Mentre gli ultimi soli d'autunno cedevano il passo ai primi freddi e nell'aria si iniziava a respirare un odore di neve, che sembrava non doversi mai decidere a cadere, le cose procedevano liscie e tranquille come se la loro vita, che fino ad allora aveva sobbalzato su una strada piena di insidie e di svolte impreviste, si fosse miracolosamente inserita su di un binario bene oliato.
Dario reclamò per sé, senza incontrare la benché minima resistenza, il diritto di gestire i rapporti con quella che chiamavano fra loro la 'vecchia famiglia', senza rendersi pienamente conto che, nell'usare quei termini, vigeva il sottinteso che una nuova famiglia si stesse formando. Preferivano non affrontare esplicitamente temi di quella portata e lasciavano che i giorni, accumulandosi, semplicemente dessero corpo e consistenza ad una nuova realtà.
L'appartamento di Bea, che aveva accolto con sollievo l'idea di non dover rivedere né risentire nessuna di quelle persone il cui solo pensiero le provocava un accendersi improvviso di archi voltaici d'ira lungo la volta del cranio, venne definitivamente abbandonato e il contratto d'affitto risolto.
Non provò nulla, né rimpianto né nostalgia, nel lasciare per l'ultima volta quella che era stata per più di quattro anni la sua casa. Mentre ne usciva, con un ultimo carico di tascabili malridotti fra le mani, in una scatola di cartone, si rese conto che quei tre locali non erano stati per lei altro che un luogo dove dormire, dove tornare una volta finito il lavoro, come un elettrodomestico che viene riposto in attesa di essere nuovamente utilizzato.
Ben altro provava per la casa che condividevano.
Quell'anonima villetta, che l'aveva colpita a prima vista proprio per il suo anonimato, per l'assenza di alcun elemento distintivo, era diventata nel corso di quei pochi mesi una vera casa.
Aveva scoperto di amarla, al punto tale da non vivere come un'incombenza fastidiosa il suo compito di tenerla pulita ed ordinata, ma come un diritto che avrebbe difeso, se si fosse rivelato necessario, e non solo per aiutare Dario a contenere il suo patologico bisogno di sistemare ogni più piccola cosa in un preciso ordine simmetrico, ma per l'elementare piacere di sentirsi padrona dell'ambiente che la circondava.
La stanza degli ospiti, che fino al giorno del suo arrivo non era stata che una porta chiusa a chiave sul tozzo corridoio del piano superiore, si andava tacitamente e costantemente trasformando in uno spazio destinato ad accogliere le sue ore di studio ed i suoi libri, col piccolo letto singolo spinto senza alcuna pretesa estetica contro la parete. Dario aveva passato un intero pomeriggio domenicale montando, con paziente precisione, file e file di scaffali, dal pavimento fino al soffitto, lungo le tre pareti restanti, per accogliere la sua biblioteca privata. Era rimasto stupito e colpito quando, concedendosi una pausa, l'aveva vista afferrare a sua volta il tassellatore e dargli il cambio, rapida e sicura, come non avesse fatto altro in vita sua. Con la spalla appoggita allo stipite della porta e le caviglie incrociate, una sigaretta fra le labbra ed un bicchiere di ghiaccio tritato in mano, le aveva rivolto un sorriso di apprezzamento che era valso, agli occhi di lei, quanto il più romantico dei complimenti.
Da quel giorno, si dividevano i piccoli lavori di miglioria domestica come una squadra.
Stavano reimparando a fare tutto insieme, come chi avesse subito un lungo periodo di paralisi, miracolosamente guarita, e dovesse reimparare ad usare l'arto su cui da tempo aveva smesso di fare affidamento. Non sempre era una faccenda semplice.
Dario subiva il suo lavoro, più che farlo, sempre più come una punizione inflittagli per un motivo sconosciuto. Intanto progrediva il suo processo di guarigione, scandito dalle sessioni di terapia, per la quale aveva ormai sviluppato quasi un certo affetto, nonostante gli fosse difficile ammetrerlo perfino a se stesso, e dai periodici controlli dal dottor Albioni. Il medico era molto soddisfatto di lui ed era arrivato perfino a dirglielo, lasciandolo a fissarlo stupito dopo questa dichiarazione, fatta come se si trattasse della cosa più naturale del mondo. Dario avrebbe voluto fargli molte domande al riguardo, si chiese ad esempio se valutasse la sua soddisfazione in base ad una qualche tabella di marcia dei suoi progressi o in quale altro modo, ma i limitò a domandargli se questo significava che avrebbe potuto passare ad un farmaco meno impegnativo. Non aveva più paura di quelle che Bea chiamava 'le pillole sorriso', definizione che aveva provocato nel dottore una franca risata, tanto lunga da obbligarlo a domandare scusa, ma ugualmente avrebbe voluto farcela da solo, senza il bisogno di essere drogato per risultare normale. Con sua profonda costernazione, il medico aveva scosso la testa a quella domanda e l'aveva invitato a familiarizzare con l'idea di doverle continuare, salvo problemi, a lungo. Per lo meno, la sua voce disse a lungo. Nella sua espressione di tiepido rammarico, Dario lesse chiaramente una condanna a vita.
"E che cosa posso fare per accorciare questo 'a lungo', dottore?" Aveva domandato in tono compito giocherellando nervosamente con il pacchetto di sigarette. La sua mano destra, resa abile da un lungo allenamento, lo apriva e lo chiudeva, apriva e chiudeva, senza una sosta, mentre i suoi occhi rimanevano fissi sul medico, che gli rivolse un piccolo sorriso incoraggiante.
"Dicono che l'attività fisica faccianun gran bene, in proposito. Ti suggerirei della lunghe camminate, il più spesso possibile. E non sarebbe nemmeno una cattiva idea se tu potessi far parlare me o la tua terapista con la signora Bizzarri. Spesso è di grande aiuto, conoscere le persone più vicine." Dario sbuffò una risata dal naso.
"Mi sa che se voglio portare qua o in qualunque altro posto del genere Bea, mi devo munire di paranco. Cioè, lo farebbe anche, se le dicessi che serve a farmi stare meglio, ma..." lasciò in sospeso la frase, affidandosi all'intuito dell'altro. In quei mesi aveva imparato a fare affidamento sull'intelligenza e la sensibilità di quell'uomo, arrivando quasi a fidarsene. Il dottor Albioni annuì gravemente.
"Ancora non riesce ad affrontare i suoi problemi?"
"Chi? Bea? Quella che non parla a suo padre da dodici anni e non riesce a dire a voce alta che ce l'ha con lui? Diciamo che non è la sua specialità." Dario inarcò le sopracciglia stringendo le labbra. "Il fatto è che la ragazza ha una fifa maledetta. Le serve tempo, per recuperare." Il medico accolse queste parole con un'espressione neutrale, intimamente compiaciuto. Non gli era capitato spesso di sentir uscire da quella bocca parole di comprensione.
"Dovreste valutare l'idea di farla supportare almeno per il problema alimentare." Ricordò a Dario. Lui scrollò il capo.
"Va meglio. Sembra incredibile, ma in un qualche modo va meglio. È un modo che zoppica, che funziona per grazia ricevuta, ma in una qualche maniera funziona. Ha ripreso qualche chilo. Adesso sta sui quarantatre." Diede in una risatina tetra. "Se continua così la prossima volta che devono farle una lastra non basterà accenderle una lampada dietro le spalle. Piuttosto, ha qualche suggerimento sensato su come dovrei fare per aiutarla?" Il dottore sospirò. Dal suo punto di vista, che aveva più volte espresso e ribadito, l'unico modo per aiutarla sarebbe stato convincerla, in qualche modo, a farsi curare, ma capiva la profonda solidarietà che vigeva fra i due, la quale, creatasi nell'infanzia, aveva ancora regole infantili.
"Senti, Dario, cerca di portarla qui. Magari vedendola mi verrà in mente qualcosa. Continui ad imboccarla tu?"
"No." Rispose lui con un sorriso intenerito. "Quasi mai. Cioè, adesso mangia da sola. Quando lo faccio è perché...comunque. Chiaro. Portare qui Bea." Il dottore non trattenne un sorriso. Era fin troppo chiaro quanto fosse difficile per lui parlare apertamente. Lo vide alzarsi, sempre aprendo e chiudendo il pacchetto di sigarette e, dopo un breve saluto appena accennato, uscire dalla porta.
Una volta a casa, Bea, di ritorno dall'ennesima esercitazione di guida, gli chiese come era andata. La guardò negli occhi per un lungo istante, sentendosi premere in gola le parole che avrebbe voluto dirle. Lo sguardo di lei, fisso nel suo, era colmo di una fiducia smisurata, la stessa che aveva rimpianto, dopo averla perduta, per quasi metà della sua vita. Le scintillava dentro tanto visibile e tanto radicata, da sembrare parte del suo stesso essere. Se non gli fosse accaduto di vederla lui stesso senza quella luce negli occhi, solo poche settimane prima, avrebbe creduto, in tutta sincerità, che non potesse darsi Beatrice senza di essa. L'aveca vista, invece, aveva visto quel viso stanco e rassegnato e, nel profondo, segnato da un senso dinresa e di sconfitta. L'aveva visto e non aveva alcuna intenzione di vederlo di nuovo.
"Vedi qualcosa di strano?" Chiese lei ridendo della sua esitazione "sono diventata verde o roba del genere?" Lui scosse la testa.
"Sei solo molto bella." Le disse posandole un bacio appena sopra la stanghetta degli occhiali.
"Oh, ma che carino! Anche tu!"
"E avrei bisogno che tu venga con me dal buon Dottore, fra un paiondi settimane."
"E come mai?" Gli chiese lei, con il sorriso che ancora le aleggiava sulle labbra. Dario deglutì. Un'altra occasione di dirle tutto ciò che avrebbe dovuto. E di nuovo quell'espressione nei suoi occhi, sul suo viso alzato, di infinita fiducia.
"Dice che dato che sei la persona più vicina a me vorrebbe parlarti. Chissà, magari vuole sapere se gli racconto delle stronzate o se dico la verità." Le rispose. Si sentì un vigliacco. Si sentì anche nel giusto. Era suo dovere proteggerla, così come Bea aveva sempre fatto con lui. Lei annuì convinta, senza ombra di esitazione.
"Certo, nessun problema. Ovviamente gli racconterò anche dei tuoi tentativi di comunicare con i venusiani."
"Molto divertente, ossicini."
"E del fatto che passi ore a pulire il fucile."
"Santa pace, ma quanta stupidità ci entra in così poco spazio?"
"Circa la metà di quanta ne entri in quello che occupi tu, spilungone." La prese per la vita e la lanciò sul divano, dove lei atterrò ridendo come una bambina. Lui la raggiunse e rimasero lì per un po', prima a chiacchierare, poi a fare l'amore,oi di nuovo a chiacchierare. Era tutto a posto, riflettè Dario mentre poggiava la testa sulle sue gambe per ascoltare la cronaca della sua ultima avventura automobilistica, aveva fatto la scelta giusta.
Fu solo la settimana dopo che quella che sembrava essere diventata una nuova forma di stato delle cose iniziò a mutare radicalmente.
Dario si trovava in ufficio, come al solito di pessimo umore, intento a preparare la relazione per la successiva giornata di riunione. Pareva impossibile che fossero passati solo sei mesi, dal giorno in cui Vasirani, durante la paisa pranzo della riunione precedente, aveva inconsapevolmente dato l'avvio alla cascata di eventi che l'avevano portato fino a quel punto. Se wuel giorno gli avessero raccontato che, tempo della successiva pianificazione aziendale, si sarebbe ritrovato a convivere con Beatrice, a non parlare più con i suoi se non tramite telefono e a vedere regolarmente non uno, ma due professionisti dell'igiene mentale, l'avrebbe con tutta probabilità mandato a quel paese. Era migliorata parecchio, la sua vita, in quegli ultimi sei mesi. Tanto per cominciare si sentiva di nuovo un essere umano e non un servomotore di un qualche tipo. E poi il cappio che gli sembrava di avere stretto attorno al collo, Stella da una partene sua madre dall'altra, come i due capi di una fune intenta a strangolarlo lentamente, con sadica inarrestabilità, si era sciolto, come per incanto, ad un suo solo cenno. E Dora. Dora che veniva a trovarli o li invitava per il caffè almeno una volta a settimana. E Vittorio e Viola, che sembravano addirittura provare piacere della sua presenza. Anche il fatto di avere per casa una donna, la sua donna, nel senso più stretto che gli riuscisse di trovare a quel termine, che apparentemente aveva dimenticato l'uso del 'no' lo faceva sentire piuttosto bene.
'Piuttosto tanto bene.' Si corresse. In fin dei conti, doveva ricordarsi di ringraziare Vasirani. Che l'avesse voluto o no, era partito tutto da lui. In fin dei conti, non era neanche una brutta persona. Invadente, si, rumoroso, questo era indubbio, ma iniziava ad abituarsi ad averlo intorno.
Dario scacciò questi pensieri, per quanto gradevoli, e si rimise al lavoro. Per quanto insipido gli apparisse, era pur sempre suo dovere, andava fatto, e andava fatto bene. Costrinse la sua mente a concentrarsi di nuovo sulla tabella delle devianze standard, confrontando rapidamente i dati, con sguardo allenato, e un errore evidente, marchiano, gli saltò all'occhio facendogli allegare i denti come il rumore di una forchetta che strida sulla porcellana. Sibilò una parolaccia fra i denti e controllò il nome riportato sull'intestazione del file. Lo appuntò masticando una serie di minacce, ripromettendosi di prendere per le orecchie quello sciatto cretino non appena ne avesse avuto la possibilità.
Stava riponendo la penna dopo averla richiusa con cura, quando, come evocato dai suoi pensieri di poco prima, piombò nella stanza, senza accennare a bussare, Vasirani.
"Oh, rompipalle, qual buon vento?" Gli chiese Dario con voce distratra, ancora occhieggiando i numeri sullo schermo. La solita, attesa risposta scherzosa non venne. Andrea fece due lunghi, frettolosi passi avanti e schiaffò con forza un foglio sulla sua scrivania.
Dario alzò lo sguardo. L'altro appariva pallido, sotto il velo di abbronzatura dorata, con due chiazze irregolari di colore sulle guance, in alto, e gli occhi lustri. Respirava affannosamente, come se fosse reduce da un prolungato sforzo fisico. Abbassò gli occhi sul foglio e iniziò a leggerlo, spaventato dal suo comportamento.
"È una richiesta a te per..."
"Si!" Stridette Andrea, ai limiti dell'isterismo. "Mi stanno chiedendo, a me, di preparare il mio licenziamento. A me! Il mio!" Le mani che strapparono il foglio dalla presa di Dario tremavano vistosamente. "Mi vogliono lasciare a casa."
"Okay, ho afferrato il punto, Vasirani. Siediti, adesso."
"Non sapevo da chi andare!" Continuò l'altro come se nemmeno l'avesse sentito. I suoi occhi scorrevano il testo, con tutta probabilità per la milionesima volta, mentre le sue gambe parevano non riuscire a restare ferme, né sapere dove andare.
"Ho capito. Adesso, fammi il favore di sederti." Ripeté Dario.
"Ho detto 'non possono mica farlo'! E invece possono. E io devo preparare tutti i documenti, perché fa parte delle mie cose. Delle mie come si dice..."
"Delle tue mansioni, suppongo. Siediti. Stai andando in iperventilazione." La voce di Dario era calma e calda, amichevole. Per quanto sembrasse strano, sentiva di capirlo più in quel momento, di quanto mai fosse accaduto da che si conoscevano. Lo aveva sempre visto ottenere tutto ciò che a lui costava sudore e applicazione costante senza sforzo apparente, e questo glielo aveva reso odioso. Ora, vedendolo oggetto di una patente ingiustizia, sconvolto, e, soprattutto, rendendosi conto che era venuto da lui sentendo il bisogno di condividere ciò che gli era accaduto con qualcuno, lo sentiva vicino. Da lui, era venuto, e non da qualcuno delle decine di amici che pareva avere sparpagliati all'interno di quello stesso edificio.
Senza nemmeno rendersene pienamente conto, Dario iniziò a sentirsi arrabbiato, per il trattamento cui lo vedeva sottoposto. Quella fonte inesauribile di fuoco che portava in giro al centro della mente iniziò a ribollire sommessamente.
"Malatesta, io non ce la faccio! Inadempienza contrattuale! A me!" La sua voce era sempre più acuta e sfiatata. Dario girò lesto attorno alla scrivania e lo prese per le spalle, fermandolo. Vasirani era una decina di centimetri più basso di lui, e si trovò a dover alzare gli occhi.
"Andrea, siediti. Credimi, è meglio se stai fermo. Ti carichi solo di più, così." Gli occhi di Dario erano fermi, come la sua voce, senza altro sottinteso che quello di una leggera dose di preoccupazione. Andrea sedette.
"Ma che cazzo vuoi saperne tu, che sei sempre freddo come una biscia?" Pigolò disperato prendendosi il viso fra le mani. Dario annuì mentre le sue sopracciglia si sollevavano abbastanza da increspargli la fronte.
"Eh, si, io in effetti non ho mai avuto problemi di autocontrollo. Ma leggo un sacco. Stai seduto." Uscì dalla stanza, non prima di aver sfilato la breve missiva direzionale dalle mani dell'amico. Ai distributori automatici in fondo al corridoio prese un paio di bottiglie d'acqua da mezzo litro e del cibo. Rientrò nell'ufficio veloce e silenzioso. "Qui, bevi. E mangia. Più che puoi, riempiti lo stomaco." Andrea abbassò le mani che gli coprivano gli occhi, lucidi come per una febbre alta e lo guardò stranito.
"Ma sei scemo? Io ti dico che mi vogliono licenziare e tu mi porti lo spuntino?" Dario non diede cenno di aver notato il tono di rabbia con cui gli aveva parlato.
"L'adrenalina è idrosolubile. Se bevi abbastanza, ne smaltisci un po', come succede con l'anestesia del dentista. E se mangi abbastanza liberi ossitocina. Ti senti più calmo, dopo. Quindi adesso fai da bravo, fai lo spuntino, mentre io rileggo questa...roba." guardò il foglio con aria di disprezzo. "Poi quando sei più calmo vediamo cosa fare."
"Sei sicuro?" Chiese l'altro esitante.
"Ovvio che sono sicuro. Sono un chimico."
"Ah, beh, allora..." Disse con voce incerta Andrea, aprendo la bottiglia più vicina a lui. L'ultima cosa di cui sentiva il desiderio era di mettere qualcosa nello stomaco, ma era anche vero che l'altro sembrava maledettamente sicuro di ciò che faceva. Mandò giù qualche sorso con il collo di plastica che gli cozzava contro i denti e subito mangiò qualcosa per tenere il liquido al suo posto. Pareva seriamente intenzionato ad evadere. Dario leggeva e rileggeva la missiva che gli aveva portato, allungato all'indietro sulla sedia, gli occhi che si muovevano veloci lungo le righe e l'aria di corrucciata concentrazione. Era quasi lusingato dalla quantità di attenzione che gli stava prestando. Mano a mano che si costringeva a ingoiare, un boccone dopo l'altro, Andrea scoprì con stupore che il tremito che l'aveva iniziato a percorrere pensando alle conseguenze di quello che era successo si calmava. Sentiva ancora freddo, ma si sentiva anche più normale, più solido, in un certo senso. Guardò la lunga figura dell'amico con aria stupita. "Oh, ma funziona." Anche la sua voce sembrava aver ritrovato corpo.
"Non mi dire." Commentò laconico Dario dando un'ultima, lunga occhiata al foglio che teneva fra le mani, come ad imprimerselo nella memoria. Lo posò poi sul piano ordinato della scrivania. "Allora, hai ripreso un minimo di controllo?" Gli domandò drizzandosi. Andrea annuì. "Si. Grazie Malatesta. Sono proprio nella merda, eh? Insomma, pensa a...dio, all'affitto. E a Elena. Come faccio a dirglielo, a Elena? E a mia mamma!" L'effimero senso di sollievo recatogli dal cibo vacillò e, pensando alla delusione che avrebbe dato a tutti, pensando ai problemi che avrebbe creato a tutti, si sentì pungere gli occhi da lacrime di impotenza. Ancora non riusciva a credere a qiello che era accaduto, che stava accadendo. Dario lo guardò con palese sdegno.
"Ma che cazzo, controllati, Vasirani! Dov'eri quando hanno distribuito i coglioni, a fare pubbliche relazioni? Ti vogliono licenziare, mica mettere in punizione. È lavoro, porca puttana! Non c'è bisogno di..." lo indicò a mani tese, con un gesto esasperato "di fare così, ecco. Animo." Le sue parole e, ancor di più, la smorfia sprezzante sul suo viso, ebbero l'effetto di uno schiaffo sull'altro, che istintivamente raddrizzò la schiena. "Ecco. Già meglio. Allora, cosa hai combinato per farli incazzare così, dì." Disse in un tono che non ammetteva repliche.
"Niente. Cioè, non ho seguito proprio tutte le direttive sulla gestione del rapporto con le associazioni di categoria, ma..."
"Si, in breve, di che entità di danno economico sei responsabile?" Andrea abbassò la testa.
"Insomma. Diciamo medio. Ma guarda che se non avessi fatto così..."
"Si, si, raccontalo al prete. E questa è inadempienza contrattuale, per te? Dai, sei laureato in giurisprudenza, analizza il caso. Fottitene che si parli di te. In generale, è inadempienza contrattuale?" Andrea riflettè prima di rispondere.
"Si e no. Cioè, si perché non ho fatro esattamente quello che chiedevano loro. No perché ho svolto le mie mansioni nell'ambito della mia sfera di responsabilità. Mi sono assunto un rischio che rientrava nella mia sfera."
"Andrea, per cortesia, falla corta e facile. Stanno sparando cazzate o no? Puoi contestare questa cosa o no?"
"Si, posso. Ma non mi ascolteranno mai." Dario si alzò in piedi con uno scatto elastico e sistemò, con pochi gesti precisi, le minuscole pieghe della camicia e dei pantaloni.
"Andiamo." Gli disse, togliendo un minuzzolo di polvere dal bavero della giacca scura.
"Dove? Dove andiamo?"
"A spaccare qualche testa. Andiamo in direzione a parlare di questa roba." Rispose Dario e, senza aspettare altro, si avviò alla porta con passo deciso. Andrea fu costretto a seguirlo, se non voleva lasciarlo da solo a discutere del suo destino. Gli sembrava tutto molto surreale, mantre era costretto quasi a trottare per tenere dietro all'altro lungo i corridoi rivestiti di moquette grigio industriale. Dario non parlava, ignorando sia le sue sempre più rade proteste sia il codazzo di saluti che li seguiva. Appariva come un missile lanciato sull'obiettivo e Andrea, guardandolo, provava uno stravagante miscuglio di apprensione e gratitudine.
A possedere e dirigere l'azienda erano tre soci, che, per una scelta probabilmente dettata da un qualche esperto del settore, dividevano un unico, ampio open space cui si accedeva, senza alcuna anticamera, direttamente dal corridoio centrale. Doveva dare l'idea che loro fossero lavoratori al pari di tutti gli altri, aveva sempre supposto Dario. Bussò educatamente alla porta e si voltò verso Andrea, attendendo la risposta.
"Fa un favore" gli disse a voce bassa vedendo i suoi occhi enormi e spaventati "fai finta di essere un ometto, vuoi? Controllati."
"Sei uno stronzo!" Rispose a voce altrettanto bassa l'altro, piccato. Dario sorrise.
"Ecco, concentrati su questo. Almeno la pianti di fare la faccia da orfano di guerra. Ripetitelo in testa." Dall'interno arrivò la risposta che li invitava ad entrare. Senza mostrare la minima esitazione, il dottor Malatesta abbassò la maniglia ed entrò nella stanza, trascinandosi dietro Andrea, come legato ad un filo invisibile. Il più anziano e combattivo dei soci li squadrò aggressivo, silenzioso. Attendeva evidentemente una spiegazione.
Dario lo guardò di rimando, fronteggiandolo con aria tranquilla, senza parlare. Una delle regole fondamentali che gli avevano insegnato i lunghi anni di guerriglia domestica era che chi iniziava giustificandosi, perdeva la discussione. Attese dunque che fosse l'altro a chiedere il motivo della loro presenza, prima di parlare.
Avanzò fino alla scrivania lustra e vi posò sopra, con garbo, il medesimo foglio che Vasirani aveva portato a lui.
"Il dottor Vasirani voleva discutere di questo."
"E lei chi rappresenta, qui, Malatesta, il suo portavoce? Un consigliere spirituale?" La voce rabbiosa dell'uomo di fronte a lui spinse la rabbia, che sobbolliva nel profondo della mente di Dario, ad un primo, timido accenno di vampata rosso fuoco. Lui sorrise serafico, quasi mellifluo.
"Ero curioso. Mi domandavo cosa potesse spingere delle persone razionali come voi a fare fuori qualcuno che riesce a far lavorare tutti insieme, compreso me. Del resto, è lei che dice sempre che siamo una squadra, no?" La sua voce suonava dolce, quasi svagata. Andrea deglutì udibilmente al suo fianco. Erano anni che non vedeva quell'espressione, ma non l'aveva certo dimenticata. Augurandosi mentalmente che l'amico non avesse intenzione di sottoporre il quadro dirigente ad un sistematico pestaggio, prese la parola e spiegò, con tutta la ragionevolezza che riuscì a spremere dal suo cervello sovraccarico, le motivazioni per cui gli pareva di poter contestare la loro decisione. Espose, punto per punto, ognuna delle obiezioni che gli vennero in mente e, quando terminò, una parte di lui iniziava a nutrire qualche speranza. Non solo l'uomo dietro la scrivania l'aveva ascoltato senza mai interromperlo, ma perfino un altro dei soci si era avvicinato per starlo a sentire. Accanto a lui, Dario, in piedi con la schiena diritta e le braccia mollemente intrecciate sul petto, pareva invece immerso nei suoi pensieri.
"Un discorso molto toccante, dottor Vasirani, molto poetico. Ma non si vive di poesia, la poesia non si mangia, non paga i conti e non fa andare avanti le cose. Quindi la mia decisione rimane invariata." Queste parole piovvero su Andrea con la violenza ed il peso di altrettanti massi. Richiuse la bocca e lo fissò muto. La sua riserva di chiacchiere, che molti nel corso degli anni avevano ritenuto inesauribile, si era bruscamente esaurita. Si sentì umiliato, da quel confronto, e gli sembrò che il suo stomaco scivolasse d'improvviso molto in basso. Non riuscì a reagire in alcun modo allo sguardo duro che gli veniva rivolto e iniziava a chiedersi in quale modo avrebbe potuto sgattaiolare dignitosamente fuori dalla stanza, quando Dario si schiarì educatamente la voce, attirando l'atrenzione su di sé. Lo stesso sorriso di poco prima gli sfavillava in viso, forse appena più ampio, adesso, e di eccezionale dolcezza.
"E non avete per caso preso in considerazione, oh, dico, per caso, che potrese perdere un sacco di persone valide in conseguenza a questa vostra decisione? Perché lo sapete anche voi, che il dottor Vasirani è bravo, a tenere insieme le persone, e lei, ad esempio, no. Lo sapete, vero?"
"Dottor Malatesta." Rispose l'uomo visibilmente irritato "un atteggiamento del genere è quanto meno deludente, da parte sua. Forse non ha un'idea ben chiara di quello che sta dicendo. Permetta che le chiarisca il concetto." A quella retorica premessa seguì una descrizione dettagliata dei motivi che avevano sotteso la decisione di licenziare Andrea. Dopo appena poche frasi, Dario, con un gesto di scusa, prese quello stesso foglio che Andrea gli aveva portato.
"Ne avete una copia, suppongo?" Chiese con voce sommessa, prima di rovesciarlo e, estratta una penna dal taschino, cominciare a scrivere sul retro bianco.
L'uomo dietro la scrivania continuò a parlare, dopo aver appena aggrottato le sopracciglia. Da tempo, ormai, si era abituato alle piccole stravaganze di quell'uomo.
Quando ogni più piccolo dettaglio fu sviscerato e il flusso di parole si fu esaurito, quando ormai Andrea riteneva che ciò che stava accadendo in quella stanza non fosse altro che un piano, ben coreografato, per fustigarlo moralmente prima di cacciarlo e stava seriamente valutando l'ipotesi di prendere a pugni la nuca bionda diligentemente china su quello che aveva tutta l'aria di un foglio di appunti, Dario si voltò verso di lui.
"Dimmi, Vasirani, per caso ci sono delle eccezioni particolari alla validità dei documenti scritti a mano? Valgono lo stesso, in ogni caso?"
"Ah, si, certo. Gli scritti olrafi sono...beh, si, valgono, in ogni caso." L'altro annuì e posò la pagina scritta a mano sul piano lustro della scrivania, riponendo la penna nel taschino.
"Me ne vado. Io con gente che tratta così i dipendenti non ci lavoro."
"Dottor Malatesta, le ricordo solo che nel suo contratto sono previsti otto mesi di preavviso."
"Giusto. Corretto. Dì, Vasirani, facendo un po' di magie ce la facciamo, a farmeli fare a casa? Non so, aspettativa, ferie, malattia, quello che ti pare." Andrea aveva capito il gioco e ridacchiò.
"Nessun problema. Consideralo fatto." Dario gli sorrise di rimando e gli fece un cenno, prima di avviarsi alla porta.
Ripercorsero il corridoio in senso inverso.
"Malatesta, ti sei appena licenziato."
"Lo so." Dario appariva freddo e quasi annoiato.
"Ti sei licenziato perché avevano licenziato me!" Il tono di Andrea era basso, cospiratorio.
"No, Vasirani, mi sono licenziato perché mi fa schifo lavorare in un posto dove trattano le persone in questa maniera." Erano ormai alla porta dell'ufficio da cui erano partiti una mezz'ora prima. La mano di Andrea si chiuse sul bicipite dell'altro, in alto, verso la spalla.
"Senti, Dario...sei matto, ma se un amico. Davvero." Gli occhi chiari dell'uno si fermarono qualche secondo sulle iridi verde scuro dell'altro, in uno sguardo che ad Andrea apparve indecifrabile. Poi Dario si scrollò di dosso la sua mano, con un gesto brusco.
"Ti ho già detto che non mi piace essere toccato."
"Scusa." Entrarono nella stanza spoglia e si sedettero. "Adesso rimane da decidere cosa fare. Tu cosa fai? Insomma, come glielo dici alla cuginetta, quello che è successo?" Ora che l'adrenalina stava calando, il panico ricominciava a fare capolino nella voce di Andrea. "Perché io non so come dirlo, a Elena. Nè a mia mamma. Insomma, che cosa gli racconto, a quelle due?"
"Mah." Rispose l'altro fissando il soffitto "potresti provare con la verità. Solo per ipotesi, eh?"
"Che stronzo! È ovvio che gli dico la verità, ma non so come. Insomma, è un bel casino, fidati. Elena lavora, ma mia mamma no, quindi abbiamo due affitti, e non so come faremo a...a fare tutto, ecco. Dio!" Esclamò scrollando la testa. Dario sbuffò seccato.
"Dico, ce la fai a fare la voce ferma per dieci minuti? Pensi di riuscire in questa impresa disumana?"
"Senti, non sono mica tutti come te, sai? C'è anche gente che ha dei sentimenti, al mondo!"
"Si, immagino la delicata complicatezza della tua visione. Adesso fai il santo piacere di smetterla di frignare dieci minuti e chiamare quelle due. Tre parole, spieghi cosa è successo e che gli dici il resto a casa."
"Ma..."
"Telefona. Se fa tanto di crollarti addosso tutto non lo fai più." Gli assicurò l'altro spingendo il telefono nero sulla scrivania verso di lui. Mentre Andrea parlava, Dario si accese una sigaretta.
"Cosa fai?" Chiese andrea in tono scandalizzato "fumi qui dentro?" L'altro gli rivolse uno sguardo perplesso.
"Perchè, dici che mi licenziano?" Gli domandò ironico scrollando la cenere nel cestino dei rifiuti. "Dai, andiamo a casa." Andrea scrollò la testa. Si sentiva svuotato.
"Non mi va. Tutto quel tempo da solo..."
"E allora vieni da me, rompicoglioni! Dai! Animo!"
Si alzarono ed uscirono insieme dall'edificio.
domenica 31 agosto 2014
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