Arrivarono le vacanze di natale e tutto sembrava continuare a scorrere placidamente come al solito, in superficie.
Io, però, non riuscivo a togliermi dalla testa quel che mi aveva mostrato Andrea, con mio profondo dispetto. Mi arrabbiavo con me stessa, ogni volta che ci ripensavo, e mi imponevo di mettere da parte quei pensieri, ma dopo un'ora o un giorno, ero di nuovo lì, a guardarti, non vista, mentre strapazzavi quel ragazzo dall'aria tanto tremendamente più giovane della sua età. A sentirti ripetere, parola per parola, le scenate di tuo padre. Mi sembrava impossibile che quella che avevo visto fosse la stessa persona che, ogni singolo giorno, si premurava di svegliarmi in tempo e si preoccupava anche solo vedendomi pallida.
Mi scoprivo a fissarti, anche per minuti interi, mentre ero assorta in questi pensieri, domandandomi come due nature tanto diverse potessero coesistere nella stessa persona. Sapevo, nel profondo, di non sbagliare su di te: la dolcezza e la calma determinazione che ti conoscevo fin da bambino non potevano nè mai avrebbero potuto essere frutto di una simulazione. Eppure, proprio questo mi rendeva ancora più incomprensibile il tuo comportamento di quel giorno.
Se tu fossi stato arrabbiato, in preda all'ira, l'avrei potuto capire, conoscendo la tua dificoltà a controllare quella parte del tuo carattere, ma eri calmo, quella volta, almeno fino a quando non avevi iniziato a parlare. Era come se ti fossi caricato mano a mano che procedevi.
Rivedevo la scena nella mia mente, analizzando ogni singolo dettaglio. Non mi sbagliavo, era impossibile che sbagliassi, ero sicura: davvero, quando ti eri trovato di fronte all'altro eri calmo. Me lo diceva la postura delle tue spalle, il ritmo del tuo respiro, che potevo intuire dalla voce, la scelta della parole. Eri tranquillo, concentrato, quasi rilassato.
Non c'era che una soluzione possibile ed era quella iniziale. Il tuo gesto era deliberato, la scelta delle parole, invece, obbligata.
Non volli mai chiedermi cosa potesse scattare nel profondo dei tuoi pensieri e dei tuoi meccanismi più riposti, per farti agire a quel modo. Ma avrei, invece, tanto voluto sapere in che modo tu riuscissi a far convivere, dentro di te, a giustificare a te stesso, una tale quantità di amore, rispetto, premura, come quella che dimostravi a me e ai nostri familiari, con quella natura assai meno gradevole che mi era stata rivelata.
Arrivò il giorno, come doveva arrivare, in cui tu, entrando nella mia stanza a metà pomeriggio, ti buttasti sul letto e mi domandasti:
"Ho delle cose da dirti e delle cose da chiederti. Da dove vuoi che cominci?"
Osservai il tuo corpo alto ed asciutto allungarsi stirandosi sul copriletto viola e, lasciati i libri aperti sulla scrivania, venni a sedermi al tuo fianco, accarezzandoti con lunghi movimenti il petto e le braccia. Mi prendesti la mano e mi posasti un bacio al centro del palmo, posandotela poi sul cuore. Lo sentivo battere ad un ritmo confortevole e tranquillo, come un robusto motore ben oliato che pareva poter funzionare in eterno.
"Direi di partire dalle notizie e poi passare alle domande." Risposi sorridendoti. Mi sorridesti di rimando, con un sorriso astuto, mentre inarcavi le sopracciglia assumendo un'aria falsamente addolorata.
"Io e Viola ci siamo laaciati. Ho bisogno di conforto e consolazione."
"Sia resa grazie al signore." Sospirai, sinceramente sollevata "Com'è successo?"
"Oh, suppongo che alla fine abbia trovato qualcuno disposto a...beh,, a farsela, detto come va detto. E così ha deciso che io non ero poi il sogno della sua vita."
"Ma ti ha mai parlato?" Domandai ridendo.
"No, a me personalmente no, ma con le ragazze della mia classe un sacco. Mi hanno avvertito ieri, proprio mentre uscivamo. Erano affrante."
"Basta che poi non decidano di offrirsi volontarie per sostituirla..."
"Eh, se la pianti di mandarmi in giro come se fossi caduto sotto una trebbiatrice, magari riesco a evitarlo. Sai, questa esperienza mi ha profondamente ferito. Non ho più fiducia nel genere femminile." Scuotesti la testa, senza riuscire a restare serio.
"Povero caro!" Ridacchiai.
"Aspetta, aspetta, non sai ancora il più bello! Vediamo se indovini chi mi ha rubato la ragazza!"
"Non lui, ti prego..." annuisti mentre il tuo riso diventava frenetico. Mi attirasti sul tuo petto, nascondendoti fra i miei capelli.
"Lui. E pensa di farmi un dispetto, eh? È chiaro. Ma il dispetto se lo sta facendo da solo."
"Poveri noi, che accoppiata! Speriamo che non facciano razza!" Ridevamo convulsamente, tu con il viso nascosto nell'incavo del braccio, io scivolando a sedere per terra, accanto al letto.
Finimmo per ragliare tanto forte, pensando ad Andrea che corteggiava Viola, per il puro piacere di farti un dispetto, credendo di strapparti dalle braccia la ragazza che amavi, quella stessa Viola che per quasi due anni aveva accettato di essere reputata da tutti la tua ragazza senza nemmeno rivolgerti la parola, purché tutti pensassero che aveva un ragazzo, che alla fine si affacciò alla porta mio padre, sporgendo il viso sorridente e interrogativo da dietro al battente socchiuso.
"Tutto bene, qua dentro?"
"Si, papà!"
"Cosa succede?"
"Zio, la mia ragazza mi ha mollato." Rispondesti tu tentando di stare serio e questa risposta incongrua ci precipitò di nuovo in una crisi di riso.
"Per un altro!" Ululai stendendomi sul tappeto, senza riuscire più a respirare.
Mio padre scosse la testa.
"Ah, contento tu..." commentò laconico. La porta si richiuse con garbo, lascindo appena udire il rumore della maniglia. Noi impiegammo ancora qualche attimo per calmarci.
"Mi sa che mi ha preso per matto."
"Ma fregatene."
"O magari ha pensato che fosse una reazione di nervoso."
"Ti interessa davvero?"
"No. Invece mi imteressa sapere un'altra cosa." Eri ancora sul mio letto, a pancia sotto, con un braccio allungato a posarsi sul mio ginocchio, mentre io avevo fatto il nido sul tappeto, raccogliendo le ginocchia al petto. Capii che era arrivato il momento delle domande e mi sistemai più comodamente.
"Dimmi."
"Cosa ti frulla per il cervello negli ultimi tempi? Da come mi guardi sembra che tu mi voglia fare il ritratto. Allora?"
"Ma niente." Sospirasti, affondando il viso mel copriletto.
"Ma dobbiamo farla tutte le volte sta scena! Dai, te lo chiedo le altre due volte di rito così mi rispondi subito. Cos'hai? Cos'hai?" Ridacchiai.
"È solo che mi viene da ripensare al giorno che ti ho visto fuori da scuola. Quando ho picchiato Andrea."
"Mm. E cosa pensi?" Vedevo solo i tuoi occhi, da sotto i capelli che ti pendevano sulla fronte in piccole ciocche diritte. Erano occhi preoccupati.
"Non riesco a mettere insieme quel Dario lì col mio Darietto. Tutto lì."
"Non ho capito."
"Dario, tu non eri meanche arrabbiato con quello lì. O no?"
"No, nom ero arrabbiato. Volevo solo mettere in chiaro le cose. Se lascio che uno dica certe cose senza far niente, poi lo fanno tutti. E io torno ad avere i problemi che avevo alle medie. Così, invece, mi lasciano stare. E, è strano anche per me, sai, ma ci sono delle persone che mi vengono vicino. È come se più faccio così, più le cose vanno bene."
"Ho capito. Ma eri così..." uguale a tuo padre, avrei voluto dire. Ma non potevo. Tanto valeva che ti prendessi a schiaffi. Attendevi la fine della mia frase col fiato sospeso, come un giudizio capitale. "Semnravi tanto duro, tanto cattivo. A momenti facevi paura anche a me."
"Faccio solo finta, sai?"
"Come fai? Come fai a fare così, tu che sei così buono, così dolce..."
"Bea, devi capire una cosa. Io non sono tanto buono. Io ho il cuore piccolo come una nocciola." Stringesti le dita nell'aria, per mostrarmi quanmto piccolo fosse il tuo cuore "dentro ci sei tu, che occupi quasi tutto lo spazio. E poi mia mamma. E mio padre, non ridere. E il tuo. E Dora. E basta. Non c'è più posto per nessuno. A voi vi amo tanto, ma degli altri, sai...non mi interessa."
Trascurai di farti notare come tu avessi accluso te stesso nel novero delle persone di cui non ti importava. E non avevo nessuna voglia di ridere del fatto che tu amassi tuo padre. Lo sapevo da sempre. Mi lasciò stupita il discorso in sé. Se era così che tu vedevi te stesso, nessuna meraviglia che ti considerassi 'cattivo'.
Presi la tua mano, ancora stesa nell'aria con le dita che si stringevano lentissime, come nel gesto di schiacciare quel piccolo cuore che mi avevi mostrato, e posai un piccolo bacio sulla punta di ogni dito.
"Non è piccolo, il tuo cuore." Ti dissi fra un bacio e l'altro " è solo in boccio. Prima o poi si schiuderà, come fanno i fiori."
"Sarà." Commentasti incredulo. "L'importante è che tu non mi veda come...come..." gesticolavi, cercando una parola che non si lasciava afferrare.
"Io ti vedo come ti ho sempre visto. Forte e coraggioso e buono. Il mio eroe." Conoscevo benissimo il peso che queste parole avevano per te e, anche stavolta, sortirono il loro effetto. Affondasti il viso nel copriletto, con un mugolio di soddisfazione e prendesti un lungo respiro.
"Senti, Dario?" Chiesi, giocherellando con le tue lumghe dita, abbandonate fra le mie mani.
"Mm?"
"Mi insegni a guidare la moto?"
"No."
"Dai! Per piacere!"
"No, è troppo alta per te. Ti ammazzi."
"Ma io mica voglio andarci in giro. Voglio solo vedere come si fa, così, con te vicino."
"No. Tuo padre ha detto di no."
"Si, e tuo padre ha detto che io sono tua sorella."
"Perfida."
"Mi insegni?"
"No, Bea. Chiuso il discorso. No."
"Domattina?"
"No!"
"Da-a-rio?"
"No, ti prego..."
"Darietto? Dariettino?"
"Dai, Bea..."
"Fammi felice..." alzasti il viso, levando minaccioso l'indice. Mi sforzai di stare seria, per non compromettere il tutto.
"Se lo dici a qualcuno ti strozzo."
"A nessuno."
"E guai a te se provi a farlo da sola!"
"Domattina?"
"Dammi um bacio."
Il mattino dopo, di buon'ora, partimmo con la tua moto.
Mi portasti dall'altra parte del paese, oltre gli ultimi magazzini della zona artigianale, in un posto in cui non ero mai stata. Era un enorme spiazzo di terra battuta, delimitato da una strada su un lato e dall'erba stenta e gelata dall'altro. C'erano buche acquitrinose e lunghe tracce di copertoni, alcune fonde quanto una mano.
"Che posto è questo qua?" Chiesi scendendo.
"È il parcheggio dei camion. Adesso che ci sono le feste non c'è nessuno e non c'è neanche niente su cui andare a sbattere. Te lo ricordi cosa mi hai promesso ieri?" Domandasti spegnando la moto e posizionandola sul cavalletto.
"Ma si, dai, neanche stessimo cospirando per un colpo di stato!"
"Allora fa attenzione. Vieni qui." Mi portai al tuo fianco e tu imiziasti ad enumerare, sfiorando con le dita le parti che, mano a mano, nominavi.
"Sul manubrio trovi qua, a sinistra la frizione. La frizione serve a cambiare le marce. È chiaro? Se vuoi che la marcia entri, devi tirare la frizione prima. Va bene?"
"Mm."
"Qui a destra hai l'acceleratore e il freno davanti. Se giri così, acceleri. Se tiri qui freni. Chiaro?"
"Chiaro."
"Ripetimelo." Diligente, ripetei la lezione. Sembravi abnastanza soddisfatto.
"Bene. Adesso, sotto: qui a sinistra, la vedi questa cosa che sporge? È il cambio. Giù c'è la prima. Serve per partire. In su ci sono le altre marce. Ma a te serve la prima, adesso, quindi ricorda: la prima è in giù. A destra, invece, c'è il freno di dietro. Chiaro?"
"Chiaro." Mi facesti un cenno, invitandomi a ripetere ciò che mi avevi detto. Lo feci, senza difficoltà. Ero molto eccitata all'idea di passare alla pratica. Tu mi guardasti ancora una volta, mordicchiandoti le labbra, indeciso, poi annuisti.
"Facciamo anche questa mattata. Guarda: questa roba qua è la pedivella. Serve per avviarla, me l'hai visto fare un miliardo di volte. Avanti."
Cercai di replicare i movimenti che avevo visto fare a te e ottenni l'effetto che desideravo. Ce la feci. Appena prima che salissi, mi fermasti tirandomi per la manica.
"Se senti che ti casca, per cortesia, non mollarla. Accompagnala. Va bene?"
"Va bene, Darietto."
Salii. Avevate ragione voi, era davvero troppo alta per me e faticai come una pazza a trovare un equilibrio, ma non l'avrei ammesso per nulla al mondo. Procedetti a passo d'uomo per qualche metro, barcollante.
"Accelera un pochino." Mi suggeristi. Con l'aumentare della velocità mi parve di riuscire meglio a mantenere l'equilibrio. Tu riuscivi a tenermi dietro correndo a mezza gamba.
"Bea, gira, adesso." Mi prese il panico. Mi resi conto che non avevo idea di come diavolo si girasse.
"Oh, gira."
"Come?"
"Cosa vuol dire come? Hai le mani su un manubrio, gira!" Lo feci troppo bruscamente e sentii che stavo cadendo. Cercai disperatamente di recuperare l'equilibrio, mentre tu mi ripetevi di frenare e mettere in folle. Non avevo um'idea chiara di cosa volesse dire 'folle', ma tentai di frenare. Disgraziatamente, scambiai freno e frizione e combinai un pasticcio, finendo per cadere. Fedele alla parola data, non mollai la moto. D'istinto, tu ti allumgasti per acchiapparmi e rimettesti in piedi la moto e me, fermandola um secondo dopo.
"Va bene, colpa mia, non ho pensato di dirtelo. Se stai cadendo, porca puttana, metti giù i piedi!"
"Non ci ho pensato."
"E si che passi per una persona intelligente, sai?"
Ti scappava da ridere, lo vedevo, ma tentavi di restare serio, di dare alle tue parole un tono severo. Tineri calato a pieno nel tuo ruolo di insegnante e ti faceva sentire importante, lo vedevo, il fatto di insegnarmi qualche cosa. Riflettei fra me e me che avrei dovuto chiederti più spesso di farlo.
"Dai che riproviamo."
"Si, Dario."
"Tutto a posto, si?"
"A posto."
Passammo così tutta la mattinata. Mi capitò di perdere l'equilibrio altre tre volte e, ciascuna della volte, ricominciammo subito.
Alla fine, dopo quasi tre ore, ero in grado di procedere sia in prima che in seconda, di girarti attorno in ampi cerchi e di fermarmi e ripartire.
A quel pumto mi dichiarai stanca e tu ti rimettesti alla guida.
Circondai la tua vita sottile con le braccia e, prima che partissimo, mi concessi di stringerti in un lungo abbraccio. Posasti le tue mani sulle mie ed io me percepii il calore attraverso lo spessore dei guanti.
"Grazie. Mi sono divertita tanto."
Annuisti, sorridendo soddisfatto, per poi partire sicuro, veloce.
Usavi quella moto come, tanto tempo prima, avevi usato la tua bicicletta: ci volavi sopra, quasi staccato dal sellino, spostando il corpo con movimenti quasi impercettibili e istintivamente sicuri.
Ero tanto felice, quel giorno, mentre mi muovevo all'unisono con te, con il freddo che ci scorreva addosso come seta bagnata, che mi sembrava di essere imvincinile, immortale.
Mi sentivo al sicuro, lì, accanto a te, correndo veloci. Sentivo che niente al mondo avrebne potuto sconfiggerci, finché fossimo stati insieme.
E se le cose fossero andate male, avremmo sempre potuto volare via, come stavamo facendo in quel momento.
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