venerdì 18 settembre 2015

Sfarfallio

In principio era il dolore.
Il dolore era una cosa fisica, consistente, irrefrenabilmente,  una marea di gelatina fredda che la respingeva indietro, la scuoteva come il giocattolo di un cane, regolava il flusso incostante della sua coscienza.
Non ricordava di avere un corpo, non sapeva di essere qualcuno. Era solo un oggetto di dolore e poteva sfuggire solo nel grigio, dove non era più nessuno.
Se avesse ricordato, se fosse stata conscia di essere qualcuno, avrebbe cercato di staccarsi da quella cosa che la teneva legata al dolore, sarebbe fuggita nel grigio abbandonando la vita, ma in quel poco che le rimaneva di pensiero, il concetto di vita, di scelta, non era incluso così come le complesse astrazioni del prima e del dopo. Era sempre adesso.
Lentamente, come affiorando dal grigio e differenziandosi a fatica dal dolore, qualcosa di diverso emerse.
Prese coscienza che da qualche parte una superficie divideva lei dal non-lei e che quella superficie sentiva un costante senso disagevole, come se lo spazio non-lei contenesse una qualche forma di ostilità.
Era la prima cosa diversa dal dolore che fosse emersa e lei vi si aggrappó, dedicandovi un'attenzione ossessiva. Come un prurito nel fondo dei pensieri le venne la consapevolezza di aver saputo cosa fosse quel senso di ostilità e continuò a rigirarselo e ad osservarlo, fino a che, inatteso, venne il ricordo.
Freddo. Aveva freddo.
Pronunciò nella mente quella parola, ascoltandone l'aspra sonorità e, in un lampo, venne raggiunta da un'altra scintilla di sapere. Ricordava la sua voce. Quella che sentiva nella mente era la sua voce.
I lampi di luce, i ricordi che facevano luce sul suo stato di sospensione, iniziarono a susseguirsi.
La superficie che sentiva il freddo era la sua pelle. Poteva sentire freddo con la pelle, mentre il suono della sua voce veniva emesso da una bocca e percepito con le orecchie.
Ricordò di aver guardato le labbra di altre persone a volte con desiderio, a volte con la speranza che si fermassero per concederle la quiete del silenzio, altre volte ancora per indovinare la forma di una parola nel mezzo del frastuono.
Persone. Aveva conosciuto decine di persone, centinaia, forse.
E poi, di colpo, una folgorazione che l'avrebbe fatta sussultare,  se solo avesse potuto farlo.
Quello era, lei. Una persona. Non una cosa slegata, immersa nel dolore senza fine e fluttuante nel grigio informe da sempre e per sempre, ma una persona.
Si prese un attimo per considerare la vastità delle conseguenze di questa illuminazione, sentendosi infinitamente stanca.
Proprio quando il grigio più denso iniziava ad avvolgerla, la sua pelle percepí una sensazione talmente piacevole da indurla quasi a commuoversi.
Calore, un morbido calore mobile e invitante, danzava sulla superficie che prima sentiva solo un freddo ostile.
Un suono lontano ed indistinto, che il suo ricordo associó con un oggetto, a lei ignoto, chiamato fagotto, penetrò per pochi istanti la nebbia.
Poi lo sfinimento prese il sopravvento e lei si lasciò scivolare via, di nuovo.

Danilo si arrabattava, come ogni giorno, nel solito giro dei letti.
Era una parte del suo lavoro che odiava, quello spostarsi da una stanza all'altra, ascoltando parlare gli infermieri di ogni caso, confermando nella maggior parte delle circostanze niente altro che quello che loro, che conoscevano bene il lavoro che facevano, stavano già facendo. Preferiva di gran lunga il lungo, paziente, comodo lavoro di riabilitazione, che svolgeva nel suo studio e al quale poteva applicare schemi e paradigmi che gli erano ormai noti.
I casi peggiori erano i suoi, pensò con risentimento e non per la prima volta.
Se fossero stati i peggiori nel senso del peggior stato di salute, l'avrebbe anche potuto sopportare. Non aveva mai condiviso quel disagio che provavano molti dei suoi colleghi nel veder morire qualcuno di formalmente affidato alle sue cure. Erano persone danneggiate, quelle su cui lavoravano, alcune irrecuperabili fin dall'inizio, e fingere che non fosse così gli pareva più da sciocchi che da santi.
Purtroppo, i suoi erano i casi peggiori nel senso della banalità, non della gravità. Vecchi malandati bloccati da ischemie comuni, enormi obesi rantolanti cui finiva per cedere qualche snodo fondamentale del traffico di sangue nella scatola cranica, raramente qualche ragazzino che aveva la bella pensata di volare da una moto, per lo più già condannato nel momento stesso in cui impattava col suolo. Niente che potesse servirgli da stimolo, o che potesse dargli modo di dimostrare la sua bravura.
Controlló la sua lista e si spostò lentamente,  fingendo di leggere qualcosa di importante, tergiversando,  come un bambino che tenti di evitare un compito sgradevole.
Lui si impegnava nel fare correttamente il suo dovere o, per lo meno, non lo faceva peggio di tanti altri,  ma erano gli altri ad essere invitati a parlare in pubblico, gli altri a pubblicare articoli e a sentirsi complimentare da colleghi e superiori, gli altri ad essere ispirazione agli studenti.
Non aveva mai uno straccio di occasione, questo era il punto. Pensò ancora, rabbuiandosi in viso.
La voce pacata di un collega, che gli passava accanto senza degnarlo nemmeno di un saluto, lo distolse dal suo elenco mentale di ingiustizie.
Sospirò a fondo, come chi si accolli un peso sgradito, ed entrò nell'ennesima stanza.
I documenti dicevano che quella nel letto era una paziente ignota. Le era stato assegnato un codice numerico al momento dell'ingresso in pronto soccorso e le autorità erano state debitamente avvisate.
Danilo la valutó con un breve sguardo la sagoma scarna sotto il lenzuolo e i lunghi codinicci di capelli marroncini, mossi, arrotolati come code di topo. Era uno sguardo esperto, il suo, e lo portò a calcolare,  ad occhio e croce, che qualcuno si sarebbe fatto avanti per reclamarla. Era una donna giovane, quella, e senza i segni che di solito si associano a quelle persone che vivono ai margini della società. La sua pelle era luminosa, compatta e pulita e la sua magrezza di tipo atletico, niente affatto malaticcia.
L'ampio trauma che l'aveva portata in quel letto le aveva provocato una ferita sulla fronte, ma sarebbe guarita bene, lasciando poco più che un filo di cicatrice e forse, ma solo forse, una lieve depressione sul punto in cui l'osso era stato aperto, per ridurre la pressione del sangue dentro il cranio. Si, sarebbe certo arrivato qualcuno, presto, a reclamare quella vita, e quel qualcuno avrebbe ascritto a lui ogni responsabilità.
Sospirò di nuovo prima di voltarsi verso l'infermiere.
"Ancora nessun segno di ripresa? " chiese, sentendosi come il protagonista di uno sceneggiato pomeridiano a basso costo.
"Nessun miglioramento, finora, ma i tracciati sono buoni." Rispose l'altro, rispettando il copione a menadito. 'Ora manca solo che entri qualche donna cotonata e in calze di seta a domandarmi perché l'ho lasciata' riflettè Danilo storcendo la bocca per mascherare il sorriso sardonico che voleva affiorare. Tanto valeva che rispettasse il copione anche lui.
Si avvicinò alla paziente e la toccò sul braccio, dove spuntava come un germoglio alieno l'accesso venoso, simulando di mala voglia un controllo. Si spostò poi verso il capo, chinandosi per controllare i riflessi delle pupille.
Senza un motivo particolare, la sua mano indugió sulla pelle della spalla, lasciata nuda dalla frettolosa cerimonia di taglio dei vestiti in pronto soccorso.
Gli occhi della donna erano semiaperti, ciechi, le pupille strette come pugni che reagirono appena a contatto con la luce.
Non poté fare a meno di notare che una pallida fiammella di speranza si faceva strada nella routine della giornata. Ce l'avrebbe fatta sicuramente, la sconosciuta, l'incognita; i suoi occhi reagivano ancora lentamente, ma in sincrono perfetto.
Ristette per un attimo, in atteggiamento riflessivo, ancora chino su di lei.
Aveva la stessa sensazione che provava quando dimenticava di fare qualcosa, quel senso frustrante di non essere appagato come avrebbbe dovuto, e non riusciva proprio a capire da dove venisse.
Ripassó mentalmente gli impegni della giornata, le piccole azioni abituali, come il riporre le chiavi dell'auto nel cassetto e la telefonata di rito alla sua compagna, ma di lì non gli venne alcuna risposta. Eppure ne era certo, qualcosa non stava andando secondo lo schema, qualcosa era fuori posto.
Detestava quando gli succedeva a quel modo, finiva sempre per saltar fuori che aveva scordato qualcosa di fondamentale e che tutti avevano il diritto di prendersela con lui.
"Dottore? Qualcosa non va?" Chiese l'infermiere alle sue spalle. Era una cosa insolita vedere il dottor Maletti occuparsi tanto e tanto a lungo di un paziente e lui temette, per un attimo, di aver fatto qualche stupidaggine talmente grossa che perfino quell'ometto distratto ed eternamente corrucciato potesse averlo notato.
'Ecco, figurati. Quando mi serve una mano, mai un cane che se ne accorga, ma appena mi serve un attimo di silenzio tutti presenti.' Pensò Danilo, raddrizzandosi, in lieve imbarazzo. Doveva rimediare all'attenzione fuori luogo che aveva attirato, in qualche modo, non poteva semplicemente dire che si era perso a pensare ai casi suoi. Si schiarì educatamente la voce, prima di parlare, temporeggiando. Cosa poteva mai dire? Cosa avrebbe potuto giustificare,  anzi, legittimare il suo attimo di distrazione mettendolo in una luce quanto meno di normalità?
"Non hai sentito questa poveretta?" Chiese poi in tono quieto, aggrappandosi all'unica osservazione che non fosse pura invenzione  "È gelata, avrà un freddo da cane. Non possiamo metterle addosso qualcosa?" L'infermiere esitò un momento, colto in contropiede.
Davvero non se l'aspettava, una prova di compassione del genere, da lui. Iniziò ad annuire prima ancora di parlare.
"Certo, dottore. Provvedo io." Danilo annuì a sua volta, raddrizzando quel tanto di spalle di cui la natura aveva voluto dotarlo, vale a dire non molto, e scivolando quanto più velocemente possibile fuori dalla stanza.
Si sentiva come quando, da ragazzino, sfuggiva ad una interrogazione a cui non era preparato per il rotto della cuffia, abborracciando qualche scusa che, miracolosamente, veniva presa per buona.
Nella stanza l'infermiere, un ragazzo tarchiato di nome Carlo Alberto, si stava dando da fare per trovare alla ragazza senza nome una coperta in più.
Gliela stese addosso con delicatezza, coprendole le braccia nude fin dove poteva. Amava molto il suo lavoro. Si sentiva un poco in difetto, per non aver notato quanto fredda fosse la pelle di quella poveretta. Si sentiva anche in difetto verso il dottor Maletti. L'aveva sempre creduto una di quelle persone che lavorano a tirar via, un impiegato della professione medica, ed invece eccolo lì, a preoccuparsi che una che non aveva neanche un nome non dovesse patire freddo senza poterlo dire.
Carlo Alberto scosse la testa. Magari l'avevano giudicato male.

Dal profondo del sonno grigio, una meravigliosa sensazione le giunse dalla superficie della pelle. Non era la semplice cessazione del freddo, quella, era un vero e proprio piacere.
La sua mente stanca, finalmente libera dalla sensazione ostile che l'aveva pungolata, si ranicchiò nel primo, vero sonno profondo dalla notte in cui era caduta.

mercoledì 16 settembre 2015

Notte

Che ore saranno state? Forse le due, le tre del mattino.
Nonostante le ultime vestigia dell'estate ancora aleggiassero nell'aria, durante il giorno, a mostrare qui un bicipite scoperto da una manica corta e lì una pregevole mezzagamba femminile, a quell'ora faceva un freddo cane.
Eppure la ragazza, coi capelli lunghi lisciati dallo sporco di una settimana, avanzava con indosso solo jeans e maglietta, le braccia incrociate strette sul piccolo seno, ricoperte di pelle d'oca, a simbolica protezione.
Guardandola da più vicino, avresti potuto vederlo, che era bagnata, la roba che indossava. Non fradicia, no, non gocciolava a terra, ma umida di certo, dal modo in cui le si incollava addosso.
Procedeva a passo veloce verso il semaforo all'angolo,  che continuava impettito a cambiare colore per una strada deserta.
Era giallo, quando ci arrivò,  e spandeva una luce falsamente calda sul triangolo di cemento dove cadeva e, per un attimo, anche sul suo viso.
Non era giovane come sembrava da lontano, ma nemmeno vecchia come il suo girovagare randagio e la postura raccolta, difensiva, avrebbero potuto far supporre.
Pigió il bottone per il passaggio pedonale una, due, tre volte, a ripetizione, di gran fretta, come se si aspettasse di essere investita da qualcuno, ad attraversare senza il verde.
La strada, da una parte all'altra,  a perdita d'occhio,  non era altro che un nastro d'asfalto disertato dai suoi frequentatori, sia diurni, a quell'ora beatamente addormentati fra le lenzuola, che notturni, in attesa del fine settimana per apparire.
Una folata d'aria si incanaló fra i palazzi messi spalla a spalla e la andò a colpire in pieno, strappandole un brivido che era quasi un sussulto.
Aspettava ancora che il semaforo scattasse al verde, ma si vedeva bene che era in ansia a stare ferma a quel modo. Si guardava intorno e muoveva i piedi, come scalpitando. Se si fosse potuto far fretta a un palo di metallo, di sicuro l'avrebbe fatto, eppure aspettava, badando senza volere che le punte consumate delle scarpe da corsa rimanessero di qua del cordolo del marciapiede.
Si vedeva già da lì,  che era abituata ad obbedire, a seguire alla lettera le regole.
Finalmente arrivò la luce verde e lei scattò,  quasi avventandosi sulla strada, denunciando chiaramente la sua fretta, la sua voglia di andare, tanto che c'era da chiedersi come avesse fatto a trattenersi, tutto quel tempo, senza nessuno che passava.
Attraversò quasi di corsa, sicuramente a passo di marcia, e camminò ancora a lungo, sempre più raccolta su se stessa, vittima evidente del freddo, quasi ranicchiata,  con la volontà nelle gambe, che scandivano un ritmo sempre uguale e ugualmente rapido, a falcate, divorando lo spazio.
Non guardava più dove metteva i piedi, questo è chiaro.
La stanchezza, il freddo, l'angoscia che veniva fuori da tutti i suoi movimenti,  alla fine si erano presi in pagamento la sua attenzione: era questione di tempo  prima che inciampasse e fu solo un caso, un caso benevolo, a farlo succedere nella pozza di luce gialla della vetrina di un bar.
Non era aperto a quell'ora,  è chiaro, ma c'era qualcuno e tanto bastava.
La ragazza ficcó la punta della scarpa in una buca bella profonda e stramazzó in avanti, senza neanche la forza di mettere le mani a protezione del viso.
Cadde come avrebbe potuto cadere un pezzo di legno o di metallo, rigida, con la testa protesa verso il palo che segnava la fermata dell' autobus, il numero tre, che non avrebbe fatto la sua prima corsa che di lì a due ore.
Fossero passate quelle due ore, se il bar non fosse stato in ristrutturazione e il proprietario non avesse deciso di liberarsi di qualche calcinaccio mentre nessuno lo vedeva, senza doversi sorbire tutto il giro di telefonate all'azienda dei rifiuti, non sarebbe successo niente.
Lei sarebbe morta, questo è chiaro, ma non sarebbe successo niente di tutto il resto.
Invece il barista era lì e sentì il rumore, il rintocco del suo cranio che impattava contro il palo, e uscì di corsa.
Provò a chiamarla, a toccarla, avvicinandosi e allontanandosi come una scimmia dei documentari,  fino a che non gli venne in mente il cellulare che teneva nel marsupio,  dentro.
Chiamò un'ambulanza e rimase ad aspettare accanto a lei, saltellando da un piede all'altro, chinandosi ogni poco su quel corpo che, così gettato a terra, pareva ancor più piccolo e più simile ad una cosa.
L'ambulanza venne e se ne andò, portando con sé la ragazza, rapida ed efficiente, tagliando la notte col rumore delle sirene nel ripartire, trasportando il suo carico in cui ancora,  debole come una fiamma di candela, brillava la vita.
I volontari si parlavano ad alta voce, sentendosi in un telefilm, il medico stringeva le labbra e pensava al ritorno a casa che lo aspettava appena oltre il prossimo giro della lancetta dei minuti, e lei, a dispetto di ogni probabilità e di ogni ragionamento,  viveva.

Chiedo scusa

Cambio di programma.