sabato 31 maggio 2014

Cinquantanove

Arrivarono le vacanze di natale e tutto sembrava continuare a scorrere placidamente come al solito, in superficie.
Io, però, non riuscivo a togliermi dalla testa quel che mi aveva mostrato Andrea, con mio profondo dispetto. Mi arrabbiavo con me stessa, ogni volta che ci ripensavo, e mi imponevo di mettere da parte quei pensieri, ma dopo un'ora o un giorno, ero di nuovo lì, a guardarti, non vista, mentre strapazzavi quel ragazzo dall'aria tanto tremendamente più giovane della sua età. A sentirti ripetere, parola per parola, le scenate di tuo padre. Mi sembrava impossibile che quella che avevo visto fosse la stessa persona che, ogni singolo giorno, si premurava di svegliarmi in tempo e si preoccupava anche solo vedendomi pallida.
Mi scoprivo a fissarti, anche per minuti interi, mentre ero assorta in questi pensieri, domandandomi come due nature tanto diverse potessero coesistere nella stessa persona. Sapevo, nel profondo, di non sbagliare su di te: la dolcezza e la calma determinazione che ti conoscevo fin da bambino non potevano nè mai avrebbero potuto essere frutto di una simulazione. Eppure, proprio questo mi rendeva ancora più incomprensibile il tuo comportamento di quel giorno.
Se tu fossi stato arrabbiato, in preda all'ira, l'avrei potuto capire, conoscendo la tua dificoltà a controllare quella parte del tuo carattere, ma eri calmo, quella volta, almeno fino a quando non avevi iniziato a parlare. Era come se ti fossi caricato mano a mano che procedevi.
Rivedevo la scena nella mia mente, analizzando ogni singolo dettaglio. Non mi sbagliavo, era impossibile che sbagliassi, ero sicura: davvero, quando ti eri trovato di fronte all'altro eri calmo. Me lo diceva la postura delle tue spalle, il ritmo del tuo respiro, che potevo intuire dalla voce, la scelta della parole. Eri tranquillo, concentrato, quasi rilassato.
Non c'era che una soluzione possibile ed era quella iniziale. Il tuo gesto era deliberato, la scelta delle parole, invece, obbligata.
Non volli mai chiedermi cosa potesse scattare nel profondo dei tuoi pensieri e dei tuoi meccanismi più riposti, per farti agire a quel modo. Ma avrei, invece, tanto voluto sapere in che modo tu riuscissi a far convivere, dentro di te, a giustificare a te stesso, una tale quantità di amore, rispetto, premura, come quella che dimostravi a me e ai nostri familiari, con quella natura assai meno gradevole che mi era stata rivelata.
Arrivò il giorno, come doveva arrivare, in cui tu, entrando nella mia stanza a metà pomeriggio, ti buttasti sul letto e mi domandasti:
"Ho delle cose da dirti e delle cose da chiederti. Da dove vuoi che cominci?"
Osservai il tuo corpo alto ed asciutto allungarsi stirandosi sul copriletto viola e, lasciati i libri aperti sulla scrivania, venni a sedermi al tuo fianco, accarezzandoti con lunghi movimenti il petto e le braccia. Mi prendesti la mano e mi posasti un bacio al centro del palmo, posandotela poi sul cuore. Lo sentivo battere ad un ritmo confortevole e tranquillo, come un robusto motore ben oliato che pareva poter funzionare in eterno.
"Direi di partire dalle notizie e poi passare alle domande." Risposi sorridendoti. Mi sorridesti di rimando, con un sorriso astuto, mentre inarcavi le sopracciglia assumendo un'aria falsamente addolorata.
"Io e Viola ci siamo laaciati. Ho bisogno di conforto e consolazione."
"Sia resa grazie al signore." Sospirai,  sinceramente sollevata "Com'è successo?"
"Oh, suppongo che alla fine abbia trovato qualcuno disposto a...beh,, a farsela, detto come va detto. E così ha deciso che io non ero poi il sogno della sua vita."
"Ma ti ha mai parlato?" Domandai ridendo.
"No, a me personalmente no, ma con le ragazze della mia classe un sacco. Mi hanno avvertito ieri, proprio mentre uscivamo. Erano affrante."
"Basta che poi non decidano di offrirsi volontarie per sostituirla..."
"Eh, se la pianti di mandarmi in giro come se fossi caduto sotto una trebbiatrice, magari riesco a evitarlo. Sai, questa esperienza mi ha profondamente ferito. Non ho più fiducia nel genere femminile." Scuotesti la testa, senza riuscire a restare serio.
"Povero caro!" Ridacchiai.
"Aspetta, aspetta, non sai ancora il più bello! Vediamo se indovini chi mi ha rubato la ragazza!"
"Non lui, ti prego..." annuisti mentre il  tuo riso diventava frenetico. Mi attirasti sul tuo petto, nascondendoti fra i miei capelli.
"Lui. E pensa di farmi un dispetto, eh? È chiaro. Ma il dispetto se lo sta facendo da solo."
"Poveri noi, che accoppiata! Speriamo che non facciano razza!" Ridevamo convulsamente, tu con il viso nascosto nell'incavo del braccio, io scivolando a sedere per terra, accanto al letto.
Finimmo per ragliare tanto forte, pensando ad Andrea che corteggiava Viola, per il puro piacere di farti un dispetto, credendo di strapparti dalle braccia la ragazza che amavi, quella stessa Viola che per quasi due anni aveva accettato di essere reputata da tutti la tua ragazza senza  nemmeno rivolgerti la parola, purché tutti pensassero che aveva un ragazzo, che alla fine si affacciò alla porta mio padre, sporgendo il viso sorridente e interrogativo da dietro al battente socchiuso.
"Tutto bene, qua dentro?"
"Si, papà!"
"Cosa succede?"
"Zio, la mia  ragazza mi ha mollato." Rispondesti tu tentando di stare serio e questa risposta incongrua ci precipitò di nuovo in una crisi di riso.
"Per un altro!" Ululai stendendomi sul tappeto, senza riuscire più a respirare.
Mio padre scosse la testa.
"Ah, contento tu..." commentò laconico. La porta si richiuse con garbo, lascindo appena udire il rumore della maniglia. Noi impiegammo ancora qualche attimo per calmarci.
"Mi  sa che mi ha preso per matto."
"Ma fregatene."
"O magari ha pensato che fosse una reazione di nervoso."
"Ti interessa davvero?"
"No. Invece mi imteressa sapere  un'altra cosa." Eri ancora sul mio letto, a pancia sotto, con un braccio allungato a posarsi sul mio ginocchio, mentre io avevo fatto il nido sul tappeto, raccogliendo le ginocchia al petto. Capii che era arrivato il momento delle domande e mi sistemai più comodamente.
"Dimmi."
"Cosa ti frulla per il cervello negli ultimi tempi? Da come mi guardi sembra che tu mi voglia fare il ritratto. Allora?"
"Ma niente." Sospirasti, affondando il viso mel copriletto.
"Ma dobbiamo farla tutte le volte sta scena! Dai, te lo chiedo le altre due volte di rito così mi rispondi subito. Cos'hai? Cos'hai?" Ridacchiai.
"È solo che mi viene da ripensare al giorno che ti ho visto fuori da scuola. Quando ho picchiato Andrea."
"Mm. E cosa pensi?" Vedevo solo i tuoi  occhi, da sotto i capelli che ti pendevano sulla fronte in piccole ciocche diritte. Erano occhi preoccupati.
"Non riesco a mettere insieme quel Dario lì col mio Darietto. Tutto lì."
"Non ho capito."
"Dario, tu non eri meanche arrabbiato con quello lì. O no?"
"No, nom ero arrabbiato. Volevo solo mettere in chiaro le cose. Se lascio che uno dica certe cose senza far niente, poi lo  fanno tutti. E io torno ad  avere  i problemi che avevo alle medie. Così, invece, mi lasciano stare. E, è strano anche per me, sai, ma ci sono delle persone che mi vengono vicino. È come se più faccio così, più  le cose vanno bene."
"Ho capito. Ma eri così..." uguale a tuo padre, avrei voluto dire. Ma non potevo. Tanto valeva che ti prendessi a schiaffi. Attendevi la fine  della mia frase col fiato sospeso,  come un giudizio capitale. "Semnravi tanto duro, tanto cattivo. A momenti facevi paura anche a me."
"Faccio solo finta, sai?"
"Come fai? Come fai a fare così,  tu che sei così buono, così dolce..."
"Bea, devi capire una cosa. Io non sono tanto buono. Io ho il cuore  piccolo come una nocciola." Stringesti le dita nell'aria, per mostrarmi quanmto piccolo fosse il tuo cuore "dentro ci sei tu, che occupi quasi tutto lo spazio. E poi mia mamma. E mio padre, non ridere. E il tuo. E Dora. E basta. Non c'è più posto per nessuno. A voi vi amo tanto, ma degli altri, sai...non mi interessa."
Trascurai di  farti notare come tu avessi accluso te stesso nel novero delle persone di cui non ti importava. E non avevo nessuna voglia di ridere del fatto che tu amassi tuo padre. Lo sapevo da sempre. Mi lasciò stupita il discorso in sé. Se era così che tu vedevi te stesso, nessuna meraviglia che ti considerassi 'cattivo'.
Presi la tua mano, ancora stesa nell'aria con le dita che si stringevano lentissime, come nel gesto di schiacciare quel piccolo cuore che mi avevi mostrato, e posai un piccolo bacio sulla punta di ogni dito.
"Non è piccolo, il tuo cuore." Ti dissi fra un bacio e l'altro " è solo in boccio. Prima o poi si schiuderà, come fanno i fiori."
"Sarà." Commentasti incredulo. "L'importante è che tu non mi veda come...come..." gesticolavi, cercando una parola che non si lasciava  afferrare.
"Io  ti vedo come ti ho sempre visto. Forte e coraggioso e buono. Il mio eroe." Conoscevo benissimo il peso che queste parole avevano per te e, anche stavolta, sortirono il loro effetto. Affondasti il viso nel copriletto, con un mugolio di soddisfazione e prendesti un lungo respiro.
"Senti, Dario?" Chiesi, giocherellando con le tue lumghe dita, abbandonate fra le mie mani.
"Mm?"
"Mi insegni a guidare la moto?"
"No."
"Dai! Per piacere!"
"No, è troppo alta per te. Ti ammazzi."
"Ma io mica voglio andarci in giro. Voglio solo vedere come si fa, così,  con te vicino."
"No. Tuo padre ha detto di no."
"Si, e tuo padre ha detto che io sono tua sorella."
"Perfida."
"Mi insegni?"
"No, Bea. Chiuso il discorso. No."
"Domattina?"
"No!"
"Da-a-rio?"
"No, ti prego..."
"Darietto? Dariettino?"
"Dai, Bea..."
"Fammi felice..." alzasti il viso, levando minaccioso l'indice. Mi sforzai di stare seria, per non compromettere il tutto.
"Se lo dici a qualcuno ti strozzo."
"A nessuno."
"E guai a te se provi a farlo da sola!"
"Domattina?"
"Dammi um bacio."
Il mattino dopo, di buon'ora, partimmo con la tua moto.

Mi portasti dall'altra parte del paese, oltre gli ultimi magazzini della zona artigianale, in un posto in cui non ero mai stata. Era un enorme spiazzo di terra battuta, delimitato da una strada su un lato e dall'erba stenta e gelata dall'altro. C'erano buche acquitrinose e lunghe tracce di copertoni, alcune fonde quanto una mano.
"Che posto è questo qua?" Chiesi scendendo.
"È il parcheggio dei camion. Adesso che ci sono le feste non c'è nessuno e non c'è neanche niente su cui andare a sbattere. Te lo  ricordi cosa mi hai promesso ieri?" Domandasti spegnando la moto e posizionandola sul cavalletto.
"Ma si, dai, neanche stessimo cospirando per un colpo di stato!"
"Allora fa attenzione. Vieni qui." Mi portai al tuo fianco e tu imiziasti ad enumerare, sfiorando con le dita le parti che, mano a mano, nominavi.
"Sul manubrio trovi qua, a sinistra la frizione. La frizione serve  a  cambiare le marce. È chiaro? Se vuoi che la marcia entri, devi tirare la frizione prima. Va bene?"
"Mm."
"Qui a destra hai l'acceleratore e il freno davanti. Se giri così,  acceleri. Se tiri qui freni. Chiaro?"
"Chiaro."
"Ripetimelo." Diligente, ripetei la lezione. Sembravi abnastanza soddisfatto.
"Bene. Adesso, sotto: qui a sinistra, la vedi questa cosa che sporge? È il cambio. Giù c'è la prima. Serve per partire. In su ci sono le altre marce. Ma a te serve la prima, adesso, quindi ricorda: la prima è in giù.  A destra, invece,  c'è il freno di dietro. Chiaro?"
"Chiaro." Mi facesti un cenno, invitandomi a ripetere ciò che mi avevi detto. Lo feci, senza difficoltà. Ero molto eccitata all'idea di passare alla pratica. Tu mi guardasti ancora una volta, mordicchiandoti le labbra, indeciso, poi annuisti.
"Facciamo anche questa mattata. Guarda: questa roba qua è la pedivella. Serve per avviarla, me l'hai visto fare un miliardo di volte. Avanti."
Cercai di replicare i movimenti che avevo visto fare a te e ottenni l'effetto che desideravo. Ce la feci. Appena prima che salissi, mi fermasti tirandomi per la manica.
"Se senti che ti casca, per cortesia, non mollarla. Accompagnala. Va bene?"
"Va bene, Darietto."
Salii. Avevate ragione voi, era davvero troppo alta per me e faticai come una pazza a trovare un equilibrio, ma non l'avrei ammesso per nulla al mondo. Procedetti a passo d'uomo per qualche metro, barcollante.
"Accelera un pochino." Mi suggeristi. Con l'aumentare della velocità mi parve di riuscire meglio a mantenere l'equilibrio. Tu riuscivi a tenermi dietro correndo a mezza gamba.
"Bea, gira, adesso." Mi prese il panico. Mi resi conto che non avevo idea di come diavolo si girasse.
"Oh, gira."
"Come?"
"Cosa vuol dire come? Hai le mani su un manubrio, gira!" Lo feci troppo bruscamente e sentii che stavo cadendo. Cercai disperatamente di recuperare l'equilibrio,  mentre tu mi ripetevi di frenare e mettere in folle. Non avevo um'idea chiara di cosa volesse dire 'folle', ma tentai di frenare. Disgraziatamente, scambiai freno e frizione e combinai un pasticcio, finendo per cadere. Fedele alla parola data, non mollai la moto. D'istinto, tu ti allumgasti per acchiapparmi e rimettesti in piedi la moto e me, fermandola um secondo dopo.
"Va bene, colpa mia, non ho pensato di dirtelo. Se stai cadendo, porca puttana, metti giù i piedi!"
"Non ci ho pensato."
"E si che passi per una persona intelligente, sai?"
Ti scappava da ridere, lo vedevo, ma tentavi di restare serio, di dare alle tue parole un tono severo. Tineri calato a pieno nel tuo ruolo di insegnante e ti faceva sentire importante, lo vedevo, il fatto di insegnarmi qualche cosa. Riflettei fra me e me che avrei dovuto chiederti più spesso di farlo.
"Dai che riproviamo."
"Si, Dario."
"Tutto a posto, si?"
"A posto."
Passammo così tutta la mattinata. Mi capitò di perdere l'equilibrio altre tre volte e, ciascuna della volte, ricominciammo subito.
Alla fine, dopo quasi tre ore, ero in grado di procedere sia in prima che in seconda, di girarti attorno in ampi cerchi e di fermarmi e ripartire.
A quel pumto mi dichiarai stanca e tu ti rimettesti alla guida.
Circondai la tua vita sottile con le braccia e, prima che partissimo, mi concessi di stringerti in un lungo abbraccio. Posasti le tue mani sulle mie ed io me percepii il calore attraverso lo spessore dei guanti.
"Grazie. Mi sono divertita tanto."
Annuisti, sorridendo soddisfatto, per poi partire sicuro, veloce.
Usavi quella moto come,  tanto tempo prima, avevi usato la tua bicicletta: ci volavi sopra, quasi staccato dal sellino, spostando il corpo con movimenti quasi impercettibili e istintivamente sicuri.
Ero tanto felice, quel giorno, mentre mi muovevo all'unisono con te, con il freddo che ci scorreva addosso come seta bagnata, che mi sembrava di essere imvincinile, immortale.
Mi sentivo al sicuro, lì, accanto a te, correndo veloci. Sentivo che niente al mondo avrebne potuto sconfiggerci, finché fossimo stati insieme.
E se le cose fossero andate male, avremmo sempre potuto volare via, come stavamo facendo in quel momento.

mercoledì 28 maggio 2014

Cinquantotto

Di nuovo di fronte ad una pagina bianca, di nuovo col buio fuori della finestra. Questa scena si è ripetuta tante volte, negli ultimi tempi, che mi sembra di aver vissuto un unico, lunghissimo giorno senza inizio e senza fine, una notte senza mai alba.
A volte, ripensando a quei giorni tanto lontani nel tempo, rivivendoli, risentendo nel cuore e sulla pelle ogni emozione ed ogni brivido di quei momenti, mi concedo un piccolo pianto.
Sono come temporali estivi, brevi, fitti e intensi, poi subito mi rimetto al lavoro. È diventata tanto familiare, per me, la sensazione delle lacrime che mi pungono gli occhi, battendo i pugni contro la mia volontà per uscire, che nemmeno mi dà più fastidio. Mi faccio il mio pianterello e poi riprendo a fare quel che stavo facendo.
Anche al dolore ci si abitua, quando ci accompagna per un tempo sufficiente.
Questo è diventato il mio compagno, da tanti, troppi anni, al posto tuo. Lì, dove prima c'eri tu, resta solo un sordo dolore.
È una cosa che non riuscirò mai a spiegare a nessuno, lo spazio vuoto che c'è accanto a me, quello spazio che non potrà mai essere riempito. Mai, a meno che tu, per un qualche caso o miracolo, non riappaia.
Fino ad allora, suppongo di poter paragonare il mio stato a quello di chi perde un braccio o una gamba. Si dice che per tutta la vita si continui a sentire, nei momenti più impensati, un crampo o un prurito, una sensazione, comunque, arrivare dalla parte del corpo che non c'è più.
La stessa cosa capita a me.
Di tanto in tanto, quando meno me lo aspetto, mentre sono assorta con la mente in un qualche compito banale, mentre riordino o apro la posta, mi volto verso di te, per trovare che sono sola. Oppure quando vedo qualcosa o sento qualcosa e la mia mente mi suggerisce senza esitazione il commento arguto o la netta sentenza che tu useresti a chiosa del fatto, e mi sale svelta la risposta alle labbra. E devo serrarle in fretta, per non parlare da sola.
Eppure, sono passati anni, ormai.
Eppure, a volte nemmeno gli anni possono davvero separare le persone. A volte, quando sono unite nel profondo, nel punto dove siamo immortali, separarle del tutto è impossibile.

Il nuovo anno scolastico ci travolse come un turbine.
Ti allenavi con il doppio dell'impegno, o forse anche di più, fino a sfinirti, al punto da non riuscire nemmeno a ricopiare quella parte dei compiti che ti facevo io. Finii per scriverli direttamente sui tuoi quaderni e, casomai qualcuno li vedesse, lo facevo imitando la tua scrittura come da bambina.
Non era un modo di viziarti, né una tua negligenza. Semplicemente, ti tremavano talmente tanto le mani, dopo due ore di prese, tiri e passaggi, che dovevi aspettare  qualche ora prima dei  compiti scritti e non saresti riuscito a fare anche quello. Spesso la stanchezza ti provocava dei momenti di scoramento, in cui ti sembrava di non riuscire più a fare  tutto. Posavi la testa sulla mia spalla e rimanevi lì,  immobile, a  occhi chiusi, fino a che non lasciavo perdere i libri e ti dedicavo qualche attenzione. Con la tua smania di voler fare sempre tutto alla perfezione, di non voler tralasciare  nulla, di non volere  mai  da te stesso nulla di meno dall'eccellenza, ti stavi rapidamente consumando.
Quanto a me, iniziavo fim da quei primi mesi di scuola a prepararmi per il certamen, che si sarebbe tenuto a primavera.
La professoressa Guidi, la mia professoressa del ginnasio, aveva smosso mari e monti per farmi ammettere nonostante le norme sull'età,  che avrebbero voluto che io potessi accedervi solo all'ultimo anno e mi aveva minacciata di serie rappresaglie in caso di pessima figura. Perciò, oltre ai normali compiti, che erano diventati già di per sé un carico notevole, ora che ero in prima liceo, mi ritrovavo a dover seguire anche il programma speciale di traduzioni che lei aveva stilato per me.
Fra una cosa e l'altra, spesso finivamo per terminare il lavoro a casa dopo cena, ben oltre il solito orario, appena prima di andare a dormire.
Eravamo talmente stanchi, mano a mano che l'inverno avanzava, che quando scivolavo nel tuo letto nel mezzo della notte, facevo appena in tempo ad abbracciarti prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni, da cui mi riscuotevi prima dell'alba, tempestandomi con una miriade di piccoli baci.
Era quasi natale e gli alberi scheletriti e neri levavano rami sottili come ragnatele verso un cielo bianco e uniforme.
Da giorni il tempo prometteva neve e facevamo di nuovo il tragitto da casa a scuola e ritorno in treno, dopo settimane di libertà sulla tua motocicletta, spezzate solo dai giorni di allenamento, quando il volume della sacca sportiva ci impediva di usarla.
Il venerdì uscivo un'ora dopo di te, come succedeva a te il martedì. Così come io venivo a prenderti quel giorno, il venerdì tu venivi a prendere me.
Quel venerdì, invece, una bidella passò alla prima ora per avvisarci che il professore che avrebbe dovuto farci le ultime due ore era malato e, per un qualche miracolo, ci avrebbero lasciati uscire prima.
La notizia mi rese oltremodo felice. Avrei avuto un'ora intera per fare una parte del lavoro del pomeriggio e poi avrei potuto sorprenderti facendomi trovare all'uscita della tua scuola.
Col cuore leggero, dopo aver finito di litigare con Tacito, uscii da scuola a lunghe falcate. Avevo tempo, ero in anticipo di una decina di minuti e più,  per venirti a prendere. Pregustavo con un sorriso l'espressione che avresti fatto vedendomi.
Svoltai l'angolo per arrivare alla tua scuola e, persa nei miei pensieri, mi  accorsi appena di un ragazzo appoggiato al muro, proprio all'incrocio.
"Pianeta terra chiama Beatrice. Rispondi, Beatrice!" Mi voltai stupita per ritrovarmi faccia a faccia con Andrea. Era tempo che non mi trovavo faccia a faccia con lui. In una qualche maniera, ero riuscita ad evitarlo a tutti gli allenamenti, complice il fatto che tu gli domandassi, con aria compita e occhi da pazzo, se avesse avuto altri problemi con le scale, ogni volta che lo trovavi a fissarmi.
"Cosa vuoi ancora?" Chiesi di malgarbo.
"Abbiamo in ballo una scommessa, ti ricordi?"
"Ma tu a scuola non ci vai mai?" Scrollò le spalle.
"Cosa vuoi, c'è che deve per  forza sgobbare come un pazzo per tenersi al passo e chi invece ci riesce anche così." Il riferimento a te era tanto evidente che provai l'immediato e intenso desiderio di picchiarlo.
"Vai a quel paese te e la tua scommessa." Risposi, riprendendo a camminare veloce.
"Ah, allora te la ricordi!" Mi sorrise, camminandomi accanto.
"Vattene. Non ho tempo da perdere con te. E poi, scusa, come facevi a sapere che oggi uscivo prima?"
"Hai passato un'ora in biblioteca a studiare. In quell'ora gli altri sono usciti e li ho incontrati. Ho pensato di approfittare dell'occasione."
"Beh, torna pure al bar o dov'eri prima, non mi interessa."
"Lo sapevo io, che sotto sotto neanche tu ci credi, che ho torto sul cuginetto."
"Vattene."
"Hai solo paura di vedere che ho ragione."
"Ho solo paura di arrivare in ritardo."
"Perchè? Tanto lui neanche lo sa che sei già fuori. Non puoi essere in ritardo, se non ti aspetta."
"Crepa."
"Ma dove pensi che ti voglia portare, io? Da lui, ti voglio portare."
"Spero che prima o poi ti ammazzi."
"Cos'è, ha dato di matto quella volta che sono venuto da voi? Si è messo a piangere, poverino? O ti ha sgridata?" Mi fermai nel mezzo del marciapiedi.
"Si può sapere perchè ce l'hai tanto con me?"
"Non ce l'ho con te. Voglio solo che mi ascolti un attimo. E se per farmi ascoltare devo provocarti, allora ti provoco."
"Beh, smettila!"
"Allora ascoltami." Replicò calmo "hai fatto un patto con me. Abbiamo scommesso una pizza, adesso ti offro qualcosa di meglio. Ti giuro che se fai quello che mi avevi promesso, io smetto di stuzzicarlo. Faccio finta che non esista, per sempre."
Riflettei. Se davvero Andrea avesse smesso di comportarsi come una spina nel fianco, di montarti contro i compagni di classe e di provocarti durante gli allenamenti, forse saresti stato meno stanco. Per lo meno, ti sarebbe stato tolto lo sforzo costante costituito dal controllarti per non venire alle mani con lui.
"La smetti di provocarlo a scuola e fuori?"
"In cielo, in terra e in ogni luogo." Scherzò lui.
"E anche di aizzargli contro le persone?" Lo vidi sgranare gli occhi.
"Ma io questo non l'ho mai fatto!"
"Si che l'hai fatto. Me l'ha detto lui."
"Ah, se l'ha detto il cuginetto...va bene, giuro che non parlerò neanche di lui agli altri." Rispose inarcando un sopracciglio con aria scettica.
"E tutto questo solo se vengo con te?"
"Esatto."
"Devi promettermi anche che non faremo niente che possa fargli male."
"Voglio solo che tu lo guardi. Che lo guardi e basta, senza farti vedere. Dici che è abbastanza sicuro?"
"Solo questo? Sai, io lo guardo spesso."
"Solo questo. Che guardi com'è,  cosa fa quando pensa che tu non ci sia." Fu la mia volta di scrollare le spalle.
"Se si tratta solo di questo, va bene. Ma ricorda, hai giurato."
"Me lo ricordo, me lo ricordo. Andiamo."
Percorremmo la strada che mi era familiare per un lungo tratto, poi, poco prima della scuola, lui mi fece cenno di seguirlo e voltò a destra, in una laterale che non conoscevo. Poco dopo voltò ancora e mi resi conto che ci trovavamo dietro il liceo. Una lunga striscia d'erba con due panchine affondate nell'erba stenta, una di fronte all'altra, ombreggiate da un alberello polveroso e  contornate da due fasci di rami che in primavera dovevano fiorire, costituiva una sorta di parchetto incastrato nello slargo della strada fra due palazzi alti.
Andrea mi spinse nel portone di uno dei palazzi, da cui godevamo di jna vista perfetta. Sembrava un palcoscenico allestito, in attesa degli attori.
"Qui è dove il principe tiene corte, quando la tiene. E si dà il caso che io sappia per certo che oggi si tiene corte." L'astio nella sua voce mi sorprese. Davvero non gli andavi a genio.
"Com'è che tu sai sempre tutto?" Gli chiesi.
"Sono amico di tutti. Quasi. Adesso fai silenzio, però. Guarda." Mi indicò l'imnocco del parco e fu con una certa emozione che ti vidi entrare in scena.
Il piumino arancio pallido slacciato, i jeans stinti e il tuo colorito di alabastro ti davano, nell'insieme, un'aria quasi sovrannaturale. Era diverso davvero guardarti così, spiarti, senza che tu lo sapessi. Trovai che eri bellissimo e che sembravi molto solo. Posasti con cura lo zaino a terra ed incrociasti le braccia sul petto, come aspettando qualcuno o qualcosa, e nel mio cuore si diffuse la paura di vederti con un'altra. Ma, no, Andrea non mi avrebbe certo portata fin lì per assistere ad una scena d'amore.
Fu questione di attimi, poi arrivarono Gregorio e Vittorio. Fra di loro, chiacchierando con aria nervosa e un po' spaventata, stava un ragazzo che non conoscevo, alto pressappoco come Gregorio, paffuto, con un'aria come bambinesca nei movimenti del collo tozzo, che rideva ansiosamente.
Era arrivato quasi di fronte a te, quando ti vide, e rinculò precipitosamente, con gli occhi che diventavano grandi come tazzine.
La sua reazione mi stupì: tu sembravi meravigliosamente calmo e accennavi perfino ad un sorriso, con la testa inclinata verso di lui.
Gregorio e Vittorio gli si strinserio alle spalle, tagliandogli la ritirata, e dalla sua gola si levò uno squittio di sorpresa. Erano straordinariamente coordinati, come se avessero eseguito quella manovra molte volte.
"Matteo! Vieni, avvicinati, speravo proprio di poterti parlare." La tua voce aveva un tono mellifluo che non gli conoscevo. Il tuo sorriso si allargò, mentre, sospinto dalla mole dei tuoi amici, il ragazzo si faceva avanti fino ad un passo da te.
"Allora, mi hanno detto che hai delle cose da dirmi. Dimmele. Sono qui."
"Non ho niente da dire."
"Ma davvero?" Chiedesti in tono svagato, posando la ma o sulla sua spalla. Lui si ritrasse come se la mano scottasse. "Pensa che invece mi hanno riferito che fai un gran parlare di me. Com'era, aiutami a ricordare?" Con un movimento fluido gli sfilasti di spalla lo zaino e lo gettasti alle tue spalle, come fosse di carta. "Ah, si. Che qualcuno dovrebbe dirmi in faccia quello che tutti pensano di me, giusto? Illuminami, amico mio. Cosa pensano di me?"
Avanzasti di un passo. Le punte dei vostri piedi si sfiorarono. Lo guardavi dall'alto e il tuo sorriso continuava, inverosimile, ad allargarsi.
Il ragazzo nicchiava, senza guardarti in faccia.
"Allora, cosa devi dirmi? Eh? Cos'è che mi devi dire in faccia, fighetta?" Senza alcun preavviso lo afferrasti per il collo della giacca, costringendolo ad alzare il viso verso il tuo, su cui era calata jna maschera di fredda superiorità.
"Non ce li hai i coglioni per dirmele in faccia, le cose?" La tua voce si era fatra bassa, profonda, cadenzata. Mi si gelò il cuore: la stessa voce di zio Lucio,  le stesse parole che ti eri sentito rivolgere un milione di volte. Era la replica perfetta delle sgridate che dava lui a te.
"Allora? Neanche il coraggio di guardarmi in faccia, hai? Sei una merda! Vero?" Lo scrollasti. "È vero o no?"
Le lacrime mi scorrevano sul viso. Non per quel ragazzo, ma per te. Perchè quel che vedevano i miei occhi eri tu, che strapazzavi quel ragazzino, ma quel che vedeva la mia mente era tuo padre, che faceva la stessa cosa ad un Dario tanto piccolo da arrivargli appena al petto.
Andrea mi toccò appena il braccio e con voce da cospiratore chiese:
"Pensi ancora che sia un bravo, gentile, generoso ragazzo?"
Penso che in quel momento persi, per un attimo, il lume della ragione. Gli davo le spalle, sporta in avanti per vedere quel che accadeva, e lui non poteca essersi accorto delle mie lacrime. Probabilmente,  se se ne fosse accorto non avrebbe detto una cosa così stupida. Chi può saperlo? Fatto sta che lo fece e che quella fu la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
Mi voltai e lo colpii in faccia, caricando lo schiaffo con la spalla e tutto il movimento del corpo. Risuonò come un colpo di pistola nell'aria fredda e tu ti accorgesti immediatamente della nostra presenza.
Non avevo tempo per occuparmi di te. Il mio unico pensiero era di ricoprire di calci e colpi ogni punto del corpo di Andrea su cui mi riusciva di arrivare.
"Sei impazzita?" Gridò alzando le braccia per proteggersi il viso.
"Schifoso! Brutto bastardo! Come ti sei permesso?"
"Bea!" Ti sentii ansimare dietro di me.
"Tienilo fermo, lo ammazzo!" Ti gridai. Uno spallaccio dello zaino cedette e lo zaino cadde a terra. Lo raccattai ed iniziai a colpirlo con quello.
"Bea, piantala!" La tua voce riuscì a penetrare la nebbia densa della mia ira e mi fermai, con il fiato grosso. Andrea si raddrizzò con aria sconvolta, l'impronta rossa della mia mano sulla guancia.
"Non ti azzardare mai più a umiliarlo di fronte a me." Gli intimai "e ringrazialo. Mi ha fermata lui."
Ci guardò,  prima uno poi l'altra, con disgusto palese.
"Siete proprio fatti l'uno  per l'altra."
"Bravo, ben detto." Replicai. La tua mano mi si posò leggera sulla spalla. Ti guardai. Eri rosso come un papavero, ma trovasti co j qie la forza d'animo di accennarmi col capo di tacere. Tacqui.
"Mi fate schifo." Concluse. Gli allungai un manrovescio, torcendo la schiena per imprimergli maggiore energia, e gli bittai la testa all'indietro.
"Vasirani, è meglio se vai. Guarda che se continui a parlare non ce la faccio, a tenerla." Gli dicesti tu con tono piatto.
Si voltò e se ne andò a grandi passi, voltandosi indietro a tratti. Ci guardava come fossimo insetti velenosi.
"Bea, quello che hai visto..." mi dicesti arrossendo ancora di più.
"Andiamo a casa. Ti prego,  Dario, voglio andare a casa."
Annuisti con aria imbarazzata e raccogliesti il mio zaino da terra. Ci avviammo verso l'uscita del parco per trovarci, dopo pochi passi, di fronte a Gregorio e a Vittorio,  ancora dietro le spalle del ragazzo di prima, che ti fissava tremando. Ti fermasti, passandoti una mano sul viso.
"Ma siete ancora qui? Via, sciò, tu, vedi di non fare più il  cretino, per cortesia." Dicesti rivolto al ragazzo.  "A domani, ragazzi." Salutasti poi.
Camminammo per un po', fianco a fianco, coi passi che risuonavano sincroni sotto la volta dei portici.
"Però, gliele hai date eh?" Commentasti dopo qualche tempo.
"Gli è andata bene che non sono forte come te."
"Bea?"
"Eh?"
"Ce l'hai con me? Sai, per quello che stavo facendo?"
"Hanno smesso di trattarti male, tutti quanti?"
"Insomma, si. Direi di si."
"Allora va bene."
"Ah."
"Cioe, non va bene, lo sai anche tu. Ma non ce l'ho con te. Promettimi solo che non fai male sul serio a nessuno."
"No, li spavento solo un pochino. Come oggi." Annuii e infilai il braccio sotto al tuo. Le spalle mi facevano un male d'inferno, dopo la sfuriata con Andrea.
"Bea?"
"Mm?"
"Com'è che ogni volta che volto gli occhi tu vai in giro con Vasirani?"
"Mi sa che è l'ultima. A meno che non voglia prenderne ancora."
"Ma cosa ci facevi..."
"Con lui, lì?"
"Eh!"
"Voleva farmi vedere che brutto cattivo che sei. Mi ha promesso che se andavo con lui smetteva di farti arrabbiare."
"Capito."
Salimmo in treno. Ti guardavo, abbandonato sul sedile, dolce e bello come sempre e quello a cui avevo assistito mi appariva sempre meno reale.
"Dario, una domanda."
"Dimmi."
Avrei volito chiederti se ti rendessi conto di usare le stesse parole, gli stessi gesti, perfino di imitare in un certo modo la voce di tuo padre, ma lo sguardo limpido premuroso dei tuoi occhi mi fermò.  Conoscevo già la risposta: non lo sapevi. Era un veleno che ti era entrato dentro ed agiva senza che tu potessi accorgertene.
"Dici che il mio zaino si ripara?"
"Ah, questo? Si. Tranquilla."
Posai la mano sulla tua e attesi di arrivare a casa.

domenica 25 maggio 2014

Cinquantasette

Fu un'estate splendida e tranquilla, di quelle che si ricordano fino negli anni della vecchiaia e che, quando si ricordano, appaiono circonfuse di un'aura dorata, come nell'effetto di luce di un qualche film sentimentale.
La tanto promessa vacanza che tuo padre minacciava sempre ci sfiorò,  questa volta, ma , di nuovo, ci passò accanto lasciandoci indenni. E noi potemmo finalmente lasciarci alle spalle anche qull'ultima preoccupazione e godere a pieno delle lunghe giornate di sole.
Molte volte, partivamo la mattina, a piedi, e non rientravamo fino a  sera. Lo facevamo ogni volta che i nostri genitori erano fuori per tutta la giornata e questo accadde spesso, in quei mesi.
Mio padre, preso da una  sorta di compassione nei confornti di zia Sissi,  la portava con sé nei suoi spostamenti,  quando non doveva allontanersi troppo, per 'lasciarla svagare', come diceva lui.
La zia tornava da quelle gite di un giorno coi capelli scompigliati e il viso rosso di una ragazzina, portando sulle braccia borse e borsine rigurgitanti di piccoli tesori, come fosse stata all'estero, poi ne parlavano insieme, fino allo sfinimento.
Non ci importava.
Eravamo orami persi l'uno nell'altra, pressochè ignari di quello che ci accadeva intorno e tremendamente felici. Ognuna di quelle giornate era una benedizione per noi e tu, una mattina, chiudesti l'argomento con una scrollata di spalle e un lapidario:
"Sono affari loro.".
Nella luce strana del primo mattino, appena l'auto di mio padre varcava il cancello, correvamo in cucina a mendicare da Dora qualcosa per il pranzo e poi, col cuore in gola e la bocca gonfia di risate, un po' correvamo e un po' camminavamo fino a  che anche l'ultima casa non spariva dalla vista.
Nei campi distesi, spellati dal sole, fra l'erba secca che scrocchiava ai nostri piedi e le cavallette che si alzavano in volo mostrando il rosso delle ali, andavamo in cerca di un posto riparato, nascosto, una piccola casa per noi due soli, che ci accogliesse fino al tramonto.
Erano case di terra e di rovi, col tronco lungo e diritto dei noci selvatici attorno, e l'odore di polvere arsa che ci impregnava la pelle, ma erano belle e le amavamo.
Stesi su una vecchia tovaglia, col viso al cielo, la tua testa posata sul petto, parlavamo di mille sciocchezze, ridevamo senza motivo e trovavamo ogni modo per evitare argomenti penosi.
Era incredibile come trovassimo tante cose di cui parlare, giorno dopo giorno, nonostante ogni attimo della nostra esistenza lo passassimo insieme. Eppure, non accadde mai che rimanessimo senza nulla da dirci.
A volte ci calavamo in un silenzio amichevole, affettuoso, e tu ti prestavi ad ogni mio capriccio, lasciandoti coccolare come un gatto domestico, solleticare, riempire di fiori raccolti dai campi i capelli e i fori della cintura.
Ogni volta che avevamo della frutta, ne staccavo la polpa calda e dolce a piccoli morsi, che ti passavo nella bocca dalla bocca, come nutrendo un pulcino, perchè non amavi la buccia.
Alle volte, non spesso, per la verità, nell'ora più calda del giorno, quando l'aria sembrava vetro bollente ed ogni cosa pareva dormire, mi circondavi con le braccia, attirandomi a terra, e facevamo l'amore, stringendoci nonostante il calore opprimente, sussurrando l'uno all'altra ciò che sapevamo che ci piaceva sentire, fino ad arrivare all'apice del piacere, mormorando, con la voce coperta dal canto ossessivo delle cicale. Eri diventato quasi infallibile, ormai, nel portarmi dove volevi, e non era più un problema, fra noi, che tu ti lasciassi andare. Sapevi che non ci sarebbe stato alcun giudizio da parte mia, né tanto meno condanna.
Ti volevo per quello che eri, in tutto e per tutto, senza alcuna esclusione ed era bello, la cosa più bella, sentire che era lo stesso per te.
Sembravano non dover finire mai, quelle giornate vischiose in cui i vestiti ci si attaccavano addosso prima ancora di colazione e si dormiva più nudi possibile, sdraiati sopra il lenzuolo a costo di farci ammazzare dalle zanzare, pur di respirare, e che per noi erano come un paradiso.
Eri sempre innamorato della tu moto e i tuoi unici momenti lontano  da me erano dedicati a lei, perchè di una lei si trattava, questo l'avevi messo in chiaro da subito.
Me ne parlavi come se si trattasse di una bella ragazza, scatenando le mie proteste scherzose, e passavi qualche ora ogni settimana in giro, senza meta, cercando di acquisire più esperienza possibile alla guida.
"Non vorrai mica che finisca per cadere la prima volta che ti porto a scuola!" Ti giustificavi tendendo le mani, al ritorno.
Io ridevo e ti prendevo in giro, dandoti del feticista, ogni volta in cui ti lanciavi in lunghe tirate sulle sue caratteristiche tecniche, che per me restavano un misterioso elenco di numeri. Non mi infastidiva, quel tuo amore viscerale per quell'oggetto sfacciatamente pacchiano, bianco come il ghiaccio e  rosso come il fuoco, rumoroso come un'intera sfilata carnevalesca. Mi inteneriva, vederti tanto entusiasta, mi pareva di vederti tornare bambino, prima ancora della scuola, quando un nuovo gioco scatenava in te giorni interi di assidua ammirazione.
Sapevo benissimo che, in realtà, volevi goderti da solo il tuo  nuovo giocattolo e che ne andavi fiero come di niente altro al mondo. Stavi sempre attorno, a lisciarla, lustrarla, pulirla con la pignoleria quasi ossessiva che ti aveva sempre contraddistinto. Vestito solo di un paio di pantaloncini da ginnastica e di una maglia di cotone bianca, passavi le serate nella rimessa, immerso in queste occupazioni, mentre io, seduta a gambe incrociate su un tavolaccio, ti guardavo indulgente.
Fu tutto idilliaco, fino ai primi di settembre. Dopo il caldo infernale di quegli ultimi due mesi, iniziava a rinfrescare e si sentiva già nell'aria il sentore del ritorno alla dura realtà quotidiana, che ci avrebbe ripreso nel suo ingranaggio di lì a poco, strappandoci al sogno di quei giorni insieme.
Passavi sempre più tempo a girare per  le strade di campagna sulla tua moto, dato che si avvicinava il ritorno a scuola e che, a prezzo di un'insistenza quasi eccessiva, abevi estorto ai nostri genitori il permesso di usarla per il tragitto e, per di più, di portare anche me. Prendevi molto sul serio la faccenda, come se si trattasse della massima responsabilità di potessi essere investito, e mi inteneriva quando mi portavi avanti e indietro, all'infinito, sulla strada di casa, cercando di spiegarmi come avrei dovuto muovermi assieme a te.
"Guarda che non è  un'astronave, Dario. Ho capito!" Ti dissi una sera, esasperata "mi hai preso per cretina?"
"No" rispondesti abbassando il viso, con aria timida "voglio solo essere sicuro. Sai, dato che porto qualcosa di valore..." mi sorridesti guardandomi di sbieco e non potei fare a meno di assecondarti. Non ero mai stata capace di oppormi a te, quando decidevi davvero qualcosa.

Un pomeriggio, come solito, andasti fuori per uno dei tuoi soliti giri senza meta. Ascoltai dalla finestra della mia stanza il rumore del motore allontanarsi, dissolvendosi poco a poco nell'aria e, come ogni volta,  mi sentii un poco sola e desiderai che tu tornassi presto.
Stavo riprendendo in mano i libri di scuola, in quei giorni, per dare una rinfrescata alla grammatica greca, ma dopo qualche minuto appena decisi che era un peccato sprecare gli ultimi giorni di sole e che sarebbe stato più saggio andare a studiare in giardino, sotto il solito albero.
Stavo scendendo le scale quando sentii suonare il campanello della porta.
Era una cosa inusuale,  a casa nostra, dove  le poche, ben selezionate, amiche di tua madre erano le uniche persone a farci visita con una qualche regolarità e venivano puntualmente attese sulla porta, risparmiando loro la fatica  di suonare.
Incuriosita, mi soffermai nell'atrio, alle spalle di zia Sissi, che, certamente presa alla sprovvista quanto me, aveva dimenticato di chiedere a Dora di aprire e lo stava facendo lei stessa.
La voce che sentii era l'ultima al mondo che mi sarei aspettata di sentire.
"Buonasera, signora, sono un compagno di Dario, mi chiedevo se Beatrice è in casa." Domandò educatamente Andrea.
La zia fece un mezzo passo indietro, spalancando la porta, e non feci in tempo a sgattaiolare via.
"Oh, eccola lì. Bea, c'è un vostro amico qui, cerca te."
Impossibile fare scene davanti a lei, tanto meno tagliare corto dicendogli in faccia di andarsene. Sarebbero state troppe le domande a cui rispondere, prima fra tutte cosa mai mi avesse indotta a tanta maleducazione. Mi avvicinai.
"Cosa posso fare per te?" Chiesi nel tono più freddo che riuscii ad escogitare. Andrea sorrise come se l'avessi salutato con calore.
"Passavo giusto da queste parti e ho pensato di venire a offrirti un gelato.Che ne dici?"
"Che idea carina!" Cinguettò zia Sissi.
"No, grazie." Risposi algida.
"È per modo di dire. Se preferisci possiamo bere un qualcosa."
"Vai pure, cara." Mi concesse la zia. La fulminai con un'occhiata e lei inarcò le sopracciglia, come a chiedere cosa avesse mai detto di male. Mi voltai e vidi Andrea che sorrideva, coprendosi la bocca con una mano. Indossava una maglietta rossa che gli stringeva sul torace e un paio di pataloni chiari e leggeri, che contrastavano mirabilmente con il colore dorato della sua abbronzatura estiva. Cosa pensasse di lui la zia era evidente, gli angoli della bocca continuavano ad arricciarlesi all'insù,  nonostante l'espressione composta del resto del volto. Sbuffai dal naso.
"Con te non ci voglio uscire e lo sai benissimo."
"Ti prego. Sono venuto a porgerti le mie scuse. Non vorrai umiliarmi costringendomi a farlo qui, davanti a tutti." L'aveva capita al volo, il piccolo intrigante.
"Non vuoi che aspettiamo Dario?" Lo provocai. Inaspettatamente,  lui si rivolse alla zia, che si stava ancora godendo la scena sulla soglia.
"La prego, signora, interceda lei per me. Questa ragazza è spietata."
La zia arrossì e mi pose la mano nel centro della schiena,  spingendomi leggermente in avanti. Mi voltai per dirle qualcosa, ma, prima che potessi aprire bocca, sentii chiudersi la porta.
"Sei un grandissimo pezzo di cacca!" Sibilai. Andrea rideva piano, a testa china, guardandomi da sotto i riccioli scuri che gli cadevano sulla fronte.
"Adesso io mi siedo qui e aspetto che torni Dario. Poi, se non te ne vai te la sbrighi con lui." Minacciai.
"Se è questo che vuoi, sei libera di farlo. Ero serio, sai? Davvero sono venuto per scusarmi. Per quello che è successo questa primavera. Se devo farmi ammazzare di botte per farlo, sta a te deciderlo."
"Ma cosa vorresti da me, scusa?"
"Un'ora. Anche meno. Due parole, magari senza incontrare il cuginetto. E basta." Voltai la testa verso casa e vidi muoversi appena la tendina bianca della finestra dell'atrio. Zia Sissi ci stava ancora guardando. Con un sospiro di stanchezza,  mi avviai verso il cancello e lui mi fu subito al fianco.
"Bada bene: un'ora massimo."
"Sissignora."
"E se dici un'altra mezza parola sbagliata su Dario, stavolta ti prendo a pugni in faccia. Ti avviso che dico sul serio."
"Chiarissimo."
Camminammo in silenzio fin oltre il cancello.
"Ma sul serio io non ti piaccio neanche un po'?" Mi chiese.
"Sul serio."
"Di solito alle ragazze piaccio."
"Allora vai a rompere le scatole a loro."
"Quanto sei cattiva."
"Disse la volpe all'uva." Terminai io. Si mise a ridere, con la risata schietta e aperta di chi non ha un pensiero al mondo e, per un attimo, lo invidiai.
"Sai che avete una casa bellissima? Sembra un palazzo. E quella di prima è tua madre?"
"La sua. Io la mamma...non la vedo."
"Io mio padre. Mai visto."
"Ti dispiace?"
"No. E a te di tua madre?"
"Certe volte. Ma non spesso."
"E ci siete solo voi due? Dico, di figli."
"Solo noi."
"Chi è il maggiore?"
"Lui. Di diciassette giorni."
"Cazzo, siete praticamente gemelli! Per questo gli sei tanto attaccata?"
"Per questo e altro."
"Tipo?"
"Tipo che è il mio migliore amico. E per me c'è sempre stato. E poi è buono e gentile e si farebbe ammazzare pur di non farmi stare male. E poi mi fa i compiti di mate, da quando avevo dieci anni. Cose così."
"Ci credi se ti dico che non riesco a vedercelo nella parte del buono gentile e generoso?"
"Ci credi che dicevo sul serio quando ti ho promesso quel pugno in faccia?"
"No, va bene, scusami. Casco sempre male quando parlo di lui, vero? Anche l'altra volta, davanti alla scuola. Sul serio, non volevo farti piangere. Volevo solo avvisarti di una cosa."
"Che sto buttando via la mia vita a voler bene a Dario?"
Scosse la testa sconsolato.
"No. Ho sbagliato a dirti così, non avrei dovuto. Mi dispiace. Volevo solo dire che io, noi, i suoi compagni di scuola, lo vediamo molto  diverso da come  lo vedi tu. E che forse sarebbe il caso che tu provassi a guardarlo anche da quella prospettiva."
Eravamo in paese, ormai. Ci sedemmo sullo scalino di un marciapiede, all'ombra dell'edificio dirimpetto.
"Senti, Andrea." Provai a parlargli con calma "devi capire che, anche se lui fosse la più brutta persona del mondo, per te, per me sarebbe sempre e solo Dario." Era una realtà tanto evidente e scontata, per me, che rimasi  stupita vedendo che mi guardava stranito.
"Anche se ti dimostrassi che è davvero una brutta persona?"
"Non penso che tu riesca a dimostrarmi una cosa del genere. Ti è antipatico. Pace, non possiamo essere simpatici a tutti, no?"
Annuì stringendo le labbra.
"E se io fossi il suo più caro amico, invece, avrei qualche speranza con te? Perchè io vorrei ancora conoscerti meglio."
"Sinceramente,  Andrea, no. Se voi andaste daccordo, forse riusciresti a conoscermi meglio. Ma non mi piaci, in quel senso, e non mi piacerai mai. Senza offesa. Voglio solo farti capire che tutto questo, tutto quello che stai facendo, è inutile."
"Non è inutile,  se ti fa vedere la verità. Se poi io non ti piaccio, è un altro discorso. Posso sopportarlo." Mi sorrise. Non sapevo bene cosa pensare.
"Ti è andata bene che non l'hai trovato a casa." Scossi la testa.
"Bene un corno. Era più di un'ora che aspettavo di vederlo uscire per venire a suonare." Rise francamente.
"Accidenti, che cuor di leone!"
"Non è che io sia un vigliacco." Rispose tornando serio "è che quello lì è pericoloso."
"Come no. Vedi, come sono spaventata."
"Dico sul serio, Bea."
"Beatrice, se non ti secca. E quel pugno ce l'ho ancora, non l'ho buttato via."
"Allora, mettiamola cosi, facciamo una scommessa. Se ti dimostro, dimostro proprio, obiettivamente, che ho ragione io, cosa mi dai?"
"Niente. Non sono mica io che ho deciso di scommettere."
"Ce la scommetti una pizza?"
"Su Dario? Si, va bene. Anche la vita, ci scommetterei, su di lui."
Andrea mi posò la mano sulla  spalla, alzandosi.
"Meglio una pizza, fidati."
Ci riavviammo verso casa e mi accompagnò fino all'incrocio con la strada grande, per poi sparire in lontananza.
Già quando vidi la tua moto nella rimessa aperta, capii che si preparava un mare di guai.

Ero uscita così come mi trovavo, o meglio, mi ero trovata chiusa fuori casa, e non avevo le chiavi con me. La nostra era una di quelle porte che non hanno maniglia, all'esterno, e per rientrare usai la porta della rimessa.
Salii le scale diretta alla mia stanza e, arrivata in corridoio,  mi bloccai, di fronte ad una scena a dir poco stravagante.
Zia Sissi era fuori dalla porta di camera tua, ferma, a fissare la porta chiusa. Dietro di lei, zio Lucio, anche lui intento a fissare la porta, appena rientrato, con ancora indosso i pantaloni scuri e le scarpe lustre che usava al lavoro. Dalla stanza non veniva un suono un fiato, come fosse vuota. Mi avvicinai in silenzio.
Quando mi vide, la zia, pallida e preoccupata, mi fece cenno di avvicinarmi. Con voce appena udibile sussurrò:
"Dario si è..." da dietro la porta si levò un ruggito, tanto simile a quelli di zio Lucio nei momenti di rabbia che, se non l'avessi avuto accanto, avrei giurato fosse lui, a gridare.
"Vi ho detto di andare via!" Tale e quale. Come se la porta nemmeno esistesse. Guardai lo zio. Sul suo viso si mescolavano rabbia, preoccupazione e una profonda comprensione. Si strinse nelle spalle.
"Ha dato di matto. Capitava anche a me, alla sua età. Meglio se lo lasciamo sbollire in pace." Qualcosa di pesante piombò sulla porta dall'interno, facendola tremare e la zia fece un mezzo passo indietro. Io scrollai le spalle e feci per entrare nella stanza, ma lo zio mi trattenne.
"No, davvero, è meglio se si dà una calmata, prima, credimi."
"Ma smettila." Sbuffai, girando la maniglia.
Entrai nella stanza e richiusi la porta alle mie spalle. Eri pallido come un cencio, perfino le labbra ti si erano sbiancate, e tremavi, con le narici dilatate che palpitavano come quelle di un cavallo imbizzarrito.
"Hai finito di fare il matto?" Ti chiesi irritata. In due lunghi passi ti portasti di fronte a me, gli occhi che sembravano vuoti come specchi.
"Già di ritorno? Ti sei divertita?" Chiedesti scandendo le parole come se parlassi una lingua aliena.
"No. Non particolarmente. Cosa ti prende, dì un po', a fare queste scenate?"
"Dove sei stata?"
"Lo sai benissimo dove sono stata."
"Lo voglio sentire da te." Scandisti a voce bassa e monotona.
"Sono stata a portare via Andrea in maniera che non finiste per picchiarvi. Ecco dove sono stata."
"Andrea lo stesso che non volevi più che ti si avvicinasse? Lui? E poi lo proteggi da me?"
"Dario, devi capire che..."
"No, Dario invece non deve capire proprio niente!" Mi urlasti in faccia con quanto fiato avevi in gola. Deglutii. Mi sentivo la gola secca. Non mi ero resa conto di aver fatto tanto male.
"Senti, guarda che hai pubblico. Se devi proprio, dimmi quel che vuoi, ma fallo a voce bassa." Guardasti la porta, sempre con quel viso senza espressione, quegli occhi vuoti, e continuasti a voce bassa e tagliente.
"Io non devo capire niente. Non voglio capire, perchè ti comporti così.  Prima mi dici che non lo vuoi mai più vedere, che posso anche ammazzarlo, se proprio voglio, poi  ti comporti così? No, non voglio capire. Se no, guai a te."
"Se no guai a me? Ma cosa pensi che abbia fatto, Dario? Cosa pensi che ci sia sotto, una tresca? Me lo son trovata davanti, non volevo che ti mettessi nei guai e l'ho portato via. Basta."
"Basta? Basta? Cosa credi che ne pensi, lui? Vuoi saperlo? Che può fare quel che vuole, con te. Che ti può far fare quel che vuole." Ti piegasti verso di me, portando i tuoi occhi al livello dei miei "e magari è anche vero, no?"
"Smettila. Lo sai che..."
"Io non so più niente."
"Allora te lo dico io."
"No. Tu adesso stai zitta. Zitta, hai capito?" Mi colpisti con la punta delle dita in mezzo al petto, come se mi stessi spingendo via, con durezza. Quel gesto conteneva in sé tanta rabbia e tanto disprezzo che mi salirono le lacrime agli occhi.
"Io non..."
"Ho detto zitta. Non ti voglio sentire." Non sapevo più che dirti. Chinai il capo e le mie lacrime presero a cadere sul pavimento e sui miei pantaloni, come piccole gocce di pioggia salata. Tu iniziasti a camminare avanti e indietro per la stanza, con le spalle in avanti, i pugni stretti, il viso pallido e teso. Sembrava che ad ogni passaggio ti caricassi sempre di più,  procedendo a pieno regime verso un'esplosione apocalittica.
Dovevo fermarti, in qualche modo, sviare la tua mente, arrestare quel ciclo di autodistruzione. Allungai una mano e ti sfiorai, mentre passavi. Ti voltasti verso di me, con la bocca atteggiata ad una smorfia sprezzante.
"Non mi toccare."  Ti guardai in viso, supplicandoti in silenzio. Mi volgesti le spalle.
"Dario..."
"Ho detto zitta."
"Dario..."
"Cosa vuoi, da me? Si può sapere? Cosa?" Replicasti furibondo.
Scivolai a sedere, lì,  a terra, sentendo le energie che mi avevano sostenuto che colavano via da me  come acqua. Mi sentivo come se avessi appena visto morire il sole.
Niente, ecco cosa volevo in quel momento, niente. Non volevo dire nè fare più nulla. Per strano che fosse, quella sensazione mi riuscì familiare.  Cercai di ricordare dove e come l'avevo già provata, ma, per quanto avessi la sensazione che la risposta fosse lì,  appena oltre la mia portata, non arrivavo a prenderla. Rimasi seduta, lasciando che le lacrime mi colassero sul viso, cercando senza riuscirci di acchiappare la coda di quella sensazione. Tu rimanevi immobile, girato di spalle, con le mani posate di piatto sul tavolino. Passò il tempo.
Sentivo il tuo respiro pesante che riempiva la stanza, come il suono della risacca. Quasi morii di paura quando, senza alcun preavviso, desti in una specie di grido di guerra.
"Perchè devi sempre farmi incazzare così?" Ruggisti, assestando un calcio con tutta la tua forza alla sedia accanto a te. Era una vecchia sedia e la traversa su cui posavi i piedi da bambino si spezzò con uno schiocco secco, come un colpo di pistola. Iniziasti a piangere sommessamente.
Col cuore che mi galoppava in gola, mi strinsi le ginocchia al petto, sentendomi molto piccola e molto sola. Sapevo che a quel punto avrei potuto parlare, ma non avevo più nulla da dire.
Rimanemmo così,  io a terra e tu in piedi,  con le mani sul viso,  fino a che il  tuo pianto non si calmò.
Quando ti accovacciasti di fronte a me, d'istinto mi ritrassi, nascondendo il viso dietro le gambe ripiegate.
"Eh?" Chiedesti in un tono più normale "Perchè devi farmi arrabbiare, me lo dici?"
Non risposi. Non potevo.
"Bea?" Chiamasti, ora un poco preoccupato "Beatrice?"
Mi rendevo conto che ti stavi calmando. Ora il problema era che non ero affatto calma io. Quel tuo ultimo gesto violento,  ancor più della fredda rabbia di prima, mi aveva precipitata in quella strana sensazione e in quel senso di incompleta reminiscenza. Pensai che volevo mio padre, pensai che desideravo averlo accanto più di ogni altra cosa. Tu continuavi a parlare, ma le tue parole erano solo un'eco smorzata. Papà sarebbe arrivato a casa, prima o poi. Papà avrebbe sistemato ogni cosa.
Mi chiamavi con insistenza, scuotendomi per le braccia.
"Oh, mi vuoi rispondere?"
"A cosa?"
"Dimmi perchè sei andata con lui. Devo saperlo. Non la cazzata che mi hai raccontato prima. Il motivo vero. Perchè non l'hai mandato via e basta?"
"Ha detto che voleva chiedermi scusa."
"Per questo? E tu gli hai creduto?"
"Si."
"Ti fidi troppo della gente."
"Scusa."
"Va bene."
"Scusami."
"Si, va bene. Scuse accettate."
"Non farmi più male." Rimanesti immobile per un attimo e una sottile linea verticale ti si disegnò fra le sopracciglia.
"Ti ho fatto male?"
"Molto." Annuisti.
"Anche tu."
"Scusa."
"Va bene. Alzati, dai."
"No."
"Cosa vuol dire no?"
"No."
"Bea? Ma stai bene?"
"No."
"Dai, alzati."
"No."
Ti alzasti in piedi. Mi fissavi e chinai di nuovo la testa, posando la fronte sulle ginocchia. Ti sentii aprire la porta. Fuori doveva esserci ancora qualcuno, perchè sentii qualche parola a bassa voce, scambiata come di passaggio. Tornasti dopo un minuto, con un bicchiere d'acqua.
"Per favore, Bea, alzati. Per piacere." Allungai la mano verso il bicchiere fresco e bevvi. Ti sedesti accanto a me.
"Cos'è,  ti ho fatto paura?"
"No. Mi hai fatto tornare in mente una cosa che non mi ricordavo più."
"Ah, si? Cosa?"
"Com'era la mia mamma quando si arrabbiava." Vidi il tuo pomo d'adamo salire e scendere freneticamente.
"Perdonami."
"Non hai fatto apposta. Non lo sapevo neanche io, figurati."
"È che quando sono tornato a casa e non ti ho trovata..."
"Lo so. Hai ragione tu, ho fatto male. Farò in modo di farmi perdonare."
"Va bene, amore. Non sono più arrabbiato."
"Si che lo sei."
"Allora, non sono più tanto arrabbiato. Va bene?"
Annuii. Ancora non trovavo la forza di alzarmi da terra, mi sentivo come ci si sente svegliandosi il primo giorno dopo una febbre alta. Mi circondasti con un braccio e rimanemmo seduti insieme per un po', in silenzio.

venerdì 23 maggio 2014

Cinquantasei

Arrivò il giorno dell'ultimo allenamento, in cui venne ufficialmente annunciato che, da settembre, avresti giocato nel ruolo di pivot per la prima formazione della squadra. Furono molti i mormorii di assenso e le pacche sulla spalla che arrivarono alla notizia.
L'allenatore fece un lungo discorso che non seguii e poi vi salutò tutti, uno per uno.
Andrea mancava, arrivò solo all'ultimo, per salutare ed augurare le buone vacanze ai compagni. La maglietta a maniche corte lasciava scoperti profondi lividi sulle braccia e molti ragazzi gli si avvicinarono per chiedergli come stesse. Non sapevo che si fosse fatto male, non mi avevi detto nulla in proposito. Mi parve strano.
All'uscita, mi passò di fronte allungando il passo, lanciandomi appena uno sguardo furtivo e, mi parve, spaventato. Vedendolo da vicino mi accorsi che un altro segno nerastro gli marchiava la fronte, uscendo dall'attaccatura dei capelli. Iniziai a sospettare del tuo coinvolgimento, ma non capivo per quale motivo non avresti dovuto dirmi nulla, se fosse stata opera tua, né perchè lui non ti avesse denunciato agli insegnanti, causandoti un sacco di grane.
Arrivasti da me e ci avviammo insieme verso la stazione. I lunghi portici, spesso affollati di gente, tavolini e biciclette, risuonavano quasi vuoti durante quell'ora calda, col sole dorato che entrava di sbieco dagli archi, disegnando mezzelune sul pavimento antico.
L'aria immobile e vischiosa ci entrava nel petto come fosse acqua e faceva l'effetto di un lento, subdolo sonnifero. Perfino il tuo passo scattante era più lento, quasi indolente, e il rigore del tuo abbigliamento si era allentato, coi primi due bottoni della solita camicia aperti a mostrare la piccola fossetta fra le clavicole, liscia e lucente di sudore.
Il mio abito leggero si attaccava alle gambe, sussurrando lieve ad ogni passo, ed avevo raccolto i capelli sulla sommità della testa, appuntandoci nel mezzo una matita.
Ti fissavo, chiedendomi se domandarti cosa fosse accaduto ad Andrea, cercando di valutare bene se una domanda del genere ti avrebbe guastato l'umore, che quel giorno era davvero buono. Ti voltasti verso di me con un sorriso.
"Ho qualcosa sulla faccia?"
"A parte un naso enorme, no. Ma quello l'hai sempre avuto." Risposi spingendoti con la spalla. Fingesti di barcollare, come se ti avessi colpito forte e ci sorridemmo.
"Dai, sul serio, cosa hai da guardarmi così?"
"Mah, niente."
"Eh, si, sei proprio credibile, sai? Davvero."
"Sul serio, niente. Pensavo."
"Bea, non esagerare, lo sai che non sei allenata e poi ti fa male!"
"Povera me, che deficiente!" Risi scuotendo la testa.
"Ma no, amore, non dire così. Non essere spietata con te stessa!"
"Stronzetto."
"Bea?"
"Cosa?" Senza emettere suono, muovesti le labbra per dirmi un 'ti amo'. Allungai la mano e ti accarezzai il braccio, già lentigginoso per i primi soli. Proseguimmo in silenzio fino a quando ci sedemmo in treno. Di appartarci, fosse pure un minuto, non se ne parlava con quel caldo. Rimanemmo seduti davanti al finestrino spalancato, godendoci col viso proteso la brezza tiepida prodotta dal movimento.
Sulla strada per casa, sul marciapiedi ombreggiato da una lunga fila di alberi alti e diritti, ricominciammo a chiacchierare del caldo e dell'estate imminente. Mancavano solo due giorni al tuo sedicesimo compleanno e mi stavo arrovellando per trovare un regalo  speciale da farti.
"Sai cosa vorrei tantissimo adesso?" Domandasti di punto in bianco.
"Cosa?"
"Una granita."
"Direi che è fattibile. A che gusto ti andrebbe?"
"Boh, nessuno, di granita."
"Dario, guarda che quello che intendi tu si chiama ghiaccio tritato, non granita. Giuro, sei l'unico cristiano dell'universo che mangia  quella porcheria."
"Eh, sai che roba, tu lo mangi ugualmente, solo con un cucchiaio di sciroppo dentro. Mi fa senso, lo sciroppo. È appiccicoso."
"Sei malato nel cervello, lo sai? Lo sai che chi mangia il ghiaccio così da solo vuol dire che è  frustrato?"
"E questo dove  l'hai letto, su topolino?"
"Non me lo ricordo."
"È una stupidata."
Continuai a camminare, sorridendo fra me, al suono categorico della tua sentenza.

Mi domando, alle volte, come sei diventato adesso. Ad esempio, sei ancora innamorato del ghiaccio tritato e  disgustato dagli sciroppi?
Oppure, dormi ancora nella stessa posizione che ricordo io, sul fianco sinistro, con un braccio raccolto contro il viso e l'altro steso, come i gatti al sole?
Fino a che punto può cambiare una persona, con il trascorrere del tempo? Fino a che punto questo tempo trascorso senza te mi ha strappato la persona che amo?
C'è ancora, da qualche parte, quella persona, o è morta a poco a poco, giorno a giorno,  sfogliandosi via come cenere al vento, per far spazio ad un uomo sconosciuto, che indossa la tua faccia e il tuo nome?
A volte sogno di ritrovarti, di riconoscerti, di spalle, di avvicinarmi e posarti una mano sulla spalla per farti voltare, per poterti dire 'eccomi, Darietto, eccomi, sono qui, sono di nuovo a casa!' Ed ho già quelle parole sulle labbra e quella gioia nel cuore, e tu ti volti e sei davvero tu, davvero, il tuo viso, le tue mani, l'odore pulito della tua pelle, che mi colpiscono come grandi urti indolori. Ma i tuoi occhi mi passano sul viso senza dare segno di riconoscermi, come si guarda un'estranea che si avvicina troppo. E la tua voce, la tua voce che nei sogni ricordo alla perfezione, mi dice: 'lei si sbaglia, signora. Io non la conosco.'
È un sogno banale, certo, ma realistico.
Quanto della mia anima  di oggi riconosceresti, se ci potessimo parlare?
Quando ci hanno separati quel giorno, forse, ci hanno separati per sempre.

Non riuscivo a togliermi dalla mente la curiosità di cosa fosse accaduto ad Andrea. Per come io lo conoscevo, dai tuoi racconti e dalle poche conversazioni che avevamo avuto, non mi sembrava il tipo di persona che si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione di puntare il dito su di te, se tu gli avessi fatto qualcosa, quindi, da una parte, mi pareva di poter escludere il tuo intervento. Dall'altra, però,  era quanto mai sospetto il fatto che tu non fossi venuto a raccontarmi, magari corredando il racconto con un ghigno malefico e una buona dose di sarcasmo, l'accaduto. Non mi risolvevo a domandarti direttamente informazioni, sentendo qualcosa di strano nel tuo silenzio, ed ero così sospesa, in un certo senso, fra due fuochi, fino a che, il mattino successivo, non ricordai che cosa aveva detto Andrea quando ci eravamo incontrati fuori della tua scuola. Mi rivolsi a Federica.
"Senti, sai cosa è successo a Vasirani, quello che va a scuola con tuo fratello, che all'ultimo allenamento che sono andata a vedere sembrava un reduce?"
"È caduto dalle scale a scuola, perchè? Hai deciso di cambiare principe azzurro?"
"No, no, grazie tante, dio me ne scampi da quello lì. Ero solo curiosa."
"Potevi chiedere a tuo cugino. Non sono in classe insieme?"
"Si, ma si odiano, te l'ho detto. Se gli domando di lui attacca una geremiade che non finisce più."
Ridemmo insieme, dietro le mani.
"Oddio, sarà mica stato il principe a spingerlo giù?" Scherzò lei, attaccando a ridere più forte. A me la voglia di ridere passò di colpo, invece, e trascorsi il resto della giornata a riflettere su quell'ipotesi.
Più ci pensavo, meno mi sembrava improbabile e quasi riuscivo a vedere la scena, nella mia mente: lui che corre verso l'uscita, tu che lo segui in silenzio e  poi una spinta, forte, con le mani tese nel bel movimento armonico che usavi per i passaggi brevi. Certo, Andrea era un ragazzo robusto, ma non avevo forse riflettuto più di uma volta sul fatto che nessuno si sarebbe mai aspettato che tu fossi tanto forte? Eri in grado di sollevarmi come fossi senza peso, eppure io ero una buona cinquantina di chili. Se tu l'avessi spinto con tutte le tue forze, senza che lui se l'aspettasse, sarebbe caduto di certo. E perchè mai avrebbe dovuto aspettarselo? Chissà quante volte ti aveva avuto alle spalle scendendo le scale, prima di quel momento, senza che accadesse nulla di male.
Certo, però, tutte le altre  volte non c'era la promessa che tu mi avevi fatto quel pomeriggio. 'Fai in modo che non mi si avvicini più', ti avevo detto, e, a dire la  verità,  Andrea non mi si era avvicinato, anzi, non mi aveva praticamente guardata in faccia, l'ultima volta che ci eravamo incrociati, e questo era senza precedenti.
Più  riflettevo, più mi convincevo che le cose fossero andate davvero così.
Rimaneva solo da scoprire in che modo tu fossi riuscito a fargli capire che ciò che gli era accaduto era una diretta conseguenza di quel che aveva detto a me, sulla panchina davanti alla scuola, senza passare un mare di guai.
Attesi.
Ad essere sinceri, ti tesi un agguato, aspettando la fine delle lezioni, poi di essere tornati a casa, poi di aver  finito di pranzare. Attesi fino a che il momento fu propizio, a metà pomeriggio, quando tua madre ci avvertì che doveva fare una 'puntatina' in paese per uno dei suoi plurimi impegni di organizzazione parrocchiale.
Dora era in giro per commissioni e la casa era nostra, solo nostra, per un paio d'ore. A quel punto dell'anno scolastico il lavoro a casa era quasi nullo e tu eri nella tua stanza, immerso in qualche lettura. Ti vedevo attraverso la porta socchiusa, chino sul tavolino, accanto ad una lama di sole che mulinava di pulviscolo. Entrai senza fiatare, ma mi sentisti ugualmente.
"Oh, Bea."
"Tua madre è uscita."
"Mm."
"Siamo soli." Ti voltasti sulla sedia, con una luce di gioia che ti brillava negli occhi, già pronto ad accogliermi fra le tue braccia. Decisi di tentare di coglierti di sorpresa.
"Ho una domada" dissi leggera avvicinandomi.
"Dimmi."
"Cosa gli hai detto, ad Andrea, dopo che l'hai buttato giù dalle scale a scuola?" Ti chiesi, lisciando il copriletto col taglio della mano.
L'effetto fu istantaneo e più drastico di quanto avrei voluto. Sul tuo viso passò sorpresa, poi sgomento, poi calò una fredda maschera di noncuranza. Ti alzasti in piedi.
"Chi ti ha detto questa cosa?"
"Nessuno. Ma è vera o no?" Chiesi, guardandoti fisso in faccia. Induristi lo sguardo.
"Me l'hai chiesto tu."
"Me lo dici, cosa gli hai detto?" Ripetei, avvicinandomi ancora a te. Ti vedevo cercare di decifrare la mia espressione, ma non doveva essere semplice, dato che nemmeno io sapevo cosa provassi.
"Gli ho detto..." deglutisti, aspettandoti in modo evidente un rabbuffo "gli ho detto che cadere così è il genere di cose che succedono a chi si distrae pensando a mia cugina."
"Capisco. E l'hai fatto perchè te l'ho chiesto io? Solo per quello?" Allargasti le braccia in un gesto di impotenza.
"Mi pare che prima che tu me lo chiedessi non sia mai successo niente, no?"
Un senso di spavento mi attraversò: era come se fossi stata io in prima persona a dargli quello spintone. Poi ripensai a quello che mi aveva detto davanti alla scuola, a quelle sue parole che mi avevano bruciato dentro fino a che non eri arrivato tu accanto a me: 'per lui sei solo roba...stai sbattendo la vita nel pattume...è un prepotente, arrogante, coglione.' Pensai alla sua espressione da martire del dovere morale, alla sua insistenza, nonostante le mie proteste e le mie preghiere. Pensai a quanto mi aveva fatto male sentire qualcuno, un qualsiasi qualcuno, parlare in quel modo di te.
E lo spavento cadde, spazzato via da un senso di orgoglio e di gratitudine nei tuoi confronti. Come era successo quando eravamo bambini, ti eri innalzato fra me e chi mi aveva ferita come qualcosa di più di un uomo ed avevi fatto tutto ciò che sapevi, o credevi, necessario per proteggermi, ancora una volta.
"L'hai fatto per me." Ripetei.
"Si. Adesso suppongo che mi dirai che...Bea?" Mi chiamasti guardandomi stranito mentre mi inginocchiavo di fronte a te.
"Anche io voglio fare qualcosa per te." Ti spiegai slacciando la fibbia della tua cintura.
Ti accarezzai, teneramente, con lunghi movimenti, per eccitarti e poi ti accolsi nella mia bocca. Non era la prima volta che lo facevo, ma era la prima volta in cui tu potevi vedermi senza alcuno schermo, né di buio né di stoffa. Mi accorsi che questo ti piaceva e reclinai il capo per guardarti negli occhi, mentre con la punta della lingua contornavo i margini lisci del tuo glande. Il tuo volto avvampò di un rossore pudico, ma una parte più vicina a me, in quel momento, reagì con entusiasmo alla mia iniziativa. Continuai e sentii le tue mani calde cercare rifugio fra i miei riccioli scuri, aiutandomi a trovare il ritmo giusto mentre ti avvicinavi alla fine. Quando raggiungesti il culmine, tentasti di spingermi via, ma io ti abbracciai per i fianchi, rimanendo allacciata a te. Non l'avevo mai fatto e mi colse un poco di sorpresa, sentirmi invasa dal tuo sapore, ma non mi dispiacque. Solo quando sentii che ti rilassavi, mi rialzai in piedi.
Ti rivestisti continuando a fissarmi, con aria confusa.
"Bea, porca miseria! Guarda che prima o poi me lo fai venire, quel famoso infarto, sai?"
"Volevo solo dirti grazie." Ridesti, gettandoti sul letto e tendendomi le braccia. Ti raggiunsi e ci stringemmo forte.
"Dì un po', c'è altro che posso fare per te?" Chiedesti in tono compito. "Pestaggi, furti, omicidi? No, perchè mi piace il tuo modo di dire grazie, sai?"
"Ah, si? Io ero indecisa fra questo e un bigliettino di ringraziamento." Annuisti serio.
"Capisco. Hai voluto risparmiare." Ridemmo insieme, appoggiamdoci sul materasso l'uno  accanto all'altra, con il viso al soffitto.
"Credevo che volessi dirmi che avevo fatto male." Mi dicesti dopo poco.
"Hai mantenuto la tua promessa. E poi, non ti sei messo nei guai. A proposito, come hai fatto? Perchè non ti ha denunciato?"
"Ma l'ha fatto. È che quel che dovevo fare l'ho fatto bene. Lui è sempre il primo a scendere e la massa dietro. Ho almeno cinque persone disposte a giurare che mi erano di fianco e io non ho fatto niente."
"E non ti hanno visto spingerlo?" Ti stringesti nelle spalle.
"Ma io mica l'ho spinto. Gli ho solo allungato un calcetto, una roba da niente, con la punta del piede dietro al ginocchio. È questione di tempismo."
"E dopo?"
"Eh, dopo ho aspettato che finisse di farsi tutti e undici gli scalini e poi sono saltato di fianco a lui e l'ho aiutato ad alzarsi. E gli ho detto ad alta voce 'queste sono cose che succedono a chi si ditrae.' E poi a bassa voce gli ho detto 'ad esmpio pensando a mia cugina.' E pensa un po', ha capito subito. Ma subito, eh? Non l'avrei mai detto. Ero già pronto con la seconda dose, come coi vaccini."
"Dario amore?"
"Cosa?"
"Tu mi fai paura, lo sai?"
"Eh, si, sono un ragazzaccio." Rispondesti facendo la voce roca, con un mezzo sorriso. "Ma anche tu sei una ragazzaccia, lo sai? Se ripenso a quello che hai fatto prima..."
"Cosa? Non è una cosa brutta, vero?" Domandai un po' in apprensione. Per tutta risposta tu prendesti la mia mano e la portasti sotto la tua cintura.
"Ti pare una cosa brutta?"
Facemmo l'amore con la luce, quel pomeriggio, e fu molto bello. Quella notte dormimmo come due bambini, di un sonno pesante e profondo, ciascuno nel proprio letto, e, quando ci svegliammo, era il giorno del tuo compleanno.
Era giorno di scuola e ci trovavamo al tavolo, davanti alla colazione. Tua madre era accanto a te, in piedi, e ti covava con gli occhi, allungando di tanto in tanto la mano per aggiustarti i capelli o toglierti un peluzzo dalla camicia. Io vi guardavo insieme e, non per la prima volta, provavo una sorta di invidia per quell'amore che poteva stare sotto gli occhi del  mondo, riscuotendo solo consensi e sorrisi, quando il  mio, che mi sentivo sgorgare dal cuore altrettanto puro e forte, era da nascondere come una vergogna.
Tu mangiavi di buon appetito e voltavi la testa ora verso di lei, ora verso di me, sorridendoci con dolcezza. Posasti una carezza sulla mano di tua madre e mi stringesti appena il braccio con l'altra mano, felice. Si vedeva che era il massimo della gioia, per te, averci  vicine  entrambe e sentire la nostra attenzione su di te; ti stavi beando di quel momento, quando Dora arrivò da dietro per posarti di fronte un dolce speciale, decorato con fragole fresche, che aveva fatto apposta per il tuo  compleanno. Rovesciasti la testa all'indietro sfiorandole appena il fianco, con un sorriso radioso. Quasi ti si sentiva fare le fusa.
In quella tuo padre entrò.
"Oh, cos'è sta storia? Tutte attorno a lui?" Rideva scuotendo la testa. "te non le mandi mica via, eh? Va là che hai già capito come gira il mondo, te." Si sedette al tavolo e ci guardò,  affollate intorno a te, tutte intente a coccolarti, a lasciarti e a nutrirti di leccornie. Dovevamo formare un quadretto davvero singolare, a ben pensarci. Del resto, ognuna a suo modo, ti amavamo tutte.
Lo  zio scosse la testa fingendo un'aria disgustata, ma si vedeva che era divertito e, quando entrò mio padre, ci indicò col braccio teso come l'accusatore di un dramma.
"Guarda là,  di  tre non se ne salva una. Tutte a fare le feste al principino e a noi ci lasciano crepare di  fame."
Mio padre accennò un sorriso sedendosi e noi tutte ci affrettammo, io a  dare il bacio del buongiorno a mio padre, Dora in cucina a prendere la  colazione, la zia a salutare tuo padre, ci sciogliemmo, come un nodo di seta. Ti vidi a capo chino, lo sguardo sul tuo dolce, sorridere con aria di soddisfazione.
Di lì a poco, ci alzavamo da tavola, per andare al treno. Stavi prendendo lo zaino, quando, con aria indifferente, tuo padre ti fermò.
"Poggia quel coso, oggi non ci vai a scuola. Devi venire con me, mi servi." Aggrottasti le sopracciglia ed una ruga sottile ti si disegnò sulla fronte.
"Dove? A far cosa?"
"Dove mi pare a me e a stare zitti. Se ti è chiaro. Adesso siediti lì e stai buono che fra poco partiamo."
Ti lasciasti scivolare su una sedia, posando lo zaino accanto a te. Un lieve pallore ti si diffuse in viso.
"Ho fatto qualcosa?" Domandasti esitante.
"Si, hai rotto i coglioni di fare domande. Zitto e buono."
Ero immobile, con lo zaino in spalla, ritta fra l'atrio e la sala, paralizzata dalla sorpresa. Mio padre volse appena il capo e disse:
"Beatrice, fai tardi. Guarda che se perdi il treno, io non ti accompagno."
Incrociai i tuoi occhi spaesati e mi strinsi nelle spalle. Cosa potevo fare?
Uscii di casa sola, nell'aria fresca della mattina. Mi sembrava ci fosse un foro nell'universo, dove di solito eri tu. Camminavo lentamente, gravata dal duplice peso della tristezza, per non poterti avere accanto, e della preoccupazione. Certo, tuo padre mi era sembrato di ottimo umore, ma non sapevo dove ti avrebbe portato, né per quanto tempo. Rischiavo di non poter festeggiare con te il tuo compleanno o, addirittura, di non rivederti per giorni.
C'era mezzo chilometro fra casa nostra e la stazione, ma fu una fortuna che fossi partita con un certo anticipo, come eravamo soliti fare, perchè, persa in questi pensieri, impiegai il doppio del tempo per fare la stessa strada. Mi mancava solo di attraversare la strada, per arrivare alla fermata del  treno, quando la  grossa berlina di tuo padre mi si fermò  davanti.
Lo zio abbassò il finestrino  e mi fece un brusco cenno con la testa.
"Dai, monta su, che sembri un cane bastonato." Girai rapidamente attorno alla macchina per arrivare allo sportello e lo sentii continuare a borbottare "dimmi te, se uno può andare avanti così. Circondato dai rompiballe, vivo, io."
Ripartì rapidamente e mi ritrovai appoggiata allo schienale di pelle, con mio padre accanto e te nel  sedile anteriore, mentre la  strada scorreva veloce. Eravamo diretti in città, ma non avevo idea di quale sarebbe stata la nostra meta; una sensazione muta ed istintiva mi diceva di tacere e smettere di preoccuparmi e la assecondai, trovandola confermata nel sorriso sornione di mio padre.
Entrammo in una zona della città che conoscevamo poco e ci gettammo in un fitto intrico di sensi unici e vie strette. Zio Lucio svoltava con decisione, di qua e  di là, senza esitare, dando mostra di avere una certa confidenza con quelle stradette. Ad un certo punto, accostata l'auto quasi casualmente al muro di una casa gialla, la spense.
"Giù." Ordinò seccamente e  scendemmo dall'auto. Ti guardai interrogativa e tu scuotesti di poco la testa; nemmeno a te avevano detto dove eravamo diretti.
Seguimmo la schiena ampia di tuo padre e quella sottile del mio, che camminavano  a passo di marcia lungo la stradetta in ombra.
Svoltammo in un cortile, che sembrava privato, e ci trovammo circondati da una miriade di motociclette, di tutti i modelli, le cilindrate e i colori. Ci guardavamo attorno un po' spaesati, cercando un riferimento, un ordine in quel guazzabuglio.
Lo zio mandò un richiamo a voce alta e da una porticina di ferro, sul fondo, sbucò un ometto che gli arrivava appena al petto.
Si chinò su di lui e parlarono fitto qualche secondo, mentre mio padre si accendeva una nuova sigaretta e sbuffava nuvole azzurrine nell'aria, fissandole assorto. Al termine del colloquio l'ometto accennò con la mano ad un angolo del cortile, apparentemente identico al resto, e sparì di nuovo attraverso la porticina, come il personaggio di una fiaba.
Mentre osservavo tutto questo, senza rendermene conto, per abitudine, mi ero avvicinata a te, fino a sentire sulla spalla il contatto fresco della tua camicia. Tuo padre si voltò verso di noi.
"Oh, bamboccio, vieni qua. E mollalo, te"disse rivolto a me "ma di cosa, porca troia, credete che sia fatto questo qui, di porcellana? Vieni qua, scattare."
Ti avvicinasti rapido e  diritto, a lunghi passi, e lui ti spinse verso l'angolo del cortile che aveva indicato l'ometto. Io e mio padre ci avvicinammo.
Di fronte a noi, così come tutto attorno, una lunga fila scomposta di motociclette, ognuna come in attesa, alzata sul suo cavalletto. Tuo padre ti lasciò guardare, mentre si accendeva un sigaro tozzo e nerastro.
"Ti piacciono?" Chiese in tono sommesso. Ti vidi annuire convinto. "Allora, dai, sceglitene una."
Voltasti la testa verso di lui tanto velocemente da far scricchiolare il collo, gli occhi grandi come tazzine. Eri immobile.
"Dai. Quella che vuoi. Te l'avevo promesso, no, se entravi in squadra?"
"Sei serio?" Ti tremava la voce. Zio Lucio annuì guardandoti negli occhi, che oramai erano alla stessa altezza dei suoi, con un'espressione divertita e, a suo modo, dolce.
Facesti correre gli occhi sulle moto e poi  muovesti un mezzo passo verso la fila. Ti fermasti e lo guardasti di nuovo, inarcando le sopracciglia, e lui di nuovo annuì. Io ero ferma, incantata da ciò che vedevo.
Ti avvicinasti ad ognuna delle motociclette, ai miei occhi molto simili fra loro, osservandole e allungando, a volte una mano esitante a sfiorarne appena una. Era chiaro che ti piacevano immensamente. D'un tratto ti  vidi raddrizzare la schiena e poi avanzare verso una di esse, rossa e bianca, alta e slanciata, con grandi ruote sottili. Le girasti tutto attorno, quasi in un passo di danza, sfiorando appena ora il sellino, ora il fanale lustro.
Tuo padre si avvicinò  lentamente.
"Ti piace questa qui?"
"È una yamaha." Rispondesti, come se fosse una risposta sufficiente. E forse lo era anche, perchè lui annuì.
"Vuoi questa, allora?"
"Ma sul serio? Cioè, davvero me la lasci...sul serio?"
"Si. Si, Dario. È tua."
Era la giornata dei miracoli.
Cosa fu? Il regalo splendido che ti stava concedendo, il tono sommesso e quasi affettuoso della sua voce o il fatto di sentirti chiamare per nome? Impossibile saperlo.
In un unico movimento ti voltasti rapido e buttasti le braccia al collo di tuo padre, stringendolo in un abbraccio ruvido e un po' goffo. Tolti i baci obbligatori dell'infanzia 'dai un bacio a papà, tesoro, e digli buon natale', era la  prima volta che ti  vedevo avere verso di lui un moto di affetto.
Il viso  dello zio  si tinse visibilmente di un rossore sbiadito, ma ricambiò, anche se per un solo attimo, il tuo abbraccio.
"Oh, mezza sega, cosa cazzo fai?" Rise, spingendoti via. Tu sembrasti quasi rimbalzare verso di me e, afferratami per una mano, mi trascinasti di peso verso la  motocicletta.
"Guarda! Guarda che bella! Bea! Guarda!"
"È molto bella, Dario, davvero."
"Ci possiamo andare in due, sai? È un centoventicinque." Ti guardai con un sorriso vacuo, senza la più pallida idea di cosa significasse, ma felice che potessimo andarci insieme.
"Poi appena imparo ti insegno a guidarla."
"È troppo alta per lei." Disse mio padre, con aria ansiosa. Tu abbassasti gli occhi e mi fissasti, come rendendoti conto per la prima volta dei trenta centimetri che ci separavano.
"Eh, si. Mi sa anche a me. Va bene, non fa niente, ti porto io."
"Oh!" Abbaiò tu padre "bada che ti fai insegnare da un istruttore, se no tua madre non ti ci lascia mica andare, eh?"
"Si, si, va bene. Quello che volete voi va bene."
Tuo padre sparì qualche minuto attraverso a porta di metallo, immagino per pagare l'ometto, e poi tornammo a casa.
Dietro l'auto, mio padre guidava la tua moto e tu lo osservavi, attraverso il lunotto posteriore, con gli occhi pieni di gioia e merviglia.

martedì 20 maggio 2014

Cinquantacinque

Tanto più vado avanti, nello scrivere la nostra storia, tanto più difficile mi riesce scrivere.
Ti rivedo, con gli occhi della mente, come eri in quegli anni, bello come un giovane dio, arrogante, dell'arroganza che solo può avere chi davvero è innocente e all'oscuro delle cose del mondo e convinto di avere il mondo ai suoi piedi, e dolce, terribilmente dolce, con la  dolcezza goffa di chi ama con tutto il  cuore, senza che nessuno  gli abbia mai insegnato ad amare.
Eri dolce con me, nei tuoi piccoli gesti di ogni giorno. Quando ti mettevi sulle spalle il mio zaino, oltre al tuo, sulla via per la stazione, quando mi riavviavi una ciocca ribelle incastrandola con cura dietro il mio orecchio, quando alzavi d'improvviso gli occhi dai libri per regalarmi un sorriso, senza altro motivo che quello di farmi piacere.
Alle volte, senza una ragione apparente e nei momenti più strani, mentre studiavo china sul tavolo o mentre attraversavamo l'atrio diretti alla cena, ti accostavi al mio orecchio e mi dicevi in un soffio:
"Ancora tre anni.".
Tanto mancava al momento in cui saremmo spariti dalla faccia del mondo, per vivere la nostra vera vita insieme. Ne parlavamo in continuazione, descrivendoci a vicenda i minimi dettagli di quel che avremmo fatto, detto, della casa in cui avremmo abitato, dei pigri sabato mattina che avremmo passato a letto, nella luce gloriosa del giorno che, entrando dalle finestre, ci avrebbe illuminati insieme.
"Voglio fare l'amore con la luce accesa per almeno vent'anni." Mi dicevi sorridendo, la notte, mentre le nostre voci si intrecciavano nel buio. "E ogni singola giornata di sole voglio andare in centro, al mercato, in mezzo alla folla, e baciarti, davanti a tutti."
Erano questi i nostri sogni, ben poca cosa, eppure lontani ed esotici, per noi, come fossero favole di un altro universo.
Era dura vedere le coppie, molte della nostra stessa età, camminare mano nella mano per le strade o  scambiarsi baci più o meno furtivi, all'uscita delle scuole. Per noi, era solo immaginazione. Eppure, quanti di loro avrebbero potuto dire di amare tanto quanto noi ci amavamo?
Questi ricordi, anche ora, sono tanto vivi per me che è quello che ho attorno a stemperarsi in colori pastello, per lasciare vivida l'immagine di quei giorni, per noi tanto felici, ognuno dei quali ci avvicinava di un passo alla fine.

Tuo padre era tanto entusiasta dei tuoi successi sportivi che sembrava non stare nella pelle.
Quando seppe che saresti stato ammesso fra i titolari, nel settembre successivo, prese a pacche sulla schiena mio padre, fino a fargli perdere l'equilibrio.
"Allora, non è poi mica un buono a niente, hai visto? Qualcosina gli riesce anche a lui. Oh, magari non riesce a parlare in latino, ma, hai visto? Che roba! E in meno di un anno, eh?"
Mio padre gli sorrideva con aria felice, annuendo. Li vidi discutere animatamente a bassa voce per un paio di giorni, su un qualcosa che a noi non era dato sapere. Non appena entravamo nella stanza, calava il silenzio e i loro visi prendevano un'epressione di assoluta indifferenza, falsa quanto una moneta da trecento lire.
Nel frattempo, le cose andavano avanti nel solito modo. Era maggio, oramai, e stavano per chiudesrsi sia l'anno scolastico che la stagione sportiva.
Mi  era diventato abituale passare a prenderti all'uscita nel giorno in cui finivi più tardi di me, così come assistere ai tuoi allenamenti. Di nuovo, le sole ore che passavamo lontani erano quelle di lezione e anche quelle sembravano eterne.
Il mese stava volgendo al termine quando, mentre aspettavo che suonasse per te l'ultima campanella, seduta su una panchina ombreggiata dalla parte opposta della strada, venni raggiunta da Andrea, che si sedette accanto a me, posando lo zaino fra i piedi.
"Oh,  ma ciao. Sempre in paziente attesa del cuginetto?" Mi  salutò con un sorriso. Mi riusciva difficile guardarlo in faccia, dopo l'ultimo incontro fra voi, un mese prima, ma lo feci ugualmente, per mascherare la pena che provavo per lui.
"Non dovresti parlarmi, lo sai?" Chiesi in tono serio.
"E perchè? Perchè se no il cuginetto si arrabbia? Lasciamolo arrabbiare, dico io!" Rise lui amaro.
"No, perchè non mi piace essere usata per fare dispetto a qualcuno. In particolare se il qualcuno è Dario. Ora, tu ti fermi a parlare con me per farlo arrabbiare e questo, se permetti, non mi va e non sono obbligata a lasciartelo fare."
"Insomma, come ho detto io: se no il cuginetto si arrabbia. Dimmi, ma è solo con me che non puoi parlare o hai una lista?"
"Ti ho detto di piantarla. E poi, non mi piace essere presa in giro. Sei un maleducato. Vattene!"
"È una panchina pubblica." Rispose lui sistemandosi più comodamente contro lo schienale. Mi alzai rapida e mi allontanai. Avevo fatto appena qualche passo, quando mi raggiunse al piccolo trotto.
"Guarda che non voglio prenderti in giro. E tantomeno ti parlo solo per fare dispetto a lui. Sai quanto me ne frega, di lui. È solo che mi dispiace vederti così. Insomma, sei una ragazza in gamba e..."
"Così come, di grazia?"
"Beh, dai, ma ti vedi? Sempre da sola, sempre in un angolo ad aspettarlo, neanche fosse  un principe, con la proibizione di parlare a chi ti pare. E poi? Che altro? Gli spazzi la camera, gli lavi la biancheria? Non sei mica il suo vassallo, no? Di quelli ne ha anche troppi là dentro." Terminò, accennando alla scuola. Mi sentii offesa e ingiuriata.
"Ma che cazzo ne sai, tu, di me? Cosa vuoi? Volevi uscire con me, bene, ti ho già detto di no. Cosa vuoi, adesso, cosa credi di ottenere con questi discorsi del cazzo?" Gli sibilai contro.
"Di te so che sei in gamba,  brava, tanto che forse ti passano al certamen di latino con due anni di anticipo, e scusa se è poco. E so anche che vai daccordo un po' con tutti alla tua scuola e che saresti piena di amici se non fosse per quello lì." Rispose duro indicando l'edificio in cui ti trovavi "e se non ti dispiace, quando vedo una cosa del genere penso che sia mio dovere morale almeno provare a  fare qualcosa!" Feci un passo indietro, confusa.
"Come le sai tutte queste cose?"
"Capita che un nostro compagno, di un paio di anni più grande, sia il fratello della tua amica Federica. Non ti fa strano che io lo sappia e tu no? Lei parla sempre di te,  ti vuole bene. E tu invece passi tutto il tempo con quel coglione di tuo cugino e non ti fili nessuno. Ti sembra normale?"
"Fatti i cazzi tuoi." Risposi seccamente.
"Quando la ragazza che mi piace sbatte la vita nel pattume per un coglione arrogante e prepotente solo perchè ci è cresciuta insieme, sono fatti miei. Dimmi, se non fosse stato per lui tu ci saresti uscita con me? Dai, sii sincera."
"No!"
"E perchè?"
"Perchè sei uno stronzo, uno che..."
"Che? Finisci, dai. Cosa hai tu, ma tu Beatrice, personalmente, contro di me?"
Stava di fronte a me, con aria ferita, ma calma, aspettando una risposta. Glielo leggevo in faccia, che era convinto che quella risposta non sarebbe venuta. Ero tanto arrabbiata con lui, che avrei voluto poterlo picchiare, e ferocemente,  fino a ridurlo ad un ammasso di sangue. Lo odiavo. Una lacrima di rabbia mi bagnò la guancia.
"Gli hai fatto male. Ce l'hai con lui, senza un motivo, e senza un motivo hai deciso che ti piaccio io. Ma tu non sai niente di me. Vuoi solo usarmi per fargli male di nuovo. E io non voglio."
"Non volevo farti piangere."
"Sei uno stronzo, sei peggio di uno stronzo, e se sapessi la parola la userei."
"Però guarda che non è vero che ce l'ho con lui senza un motivo. I miei motivi ce li ho." Scossi la testa tanto forte da sentire male al collo, ma lui continuò a parlare, lentamente, con una calma infinita, come rivolgendosi ad un bambino piccolo. "Quello che cercavo di dirti, Beatrice,  è che lui non è una bella persona. Lo capisco, che tu ci sei cresciuta insieme e quindi gli vuoi bene,  ma ti assicuro che non è una brava persona e ti sta rovinando la vita. Magari, pensaci, un osservatore distaccato vede le cose un po' meglio di una persona che c'è in mezzo da tutta una vita, no?"
"No, perchè tu non sai niente di lui" e ripetei il suo gesto, indicando la scuola "né di me, anche se hai preso informazioni. Io lo conosco da tutta una vita, ci passo insieme ogni giorno, ogni ora, da quando ancora non sapevamo leggere. Gli ho visto cambiare i denti da latte,  l'ho visto imparare ad andare in bicicletta e il giorno che siamo andati a scuola la prima volta era lui che mi teneva la mano, lui. Quindi se mi permetti penso di conoscerlo un po' meglio di te, che non fai altro che provocarlo dal giorno che l'hai incontrato. O credi di saperne più di me, su di lui?"
"No. Non credo di conoscerlo meglio. Ma credo di vedere meglio come vanno le cose adesso. Perchè tu lo guardi e non lo vedi, com'è adesso. Lo vedi come l'hai sempre visto."
"Smettila."
"Non ti sei mai chiesta perchè capitino sempre tutte a lui? Perchè vada in giro con quei due che non fanno un cervello intero, ma  sono grossi come dei camion? Perchè, nonostante sia così bravo a scuola, non c'è un professore, neanche uno solo, che gli si sia affezionato? Perchè quando sei con lui nessuno ti si avvicina e, invece,  quando sei da sola hai un sacco di gente con cui chiacchierare?  Non te le sei mai chiesta, queste cose, Beatrice?"
"Ti ho detto di smetterla!"
"No che non la smetto. Tu devi vederle, queste cose. Devi vederle, perché è lui che ti usa, non io. Lui."
"Non è vero!"
"Sai cosa mi ha chiesto, ieri? Mi ha chiesto se mi brucia ancora che tu sia roba sua. Roba, Beatrice. Questo sei per Dario. Roba."
"Non è vero!" Quasi gridai. "Lui mi...lui mi vuole bene."
Andrea annuì. Era pallido ed aveva l'aria di chi è diagustato di ciò che ha fatto, ma anche sollevato per aver compiuto un compito ingrato. Io, ormai, piangevo forte, col viso nascosto fra le mani.
"Pensaci. Pensa a quello che ti ho detto." Concluse, guardandomi con aria di compassione. "Adesso è meglio che vada. Oggi ho saltato la scuola, per venirti a parlare."
"Crepa!"
Deglutì, facendo un passo indietro.
"Tu mi piaci sempre. L'ho fatto per te, credimi. Mi dispiace di averti dovuto parlare così."
Non gli risposi. Sentivo suonare la campanella dell'uscita e desideravo solo trovarmi fra le tue braccia, raccontarti tutto e lasciarmi consolare.
Andrea scosse ancora la testa e si guardò alle spalle, mentre i primi ragazzi scendevano la scala, uscendo di scuola. Avrebbe voluto andarsene, ma non poteva. Fece un passo verso il viale, alle sue spalle, poi di nuovo un passo verso di me. Si umettò le labbra e aprì la bocca per dire ancora qualcosa, ma poi, lanciato uno sguardo verso il portone della scuola, si voltò recisamente e prese a camminare verso casa.
Aveva visto te, ne sono sicura, perchè fu quello che vidi anche io alzando lo sguardo. Mi sentivo umiliata, arrabbiata, come se mi avesse aggredita fisicamente, e, vedendoti, non potei fare a meno di chiamarti, perchè desideravo il conforto della tua presenza più di ogni altra  cosa. 'Se ci fosse stato lui, vicino a  me, non avrebbe osato.' Pensavo.
Quindi alzai la voce per farmi sentire sopra le voci dei tuoi compagni, gridai, come se  fossi in pericolo, il tuo nome.
Ti vidi alzare la testa di scatto e spiccare la corsa senza né guardare né riflettere e un secondo grido mi gonfiò la gola, vedendoti balzare in strada davanti ad un auto, che, pre fortuna, riuscì a frenare in tempo,  in uno starnazzare di clacson. E poi eri da me, ansante di spavento, guardandomi piangere, carezzandomi la schiena.
"Bea, cosa è successo? Che ti sei fatta?"
"Non mi sono fatta niente." Ti risposi singhiozzando.
"Cos'è stato, cos'hai?"
"È stato Andrea. Mi ha aspettata qui e mi ha detto...mi ha detto delle cose che...mi ha fatto star male."
"Ti ha fatto qualcosa? Ti ha toccata?" Sentivo la tua rabbia montare come un'onda. Scossi la testa e tu, incurante delle apparenze, mi stringesti contro il tuo petto.
"Ti ha detto delle cose su di me, vero?" Anuii "cosa ti ha detto?"
"Dice che io...che tu. Che non devo starti vicino perchè non sei una brava persona. E che mi consideri una cosa. E che io ti faccio da serva. Vassalla, ha detto lui. Dio, mi ha fatto così arrabbiare! Non se ne voleva andare."
Quasi tutti gli studenti erano andati, alcuni, passandoci accanto, ci avevano guardati con curiosità. Rimanevano i tuoi due amici, ad una certa distanza, dietro di te.
Continuavi a passarmi le mani sui  capelli e sulle spalle, cercando di calmare il mio pianto, mentre i tuoi muscoli si irrigidivano  sempre  di più,  ad ogni particolare che aggiungevo al mio racconto.
"Quindi tu ti staresti rovinando la vita perchè mi vuoi bene? È questo il succo? Dando per scontato che io sono un prepotente coglione e arrogante, come ovvio."
"Avrei voluto essere grande come te, gliel'avrei fatta vedere io! Avrebbe scoperto, poi, chi è il cattivo in famiglia!" Dissi, asciugandomi gli occhi nel fazzoletto piegato ed immacolato che era comparso come per magia fra le tue mani.
"Lo so, stellina, lo so."
"Non deve permettersi! Ed è andato anche a domandare su di me in giro, quello psicopatico!"
"Lo so, lo so. Tutto a posto."
"No che non è tutto a posto!"
Rivolgesti lo sguardo alle tue spalle e mamdasti un cenno di commiato a Vittorio e Gregorio,  che si dileguarono, come inghiottiti dalla terra. Mi prendesti per mano e mi  portasti a sedere sulla stessa panchina dove mi aveva trovata Andrea.
"Dimmi un po' una cosa." Dicesti sommesso, tenendo le miee mani fra le  tue. "Tu cosa ne pensi di quello che ti ha detto? Insomma, voglio sapere, sai, gli credi? Credi che sia così?"
"Ma sei deficiente?" Quasi ti urlai in faccia. "Non potevo rispondergli più di tanto perchè non potevo dirgli cosa c'è fra noi due. Cosa potevo fare, dirgli 'no, guarda, con te non ci uscirei comunque perchè sono innamorata di lui?' O magari rispondergli un bel  'no, non gli lavo la biancheria, però ci faccio sesso quasi tutti i giorni e mi impegno moltissimo, è uguale?' Che ne dici, genio? Dovevo rispondergli così a quello stronzo?" Ti sfuggì una risatina.
"Eh, hai chiarito il concetto. Allora dimmi che cosa c'è che non va ancora bene."
"Voglio che tu faccia una cosa per me." Ti dissi seria. Mi osservasti concentrato. "Ma se mi dici che la farai, poi devi farla davvero."
"Sono mai venuto meno a quel che dico?"
"No. Bene. Voglio che la prima volta che ne hai occasione senza metterti nei guai, tu lo convinca a non venirmi più vicino. Stavolta mi è bastata per il resto della vita."
"Potrebbe farsi male, mentre lo convinco." Dicesti con aria esitante.
"Ammazzalo, se serve. Mi basta che non ti metti nei guai tu. E che non ti fai male, ovviamente."
Avevo visto troppe volte l'espressione che ti affiorò sul volto a quelle parole per sbagliarmi. Gli occhi socchiusi, le labbra corrucciate e un gran respiro che ti gonfiava il petto: era piacere quello che stavi provando. Un piacere mentale, ma non per questo meno intenso. Mi sorridesti e ti portasti alle labnra la mia mano, come un cavaliere dei tempi antichi.
"Consideralo fatto." Mormorasti dolcemente, alzandoti in piedi. Ti caricasti di entramni gli zaini e andammo a prendere il treno.
Durante il viaggio di ritorno, seduta di fronte a te, in silenzio, sentivo la rabbia svanire, calmarsi, e mi pentii di quel che ti avevo chiesto di fare. Sapevo di averti praticamente aizzato contro di lui e sapevo di aver dato un'ulteriore motivazione, una spinta, forse l'ultima che mancava, per scatenare il tuo odio e la parte più incontrollabile della tua natura violenta.
Non volevo che tu diventassi uma persona peggiore a causa mia.
D'altra parte, rimangiarmi ciò che avevo detto, chiederti di ignorare la mia richiesta, avrebbe insinuato dentro di te il dubbio che io volessi in qualche modo proteggerlo, che avessi sviluppato un qualche tipo di affetto nei suoi confronti, e questo ti avrebbe ferito. Forse non saresti più riuscito a fidarti di me come facevi ora.
Tu lo odiavi e io ti avevo dato un'ottima scusa per dare sfogo al tuo odio.
Pregai mentalmente che non ti accadesse nulla di male, che quello che mi era uscito dalla bocca in un momento di ira non rappresentasse per te il principio di una catena di guai, non ora che tutto sembrava andare per il verso giusto.
Con tutto quel che era accaduto, avevamo preso il treno successivo al nostro solito e camminammo di buona lena per guadagnare almeno qualche minuto.
Arrivammo a casa in ritardo di nemmeno mezz'ora.