peggio. Perdeva sangue dalla testa e dall'angolo dell'occhio, dove le era arrivato il pugno di mio padre. Sanguinava dagli occhi. A me sono partite un paio di costole. Ti assicuro che non avevamo una gran voglia di fare i cretini, quando sono passati a parlare. Adesso, prima che scendiamo dalla macchina e riprendiamo a fare quello che dobbiamo fare, hai altre domande? Perché nel caso, sarebbe meglio che tu le facessi subito." Andrea decise di tacere. Era l'idea più sensata, soprattutto in considerazione dello sguardo fisso oltre il parabrezza e della voce cupa di Dario.
"Perché l'hanno fatto, lo sai?" Gli sfuggì prima di potersi fermare.
"Probabilmente per lo stesso motivo per cui tu storci il naso ogni volta che ci vedi darci un bacio. Perché per la logica comune, secondo convenzione, noi non dovremmo stare insieme, tanto meno amarci. E, di fronte alla convenzione, a quanto pare, le persone non valgono un cazzo. Altre domande, Vasirani?"
"No. Scusa. Sul serio, io...mi dispiace, Dario." Lo vide deglutire un paio di volte.
"Lo so, Andre. Tutto a posto. Andiamo, siamo in ritardo, abbiamo" diede una breve occhiata all'orologio "meno di trenta minuti per la scelta e giusto una ventina per il resto. Dovremo essere rapidi." Gli disse in tono secco. In tutto il tempo di quella conversazione, il suo viso era rimasto immobile, come congelato in un'espressione di annoiato distacco.
Andrea rimase in silenzio mentre scendevano dall'auto e si avviavano verso l'esposizione, Dario che lo precedeva di un passo con la schiena diritta e la testa alta, quasi arrogante nel modo di muoversi. Guardando la sua giacca scura, ripensava la senso di disagio che aveva sempre provato vedendoli scambiarsi quei piccoli gesti di affetto comuni a tutte le coppie. Non gli era mai passato per la testa che lui potesse averlo notato. Non ne aveva mai dato segno.
Nella mente di Andrea, le parole che aveva scritto Beatrice si andavano mescolando, colorendo, con ciò che aveva appreso dalla voce di Dario. Ripensò alla mano di lei sulla spalla dell'amico, al piccolo bacio che gli posava sulla tempia ogni volta che si chinava su di lui per porgergli qualcosa, ai muti scambi di sguardi che aveva tante volte colto fra loro, eloquenti come parole. Su tutto questo, continuavano a pesare come una cappa le parole dell'amico.
'Sanguinava dagli occhi.' Aveva detto, col tono atono e cupo con cui si potrebbe ricordare una brutta serata.