Andrea uscì dalla stanza dove si tenevano i colloqui e buttò con un gesto stizzoso i suoi foglo di appunti sulla scrivania subito fuori della porta, mandandoli a scivolare sulla superficie lucida e, di lì, a sparpagliarsi a terra.
La ragazza della reception, che occupava quella scrivania e che in quel momento stava ascoltando con un certo fastidio l'ennesima musica ripetitiva di attesa attraverso la cornetta del telefono, gli lanciò una lunga occhiata interrogativa.
"Cosa c'è?" Le chiese lui senza alcun garbo, girando attorno alla scrivania per raccattare quello che aveva fatto cadere a terra. Nascose chinandosi la fitta di vergogna che gli venne dal suo stesso atteggiamento. Era del tutto inutile che se la prendesse con lei. Sapeva benissimo per quale motivo tutti lo guardavano straniti. La sua irritazione, il senso di frustrazione che provava, stava iniziando a trapelare, come una luce forte, attraverso le crepe del suo abituale comportamento gioviale. Non era da lui andarsene prima che l'ultimo dei candidati fosse stato esaminato, così come non erano da lui quegli scatti di stizza infantile.
Arraffò i fogli in un mucchio scomposto e si rialzò.
"Senti, scusami. Oggi proprio non è giornata, per me." Disse alla ragazza, condendo le sue scuse con un piccolo sorriso che chiedeva comprensione.
In quel momento la musica di attesa dovette finire, perché lei ebbe un piccolo sussulto ed iniziò a parlare nel telefono. Sventolò una mano in direzione di Andrea, assolvendolo dalla sua scortesia, mentre apriva una delle numerose agende sparse sul piano della scrivania, e lui reputò di potersene finalmente andare senza problemi.
Se di norma camminava a passi regolari e misurati, quasi dovesse tenere un ritmo che gli consentisse di superare lunghe distanze, quel giorno i suoi piedi si muovevano in falcate, calcando i pavimenti color uovo quasi con intento vendicativo.
Era arrabbiato nero, a dire la verità, frustrato ed offeso, e la causa, ancora una volta, era da ricercare niente meno che in quei due pazzoidi, alieni insensati ed autolesionisti, che costituivano la sua personale croce fin dagli anni del liceo.
Ne aveva abbastanza di farsi trattare da Dario come una seccatura, delle scuse che accampava ad ogni suo tentativo di trovarsi come facevano da anni per una passeggiata e quattro chiacchiere, del suo ignorare le chiamate ed i messaggi. Non gli serviva certo un aiuto per capire quando veniva escluso dalla vita di qualcuno, quando era indesiderato.
Dopo tutto quell'impegno, tutto quello che avevano condiviso, dopo tutta la fiducia di cui aveva investito quello stronzo psicolabile, era certo che, oltre a non voler parlare con lui di qualunque cosa stesse accadendo con Bea, gli stesse anche attivamente nascondendo qualcosa. Era come se temesse di trovarsi da solo a solo con lui, per paura che gli scappasse una parola o un gesto di troppo.
Andrea era pronto a rispettare il desiderio dell'altro di porre sotto un velo di silenzio quello che, con tutta, evidenza, lo stava facendo soffrire, ma l'idea che Dario si sentisse in obbligo di nascondergli qualcosa, nemmeno lui fosse un insegnante pignolo o un genitore severo, lo mandava in bestia. Da qualche giorno a quella parte si svegliava ogni mattina con l'intento di lasciar perdere tutta quella storia, di lasciar perdere lui, di non spendere neppure un pensiero riguardo all'intera faccenda, e, regolarmente, falliva. Se lo vedeva davanti quando scendeva per un caffè o a pranzare in mensa, proprio lui che non ne aveva mai voluto sentir parlare, con il naso in una qualche pubblicazione, in splendido isolamento, e non poteva fare a meno di tentare un'apertura nei suoi confronti.
Gli sembrava tornato il ragazzo introverso e solitario che era stato al liceo. Perfino i colleghi che lavoravano a più stretto contatto con lui gli confermavano che non parlava più dello stretto indispensabile, dirigendo i lavori con zelo e precisione perfino maggiori del solito e scoraggiando qualsiasi tentativo di relazione umana.
Rimaneva ancora sul lavoro un numero impressionante di ore. La sua collega, Anna, che, nel tempo, aveva finito per instaurare un rapporto di discreta confidenza con Andrea, gli aveva detto che rientrare in laboratorio, ogni mattina, dava una sconcertante sensazione di irrealtà.
"È come se di notte passassero i folletti delle procedure di analisi" così si era espressa, mascherando il suo disagio dietro una risata nervosa "lasciamo il lavoro ad un certo punto, chiudiamo tutto per andare a casa, e, quando torniamo, è tutto finito, pronto e preciso come per magia. Non so quanto tempo passi lì dentro da solo, ma o è una specie di superman, o devono essere davvero un bel po' di ore." Aveva poi concluso, guardandolo con aria interrogativa.
Certo, si aspettava una risposta, da lui. Una risposta che non era arrivata.
'E cosa dovevo fare?' Si chiese Andrea raggiungendo finalmente il suo ufficio 'dirle che erano vere entrambe le cose? Che quando si concentra su qualcosa è peggio di una macchina e, ultimamente, vive praticamente lì dentro, tanto che potrei allegramente lasciare a casa loro due e tenere solo lui, senza che il lavoro rallenti di una mezza giornata?'
Posò i fogli che aveva ancora in mano e si passò una mano fra i riccioli scuri. Il suo gesto di stanca perplessità si trasformò in una smorfia di rabbia. L'aveva fatto di nuovo, c'era cascato un'altra volta. Stava di nuovo macinando in testa tutta quella storia.
"Ma vaffanculo, coglione oversize psicolabile di merda!" Brontolò a mezza voce, lasciandosi cadere sulla sedia. Si sentiva stanco e tutta quella storia non gli suonava per niente bene.
Disgustato di se stesso e sentendosi un debole per il fatto di non riuscire a scacciare dalla propria mente l'aria sempre più pallida e chiusa di Dario né l'idea che Bea potesse essere in cattive acque, finalmente, cedette a quello che era stato il suo primo impulso fin dalla sera in cui aveva parlato di tutto questo con Elena e sua madre. Storcendo la bocca in una smorfia amara, si allungò per afferrare il telefono e lo trascinò verso di sé, posandosi la tastiera in grembo mentre incastrava la cornetta fra l'orecchio e la spalla. Gli serviva una mano libera per consultare la rubrica del cellulare. Non aveva mai imparato a mente il numero di Vittorio.
Viola prese in consegna Beatrice appena varcò la soglia, apparendo sul marciapiedi, accanto a Dora. Per quanto sapesse che gli intenti della donna erano fra i più protettivi e materni, non poté fare a meno di equiparare quell'immagine a quella di un carcerato condotto e scortato da una guardia. Bea appariva recalcitrante, quasi intimidita dalla luce del sole e dall'aria aperta.
Non oppose comunque alcuna resistenza, tolta l'espressione scura del viso, a coprire i pochi passi che la separavano dall'auto di Viola ed entrarvi.
Si sistemò sul sedile con un piccolo sospiro e si rivolse immediatamente a Dora, che si era chinata, sollecita, sullo sportello aperto.
"Dodo, sto, bene, tranquilla. Tutto a posto." La rassicurò con una voce che Viola trovò incredibilmente ferma e calma.
"Ma diglielo, al dottore, che continui a fumare." Le ricordò Dora con aria di severa disapprovazione.
"Te l'ho promesso, glielo dico."
"E che non mangi niente, gli devi dire." Bea sbuffò e Viola ebbe il sospetto che quella conversazione si fosse già svolta, negli identici termini, molte volte durante quella giornata.
"Non è vero che..." Dora stroncò la protesta dissentendo energicamente.
"Diglielo."
"Va bene, va bene, glielo dico." Si arrese Beatrice, lasciando cadere le spalle, che fino a quel momento erano rimaste leggermente sollevate in un atteggiamento protettivo. Si rilassò sul rivestimento tiepido del seggiolino. "Adesso possiamo andare? Facciamo tardi, Dodo." La donna si ritrasse di malavoglia dallo spazio lasciato dalla portiera spalancata.
I suoi occhi non si staccavano da Bea, come se davvero non potesse fare a meno di trattenere anche solo quel minimo contatto con lei. Richiuse con delicatezza lo sportello e le lasciò andare, rispondendo con un cenno lieve al saluto che Viola le lanciò attraverso il finestrino chiuso.
"Mi sembra a me, o è un tantino in ansia?" Ridacchiò Viola, quando il marciapiede davanti alla casa non fu più in vista. Bea esplose in un sospiro melodrammatico.
"Neanche stessi partendo per la guerra di Crimea! È tanto cara, guarda, un angelo del cielo, ma certe volte..."
"Diventa una scassamaroni di prima?"
"Eh." Rispose laconica Beatrice.
"Rassegnati. Mia mamma quando mi consiglia di comprare qualcosa per una ricetta mi dice ancora 'devi andare dal signor macellaio e dirgli: mi dà per cortesia...' te lo immagini? Dev'essere una cosa della loro generazione, proprio."
Bea ridacchiò sommessamente, rincuorando di molto l'amica. Era evidentemente provata, stanca come mai l'aveva vista prima e decisamente più magra di quanto lo fosse stata nell'ultimo anno, ma se riusciva ancora a ridere di una cosa del genere, forse, qualche speranza rimaneva.
"Allora" disse poi Beatrice con aria imbarazzata. "Cos'è che mi fanno, oggi, si può sapere? Cioè, tanto per capire..."
"Hai paura?" Lo sguardo di Bea, fisso sul finestrino, saettò rapido sul viso di Viola e ritorno.
"No, figurati. Paura del dottore è da un pezzo che non ce l'ho più. È solo, sai...per sapere." Aveva una fifa del diavolo, ma non l'avrebbe ammesso neppure sotto minaccia di morte. Non aveva mai amato i medici, men che meno i ginecologi, detestava la sola idea di essere incinta e nemmeno costringendosi riusciva a pensare a come avrebbe potuto essere partorire un bambino e trovarselo in braccio, sola com'era rimasta. La agghiacciava il pensiero di non sapere nemmeno cosa aspettarsi da quella prima visita e aveva trascorso la notte quasi completamente in bianco, dandosi della stipida per non aver trovato la forza di fare un salto in biblioteca per documentarsi.
Viola dovette percepire in parte o del tutto ciò che provava, perché le rispose in un tono calmo e quasi didattico, raccontandole in termini semplici in cosa sarebbe consistita la visita.
Quando ebbe finito di parlare, erano arrivate a destinazione. Parcheggiò l'auto ed accompagnò l'amica al piano a cui si trovava lo studio medico.
Fu lei a parlare, in tono discreto e sorridente, alla signorina della reception, mentre Bea si guardava attorno, circondata da quadri astratti e donne con l'aria soddisfatta e rilassata che parevano enormemente fiere delle loro pance abitate, sentendosi sempre più fuori luogo.
Aveva paura, ma non era quello il punto. Detestava la sensazione di essere sbagliata, il senso come di colpa incombente, che le dava quella situazione. Il fatto stesso di non essere felice di quello che le stava accadendo la faceva sentire una persona orribile e quel sentimento generava in lei un'istantanea ribellione, che non faceva che peggiorare le cose.
Poi i suoi occhi si posarono su una delle donne nella sala d'attesa. Sedeva dietro la curva decisa del suo ventre, accarezzandola lieve. Appariva affaticata ma aggraziata, come un'antica divinità della fertilità,col collo torto e disteso per guardare negli occhi l'uomo che le sedeva accanto. Il viso di lui era illuminato dal calore dell'affetto. Il suo sguardo comprendeva la donna in una calda bolla di protezione, quasi visibile tanto era intensa. Beatrice non riusciva a sentire cosa si stessero dicendo, ma il senso generale di legame, di affetto e fusione fra loro le riempì gli occhi di lacrime come uno schiaffo improvviso in pieno volto.
Si sedette il più lontano possibile ed estrasse un immancabile libro dalla borsa.
Era un tascabile gualcito, un vecchio libraccio di puro intrattenimento. Vi si seppellì dentro come ne andasse della sua vita, concentrandosi volutamente su ogni frase con un accanimento quasi ossessivo, costringendosi e riprendere dall'ultimo capoverso ogni volta che la sua mente si distraeva.
Quando la chiamarono per entrare nell'ambulatorio, si accorse, con divertimento e sconcerto, di averne imparato alcuni brani a memoria.
Avrebbe voluto chiamare Viola perché le facesse compagnia, ma all'ultimo non ne ebbe il coraggio ed entrò sola.
Mentre il medico, un gentile signore di mezza età dallo sguardo comprensivo, disbrigava le formalità riguardanti l'anamnesi, una strana forma di panico si impadronì di lei. Aveva passato le ultime settimane in uno stato di profonda prostrazione, rifiutando di fare qualunque cosa, intimamente convinta che qualunque gesto, qualunque parola, sarebbero stati inutili una volta giunta a quel punto, un mero esercizio di forma, vuoto di ogni significato. Il dolore per l'assenza di Dario, per la sua voluta lontananza, aveva colmato ogni piega ed ogni fessura del suo essere, fino a cancellare qualunque altro aspetto della realtà circostante.
Ora, invece, non provava più niente. Nulla, come fosse stata una passante solo casualmente coinvolta in tutta la faccenda, in tutta quella storia intricata che riguardava quei tali Beatrice e Dario.
Sollievo e senso di perdita si contesero la sua attenzione per un breve momento, prima che le parole del medico la strappassero alle sue considerazioni interiori per riportarla bruscamente alla realtà.
"Molto bene." Disse il ginecologo, chiudendo con un gesto fluido la sottile cartella azzurrina ed alzandosi. "Si spogli e si accomodi sul lettino." Ovviamente non era la prima volta che Bea si sottoponeva a quel tipo di visita, ma la piccola, clandestina presenza che ospitava dava a tutta la quesrione un aspetto diverso.
Si ritirò dietro al paravento.
"Senza offesa" disse mentre si sfilava i pantaloni e le mutandine "ma mi sono sempre chiesta perché diavolo ci lasciate spogliare ben nascoste, se poi dobbiamo metterci in posizione ginecologica. Voglio dire, non ha un gran senso, no?" Le fuggì una risatina nervosa, tesa, cui il medico fece eco con garbo, senza replicare. La aspettava. Bea prese fiato e si sistemò nel modo più comodo possibile, considerata la situazione.
"C'è una cosa che non le ho detto." Esordì mentre il medico iniziava a lavorare con aria concentrata.
"Dica pure. Qalcosa che riguarda la gravidanza?"
"Si. Insomma. Riguarda il...sa, il mio..."
"Il padre?" Bea chiuse per un attimo le palpebre. Ancora non l'aveva mai pensato, in quei termini, ma supponeva fosse formalmente corretto.
"Si. Riguarda il padre. Lui dovrebbe essere mio cugino, sa, di primo grado." Il medico mosse lievemente la sonda dell'ecografo dentro di lei.
"Dovrebbe? Non ne è certa?"
"Mia madre diceva così, ma non ho la certezza che mi abbia detto la verità. Sa come sono queste storie complicate di famiglia e..."
"La cosa la preoccupa?" Beatrice deglutì. Era dura dar voce a qualcosa che le ronzava in testa da tanto tempo.
"Esiste una possibilità che io e lui siamo figli dello stesso padre. Ma, le ripeto, non ne ho una certezza. Mia madre diceva di no." Il ginecologo annuì, come se la cosa non lo sconvolgesse affatto. E con ogni probabilità era proprio così, riflettè Beatrice, chissà quante storie di quel genere aveva sentito negli anni.
"Bene, ha fatto benissimo a dirmelo, signora Bizzarri. In considerazione di questo e della sua età, direi che le consiglio un'amniocentesi, più tardi le spiegherò tutto quanto. Per ora questo ragazzino..." allungò la mano verso il macchinario alla sua destra e fece qualche aggiustamento. Un rumore sordo, come un lontano rotolare, si diffuse nella stanza. "Come può sentire, sta benissimo.
Bea si alzò per metà sul lettino, appoggiandosi ai gomiti. Non potè evitarlo.
"Ma questo è...?"
"Il cuore di suo figlio. Perfetto, direi. Vuole vederlo?" Ogni pensiero parve evaporare dalla sua testa. Annuì e il medico girò verso di lei uno schermo fitto di larghe chiazze in tutti i toni del grigio. Con il dito la aiutò a distinguere i contorni di qualcosa che pareva un grosso girino bitorzoluto, o forse un pulcino magro. Vedere quelle chiazze non le fece affatto impressione. Ma quel suono, quel rombo che perdurava, forte, che invadeva prepotente la stanza, quello la svegliò come una secchiata d'acqua gelida.
Aveva un cuore che batteva, chiunque fosse. Era vivo. Ed aveva solo lei, lei sola al mondo.
Se lei si fosse arresa, si rese conto di schianto, a quel tizio, al proprietario di quel cuore, non sarebbe rimasto nulla, forse nemmeno la vita.
In un lampo le parve di rivedersi, lasciata, abbandonata, costretta nel silenzio, piegata e conficcata a viva forza nei ritagli del tempo altrui, ad attendere, a mendicare, a ricordare ogni viso amato.
Dario non lo voleva. Non voleva nessuno di loro due. Suo padre era da escludere e se la zia avesse osato anche solo avvicinarsi avrebbe vissuto un'esperienza decisamente sconveniente. Sua madre era morta, persa per sempre, e, ad ogni modo, non aveva saputo proteggere nemmeno lei, a suo tempo.
No. Chiunque fosse, da ovunque fosse arrivato, la sua unica speranza era lei. Con stupore, sentì il profondo del suo essere ruggire in risposta.
Nessuno avrebbe fatto a quel piccolo guastafeste privo di tempismo quello che avevano fatto a lei.
Alzò gli occhi in quelli del medico.
"Quando si può fare, un test di paternità?" L'uomo le parve appena perplesso, ma rispose senza indugi.
"Possiamo includerlo anche nell'indagine dell'amniocentesi, se vuole. Ci servirà un campione preso dal presunto padre, ovviamente." Bea agitò una mano nell'aria, come a cancellare quella frase.
"Avrete tutto quello che vi occorre." Sentenziò asciutta.
Gli avrebbe fatto sputare fino all'ultimo centesimo necessario per il benessere di suo figlio, a calci, se appena fosse stato possibile.
Il piccolo teppista avrebbe avuto solo il meglio del meglio. E quanto a Dario, avrebbe fatto meglio ad imparare a cavarsela da solo.
Aveva qualcun altro da difendere, lei, ora.