domenica 11 maggio 2014

Cinquanta

Iniziava il nuovo anno scolastico.
Ritornava la sveglia al mattino presto, l'odore dei libri nuovi e il viavai dei treni, da casa e per casa, ma l'estate, tenace, resisteva ancora, dando ad ogni cosa lo spessore velato di un sogno.
Eri eccitato, per l'inizio del nuovo anno, come mai ti avevo visto prima. Di lì a pochi giorni, avresti iniziato non solo la scuola, ma anche gli allenamenti di pallacanestro e, per di più, avevamo ottenuto il permesso di andare e venire insieme da scuola.
La vita cominciava a sembrarti più rosea.
Io, dal canto mio, mi sentivo alquanto annoiata. Tolte le ore trascorse con te, mi aspettava solo un nuovo anno di scuola, rischiarato appena dalla presenza di Federica al mio fianco. Mi aveva scritto due volte, quell'estate, per aggiornarmi su quanto era successo fra lei e Nando e sui divertimenti infiniti che offriva la riviera ad una ragazza che godesse, come lei, di una relativa libertà.
Iniziai dunque quel secondo anno con la malagrazia di chi svolge un compito ingrato, necessario ma monotono.
Partivo la mattina insieme a te, ripassavo velocemente in treno la lezione del giorno, subivo qualche ora di lezione, rientravo con te, di norma reso silenzioso e malinconico dalla fame, e poi, una volta svolti i miei compiti e corretti i tuoi, mi ritraevo dentro un qualche libro fino all'ora di cena. In quel periodo avevo attaccato con decisione Livio, dopo aver macinato e digerito Cesare l'anno precedente, con grandissima soddisfazione della mia pregevole professoressa di lettere antiche.
La mattina del giono in cui avresti partecipato al primo allenamento, eri teso e silenzioso.
Mi camminavi accanto sulla strada per la stazione, con le mani ficcate in fondo alle tasche, guardando a terra, perso nei tuoi pensieri, e non riuscii a coinvolgerti in nessun discorso, anche provando più di una volta. Una volta in treno, rinunciai, lasciandoti alle tue preoccupazioni, per affondare nel solito ripasso mattutino.
Mancavano forse tre minuti alla nostra fermata e stavo riponendo il quaderno, quando mi afferrasti per il polso, con una mano fredda ed umida, tirandomi leggermente per attirare la mia attenzione.
"E se non piaccio a nessuno neanche lì? Eh?" Mi domandasti, passandoti la lingua sulle labbra, in un gesto di nervosismo.
Passai velocemente in rassegna il novero delle risposte da darti e contemporaneamente mi alzai per avviarmi alle porte.
Scendemmo dal treno ed iniziammo a cammimare verso la tua scuola.
"Io credo" ti risposi a quel punto "che se riuscirai a fare qualcosa di buono per la squadra, piacerai a tutti. Voglio dire, è solo uno sport, no? Chi è bravo piace a tutti."
"E se non sono bravo? Il massimo dell'attività sportiva che ho mai fatto è stata palla avvelenata. E se ti ricordi mi eliminavano sempre per primo."
"Dario, credimi, se usi in questa cosa la stessa tenacia che usi in tutto il resto, non puoi non riuscire."
"Tenacia?" Domandasti tu, guardandomi con uno sguardo ansioso.
"Si. Sei un testone, se decidi di fare qualcosa non ti ferma neanche San Pietro se ti prende a bastonate con le chiavi. È impossibile che una qualsiasi disciplina sportiva resista ad una testardaggine come la tua. In fondo è solo una questione di allenamento, giusto?"
Mi guardasti, sempre più nervoso, e annuisti con aria concentrata.
"Solo questione di allenamento. Giustissimo. Chiaro. Di allenamento."
Poi respirasti a fondo e sul tuo viso calò un'espressione di garbato distacco, quasi altezzosa, imperturbabile, come la visiera di un casco. Perfino i tuoi occhi non mostravano alcuna emozione, se non forse un lieve fastidio.
Eravamo di fronte al tuo liceo ed avevi appena indossato la tua faccia da scuola. Mi concedesti un microscopico sorriso prima di avviarti sulle scale ed io proseguii riflettendo fra me e me di quanto fosse strana, alle volte, la realtà, di quanto fosse una cosa labile, ben di più di una qualunque fotografia o romanzo.
Nessuno dei tuoi compagni, vedendoti, avrebbe potuto capire quanto tu fossi spaventato ed a disagio, ma certo se ne sarebbero accorti in fretta, se oggi, per disgrazia, qualcuno di loro avesse deciso di provocarti. Per loro, la realtà dei fatti sarebbe stata che tu, perfettamente calmo e quasi annoiato un attimo prima, d'improvviso eri esploso in una reazione eccessiva e violenta; per me sarebbe stata che in un giorno in cui ti sentivi teso e sotto pressione avevi perso per un attimo la calma che mantenevi con la pura forza di volontà. Eppure, nessuno avrebbe potuto confutare la tesi dell'altro.
Ero ormai in vista della scuola, quando, forse perché la mia attenzione era già focalizzata su questo tipo di pensiero, mi sentii succedere una cosa strana.
Sentii che, senza farlo volontariamente, cambiavo espressione: stavo sorridendo leggermente, camminavo a passi più corti, buttavo le spalle all'indietro e le mie sopracciglia, corrugate un attimo prima per lo scorrere di pensieri che mi inquetavano, si stavano spianando in un'espressione di pacata curiosità. Anche io indossavo una faccia da scuola.
Fu solo in quel momemto che la realtà, quella vera ed inequivocabile, nascosta dietro a ciò che accadeva, mi risultò chiara come fosse scritta su di un muro a lettere alte un metro.
Per questo era tanto difficile per noi parlare con gli altri, farceli amici, attirarli dalla nostra parte: eravamo noi stessi a non permettere a nessuno di conoscerci e, addirittura, di vederci in faccia per come davvero eravamo.
E come avrebbe potuto essere diversamente?
Fin da bambini eravamo stati abituati a nascondere ciò che provavamo, a tenere segreto ogni moto del cuore. Con chi avevamo mai potuto confidarci, noi, se non l'uno con l'altra, chi ci avrebbe mai dedicato un moto di compassione, se avessimo scoperto le nostre debolezze, anche le più umane, chi ci avrebbe mai guardato con simpatia, se avessimo aperto il nostro cuore? A chi avremmo mai potuto raccontare i nostri piccoli segreti, un tempo, ed ora, ancor di più, la nostra vita nascosta, quella che nei nostri cuori era la nostra unica vera vita, quando ciò che per noi era l'unica dolcezza, l'unico barlume di casa e amore, era da chiunque tenuto in disprezzo o, nella migliore delle ipotesi, considerata una carnale intemperanza giovanile?
E di seguito, mi fu facile capire che per me pareva scorrere tutto più tranquillo, proprio per la natura delle menzogne di cui ognuno di noi aveva deciso di ricoprirsi. Se il mio viso si piegava in un sorriso non voluto, il tuo si induriva ad una maschera di indifferenza.
Chi avrebbe mai potuto credere che noi, tanto giovani come eravamo, fossimo tanto radicati nell'abitudine a mentire e nascondere?
Mentre mi sedevo in classe, mi sentivo colmare il petto di pena per te.
Tu che eri tanto nobile, tanto gentile, tanto focoso, tu che eri tanto sensibile all'altrui approvazione, saresti rimasto in carcere dietro alla tua faccia, per tutto il tempo  necessario, pur di restarmi accanto, pur di non correre il rischio di mostrare, mai, alcuna debolezza che potesse tradirci.
Non importava, dato che non riuscivo a pensare a nessuna altra soluzione. Se così stavano le cose, sarei stata il tuo amico, la tua confidente, tuo fratello, oltre che la tua amante e la tua amata.
Non ti avrei più, mai più, fatto versare una lacrima di solitudine, né sentire inadeguato.

Stavo formulando a me stessa questo eroico proposito, quando uno schiocco, forte come un colpo di frusta, mi distolse con un sussulto dalle mie riflessioni.
Alzai gli occhi e vidi la professoressa, in piedi di fronte al mio  banco, le mani ancora giunte dopo averle battute forte per richiamare la mia attenzione, che mi fissava con ironica premura.
"Se la signorina gradisse unirsi alla lezione, con suo comodo, noi siamo a pagina ottantatre della grammatica. In caso contrario, credo che il luogo più opportuno per continuare le sue fantasticherie si trovi fuori della mia aula."
Mi resi conto che il mio zaino giaceva, ancora intonso, sul piano del banco, mentre tutti gli altri avevano aperto di fronte il libro, e mi sentii sprofondare.
Mentre mi scusavo, venni accompagnata da una risata corale che mi ritrovai ad assecondare con un sorriso impacciato. Giusto a conferma della teoria appena formulata.
Furono ore lunghe, quelle che trascorsero quel giorno, sapendoti impegnato prima nelle lezioni, in mezzo ai compagni con cui avevi un rapporto tanto travagliato, poi nell'attesa dell'orario giisto per recarti alla palestra, domandandomi se saresti riuscito ad aprire un libro in quell'ora di vuoto, se fossi solo o con uno dei tuoi amici, e, infine, vedendo l'orologio, quel pigrone, che segnava l'ora in cui ti saresti trovato per la prima volta accanto ai tuoi compagni di squadra.
Aeduta al tavolo della cucina, nella casa silenziosa in cui si muovevano come fantasmi tua made e Dora, rivolsi una preghiera silenziosa all'alto, perchè tutto andasse bene.
'Non fare che si cacci nei guai anche stavolta, per piacere' chiesi nel mio cuore 'mandagli magari un qualche angelo di scorta.'
Fissavo i libri senza vederli, immaginandoti in mille modi diversi e in mille diverse situazioni. A tratti, nel grigiore confuso delle righe che si sfocavano di fronte ai miei occhi, mi pareva quasi di vederti.
Non riuscii a combinare nulla, finché non sentii il tuo passo familoare scricchiolare sulla ghiaia del viale. L'avrei riconosciuta anche nel sonno, quella cadenza, quel tuo avanzare a falcate irregolari, scattanti come quelle di un volatile, che trasmettevano un senso di nervosa energia, in accordo con tutto il tuo modo di muoverti.
Mi imposi di restare seduta al tavolo, di non fare scenate, e mi ritrovai a stringere fra le dita il bordo del piano di marmo tanto forte da sbiancarmi le nocche. Finalmente entrasti in casa e ti vidi attraversare l'ingresso, chiamando tua madre per avvertirla del tuo ritorno.
Sembravi tutto sommato in buono stato, ma nel tuo atteggiamento c'era un non so che di rigido, di sommesso, che non riuscii ad interpretare.
Ti affacciasti sulla porta della cucina.
"Oh, ciao, io vado su." Mi comunicasti in tono piatto.
"Stai bene?"
"Si. A posto."
"Vuoi mangiare qualcosa? Dora ha fatto un dolce e..."
"Non ho fame, vado di sopra." Rispondesti sempre nello stesso tono, uscendo dalla stanza.
Mi preoccupai seriamente. Non ti avevo quasi mai visto rifiutare del cibo,  tantomeno qualche ghiottoneria, e, in quei pochi casi in cui l'avevi fatto, eri tanto sconvolto da non riuscire nemmeno a parlare.
Mi ero alzata dalla sedia quando tu eri entrato in cucina ed ora rimasi per un attimo indecisa, in bilico, fra l'istinto di seguirti, di parlarti, e la consapevolezza che sarebbe stato meglio portarti qualcosa da mangiare, nel caso in cui ti fossi ripreso abbastanza.
Decisi per la seconda soluzione, dopotutto non mi sembravi propenso a fuggire dalla finestra, e ti raggiunsi nella tua stanza con un vassoio di cibo.
Ti trovai sdraiato a pancia sotto sulla coperta del letto, le bracca aperte, come l'ombra cruciforme di un aereo stampata sulla fantasia a fiori.
Non reagisti al mio ingresso; posai il vassoio sul tavolino e ti osservai per un attimo, cercando di comprendere l'origine di quel comportamento inconsueto.
"Dario? Darietto? Dimmi qualcosa."
"Qualcosa."
Mi sedetti sul nordo del letto, accanto al tuo viso e ti scostai i capelli dalla fronte con una carezza.
"Com'è andata?"
"Benissimo." Solo le tue labnra si muovevano. Tenevi gli occhi chiusi e il corpo abbandonato.
"Qualcosa che non va?"
"Mm. Si."
"Me lo vuoi dire, cosa c'è?"
"Andrea gioca in squadra con me."
"Cosa?"
"Gioca dall'anno scorso. In primavera non l'ho visto perchè 'un qualche cretino a scuola l'ha gonfiato di botte' parole testuali dell'allenatore. E se mi credi ha avuto anche il coraggio di dirmi che 'è un piacere avermi in squadra e impareremo ad essere buoni amici'. Grazie a dio sono riuscito a tacere. Ma quel maledetto non poteva giocare a briscola? Che è alto come un barattolo di pomodoro? No, figurati, deve spumtare ovunqie dove passo io, sbuca, quel brutto affare, filtra, come le muffe. Voglio poi vedere, se 'impareremo ad essere amici'."
Stranamente, questo fatto sembrava inquietarti meno di quanto avrei creduto. Con tutto l'astio che mutrivi mei suoi confronti, averlo trovato anche lì non pareva averti sconvolto più di tanto. Non mi suonava giusta, questa tua reazione soffocata.
"Beh, dai, l'hai presa bene."
"Non l'ho presa un cazzo bene. Sono troppo stanco per arrabbiarmi. Mi fa male tutto e mi stanno per cadere le braccia. E mi sento come se avessi la febbre. Sto una schifezza. Ci hanno fatto correre per un'eternità e poi, quamdo pensavo che sarei morto, hamno comimciato gli esercizi di riscaldamento. E indovina? Si fanno correndo anche quelli. E finito quelli ho fatto un'altra ora di allenamento. Sono morto."
"Ma santa pazienza, Dario, perchè non ti sei fermato un attimo se stavi così male?"
"E far vedere a quello stronzo di Vasirani che non ce la faccio a tenergli dietro. Piuttosto crepo."
Mi scappava da ridere, ma mi trattenni per non offenderti. Non ti avevo mai visto tanto stanco da non riuscire ad arrabbiarti, mi venne quasi da pensare che la 'signora preside' sapesse il fatto suo, più di quanmto avessi o creduto.
"Va bene, però adesso devi mangiare qualcosa. Altrimenti non recupererai mai le energie, no?"
"Dormire." Bofonchiasti tu.
"Dai, Lazzaro, alzati e mangia! Hai almeno pranzato?"
"No."
"Se non ti metti subito seduto a mangiare qualcosa lo dico alla zia."
"Perfida." Commentasti spassionatamente, eseguendo gli ordini.
I primi bocconi ti risvegliarono l'appetito e finì che tornai di sotto a prenderti ancora qualcosa, dopo che il vassoio fu vuoto.
Finito di magiare, ti ributtasti sul letto ed io ti accarezzai piano la schiena ed i capelli, fino a che il tuo respiro si fece regolare e profondo.
Allora mi sedetti a terra, accanto al letto, a guardarti dormire. Eri bello e dolce, quando dormivi profondamente, le labbra rosate sul viso candido, gli occhi che guizzavano qui e là sotto lo schermo sottile delle palpebre, il corpo rilassato che si disegnava morbido sotto i vestiti.
Ti lasciai dormire un'ora, prima di svegliarti per studiare.

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