mercoledì 28 gennaio 2015

55

Beatrice era talmente piena di collera e paura da sentirsi fori di sé. Cieca, sorda, incapace di avvertire alcunché dal proprio corpo, non si rendeva nemmeno conto che la posizione ranicchiata che aveva preso tempo prima accanto al letto, quando ancora la finestra proiettava luce sufficiente da vedere nella stanza, le aveva intorpidito per intero le gambe, fino a renderle insensibili.
Aveva fatto il primo test quasi per sfida, per scommessa, a seguito di una frase scherzosa pronunciata, quasi casualmente, durante il pranzo da un'amica di Viola.
Non aveva atteso nemmeno la mattina successiva, per non attribuire a quel gesto un'importanza che non voleva dargli.
Non aveva dovuto attendere per i tre minuti richiesti dalle istruzioni. Nel momento stesso in cui ne aveva richiuso il cappuccio, entrambe le linee si erano colorate, nette come un'accusa.
Seduta sul gabinetto chiuso, con un crescente senso di panico nel petto, aveva comunque lasciato che la lancetta dei secondi continuasse a girare. Sul fondo della mente le si agitava la pallida, infantile speranza che quella linea viola svanisse lentamente, come se la sua apparizione potesse essere solo parte di una reazione chimica a lei sconosciuta.
Quando l'orologio le disse che erano passati oltre dieci minuti, era stata presa da una sorta di frenesia.
Rifiutava categoricamente quella sciocchezza. Lei, semplicemente, non poteva essere incinta ed aveva ottimi argomenti a sostegno della sua affermazione.
In tutti gli anni di eccessi che si era concessa prima di ritrovare Dario, non le era mai successo. Non le era mai successo nemmeno durante l'adolescenza, nonostante i rischi, veramente folli, a guardarli con gli occhi di adesso, che lei e Dario avevano corso più di una volta. Non solo non era mai rimasta incinta, ma non aveva mai avuto nemmeno un ritardo abbastanza consistente da spingerla a fare un test, almeno fino a che aveva avuto il ciclo.
Questo era ovviamente logico, dato che Dario non poteva avere figli. A questo si aggrappò, come si sarebbe aggrappata all'ultimo appiglio che la separasse da una rovinosa caduta.
Non poteva essere incinta, perché Dario non poteva avere figli. Perciò quello altro non poteva essere che un errore, disse a se stessa mentre si rivestiva con gesti frenetici, quasi comici, cercando contemporaneamente di evitare Swiffer che le zampettava fra le gambe, in ansia.
Afferrò la borsetta e si lanciò in auto, senza darsi il tempo di pensare ad altro. Continuando a ripetersi mentalmente che doveva essere un errore, entrò nella prima farmacia che incontrò sul suo cammino, lasciando la macchina così come le venne di fermarla e quasi spaventò la giovane sorridente in camice bianco che la accolse da dietro al bancone, con il suo viso stravolto e le sue secche richieste.
Uscì con il sacchetto bianco stretto al petto e, con la stessa fretta con la quale era uscita, rientrò a casa.
Fece i test uno dopo l'altro, contravvenendo alle istruzioni, bevendo a lungo fra l'uno e l'altro, a grosse sorsate urgenti direttamente dal collo della bottiglia.
Senza ammetterlo a se stessa, sperava in fondo al cuore di compromettere il funzionamento dei test, di modo da poterne vedere almeno uno negativo, a cui aggrapparsi, e lo sperava sapendo, al tempo stesso, che nessun test che fosse risultato negativo per aver bistrattato le istruzioni d'uso l'avrebbe potuta aiutare a cancellare il fatto che stava all'origine di quelli che risultavano positivi; era cosciente, orribilmente cosciente che il suo modo di fare non avrebbe cancellato la presenza di un bambino, ma non poteva fare a meno di agire a quel modo.
Ottenne solo di dover aspettare più tempo prima che le linee di conferma, in orgine sottili e sbiadite, prendessero corpo e colore sotto i suoi occhi.
Non voleva essere incinta. Aveva visto Viola e le faceva orrore, la disgustava in un modo che le sarebbe stato impossibile spiegare e che, l'aveva imparato presto, nessuno voleva stare a sentire.
Le persone rabbrividivano delicatamente di fronte al suo ostinato rifiuto della maternità ed iniziavano a parlarle troppo gentilmente e troppo lentamente, quasi trattassero con una persona instabile. Figurarsi se avrebbe mai confidato a nessuno che la vista di quelle pance gonfie fino all'inverosimile e quelle schiene arcuate sotto il peso di un bambino non le provocavano uno spontaneo sorriso, ma un moto di ribrezzo, che diventava quasi insopportabile quando  il piccolo abitante decideva di dar spettacolo, muovendosi visibilmente.
Nemmeno i neonati le piacevano, anche se non le suscitavano la stessa avversione delle donne gravide.
Li trovava grottesci ed insulsi, delle larve d'uomo a malapena riconoscibilo come tali, e non riusciva a sopportare il suono stridulo del loro richiamo.
L'aveva sentito quando Viola aveva avuto Sara, a cui, pure, si era sinceramente affezionata, da che aveva imparato a parlare.
Ne era certa, se avesse dovuto affrontare quel suono una volta di troppo, o nel momento sbagliato, sarebbe impazzita.
No, lei non voleva figli e questo era quanto. Avrebbe, forse, potuto accettare di adottarne, sicuramente già grandicelli, se il desiderio di paternità di Dario si fosse fatto troppo acuto, con il passare degli anni, ma lei non ne sentiva alcuna necessità. Le bastava quello che aveva.
Quando si era resa conto che tutti quei pensieri, che tutte le sue certezze, non erano né mai sarebbero state sufficienti ad evitare la realtà che le si parava inesorabilmente di fronte, materializzata in quei sottili bastoncini, tanto simili a penne, una rabbia furiosa l'aveva invasa.
Aveva accolto quel sentimento con un piacere che sconfinava nel sollievo, sentendo che le toglieva dalle spalle la paura oppressiva che l'aveva schiacciata fino a quel momento.
Era colpa di Dario.
Dario le aveva detto che non sarebbe accaduto, Dario l'aveva convinta a fidarsi, sapendo quanto lei si fidasse delle sue parole, a distrasri, ad abbassare la guardia.
Dario l'aveva ficcata in quella situazione.
Gliel'avrebbe fatta pagare. Non ci sarebbero stati sconti, stavolta, per lui, nessun rimorso dell'ultimo momento e nessun perdono. Era imperdonabile ciò che le aveva fatto.
L'aveva convinta a non pensarci, a considerarsi al riparo da quel pericolo. Se avesse scoperto che aveva agito in malafede, avrebbe potuto davvero cavargli gli occhi.
Si era messa a passeggiare nervosamente per la casa, dalla stanza da letto al bagno, poi dal bagno fino alla finestra in fondo al corridoio, poi di nuovo in camera.
Nella sua mente, aveva affrontato Dario almeno un centinaio di volte, lungo quel percorso reiterato senza sosta.
Aveva immaginato di urlargli in faccia, di troncare ogni sua difesa.
I minuti si erano accumulati fino a formare delle ore.
Mano a mano che il tempo passava, un tempo che sembrava essersi fatto molle ed elastico, dilatandosi in modo crudele, il desiderio di averlo accanto, di trovare una consolazione al terrore gelido che lentamente si insinuava negli interstizi lasciati dalla sua rabbia morente, iniziò a farsi strada.
Quando mancava ancora più di un'ora al suo rientro, Bea non voleva più che Dario tornasse per fargliela pagare, per lanciargli addosso quegli stupidi test di gravidanza ed investirlo con tutta la sua rabbia.
Voleva che Dario tornasse, perché aveva paura e voleva Dario. Voleva nascondersi fra le sue braccia, ranicchiarsi contro di lui, nel calore lieve emanato dal suo corpo, dove la paura era sempre più debole che altrove, e stare ad ascoltare la sua voce rassicurante, che le avrebbe spiegato cosa fare.
Dandosi per sconfitta dopo quella che le era parsa una lunga ed estenuante battaglia contro le sue paure più profonde e radicate, sinera rifugiata accanto al letto, sistemandosi d'istinto nel punto più nascosto della stanza e, posata la testa sulle ginocchia, aveva ceduto al pianto.

Gli occhi di Dario scattavano dai test a Bea e di nuovo da Bea ai test davanti a lui.
La sua mente stava cercando disperatamente di elaborare il concetto che le si proponeva.
Come ogni singola volta in cui si sentiva eccessivamente confuso, in cui veniva preso di sorpresa, ogni emozione e sentimento lo avevano abbandonato, lasciandolo senza alcuna capacità di interpretazione della realtà al di fuori dinquella fornita dalla sua mente.
Non se preoccupava.
Sapeva che tutta la sbobba emotiva che al momento era scappata per nascondersi da qualche parte dentro di lui, probabilmente per riorganizzare i ranghi in conseguenza all'attacco a sorpresa, sarebbe tornata, abbattendosi su di lui con la forza di impatto di un'onda anomala, non appena avesse finito di esplorare tutte le varie mplocazionine conseguenze del fatto.
L'abitudine portò la sua mano a muoversi verso la gamba di Beatrice, lunico punto visibile di lei in quel momento, cercando un contatto che era quasi una necessità. La lasciò ricadere, le dita a sfiorare il pavimento, ed usò tutta la sua forza su se stesso per costringersi a riscuotersi.
Non era un ragionamento complesso, quello che gli si richiedeva, certo non complesso abbastanza da rimanere così, immobile come un calcolatore inceppato.
Beatrice era incinta. Escludendo la possibilità di un miracolo, in quanto ateo, e considerato il fatto che lui sapeva di essere sterile, non rimaneva un gran numero di alternative.
Chiuse gli occhi, li strinse forte abbastanza da vedere una galassia di luci bianche sfrecciare contro il nero delle palpebre, e poi prese un lungo respiro. Espirò lentamente abbastanza da sentirsi senza fiato.
"Bene. Sei incinta. E di chi è figlio?" Bea ebbe uno scatto e d'improvviso i suoi occhi, resi ancor più chiari, quasi gialli, dal lungo pianto, incontrarono quelli di lui. La rabbia che lo aveva investito di p4imo acchito non c'era più. C'era paura, in quegli occhi, quasi smarrimento, ed una profonda, totale incomprensione.
"Cosa vuol dire, di chi è figlio?" Dario strinse le labbra, comprimendole in una linea sottile.
"Vuole dire" Scandì in tono dottorale "chi ti ha ficcato dentro il cazzo e ti ha ingravidata, cara? Solo, è un modo più fine, per dirlo."
"Dario. Cosa stai dicendo?" Una nota querula di pianto indugiava nella voce di Beatrice e lo fece irrigidire ancora di più. Gli ricordava sua madre, quel suono, le sue infinite lagnanze e pretese.
Quando Bea si alzò in piedi, seguendo il suo movimento, cercando di non trattenerlo accanto a lei per un momento ancora, la vide distintamente perdere l'appoggio sulle gambe rese malferme dalla lunga immobilità e cadere in avanti, allungando per un radicato istinto le mani verso di lui, in cerca di aiuto.
Dario si fece di lato con un unico, asciutto movimento aggraziato, sottraendosi alle sue dita protese, e la lasciò cadere in avanti, davanti ai suoi piedi.
Con una sensazione di distante stupore, quasi una conoscenza accademica dello stupore che sapeva he avrebbe dovuto provare, la guardò atrerrare malamente, goffamente, battendo il viso sul pavimento scuro, senza che in lui si smuovesse alcunché.
D'un tratto, nello spazio di quei pochi secondi, quella donna che gemeva appena con le mani permute sulla pelle bianca, aveva cessato di essere una parte di lui, una creatura viva e vitale, che si stagliava nettamente sullo sfondo del flusso della vita, per diventare una delle tante comparse, appena distinguibili, che gli si muovevano attorno.
Tanto poco era bastato per annientare nel suo cuore un legame che credeva eterno.
Beatrice staccò dal viso le mani tremanti e alzò su di lui uno sguardo colmo di dolorosa incomprensione.
Gli occhi di Dario, grigi e muti come specchi, le restituivano un'immagine di assoluto distacco. Sentì nel profondo del petto e nella pancia, dove credeva si annidasse il piccolo, indesiderato straniero, un dolore acuto e quasi insopportabile, familiare quanto il suono stesso della sua voce. Aveva sentito il medeaimo dolore ogni giorno, al suo pensiero, durante gli anni in cui avevano vissuto divisi, e ogni notte, al momento di addormentarsi, rendendosi conto di non avere da attendere una sua visita illecita prima dell'alba.
Era il dolore che le veniva dal perderlo, dal sentirlo lontano, dal non poterlo dire suo.
Con un gesto che pareva una supplica, allungò innanzi a sé, per esporle al suo sguardo, le dita. Tremavano. Nella caduta aveva battuto il naso, che sanguinava con lenta determinazione, e le sue mani erano macchiate da lievi, rotonde tracce di sangue.
Dario le osservò,  inclinando appena il sopracciglio, senza muoversi.
"E cos'hai intenzione di fare, adesso, sentiamo?"
"Dario..." lui strinse le labbra irritato dall'interruzione.
"Cosa ne vuoi fare, del piccolo bastardo, dì? Lo tieni, lo sopprimi, lo dai via?" Erano secche, quelle domande, ben mirate, come si informasse di un imprevisto da appianare al più presto. Bea abbassò gli ochi, non reggendo oltre la vista del suo viso pervaso di una calma agghiacciante.
Si costrinse a tirare fuori la voce. Qualsiasi cosa pur di non permettere al gelo di quel silenzio di protrarsi.
"Non posso sopprimerlo, deficente. È figlio tuo."
"Beatrice? Bea? Guardami in faccia per favore." Rialzare gli occhi lungo i suoi pantaloni scuri e il suo busto le richiese uno sforzo di volontà, ma lo fece, rialzandosi, al contempo, per sederai sul letto, in una posizione più dignitosa.
"Dimmi."
"Ti sembro un cretino? In tutti questi anni ti ho mai dato la sensazione, l'impressione di essere una persona stupida?" La rabbia iniziava a trapelare, finalmente, come lasciandosi intravedere dalle crepe della sua voce e della sua postura, sempre più tesa.
"No." Gli rispose lei tenendo la voce ferma, consapevole dell'estrema instabilità di quel momento. "No, Dario. So che non sei stupido. Ma è figlio tuo e non so cosa farci. Lo sai benissimo che, fosse stato per me..." Dario la osservò parlare.
Come ogni volta che si trovava ad affrontare una situazione che lo metteva a dura prova, gli sembrava di aver acquisito una disumana lucidità, in cui ogni dettaglio, perfino il più insignificante, risaltava con la nitidezza di un'escamazione.
Osservò Bea e, per un momento, qualcosa dentro di lui si mosse, come a correrle incontro. Perché Beatrice pareva sincera, tanto sincera da far nascere nella parte più tenera di lui il desiderio di sederlesi accanto, prendere quelle povere mani sporche fra le sue, e crederle.
Con un moto di stizza verso se stesso, verso la propria debolezza, tacitò decisamente quel moto dell'animo, quasi schiaffeggiandolo, rintuzzandolo, fino a che non riprese il controllo sufficiente per parlare.
"Non è vero. Non è vero e lo sai. Comunque, se te lo vuoi tenere, padrona di tenertelo, per me."
"E tu?" La stanchezza, la rassegnazione che sentì nella voce di Beatrice lo colpì quasi come una cosa fisica. Non era questo che si era aspettato da lei. Proteste, si, forse perfino un litigio, magari un pianto dirotto, costellato di accuse, ma non quella calma, fiacca resa, accompagnata dalle mani posate sulle cosce a palmo in alto, cime non fossero nemmeno cosa sua.
"Io che?"
"Tu cosa vuoi fare, Dario? Se pensi che non sia tuo, cosa vuoi fare, adesso? Te ne vai? Mi lasci?" Lui rimase in silenzio. Non aveva preparato, non aveva potuto in quei pochi minuti, una risposta a quelle domande.
"Vuoi che vada via?" Le chiese poi. Beatrice scosse la testa, lentamente, destra, sinistra e poi di nuovo al centro, e tornò immobile.
Senza aggiungere altro, Dario scivolò fuori della stanza, senza far rumore, e si richiuse la porta alle spalle.
Non era sua intenzione tornare in quella stanza.
Non voleva tornarci più.

mercoledì 21 gennaio 2015

54

27/01/2005

Per uno stano accidente del destino, di quelli che di tanto in tanto, per chi ci presta attenzione, rende la vita simile ad un incrociarsi continuo e cumulativo di echi, l'autoradio trasmetteva la stessa canzone che avevano ballato insieme la sera del loro matrimonio, un anno e mezzo prima, mentre Dario rientrava a casa quella sera.
Era stata una giornata piana, incolore, ma al tempo stesso l'aveva lasciato soddisfatto, con la sensazione addosso di un lavoro ben fatto, la stanca, ma pulita sensazione di aver spuntato, una casella dopo l'altra, tutta la sua lista delle cose da fare.
Sorrise fra sé lasciandosi lusingare da un ricordo tanto reale da apparirgli quasi concreto. La prima ed unica volta che avevano ballato insieme, se di ballo si poteva parlare. Non aveva mai imparato a ballare, lui. Ma sapeva ondeggiare a tempo. Era già un qualcosa.
La canzone finì in uno strascico di dissolvenza radiofonica lasciando il campo alla voce artificialmente entusiasta di uno speaker e Dario spense la radio con un gesto distratto, la mente già concentrata a pregustare i piccoli piaceri di cui avrebbe goduto al rientro.
Il tragitto era un po' più lungo, ora, da quando avevano traslocato, otto mesi prima, in quella che era stata la casa di Isabella, ma ne valeva certamente la pena. In quella casa sia lui che Bea, più per un tempestivo incastro dei tempi che per merito del luogo, erano rifioriti.
La sicurezza infusa in loro dall'essere una coppia ufficiale, che nessuno avrebbe potuto tentare di separare, perfino sotto la protezione della legge, era stata sicuramente una parte importante di quella guarigione che li aveva investiti. Vivevano più vicini a Dora, lì, e anche ad Andrea ed Elena, cosa che li portava ad avere sempre qualcuno per casa, per un motivo o per l'altro.
Bea non sembrava nemmeno più la stessa persona. Ora che avevano rinunciato alla casa di Dario, liberandosi di una notevole spesa fissa, si erano potuti permettere quella specializzazione cui lei teneva tanto e il suo entusiasmo pareva non accennare a placarsi, nemmeno dopo mesi di studi. Passava ore ed ore a farsi ripetere e spiegare fino allo sfinimento ogni nozione che le potesse essere utile nei suoi studi sui libri antichi. La gioia profonda, onesta, che Dario provava nel trasmetterle quelle conoscenze, nel vederle in viso il desiderio di ascoltare e di comprendere dalle sue labbra argomenti che a lui erano tanto cari, era incommensurabile.
Disseppellita finalmente dalle profondità dell'archivio in cui aveva passato tanto tempo e gettata fra mille nuovi stimoli, resa sicura dal continuo amore che respirava ogni volta che varcava la soglia di casa, Beatrice aveva poco a poco abbandonato, quasi dimenticandoli giorno per giorno, i modi bruschi e rabbiosi cui si era aggrappata negli anni trascorsi ed aveva ricominciato gradualmente ad essere la donna che lui ricordava.
Il suo corpo era andato guarendo di pari passo con le ferite che si celavano dentro di lei ed era tornata ad avere un peso normale. Mangiare non appariva più come una forzata terapia, ma di nuovo come un gesto naturale e piacevole.
Dario inarcò un sopracciglio ripensando alle prevedibili eppure inattese conseguenze di quel ritorno in salute. Si era spaventato a morte quando, un paio di mesi prima, rientrando a casa, l'aveva trovata completamente vestita e sommersa da una trapunta, sdraiata a letto. Swiffer, fuori dalla porta della stanza, guaiva penosamente.
Si era avvicinato credendola malata, cercando già di riordinare mentalmente l'elenco delle cose da fare e di richiamare alla memoria il nome del suo medico, e le aveva posato una mano sulla fronte. Bea giaceva a pancia sotto, apparentemente avvolta da un sonno profondo, e lo fece sussultare quando parlò senza nemmeno prendersi il disturbo di aprire gli occhi.
"Non sono malata."
"Ah, no? Cosa succede, allora? Ti hanno fatto qualcosa? Qualcuno ti ha..."
"Piantala, scemo. È colpa tua. Io stavo bene, prima." Dario spostò il peso da un piede all'altro cercando di ricordare cosa potesse aver fatto per suscitare una reazione tanto forte. "Ma tu, no, brutto testone." Continuò lei muovendo solo le labbra "dovevi per forza farmi ricominciare a mangiare, vero? Dovevamo proprio sistemarlo, questo problema. Beh, bravo, deficientone, è ufficialmente sistemato." Nonostante le parole fossero aspre, il tono in cui venivano pronunciate era basso e monocorde, perfino rassegnato.
"Bea? Sul serio, mi sto preoccupando. Cosa succede?" Lei sbuffò da, naso prima di rispondere.
"Ho il ciclo. Dopo una cosa come sette anni, ho il ciclo. Sei contento adesso?" Dario strinse le labbra dubbioso. Non ricordava esattamente come lei reagisse a questo genere di situazione, ma sperava che la reazione fosse meno impegnativa di quella che aveva sempre avuto Stella.
"Ti vado a prendere un analgesico?" Azzardò. Lei aprì un occhio.
"Lo faresti?"
"Direi di si. Ti serve altro?" Bea lo gratificò con un sorriso, che rimase affondato per metà nel letto morbido.
"Una borsa dell'acqua calda, qualcosa da leggere, delle armi da guerriglia e la testa dei miei nemici, il cui elenco al momento comprende quel cretino del benzinaio all'angolo." Dario annuì gravemente.
"Dotazione standard, insomma. Si, credo di poter provvedere." Con una certa scomodità, data la posizione, Bea aveva alzato la mano per sfiorare quella di lui.
"Sei tanto carino."
"Beh, è il minimo, no? In fin dei conti questa idea insensata di non lasciarti crepare in pace di fame è stata mia, come hai giustamente rimarcato tu."
"Dario?"
"Cosa?"
"Darietto?"
"Dimmi."
"Ti amo, lo sai?"
"Anche io, nanetta. Stai buona, dai, torno subito."
Era stato bello sapere che il suo corpo stava tornando a posto, anche se, nonostante gli anni insieme, Bea era terribilmente pudica su tutto quello che riguardava troppo da vicino i suoi meccanismi interni.
Svoltò un'ultima volta e rallentò, com'era ormai diventata sua abitudine, percorrendo la lunga via alberata.
Era strano per lui, per il suo modo d'essere, come tanti ricordi si fossero andati accumulando in quella strada diritta nel giro di così poco tempo. In parte, quei ricordi li doveva a Beatrice, ai suoi racconti, prima reticenti, poi sempre più frequenti e particolareggiati, su quella che era stata la sua vita negli anni in cui aveva vissuto con la madre.
Quei racconti, gli aneddoti divertenti e le riflessioni cupe, in egual misura, gli si erano come infiltrati nella memoria, tanto che gli pareva, spesso, di aver vissuto quei momenti insieme a lei. Ne avevano parlato, fra il serio ed il faceto, appena la settimana prima, mentre, con il fiato che si condensava in candide nuvolette davanti alle loro bocche, accompagnavano uno Swiffer entusiasta del nuovo quartiere nella sua passeggiata serale.
"Ma è normale, scusa, scemo che non sei altro. Siamo stati assieme tutta la vita, tolti quegli anni, è logico che il nostro cervello cerchi di correggere l'anomalia, no?" Dario aveva scosso il capo, inalberando un'aria di disapprovazione.
"Tu e la tua logica balorda. Finirai per farmi sragionare anche a me, a forza di starti ad ascoltare." Bea aveva sbuffato, colpendolo col gomito appena sotto le costole.
"Ah, ecco, colpa mia se sragioni, adesso. Ma se non sei mai stato giusto da che hai imparato a parlare?"
"Almeno io un filo logico lo riesco a seguire, lo capisco il meccanismo causa ed effetto. Tu sei co vinta che la concatenazione logica sia un pezzo delle bici!"
"Ah, si? E allora trovala tu, genio, una teoria che spieghi in modo logico quello che mi hai appena detto, dai!" Dario si era chiuso in un silenzio riflessivo, forzando la sua mente a pensare più velocemente possibile, cercando con tutte le sue forze di confezionare una qualsiasi spiegazione razionale, o, per lo meno, ragionevole, che riuscisse a dare ragione di quello stravagante fenomeno. Non che gli interessasse davvero sviscerare l'argomento in sé, ma, per una questione di principio, si rifiutava di cedere lasciandogliela vinta quando, ne era certo, la sua teoria era del tutto balorda.
Beatrice lo guardava di sottecchi, sorridendo fra sé e sé. Piuttosto che darle ragione si sarebbe ingoiato una porta con tutto il pomello, ma, quella volta, avrebbe dovuto cedere per forza, perché lei era certa di aver detto le cose esattamente come stavano. Ne era certa per il semplice fatto che accadeva anche a lei, di trovarsi a ripensare a quanto fosse stretto il bagno nell'appartamento che Dario aveva occupato durante gli anni dell'università, pur sapendo, razionalmente, di non aver mai non solo messo piede in quell'appartamento, ma di non aver nemmeno saputo che esistesse fino a pochi anni prima. Per il momento, evitò di illustrare qiella sua certezza a Dario. Era davvero troppo divertente guardarlo camminare completamente assorto nei suoi ragionamenti, provando e scartando una teoria dietro l'altra a velocità folle, per poi smontare le idee scartate e riassemblarle, nel tentativo di produrre un ragionamento che gli permettesse di darle torto.
Sembrava quasi in trance, quando pensava con quella frenetica intensità, e i suoi occhi cerulei prendevano distanza dal mondi intero, limitandosi a guidare i suoi passi lontano dagli ostacoli sul cammino, senza lasciar trasparire alcuna espressione.
Alla fine, dopo lunghi minuti passati a dividersi fra le esigenze di Swiffer e l'osservazione divertita dei suoi futili tentativi, Bea aveva richiamato la sua attenzione con dolcezza.
"Dario? Darietto?"
"Mm?" La voce di Bea non aveva perso un solo grammo del suo tono flautato.
"Lo vedi che non ci salti fuori? Ho ragione io." Lui aveva aggrottato la fronte.
"Adesso, non saltiamo a conclusioni affrettate..."
"È inutile, Dario. Io ho ragione e tu non riesci a trovare niente da ribattere. Caso chiuso, fine partita."
Dario aveva cercato qualcosa da ribattere e non gli era venuto in mente nulla, così si era limitato a scrollare di nuovo la testa e a voltarsi ostentatamente dall'altra parte, come se non volesse nemmeno guardarla. In realtà, gli stavano ritornando alla mente le teorie, che a suo tempo gli aveva spiegato Stella, su come la mente umana sia in grado di alterare il ricordo, riconducendo fatti che per la psiche sono troppo dolorosi o troppo difficili ad una realtà,  certamente fasla, ma decisamente più rassicurante, che permettesse alla mente di mantenere un equilibrio che era causa e condizione neccessaria per il suo funzionamento.
In quella luce, d'improvviso, non gli pareva strano di vederai accanto a Bea durante i suoi litigi con Isabella e di riuscire quasi a ricordare, proprio come fosse stato presente, le piccole diavventire e gli incidenti cui Bea era andata incontro durante quegli anni di forzata separazione, il cui ricordo netto e tagliente cominciava a sfumarsi ai margini nella sua mente, dopo averlo tanto a lungo tormentato.
Si erano riavviati verso casa, camminando lenti dello stesso passo, le teste inclinate avanti al medesimo angolo, senza alcuna forzatura, come era sempre stato, Dario a destra alto e diritto, col viso sempre un poco scuro, Bea a sinistra, snella senza più essere esile, col cappuccio che oscillava lasciando sfuggire ai bordi qualche ricciolo scuro, gli occhi assenti e la fronte tersa, come immersa in una lunga fantasticheria.
Ci aveva riflettuto, di tanto in tanto, su quella questione, come tornando a giocherellare con un oggetto trovato a terra, la cui forma bizzarra l'avesse colpito al punto da metterselo in tasca, e, ogni volta che la riconsiderava, l'idea che le loro menti avessero preso per un grosso errore, un errore da correggere al più presto, quel lungo periodo di dodici anni, gli era apparsa meno balorda e più realistica, dotata di quella semplicità che, spesso, serve di riconoscimento a ciò che è vero.

Dario scese dall'auto e attraversò la strada in poche, lunghe falcate, il busto piegato appena in avanti e il viso già illuminato dal pregustare un'altra serata di quiete.
Aprì la porta quasi fischiettando e fece qualche passo all'interno, posando le chiavi nella ciotola del piccolo ingresso davanti alle scale, prima di immobilizzarsi come un animale che fiuti il pericolo.
Qualcosa non andava.
Qualcosa di storto, di molto storto.
La casa era buia e perfettamente silenziosa. A quell'ora, Bea doveva essere rientrata da un pezzo, eppure non c'era traccia della sua presenza, né una luce accesa, né un libro sul tavolo della cucina, dove era solita lasciarli per prepararsi, appena tornata, una tazza di caffè per riscaldarsi.
Non sentiva il suono dei suoi passi al piano di sopra, né quello della doccia.
Dario chiuse gli occhi per un momento, invidiandole per la prima volta quella strana, infallibile capacità di capire, quasi per un sesto senso, se qualcuno fosse presente. Non l'aveva e non l'aveva mai avuta, perciò cercò invece di ricordare se avesse visto la sua macchina arrivando.
Efficiente e servizievole, la sua memoria gli dipanò davanti all'occhio della mente l'immagine della strada, così come l'aveva vista arrivando, completa di ogni particolare e, si, sulla destra, poco più avanti della lpro porta, c'era la macchina rosa carico di Bea.
Un altro dettaglio lo colpì con la forza di un maglio non appena aprì gli occhi.
Dal giorno che era arrivato, tre anni prima o poco più, non una sola volta Swiffer aveva mancato di dargli il bentornato, ogni sera. Perfino quando, l'autunno prima, si era ammalato ed era rimasto per due giorni interi steso, febbricitante, su una coperta in sala, non aveva mancato di fargli per lo meno sentire la sua voce, un felebile latrato, udendolo rientrare.
Ora, invece, non sentiva nemmeno lui.
Istintivamente i suoi occhi corsero all'attaccapanni fissato alla parete dietro la porta e cercarono il sottile guinzaglio di cuoio. Era al suo posto.
Un senso di freddo disagio, acqua ghacciata che si espandeva veloce, gli invase l'incavo del petto.
'Non fare il cretino' rimproverò se stesso mentre, ancora muto ed immobile, cercava con lo sguardo, trovandole immediatamente, le chiavi di Bea nella ciotola 'si saranno addormentati. Cosa vuoi che sia successo? Adesso chiami e vedrai che, se lei non si svegloa, almeno Swiff ti risponde. '
Un pensiero perfettamente sensato, logico, cui, però, non riuscì a far seguire l'azione.
Attaccò invece le scale, mosso da un istinto che non si conosceva, che gli disse con certezza che, se qualcosa era accaduto, era di sopra, nella loro stanza, che Bea si sarebbe rifugiata.
Le salì a due per volta, consumando la rampa di scalini ad una velocità degna dell'atleta che era stato durante l'adolescenza, e si proiettò verso la loro stanza da letto.
Quasi sbattè il naso contro il legno rossiccio della porta.
La osservò per un attimo, un'anonima porta di legno, inequivocabilmente chiusa.
Ma, in casa loro, le porte raramente venivano chiuse, e mai prima he entrambi fossero nella stanza.
"Bea?" Chiamò sottovoce. Non ricevette alcuna risposta e girò la maniglia.
La stanza era scura, il precoce crepuscolo invernale non proiettava luce a sufficienza per distinguere i dettagli.
"Bea?" Ritentò. Swiffer gli si fece incontro, agitando la coda bassa, con aria desolata, e lui cercò ed accese l'interruttore, con la sensazione di una tragedia incombente che gli si andava gonfiando dentro.
"Vattene." La voce era piccola, disperata, arrabbiata, e inconfondibilmente di Beatrice. Dario trasse un lungo respiro.
"Oh, cos'è successo?" La vide, raggomitolata sul tappeto, fra il letto e la parete, con le mani sul viso.
"Succede che devi lasciarmi in pace." Tentava di suonare minacciosa, riuscendo solo ad avere una eco terribilmente spaventata. Dario si avvicinò e si accoccolò sui talloni.
"Bea? Mi fai paura. Cos'è successo?"
"Vai via, ti ho detto. Vattene, lasciami stare." Lui allungò la mano per toccarla e lei si sottrasse al suo tocco. Era circondata di fazzoletti di carta appallottolati e cincischiati e si sentiva che aveva pianto, a lungo e con foga.
"Amore, se solo mi dicessi cosa è successo, sono sicuro che..." senza preavviso, il viso di Bea si sollevò dalle mani e i suoi occhi, rossi e lucidi, lo trapassarono.
Non era mai stata tanto infuriata con lui, da che la conosceva, di questo era certo e si ritrovò, suo malgrado, a sentirsi in colpa, senza riuscire a capire cosa avesse mai fatto per portarla ad un tale stato di prostrazione.
Un rapidissimo esame di coslcienza non portò alla sua mente nessuna stupidaggine di gravità sufficiente a giustificare una reazione tanto esasperata. Rimase quindi immobile, cercando di mantenere la calma, e si preparò a subire l'impatto che sarebbe venuto.
Bea lo fissò a lungo, quasi senza battere le palpebre. Era rientrata molto prima di qua to lui credesse, appena dopo pranzo, qua do non avrebbe avuto alcun mltivo per accendere le luci. Quando era arrivato il buio, ormai, era troppo sconvolta per pensare a quel dettaglio ed aveva trovato più comodo e più facile rimanere semplicemente ferma, lasciando che venisse buio, se proprio era necessario.
Era arrivata presto per seguire il consiglio di un medico. Non il suo medico, ma un'amica di Viola, che di mestiere faceva il medico, che, dopo aver ascoltato durante il pranzo il suo lungo sproloquio su quanto l'inverno la debilotasse, quell'anno, le aveva dato un suggerimento che a lei era parsa quasi una sfida.
Raccolse quel poco di cervello che ancora le funzionava e lo costrinse a lavorare per parlare a Dario, che la osservava, ricambiando il suo sguardo in una muta attesa.
"Tu hai detto che non potevi avere figli." Dario inarcò appena un sopracciglio, stupito da quello che gli parve un brusco cambio di argomento.
"Si. È così." Beatrice trasse un respiro che pareva non finire mai.
"Io mi sono fidata di te." Lo sconcerto di Dario crebbe.
"Amore, mi vuoi dire..." lei annuì, quasi con cattiveria.
"Ah, te lo dico si, te lo dico." Allungò la mano dietro di sé sul comodino e prese quattro lunghi oggetti che allineò sul pavimento, fra loro.
Sulle strisce di plastica bianca, su ciascuma si esse, spiccavano come punti esclamativi due linee viola cupo. "Ti dico che sono incinta. Ecco cosa ti dico."
La voce le si spezzò sulle ultime parole e Beatrice riaffondò il viso fra le mani, riprendendo a piangere nel tono stanco di chi ha già pianto a lungo.
Dario era tanto immobile che avrebbe potuto essere di pietra.
Fissava le otto linee che giacevano fra loro, separandoli, come il filo di un reticolato.

lunedì 12 gennaio 2015

53

Avevano prenotato per tutti in un piccolo, riservato, adorabile ristorante alla periferia estrema della città. Lo avevano scelto insieme, dopo averne valutati almeno una decina, per la combinazione di ottima cucina e ambiente intimo.
Per questo motivo rimasero piuttosto sconcertati quando Vittorio,  alla guida dell'auto che li ospitava come passeggeri, prese tutt'altra strada.
"Guarda che dovevi svoltare là." Gli fece notare Dario dal sedile posteriore. Gli occhi piccoli e ridenti di Vittorio lo guardanono dallo specchietto.
"Ah, io non c'entro niente. È il tuontestimone che mi ha detto di seguirlo. Vedi?" Gli rispose indicando con un gesto distratto la macchina color argento che li precedeva, con Vasirani alla guida.
"Ma dove cazzo va adesso, quel deficiente?" Chiese, più che altro a se stesso, Dario, frugandosi alla ricerca del cellulare, per poi ricordare che anche quello doveva trovarsi nella macchina davanti alla loro. Lo aveva dato ad Andrea poco prima di partire da casa.
Bea sbuffò, sporgendosi verso i sedili anteriori.
"Viola, mi dai il telefono, per cortesia?" Chiese all'amica. Viola le porse il cellulare senza nemmeno voltarsi. Cercava disperatamente di nascondere il largo sorriso che le affiorava spontaneo al pensiero della piccola sorpresa che avevano preparato per loro.
Sul sedile posteriore, Dario e Beatrice, ignari di tutto questo, erano chinati entrambi sul piccolo display, in attesa che il telefono si decidesse a riaccendersi, le teste accostate e le spalle a contatto.
Stava calando la sera ed i primi lampioni iniziavano ad accendersi nella luce morente. Quando il cellulare mandò il suo debole bagiore, li illuminò entrambi come in una vecchia illustrazione, con un bagliore verdastro.
Dario si impossessò del telefono.
"Si può sapere dove stai andando? " chiese senza perdersi in altri preamboli nel momento in cui sentì che Andrea era in linea. Una bassa risata arrivò attraverao il ricevitore.
"Direi di no, coglione. Altrimenti te l'avrei detto prima di partire, no?"
"Ma che..." Iniziò Dario in un sospiro di frustrazione. Poi Beatrice gli tolse il telefono dalle mani.
"Immagino che tu abbia voluto dare l'ennesima prova del tuo incoercibile spirito fanciullesco alla popolazione, scemo." Tentava di tenere un tono severo, ma gli angoli della bocca continuavano a scattarle verso l'alto. Era semplicemente troppo felice per prendere male qualsiasi iniziativa.
"Eh, si, cuginetta. Adesso vi aspetta la sorpresa dei testimoni." Bea rivolse lo sguardo ad un accigliato Dario, che la osservava cupo, e gli riferì.
"Dice che lui e quest'altra qua" disse accennando col capo a Viola, seduta sul sedile anteriore "ci hanno preparato una sorpresa." Dario porse la mano a palmo in alto e Bea gli consegnò docilmente il telefono.
"Andrea?"
"Dimmi."
"Vorrei che tu fossi conscio del fatto che avevamo scelto con cura ed attenzione il posto dove andare." Andrea parve riflettere uun attimo sunquella affermazione, che l'amico aveca scandito nel tono che riservava ai momenti di fastidio ed imbarazzo.
"Ne sono profondamente conscio." Rispose poi affettando una voce eccessivamente seria. Mentre guidava, col telefono incastratomfra l'orecchio e la spalla, riusciva ad immaginare senza difficoltà il viso serio e gelido dell'altro e stava trattenendo a forza una risata.
"E che questo genere di iniziative sono del tutto inopportune, in un simile ambito." Andrea inspirò lentamente attraverso il naso, cercando di ricordare a se stesso che Dario era maledettamente serio.
"Vorrei suggerirti una prospettiva diversa." Rispose poi, modulando la voce sullo stesso tono che usava negli incontri di lavoro.
"Ti ascolto."
"Io e Viola abbiamo deciso di farvi un regalo. Per esprimere il nostro affetto e la nostra felicità per quello che è appena successo. E ci siamo impegnati molto per realizzarlo." Dario tacque per un momento, le sopracciglia lievemente corrucciate, e lanciò uno sguardo a Bea, sporta in avanti per ascoltare al suo fianco la telefonata. Lei distese le labbra in un sorriso ed annuì impercettibilmente.
"Okay, allora, grazie." Rispose poi.
"Bravo, Dario. Vedi che quando ti impegni riesci a essere quasi convincente nel ruolo di essere umano?" La voce di Andrea, nonostante le parole di scherno, era carica di affetto. Bea carezzò delicatamente la mano che Dario teneva in grembo, come a tranquillizzarlo, e, con altrettanta delicatezza, prese il telefono e chiuse la comunicazione.
Voltò il viso verso Viola che, seduta davanti a loro, aveva atteso la sentenza sull'iniziativa che aveva preso insieme ad Andrea con un misto di agitazione e divertimento, e le rivolse un'espressione di rassicurante aspettativa attraverso lo specchietto.
"Senti, Viola, quanto dista il luogo misterioso dove avete deciso di portarci?"
"Ah, da qui...non saprei..." Iniziò l'altra guardando fuori dal finestrino in cerca di punti di riferimento. Vittorio lanciò uno sguardo carico di sottintesi a Dario, prima di schiarirsi la gola.
"Siamo a circa nove chilometri." Dario annuì, mascherando a stento un sorriso. Bea lo fissò perplessa.
"Cioè, ce l'abbiamo il tempo per una sigaretta o..." a quel punto Dario e Vittorio non furono più in grado di contenersi e diedero in una breve risata, insieme.
Vittorio si sentiva felice come non gli succedeva da tempo. La sua vita era serena, densa di piccole, preziose soddisfazioni, ma gli era mancato, Dario, soprattutto negli ultimi anni, quando se l'era visto attorno senza mai riuscire a ristabilore con lui quella sorta di connessione, di particolare risonanza che c'era stata fra loro negli anni della prima giovinezza. Si era domandato molte volte per quale motivo lui paresse nom prenderlo nella minima considerazione e si era sentito quasi ferito nello scoprire dai discorsi di Viola che aveva affrontato problemi enormi, senza mai chiedere il suo aiuto nè la sua presenza. Sarebbe rimasto stupito ed incredulo, se avesse saputo che era stata una sorta di pudore a trattenerlo, un senso quasi di inferiorità. Dario aveva la sensazione che Vittorio fosse cresciuto e avesse fatto crescere con sé una moltitudine di cose di fondamentale importanza, mentre lui, dal canto suo, rimaneva sempre il solito, sempre lo stesso, sempre invischiato negli stessi pantani.
In quel momento, però, mentre ridevano insieme del completo disorientamento delle loro mogli, furono di nuovo straordinariamente vicini, come lo erano stati da ragazzi.
'Le nostre mogli' ripetè Dario nella mente, sentendo un senso di orgoglio crescergli in petto. Realizzò in un attimo che ora era più simile a Vittorio di quanto ci si fosse mai sentito nel corso della vita adulta. Era davvero riuscito a cambiare qualcosa, negli ultimi anni, a sottrarsi a quel cappio che da sempre portava attorno al collo, a stringerlo senza pietà ogni volta che tentava di allontanarsi di un passo dalla palude dei ricatti morali che lp tenevano avvinto a sua madre, a suo zio e, infine, a Stella. Dopo tanti anni passati a sostenere il peso del loro giudizio e delle loro sottili imposizioni, a cercare di fare tutto ciò che era giusto e doveroso per non dispiacerli, per non deluderli nè ferirli, era riuscito semplicemente a scivolare via dalle loro mani.
E dopo tutti quegli anni pasati a sentirsi ripetere quanto fosse crudele, quanto non riuscisse a comprendere i sentimenti altrui, quanto sbagliato fosse il suo modo di essere, ora, che realmente aveva deciso di infischiarsene delle loro rimoatranze, aveva scoperto che sarebbe bastato, fin dall'inizio, non prestare loro ascolto.
'Meglio tardi che mai.' Si disse. Dalla tasca interna della giacca estrasse un sottile porta sigarette di metallo liscio e lo aprì porgendolo a Bea.
"Ma ti sei sposato con le sigarette in tasca?" Lo apostrofò ancora ridendo Vittorio.
"Assolutamente si. Due volte." Rispose luimprendendo una sigaretta a sua volta.
Il pugno di Bea lo raggiunse alla spalla, improvviso, piccolo e incredibilmente doloroso, proprio nel punto in cui il muscolo si legava all'osso, facendogli quasi salire le lacrime agli occhi.
"Ma perché?" Le chiese lui strofinandosi con aria risentita.
"So io. Passami l'accendino." Rispose Bea guardandolo in cagnesco. Mentre frugava alla ricerca dell'accendino, a Dario passò per la mente che probabilmente non avrebbe dovuto accennare al suo primo matrimonio quel giorno e, quando Viola gli passò un piccolo usa e getta di plastica rossa, lui lo porse a Bea insieme ad un bacio di scusa.

Le auto si fermarono di fronte ad un locale grande ed incredibilmente rumoroso perfino dall'esterno.
Scesero tutti. Dora e Liliana, nei loro vestiti signorili da cerimonia, osservavano apertamente incuriosite il locale da cui proveniva, arrivando fino a loro, un brusio misto di suoni e voci. Elena, Viola e Vittorio parevano felici di trovarsi lì e occhieggiavano, fra il sospettoso e il divertito, l'espressione di Dario e Beatrice, che, scesi dall'auto, sinerano fermati fianco a fianco, come bambini sperduti.
Solo Andrea non si fermò affatto e, sceao dall'auto, si diresse rapido e sicuro verso l'ingresso.
Arrivò fino alla porta prima di rendersi conto di essere solo e, girandosi con aria esasperata, ritornare a lunghi, esagerati passi verso il resto del gruppo.
"Vi siete incantati? Di qua, dai. Entriamo." Dario inclinò il capo con fare dubbioso.
"Vasirani, questo posto è un..."
"Locale, Malatesta, un normalissimo locale dove si mangia e poi si balla. Carino, anche." Beatrice alzò gli occhi verso Dario e poi li spostò su Andrea.
"Si balla? Si balla tipo una discoteca?" La sua voce suonava incredula.
Andrea lasciò cadere le spalle e scambiò un gesto rassegnato con Viola e Vittorio, che lo guardavano in silenzio.
D'improvviso non capiva per quale motivo si fossero presi la briga di fare loro una sorpresa. Era evidente, da sempre, che loro non amassero le sorprese, a meno che non fossero loro stessi a scambiarsele. Niente doveva mai deviare dall'ordine scandito di Dario, per non provocargli fastidio o angoscia. E niente doveva mai infastidire o angosciare Dario, per non irritare o dispiacere Beatrice. Nel complesso, pensò Andrea sconsolato, era come avere a che fare con un complesso programma di computer, in cui c'era un solo modo per svolgere correttamente ogni azione e quel modo altro non era che quello suggerito dal programma stesso. Del tutto inutile tentare di fare altrimenti, pena un malfunzionamento dagli effetti potenzialmente disastrosi.
'Insomma' si disse fra sé e sé 'guardali. Stretti stretti, coi loro bei vestitini e l'aria di chi è stato portato alle porte dell'inferno. Cosa dovrei fare, io, per convincerli ad entrare, spintonarceli dentro e poi aspettare di vedere se si divertono?'
Fu come se avesse espresso quel pensiero a voce alta o, più probabilmente, alla stessa conclusione erano pervenuti anche altri, perché Dora decise di rompere quell'attimo di stallo imbarazzato raggiungendo quelli che ancora chiamava 'i miei ragazzi' e prendendo ad assestare loro piccole, energiche spinte per smuoverli.
"Allora, adesso andiamo a sentire la musica e a mangiare, si? Io sono stanca e mi fanno male i piedi. E poi non si fa quella faccia quando qualcuno vi invita a cena." Li rimproverò tentando di tenere la voce bassa e di contrastare, insieme, il livello di rumore attno, con l'unico risultato di rendersi perfettamente udibile.
"Si, Dodo, ma, vedi..." cominciò Bea.
"Io vedo che è ora di cena, che è stata una giornata lunga e che questo è un posto bellissimo."
"Si, ma Dora..." Tentò Dario con aria conciliante, mentre lei continuava a spingerli verso l'ingresso.
"Basta 'ma'. Sorridi, signor Dario, adesso. Ti sei sposato, devi essere felice. "
Rinunciarono ad opporre resistenza quando, lanciando uno sguardo in cerca dell'aiito degli amici, li videro nascondere larghi sogghigni divertiti. Andrea non poté resistere all'insita comicità della scena, all'espressione di materna esasperazione di Dora contrapposta alla loro aria recalcitrante, e rise loro francamente in faccia, mentre li precedeva, ancora una volta, all'ingresso del locale.
A quella vista, entrambi scrollarono le spalle e seguirono docilmente la loro governante, prendendola fra loro. Dora diede in un breve ed entusiastico sorriso di appagamento, vedendoli camminare senza più proteste. Posò uma mano sulla schiena di ciascuno e si godette la loro compagnia fino al tavolo che era stato loro assegnato.
Non si saziava di guardarli, i suoi ragazzi, tanto belli nei loro vestiti di nozze, tanto felici, di quel genere di felicità timida ed impacciata che conosceva loro fin dalla più tenera età.
Teneva il palmo sulla schiena diritta di Dario, sentendolo camminare, i muscoli spessi che si muovevano sotto la stoffa, e la sua mente le riproponeva quella stessa schiena, quella stessa sensazione di meravigliosa intimità, quando ancora lo teneva allacciato al suo collo, tanto piccolo, allora, che se lo prendeva in braccio per andare più veloce, quando doveva spostarsi da una stanza all'altra. Le pareva di rivederselo davanti agli occhi, con quella frangia pesante di capelli fini e diritti come fili, quando, con gli stessi occho di quella sera, si lamentava 'ma Dora...' e ancora non arrivava al tavolo. Gli stessi occhi, la stessa espressione della voce.
Bea incespicò appena e lei, istintivamente, la trattenne per il vestito e le lanciò uno sguardo di blando rimprovero.
Quante volte le aveva detto di guardare dove metteva i poedi, davvero non avrebbe saputo contarle.
Le strofinò piano lo spazio fra le spalle, come a compensarla dei mille, miniscoli rimproveri che le aveva diretto nella vita. Era impossibile non farlo. Uma bambina, prima, ed una ragazza, poi, ed ora perfino una donna, che pareva vivere sempre in un mondo suo. Affettuosa, la sua signorina, anzi, si rimproverò mentalmente, signora, attaccata alle persone come nessuno, ma sempre talmente distratta e testarda da mandare in furia un santo.
Solo Dario ci riusciva, ad andarle alla testa.
Dora non aveva versato una lacrima durante la cerimonia. Aveva creduto che avrebbe pianto come un vitellino da latte e invece i suoi occhi erano rimasti asciutti, nel vederli diventare quello che avrebbero dovuto essere fin da molti anni prima, marito e moglie.
In quel momento, sentendoli vicini, riconoscendo nel modo di camminare, di parlare, di ciascuno di loro quei gesti e quei modi che conosceva da più di trent'anni, sentì che le lacrime le montavano dentro come una marea.
Non erano due peraone qualunque, non erano due amabili signori, qielli. Erano i suoi bambini. Alzò gli occhi verso Dario, cercando nel suo profilo qualcosa del bambino che aveva cresciuto, e poi li spostò su Beatrice, che osservava con palese curiosità ogni dettaglio dei muri, del vialetto, della gente attorno a loro.
Il timido, silenzioso, solitario bambino cui aveva consegnato il cuore nel giorno stesso in cui glielo avevano messo fra le braccia, era diventato un uomo di cui sentiva di poter essere orgogliosa. La piccola selvaggia, incivile testarda che con tanta fatica aveva recuperato dopo il traumatico distacco dalla madre, era diventata una donna di rara intelligenza ed abilità. Eppure, lei poteva vederlo, non erano cambiati, in fondo. Le pareva che giocassero a fare i grandi, che da un momento all'altro dovesse scoprire che non era passato che un giorno e si era solo fatta troppo trascinare dalla sua immaginazione.
Possibile che fossero adulti, più grandi ancora di quanto lo fossero i loro genitori quando lei li aveva conosciuti?
Mentre queste riflessioni le occupavano la mente, vide Dario sussurrare qualcosa ad Andrea e quest'ultimo alzarsi dal tavolo e sparire per pochi minuti. Quando tornò, scambiò un cenno d'intesa con l'amico.
Fu a quel punto che Dora, davvero, credette per un momento di aver perduto il confine fra gli anni. Per anni ed anni, nella grande casa gialla dove prestava servizio, ogni giorno, ad ogni pasto, aveva visto Dario alzarsi per primo e fermarsi accanto alla sedia di Beatrice. Se lei lo faceva aspettare troppo, la chiamava. Se lo faceva attendere ancora, la tirava per la mano.
Ogni rimprovero, ogni pu izione era stata vana contro quell'inveterata abitudine, fino a che non ne aveva avuta ragione lui.

Dario spinse da parte il piatto e si srotolò alzandosi dalla sedia. Abbassò gli occhi su Bea, che lo guardò interrogativa.
"Andiamo?" Le disse dopo un attimo, impaziente. Lei fece per ripiegare il tovagliolo e lui le afferrò la mano, tirandola senza forza, per incitarla a fare in fretta. Con un sospiro ed un sorriso, Bea si alzò.
"Dove andiamo, ai può sapere?" Senza rispondere Dario la tirò per la mano fino alla pista da ballo. Stava iniziando uma nuova canzone.
"Questa l'ho chiesta io, nana malefica."
"Moglie."
"Moglie malefica o moglie nana, cosa preferisci?" Le prese i posi e se li posò dietro la nuca, facendo scivolare poi le mani attorno ai suoi fianchi.
"Preferisco Bea." Gli sorrise lei. Dario iniziò a dondolare a ritmo, in una parvenza di ballo.
"Ti piace la canzone?"
"La conosco. Mi piace un sacco. Come si intitola?"
"Crazy. Piuttosto adeguato, che ne dici?" Ridacchiarono insieme, naso contro naso.
'Forse facciamo tutti finta dimessere grandi' pensò Dora guardandolo dal suo posto al tavolo 'forse è così per tutti.'

martedì 6 gennaio 2015

52

Le alte finestre in legno scuro proiettavano una luce bianchissima, per nulla stemperata dall'avvicinarsi della sera, sulle tappezzerie sanguigne della sala. Il pesante lampadario di cristallo pareva fiammeggiare del riflesso solare, a malapena guardabile, e l'ampia tavola lustra di dietro la quale l'ufficiale del comune osservava i pochi convenuti stretto nella sua fascia tricolore aveva assunto calde sfumature color miele.
Dario la fissava, seguendone con gli occhi le venature, cercando di ignorare i sussurri che provenivano dalla sua destra.
"Socio, sei ancora in tempo. All'ultimo minuto ma sei ancora in tempo. Dai, possiamo andare direttamente al ristorante."
"Vasirani, piantala!" Sibilò serrando gli occhi per un momento. Dietro di lui, compostamente seduti, Vittorio e Liliana parevano aver trovato qualche argomento di conversazione che li chinava in una fitta rete di parole a mezza voce l'uno verso l'altra,  mentre da qualche parte, al limite estremo del suo campo visivo, Viola pareva non poter fare a meno di girarsi ogni secondo verso la porta.
Quel punto delicato fra stomaco e polmoni sembrava farsi sempre più rigido e pesante, in una progressiva, inesorabile trasformazione da carne a marmo, e d'improvviso fu certo che non sarebbe riuscito a spiccicare parola. L'ufficiale avrebbe posto la fatidica domanda e lui sarebbe rimasto a boccheggiare, sempre più paonazzo, come un pesce fuor d'acqua, senza riuscire a produrre il minimo suono, mentre il tramonto avrebbe arrossato le finestre, in tinta perfetta con le pareti.
Cercò di respirare a fondo. Gli veniva da vomitare.
"Se ci voltiamo e usciamo adesso, con nonchalance, possiamo arrivare alla macchina prima che si accorgano che stiamo disertando" Andrea parlava a voce bassissima, muovendo appena l'angolo della bocca, con fare da cospiratore. Dario abbassò sul suo viso gli occhi pallidi, vitrei di agitazione, e lui tacque d'un tratto. "Adesso arriva, Dario. Stai calmo."
Dario annuì appena, un cenno lieve, senza che il suo viso perdesse l'espressione impietrita. Gli pareva di essere davanti a quella tavola, in quella stanza sontuosa, ad aspettare, da tutta una vita.
Naturalmente sapeva che sarebbe venuta. Non gli avrebbe mai fatto una simile cattiveria, la sua Bea. Ma non era forse in ritardo?
Cercando di non farlo notare a nessuno, sbirciò il quadrante dell'orologio. Erano trascorsi appena un paio di minuti da che l'aveva guardato l'ultima volta. Possibile? Gli parevano ore. Non era affatto in ritardo. Mancavano ancora tre minuti buoni all'ora esatta.
Si ricompose, inconsciamente raddrizzando spalle e collo nella posa altera che gli aveva insegnato la madre.
L'ufficiale col tricolore lo guardava e lui restituì lo sguardo, domandandosi perché mai lo fissasse. Poi l'uomo gli lanciò un sorriso gentile, carico di comprensione e incoraggiamento, stupendolo. Nom avrebbe mai creduto che si notasse tanto, la sua agitazione.
Si impose di dominarsi.
"Allora, dai, incomincia a indietreggiare pian piano, guadagnamo la porta."
"Andrea, se non la smetti ti dò un pugno in faccia che ti faccio volare fuori dalla finestra."
"Io lo dico per te, mica per me."
"Stai zitto, maledetto cretino! Piantala!" Gli ingiunse Dario, parlandogli senza nemmeno volerlo allo stesso modo in cui l'altro parlava a lui, con il viso volto in avanti e la bocca che si muoveva appena.
Poi un movimento attirò la sua attenzione sulla sinistra e si rese conto che qualcuno aveva preso posto. Con la coda dell'occhio vide Andrea voltarsi per metà e la sua espressione cospiratoria distendersi, suo malgrado, in un'aria intenerita.
Poi tutti si alzarono, e lui si voltò tanto velocemente da sentir scricchiolare le vertebre del collo.
Era in perfetto orario, come sempre.

Finalmente Beatrice capiva per quale motivo le spose venissero accompagnate da qualcuno all'altare o, come in quel caso, alla tavola sul fondo della stanza. Non era un residuo di qualche antico regime patriarcale. Erano le gambe, che parevano aver smarrito le ossa sulla rampa di scalini ed ora si rifiutavano di collaborare.
Si bloccò sulla soglia, mandando mentalmente improperi a se stessa per la sua scelta di compiere quegli ultimi, lunghissimi passi da sola.
Si rendeva conto che la sua doveva sembrare una pausa ad effetto, volta a far sì che tutti la ammirassero, e gettò le spalle all'indietro raddrizzandosi per confortare quell'opinione.
Non ci sarebbe riuscita mai, a fare quei pochi passi per arrivare al tavolo. Sentiva come se avesse messo radici, i piedi che rifiutavano di staccarsi dal pavimento.
Poi i suoi occhi, che vagavano per la sala smarriti, trovarono quelli di Dario. I loro sguardi si intrecciarono, parlando il loro linguaggio segreto.
Dario sgranò gli occhi, inclinando appena un sopracciglio. 'Come sei bella', diceva quello sguardo.
Beatrice lo ricambiò carezzando appena con gli occhi la sua lunga figura in nero. 'Anche tu amore mio.'
Dario inclinò il capo verso destra, appena di qualche grado. 'Che succede?'
Beatrice rispose ruotando gli occhi, aperti al massimo, sulla sala sontuosa che le si apriva davanti. 'Panico! Panico! Panico!'
Dario chiuse gli occhi e si passò la punta della lingua fra le labbra. Stava ridendo, ma nessuno poteva udirlo. Beatrice alzò le spalle di qualche millimetro, a dimostrargli che non poteva farci nulla.
In un unico, muto lampo di comprensione, che passò fra i loro occhi allacciati con una forza che quasi parve dargli peso e consistenza, si resero conto che gli sguardi di tutti i presenti erano fissi su di loro e sul loro dialogo muto.
Andrea si sporse appena verso Dario, avvicinandosi alla sua nuca.
"Guarda che qui tutti gli altri sono terrestri normali. Se la piantaste di fare il duo meraviglia sarebbe meglio." Dario si scrollò, come liberandosi fisicamente della presenza dell'altro e mosse in primo passo verso la porta sul fondo. Mentre si avvicinava in lunghe, nervose falcate irregolari alla parete opposta della sala, sentendo su di sé gli sguardi, venne raggiunto da sibilo dell'amico. "Dove vai? Oh, guarda che scherzavo! Devi rimanere qui!"
Sorrise a Beatrice che gli sorrise di rimando, muovendo verso di lui. Le gambe di Dario erano più lunghe e i suoi movimenti resi veloci dalla tensione che lo pervadeva, quindi si incontrarono, faccia a faccia, più vicini alla porta che al centro della sala. Si scambiarono un nuovo sorriso, appena un accenno imbarazzato, prima di muoversi come in un passo di danza provato molte volte.
Il loro movimento, sincronico ed aggraziato, li portò a fronteggiare insieme il lustro tavolo sul fondo e i sorrisi dei convenuti, che avevano finalmente compreso il senso di quella manovra.
Beatrice insinuò la mano sotto il braccio di Dario e sentì i muscoli delle spalle rilassarsi quando lui le coprì la mano con la sua.
Fianco a fianco, la spalla di lei che sfiorava appena il braccio di lui, così come avevano camminato per tutta una vita, coi passi che si adattavano l'uno sulla lunghezza dell'altro senza bisogno di alcuna premeditazione, avanzarono verso l'ufficiale in tricolore che li attendeva sorridente.
Fu una cosa misericordiosamente breve.
Ascoltarono l'uomo leggere gli articolo di rito con una voce chiara e pacata, che si srotolava nella luce che iniziava a preludere il tramonto senza esitazioni. L'uomo disse qualche parola, qualche banalità, sull'unione che stava celebrando, prima dinporre loro la domanda che tutti attendevano.
Quando guardò Dario, chiedendogli se voleva prendere in moglie Beatrice Bizzarri, un secondo di assoluto silenzio parve dilatarsi nella stanza gonfiandosi come un palloncino. Dario abbassò la testa, certo che non sarebbe riuscito ad emettere suono.
Si sentì arrossire e detestò quella sensazione.
Poi le dita di Bea, sottili e sicure, nonostante fossero fredde come pietra, si intrecciarono alle sue.
E il suo 'si' suonò chiaro sotto il soffitto antico.
La stessa domanda venne posta a Beatrice e la sua mano si strinse ancora di una frazione, mentre rispondeva.
Mentre l'ufficiale pronunciava le parole di rito, ai loro orecchi niente di più di una lontana tiritera, si guardarono straniti.
Fu come se in un momento tutti quegli anni, tutti i loro stessi di tutti quegli anni, entrassero dalla porta per raggiungerli e si ricongiungessero in un unico filo conduttore.
I loro occhi erano quelli dei bambini che erano stati, quando ognuno non aveva nulla all'infuori dell'altro. Erano quelli di loro due, affacciati appena all'adolescenza, che comprendevano in una lenta rivelazione, un'aurora della consapevolezza, che sarebbero stati qualcosa di più che fratello e sorella. Erano quelli della loro prima giovinezza, quando l'amore bruciante che li legava aveva consumato ogni altra cosa dentro di loro, lasciandoli incapaci di provare null'altro.
Erano gli occhi smarriti del giorno in cui erano stati divisi ed era lo sguardo indurito che si era venuto formando, uno strato alla volta, come una roccia in grembo alla terra, nel vivere il mondo da soli, consci di ciò che mancava alla loro anima per essere intera.
Erano loro, loro due, in tutto ciò che erano sempre stati ed, in un lampo, in tutto ciò che doveva ancora venire, sospesi dal momentaneo stupore sulla soglia della loro vita, nel rendersi conto che nessuno, all'infuori di loro stessi, avrebbe potuto allontanarli mai più.
Un identico moto di sollievo, come il posarsi di un peso a lungo trascinato, li percorse, lasciando scivolare dai loro visi e dai loro corpi uniti alle mani l'affanno che li gravava da sempre.
Agli occhi del mondo, così come a quelli del loro cuore, erano uno.

D'improvviso attorno a loro si levò un battimani.
I convenuti, e perfino l'ufficiale, li stavano garbatamente applaudendo, per festeggiare il loro nuovo nuovo stato di coniugi.
Si erano tenuti per mano, stretti, nel momento in cui avevano saldato la loro unione ed ora entrambe le loro mani erano intrecciate, dito a dito, il bouquet abbandonato e momentaneamente dimenticato sulla tavola antica.
Quando Dario iniziò a parlare, nessuno dei presenti udì le prime parole. Parlava ad un tono normale, senza alzare la voce, in brevi scoppi di parole seguiti da lunghe pause, come riflettendo di volta in volta su cosa dire, guadando le acque basse della sua innata timidezza di pietra in pietra.
Beatrice udì ogni parola. Avrebbe conservato per tutta la vita ogni parola ed ogni infleasione della sua voce, come un limpido ricordo tenuto vivo dall'essere spesso ricordato.
"Quando idrogeno ed ossigeno si mescolano in grandi quantità, di improvviso, il risultato non è buono. Esplodono. Hai presente lo Zeppelin? Quello era pieno di idrogeno. Ossigeno e idrogeno, quando li mescoli nel modo sbagliato, fanno solo del danno. Ma se entrano in contatto nel modo giusto, sai, se arrivano a toccarsi nella giusta proporzione e nella giusta condizione, la cosa cambia. Perché se le condizioni sono giuste, se la proporzione va bene, allora ossigeno e idrogeno, insieme, diventano acqua. E l'acqua, lo sai, è quella cosa senza cui non esisterebbe niente di vivo. Ecco, sai, per noi è uguale. Non so come sia successo, non una volta, ma adirittura due. Ma deve essersi creata la condizione giusta, perché quello che facciamo insieme è vita, non distruzione. Perché invece di scoppiare, vedi, noi diventiamo acqua. Anche se avrebbe potuto essere il contrario. Ma non lo è stato. E senza uno dei due, senza idrogeno o senza ossigeno, non esiste l'acqua e senza acqua non esiste la vita. E la stessa cosa è per noi. Se non c'è noi, non c'è vita."
Mano a mano che parlava, ognuno dei presenti si era zittito ed avvicinato per ascoltare e, quando finì, si rese conto con uno stupore che sconfinava nell'imbarazzo, di essere circondato da occhi che lo fissavano.
Guardò Bea con un piccolo sorriso teso e lei gli rispose sorridendo a sua volta, di un sorriso ampio e tenero.
"Non esiste un libro al mondo bello come te." Gli sussurrò, abbastanza piano da farsi capire da lui solo. Dario la strinse al petto, cin una delicatezza che la lunga, quasi immemorabile confidenza fra loro non aveva mai richiesto.
Andrea fu il primo a scostarsi da loro, con Elena tenuta mollemente per mano, e ad incamminarsi verso l'uscita.
Mentre loro rimanevano abbracciati, uno dopo l'altro tutti fecero la stessa cosa, fino a che rimasero soli.
Poi Bea si scostò appena e si allungò per riprendere i suoi fiori. Ringraziato l'ufficiale, ognuno circondando con il braccio la schiena dell'altro, si avviarono anche loro, senza fretta.
Parevano intenti ad una passeggiata senza meta, tanto svagati erano i loro passi, che risuonavano sui pavimenti del palazzo creando eco minute.
"Grazie per i fiori. Sono bellissimi." Gli disse Beatrice stringendolo un poco.
"Guai a te se li lanci come nei film, sai? Sono andato fino al campo vicino al fiume a prenderli." Dario ridacchiava, quasi canzonando se stesso. Beatrice lo squadrò stupita.
"Fin là? Dove andavamo d'estate! C'è ancora?" Lui annuì.
"Tutto uguale. All'infuori che adesso non mi verrebbe da bagnarci la maglia e poi rimettermela addosso."
"Ci dobbiamo tornare."
"Mah, pensavo a qualcosa di più esotico, per il viaggio di nozze, ma se ti piace quello..." Bea gli assestò una ditata fra le costole.
"Metti la testa a posto, sei un uomo sposato."
"Io ce la metterei anche, la testa al suo posto, ma c'è che tu sei vestita. E poi siamo in pubblico."
Uscirono nella luce sanguigna del tramonto estivo ridendo.
Fuori, li aspettavano tutti i loro amici.