Solo alcune ore più tardi, dopo che Vasirani se ne fu andato, a spalle basse e con un'espressione da condannato, Dario si sedette sul divano ed attirò a sé Beatrice con un languido movimento del braccio.
Desiderava tenerla stretta, sentire la presenza confortante del suo calore contro il petto, la piccola bolla calda del suo amore spandersi dentro di lui.
La fece sedere sulle sue gambe e la circondò con le braccia. Strofinava pensoso il viso fra i riccioli scuri, domandandosi come affrontare il discorso che gli premeva di farle, in totale silenzio.
Se lui era, ed era sempre stato, eccezionalmente abile nell'apparire controllato, a dispetto del fuoco che regnava al suo interno, era altrettanto consapevole del fatto che lei era brava quanto lui, forse persino di più, quando si trattava di mantenere il silenzio. Per tanti, troppi versi, i loro familiari erano riusciti fin troppo bene nel loro intento di formarli. Se lui era il signore del viso impassibile, lei era la regina delle porte chiuse a chiave, così come era stato loro insegnato fin dai primi anni della vita. Non sarebbe stato facile neppure a lui, lo sapeva, convincerla ad aprire quelle porte.
"Dario?" Gli chiese lei mentre lui era immerso in queste considerazioni.
"Mm?"
"Me la dici una cosa?"
"Mm."
"Perché non me l'hai detto, che ti volevi licenziare? Cioè, lo sapevo che prima o poi l'avresti fatto, ma perché non mi hai detto, stamattina, che l'avresti fatto?"
"Perché non lo sapevo." Rispose lui con voce pensierosa. Bea torse il collo per lanciargli uno sguardo interrogativo. "Mi hanno fatto incazzare e me ne sono andato. Non lo sapevo, stamattina, che sarebbe successo."
"Ah." Bea si riaccoccolò contro il suo petto. "Sono contenta."
"Non dovresti. Potrebbe essere un po' un casino, adesso."
"Sono contenta che riesci di nuovo a incazzarti con gli altri. Invece di farlo solo con te, intendo." Dario sorrise contro il culmine della sua testa, dove aveva riappoggiato le labbra.
"Molto tenero, amore. Ma parlavo sul serio, potrebbe diventare un bel casino." Lei emise un lungo sospiro che parve quasi uno sbadiglio.
"Hai detto che sarebbe andato tutto bene, prima. Ad Andrea."
"Lo so. Ma lui è un cagasotto, cosa potevo dirgli? 'Sono cazzi amari ma ormai quel che è fatto è fatto, quindi meglio se la pianti di frignare'? Non mi sembrava il caso."
"Gli vuoi bene, vero?" Dario riflettè un minuto prima di rispondere.
"Mi sono abituato ad averlo intorno, diciamo."
"È tuo amico?"
"Non saprei. È sempre in mezzo ai piedi, dico io, tanto vale che stia bene, no? Insomma, non è che proprio ci sia un affetto viscerale, ma...è lì. E poi è venuto da me, oggi. Insomma, cosa potevo fare, mandarlo via?" Bea sorrise.
"Okay, ho capito. Non scaldarti."
"Sono calmo. Calmissimo. Anzi, adesso, dato che siamo qui tranquilli solo fra noi due, facciamo due chiacchiere. Vuoi?"
"E di cosa vorresti chiacchierare di grazia, caro dottore?" Gli domandò lei giocherellando con il collo della maglia di Dario. Infilò l'indice fra la lana leggera e il suo petto, sfiorando la pelle liscia con aria ammiccante. Lui le prese la mano con dolcezza e la allontanò.
"No, Bea, dico sul serio. Devo chiederti una cosa." Avvertì la delusione nella sua voce, quando lei gli rispose.
"Dimmi, allora. Cosa vuoi sapere?" Dario prese un lungo respiro.
"Tutto. Voglio sapere tutto quanto."
"Tutto di cosa?"
"Bea, dai. Hai letto le mie lettere, sai tutto di me. Comincia a parlare." Aveva fatto attenzione a non parlare né in tono di comando né di supplica. Non era facile, ma, se voleva ottenere ciò che desiderava, di riaverla intera e per sé, doveva evitare ad ogni costo di spaventarla, di incrinare anche solo di poco la fiducia che si era creata fra di loro. Era nuova e giovane, quella fiducia, e lui la sentiva tenera come il guscio d'un uovo appena deposto. Per questo non poteva cercare di imporre su di lei la sua volontà, per quanto fosse ciò che gli suggeriva il suo primo istinto. D'altro canto, sarebbe stato un pessimo, fondamentale errore mostrarsi deboli con lei. La debolezza origina pietà e difficilmente la pietà origina fiducia.
Bea rimaneva silenziosa ed immobile contro il suo petto, il busto appena curvo e la testa posata sulla sua clavicola. Sembrava addormentata, ma non lo era affatto. Era invece in uno strano stato di sospensione interiore, come se tutto ciò che era dentro di lei stesse trattenendo il fiato, fermo, pietrificato, come un animaletto che si acquatta nel buio sperando di non essere scorto dalle bestie da preda. Aspettava quella domanda da tempo, ormai, ed era quasi arrivata a credere che non gli importasse, che tutto potesse continuare così, lasciando ciò che era sotto la superficie là dove stava. Avrebbe dovuto sapere che non poteva essere così.
Dario attendeva, senza metterle fretta, e questo era per lei un ulteriore motivo di preoccupazione; se non stava insistendo, se rimaneva, semplicemente, ad attendere ciò che voleva, significava che la parte più inesorabile di lui si era messa in marcia. Nessuna insistenza, nessuna fretta, perché, crollasse il mondo e dovesse morirne, non si sarebbe mosso dal suo intento. Bea deglutì.
Si leccò le labbra un paio di volte, cercando un modo qualunque per iniziare, una qualsiasi via di fuga da usare. Torse il collo all'indietro e sbirciò il suo volto. Dario ricambiò lo sguardo sollevando appena le sopracciglia.
"Dario..."
"Cosa?"
"Non saprei da dove iniziare, credimi."
"Dall'inizio. Da quando la macchina di tuo padre è uscita dal cancello va benissimo."
"Ma Dario..."
"Coraggio." La mente di Beatrice, capace di conservare ricordi di eccezionale lucidità e realismo, la riportò con chiarezza quasi allucinatoria a quel giorno, all'immagine di lui che spariva mentre svoltavano sulla strada. Senza che nemmeno se ne accorgesse, gli occhi le si riempiono di lacrime ed, istintivamente, si strinse a lui. "Cosa hai fatto quando la macchina è uscita dal cancello?" Le chiese lui, cercando di darle uno spunto per iniziare a parlare. Non si aspettava una risposta immediata, invece la voce di Beatrice iniziò, bassa e spenta.
"Mi sono messa a gridare. Come una pazza. Non so neanche io perché, ma urlavo, senza dire niente, come i neonati. Tenevo le mani aperte sul vetro di dietro e urlavo. Non riuscivo a smettere, non mi piaceva farlo, spaventava anche me. Era come se fosse una reazione involontaria. È continuata per un bel po', fino a che non siamo usciti dalla parte opposta della città. Poi finalmente pian piano si è calmato e sono riuscita a smettere. Mi sono sdraiata sul sedile di dietro, mi girava la testa, mi sentivo malissimo. Mio padre ha acceso la radio, quando sono rimasta in silenzio. Ci son circa quaranta minuti da casa dei tuoi a casa di mia madre. Quel giorno lì penso che mio padre abbia guidato almeno due ore. Ha senso per te?" Lo guardò in viso. Dario annuì convinto. Ce lo vedeva, zio Dolfo, a fare un bel giro largo nel caso in cui lei avesse cercato di capire la strada guardandosi attorno.
"Poi siamo arrivati di fronte alla casa. L'hai vista, è una casa normale, banale. Mio padre mi ha fatto scendere e mi ha portata quasi di peso fino all'ingresso. È stato lì che ho visto mia madre. Te lo posso anche dire, non l'ho mai detto a qualcuno, l'ho capito subito che mi voleva lasciare lì. Lo sapevo, ma continuavo a dirmi che non era possibile, che non era vero. Le ha parlato per un po' e poi ha fatto per andare via, così, senza neanche salutarmi. Ho provato a fermarlo." La voce di Beatrice risuonava di una pena tanto forte da essere difficile da ascoltare. Dario rimase immobile e silenzioso, sforzandosi di non intervenire. Sapeva per esperienza che certe cose è molto peggio averle dentro. "Gli ho detto di restare con me, o di portarmi con lui. L'ho preso stretto per un braccio. Avevo paura, capisci? Non volevo restare sola lì. Ma si è staccato le mie mani di dosso. Mi ha girato la schiena ed è uscito. Mi sembrava di impazzire. Continuavo a chiamarlo, ma non si è voltato mai. È salito in macchina e via. Vi avevo persi tutti, vedi? Anche quella piaga di tuo padre. Tutti quanti. Ero lì da sola con una mamma che non mi ricordavo neanche che voce avesse e non ci aveva neanche presentate. Lo capisci, Dario? Vi ho perso tutti." Le sue mani, mentre parlava, avevano continuato a stringerlo, a toccarlo, quasi che volesse rassicurare se stessa che, si, era lì accanto a lei, che ciò che raccontava apparteneva al passato, che era tutto finito. Dario la strinse forte contro il suo petto. Sapeva quanto lei avesse sempre amato, quasi venerato suo padre. Suo padre era la persona che la consolava, che l'aveva salvata dalla casa materna, colui che non deve essere mai deluso, il livello a cui tendere. Quello che credeva lei non avesse mai saputo fino in fondo era quanto quel suo amatissimo padre, di cui nemmeno usava il nome, fosse simile ad un rettile velenoso. Lo sapeva bene, invece.
"E che tipo era, tua madre, dì?" Le chiese, tanto per deviare il corso doloroso dei suoi pensieri. Inaspettatamente, la sentì ridere contro di lui.
"Eh, insomma, era una tosta. Parlava chiaro, anche troppo, e guai a farla arrabbiare, se no esplodeva come un petardo. Ma mi voleva bene. Anche se ci ho messo un bel po' ad accorgermene. Pensa che il giorno che sono arrivata, poco dopo che era andato via papà, si è messa lì a spiegarmi le regole della casa. Renditi conto che non avrei saputo neanche dire il mio nome. Me le ha ripetute finché non le sapevo ripetere anche io. E la prima volta che l'ho chiamata Isabella, non mi veniva da chiamarla mamma, capisci, mi ha dato uno scapellotto talmente forte che si era fatta male anche lei alla mano." Dario sorrise.
"Tipetto tranquillo, insomma."
"Si. Decisamente."
"E dimmi, cosa hai fatto? Cioè, io ho trovato un lavoro eccetera e tu?"
"Oh. Io sono atata a letto. Ferma. In silenzio. Due volte al giorno dovevo sedermi a tavola, anche se non mangiavo. Regole. E il martedì veniva tua madre a torturarmi un pochino. Per il resto stavo sdraiata."
"Aspetta. Sei rimasta così un anno?"
"No, un sei mesi. Poi quattro ore al giorno, dalle nove all'una, studiavo. Per l'esame. Poi ho dato l'esame e mi sono rimessa a letto. Tutto qui." Dario deglutì. Gli mancava il respiro. Non era mai stato un uomo di viva immaginazione, ma gli oarve quasi di riuscire a vederla, tanto giovane, sola, a diventare ogni giorno un po' più sottile, un po' più sfinita. A sparire, lentamente, senza che nessuno facesse nulla per riportarla alla vita. Iniziò ad accarezzarle i capelli, senza dire nulla.
"Non riuscivo a dormire un granché, forse perché non facevo nulla. Per lo più stavo lì ed era una mezza via fra il pensare e il niente. Certe volte sentivo mia madre chiamarmi per la cena e pensavo 'ma come? Se sono appena salita?'. Poi però guardavo fuori ed era già buio. Ho perso dei giorni interi, così, senza neanche capire come. Poi, quando tua mamma..." si interruppe, cercando le parole. "Mi ha presa in disparte per parlarmi di te, ecco, del fatto che tu...lo sai. Te l'ho già raccontato, no?" Bea sollevò lo sguardo sul viso di lui. Gli occhi chiari di Dario ricambiarono il suo sguardo, apparentemente impassibili in un volto che pareva scolpito nella pietra.
"Raccontami un'altra volta. Cosa ti ha detto?"
"Dario..."
"Avanti. Dimmelo."
"Che ti vergognavi di quello che era successo con me. Che ti vergognavi di me." La voce di Bea si fece piccola, nel pronunciare quelle parole, stridente. Rievocare quei momenti le riusciva penoso, era fin troppo facile ricordare, quasi fisicamente risentire la sensazione che aveva provato, come se lui le venisse strappato una volta ancora, quella sensazione di strazio nel petto, nella bocca, nel sesso, come se un folle crudele la stesse tagliando. "Allora è andata meglio, per certi versi. Anche mia mamma mi ha detto le stesse cose. Che per te ero stata solo una scopata, abbastanza comoda da non aver motivo di cambiare. E allora mi sono arresa. Lo so che ce l'hai con me per questo. E hai anche ragione." Sentì le braccia di lui stringerla, con una forza che ricordava solo nel profondo, e le sue labbra posarsi sulla sua testa, sulla fronte, in piccoli baci che sigillavano il suo perdono. Come se le avessero tolto da dentro l'argine che tratreneva ogni cosa, Bea si rimise a parlare. "Non riuscivo più a trovare un motivo per opporre resistenza a mia madre. C'era solo lei, con me, e io non sapevo cosa fare. Mi sarei ammazzata volentieri, ci ho pensato spesso, ma non volevo che poi, sapendolo, magari ti sentissi in colpa. Che ci stessi male. Piano piano, io e Isabella siamo diventate amiche. Mi capiva. Era successo anche a lei di perdere la persona che amava di più al mondo e mi capiva bene. Ne soffriva ancora, credo. Abbiamo parlato tanto e, mano a mano che facevo come diceva lei, mi sembrava di stare meglio, di ricominciare a trovare una specie di modo di vivere. Lo sapevo che non sarebbe più stata la stessa cosa senza di te, ma se non mi decidevo a morire, non avevo alternative. Ti pare?" Dario annuì lentamente, in un movimento legnoso. Le sue labbra erano compresse in una linea sanguigna. Le fece cenno di continuare. "E poi mia mamma ha deciso che mi avrebbe dato una mano per fare quello che volevo. L'ho sentita litigare con mio padre per mezza giornata, delle urla da far tremare la casa, non sai che voce aveva quella donna! E quello che non gli ha detto! Ce l'aveva proprio a morte con lui, te lo dico io. Però alla fine io sono andata all'università, proprio come volevo, e a fare la facoltà che volevo. Abbiamo stretto la cinghia per un po'. Lui ci passava solo i soldi per le tasse e i libri, quindi tutto il resto, sai, il treno, mangiare fuori quando ero là, ce lo pagavamo noi, per i primi tre anni. Poi cin la borsa di studio è andata meglio. È stato circa in quel periodo che ho conosciuto Stefano." Rendendosi conto d'improvviso di quello che stava dicendo, Bea si bloccò. Dario le fece uno strano sorriso, come se stesse per mettersi a mordere.
"Evitami i dettagli, ti prego. Lo so che io non te li ho evitati, ma se vuoi avere pietà te ne sono grato. Dimmi solo una cosa. Era lui quellodi cui ti eri tanto innamorata?" Lei annuì esitante. "Com'era? Perché ti sei innamorata tanto?"
"Era praticamente il tuo opposto. Uno che diceva 'la domanda non è perché, ma perché no?' E con questo riassumeva la sua filosofia di vita. Faceva il bassista. Di mestiere, ci crederesti? E nel tempo libero si dedicava a quel genere di cose tipo il potere dei cristalli e la ricerca di luoghi energeticamente puri sulle colline. Mi voleva, davvero. Mi ha inseguita per un bel pezzo prima che gli dicessi di si. E credo sia stato qiesto, a farmi innamorare tanto. Dopo tutta quella gente che mi aveva buttata via, rinnegata, come se fossi una specie di liquame, lui mi voleva. E basta, credo." Dario la scostò appena, gentilmente, per accendere una sigaretta. Ne sentiva il bisogno. "Sei geloso?" Le sorrise dolcemente.
"Mettiamola così. Completa l'elenco di gente che devo trovare e ammazzare, sii carina."
"Scusa, ma hai chiesto tu di saperlo!"
"Lo so. E, credimi, ti sono davvero, ma davvero grato del fatto che mi stai accontentando. Ma lo ucciderò lo stesso."
"Sei scemo, lo sai?"
"Lui e chi altro sono già morti? Hai detto tre. Ora, il bassista hippy e il tizio col nome da cane ce li ho chiari. Il terzo?"
"Il terzo, che sarebbe poi quello di mezzo, porta l'esotico nome di Loris. Ed è effettivamente uccidibile. Anzi, penso che la sua testa impagliata starebbe benissimo in cucina accanto al portaspezie, guarda." Dario aggrottò la fronte.
"Cosa ti ha fatto, costui?"
"Bah, praticamente di tutto, dal farsi svegliare ogni mattina per otto mesi perché altrimenti si scordava di andare al lavoro al rientrare la sera fatto, come dici tu, fino alle orecchie, al tradirmi...prova a dire una stronzata e lui l'ha fatta."
"Ti ha tradita?"
"Eh, si."
"Cioè, aveva te di fianco ed è andato con un'altra? No, cazzo. Non è uccidibile, è la prova empirica che Darwin aveva torto!"
"Grazie, amore."
"Prego. Se lo incontriamo in giro indicamelo." Bea rise.
"Faremo un po' fatica. A meno che non sia emigrato, abita a Firenze. Gli ultimi due anni li ho fatti là. Avevo bisogno di cambiare ambiente, e poi per la conservazione libraria Firenze è il massimo. Mi sono laureata là. Quando sono tornata a casa sono entrata in una specie di cintratto di schiavitù in archivio storico e...beh, ci ho fatto il nido, come dire. Sono rimasta."
"Okay. Direi che sei stata molto esauriente. Grazie. Sono ammesse domande?"
"Mm. Massimo tre. E voglio una sigaretta anche io." Lui la accontentò con un sorriso, accendendola per lei. Allungò la mano e prese il posacenere dal tavolino, per posarlo più vicino.
"Allora, prima domanda. Hai detto che quando stavi stesa a letto pensavi. A cosa pensavi? Insomma, cosa pensavi di me? Che ero un bastardo o..."
"Pensavo che mi mancavi. Da impazzire. Quando riuscivo a dormire sognavo sempre che eri lì con me, chenera tutto a posto, e quando mi svegliavo ogni volta era un trauma. Pensavo che non sapevo come stessi. E pregavo che stessi bene. E poi ripensavo al momento in cui ci hanno divisi. Ci ho pensato tantissimo, sono riuscita a ricostruire quasi tutto, col tempo, chiedendo qualcosina anche a mia madre. Una sola cosa non ho mai capito. Me la vuoi dire?"
"Vai, chiedi."
"Quando i due amiconi sono venuti da te a parlarti e poi sono tornati da me. Io sono rimasta ferma perché ero terrorizzata che tuo padre finisse il lavoro."
"Lo so, l'ho letto."
"Ma ti, perché sei rimasto lì? Cosa cazzo ti hanno raccontato?" Dario prese un lungo respiro. E poi si produsse, senza preavviso, in un'imitazione quasi perfetta della voce di suo padre, che fece sussultare Bea.
"Se fai tanto di fare la scena dell'eroe, mezza sega, ti prendo davanti la tua puttana e le cavo la pelle di dosso, mi hai capito? Ti sbatto da qualche parte dove puoi sentirla urlare e poi le spiego cosa succede alle puttane quando alzano la cresta. E non credere, che Rodolfo, qui, è daccordo con me." Bea si sentì impallidire.
"Porco cazzo."
"E tuo padre mi ha detto di restare calmo, di non fare sciocchezze, perché ci sarebbe stato tempo di parlare quando lui avesse finito di sistemare le cose. Credevo che avremmo parlato tutti insieme. Non pensavo che volesse portarti via così, subito, come se anche per lui non costasse niente. Ho cercato di calmarmi e di pensare a cosa dire quando ci saremmo teovati a parlare. A un modo per convincerli. Poi, il giorno dopo, ho visto dalla finestra che ti stava portando via." Si interruppe bruscamente, schiacciando con fermezza il mozzicone nel posacenere rosso. Bea rimase silenziosa per un momento.
"Comunque ho sempre pensato solo che ti amo, e che speravo che stessi bene. Non ho mai pensato che fosse colpa tua. Niente di quello che è successo è stata colpa tua."
"Grazie."
"Sei a posto, Dario?"
"A posto. Seconda domanda. La cosa peggiore che ti è successa in questi anni? La peggiore in assoluto." Bea non ebbe bisogno di riflettere.
"Veder morire mia madre. Vederla morire per sei mesi, prima di riuscire finalmente a mollare. Vederla perdere la lucidità e morire senza neanche che sapesse chi era. O chi ero io. Dammi retta, amore, morire fa schifo. Non c'è né dignità né poesia. È uno schifoso, orrendo processo organico che dura troppo."
"Oh, cristo. Scusami."
"E di che? Non è mica colpa tua."
"Mi dispiace così tanto per lei. Cosa?"
"Tumore. Al pancreas, una cosa rapida, per il genere a cui appartiene. Non oso immaginare quelle lunghe. Non voglio saperlo."
"Se non ne vuoi parlare, sei padrona di non farlo, Bea."
"No, va bene. Solo non c'è molto altro da dire. È durata anche troppo, è stato uno schifo e mi veniva da uscire di casa con un coltello e ammazzare gente come tua madre che le ha fatto una visita di cortesia al primo ricovero e poi è scappata come una lepre quando ha capito cosa aveva. Sua sorella." Il disprezzo nella voce di lei era tanto denso da essere quasi tangibile. Un lungo momento di silenzio seguì quelle parole. "Allora, dai, fammi questa terza domanda che poi voglio il mio premio." Disse alla fina Bea.
"Come faceva tua madre a odiare tanto tuo padre se ancora soffriva per averlo perso?"
"Ma chi, mia mamma? Guarda che lei era felice di non averlo per casa, te lo assicuro!" Dario prese un'espressione interrogativa.
"Ma hai detto che anche a lei era successo di perdere il suo grande amore." Bea distolse il viso, fuggendo al suo sguardo.
"Si. Ma non era mio padre. Diciamo che aveva sposato mio padre prorpio perché aveva perso il suo grande amore, va bene?" Rispose in tono asciutto.
"Dici che lo amava ancora?" Chiese piano Dario.
"Lo so per certo. Lo chiamava, alla fine, quando stava male, quando sentiva che si avvicinava il momento. Lo chiamava, come io chiamavo te quando tuo padre mi aveva acchiappata per i capelli, ti ricordi? Lo stesso modo." Dario trattenne il fiato. Raramente aveva sentito un odio tanto profondo nella voce di lei. "E quel brutto bastardo non è mai venuto, neanche per un minuto." Una lacrima traboccò dagli occhi gonfi.
"E lui sapeva che..."
"Si. L'ho avvisato io. Lo sapeva." Bea si pulì il viso con gesti stizziti, come irritata dalle sue stesse lacrime. Spense brusca il mozzicone di sigaretta e si alzò in piedi. "Adesso, caro Dario, hai avuto ciò che volevi?" Avvertendo la rabbia nella sua voce, Dario si dispiacque. Aveva fatto quello che doveva, ora sapevano l'uno dell'altra, ma non di meno era addolorato per ciò che vedeva sul suo viso.
"Si, Bea. Grazie."
"Grazie un corno. Adesso vieni di sopra e vedi di farmi passare questi brutti pensieri." Nonostante l'aria severa di lei, o forse proprio a causa di quella, gli sfuggì un sorriso. "E vedi di fare le cose come si deve."
Dario si alzò a sua volta e prese un'aria composta e contrita, che mitigò la rigidità del volto di lei.
"Sissignora." Rispose. E la seguì di sopra.
venerdì 5 settembre 2014
27
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento