Parcheggiarono l'uno dietro l'altro, lungo il marciapiedi di fronte alla casa, e scesero dalle rispettive automobili quasi simultaneamente.
Se Andrea era sempre stato convinto che la pelle di Dario fosse troppo bianca, quasi un colore da malati, ora si rese conto che non l'aveva mai visto pallido prima di quel momento. Aveva una sfumatura grigiastra in volto e la pelle attorno agli occhi era anche peggio. Gli si avvicinò mosso da un puro istinto.
"Oh, ma stai bene?" Gli chiese, allungando le mani come per essere pronto a sostenerlo.
"Certo. Benissimo grazie." Rispose laconico l'altro impugnando le chiavi di casa. Entrarono e Andrea lo osservò di nuovo, a lungo.
"Non mi pare che tu stia un cazzo bene." Dario respirò a fondo, lentamente, vincendo la resistenza che gli opponeva il suo stesso diaframma irrigidito. Il colore del suo viso sbiadì ancora di un qualche grado, arrivando ad un pallido giallastro.
"Vasirani, chiudi la bocca e appoggia le chiappe. Devo chiamare Bea." La sua voce suonava sfibrata, come se stesse rapidamente esaurendo ogni energia.
"Senti" gli disse ancora l'altro, preoccupato "se posso fare qualcosa..." Dario non gli rispose nemmeno, limitandosi a girargli le spalle per entrare in cucina. Nonostante la situazione, una fitta di irritazione netta e tagliente attraversò Andrea. Odiava quando lo faceva sentire un fantasma, senza degnarlo della benché minima attenzione.
Pochi secondi dopo, quando si era appena sistemato sul divano, istintivamente si rialzò e raggiunse, incuriosito, la porta della cucina. Sentiva Dario parlare al telefono con Beatrice e, con la sensazione sempre più forte di essere capitato in un universo parallelo, nel quale le cose funzionavano secondo regole diverse da quelle del suo mondo, udì la voce dell'amico, perfettamente calma e del suo solito timbro tenorile, spiegare che non sarebbe riuscito a passarla a prendere quel giorno. Si scusava, uno stupido inconveniente al lavoro, non poteva per favore trovare un passaggio o, nel peggiore dei casi, un taxi?
Lo osservò parlare, appoggiato al lavello di acciaio lucente con una mano e il telefono nell'altra. Era sempre giallastro, con una patina di sudore lustro che gli copriva la fronte e gli occhi chiusi tanto forte da apparire niente di più che due tagli nel viso. La sua voce, tranquilla e piacevole, salutò Beatrice e la ringraziò.
Dario chiuse la chiamata, sentendosi come se avesse appena compiuto un'impresa superiore alle sue forze, e riabbassò rapidamente la mano che teneva il cellulare, posandolo sul ripiano accanto a lui.
"Ah, era questo che intendevi, prima quando mi hai detto di fare la voce ferma mentre parlavo con Elena? Perché io non credo di riuscirci." Disse Andrea quando lo vide appoggiare il telefono.
"Vasirani, esci." La voce di Dario era tornata a farsi bassa e stanca, ma il tono era indiscutibilmente di comando.
"Oh, dai, cos'hai adesso? Me l'hai detto tu di venire qui, no? Adesso..." si interruppe, vedendo l'altro boccheggiare, cinereo in volto. Dario si staccò dal mobile della cucina e partì a lunghi passi barcollanti, la destra spinta in avanti come un giocatore di rugby. Andrea si spostò di lato per lasciarlo passare e accennò ad un passo per seguirlo. L'altro aprì una porta, tanto di fretta da colpire il muro, e poi ai udì distintamente il suono dei suoi singulti.
Andrea si fermò, senza sapere cosa fare, nel bel mezzo dell'ingresso. Non aveva idea di come reagire al malessere dell'altro, né di come trattarlo.
Dario apparve sulla porta del bagno, strofinandosi la bocca. Era leggermente meno pallido, ma gli orli delle sue palpebre avevano assunto una tinta rossiccia che, insieme alla pelle chiara e ai capelli di un biondo pallido, gli davano l'aria da coniglio d'allevamento.
"Stai meglio?" Gli chiese Andrea. "Perché magari dovremmo pensare a cosa fare, adesso. Cioè, è stato un gesto davvero nobile e tutto il resto, il tuo, ma, voglio dire, tu puoi vivere senza lavorare? Cioè, che sei ricco di famiglia lo so, ma..."
In un lampo Dario pensò alla sua famiglia, alla reazione che avrebbero avuto quando, necessariamente, sarebbero venuti a sapere di lui e Beatrice ed al fatto che si era appena reso il bersaglio perfetto per un ricatto economico. Lo stomaco gli si rovesciò di nuovo e rientrò frettolosamente nel bagno, scosso da conati dolorosi, che stringevano spietati il suo stomaco vuoto. Vomitò una lunga boccata giallastra e rimase immobile, aspettando di capire se fosse finita. Quando si sentì in grado di rialzarsi senza provocare ulteriori sommovimenti, fece scorrere l'acqua e si bagnò la faccia al lavandino, prima di riappoggiarsi allo stipite della porta. Più lontano di così non aveva il coraggio di andare, in quel momento.
Andrea passeggiava lungo la parete della stanza, avanti ed indietro, apparentemente assorto in una serrata analisi delle conseguenze di quello che era accaduto. Quando lo vide riapparire, accennò appena con il capo nella sua direzione.
"Perché pensavo...insomma...dopo quella scena madre che abbiamo fatto nell'ufficio del grande capo, magari non ci sarà proprio facilissimo trovare un altro posto. Cioè, lo sai, no, come sono fatti quelli. Si trovano, chiacchierano. Se viene guori che siamo due brutti soggetti, sono cazzi amari. Insomma, potremmo dover pensare abbastanza seriamente ad una ricollocazione." Dario lo ascoltava con crescente disagio. La sua mente, già affollata di immagini riguardo alla sua famiglia, si fermò, come inceppata, all'ultima parola dell'altro.
"Ricollocazione?" Ripeté in tono interrogativo guardandolo. Appariva lievemente stordito e mortalmente stanco. Andrea si voltò verso si lui con un gesto delle mani aperte.
"Ma si, dai! Insomma, ci sarà pure qualcos'altro che sai fare, no?" Gli chiese incoraggiante. Gli ochi di Dario si strabuzzarono e il colore, quel poco che ne era rimasto, defluì visibilmente dal suo volto, prima che lui si rituffasse nel bagno. L'altro lo ascoltava emettere dei suoni pietosi, a metà strada fra il singulto e il gemito e, dopo un minuto, sinrisolse a raggiungerlo.
"Oh, ma cosa ti succede, si può sapere? Hai un virus?" Dario si alzò lentamente scuotendo la testa. Respirava in brevi rantoli, risucchiando l'aria, e la sua voce risultò incredibilmente giovane e vulnerabile.
"Mi succede tutte le volte che mi agito troppo." Rispose, ficcando la testa sotto il rubinetto aperto al massimo. Il colletto rigidamente inamidato della sua camicia azzurrina si inzuppò, prendendo il colore della stoffa di jeans. "E se ti metti a ridere stavolta giuro che ti ammazzo." Andrea fece un passo indietro, portandosi sulla porta mentre l'altro, gocciolante, scivolava dolcemente a sedere accanto al lavandino.
"Mi stai dicendo che sei agitato anche tu? Cioè, ti agiti anche tu? Sul serio?"
"Vasirani, pietà, piantala. Non lo vedi che non è il momento?" Andrea non se ne diede per inteso.
"Quindi spiegami: fai tutto l'uomo d'acciaio, quello che non glienenfrega un cazzo, e poi con calma sbocchi l'anima e collassi?" Dario annuì, iniziando a rabbrividire, bagnato fino alle ossa.
"Confesso. Confesso tutto, basta che ti levi dal cazzo. Vai a guardare la tv, io ce l'ho una tv. A quelli come te piace, la tv."
"L'hai letto da qualche parte o è frutto di un'osservazione personale?"
"Ti odio, vattene. Lasciami collassare in pace. Fuori dalle palle." La voce di Dario procedeva in brevi scoppi di parole e secchi silenzi. Andrea lo osservò a braccia incrociate, mordicchiandosi il bordo delle unghie.
"Quindi dovrei smettere di parlare di lavoro, giusto?"
"Dio, perché? Perché a me? Cosa ti ho fatto mai, io?"
"E, dato che non posso parlare di lavoro, scusa una domanda. C'è una spiegazione sensata anche a quel modo di fare da signorotto locale che tiri fuori di regola, o lo fai solo per essere sicuro di dar noia alla gente?"
"Non so di cosa parli. Questa è tortura."
"Dico, oltre al fatto che non mostri sentimenti umani perché te li vomiti dopo con calma, c'è una iegazione anche al fatto che tratti tutti dall'alto in basso?" Dario gemette e si portò le mani alle tempie. Gli pareva che la testa dovesse scoppiargli e avrebbe volentieri preso a pugni quel deficiente molesto, se solo fosse riuscito ad alzarsi in piedi. Esasperato, con il freddo che sembrava penetrargli sotto la pelle fin dentro il sangue, sentì che anche solo tentare uno spostamento era fuori discussione. Desiderava con tutto il cuore che Bea fosse lì con lui, accanto a lui, ma le aveva detto di non preoccuparsi, di tornare con calma, e questo significava che non l'avrebbe vista fino a sera. Fino ad allora, c'erano solo lui e quello psicopatico bastardo, che non accennava a lasciarlo in pace. Si domandò perché mai non l'avesse ucciso quando ancora non era legalmente perseguibile. Al primo allenamento di pallacanestro, ad esempio.
"Io non tratto nessuno dall'alto in basso, te l'ho già detto." Andrea scosse la testa. Non aveva intenzione di mollare, ora che gli sembrava di aver trovato uno spiraglio, fosse pure dovuto alla semplice debolezza fisica dell'altro.
"E io ti ho già detto che sillabare ogni singola parola alle persone, come se parlassi con una manica di ritardati, è, in effetti, trattare gli altri dall'alto al basso. E tu lo fai sapendo di farlo, non sparare cazzate. L'ho capito."
"Ma bravo. Complimenti, stronzo." Scandì Dario fra i denti.
"Lo stai facendo anche adesso." Gli fece notare Andrea. "Credi che l'assoluta incapacità di avere rapporti umani ti aiuterà a a trovare un nuovo lavoro? O hai intenzione di fare la persona normale finché da qualche parte non ti assumono e poi riprendere la tua vita come se niente fosse? Perché non è detto che abbiano ovunque la stessa tolleranza che avevano là, sai?" Il respiro di Dario si era fatto più difficoltoso, più breve. Sentiva i suoi muscoli irrigidirsi lentamente e inesorabilmente e aspettava, con un senso di paura e di ineluttabilità, il momento in cui avrebbero iniziato a serrarsi in una morsa, in un nodo doloroso, cercando di strizzargli fuori ancora qualcosa.
"Se ti sbattessi fuori da casa mia? Non sarebbe una buona idea?"
"Si, ma devi riuscirci. A me non mi va mica, di andarmene."
"Ti odio. Tu di questo sei consapevole?"
"Assolutamente. Allora, c'è una spiegazione o sei solo stronzo? O preferisci che ricominci a spiegarti esattamente quanto è fondo il mare di merda in cui nuotiamo?" Gli chiese Andrea continuando a mangiarsi le unghie.
"Lo so perfettamente, grazie tante. Pensi che starei così, se non lo sapessi, brutto bastardo?" Andrea cambiò espressione, il suo volto si chiuse all'istante in un'aria aggressiva del tutto insolita per lui.
"Non chiamarmi mai più in quel modo." Fu la volta di Dario di fissarlo incuriosito. Per un attimo si scordò perfino del malessere che provava.
"Perchè?" L'altro lo guardò con aria spazientita.
"Ti è mai passata per la testa l'idea che con tutta probabilità io sia davvero, dico in senso etimologico, un bastardo? Sai cos'è, no?"
"Scusa." Disse Dario in fretta, cercando di alzarsi. Gli tremavano le gambe e gli occorse un po' di tempo.
"Tu a queste cose non ci pensi, no? Vai avanti a schiacciasassi, diritto per la tua strada, e fanculo a tutti gli altri."
"Cazzo, piantala, sembri la mia ex moglie. Ti ho chiesto scusa. Quanto sei...femmina." Brontolò Dario assumendo finalmente la posizione verticale. Sentiva la testa girargli, ma nulla di più. Doveva andare di sopa a mettersi qualcosa di caldo e asciutto. Aveva un freddo da morire.
"Dovrebbe essere un insulto, nella tua testa? Sempre in pieno ottocento, eh? Comunque non mi hai ancora risposto."
"A cosa? Vai blaterando a ruota libera da un'ora, a cosa non ti ho risposto?" Nonostante il freddo che lo attanagliava, Dario cercò di darsi una ripulita, prima di andare di sopra. Aprì l'acqua del lavandino, avendo cura che non fosse gelata, e si chinò per lavarsi il viso, che sentiva invaso di sudore freddo. Quando si rialzò, il movimento troppo brusco fece esplodere una galassia di puntini neri davanti ai suoi occhi.
"Ti ho chiesto se c'è una spiegazione ragionevole anche al tuo modo di fare." Ribadì Andrea tenace. I puntini neri continuavano ad espandersi e moltiplicarsi e Dario sinrese conto che rischiava di svenire. Si sedette pesantemente sul pavimento piastrellato. Nelle sue intenzioni il movimento avrebbe dovuto essere più aggraziato ed armonico, ma a metà circa le ginocchia lo abbandonarono, facendolo schiantare. L'impatto gli riverberò lungo la spina dorsale, senza arrecare il minimo disturbo a quelli erano ormai macchie nere in movimento.
"Allora?" Lo incalzò Andrea. Dario non era preoccupato. Gli era già successo altre volte di dare di stomaco fino ad avere un brusco calo di pressione, sapeva che non era nulla di grave, per quanto sgradevole potesse risultare. La voce di Vasirani, invece, ed il suo continuo incalzarlo, gli stava facendo saltare i nervi. Chiuse gli occhi.
"Se ti rispondo mi fai il favore di metterti buono in silenzio una mezz'ora, così mi riprendo?"
"Giuro."
"Non è che poi ti viene in mente qualche altra stronzata, tipo che vuoi sapere che crema uso..."
"Piantala e rispondimi, dai. Giuro che dopo taccio. Promesso." Con un lungo sospiro, cercando di mantenere la calma per il tempo sufficiente a rialzarsi da terra e prenderlo a calci, Dario si preparò a raccontargli qualcosa, qualunque cose potesse essere considerata una risposta.
Il rumore della serratura dell'ingresso lo fermò, facendogli spalancare gli occhi.
"Bea!" La chiamò ad alta voce. Alzò lo sguardo su Vasirani. "Mai sentito parlare di vendetta, Vasirani?" Gli chiese con un sorriso strafottente. Andrea inarcò le sopracciglia interrogativo, mentre Beatrice entrava nel bagno. Quando vide lo stato in cui si trovava Dario, si chinò accanto a lui. Non gli fece alcuna domanda. Le sue mani gli scorsero sul viso, sul collo e sui capelli, in un gesto di rassicurazione. Lui socchiuse gli occhi.
L'aveva desiderata al suo gianco e, come per magia, era arrivata. I suoi occhi color miele espressero una muta domanda, mentre le sue carezze gli restituivano una scintilla di calore.
Andrea sapeva che avrebbe dovuto uscire dalla stanza, lasciarli soli, o almeno distogliere lo sguardo, ma non poteva. Era affascimato dalla conversazione che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi, in assoluto silenzio. Non li aveva mai davvero visti insieme come in quel momento.
Il pensiero di ciò che era accaduto quel giorno venne accantonato per un attimo, mentre quello spettacolo di inusuale dolcezza lo sfiorava. Si accorse di poter quasi ricostruire il loro dialogo. La domanda espressa dalle carezze di lei 'stai bene? Dimmi cosa ti è successo' e la muta risposta che la mano di lui, alzata a posarsi, a palmo aperto, sulla sua, portava con sé 'stai tranquilla, non è niente. Niente di grave' e ancora il lieve inclinarsi del capo di Beatrice 'cosa c'è che non va?' E , infine, lo sguardo di Dario che si posava rapido su di lui, per poi tornare al viso dell'amata. Ebbe appena il tempo di domandarsi quanti anni di paziente ascolto e amorevole convivenza richiedesse, una cosa del genere, prima che gli occhi di Bea si posassero su di lui. Riconobbe lo sguardo infuriato dei suoi momenti peggiori e d'istinto, indietreggiò mentre lei si rialzava lentamente da terra, frapponendosi fra lui e Dario.
"Cosa fai, tu, qui?" Chiese lei con voce dura. Andrea guardò l'amico, ora seduto a terra con aria rilassata, poggiato all'indietro con il peso sui palmi. Dario gli rispose con un breve sorriso di scherno, arricciando appena il naso. Si stava divertendo.
"Mi ha invitato lui." Si scoprì a giustificarsi, indicando l'altro. Gli occhi di Beatrice lo trapassarono, carichi di irato sospetto. Poi si voltò lentamente a guardare Dario, che mantenne il viso abbassato con aria sofferente. Andrea sperò di evitare un'ulteriore aggressione.
Stava iniziando a sentirsi seriamente a disagio, quando la voce di Bea risuonò.
"Alzati, brutto scemo. Mi hai fatto prendere un colpo." In quella voce c'era uma dose inesprimibile di sollievo. Aveva sentito qualcosa che non andava, qualcosa di brutto, già nella sua voce al telefono. Era troppo modulata, troppo controllata per quello che le stava dicendo, nessun inconveniente grosso abbastanza da farlo deviare così grossolanamente dalla sua tabella di marcia poteva lasciarlo tanto calmo. Il suono garbato con cui le aveva suggerito di salire sulla macchina di qualcun altro, di chiunque, proprio lui che a malapena sopportava di vederla scambiare un sorriso di cortesia con i negozianti quando andavano a fare spese, l'aveva messa in uno stato di profondo allarme.
Sapeva che non sarebbe riuscita a concentrarsi sul lavoro, con quel pensiero che si rigirava nella sua mente come un ospite irrequieto, ed era riuscita a malapena ad arrivare alla pausa pranzo prima di imbastire una qualche scusa per scappare a casa su un taxi.
Quando l'aveva visto, pallido come un cencio, afflosciato sul pavimento, con l'odore di metallo e di acido amarognolo nell'aria, i capelli aderenti al cranio e pesanti d'acqua e un tremito di freddo nelle mani, le era sembrato di rivederlo come lo ricordava, molti anni prima, dopo una dei molti litigi con il padre. Gli occhi che si erano alzati su di lei contenevano la stessa, sperduta richiesta di calore.
Si era accorta della presenza di Andrea solo quando era già accoccolata al suo fianco, intenta a far scorrere le mani sulla sua pelle gelata, nel tentativo di capire fino a che livello stesse male, fino a che punto fosse ferito, e in quale modo. Il fatto stesso che Dario glielo avesse lasciato fare, che si fosse di buon grado sottoposto alle sue carezze in presenza di un'altra persona, le aveva fatto capire che qualcoosa era cambiato, qualcosa di fondamentale. Rialzandosi, assecondando con un sorriso ben nascosto il gioco di Dario, si augurò che, qualunque cosa fosse accaduta, li avesse aiutati a capire il legame che si era creato fra loro. Non le piaceva Andrea, sospettava che non le sarebbe mai piaciuto fino in fondo, ma entrabi erano troppo soli.
Dario si alzò lentamente in piedi, facendo ben attenzione a non provocarsi un nuovo capogiro con movimenti troppo avventati. Ora che Bea era lì accanto, si sentiva meglio. Sentiva che sarebbe stato meglio. Lei gli toccò il viso e le mani con i gesti teneri e decisi di una madre, prima di sospingerlo delicatamente fuori dalla porta.
"Vai pure a metterti dei vestiti asciutti, amore. Io ti faccio qualcosa di caldo da bere, va bene? Te la senti?" Lui annuì, desiderando di rassicurarla, fosse pure solo con un gesto, ma il tremito che lo percorreva lo fece rinunciare. Andrea li seguiva, di nuovo silenzioso, e li accompagnò nell'ingresso, fino ai piedi delle scale. Bea cercò i suoi occhi. Voleva sapere se davvero voleva stare solo, fosse pure per pochi minuti, ma non gli chiese nulla. Lui annuì di nuovo, un movimento appena accennato, prima di salire.
Si tolse di dosso i vestiti che aveva portato al lavoro come se stessero bruciando, invece di essere umidi e freddi. Non ne sopportava più il contatto, l'odore, la consistenza sotto le dita.
Si rese conto che qualcosa stava succedendo dentro di lui, nel profondo, in quella parte dove avevano origine tutti i movimenti più radicali e più violenti della sua natura. Conosceva la sensazione. Gli era già successo quando, dopo aver perso Beatrice, aveva passato giorni e giorni nella sua stanza, agitato, senza riuscire a prendere sonno né a mangiare, prima di sentire che il profondo affetto che l'aveva sempre legato alla sua famiglia non esisteva più, era svanito, morto, lasciando dietro di sé solo un grigio ed inflessibile senso del dovere; anni più tardi, aveva sentito di nuovo quel senso di spinta interiore, di pulsione sonnolenta, quando, con lenta tenacia, Stella era entrata nel suo cuore e lui, dopo due notti e un giorno di turbolento isolamento, aveva sentito che, lo volesse o meno, la amava; l'ultima volta era stato un unico, violento sommovimento, simile allo schiocco di un asse di legno che finalmente si spezza, dopo aver sopportato a lungo un'eccessiva tensione. Allora li aveva lasciati tutti, con l'unico desiderio di non doverli mai più rivedere, e si era venuto a rifugiare, a nascondere, in quella stessa casa che ora divideva con Bea.
Pensò a quegli eventi che avevano segnato il passo del suo entrare nell'età adulta mentre, seminudo e coperto di pelle d'oca, si infilava nel piccolo bagno accanto alla camera da letto ed apriva l'acqua calda della doccia. Tenne una mano sotto al getto e lo regolò al massimo calore che sentiva di poter sopportare, prima di i filarcisi sotto. Inspirò rumorosamente, colpito dal getto che gli parve bollente contro le spalle ed il petto gelati e rimase così, immobile, a lasciarsi scorrere addosso l'acqua, per un paio di minuti, prima di allungare la mano verso il porta sapone.
Non gli andava di riflettere, di analizzare la situazione, non in quel momento. Sentiva montare dentro di sé la marea di quel nuovo rivolgimento e la ascoltava, senza tentare di indovinare dove l'avrebbe portato, senza cercare di fermarla. Ascoltava e basta.
Rimase sotto la doccia fino a quando il getto d'acqua sul suo corpo iniziò a raffreddarsi, poi ne uscì e si avvolse in un asciugamano candido. Una fitta pellicola di condensa aveva coperto lo specchio, rendendolo opaco ed inservibile. A lui andava bene così. Non voleva vedersi in faccia, non gli era mai piaciuto il suo aspetto, né aveva mai capito cosa, di quel suo muso, amasse tanto Beatrice. Lei non faceva che dirgli quanto fosse bello, da sempre. Sorrise fra sé asciugandosi con una frizione quasi crudele, come era sua abitudine, fino ad arrossare brutalmente la pelle bianca. Bea era speciale, lo era sempre stata. Era lei che faceva apparire tutto più bello, perfino lui. Ci riusciva con qualunque cosa, senza nemmeno sforzarsi di farlo. Era parte di lei, come gli occhi color miele e il naso corto, da bambina. Sperò che qualunque tipo di cambiamento stesse preparando quella specie di animale selvatico del suo inconscio, questo prevedesse la presenza di Bea al suo fianco.
'Perchè ti avviso, vecchio mio, che esistono farmaci anche più potenti delle pillole sorriso. Tu combinami qualche scherzetto con il mucchietto d'ossa' minacciò se stesso 'e io è la volta buona che ti faccio imbottire di schifezze abbastanza da ridurti a una manciata di farfugliamenti freudiani, chiaro?'
Ora non aveva più freddo. Dopo il trattamento radicale a cui si era sottoposto, si sentiva caldo, quasi bollente.
Ripiegò rapidamente l'asciugamano prima di riporlo fra la biancheria sporca e, nudo com'era, rientrò in camera da letto. Scelse in fretta qualcosa di caldo e comodo dall'armadio.
Mentre indossava i vestiti si trovò a pensare, quasi riprendendo il filo delle riflessioni di quella mattina, a quanto fosse cambiata la sua vita negli ultimi mesi. La parte più profonda di lui, quella che si stava stiracchiando, come svegliandosi da un sonno lungo e tormentato, gli rispose ringhiosa che non era cambiata abbastanza.
Dario si sedette sul bordo del letto, lasciandosi pervadere da quei pensieri. Aveva già sentito quella voce interiore, la voce di un se stesso che non sembrava minato da dubbi o debolezze di sorta. Era tornato a farsi sentire, dopo anni di silenzio, quando aveva letto lo scritto di Bea, quell'estate, e, pochi giorni dopo, quando aveva rischiato di perderla.
Sapeva benissimo che era una parte di lui, ma allo stesso tempo si rendeva conto che era una parte anchilosata, resa quasi atrofica dal troppo inutilizzo.
Era la parte del suo io che voleva, invece di accettare, che combatteva, invece di lasciar andare. Quella parte di lui che era rimasta orrendamente ferita quando, diciannovenne, ma fin troppo bambino per quell'età, si era dovuto duramente scontrare con il fatto che il mondo è di chi riesce a colpire per primo, più duramente e senza l'ingombro di affetto o pietà. Per un momento fu come se la sua mente venisse invasa da un abnorme senso di lucidità e si rese conto che la sua vita era, si, cambiata, ma solo in superficie.
Non si trovava più, adulto solo per doveri, a sopportare la voce pigolante di sua madre e gli sfottò triviali di suo padre, ma, d'altra parte, non era lui che rispondeva loro, regolarmente, al telefono, permettendogli di fare la stessa cosa a distanza? Non era la stessa persona che si giustificava, svicolava, mentiva, come un bambino colto sul fatto di una marachella, quando gli domandavano per quale motivo non lo vedessero da sei mesi? Per non parlare di Stella. Era arrivato a ricevere le sue chiamate quasi di nascosto, come fosse un aberrante segreto, rigorosamente in orario d'ufficio.
Rabbrividì e un movimento delicato gli percorse le spalle e la schiena.
C'era stato un giorno, poco dopo averla reincontrata, in cui Bea gli aveva domandato: 'come hai potuto permettere che ti facessero questo?'.
Non aveva saputo darle risposta, allora, e si era rifugiato, anzi, era rifuggito, corresse se stesso con orrore, dietro ad uno scherzo.
Ora avrebbe potuto risponderle.
Anzi, non vedeva motivo di non farlo.
Prese lentamente fiato e si rese conto dinriuscire a riempire i polmoni più di quanto ricordasse. Gli parve di insiprare per un tempo lunghissimo, prima di gridare.
"Bea! Amore, sali un attimo?" Il volume della sua voce lo stupì.
Beateice era seduta al tavolo della cucina di fronte ad Andrea. Non le era servito più di un minuto per rendersi conto che anche lui si trovava in uno stato d'animo piuttosto cupo ed aveva provveduto a trovargli un posto comodo in quella che, dal suo punto di vista, era la stanza più bella della casa e a posargli di fronte un tè caldo, prima di sedersi a sua volta per tenergli compagnia. Non le importava che non le fosse simpatico. Era la persona che Dario aveva scelto e tanto le bastava.
Quando la voce di Dario risuonò per la casa, tanto forte da dare l'impressione che avesse gridato a pieni polmoni appena dietro le loro spalle, Andrea sussultò tanto violentemente da versare qualche goccia dalla tazza che teneva in mano. Bea si alzò da tavola, sussurrando in fretta le proprie scuse, e volò al piano di sopra leggera come se nemmeno toccasse terra. Non aveva idea del motivo, ma quel richiamo troppo forte le aveva dato un senso di ulteriore sollievo, invece di preoccuparla.
Seduto sul letto, con un sorriso che gli lampeggiava dietro la mano, lui la guardò entrare.
"Devo farmi dare una regolata al volume, eh, ossicini?" Bea ricambiò il suo sorriso e si sedette accanto a lui.
"Mi è sembrato di sentirti chiamare. Dimmi." Dario le posò le mani sulle spalle.
"Ti ricordi quando ti ho detto che con Stella vivevo dai miei e tu mi hai chiesto com'era possibile? Come avevo potuto lasciarglielo fare?" Bea annuì. Era strano sentirlo parlare in modo tanto esplicito della sua ex, ma ormai non le dava più fastidio. "Se vuoi te lo dico."
"Dimmelo."
"La risposta è che se a un drago togli il tesoro che protegge, lui si lascia morire."
"Molto poetico."
"Vuole dire che..." Bea avvicinò il viso al suo, con uno sguardo ironico e commosso insieme.
"L'ho capito da me cosa vuol dire. E il tuo tesoro ce l'hai, adesso?" Dario staccò una mano dalla sua spalla per passargliela fra i capelli, affondando le dita fra i ricci che ora erano più lunghi.
"Ce l'ho. E guai a chi me lo tocca."
"Allora sei a posto?"
"Un circa. Dobbiamo parlare, dopo." Disse in tono serio, ma del tutto calmo. Bea gli prese la mano e ne baciò il palmo, al centro esatto.
"Va bene, però adesso scendiamo da quel povero Andrea, che sembra uno straccetto." Dario ridacchiò.
"Devo essere geloso?"
"Casomai sono gelosa io, di voi due!"
Si presero per mano e scesero in cucina. Dario si versò una tazza di tè prima di sedersi accanto ad Andrea.
"Allora, Vasirani, adesso puoi esprimere tutti i dubbi che vuoi." Gli disse con aria serena. "Vai, sfogati, che tanto a stare zitto non ci riesci, più di tanto." Andrea lo guardò torvo.
"Ti sei già ripreso? Il pensiero di tutto quello che ti aspetta non ti tocca?"
"Il pensiero di tutto quello che ci aspetta, come dici tu, al momento mi fa una pippa. Alla fine, si tratta di trovare un altro lavoro. Voglio dire, la gente lo fa in continuazione, no?" Andrea annuì con aria cupa.
"La fai facile tu. E se non ci riusciamo? E se nel frattempo ci troviamo alla canna del gas?"
"E se mio nonno aveva le ruote? Sarà stato una carriola? Dai, animo, ce la facciamo. Su, c'è di peggio."
"Ma ti sei fatto di coca?" Gli sibilò irritato Andrea. Il suo buonumore lo colpiva come una sferza. Dario alzò gli occhi su Beatrice, che silenziosa si allontanò, uscendo dalla stanza. L'altro seguì il movimento con aria insofferente. "E poi, signor principe? Altro? Io devo stare su di morale e lei fuori dalla stanza perché parlano gli uomini?" Dario sbuffò.
"Ti dico che ce la facciamo. E poi, si, se non ti deprimi facciamo prima."
"Dammi un buon motivo per cui dovrebbe essere tutto come dici tu." Dario sporse le labbra.
"Te ne dò due: perché tu sei amico di tutti e un altro posto lo trovi, primo. E magari se non ti fa troppa fatica anche per me."
"Mm. Secondo?"
"Puoi mettermi anche a lavorare al super. Ho due anni di esperienza: scarico merci, magazzino e scaffali. Sono un fulmine!" Incredibilmente, Dario sorrideva. Un sorriso aperto, franco, privo di sarcasmo.
"Non lo sapevo..."
"Adesso lo sai."
"Sai che sembri quasi normale quando fai così? Ti giuro fai quasi paura."
"Grazie." Ripose laconico l'altro.
"Vorrei solo riuscire a essere su di giri anche io, come te. Hai ancora della coca?"
"Io non uso droghe." Andrea annuì.
"Ovvio. Neanche da dire. Un bravo ragazzo come te..." Dario annuì sollevando le sopracciglia. "Dai, Malatesta, tirami su di morale anche a me." Sospirò Andrea accasciando le spalle. Si sentiva come se fosse stato investito da un treno. L'altro si sporse in avanti con aria misteriosa e lui si avvicinò di riflesso. Quando parlò, Dario lo fece nel suo solito modo, strascicando ogni parola con pronuncia annoiata.
"Sono fottutamente timido e se non parlo lentamente mi blocco con le persone che conosco poco." Gli angoli delle sue labbra si contraevano leggermente, come incerti se originare o meno un nuovo sorriso.
Andrea si spinse indietro sulla sedia e lo guardò stupito.
"Cazzo, se lo trovo, un lavoro per noi due! Conosco tutti!"
martedì 2 settembre 2014
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