sabato 11 luglio 2015

III

LUCIO

Al venti di maggio, nel giorno del suo compleanno, Lucio sedeva al tavolo della cena sentendosi intimamente compiaciuto di se stesso.
Mancava un mese appena al termine della scuola ed aveva finito quel giorno di ripondere all'ultima interrogazione del professore, meritandosi un voto discreto, nonostante la grammatica latina fosse per lui poco meno astrusa di una tiritera senza senso. Non gli piacevano quel genere di cose, il ripetere all'infinito parole fuori di contesto per il solo scopo di conoscerle, senza altra applicazione, e faceva una gran fatica a trattenerle nella testa, come se fosse il tessuto stesso di cui era fatto a respingerle, una tela cerata sotto la pioggia.
Elide passava le ore, la sera, quando era troppo buio per i suoi soliti lavori d'ago, a fargli ripetere quelle filastrocche di rose e rosarum, fermandosi solo di tanto in tanto per leggergli un pezzetto nuovo, e anche lei glielo diceva spesso, che sembrava proprio che non ci fosse portato, per quelle materie. Anche i lunghi elenchi di date del libro di storia gli rimanevano nella memoria appena il tempo sufficiente per rispondere alle domande, mentre, a chiedergli le stesse cose solo pochi giorni dopo, non si sarebbe riuscito a cavar nulla da lui.
La matematica e la geometria, invece, gli parevano naturali come se le avesse imparate con il camminare e teoremi e formule sembravano,  quando li vedeva sulla lavagna, come vecchi amici la cui esistenza avesse scordato per chissà quale motivo e che tornavano a lui, amichevolmente, per riallacciare i rapporti.
Così, quella sera, con l'ultima interrogazione di grammatica ormai dietro le spalle e il cortile ben spazzato, tanto che si sarebbe potuto ballarci senza sollevare un grano di polvere, se mai qualcuno per qualche ragione avesse mai voluto ballare, non pensava ad altro che alla buona cena che lo aspettava ed al sonno soddisfatto che già lo allettava dopo la cena.
Fra l'una e l'altra di queste due piacevoli incombenze, ad attenderlo ci sarebbe stato il regaluccio che gli aveva preparato Elide in gran segreto, rubando le ore in cui lui era fuori coi compagni al suo svago per concedersi la piccola gioia di stupirlo con una sorpresa inaspettata.
Gli avrebbe reso onore, all'impegno della sorellina, facendo il viso stupito e sorpreso, per quanto sapesse da mesi di quel suo innocente sotterfugio.
Perfino sua madre si era data attorno tutto il giorno, per i suoi tredici anni, e la casa brillava ancor più del solito, così da non dar ragione di malumore a suo marito e lasciare al suo bambino una sera di serena gioia. Al suo ragazzo, avrebbe dovuto dire ormai, si corresse col pensiero sorridendo mentre toglieva dal forno stretto la teglia di lasagne, per raffreddarle un poco, soddisfatta della spessa crosta croccante che scricchiolava piano spaccandosi in una miriade di crepoline a contatto con l'aria della cucina.
Aveva fatto il piatto preferito di Lucio e le dispiaceva perfino un poco di non poterlo festeggiare, come facevano i figli dei più ricchi, ora che vedeva che non sarebbe stato a lungo quieto in casa come un bambino. Era, forse, pensò con un sospiro, l'ultimo compleanno che se lo sarebbe potuto godere a questo modo, l'ultima volta in cui lei sarebbe stata, in quel giorno dell'anno, la donna che sopra ogni altra lui voleva accanto, ed era giusto così, pensò rimproverandosi della propria stupidità, per quello si facevano i figli, per vederli crescere e diventar grandi, lo sapeva bene. Nonostante tutto, però, un poco le appesantiva il cuore ugualmente, quel pensiero.
Lidia scosse la testa, dandosi della sciocca, e portò in tavola il pane e la pietanza, poi si sedette, in silenzio, attendendo di poter mangiare.
Come ogni sera, Dario fu l'ultimo a sedersi, come un prete che arriva quando la chiesa è piena.
Iniziarono a mangiare senza dire una parola, la casa che risuonava del primo canto timido dei grilli fra l'erba ancora verde e rigogliosa. Non erano abituati a dare grande importanza ai compleanni, o a qualsiasi ricorrenza, ed era del tutto normale, per loro, che la teglia fumante nel mezzo della tavola apparecchiata e la contenuta eccitazione di Elide, che si palesava solo nello sguardo di sottecchi che lanciava di quando in quando al fratello, fossero l'unica cosa che distingueva quel giorno da qualunque altro, che non fosse la domenica.
Arrivato a metà del piatto, Dario si pulì la bocca con l'angolo del tovagliolo e posò la forchetta, dando in un breve sospiro. La donna e la bambina sedute al tavolo percepirono immediatamente il cambiamento e cessarono l'andirivieni dalla bocca al piatto, attendendo come sospese quel che doveva accadere, mentre Lucio, affogato nel prosaico piacere di affondare i denti nel boccone, impiegò un momento per capire cosa ci fosse di storto. Si sentiva d'improvviso come se un vuoto gli si fosse aperto dinnanzi ai piedi, là dove soleva essere solido terreno.
Alzò gli occhi e si trovò, con una sorpresa impossibile da mettere in parole, a fissarli nello sguardo paterno.
Era cosa rara che Dario lo guardasse in faccia, negli occhi men che meno, e le sue iridi glauche misero addosso a Lucio un senso di disagio che, per ragioni troppo profonde perché lui le potesse afferrare, portaca con sé più di una traccia di piacere. Lo guardava, senza mostrare alcun sentimento, in silenzio, in attesa.
Lucio posò la forchetta a sua volta e, memore dell'insegnamento che lui gli aveva impartito, si pulì la bocca prima di parlare.
"Babbo?" Chiese senza aggiungere altro. Non avrebbe potuto, affascinato com'era da quegli occhi nei suoi. Ne percepiva il peso e il senso di ineluttabilità, come se quell'uomo fosse un qualcosa che c'era sempre stato al mondo e ci sarebbe stato sempre, allo stesso modo del cielo e del vento.
"Oggi fai tredici anni, se non sbaglio." Lucio arrossì di piacere.
"Si, babbo."
"Sei un uomo, oramai. Un uomo giovane, un uomo ancora stupido, ma un uomo. È vero, Lucio?"
"Si babbo. Grazie." Dario annuì impercettibilmente, accettando il ringraziamento del figlio.
"Mi hanno dato un buon lavoro, oggi. Su, verso il fiume. Ci sarà da fare per un mese buono, e per tre uomini." Lasciò cadere queste parole sul tavolo della cena, in un silenzio tanto fitto che si udivano alla predezione i passi pesanti dei vicini che rincasavano, dall'altra parte della strada. Lucio prese coraggio.
"E chi prenderete, babbo, per lavorare con voi?" La bocca di Dario si tirò in una smorfia.
"L'ho chiesto a Paolo, il solito ragazzo che mi viene ad aiutare." Una breve pausa seguì questa affermazione, che pareva tronca alla logica.
"E...e l'altro, babbo? L'altro uomo che vi manca?" La voce di lucio lottava per restare ferma. Dario annuì di nuovo, stavolta più marcatamente.
"Iniziamo a metà luglio. Puoi tenerti la metà dei soldi che guadagni, ma l'altra metàva in casa." Fra i due passò un lampo di mutuo, solido affetto. Potendo, lucio si sarebbe alzato per saltare di gioia, ma quel genere di intemperanza veniva duramente censurata, nella loro famiglia.
"Grazie, babbo. Non vi farò vergognare." Disse invece, sentendosi allargare il petto. Dario distolse semplicemente gli occhi senza aggiungere altro e riprese a mangiare e, dopo di lui, lentamente, quasi timidamente, e con un gran scambio di occhiate, anche il resto della famiglia vuotò il piatto.
Lidia era preoccupata, dal canto suo, come raramente lo era stata da che si ricordava. Se lo sarebbe portato via il giorno intero, Dario, dall'alba fino a quando le prime stelle avrebbero fatto capolino sopra il tetto della chiesa, e non lo avrebbe risparmiato di certo, né per la mole di fatica né per il rigore con cui avrebbe applicato la sua solita, distorta idea di disciplina. Non era certo uno di quei padri che si tengono i figli inpalmo di mano. D'altra parte, però, vedere i lampi d'orgoglio che mandava Lucio, quasi ire il calore della sua gioia, che emanava da lui come da un forno acceso, a quella prima attestazione della stima paterna, la riempiva di dolcezza. Cercò di consolarsi pensando che sarebbero stati tutto il giorno in mezzo ad altre persone e che mai, a qualunque costo, Dario avrebbe voluto far scene in pubblico. Una voce nel profondo della sua testa le sussurrava che quell'uomo aveva buona memoria e che il suo bambino avrebbe pagato ogni piccola dimenticanza ed ogni parola storta una volta a casa, ma non poté ascoltarla. Non aveva modo di evitare quanto sarebbe accaduto, perciò tanto valeva non pensarci affatto, si disse sparecchiando la tavola.
Elide era intenta a raschiare il fondo della teglia, mandando occhiate impazienti alla porta ogni poco, che non riusciva a stare più nella pelle dal desiderio di dare al fratello il suo regalo. Era bello vederla, una volta tanto, animata da uno sctto d'impazienza infantile, come ne avrebbe dovuti avere tanti, mentre era semlre tanto quieta e silenziosa che sembrava sparire nella casa.
"Elide, cosa ci fai ancora qui?" Le chiese Lidia pulendosi le mani nel grembiule "non lo sai che tuo fratello muore dalla voglia di raccontarti cos'è successo a tavola?" Elide saltò dal basso panchetto che usava per arrivare all'acquaio con insolita vivacità e fece per avviarsi alla porta, ma poi si fermò, come per un ripensamento.
"Ma non vi aiuto, mamma?" Lidia scosse la testa, sorridendo tanto da farsi apparire le fossette, come le accadeva da bambina.
"Vai, vai a sentire Lucio, altrimenti scoppia come la gomma di una bicicletta, poverino." Si guardarono complici e ad entrambe fuggì una mezza risata, subito nascosta dal palmo della mano.
In uno sfarfallio della gonna di cotonina leggera, Elide sparì per il corridoio, impaziente di farsi raccontare la scena cui aveva appena assistito.
Lucio l'aspettava davvero, come aveva detto la mamma, impaziente e scarmigliato, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza, dalla finestra al letto e dal letto alla finestra. Nel vederlo, Elide provò, come ogni volta, quel senso di allargarsi del cuore che la sua vista solamente sapeva far scaturire. Non le sembrava nemmeno di aver qualcosa di storto, quando era con Lucio, si sentiva bene, accanto a lui. La sua voce e la sua risata pronta davano forza al suo corpo, cadenza al suo cuore ed aria al suo respiro, in virtù di una magia che la acco pagnava da un passato troppo remoto perché lei potesse metterla in discussione. Ma riconoscerla, questo si, lo poteva fare, e lo faceva, dedicando a lui ogni briciolo del suo affetto e della sua attenzione. Senza aprire bocca, consapevole del desiderio che lo pervadeva di parlare, Elide si sedette, appollaiandosi come un uccellino sul bordo della grande sedia su cui passava gran parte dei suoi giorni, e lo guardò con grandi occhi colmi di attesa.
"Elide, hai sentito il babbo cosa mi ha detto?" Esordì immediatamente Lucio. Lei si sentì intimamente fiera di essere riuscita a mantenere il silenziom vedendo l'evidente piacere che gli procurava parlare. "Vuole che vada con lui a fare un lavoro, quest'estate. A lavorare con lui, come un grande. Hai sentito, Elide?"
"Si, Lucio. Te l'ha proprio chiesto." Disse lei, e subito si zittì, trattenendo tutto quello che avrebbe voluto dirgli ancora.
"E si è ricordato che giorno è oggi, eh? Hai visto? Me l'ha chiesto con gli occhi seri, Elide, hai visto? Come se parlasse a un grande. E mi guardava! Ma l'hai visto?" Gli occhi di lucio erano di un azzurro più vivo di quelli del padre, non cerulei, ma celestini e disseminati di pagliuzze grigie, che parevano d'argento vivido nel sole. Mano a mano che parlava, raccontandole fin nel minimo dettaglio più e più volte quella scena, cui lei aveva assistito di persona, si facevano sempre più grandi e più brillanti, come divorati dalla febbre, e le sue guance appena dorate dal sole dei giochi all'aperto si colorivano di una rosata eccitazione.
"Vedrai, mi ci metto talmente di impegno che non gli sembrerà neanche che sia io, quello che si porta dietro. Voglio che tutti quelli che mi vedono gli vadano a fare i complimenti in faccia, voglio. Vedrai che dopo non mi ci tratta più, come un bambino, se gli faccio vedere che so fare bene."
"Sono sicura, Lucio." Sussurrò Elide, che sicura non lo era per niente. Aveva invece idea che, se Lucio si fosse spaccato la schiena a mezzo per soddisfare loro padre, lui l'avrebbe preso a calci per non essersela rotta in tre punti, ma anche su questo tacque. Il rabbuiarsi subitaneo del suo viso sincero, però, non sfuggì al fratello. Lucio la amava più di ogni altra cosa al mondo e sarebbe stato disposto a fare a pezzi con le sue mani chiunque avesse osato dispiacerla, ma il vederla rannuvolarsi a quella maniera mentre lui le esponeva le sue più vive speranze, al culmine della sua gioia, fu per la sua natura sanguigna come una scintilla che lo fece ardere d'improvviso.
"Guarda che il babbo non mi avrebbe mica chiesto di andare con lui, se pensasse che sono un buono a niente." Elide sollevò gli occhi.
"Ma no, non volevo dir questo."
"Cosa credi, che si diverta, lui, a trovarsi in mezzo ai piedi un ragazzino? Lo fa perché è sicuro che posso riuscire bene." Le disse con asprezza, quasi che lei l'avesse accusato di non essere in grado di assolvere a quel compito. "E se gli mostro che so fare bene, che sono capace, dopo vedrai che non serve più che mi tratti come un bimbo piccolo. Se faccio bene, dopo lo posso aiutare sempre, anche nelle altre cose, aspetta e vedrai. Vedrai. "
"Ma, Lucio, chi ha mai detto niente?" Gli chiese lei affranta. Era inutile. Una volta preso l'abbrivio, Lucio non riusciva a frenarsi, come uno di quei vagoni pieni di pietre che per smuoveli ci vuole dieci volte meno forza che per fermarli quando acquistano velocità.
"Il babbo crede che io possa fare bene, altrimenti non mi avrebbe chiamato, solo per farlo vergognare. E se non lo capisci, allora non capisci niente." A quel punto, il viso composto di Elide si fece triste e poi tremulo e la bambina si mise a piangere, in silenzio, nascondendo il vjso fra le mani sottili. Lucio non si era reso affatto conto del tono sempre più aspro in cui le si era rivolto, né delle accuse che aveva sottinteso nelle sue parole. Semplicemente, aveva risposto, rivolgendo a lei l'attenzione, a tutte le crudeltà che la sua stessa mente gli sussurrava, avvelenandogli quel momento di gioia. Il fatto che avesse parlato con lei, dipendeva solo dalla sua presenza nella stanza, ma, ciò non di meno, era a lei che si era rivolto e l'aveva ridottain lacrime.
Si sentì dive tare piccolo come un passero, di fronte al dolore della sorellina, e le si accostò con passi leggeri.
"Scusami, Elide, perdonami, non volevo farti piangere."
"Io non le ho mai dette quelle cose." Ribadì lei, mescolando stizza e dolore, senza abbassare le mani dal viso. Lucio si sfregò la fronte, in un gesto di frustrazione.
"No, non le hai mai dette, è vero. Sono io che mi sono arrabbiato, quando ti ho visto diventare seria di botto. Scusami, dai." La sua voce sapeva essere suadente, quasi seduttiva. Elide abbassò le mani in grembo, continuando a produrre rumori liquidi col naso.
"Ho paura che sia troppo duro, con te, il babbo. Tutto qua." Lucio scrollò le spalle.
"Elide, non credere che si diverta, lui, ad essere severo con me. Lo fa perché è il suo dovere di padre, farmi diventare un uomo come si deve, serio e in gamba. Lo sai bene come me, no? Ci vuole bene, il babbo." Concluse poi con un soffio di voce.
Elide avrebbe voluto dire molte cose, la maggior parte delle quali si agitava in fondo alla sua anima talmente carente di forma che nemmeno avrebbe saputo esprimerla a parole. Un vago senso di rabbia ed, insieme, di pietà, le faceva bruciare il respiro in gola, come succede quando si è troppo in affanno. Gli occhi di Lucio la imploravano muti. Era il suo perdono che voleva, certo, il suo perdono per averla fatta piangere, per esser stato ingiusto con lei, ma voleva altrettanto il suo silenzio, che quelle cose che le si agitavano dentro come acque in tempesta tornassero a calarsi sul fondo, invisibili agli occhi ed inudibili. Per un istante, Elide si chiese se non avrebbe fatto meglio a lascuarle uscire, a dispetto di quel che voleva Lucio, a parlare di tutto quello che vedeva e non diceva, che capiva ma teneva per sé;  poi la testa bionda del fratello si abbassò, in un gesto di scoramento, e la pietà ebbe il sopravvento su di lei.
Lo amava, lei, e troppe volte lo vedeva costretto a chinare il capo, preso e messo in condizione di dover subire più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare che sopportasse, senza mai un lamento, che i lamenti erano puniti. Se almeno lei che lo amava tanto, riflettè, non sapeva aver pietà di lui, nessuno al mondo l'avrebbe fatto.
Loro padre non era mai stato altrettanto severo nei suoi confronti e le sue punizioni, quando c'erano, erano lasciate con noncuranza al loeve rigore materno. Lei, per sovrappiù, era silenziosa e tranquilla per natura e, passando quasi tutto il tempo fra le mura domestiche, non aveva distrazioni che potessero portarla a dimenticare qualcuno dei suoi doveri. Lucio, per controo, era un ragazzo forte, e vivace, rumoroso per il solo amore del suono festoso dei rumori e sempre in moto, sempre richiesto da mille compagni. Era naturale che lui finisse per incappare nelle ire paterne molto più di lei. Per di più, lei era solo una femmina ed era anche malata. Era certo che il babbo non le aveva mai prestato l'attenzione che riservava a Lucio, né le parlava altrettanto spesso. C'era quindi la possibilità, per quanto non la credesse vera nel fondo del cuore, che fosse lei a sbagliarsi e Lucio ad aver ragione, in virtù della sua migliore conoscenza del padre.
Elide accarezzò teneramente i capelli chiari del fratello.
"Via, ora non serve che tu faccia l'aria da cane bastonato. Lo sai che ti perdono volentieri. Eri eccitato e ti sei infiammato col niente, ecco, tutto qui. Cosa oensavi, che ti avrei tenuto il muso?" Il viso di Lucio si rialzò lentamente, già atteggiato in un sorriso luminoso. Era impossibile reaistere alla quantità di gioia che sapeva trasmettere in momenti come quello ed Elide ricambiò il sorriso.
"Grazie. Sei davvero buona come la mamma." Le disse lui, facendola arrossire.
"Metti a posto il violino, adesso, ruffiano, che non ce n'è più bisogno. Ho detto che ti perdono, vedi? Però in cambio vorrei un piacere."
"Che cosa?"
"Vorrei che mi prendessi una cosa da in fondo all'armadio, laggiù, sotto i vestiti invernali. È un pacco grosso così." Gli spiegò poi, distanziando i palmi di un paio di spanne.
Lucio voltò la schiena per nascondere l'ariasaputa che sentiva dilagargli in faccia ed andò a prendere il suo regalo.

martedì 7 luglio 2015

II

-LUCIO-

Mano a mano che si avvicinava l'idea delle vacanze estive, Lucio si trovava sempre più spesso a pensare a quanto sarebbe stato bello sdraiarsi da qualche parte al fresco, o magari anche scendere al fiume, potendo, piuttosto che ai suoi doveri, di scuola e di casa.
Era ancora un bambino, in fin dei conti, anche se il signor professore doveva già quasi guardare in alto per parlargli, e ancora la visione delle figurette agili e dei lunghi capelli lucenti delle sue compagne non era per lui niente di più che un impiccio, quando voleva tutto per sé e per gli amici il campo da gioco. Nella sua mente limpida, lineare, dove ad ogni momento si agganciava senza soluzione di continuità un compito ben definito, cui non poneva mai discussione, ma solo il suo impegno per intero, lo splendore ed il profumo della primavera in cui avrebbe compiuto tredici anni stavano portando un sentore di languida pigrizia che gli era stato sconosciuto.
Perfino Elide, che era capace di ottenere da lui qualunque cosa accennandovi semplicemente, faticava a mantenerlo concentrato nel ripetere le sue lezioni serali e, più di una volta, aveva posato in grembo il quaderno del fratello per piantagli in viso due occhi rotondi e stupiti, di uno stupore sdegnato.
"Ma, Lucio, si può sapere dove ce l'hai, la testa? Cosa mi combini, stasera?" Lui arrossiva ai rimproveri di quella voce sottile come fossero stati fatti dal professore in persona e prometteva ogni volta di emendarsi, salvo interrompersi ancora, poco dopo, per raccontarle delle scorribande pomeridiane con gli amici, e fin dove si erano spinti, e chi aveva detto cosa. La sorellina scuoteva la testa, assennata come una donnina, e posava la mano bianca e sottile sul suo avambraccio dorato di sole, come a volerlo riportare, col peso leggero del suo tocco, a quella stanza ed ai suoi doveri.
La scuola finiva con giugno e Lucio non stava nella pelle per l'impazienza. La mattina faticava ad alzarsi dal letto, nemmeno gli avessero versato la malta sulle ciglia, ma poi, durante la giornata, erano talmente tante le cose da fare, da vedere e da pensare, che arrivava a letto senza nemmeno il desiderio di dormire e rimaneva a sognare da sveglio, lontano da casa quanto la sua immaginazione terrigna riusciva a portarlo, per addormentarsi quando la luna già stava lasciando il quadro della finestra.
I suoi voti erano dignitosi, quell'anno, e stava facendo quanta più attenzione gli era possibile a non trascurare nessuno dei suoi compiti di casa, che andavano dal tenere ordinato e spazzato il cortile mattina e sera al portare in cucina la legna necessaria alla cucina economica di sua madre. Pensava a ragion veduta, coi talloni piantati ai due lati del letto stretto che lo ospitava per la notte e le braccia incrociate dieteo il capo, che, se fosse riuscito a non mettersi in qualche guaio serio, avrebbe potuto star fuori la giornata intera, appena finita la scuola, ed evitare problemi veri almeno fino all'autunno.
Sarebbe rimasto sorpreso, Lucio, se qualcuno gli avesse detto che c'era dell'eccezionale in quella sua capacità di programmare la vita giorno per giorno. Gli pareva normale, cresciuto com'era nel bel mezzo di un campo minato, di essersi tracciato una mappa per evitare di incappare in qualche grossa eplosione. I pericoli c'erano ed erano tanti, subdoli ed onnipresenti. Rischiava un guaio se scordava qualcosa, se faceva male a scuola o se si presentava al tavolo della cena in una cattiva tenuta, ma quello era il meno. Grane peggiori, se possibile, arrivavano quando un vicino veniva per lamentarsi a casa di una sua marachella o mancanza, se un qualche amico del padre lo vedeva in giro ad oziare una volta di troppo e lo riferiva, anche solo per fare chiacchiere, all'orecchio sbagliato, o, ancora, se la madre di un qualche compagno, com'era capitato in passato, decideva che fosse buona cosa provare a parlare coi suoi, le volte che gli vedevano qualche segno in più addosso.
Quello era successo che Lucio era piccolo, doveva ancora fare l'esame di quinta, ma lui non l'avrebbe scordato mai, finché campava. Aveva un amico del cuore, a quei tempi, Ilario, che sedeva al banco con lui a scuola e con cui passava ogni momento libero. Giocavano insieme, si scambiavano incessantemente quei piccoli tesori che solo i bambini possono trovare degni di interesse e, nei momenti di noia, si divertivano a inventarsi a vicenda i nomi peggiori che riuscivano a spremere dalla loro immaginazione.
Senza rendersi conto, Lucio si era trovato pian piano a passare sempre più tempo a casa loro, invece che a casa sua, e quella transizione era stata talmente graduale e silenziosa che, alla fine, persino Elide lo seguiva, divertendosi a guardare in silenzio i giochi dei ragazzi più grandi. La madre di Ilario era una donna segaligna e di aspetto severo, che cresceva da sola i tre figli, con l'aiuto delle regolari mensilità che arrivavano dal marito, lavorante in Germania, e si era sinceramente affezionata ai due bambini, prendendo a trattarli come fossero suoi ed arrivando perfino a pregare loro madre di lasciarli andare il più spesso possibile perché 'una casa' diceva sempre a loro e disse anche a Lidia 'è sempre più allegra quando è più piena'.
Era capitato che un giorno, nel giocare ad acchiapparsi lungo il portico che passava davanti alla casa di Ilario, l'amico lavesse afferrato bruscamente ad un braccio e Lucio, che per quel braccio era stato tenuto fermo a ricevere l'ennesima punizione solo quella mattina, si era lasciato scappare un lamento che aveva fatto alzare di scatto la signora dalla sedia impagliata su cui sedeva, all'aperto, coi piselli da sgranare in grembo.
"Lucio, cos'hai? Possibile che ti abbia fatto tanto male?" Lucio aveva nicchiato, vergognandosi del proprio comportamento poco virile.
"No, macchè, facevo per gioco." Un cipiglio aveva aggrottato la fronte della donna.
"Vieni qui vicino e fammi vedere un po' quel braccio." Gli aveva ingiunto in un tono carico di tanta e tale autorità materna che gli era stato impossibile disobbedire. La donna aveva arrotolato non senza gentilezza la manica sudaticcia ed aveva sgranato gli occhi nel vedere i segni profondi, tumefatti, al di sotto, rosso cupo contro la pelle delicata del bambino. Nemmeno lei era troppo tenera coi suoi figli, non avrebbbe potuto dovendo far loro da madre e da padre insieme, ma cose del genere le aveva viste più spesso dopo le risse fra uomini cresciuti che addosso ad un ragazzino. Mantenendo la voce calma, lo invitò ad entrare in casa, mentre i suoi figli li guardavano ammutoliti. Arrivati nell'ombra fresca delle mura domestiche, si chinò per tenere gli occhi allo stesso livello di quelli del bambino. Lucio si ritrasse in un moto di sgomento.
"Cosa ho fatto? Non ho fatto niente!" Prima chiese e poi protestò in un pigolio affranto, rassegnato. Credeva che lei l'avesse portato là dentro per punirlo, evidentemente,  e di questo le pianse il cuore. Cercò nel fondo della gola la stessa voce che usava coi suoi figli quando soffrivano per qualche malanno infantile, quella voce che calma e rassicura come e più di una carezza.
"Lucio, voglio solo mettere un po' di acqua e aceto su quel brutto livido lì, nient'altro. Non ti faccio male, non aver paura." Vide il petto del bambino alzarsi in due scatti distinti, come spezzandosi a metà del respiro di sollievo che cercava di tirare.
"La mamma mi ha curato, stamattina." Lei annuì comprensiva.
"Sicuro, ed è stata anche brava, ma tu adesso è tutto il giorno che corri in giro e chissà cosa combini ed è il caso di dargli un'altra passatina. Non ti fa male?" Lucio si contorse, cercando contemporaneamente di stringersi nelle spalle e di scrollarle.
"Mah, un pochettino..." intanto l'acqua era già stata versata e lei la stava mescolando con un aceto bianco, trasparente, dall'odore pungente che invase la cucina. Senza dire altro, iniziò a passare sulla pelle calda di dolore un canovaccio ruvido imbevuto della mistura.
Lucio sospirò. Il sollievo era paradisiaco, come se lo sollevassero da una cattiva pressione interna che continuava a stringere i suoi muscoli e le ossa, nemmeno la mano di suo padre si trovasse ancora lì. Era bello starsene al fresco e in silenzio, un silenzio tranquillo, diverso da quello di casa sua, e lasciarsi curare a quella maniera. La madre di Ilario non gli faceva domande su quanto era accaduto, sollevandolo dalla necessità di fornire spiegazioni, e lui avrebbe voluto restare lì per sempre, senza dover pensare più ad altro. Passò poco, però, prima che si sentisse guardato. Alzò gli occhi che aveva posato distrattamente al pavimento e incrociò lo sguardo preoccupato di Elide, che li spiava dalla finestra, in punta di piedi, i grandi occhi celesti lucidi di lacrime che rifiutava di far cadere. Si sarebbe preso a schiaffi, in quel momento, per essersi scordato di lei.
"Oh, Elide. Sto bene. Fa come la mamma, vedi?" La signora alzò la testa ed invitò la bambina ad entrare con un cenno asciutto del capo.
"Vieni, vieni a vederlo, tuo fratello, che non l'ho mica mangiato." Senza mostrare traccia della consueta timidezza, la ragazzina entrò nella stanza e si mise accanto al fratello. Visti così, vicini, lei pareva ancora più stentata e lui ancor più grosso, quasi che tutta la forza vitale fosse andata ad uno dei due, lasciandone sfornito l'altro; sarebbe stato sufficiente guardarli in viso, però, per notare che dentro quella povera cosina fatta quasi solo d'ossa brillava una determinazione sproporzionata alla sua stazza.
"Cosa fate?" Domandò alla donna, senza mezzi termini.
"Gli faccio un impacco con acqua e aceto."
"Cosa serve?"
"Gli si sgonfia il braccio." Tanto le domande quanto le risposte erano formulate in tono asciutto di botta e risposta, che pareva congeniale ad entrambe.
"Mamma usa il sale grosso."
"Con l'aceto passa prima." Elide si rivolse al fratello con uno scatto tanto improvviso del capo e del corpo intero da farlo sussultare.
"Te stai meglio?" Lucio sembrava l'unico ad essere imbarazzato da tanta patente scortesia e non trovò di meglio che annuire convinto. "Ah." Commentò allora Elide. La schiena e le spalle si rilassarono impercettibilmente, curvandosi in avanti, e il suo viso perse l'aria truce che aveva assunto per tornare alla solita espressione di remissiva dolcezza.
"Ce ne hai degli altri?" Chiese a quel punto a Lucio la madre di Ilario. Aveva fatto quel che poteva per quel povero braccino e una curiosità che lei stessa sentiva malsana, ma che ugualmente non voleva acquietarsi, la pervadeva.
"Mah, no, poca roba." Ripose lui a voce bassa. Fu Elide, di nuovo a far sentire la voce, stavolta in un educato mormorio.
"Sulla schiena, signora, per favore. Ne ha tanti." Lucio la fissò col rimprovero negli occhi e lei parve farsi piccola, ma non abbassò lo sguardo. Sapeva di aver detto la verità. Senza aspettare oltre, la donna gli tolse con pochi gesti esperti la camicia e poi distolse il volto, con la scusa di appenderla alla spalliera di una sedia. Il torso e la schiena di Lucio erano un unico dedalo di macchie sovrapposte, violacee le più recenti e di un giallo sbiadito quelle in via di guarigione, come se non passasse giorno senza che qualche pennellata venisse aggiunta a quel brutto quadro.
Non disse nulla e fece, per il resto del suo povero corpo, tutto quello che poteva, ma la sera stessa trovò un pretesto per riaccompagnare di persona i bambini fino a casa, vale a dire dalla parte opposta della piazza ed oltre la breve strada che separava le loro abitazioni.
Non era sua abitudine impicciarsi degli affari altrui, ma quella volta non poteva tacere, non sarebbe riuscita a chiudere occhio, lo sapeva, se avesse taciuto. Parlò prima con la madre, che si strinse nelle spalle, affranta, senza sapere come giustificare quello stato di cose, perduta nell'imbarazzo dell'essere costretta ad affrontare talo argomenti con una persona che non era nemmeno di famiglia. Quando vide che sarebbe stato inutile continuare, era andata ad aspettare il padre più avanti sulla strada, decisa a dirgli quello che la moglie non aveva il coraggio di farsi uscire dalla bocca. Glielo aveva detto, anche, parola per parola, senza peli sulla lingua, spostandosi a destra e a sinistra per intercettare lo sguardo di quegli occhi sfuggenti. Lui l'aveva lasciata parlare e poi l'aveva scostata con indifferenza, come si trattasse di un ramo proteso sulla strada, e aveva ripreso a camminare col suo passo sempre uguale, nemmeno le sue parole l'avessero toccato.
Dario aveva camminato senza affrettarsi fino a casa,  era entrato come ogni sera, appoggiando il cappello sulla cassapanca dell'andito e ricevendo i saluti della famiglia tutta.
Lidia aveva avuto persino il tempo di formulare un pensiero di sollievo all'idea che quella pazza della loro vicina non avesse azzardato affrontarlo, prima che lui parlasse.
"E allora, Lucio, siamo andati a lamentarci in giro?" Aveva chiesto in una voce lenta e calma come pietra. Lucio aveva badato a tenere gli occhi fissi al pavimento.
"No, babbo."
"Mi hanno detto che ti picchio. Ti picchio, Lucio? È vero?" Lucio era rimasto immobile, senza sapere quale risposta fosse quella giusta. Immobile e silenzioso. "Io penso che dovresti avere rispetto per tuo padre." In un certo senso, quella frase fu un sollievo. Conosceva la risposta.
"Certo, babbo."
"Vieni di là con me, Lucio." Con la sensazione che lo stomaco cercasse di risalirgli in gola scalciando, Lucio mosse un passo verso il padre.
"Babbo, scusatemi." La voce affannata di Elide si fece strada a fatica nella sua gola "scusatemi, ma non è colpa sua. È stata colpa mia." Dario si fermò nel mezzo del movimento col quale si stava voltando.
"Raccontatemi, allora. Tutti e due. La verità, raccontatemi, badate bene, che lo sapete che me ne accorgo." Tenendo la voce bassa e cercando di parlare bene, come lui raccomandava sempre loro di fare, i due bambini cercarono di fornire la loro versione dei fatti. Lui li ascoltò fino all'ultima parola, quasi in un attenti perfetto, gli occhi fissi alla porta alle loro spalle. "Bravi." Disse poi "avete detto la verità." Non sbagliava mai su questo. Era come se le bugie suonassero alle sue orecchie con un suono fesso, distorto.
Poi prese Lucio per la spalla, senza cattiveria, e lo portò nella stanza accanto. Quando ebbe finito con lui, non poté andare a scuola per tre giorni.
Da allora aveva evitato non solo Ilario, ma anche di fare troppa amicizia con chiunque.
Certamente, gli amici sono una bella cosa, ma sono anche pericolosi, rifletteva nel suo letto, sentendosi come un uomo fatto a paragone del bambino che era stato allora. Quando sarebbe stato grande, con una casa sua, avrebbe avuto il tempo di farsi tutti gli amici che voleva.
Avrebbe portato a vivere con lui Elide e magari, chissà, anche la mamma. Dopotutto, suo padre preferiva il silenzio e una casa vuota è estremamente silenziosa. Ma magari si sarebbe accontentato di vivere con Elide, abbastanza lontano da lì da non dover passare per caso dal paese. E, quando avesse deciso di andare a trovare i suoi, per farlo avrebbe avuto un'automobile. Una bella, di quelle grosse, lucide, col motore potente. E avrebbe avuto una casa col giardino. Un giardino vero, non un cortile, dove Elide avrebbe potuto sedere all'ombra d'estate.
Si perse lentamente nella sua fantasia favorita, passando senza rendersene conto dalla veglia al sonno.