Beatrice era talmente piena di collera e paura da sentirsi fori di sé. Cieca, sorda, incapace di avvertire alcunché dal proprio corpo, non si rendeva nemmeno conto che la posizione ranicchiata che aveva preso tempo prima accanto al letto, quando ancora la finestra proiettava luce sufficiente da vedere nella stanza, le aveva intorpidito per intero le gambe, fino a renderle insensibili.
Aveva fatto il primo test quasi per sfida, per scommessa, a seguito di una frase scherzosa pronunciata, quasi casualmente, durante il pranzo da un'amica di Viola.
Non aveva atteso nemmeno la mattina successiva, per non attribuire a quel gesto un'importanza che non voleva dargli.
Non aveva dovuto attendere per i tre minuti richiesti dalle istruzioni. Nel momento stesso in cui ne aveva richiuso il cappuccio, entrambe le linee si erano colorate, nette come un'accusa.
Seduta sul gabinetto chiuso, con un crescente senso di panico nel petto, aveva comunque lasciato che la lancetta dei secondi continuasse a girare. Sul fondo della mente le si agitava la pallida, infantile speranza che quella linea viola svanisse lentamente, come se la sua apparizione potesse essere solo parte di una reazione chimica a lei sconosciuta.
Quando l'orologio le disse che erano passati oltre dieci minuti, era stata presa da una sorta di frenesia.
Rifiutava categoricamente quella sciocchezza. Lei, semplicemente, non poteva essere incinta ed aveva ottimi argomenti a sostegno della sua affermazione.
In tutti gli anni di eccessi che si era concessa prima di ritrovare Dario, non le era mai successo. Non le era mai successo nemmeno durante l'adolescenza, nonostante i rischi, veramente folli, a guardarli con gli occhi di adesso, che lei e Dario avevano corso più di una volta. Non solo non era mai rimasta incinta, ma non aveva mai avuto nemmeno un ritardo abbastanza consistente da spingerla a fare un test, almeno fino a che aveva avuto il ciclo.
Questo era ovviamente logico, dato che Dario non poteva avere figli. A questo si aggrappò, come si sarebbe aggrappata all'ultimo appiglio che la separasse da una rovinosa caduta.
Non poteva essere incinta, perché Dario non poteva avere figli. Perciò quello altro non poteva essere che un errore, disse a se stessa mentre si rivestiva con gesti frenetici, quasi comici, cercando contemporaneamente di evitare Swiffer che le zampettava fra le gambe, in ansia.
Afferrò la borsetta e si lanciò in auto, senza darsi il tempo di pensare ad altro. Continuando a ripetersi mentalmente che doveva essere un errore, entrò nella prima farmacia che incontrò sul suo cammino, lasciando la macchina così come le venne di fermarla e quasi spaventò la giovane sorridente in camice bianco che la accolse da dietro al bancone, con il suo viso stravolto e le sue secche richieste.
Uscì con il sacchetto bianco stretto al petto e, con la stessa fretta con la quale era uscita, rientrò a casa.
Fece i test uno dopo l'altro, contravvenendo alle istruzioni, bevendo a lungo fra l'uno e l'altro, a grosse sorsate urgenti direttamente dal collo della bottiglia.
Senza ammetterlo a se stessa, sperava in fondo al cuore di compromettere il funzionamento dei test, di modo da poterne vedere almeno uno negativo, a cui aggrapparsi, e lo sperava sapendo, al tempo stesso, che nessun test che fosse risultato negativo per aver bistrattato le istruzioni d'uso l'avrebbe potuta aiutare a cancellare il fatto che stava all'origine di quelli che risultavano positivi; era cosciente, orribilmente cosciente che il suo modo di fare non avrebbe cancellato la presenza di un bambino, ma non poteva fare a meno di agire a quel modo.
Ottenne solo di dover aspettare più tempo prima che le linee di conferma, in orgine sottili e sbiadite, prendessero corpo e colore sotto i suoi occhi.
Non voleva essere incinta. Aveva visto Viola e le faceva orrore, la disgustava in un modo che le sarebbe stato impossibile spiegare e che, l'aveva imparato presto, nessuno voleva stare a sentire.
Le persone rabbrividivano delicatamente di fronte al suo ostinato rifiuto della maternità ed iniziavano a parlarle troppo gentilmente e troppo lentamente, quasi trattassero con una persona instabile. Figurarsi se avrebbe mai confidato a nessuno che la vista di quelle pance gonfie fino all'inverosimile e quelle schiene arcuate sotto il peso di un bambino non le provocavano uno spontaneo sorriso, ma un moto di ribrezzo, che diventava quasi insopportabile quando il piccolo abitante decideva di dar spettacolo, muovendosi visibilmente.
Nemmeno i neonati le piacevano, anche se non le suscitavano la stessa avversione delle donne gravide.
Li trovava grottesci ed insulsi, delle larve d'uomo a malapena riconoscibilo come tali, e non riusciva a sopportare il suono stridulo del loro richiamo.
L'aveva sentito quando Viola aveva avuto Sara, a cui, pure, si era sinceramente affezionata, da che aveva imparato a parlare.
Ne era certa, se avesse dovuto affrontare quel suono una volta di troppo, o nel momento sbagliato, sarebbe impazzita.
No, lei non voleva figli e questo era quanto. Avrebbe, forse, potuto accettare di adottarne, sicuramente già grandicelli, se il desiderio di paternità di Dario si fosse fatto troppo acuto, con il passare degli anni, ma lei non ne sentiva alcuna necessità. Le bastava quello che aveva.
Quando si era resa conto che tutti quei pensieri, che tutte le sue certezze, non erano né mai sarebbero state sufficienti ad evitare la realtà che le si parava inesorabilmente di fronte, materializzata in quei sottili bastoncini, tanto simili a penne, una rabbia furiosa l'aveva invasa.
Aveva accolto quel sentimento con un piacere che sconfinava nel sollievo, sentendo che le toglieva dalle spalle la paura oppressiva che l'aveva schiacciata fino a quel momento.
Era colpa di Dario.
Dario le aveva detto che non sarebbe accaduto, Dario l'aveva convinta a fidarsi, sapendo quanto lei si fidasse delle sue parole, a distrasri, ad abbassare la guardia.
Dario l'aveva ficcata in quella situazione.
Gliel'avrebbe fatta pagare. Non ci sarebbero stati sconti, stavolta, per lui, nessun rimorso dell'ultimo momento e nessun perdono. Era imperdonabile ciò che le aveva fatto.
L'aveva convinta a non pensarci, a considerarsi al riparo da quel pericolo. Se avesse scoperto che aveva agito in malafede, avrebbe potuto davvero cavargli gli occhi.
Si era messa a passeggiare nervosamente per la casa, dalla stanza da letto al bagno, poi dal bagno fino alla finestra in fondo al corridoio, poi di nuovo in camera.
Nella sua mente, aveva affrontato Dario almeno un centinaio di volte, lungo quel percorso reiterato senza sosta.
Aveva immaginato di urlargli in faccia, di troncare ogni sua difesa.
I minuti si erano accumulati fino a formare delle ore.
Mano a mano che il tempo passava, un tempo che sembrava essersi fatto molle ed elastico, dilatandosi in modo crudele, il desiderio di averlo accanto, di trovare una consolazione al terrore gelido che lentamente si insinuava negli interstizi lasciati dalla sua rabbia morente, iniziò a farsi strada.
Quando mancava ancora più di un'ora al suo rientro, Bea non voleva più che Dario tornasse per fargliela pagare, per lanciargli addosso quegli stupidi test di gravidanza ed investirlo con tutta la sua rabbia.
Voleva che Dario tornasse, perché aveva paura e voleva Dario. Voleva nascondersi fra le sue braccia, ranicchiarsi contro di lui, nel calore lieve emanato dal suo corpo, dove la paura era sempre più debole che altrove, e stare ad ascoltare la sua voce rassicurante, che le avrebbe spiegato cosa fare.
Dandosi per sconfitta dopo quella che le era parsa una lunga ed estenuante battaglia contro le sue paure più profonde e radicate, sinera rifugiata accanto al letto, sistemandosi d'istinto nel punto più nascosto della stanza e, posata la testa sulle ginocchia, aveva ceduto al pianto.
Gli occhi di Dario scattavano dai test a Bea e di nuovo da Bea ai test davanti a lui.
La sua mente stava cercando disperatamente di elaborare il concetto che le si proponeva.
Come ogni singola volta in cui si sentiva eccessivamente confuso, in cui veniva preso di sorpresa, ogni emozione e sentimento lo avevano abbandonato, lasciandolo senza alcuna capacità di interpretazione della realtà al di fuori dinquella fornita dalla sua mente.
Non se preoccupava.
Sapeva che tutta la sbobba emotiva che al momento era scappata per nascondersi da qualche parte dentro di lui, probabilmente per riorganizzare i ranghi in conseguenza all'attacco a sorpresa, sarebbe tornata, abbattendosi su di lui con la forza di impatto di un'onda anomala, non appena avesse finito di esplorare tutte le varie mplocazionine conseguenze del fatto.
L'abitudine portò la sua mano a muoversi verso la gamba di Beatrice, lunico punto visibile di lei in quel momento, cercando un contatto che era quasi una necessità. La lasciò ricadere, le dita a sfiorare il pavimento, ed usò tutta la sua forza su se stesso per costringersi a riscuotersi.
Non era un ragionamento complesso, quello che gli si richiedeva, certo non complesso abbastanza da rimanere così, immobile come un calcolatore inceppato.
Beatrice era incinta. Escludendo la possibilità di un miracolo, in quanto ateo, e considerato il fatto che lui sapeva di essere sterile, non rimaneva un gran numero di alternative.
Chiuse gli occhi, li strinse forte abbastanza da vedere una galassia di luci bianche sfrecciare contro il nero delle palpebre, e poi prese un lungo respiro. Espirò lentamente abbastanza da sentirsi senza fiato.
"Bene. Sei incinta. E di chi è figlio?" Bea ebbe uno scatto e d'improvviso i suoi occhi, resi ancor più chiari, quasi gialli, dal lungo pianto, incontrarono quelli di lui. La rabbia che lo aveva investito di p4imo acchito non c'era più. C'era paura, in quegli occhi, quasi smarrimento, ed una profonda, totale incomprensione.
"Cosa vuol dire, di chi è figlio?" Dario strinse le labbra, comprimendole in una linea sottile.
"Vuole dire" Scandì in tono dottorale "chi ti ha ficcato dentro il cazzo e ti ha ingravidata, cara? Solo, è un modo più fine, per dirlo."
"Dario. Cosa stai dicendo?" Una nota querula di pianto indugiava nella voce di Beatrice e lo fece irrigidire ancora di più. Gli ricordava sua madre, quel suono, le sue infinite lagnanze e pretese.
Quando Bea si alzò in piedi, seguendo il suo movimento, cercando di non trattenerlo accanto a lei per un momento ancora, la vide distintamente perdere l'appoggio sulle gambe rese malferme dalla lunga immobilità e cadere in avanti, allungando per un radicato istinto le mani verso di lui, in cerca di aiuto.
Dario si fece di lato con un unico, asciutto movimento aggraziato, sottraendosi alle sue dita protese, e la lasciò cadere in avanti, davanti ai suoi piedi.
Con una sensazione di distante stupore, quasi una conoscenza accademica dello stupore che sapeva he avrebbe dovuto provare, la guardò atrerrare malamente, goffamente, battendo il viso sul pavimento scuro, senza che in lui si smuovesse alcunché.
D'un tratto, nello spazio di quei pochi secondi, quella donna che gemeva appena con le mani permute sulla pelle bianca, aveva cessato di essere una parte di lui, una creatura viva e vitale, che si stagliava nettamente sullo sfondo del flusso della vita, per diventare una delle tante comparse, appena distinguibili, che gli si muovevano attorno.
Tanto poco era bastato per annientare nel suo cuore un legame che credeva eterno.
Beatrice staccò dal viso le mani tremanti e alzò su di lui uno sguardo colmo di dolorosa incomprensione.
Gli occhi di Dario, grigi e muti come specchi, le restituivano un'immagine di assoluto distacco. Sentì nel profondo del petto e nella pancia, dove credeva si annidasse il piccolo, indesiderato straniero, un dolore acuto e quasi insopportabile, familiare quanto il suono stesso della sua voce. Aveva sentito il medeaimo dolore ogni giorno, al suo pensiero, durante gli anni in cui avevano vissuto divisi, e ogni notte, al momento di addormentarsi, rendendosi conto di non avere da attendere una sua visita illecita prima dell'alba.
Era il dolore che le veniva dal perderlo, dal sentirlo lontano, dal non poterlo dire suo.
Con un gesto che pareva una supplica, allungò innanzi a sé, per esporle al suo sguardo, le dita. Tremavano. Nella caduta aveva battuto il naso, che sanguinava con lenta determinazione, e le sue mani erano macchiate da lievi, rotonde tracce di sangue.
Dario le osservò, inclinando appena il sopracciglio, senza muoversi.
"E cos'hai intenzione di fare, adesso, sentiamo?"
"Dario..." lui strinse le labbra irritato dall'interruzione.
"Cosa ne vuoi fare, del piccolo bastardo, dì? Lo tieni, lo sopprimi, lo dai via?" Erano secche, quelle domande, ben mirate, come si informasse di un imprevisto da appianare al più presto. Bea abbassò gli ochi, non reggendo oltre la vista del suo viso pervaso di una calma agghiacciante.
Si costrinse a tirare fuori la voce. Qualsiasi cosa pur di non permettere al gelo di quel silenzio di protrarsi.
"Non posso sopprimerlo, deficente. È figlio tuo."
"Beatrice? Bea? Guardami in faccia per favore." Rialzare gli occhi lungo i suoi pantaloni scuri e il suo busto le richiese uno sforzo di volontà, ma lo fece, rialzandosi, al contempo, per sederai sul letto, in una posizione più dignitosa.
"Dimmi."
"Ti sembro un cretino? In tutti questi anni ti ho mai dato la sensazione, l'impressione di essere una persona stupida?" La rabbia iniziava a trapelare, finalmente, come lasciandosi intravedere dalle crepe della sua voce e della sua postura, sempre più tesa.
"No." Gli rispose lei tenendo la voce ferma, consapevole dell'estrema instabilità di quel momento. "No, Dario. So che non sei stupido. Ma è figlio tuo e non so cosa farci. Lo sai benissimo che, fosse stato per me..." Dario la osservò parlare.
Come ogni volta che si trovava ad affrontare una situazione che lo metteva a dura prova, gli sembrava di aver acquisito una disumana lucidità, in cui ogni dettaglio, perfino il più insignificante, risaltava con la nitidezza di un'escamazione.
Osservò Bea e, per un momento, qualcosa dentro di lui si mosse, come a correrle incontro. Perché Beatrice pareva sincera, tanto sincera da far nascere nella parte più tenera di lui il desiderio di sederlesi accanto, prendere quelle povere mani sporche fra le sue, e crederle.
Con un moto di stizza verso se stesso, verso la propria debolezza, tacitò decisamente quel moto dell'animo, quasi schiaffeggiandolo, rintuzzandolo, fino a che non riprese il controllo sufficiente per parlare.
"Non è vero. Non è vero e lo sai. Comunque, se te lo vuoi tenere, padrona di tenertelo, per me."
"E tu?" La stanchezza, la rassegnazione che sentì nella voce di Beatrice lo colpì quasi come una cosa fisica. Non era questo che si era aspettato da lei. Proteste, si, forse perfino un litigio, magari un pianto dirotto, costellato di accuse, ma non quella calma, fiacca resa, accompagnata dalle mani posate sulle cosce a palmo in alto, cime non fossero nemmeno cosa sua.
"Io che?"
"Tu cosa vuoi fare, Dario? Se pensi che non sia tuo, cosa vuoi fare, adesso? Te ne vai? Mi lasci?" Lui rimase in silenzio. Non aveva preparato, non aveva potuto in quei pochi minuti, una risposta a quelle domande.
"Vuoi che vada via?" Le chiese poi. Beatrice scosse la testa, lentamente, destra, sinistra e poi di nuovo al centro, e tornò immobile.
Senza aggiungere altro, Dario scivolò fuori della stanza, senza far rumore, e si richiuse la porta alle spalle.
Non era sua intenzione tornare in quella stanza.
Non voleva tornarci più.