Che ore saranno state? Forse le due, le tre del mattino.
Nonostante le ultime vestigia dell'estate ancora aleggiassero nell'aria, durante il giorno, a mostrare qui un bicipite scoperto da una manica corta e lì una pregevole mezzagamba femminile, a quell'ora faceva un freddo cane.
Eppure la ragazza, coi capelli lunghi lisciati dallo sporco di una settimana, avanzava con indosso solo jeans e maglietta, le braccia incrociate strette sul piccolo seno, ricoperte di pelle d'oca, a simbolica protezione.
Guardandola da più vicino, avresti potuto vederlo, che era bagnata, la roba che indossava. Non fradicia, no, non gocciolava a terra, ma umida di certo, dal modo in cui le si incollava addosso.
Procedeva a passo veloce verso il semaforo all'angolo, che continuava impettito a cambiare colore per una strada deserta.
Era giallo, quando ci arrivò, e spandeva una luce falsamente calda sul triangolo di cemento dove cadeva e, per un attimo, anche sul suo viso.
Non era giovane come sembrava da lontano, ma nemmeno vecchia come il suo girovagare randagio e la postura raccolta, difensiva, avrebbero potuto far supporre.
Pigió il bottone per il passaggio pedonale una, due, tre volte, a ripetizione, di gran fretta, come se si aspettasse di essere investita da qualcuno, ad attraversare senza il verde.
La strada, da una parte all'altra, a perdita d'occhio, non era altro che un nastro d'asfalto disertato dai suoi frequentatori, sia diurni, a quell'ora beatamente addormentati fra le lenzuola, che notturni, in attesa del fine settimana per apparire.
Una folata d'aria si incanaló fra i palazzi messi spalla a spalla e la andò a colpire in pieno, strappandole un brivido che era quasi un sussulto.
Aspettava ancora che il semaforo scattasse al verde, ma si vedeva bene che era in ansia a stare ferma a quel modo. Si guardava intorno e muoveva i piedi, come scalpitando. Se si fosse potuto far fretta a un palo di metallo, di sicuro l'avrebbe fatto, eppure aspettava, badando senza volere che le punte consumate delle scarpe da corsa rimanessero di qua del cordolo del marciapiede.
Si vedeva già da lì, che era abituata ad obbedire, a seguire alla lettera le regole.
Finalmente arrivò la luce verde e lei scattò, quasi avventandosi sulla strada, denunciando chiaramente la sua fretta, la sua voglia di andare, tanto che c'era da chiedersi come avesse fatto a trattenersi, tutto quel tempo, senza nessuno che passava.
Attraversò quasi di corsa, sicuramente a passo di marcia, e camminò ancora a lungo, sempre più raccolta su se stessa, vittima evidente del freddo, quasi ranicchiata, con la volontà nelle gambe, che scandivano un ritmo sempre uguale e ugualmente rapido, a falcate, divorando lo spazio.
Non guardava più dove metteva i piedi, questo è chiaro.
La stanchezza, il freddo, l'angoscia che veniva fuori da tutti i suoi movimenti, alla fine si erano presi in pagamento la sua attenzione: era questione di tempo prima che inciampasse e fu solo un caso, un caso benevolo, a farlo succedere nella pozza di luce gialla della vetrina di un bar.
Non era aperto a quell'ora, è chiaro, ma c'era qualcuno e tanto bastava.
La ragazza ficcó la punta della scarpa in una buca bella profonda e stramazzó in avanti, senza neanche la forza di mettere le mani a protezione del viso.
Cadde come avrebbe potuto cadere un pezzo di legno o di metallo, rigida, con la testa protesa verso il palo che segnava la fermata dell' autobus, il numero tre, che non avrebbe fatto la sua prima corsa che di lì a due ore.
Fossero passate quelle due ore, se il bar non fosse stato in ristrutturazione e il proprietario non avesse deciso di liberarsi di qualche calcinaccio mentre nessuno lo vedeva, senza doversi sorbire tutto il giro di telefonate all'azienda dei rifiuti, non sarebbe successo niente.
Lei sarebbe morta, questo è chiaro, ma non sarebbe successo niente di tutto il resto.
Invece il barista era lì e sentì il rumore, il rintocco del suo cranio che impattava contro il palo, e uscì di corsa.
Provò a chiamarla, a toccarla, avvicinandosi e allontanandosi come una scimmia dei documentari, fino a che non gli venne in mente il cellulare che teneva nel marsupio, dentro.
Chiamò un'ambulanza e rimase ad aspettare accanto a lei, saltellando da un piede all'altro, chinandosi ogni poco su quel corpo che, così gettato a terra, pareva ancor più piccolo e più simile ad una cosa.
L'ambulanza venne e se ne andò, portando con sé la ragazza, rapida ed efficiente, tagliando la notte col rumore delle sirene nel ripartire, trasportando il suo carico in cui ancora, debole come una fiamma di candela, brillava la vita.
I volontari si parlavano ad alta voce, sentendosi in un telefilm, il medico stringeva le labbra e pensava al ritorno a casa che lo aspettava appena oltre il prossimo giro della lancetta dei minuti, e lei, a dispetto di ogni probabilità e di ogni ragionamento, viveva.
mercoledì 16 settembre 2015
Notte
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento