venerdì 20 febbraio 2015

58

Andrea uscì dalla stanza dove si tenevano i colloqui e buttò con un gesto stizzoso i suoi foglo di appunti sulla scrivania subito fuori della porta, mandandoli a scivolare sulla superficie lucida e, di lì, a sparpagliarsi a terra.
La ragazza della reception, che occupava quella scrivania e che in quel momento stava ascoltando con un certo fastidio l'ennesima musica ripetitiva di attesa attraverso la cornetta del telefono, gli lanciò una lunga occhiata interrogativa.
"Cosa c'è?" Le chiese lui senza alcun garbo, girando attorno alla scrivania per raccattare quello che aveva fatto cadere a terra. Nascose chinandosi la fitta di vergogna che gli venne dal suo stesso atteggiamento. Era del tutto inutile che se la prendesse con lei. Sapeva benissimo per quale motivo tutti lo guardavano straniti. La sua irritazione, il senso di frustrazione che provava, stava iniziando a trapelare, come una luce forte, attraverso le crepe del suo abituale comportamento gioviale. Non era da lui andarsene prima che l'ultimo dei candidati fosse stato esaminato, così come non erano da lui quegli scatti di stizza infantile.
Arraffò i fogli in un mucchio scomposto e si rialzò.
"Senti, scusami. Oggi proprio non è giornata, per me." Disse alla ragazza, condendo le sue scuse con un piccolo sorriso che chiedeva comprensione.
In quel momento la musica di attesa dovette finire, perché lei ebbe un piccolo sussulto ed iniziò a parlare nel telefono. Sventolò una mano in direzione di Andrea, assolvendolo dalla sua scortesia, mentre apriva una delle numerose agende sparse sul piano della scrivania, e lui reputò di potersene finalmente andare senza problemi.
Se di norma camminava a passi regolari e misurati, quasi dovesse tenere un ritmo che gli consentisse di superare lunghe distanze, quel giorno i suoi piedi si muovevano in falcate, calcando i pavimenti color uovo quasi con intento vendicativo.
Era arrabbiato nero, a dire la verità, frustrato ed offeso, e la causa, ancora una volta, era da ricercare niente meno che in quei due pazzoidi, alieni insensati ed autolesionisti, che costituivano la sua personale croce fin dagli anni del liceo.
Ne aveva abbastanza di farsi trattare da Dario come una seccatura, delle scuse che accampava ad ogni suo tentativo di trovarsi come facevano da anni per una passeggiata e quattro chiacchiere, del suo ignorare le chiamate ed i messaggi. Non gli serviva certo un aiuto per capire quando veniva escluso dalla vita di qualcuno, quando era indesiderato.
Dopo tutto quell'impegno, tutto quello che avevano condiviso, dopo tutta la fiducia di cui aveva investito quello stronzo psicolabile, era certo che, oltre a non voler parlare con lui di qualunque cosa stesse accadendo con Bea, gli stesse anche attivamente nascondendo qualcosa. Era come se temesse di trovarsi da solo a solo con lui, per paura che gli scappasse una parola o un gesto di troppo.
Andrea era pronto a rispettare il desiderio dell'altro di porre sotto un velo di silenzio quello che, con tutta, evidenza, lo stava facendo soffrire, ma l'idea che Dario si sentisse in obbligo di nascondergli qualcosa, nemmeno lui fosse un insegnante pignolo o un genitore severo, lo mandava in bestia. Da qualche giorno a quella parte si svegliava ogni mattina con l'intento di lasciar perdere tutta quella storia, di lasciar perdere lui, di non spendere neppure un pensiero riguardo all'intera faccenda, e, regolarmente, falliva. Se lo vedeva davanti quando scendeva per un caffè o a pranzare in mensa, proprio lui che non ne aveva mai voluto sentir parlare, con il naso in una qualche pubblicazione, in splendido isolamento, e non poteva fare a meno di tentare un'apertura nei suoi confronti.
Gli sembrava tornato il ragazzo introverso e solitario che era stato al liceo. Perfino i colleghi che lavoravano a più stretto contatto con lui gli confermavano che non parlava più dello stretto indispensabile, dirigendo i lavori con zelo e precisione perfino maggiori del solito e scoraggiando qualsiasi tentativo di relazione umana.
Rimaneva ancora sul lavoro un numero impressionante di ore. La sua collega, Anna, che, nel tempo, aveva finito per instaurare un rapporto di discreta confidenza con Andrea, gli aveva detto che rientrare in laboratorio, ogni mattina, dava una sconcertante sensazione di irrealtà.
"È come se di notte passassero i folletti delle procedure di analisi" così si era espressa, mascherando il suo disagio dietro una risata nervosa "lasciamo il lavoro ad un certo punto, chiudiamo tutto per andare a casa, e, quando torniamo, è tutto finito, pronto e preciso come per magia. Non so quanto tempo passi lì dentro da solo, ma o è una specie di superman, o devono essere davvero un bel po' di ore." Aveva poi concluso, guardandolo con aria interrogativa.
Certo, si aspettava una risposta, da lui. Una risposta che non era arrivata.
'E cosa dovevo fare?' Si chiese Andrea raggiungendo finalmente il suo ufficio 'dirle che erano vere entrambe le cose? Che quando si concentra su qualcosa è peggio di una macchina e, ultimamente, vive praticamente lì dentro, tanto che potrei allegramente lasciare a casa loro due e tenere solo lui, senza che il lavoro rallenti di una mezza giornata?'
Posò i fogli che aveva ancora in mano e si passò una mano fra i riccioli scuri. Il suo gesto di stanca perplessità si trasformò in una smorfia di rabbia. L'aveva fatto di nuovo, c'era cascato un'altra volta. Stava di nuovo macinando in testa tutta quella storia.
"Ma vaffanculo, coglione oversize psicolabile di merda!" Brontolò a mezza voce, lasciandosi cadere sulla sedia. Si sentiva stanco e tutta quella storia non gli suonava per niente bene.
Disgustato di se stesso e sentendosi un debole per il fatto di non riuscire a scacciare dalla propria mente l'aria sempre più pallida e chiusa di Dario né l'idea che Bea potesse essere in cattive acque, finalmente, cedette a quello che era stato il suo primo impulso fin dalla sera in cui aveva parlato di tutto questo con Elena e sua madre. Storcendo la bocca in una smorfia amara, si allungò per afferrare il telefono e lo trascinò verso di sé, posandosi la tastiera in grembo mentre incastrava la cornetta fra l'orecchio e la spalla. Gli serviva una mano libera per consultare la rubrica del cellulare. Non aveva mai imparato a mente il numero di Vittorio.

Viola prese in consegna Beatrice appena varcò la soglia, apparendo sul marciapiedi, accanto a Dora. Per quanto sapesse che gli intenti della donna erano fra i più protettivi e materni, non poté fare a meno di equiparare quell'immagine a quella di un carcerato condotto e scortato da una guardia. Bea appariva recalcitrante, quasi intimidita dalla luce del sole e dall'aria aperta.
Non oppose comunque alcuna resistenza, tolta l'espressione scura del viso, a coprire i pochi passi che la separavano dall'auto di Viola ed entrarvi.
Si sistemò sul sedile con un piccolo sospiro e si rivolse immediatamente a Dora, che si era chinata, sollecita, sullo sportello aperto.
"Dodo, sto, bene, tranquilla. Tutto a posto." La rassicurò con una voce che Viola trovò incredibilmente ferma e calma.
"Ma diglielo, al dottore, che continui a fumare." Le ricordò Dora con aria di severa disapprovazione.
"Te l'ho promesso, glielo dico."
"E che non mangi niente, gli devi dire." Bea sbuffò e Viola ebbe il sospetto che quella conversazione si fosse già svolta, negli identici termini, molte volte durante quella giornata.
"Non è vero che..." Dora stroncò la protesta dissentendo energicamente.
"Diglielo."
"Va bene, va bene, glielo dico." Si arrese Beatrice, lasciando cadere le spalle, che fino a quel momento erano rimaste leggermente sollevate in un atteggiamento protettivo. Si rilassò sul rivestimento tiepido del seggiolino. "Adesso possiamo andare? Facciamo tardi, Dodo." La donna si ritrasse di malavoglia dallo spazio lasciato dalla portiera spalancata.
I suoi occhi non si staccavano da Bea, come se davvero non potesse fare a meno di trattenere anche solo quel minimo contatto con lei. Richiuse con delicatezza lo sportello e le lasciò andare, rispondendo con un cenno lieve al saluto che Viola le lanciò attraverso il finestrino chiuso.
"Mi sembra a me, o è un tantino in ansia?" Ridacchiò Viola, quando il marciapiede davanti alla casa non fu più in vista. Bea esplose in un sospiro melodrammatico.
"Neanche stessi partendo per la guerra di Crimea! È tanto cara, guarda, un angelo del cielo, ma certe volte..."
"Diventa una scassamaroni di prima?"
"Eh." Rispose laconica Beatrice.
"Rassegnati. Mia mamma quando mi consiglia di comprare qualcosa per una ricetta mi dice ancora 'devi andare dal signor macellaio e dirgli: mi dà per cortesia...' te lo immagini? Dev'essere una cosa della loro generazione, proprio."
Bea ridacchiò sommessamente, rincuorando di molto l'amica. Era evidentemente provata, stanca come mai l'aveva vista prima e decisamente più magra di quanto lo fosse stata nell'ultimo anno, ma se riusciva ancora a ridere di una cosa del genere, forse, qualche speranza rimaneva.
"Allora" disse poi Beatrice con aria imbarazzata. "Cos'è che mi fanno, oggi, si può sapere? Cioè, tanto per capire..."
"Hai paura?" Lo sguardo di Bea, fisso sul finestrino, saettò rapido sul viso di Viola e ritorno.
"No, figurati. Paura del dottore è da un pezzo che non ce l'ho più. È solo, sai...per sapere." Aveva una fifa del diavolo, ma non l'avrebbe ammesso neppure sotto minaccia di morte. Non aveva mai amato i medici, men che meno i ginecologi, detestava la sola idea di essere incinta e nemmeno costringendosi riusciva a pensare a come avrebbe potuto essere partorire un bambino e trovarselo in braccio, sola com'era rimasta. La agghiacciava il pensiero di non sapere nemmeno cosa aspettarsi da quella prima visita e aveva trascorso la notte quasi completamente in bianco, dandosi della stipida per non aver trovato la forza di fare un salto in biblioteca per documentarsi.
Viola dovette percepire in parte o del tutto ciò che provava, perché le rispose in un tono calmo e quasi didattico, raccontandole in termini semplici in cosa sarebbe consistita la visita.
Quando ebbe finito di parlare, erano arrivate a destinazione. Parcheggiò l'auto ed accompagnò l'amica al piano a cui si trovava lo studio medico.
Fu lei a parlare, in tono discreto e sorridente, alla signorina della reception, mentre Bea si guardava attorno, circondata da quadri astratti e donne con l'aria soddisfatta e rilassata che parevano enormemente fiere delle loro pance abitate, sentendosi sempre più fuori luogo.
Aveva paura, ma non era quello il punto. Detestava la sensazione di essere sbagliata, il senso come di colpa incombente, che le dava quella situazione. Il fatto stesso di non essere felice di quello che le stava accadendo la faceva sentire una persona orribile e quel sentimento generava in lei un'istantanea ribellione, che non faceva che peggiorare le cose.
Poi i suoi occhi si posarono su una delle donne nella sala d'attesa. Sedeva dietro la curva decisa del suo ventre, accarezzandola lieve. Appariva affaticata ma aggraziata, come un'antica divinità della fertilità,col collo torto e disteso per guardare negli occhi l'uomo che le sedeva accanto. Il viso di lui era illuminato dal calore dell'affetto. Il suo sguardo comprendeva la donna in una calda bolla di protezione, quasi visibile tanto era intensa. Beatrice non riusciva a sentire cosa si stessero dicendo, ma il senso generale di legame, di affetto e fusione fra loro le riempì gli occhi di lacrime come uno schiaffo improvviso in pieno volto.
Si sedette il più lontano possibile ed estrasse un immancabile libro dalla borsa.
Era un tascabile gualcito, un vecchio libraccio di puro intrattenimento. Vi si seppellì dentro come ne andasse della sua vita, concentrandosi volutamente su ogni frase con un accanimento quasi ossessivo, costringendosi e riprendere dall'ultimo capoverso ogni volta che la sua mente si distraeva.
Quando la chiamarono per entrare nell'ambulatorio, si accorse, con divertimento e sconcerto, di averne imparato alcuni brani a memoria.
Avrebbe voluto chiamare Viola perché le facesse compagnia, ma all'ultimo non ne ebbe il coraggio ed entrò sola.
Mentre il medico, un gentile signore di mezza età dallo sguardo comprensivo, disbrigava le formalità riguardanti l'anamnesi, una strana forma di panico si impadronì di lei. Aveva passato le ultime settimane in uno stato di profonda prostrazione, rifiutando di fare qualunque cosa, intimamente convinta che qualunque gesto, qualunque parola, sarebbero stati inutili una volta giunta a quel punto, un mero esercizio di forma, vuoto di ogni significato. Il dolore per l'assenza di Dario, per la sua voluta lontananza, aveva colmato ogni piega ed ogni fessura del suo essere, fino a cancellare qualunque altro aspetto della realtà circostante.
Ora, invece, non provava più niente. Nulla, come fosse stata una passante solo casualmente coinvolta in tutta la faccenda, in tutta quella storia intricata che riguardava quei tali Beatrice e Dario.
Sollievo e senso di perdita si contesero la sua attenzione per un breve momento, prima che le parole del medico la strappassero alle sue considerazioni interiori per riportarla bruscamente alla realtà.
"Molto bene." Disse il ginecologo, chiudendo con un gesto fluido la sottile cartella azzurrina ed alzandosi. "Si spogli e si accomodi sul lettino." Ovviamente non era la prima volta che Bea si sottoponeva a quel tipo di visita, ma la piccola, clandestina presenza che ospitava dava a tutta la quesrione un aspetto diverso.
Si ritirò dietro al paravento.
"Senza offesa" disse mentre si sfilava i pantaloni e le mutandine "ma mi sono sempre chiesta perché diavolo ci lasciate spogliare ben nascoste, se poi dobbiamo metterci in posizione ginecologica. Voglio dire, non ha un gran senso, no?" Le fuggì una risatina nervosa, tesa, cui il medico fece eco con garbo, senza replicare. La aspettava. Bea prese fiato e si sistemò nel modo più comodo possibile, considerata la situazione.
"C'è una cosa che non le ho detto." Esordì mentre il medico iniziava a lavorare con aria concentrata.
"Dica pure. Qalcosa che riguarda la gravidanza?"
"Si. Insomma. Riguarda il...sa, il mio..."
"Il padre?" Bea chiuse per un attimo le palpebre. Ancora non l'aveva mai pensato, in quei termini, ma supponeva fosse formalmente corretto.
"Si. Riguarda il padre. Lui dovrebbe essere mio cugino, sa, di primo grado." Il medico mosse lievemente la sonda dell'ecografo dentro di lei.
"Dovrebbe? Non ne è certa?"
"Mia madre diceva così, ma non ho la certezza che mi abbia detto la verità. Sa come sono queste storie complicate di famiglia e..."
"La cosa la preoccupa?" Beatrice deglutì. Era dura dar voce a qualcosa che le ronzava in testa da tanto tempo.
"Esiste una possibilità che io e lui siamo figli dello stesso padre. Ma, le ripeto, non ne ho una certezza. Mia madre diceva di no." Il ginecologo annuì, come se la cosa non lo sconvolgesse affatto. E con ogni probabilità era proprio così, riflettè Beatrice, chissà quante storie di quel genere aveva sentito negli anni.
"Bene, ha fatto benissimo a dirmelo, signora Bizzarri. In considerazione di questo e della sua età, direi che le consiglio un'amniocentesi, più tardi le spiegherò tutto quanto. Per ora questo ragazzino..." allungò la mano verso il macchinario alla sua destra e fece qualche aggiustamento. Un rumore sordo, come un lontano rotolare, si diffuse nella stanza. "Come può sentire, sta benissimo.
Bea si alzò per metà sul lettino, appoggiandosi ai gomiti. Non potè evitarlo.
"Ma questo è...?"
"Il cuore di suo figlio. Perfetto, direi. Vuole vederlo?" Ogni pensiero parve evaporare dalla sua testa. Annuì e il medico girò verso di lei uno schermo fitto di larghe chiazze in tutti i toni del grigio. Con il dito la aiutò a distinguere i contorni di qualcosa che pareva un grosso girino bitorzoluto, o forse un pulcino magro. Vedere quelle chiazze non le fece affatto impressione. Ma quel suono, quel rombo che perdurava, forte, che invadeva prepotente la stanza, quello la svegliò come una secchiata d'acqua gelida.
Aveva un cuore che batteva, chiunque fosse. Era vivo. Ed aveva solo lei, lei sola al mondo.
Se lei si fosse arresa, si rese conto di schianto, a quel tizio, al proprietario di quel cuore, non sarebbe rimasto nulla, forse nemmeno la vita.
In un lampo le parve di rivedersi, lasciata, abbandonata, costretta nel silenzio, piegata e conficcata a viva forza nei ritagli del tempo altrui, ad attendere, a mendicare, a ricordare ogni viso amato.
Dario non lo voleva. Non voleva nessuno di loro due. Suo padre era da escludere e se la zia avesse osato anche solo avvicinarsi avrebbe vissuto un'esperienza decisamente sconveniente. Sua madre era morta, persa per sempre, e, ad ogni modo, non aveva saputo proteggere nemmeno lei, a suo tempo.
No. Chiunque fosse, da ovunque fosse arrivato, la sua unica speranza era lei. Con stupore, sentì il profondo del suo essere ruggire in risposta.
Nessuno avrebbe fatto a quel piccolo guastafeste privo di tempismo quello che avevano fatto a lei.
Alzò gli occhi in quelli del medico.
"Quando si può fare, un test di paternità?" L'uomo le parve appena perplesso, ma rispose senza indugi.
"Possiamo includerlo anche nell'indagine dell'amniocentesi, se vuole. Ci servirà un campione preso dal presunto padre, ovviamente." Bea agitò una mano nell'aria, come a cancellare quella frase.
"Avrete tutto quello che vi occorre." Sentenziò asciutta.
Gli avrebbe fatto sputare fino all'ultimo centesimo necessario per il benessere di suo figlio, a calci, se appena fosse stato possibile.
Il piccolo teppista avrebbe avuto solo il meglio del meglio. E quanto a Dario, avrebbe fatto meglio ad imparare a cavarsela da solo.
Aveva qualcun altro da difendere, lei, ora.

domenica 15 febbraio 2015

57

Dora sospirò cercando sul fondo della capiente borsa marrone la chiave. Gliel'aveva data Beatrice, quel primo giorno in cui era capitata quasi per caso da loro e l'aveva trovata raggomitolata nel letto, intontita per il troppo piangere e con le labbra spaccate dalla sete. Da quel giorno, era arrivata da lei, puntuale, ogni mattina, e aveva, pezzetto per pezzetto, rimesso insieme la catena di eventi che aveva portato a quel tracollo.
Aprì il portone e rimase per un attimo nel piccolo ingresso. Un altro sospiro le scaturì dal fondo del petto generoso, mentre si guardava attorno.
Poche stoviglie, perfettamente pulite ed ordinate, messe a sgocciolare sul lavandino. Il salotto deserto, con la sensazione che fosse vuoto da un bel pezzo ad aleggiare nell'aria. Le finestre accostate, che spandevano una sgradevole penombra nella casa silenziosa.
Le cose non si erano ancora messe a posto.
Dario, il suo Dario, non le rispondeva al telefono, rifiutava di parlarle. Non riusciva a capirne il motivo. Era sicura, per quanto potesse essere sicura di qualcosa, che Beatrice non gli avesse nemmeno rivolto la parola, figurarsi se poteva avergli parlato delle sue visite giornaliere.
Eppure, doveva aver intuito qualcosa, o, forse, lo sperò con tutto il cuore, mentre iniziava a salire, uno scalino dietro l'altro, sentendosi persino più pesante del normale, come gravata dell'atmosfera di disastro imminente di quel luogo, forse sapeva, in fondo, di star facendo qualcosa di sbagliato. Forse era vergogna, quella che lo portava a rifiutare il confronto con lei, e non presunzione. Dopotutto, il cuore ce l'aveva sempre avuto al posto giusto, quel ragazzo.
Almeno, lei l'aveva sempre pensata così, prima di vedere quello che vedeva ogni giorno in quella casa.
Aprì con infinita dolcezza la porta scura dietro la quale, nella semi oscurità della camera da letto, si intuiva appena la sagoma della donna ranicchiata fra le coltri.
L'odore era terribile, rancido, di chiuso e di disperazione, l'odore di un malato grave rinchiuso in una stanza da cui non sperava nemmeno più di uscire.
Non era quella l'accoglienza che si sarebbe dovuta riservare ad una nuova vita in arrivo, pensò ancora una volta, accostandosi al letto. Con un gesto distratto, passò la mano sul pelo arruffato del canetto, che non si muoveva da accanto alla padrona se non per mangiare ed espletare i suoi bisogni.
"Beatrice, svegliati, è tardi. C'è il sole, oggi. E oggi tu mangi qualcosa adesso, si?" La sagoma sotto le coperte si mosse appena, nascondendo ulteriormente il volto.
"Dodo? Ma sei già arrivata? Che ore sono?"
"Quasi le nove. Alzati, da brava, su. È ora di scendere, devi mangiare." Le sue parole scatenarono un flebile mugolio di protesta, che lei arrestò con il semplice espediente di scostare le coperte. Lo fece con gentile lentezza, con in finito amore, come l'aveva fatto durante ognuna delle malattie che avevano accompagnato l'infanzia di Bea, tanto tempo prima, eppure la donna sdraiata sul letto tremò, abbracciandosi stretta, come se l'avesse esposta ad una corrente glaciale.
"No...non voglio alzarmi. Ti prego, Dora. Lasciami stare qui." Dora schioccò sommessamente la lingua contro il palato esprimendo il suo dissenso e le passò un braccio attorno alle spalle per trarla a sedere sul letto.
Pareva un  fagotto di stracci, non una donna. In pochi giorni pareva che la carne le si fosse sciolta da sopra le ossa e non faceva che starsene nascosta fra le coperte, rivestita da strati concentrici di vestiti.
Obbediente, nonostante le deboli proteste, Bea si alzò e seguì Dora al piano di sotto, nella cucina pulita ed ariosa.
Quando la donna accese le luci sopra i fornellimed il lavello, si schermò gli occhi con le mani, ma si sedette ugualmente dove lei le indicava, senza opporre la minima resistenza.
Le pareva di non avere più una volontà sua. Era diventata solo un organismo che provava dolore, una cellula che gridava la sua agonia sotto lo sguardo spietato della lente di un microscopio.
Negli ultimi giorni, almeno tre, aveva iniziato a rigettare con momotona regolarità dall'alba fino al momento, che le sembrava sempre troppo lontano, in cui sentiva la porta di ingresso chiudersi dietro a Dario.
Non riusciva a buttare giù nulla, da sola, i suoi pasti si erano ridotti a quello che Dora la costringeva, con materna pazienza, a mangiare la mattina e a pranzo, perciò i suoi conati antelucani strizzavano con crudele metodicità uno stomaco vuoto e già fin troppo provato dai lunghi digiuni.
Era tornata d'un tratto, senza alcuna soluzione di continuità, ai tempi del suo primo ingresso in quella casa. Non era che non volesse mangiare. Era che non le importava, non sentiva nemmeno lo stimolo della fame, ed il tempo le sfuggiva dalla mente, come una manciata d'acqua attraverso le dita.
Passava quasi tutto il tempo in uno stato di torpore che non poteva definirsi sonno, ma era privo della lucidità della veglia, e ne era ben felice. Stava moltoo attenta a non fare nulla chenpotesse contrastare quello stato, rovinandolo o rompendone il perfetto equilibrio. Senza di esso, le sarebbe stato impossibile sopportare i lievi rumori che produceva Dario vivendole attorno, senza mai sfiorarla, senza mai rivolgerle la parola. Non era più tornato nella loro stanza, nemmeno per rifornirsi di abiti puliti.
L'aveva chiusa fuori, lui stesso, con le sue mani e la sua volontà. Bea provò il desiderio dimpiangere, ma si trattenne, di fronte a Dora.
L'aveva chiusa fuori, al buio e al freddo, lontana da lui, e lei nonnpoteva farci niente. Sarebbe stata ben disposta a combattere se qualcosa, qualcuno si fosse frapposto fra loro. Ma se Dario davvero non la voleva accanto, avrebbe fatto a meno di imporgli la sua presenza.
Mentre Dora le posava di fronte il tè caldo e un intero piatto di biscotti, si chiese ancora una volta se sarebbe riuscitama scivolare via, se le sarebbe stato possibile, quella volta, passare dal suomstato di torpore al sonno e dal sonno non svegliarsi semplicemente più. Sarebbe stato meglio per lei, meglio per tutti. La cessazione del dolore le appariva come il più ambito dei premi, in quel momento.
Una parte della sua mente cercò affannosamente dimricordarle che solompoco tempo prima era stata felice, che era possibile essere felici, ma lei la zittì con spossata decisione. Non poteva pensarci, ora. Sarebbe stato peggio, come pensare ad un bel bicchiere di acqua fresca quando si è arsi dalla sete.
'No' si ripetè 'l'unica soluzione felice per tutti sarebbe quella. Solo tornare a letto e non rialzarmi più.'
Senza preavviso, Dora batté il palmo della mano sul tavolo di feonte a lei, forte, facendola sussultare violentemente per il rumore improvviso.
"No, a queste cose non si pensa neanche." Le disse in tono perentorio. Bea la guardò attonita.
"Ma, Dora, scusami bene, non puoi sapere cosa penso."
"Quando sarai vecchia come me, allora saprai anche queste cose. Adesso mangia e smetti di pensare a queste cose brutte."
"Dora, sul serio, guarda che..." L'altra la ignorò volutamente.
"Così non è possibile andare avanti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Oggi chiamiamo la tua amica Viola."
"No. No, Dora, grazie, ma non voglio mettere in mezzo a questa storia nessun altro." La donna annuì, come se si fosse aspettata quella risposta.
"O chiami la tua amica, o io chiamo tuo padre." Beatrice si raddrizzò sdegnata.
"No, tu mio padre non lo chiami!" Dietro gli occhiali dalla montatura severa, Dora assunse un'espressione di sicurezza.
"Seimsicira che non lo chiamo? Io dico che lo chiamo." Bea sbuffò riportando la sua attenzione sui biscotti.
"Ma perchè, poi, scusa?"
"Devi vivere. Devi stare bene." Bea si sentì stringere il cuore. Le pareva che la stesse costringendo senza alcun motivo ad affrontare troppe prove.
"Ripeto: perché?" Le chiese. La voce rotta contraddiceva platealmente l'aria di sfida sul suo volto. Dora le posò una mano sulla spalla e si chinò su di lei.
"Perché sei la mia bambina, signorima. E io ti voglio bene." Le rispose con semplicità.

Dario osservava il cellulare, illuminato, vibrare sul piano di lavoro, accanto alla sua mano. Contò gli squilli, senza mai staccare gli occhi dal nome apparso sul display, fino a quando la persona dall'altra parte non si stancò, rinunciando al tentativo.
Non possedeva una segreteria telefonica, non l'aveva mai voluta. Le giudicava un enorme spreco di tempo e una notevole seccatura e nulla più. Se non aveva voglia di sentire quello che avevano da dirgli, non aveva senso che lo registrassero obbligandolo ad ascoltarlo comunque.
Quando il piccolo schermo si spense, riportò gli occhi sul suo lavoro. Non aveva nemmeno mosso la testa.
Non ne aveva la forza.
Andrea lo tallonava e, nonostante la sua dichiarazione di qualche giorno prima, quando gli aveva detto di essere disposto a rispettare il suo silenzio, la frequenza con cui lo vedeva spuntare ovunque lo impensieriva, lasciandogli presagire una qualche sorta di interrogatorio.
Perfino Dora pareva intenzionata a non mollare la presa, negli ulimi giorni.
Alla sua logica appariva evidente che le notizie si fossero diffuse, in qualche maniera, e non gli rimaneva che sperare che non fossero filtrate fin nei dettagli.
Una volta di più, si sentiva come messo all'angolo, circondato da benintenzionati che cercavano di premerlo e pressarlo nel tentativo di incunearlo nel punto esatto in cui credevano sarebbe stato meglio si trovasse.
Stavolta, però, davvero non se la sentiva di assecondarli. Gli pareva che tutta la sua vita, tutto quello per cui aveva lavorato, tutto quello che aveva sentito e provato in quegli ultimi anni, fosse crollato come un corpo morto, trascinandolo con sé. Sapeva come avrebbe dovuto sentirsi. Era cosciente che dopo un evento del genere rabbia, dolore e forse perfino disperazione avrebbero dovuto fargli trascorrere notti insonni e giornate disordinate.
La verità era che non sentiva nulla, se non il senso di fastidio, quasi di noia, per l'eccessiva invadenza delle persone che dicevano di volergli bene.
Perfino l'affetto per Dora e quellostrano senso di comunanza che aveva finito per provare verso Andrea, cameratismo, si corresse distrattamente, non erano niente di più che un concetto accademico.
Non aveva voglia di parlare con qualcuno che avrebbe fatto appello a sentimenti i quali, semplicemente, non sussistevano. Lo metteva in imbarazzo, come se si sentisse in difetto, in colpa, per il fatto di non provare nulla.
Una volta di più, il luogo in cui si sentiva più a suo agio, forse l'unico in cui si sentiva a suo agio, rimaneva il laboratorio. Lì ogni cosa era e restava al suo posto, vincolata da convenzioni e leggi immutabili, e nulla gli riservava brutte sorprese. Molta gente, nel corso degli anni, gli aveva domandato cosa trovasse di tanto affascinante nella chimica e lui si era sempre chiesto, a sua volta, come potessero non capirne la profonda, quasi viscerale, attrattiva. Era l'ingranaggio che spingeva la molla del mondo intero, la prova provata e certa che ciò che in superficie appariva come caotico e banale possedeva solide fondamenta e si muoveva, da sempre e per sempre, lungo un binario bene oliato da cui non esisteva deviazione. Era come avere un sentiero nella foresta cupa in cui li avevano gettati a vivere, un sentiero che era già al suo posto infinite centinaia di anni prima che i loro piedi lo calpestassero e sarebbe stato al medesimo posto, netto e invariato, infinite centinaia di anni dopo che la loro stupida razza sarebbe scomparsa dalla faccia del mondo.
Era un mondo, era il mondo, in cui, una volta capite le regole, nulla ti si sarebbe rivoltato in mano per azzannnarti.
A quella considerazione, il suo pensiero si volse spontaneo verso Beatrice. Quella si che era stata una cosa che gli si era rivoltata nella mano, che lo aveva colpito proprio dove era più profonda la sua fiducia. Eppure, nemmeno pensando a quello provava davvero qualcosa. Solo un senso di vuoto, come anestetizzato. Gli ricordava da vicino la sensazione che sinprova tastando con la lingua un punto della bocca sul quale ha appena lavorato il dentista, prima che l'effetto dei farmaci scompaia. Non aveva alcuna fretta di affrontare quel dolore e, nonostante un campanello di allarme suonasse insistente nel fondo della sua mente, avvisandolo in tono sempre più concitato che avrebbe dovuto parlarne con qualcuno, per lo meno con la terapista o con il dottor Alboni, il suono era distante, ovattato. La sua volontà era più forte di quel suono e la sua volontà diceva che qualsiasi cosa che lo avesse costretto a confrontarsi con quello che stava accadendo era male.
Guardò l'orologio. Erano quasi le otto di sera, tempo di sloggiare.
Se solo avesse potuto, si sarebbe fermato a dormire lì, dove ogni cosa era lustra ed ordinata, ma non poteva.
Non che a casa si trovasse male, riflettè infilando ordinatamente i suoi appunti nelle cartelline giuste, senza dimenticare di apporre la data nell'angolo in fondo a destra di ogni singolo foglio. Dormiva come un sasso e non trovava mai un filo fuori posto, gli pareva quasi di vivere solo.
Lo inquetava invece, in un modo lieve ma indiscutibile, ogni piccolo movimento che sentiva, ogni suono che sapeva essere provocato da Bea. Per qualche motivo, che pareva irrazionale perfino a lui, gli pareva che quei rumori venissero al suo orecchio con la precisa intenzione di attirare la sua attenzione sulla persona al piano di sopra e ne era infastidito, come sarebbe stato infastidito da una interminabile sfilza di velate accuse.
Non che Beatrice gli fosse capitata davanti, figurarsi parlargli, dopo quello che era accaduto, ma lo stesso qualcosa in lui reagiva con forza alle prove della sua esistenza.
Tornò a casa e posò le sue cose, allungando come d'abitudine immediatamente la mano verso il sottile guinzaglio di cuoio.
Schioccò la lingua un paio di volte per richiamare Swiffer e il cagnetto trotterellò giù per le scale con aria mesta.
Perfino lui pareva aver capito che il tempo delle feste sguaiate era finito.
Dario aprì la porta di casa sussurrandogli qualche sciocchezza e scese i pochi scalini che lo separavano dal marciapiedi.
"Allora, ascoltami bene, amico." Disse a bassa voce rivolto al cane. "Stasera vediamo di fare una passeggiata come si deve, mi hai capito? Basta con questo atteggiamento da lavativo che hai messo su ultimamente. Okay? " Dario iniziò a camminare con aria decisa.
Come accadeva ogni sera da giorni, Swiffer fece appena pochinpassi prima di scegliere un angolino nascosto e fare ciò che doveva. Dopo di che, si rifiutò di proseguire, arrivando a stendersi a terra in risposta alle insistenze del padrone.
Nonostante i sibili, le moine e le imprecazioni di Dario, rimase ostinatamente immobile fino a quando non lo vide rassegnarsi e tornare sui suoi passi, verso casa.
Allora, e solo alllra, si rialzò di buon grado e lo precedette alla porta e dentro casa.
Rimase immobile mentre Dario sganciava il giunzaglio e poi, senza attendere oltre, si lanciò a buon passo per le scale.
Dario sospirò entrando in cucina. Accese le luci e si passò una mano sul volto, rassegnato. Sapeva dove Swiffer trascorreva ogni  momento, quasi dimenticando la sua ciotola. Sapeva che, a volerlo trovare, non avrebbe dovuto far altro che entrare in quella che era anche la sua stanza da letto, dove si trovava Beatrice.
"Migliore amico dell'uomo un gran bel cazzo." Brontolò alla cucina vuota, iniziando ad aprire e chiudere senza costrutto uno sportello via l'altro, mentre cercava un'idea per la cena.
Tutto era silenzio, come se fosse rimasto assolutamente solo sulla faccia della terra.
Immerso in quel clima cupo, quasi impressionante, non poté fare a meno di sussultare quando, per l'ennesima volta nella giornata, il cellulare prese a vibrare, producendo un basso ronzio, dal suo posto sul tavolo.
Si avvicinò per vedere chi fosse, quasi per forza dell'abitudine.
Stella. Lo chiamava ancora, di tanto in tanto, una volta al mese o poco meno. Continuava a chiamarlo, nonostante lui non le rispondesse da tempo, forse perfino dall'epoca del suo matrimonio.
Prima ancora di chiedersi cosa diavolo stesse facendo, prese il telefono ed accettò la chiamata, portandolo all'orecchio.
Perfino lì, attraverso il ricevitore, non gli arrivava altro che un silenzio statico.
"Pronto?" Chiese con voce misurata.
"Dario?"
"Si."
"Scusa, non me l'aspettavo. Tu non rispondi mai e..."
"Stavolta ho risposto. Dimmi, cosa c'è?" Di nuovo un lungo silenzio, tanto che quasi chiuse la comunicazione. Non sapeva cosa aspettarsi, se una raffica di insulti e recriminazioni o una qualche domanda banale su documenti in comune. Quella che udì fu, invece, una domanda fatta con voce sommessa, esitante, quasi infantile.
"Dario, stai bene?" Dario sospirò. Gli parve di sentire quel sospiro salirgli dai talloni. Qualcosa in quella voce era come una morbida, lisa, vecchia brutta abotudine che credeva, in tutta sincerità, di aver perso per sempre.
Invece, si ritrovò a sedersi e a dare inizio ad un lungo discorso, scivolando nel linguaggio che usava con lei da sempre senza accorgersene, allo stesso modo in cui scivolava nel conforto della sua antica felpa grigia e stinta quando era di malumore.
"Mah, Ste. Sono stato anche meglio." Disse, sapendo che non sarebbe riuscito a fermarsi.

venerdì 6 febbraio 2015

56

Beatrice lo lasciò andare, lo lasciò uscire dalla stanza, seduta sul letto, le mani abbandonate di fronte a sé come una cosa morta, distaccata dal suo corpo. Non sentiva la forza per fermarlo e, nel profondo, temeva che ogni ulteriore parola, ogni ulteriore gesto potessero scatenare qualcosa di irreparabile.
Era vuota, ora che il sottile schiocco della serratura aveva segnato una ulteriore, imprevista separazione fra loro, vuota e sola ad affrontare il suo dolore.
No, non sola, si corresse bruscamente,  volgendo la testa da un lato, gli occhi stretti da cui ancora non accennava ad uscire neppure una lacrima. Per i prossimi mesi, per quanto lo desiderasse, sola non lo sarebbe stata mai, con quella cosa che le cresceva nella pancia, contro il suo volere. Quella persona che era arrivata, non prevista e non voluta, le aveva già strappato, oltre al dominio sul suo stesso corpo, anche l'amore e l'affetto di Dario.
Tremò, assalita da un gelo improvviso, inspiegabile, come se la sua stessa anima si stesse torcendo in uno spasmo doloroso.
Non avrebbe mai creduto di dover vivere abbastanza da vedere quel giorno. Dario se n'era andato da lei, lo sentiva, in un modo molto più profondo di quanto il suo semplice gesto lasciasse intendere. Poteva sentirlo davvero, nel mezzo del petto, fra i seni e più sotto, appena sopra la bocca dello stomaco, come se un'articolazione forte e salda fosse stata crudelmente slogata, storta fino a disarticolarsi gemendo sul suo asse.
Dario se n'era andato da lei e l'aveva fatto di sua volontà, sui suoi stessi piedi, senza che fosse necessaria nessuna minaccia o coercizione. Se n'era andato perché non le aveva creduto.
Gli era stato più facile crederla una traditrice, pensarla fra le braccia di un altro uomo, sentirsi ingannato, che prestarle fiducia.
No, davvero, non avrebbe mai voluto vivere fino a vedere quel giorno.
Un gemito basso, subito soffocato, le uscì dal fondo della gola, come per un colpo improvviso.
Ancora non trovava la forza, o forse lo scopo per muoversi.
Non poteva richiamarlo indietro, nemmeno supplicarlo sarebbe stato sufficiente a far tornare nella stanza quella parte di lui che desiderava quanto e più dell'aria.
Le parve che qualsiasi cosa potesse fare, qualsiasi movimento, fosse completamente vuoto di ogni scopo. Pensò ai giorni che la aspettavano, da passare a quel modo, alle settimane, se lui non fosse tornato sulle sue decisioni. A tutte le ore che le si stendevano di fronte come una strada piana e grigia che si srotolava in un paesaggio altrettanto piano e grigio, pieno solo del pensiero che lui se ne fosse andato di sua volontà e che non sarebbe tornato.
Beatrice desiderò poter svanire, potersi sciogliere nell'aria come condensa e smettere di esistere, per sottrarsi a ciò che la aspettava. Avrebbe voluto morire, in realtà, ma esitava ad ammetterlo a se stessa, per aver visto di prima persona la brutale realtà della morte.
Si costrinse a riscuotersi, ad uscire da quei pensieri, e, come una fiammata fra l'erba secca, si sentì investire da una vampa di rabbia nei confronti di quella creatura che le aveva invaso il corpo, sottraendola alla sua pacifica esistenza.
Storse il viso in una smorfia di rabbia e strinse il pugno, ma, al momento di calarlo là dove pensava si trovasse quell'ospite indesiderato, il suo braccio perse forza e il colpo risultò fiacco ed inefficace, poco più di un buffetto.
Non poteva colpirlo. Non riusciva. Si chiese se fosse una qualche sorta di istinto, di riflesso ormonale, un'ulteriore trappola che il suo corpo traditore le tendeva, ma rapida le affiorò alla mente l'immagine di Dario bambino, piccolo quanto lo riusciva a ricordare, coi denti spaziati da animaletto selvatico e le lentiggini su tutto il viso.
Una parte di lei si chiese se la persona nella sua pancia si stesse preparando ad essere tanto simile a quell'immagine quanto lei l'avrebbe desiderato e si rese conto che, molto più che dal suo corpo, era dal suo cuore che stava venendo tradita.
Non poteva odiarlo, perché era parte di lui.
Strinse gli occhi e si raggomitolò sulla trapunta, ficcandosi le dita fra i capelli.
"Dio quanto vi detesto, tutti e due!" Mugolò frustrata. Era certa che sarebbe stato un maschio. Non poteva essere altrimenti.

Andrea si attardò tamburellando le dita contro lo stipite della porta del laboratorio. Dal punto in cui si trovava, poteva vedere la schiena dell'altro, assorto nel suo lavoro. Apparentemente, nulla faceva pensare che fosse sul punto di chiudere tutto per andare a casa.
Guardò una volta ancora l'orologio, poi entrò.
"Oh, Malatesta, tiriamo tardi anche stasera?" Gli occhi di Dario si mossero appena, registrando la sua presenza.
"Mm." Andrea si sedette. La stanza era vuota, a parte loro due, e  l'intero edificio si andava rapidamente svuotando. Si sentiva profondamente a disagio, in quel momento. Aveva notato, certo, l'auto dell'amico già al suo posto giorno dopo giorno quando lui arrivava e ancora al suo posto, giorno dopo giorno, quando se ne andava, come aveva notato la repentina quanto inspiegabile interruzione di qualunque forma di comunicazione da parte sua ed il suo sottrarsi ad ogni invito o occasione sociale, ma aveva atteso, conscio del sottile quanto inflessibile limite che il suo stesso silenzio imponeva. Solo ora, dopo tutto quel tempo, si sentiva in obbligo di tentare un avvicinamento,  senza sapere quale fosse il modo né quale distanza, esattamente, quel limite avesse fissato.
"Sono cose così urgenti?" Gli chiese in tono noncurante, accennando allo schermo che col suo chiarore spettrale illuminava il volto dell'altro, rendendolo ancor più bianco.
"Mah. Insomma." Dario non pareva intenzionato ad offrire alcun appiglio alla conversazione e non mosse un muscolo, mugolando quella risposta risicata. Si sarebbe quasi potuto scambiarlo per un ventriloquo.
"Oh, si può sapere cos'hai?" Gli chiese ancora Andrea, con dolcezza.
"Niente. Tutto bene. Sto lavorando." Andrea sbuffò dal naso.
"Dario, su, chi pensi di prendere in giro? Non abbiamo scadenze grosse. E sono due settimane che arrivi talmente tanto presto che spaventi la signora delle pulizie e vai a casa dopo tutti gli altri." Ecco, era fatta. Ora avrebbe scoperto fin dove gli era dato di arrivare, quando l'altro era in crisi.
"Te l'ho detto, Vasirani" Ripeté Dario con aria di falsa pazienza "sto lavorando. Dovresti essere felice, che lavori così tanto, no?" Andrea annuì. Niente di male, non l'aveva né respinto né ammonito. Forse, dopotutto, una qualche speranza di spingerlo a parlarne, a parlare di ciò che lo preoccupava in modo tanto evidente, c'era. Deciso a sondare lo spazio che gli era concesso fino all'ultimo millimetro, Andrea calò la sua carta più alta.
"E poi ieri sera mi ha chiamato mia madre per dirmi che c'è Dora tutta stravolta, che fa avanti e indietro da casa tua almeno una volta al giorno e non vuole dirle cosa succede." Disse, ostentando un'aria divertita, quasi a voler prendere in giro le ansie materne. "Lo chiedeva a me, pensa." All'accenno a Dora, per un attimo l'espressione di Dario si era aperta in un lampo di stupore, per poi richiuderesi in una muta maschera inespressiva. "E allora mi sono accorto che è un bel pezzo che non ci fermiamo a parlare. A quel che ne so, è un bel pezzo che non parli con nessuno. Stai qui e lavori, e basta." La mano di Dario si staccò da mouse del computer e si posò di piatto sul piano della scrivania.
"Andrea, lascia stare, va bene?" Ed ecco, rapida quanto adamantina, la reazione di difesa. Il tono della voce di Dario si era raffreddato d'un tratto, lasciando intravedere appena, come una velata minaccia, la rabbia sottostante.
"Senti, volevo solo sapere..." Dario si voltò verso di lui.
"Non sono affari tuoi. Nè di tua madre. E neanche di Dora, se vogliamo proprio dirla tutta. Quindi, fate il santo piacere di starne fuori e basta." Parlava lentamente, quasi sillabando le parole e Andrea si rese conto di non sentire più quella cadenza da anni. Era la parlata dei momenti peggiori, delle acque turbolente, quella riservata agli estranei ed alle crisi abbastanza profonde da richiedere un controllo totale. Era un'affermazione essa stessa, una voce nella voce, che gli stava dicendo quanto la situazione fosse brutta, peggiore di quanto Dario fosse disposto a mostrare a chiunque, perfino a lui.
'Beh, a chiunque, tolta forse la cuginetta.' Pensò Andrea e, per un attimo, provò pena perfino per lei, unico puntello regolarmente ammesso a sostenere il peso di frane di quell'entità.
"Va bene, socio." Gli rispose poi annuendo. L'altro lo osservò come a valutare la sincerità di quella risposta. "Sono cose tue. Se hai bisogno, sai dove trovarmi. Capito?" Dario scrollò il capo, come se non sapesse se annuire o dissentire. Pareva stupito, come se si stesse domandando dove si nascondesse la fregatura, incredulo alla semplice idea che il suo innato pudore potesse essere oggetto di spontaneo rispetto. Andrea si lasciò fissare per qualche secondo di troppo, secondo i dettami della comune educazione, e gli parve di aver superato l'esame.
"Capito." Gli rispose Dario alla fine, tornando a rivolgersi allo schermo illuminato. Solo quello. Ma era sufficiente.
Mentre usciva dalla stanza, Andrea si propose di fare esattamente quello che aveva appena detto. Di starne fuori, di non lasciarsi immischiare nei fatti di quella che era, a tutti gli effetti, un'altra famiglia.
Non c'era un solo motivo al mondo per cui avrebbe dovuto contravvenire a ciò che gli era stato esplicitamente chiesto da Dario. Se era suo amico, doveva ben essere in grado anche di fare un passo indietro, di tanto in tanto, pensava, guidando verso casa. E non aveva alcuna importanza che quell'istinto profondo che aveva nei confronti delle persone pizzicasse, continuando a dirgli che c'era qualcosa che non andava. Lo sapeva, che c'era qualcosa che non andava, solo che non erano fatti suoi. Ecco. Questo doveva tenere a mente, che non erano fatti suoi.
Non gli aveva nemmeno detto cos'era successo, e se non glielo aveva voluto dire, per la miseria, doveva aver i suoi buoni motivi.
Magari quel branco di pazzi furiosi dei loro genitori gli alitava sul collo, o la ex di Dario stava facendo casino. Magari gli si era ammalato di brutto quella specie di cavia peruviana che si ostinavano a far passare per un cane, vai a sapere. L'unica cosa che doveva tenere bene a mente, era di starne fuori fino a che Dario non avesse deciso di dirgli qualcosa in merito. Annuì,  entrando nel portone del palazzo, confermando a se stesso la sua decisione, e si ripetè i suoi buoni propositi mentre saliva, controllando il suo rifelsso nello specchio dietro le porte dell'ascensore.
Uscì dall'ascensore, con un mezzo sorriso che gli aleggiava sul volto al pensiero di quello che aveva tutta l'intenzione di evitare, ed entrò in casa confermando per un'ultima volta a se stesso la sua decisione.
Il suo sorriso scemò quasi all'istante, vedendo Elena e Liliana in cucina, immerse, in quella che pareva una fitta conversazione, interrompersi di botto per fissarlo.
"Lo sai cos'ha fatto quel bel tomo del tuo amico?" Esordì sua madre a mo' di saluto. Le mani piazzare a pugno sui fianchi, la bella fronte corrugata in un'espressione di finta incredulità, era tanto simile alla mamma che lo sgridava nei suoi ricordi che la risposta gli salì istintiva alle labbra prima ancora di sapere di cosa stesse parlando.
"Io non c'entro." Negò Andrea con forza, vergognandosene subito dopo.
"Non te l'ha chiesto nessuno, lo sappiamo che non c'entri, ci mancherebbe!"
"Allora, tu lo sapevi o no?" Rincarò Elena. Sul suo viso aperto, si leggevano chiaramente curiosità e sconcerto. Di chi stessero parlando era fin troppo ovvio. C'era una sola persona, fra le tante che frequentava, che venisse chiamata semplicemente 'il tuo amico' da chiunque lo conoscesse e quella persona altri non era che il buon vecchio dottor Malatesta.
"No. Non ne so niente." Gli pareva di essere una spia catturata in territorio nemico. "Cosa ha combinato, stavolta?"
"Ah niente." Sentenziò Liliana in uno svolazzare di mani. "Sua moglie è incinta e lui sono due settimane, da quando l'ha saputo, che non le parla e non si fa trovare in casa. Parte prima che lei si svegli e torna tardi. A parte questo, tutto bene." Andrea rivolse alla madre, che si era rimessa a fissarlo con aria di accusa, uno sguardo che esprimeva puro raccapriccio.
"Alla fine ha fatto cedere Dora" Chiosò a titolo esplicativo Elena.
"Cedere, insomma. Lei ne sa qualcosa, ma non me lo vuole dire!" Sbuffò Liliana frustrata dalla resistenza della vecchia governante. Aveva impiegato tutti i suoi mezzi di presuasione e di interrogatorio per giorni di seguito, vedendo nel disperato bisogno di sfogarsi di Dora l'incrinatura su cui far leva per arrivare alla polpa succulenta della storia che subodorava essere alla base delle loro lunghe chiacchierate telefoniche, ma sentiva, con infallibile istinto, di non essere arrivata al cuore della faccenda. E non si trattava di semplice curiosità. Era diventata una cosa personale, per lei il benessere di quei due ragazzi, e si sentiva in qualche modo defraudata dal suo non essere in diritto di conoscerne ogni vicenda.
"E tu non ne sapevi niente?" Andrea deglutì, sconcertato. La cuginetta era  incinta e Dario la metteva sotto embargo. Suonava assurdo. Avrebbe dovuto fare i salti di gioia e mettere sottosopra la provincia per cercare tutto e solo il meglio per l'erede. Dissentì lentamente e si sedette.
"Spiegatemi bene." Disse, preparandosi ad ascoltare a lungo.
"Non è che ci sia molto altro da spiegare" gli rispose Elena alzandosi dal tavolo dove era stata posata sui gomiti fini ad allora e rivolgendosi al fornello "non ne sappiamo molto di più. Lei non risponde al cellulare e Viola dice che non la sente neanche lei da due settimane." Rimise con dolcezza il coperchio sulla pentola ed iniziò a prendere le stoviglie dal mobile, per apparecchiare la tavola. "Pare che non risponda neanche a lei, ma ci pensi?" Gli domandò sollevando un sopracciglio cin aria preoccupata.
Con un gesto automatico, Andrea prese ciò che gli veniva porto e dispose piatti e bicchieri sul tavolo.
"Neanche a Viola?"
"Eh, no."
"Dora mi ha detto che è andata a casa loro senza saperne niente, due giovedì fa" aggiunse Liliana "e che le ha raccontato tutto Beatrice perché quell'altro là non le risponde al telefono. Insomma, hanno staccato le comunicazioni." Andrea arricciò il naso in una smorfia che era quasi di dolore. Doveva essere qualcosa di terribile, se Dario era arrivato non solo a non parlare più alla cuginetta, ma addirittura a rifiutarsi di rispondere a Dora. Le azioni che le due donne stavano descrivendo gli sembravano tanto lontane dal suo amico, così come aveva imparato a conoscerlo negli ultimi anni, che arrivò a domandarsi, in un fugace sprazzo quasi di accusa, se non gli avesse dato definitivamente di volta il cervello. "È da quel giorno che quella povera crista fa avanti e indietro ogni mattina. Mi ha detto" continuò Liliana abbassando il tono, come se in casa ci fosse qualcuno pronto ad origliare, oltre a Joker,  che era decisamente più interessato al profumo che scaturiva dalla cena "che lei non esce neanche più di casa. Neanche per andare ai suoi corsi, che ci teneva tanto." Una volta di più,  Andrea scosse la testa, scoraggiato.
Qualunque cosa fosse successa, augurò loro con tutto il cuore che si sistemasse in fretta, prima che diventasse troppo grande perfino per quel loro attaccamento che aveva sempre considerato ai limiti del morboso.
"Ragazzi, che brutta storia." Commentò a mezza voce, afferrando il cucchiaio e soffiando piano sullo stufato che Elena gli aveva messo nel piatto. Ne riuscì a mettere in bocca un pezzo, prima di rendersi conto che nessun altro mangiava ed alzare gli occhi, incontrando lo sguardo di entrambe, Elena e Liliana, fisso su di lui con aria di attesa."Cosa c'è?" Chiese masticando. Elena dissentì con decisione.
"Bisogna fare qualcosa, Andre." Quasi contemporaneamente, in un tocco surreale, Liliana annuì con aria grave. Andrea lasciò cadere il cucchiaio.
"E perché guardate me, cosa c'entro, io? Io ci ho provato a parlarci, oggi, con quel coglione di Dario. Sai cosa mi ha detto? Di starne fuori, mi ha detto, di farmi i cazzi miei!" Mano a mano he parlava, si andava accalorando e il tono della sua voce si alzava. "E sai cosa? Ha ragione, ha! Non dovremmo neanche stare qua a discuterne! Cos'è, questo, un consiglio di guerra? E andiamo a interrogare Dora, e chiamiamo Beatrice e tutte le sue amiche...no, belle mie, avete proprio sbagliato! No! Non sono affari nostri, non sono!" Liliana strinse la bocca offesa.
"Va bene, va bene, non dare in scalmane, adesso. Abbiamo capito, non vuoi entrarci. Mangia, su." Disse, pronunciando le ultime parole in tono autorevolmente materno. Attese che Andrea riprendesse in mano il cucchiaio e riabbassasse la testa sul cibo prima di continuare. "Che poi, del resto, io l'ho sempre detto che quei due lì, insieme, non poteva andare bene. Ha un bel da dire, Dora, che dalle sue parti usa così. Dalle sue parti, magari, ma qui non siamo mica nelle Filippine. Figuriamoci. Cugini di primo grado e anche venuti su insieme a quella maniera, e tutti e due un po' tocchi, se proprio vuoi sapere come la penso io. Gli farà solo bene farsi una vita normale..."
"Mamma!" Brontolò Andrea esasperato. "Adesso, non è detto che loro debbano..."
"Ma va bene, va bene, non ti agitare. Stavo solo dicendo come la vedo io. Tu non vuoi entrarci, sei stato chiaro. Non ne parliamo più e festa finita." Con un breve sospiro, Andrea tentò di nuovo di dedicarsi alla cena. Mangiò qualche cucchiaio di stufato, che ormai aveva raggiunto una temperatura sostenibile, ringraziando mentalmente di essere riuscito a cavarsela tanto facilmente contro quella che era apparsa, a primo acchito, una manifestazione della testardaggine congiunta di entrambe le donne della sua vita, prima che Elena parlasse. Lo fece a voce molto bassa, come attenta a non spezzare il silenzio che si era creato attorno al tavolo, rotto solo dal rumore occasionale di un cucchiaio contro la ceramica.
"Però, quando voi avete litigato, lei ti ha aiutato." Disse, senza guardarlo in faccia.
"Che colpo basso!" Protestò lui sollevando la testa di scatto e guardandola stranito. Era deciso a rigettare quell'argomentazione e già gli si delineava in mente una lunga lista di ottimi motivi per cui era assolutamente fuori luogo, quando gli sovvenne, forte come uno schiaffo in pieno volto, l'immagine di Beatrice, immobile e paziente come una sentinella, davanti alla sua porta, dopo l'unica, grossa litigata che avrva avuto con Dario.
Non fosse stato per lei, per il suo intervento, non si sarebbero parlati più, ne era certo. E nemmeno le stava simpatico, almeno non ancora, all'epoca, ma ugualmente lei era rimasta tutto quel tempo sul pianerottolo davanti alla sua porta, per spingeli a riconciliarsi.
A nulla valse che lui tentasse di richiamare alla memoria le altre occasioni, quelle in cui gli aveva dimostrato freddezza, sfiducia e perfino un velato disprezzo. Non poteva ingannare se stesso con l'abilità che gli sarebbe stata necessaria per ignorare che quelle occasioni non erano state che manifestazioni della diffidente timidezza che pareva caratterizzare sia lei che Dario.
Elena lo fissava con l'accenno di un sorriso che le arricciava gli angoli delle labbra rosate. Poteva leggere sul suo viso il nascere e il declinare di ogni nuova obiezione alle sue parole e, quando infine lo vide sollevare gli occhi su di lei risentito e rassegnato, seppe di aver vinto. Sarebbe andato tutto a posto. Andrea avrebbe messo tutto a posto, come al solito. Su questo, non nutriva alcun dubbio.
"Sei veramente una zoccola." Le disse lui con voce seria, senza riuscire a trattenere un sorriso ammirato. Lei gli sorrise di rimando.
"Anche io ti amo tanto." Glinrispose lei senza colpo ferire. Liliana annuì, apparentemente rivolta al piatto.
"Che bella cosa, l'amore." Commentò ironica.