Arrivò il giorno dell'ultimo allenamento, in cui venne ufficialmente annunciato che, da settembre, avresti giocato nel ruolo di pivot per la prima formazione della squadra. Furono molti i mormorii di assenso e le pacche sulla spalla che arrivarono alla notizia.
L'allenatore fece un lungo discorso che non seguii e poi vi salutò tutti, uno per uno.
Andrea mancava, arrivò solo all'ultimo, per salutare ed augurare le buone vacanze ai compagni. La maglietta a maniche corte lasciava scoperti profondi lividi sulle braccia e molti ragazzi gli si avvicinarono per chiedergli come stesse. Non sapevo che si fosse fatto male, non mi avevi detto nulla in proposito. Mi parve strano.
All'uscita, mi passò di fronte allungando il passo, lanciandomi appena uno sguardo furtivo e, mi parve, spaventato. Vedendolo da vicino mi accorsi che un altro segno nerastro gli marchiava la fronte, uscendo dall'attaccatura dei capelli. Iniziai a sospettare del tuo coinvolgimento, ma non capivo per quale motivo non avresti dovuto dirmi nulla, se fosse stata opera tua, né perchè lui non ti avesse denunciato agli insegnanti, causandoti un sacco di grane.
Arrivasti da me e ci avviammo insieme verso la stazione. I lunghi portici, spesso affollati di gente, tavolini e biciclette, risuonavano quasi vuoti durante quell'ora calda, col sole dorato che entrava di sbieco dagli archi, disegnando mezzelune sul pavimento antico.
L'aria immobile e vischiosa ci entrava nel petto come fosse acqua e faceva l'effetto di un lento, subdolo sonnifero. Perfino il tuo passo scattante era più lento, quasi indolente, e il rigore del tuo abbigliamento si era allentato, coi primi due bottoni della solita camicia aperti a mostrare la piccola fossetta fra le clavicole, liscia e lucente di sudore.
Il mio abito leggero si attaccava alle gambe, sussurrando lieve ad ogni passo, ed avevo raccolto i capelli sulla sommità della testa, appuntandoci nel mezzo una matita.
Ti fissavo, chiedendomi se domandarti cosa fosse accaduto ad Andrea, cercando di valutare bene se una domanda del genere ti avrebbe guastato l'umore, che quel giorno era davvero buono. Ti voltasti verso di me con un sorriso.
"Ho qualcosa sulla faccia?"
"A parte un naso enorme, no. Ma quello l'hai sempre avuto." Risposi spingendoti con la spalla. Fingesti di barcollare, come se ti avessi colpito forte e ci sorridemmo.
"Dai, sul serio, cosa hai da guardarmi così?"
"Mah, niente."
"Eh, si, sei proprio credibile, sai? Davvero."
"Sul serio, niente. Pensavo."
"Bea, non esagerare, lo sai che non sei allenata e poi ti fa male!"
"Povera me, che deficiente!" Risi scuotendo la testa.
"Ma no, amore, non dire così. Non essere spietata con te stessa!"
"Stronzetto."
"Bea?"
"Cosa?" Senza emettere suono, muovesti le labbra per dirmi un 'ti amo'. Allungai la mano e ti accarezzai il braccio, già lentigginoso per i primi soli. Proseguimmo in silenzio fino a quando ci sedemmo in treno. Di appartarci, fosse pure un minuto, non se ne parlava con quel caldo. Rimanemmo seduti davanti al finestrino spalancato, godendoci col viso proteso la brezza tiepida prodotta dal movimento.
Sulla strada per casa, sul marciapiedi ombreggiato da una lunga fila di alberi alti e diritti, ricominciammo a chiacchierare del caldo e dell'estate imminente. Mancavano solo due giorni al tuo sedicesimo compleanno e mi stavo arrovellando per trovare un regalo speciale da farti.
"Sai cosa vorrei tantissimo adesso?" Domandasti di punto in bianco.
"Cosa?"
"Una granita."
"Direi che è fattibile. A che gusto ti andrebbe?"
"Boh, nessuno, di granita."
"Dario, guarda che quello che intendi tu si chiama ghiaccio tritato, non granita. Giuro, sei l'unico cristiano dell'universo che mangia quella porcheria."
"Eh, sai che roba, tu lo mangi ugualmente, solo con un cucchiaio di sciroppo dentro. Mi fa senso, lo sciroppo. È appiccicoso."
"Sei malato nel cervello, lo sai? Lo sai che chi mangia il ghiaccio così da solo vuol dire che è frustrato?"
"E questo dove l'hai letto, su topolino?"
"Non me lo ricordo."
"È una stupidata."
Continuai a camminare, sorridendo fra me, al suono categorico della tua sentenza.
Mi domando, alle volte, come sei diventato adesso. Ad esempio, sei ancora innamorato del ghiaccio tritato e disgustato dagli sciroppi?
Oppure, dormi ancora nella stessa posizione che ricordo io, sul fianco sinistro, con un braccio raccolto contro il viso e l'altro steso, come i gatti al sole?
Fino a che punto può cambiare una persona, con il trascorrere del tempo? Fino a che punto questo tempo trascorso senza te mi ha strappato la persona che amo?
C'è ancora, da qualche parte, quella persona, o è morta a poco a poco, giorno a giorno, sfogliandosi via come cenere al vento, per far spazio ad un uomo sconosciuto, che indossa la tua faccia e il tuo nome?
A volte sogno di ritrovarti, di riconoscerti, di spalle, di avvicinarmi e posarti una mano sulla spalla per farti voltare, per poterti dire 'eccomi, Darietto, eccomi, sono qui, sono di nuovo a casa!' Ed ho già quelle parole sulle labbra e quella gioia nel cuore, e tu ti volti e sei davvero tu, davvero, il tuo viso, le tue mani, l'odore pulito della tua pelle, che mi colpiscono come grandi urti indolori. Ma i tuoi occhi mi passano sul viso senza dare segno di riconoscermi, come si guarda un'estranea che si avvicina troppo. E la tua voce, la tua voce che nei sogni ricordo alla perfezione, mi dice: 'lei si sbaglia, signora. Io non la conosco.'
È un sogno banale, certo, ma realistico.
Quanto della mia anima di oggi riconosceresti, se ci potessimo parlare?
Quando ci hanno separati quel giorno, forse, ci hanno separati per sempre.
Non riuscivo a togliermi dalla mente la curiosità di cosa fosse accaduto ad Andrea. Per come io lo conoscevo, dai tuoi racconti e dalle poche conversazioni che avevamo avuto, non mi sembrava il tipo di persona che si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione di puntare il dito su di te, se tu gli avessi fatto qualcosa, quindi, da una parte, mi pareva di poter escludere il tuo intervento. Dall'altra, però, era quanto mai sospetto il fatto che tu non fossi venuto a raccontarmi, magari corredando il racconto con un ghigno malefico e una buona dose di sarcasmo, l'accaduto. Non mi risolvevo a domandarti direttamente informazioni, sentendo qualcosa di strano nel tuo silenzio, ed ero così sospesa, in un certo senso, fra due fuochi, fino a che, il mattino successivo, non ricordai che cosa aveva detto Andrea quando ci eravamo incontrati fuori della tua scuola. Mi rivolsi a Federica.
"Senti, sai cosa è successo a Vasirani, quello che va a scuola con tuo fratello, che all'ultimo allenamento che sono andata a vedere sembrava un reduce?"
"È caduto dalle scale a scuola, perchè? Hai deciso di cambiare principe azzurro?"
"No, no, grazie tante, dio me ne scampi da quello lì. Ero solo curiosa."
"Potevi chiedere a tuo cugino. Non sono in classe insieme?"
"Si, ma si odiano, te l'ho detto. Se gli domando di lui attacca una geremiade che non finisce più."
Ridemmo insieme, dietro le mani.
"Oddio, sarà mica stato il principe a spingerlo giù?" Scherzò lei, attaccando a ridere più forte. A me la voglia di ridere passò di colpo, invece, e trascorsi il resto della giornata a riflettere su quell'ipotesi.
Più ci pensavo, meno mi sembrava improbabile e quasi riuscivo a vedere la scena, nella mia mente: lui che corre verso l'uscita, tu che lo segui in silenzio e poi una spinta, forte, con le mani tese nel bel movimento armonico che usavi per i passaggi brevi. Certo, Andrea era un ragazzo robusto, ma non avevo forse riflettuto più di uma volta sul fatto che nessuno si sarebbe mai aspettato che tu fossi tanto forte? Eri in grado di sollevarmi come fossi senza peso, eppure io ero una buona cinquantina di chili. Se tu l'avessi spinto con tutte le tue forze, senza che lui se l'aspettasse, sarebbe caduto di certo. E perchè mai avrebbe dovuto aspettarselo? Chissà quante volte ti aveva avuto alle spalle scendendo le scale, prima di quel momento, senza che accadesse nulla di male.
Certo, però, tutte le altre volte non c'era la promessa che tu mi avevi fatto quel pomeriggio. 'Fai in modo che non mi si avvicini più', ti avevo detto, e, a dire la verità, Andrea non mi si era avvicinato, anzi, non mi aveva praticamente guardata in faccia, l'ultima volta che ci eravamo incrociati, e questo era senza precedenti.
Più riflettevo, più mi convincevo che le cose fossero andate davvero così.
Rimaneva solo da scoprire in che modo tu fossi riuscito a fargli capire che ciò che gli era accaduto era una diretta conseguenza di quel che aveva detto a me, sulla panchina davanti alla scuola, senza passare un mare di guai.
Attesi.
Ad essere sinceri, ti tesi un agguato, aspettando la fine delle lezioni, poi di essere tornati a casa, poi di aver finito di pranzare. Attesi fino a che il momento fu propizio, a metà pomeriggio, quando tua madre ci avvertì che doveva fare una 'puntatina' in paese per uno dei suoi plurimi impegni di organizzazione parrocchiale.
Dora era in giro per commissioni e la casa era nostra, solo nostra, per un paio d'ore. A quel punto dell'anno scolastico il lavoro a casa era quasi nullo e tu eri nella tua stanza, immerso in qualche lettura. Ti vedevo attraverso la porta socchiusa, chino sul tavolino, accanto ad una lama di sole che mulinava di pulviscolo. Entrai senza fiatare, ma mi sentisti ugualmente.
"Oh, Bea."
"Tua madre è uscita."
"Mm."
"Siamo soli." Ti voltasti sulla sedia, con una luce di gioia che ti brillava negli occhi, già pronto ad accogliermi fra le tue braccia. Decisi di tentare di coglierti di sorpresa.
"Ho una domada" dissi leggera avvicinandomi.
"Dimmi."
"Cosa gli hai detto, ad Andrea, dopo che l'hai buttato giù dalle scale a scuola?" Ti chiesi, lisciando il copriletto col taglio della mano.
L'effetto fu istantaneo e più drastico di quanto avrei voluto. Sul tuo viso passò sorpresa, poi sgomento, poi calò una fredda maschera di noncuranza. Ti alzasti in piedi.
"Chi ti ha detto questa cosa?"
"Nessuno. Ma è vera o no?" Chiesi, guardandoti fisso in faccia. Induristi lo sguardo.
"Me l'hai chiesto tu."
"Me lo dici, cosa gli hai detto?" Ripetei, avvicinandomi ancora a te. Ti vedevo cercare di decifrare la mia espressione, ma non doveva essere semplice, dato che nemmeno io sapevo cosa provassi.
"Gli ho detto..." deglutisti, aspettandoti in modo evidente un rabbuffo "gli ho detto che cadere così è il genere di cose che succedono a chi si distrae pensando a mia cugina."
"Capisco. E l'hai fatto perchè te l'ho chiesto io? Solo per quello?" Allargasti le braccia in un gesto di impotenza.
"Mi pare che prima che tu me lo chiedessi non sia mai successo niente, no?"
Un senso di spavento mi attraversò: era come se fossi stata io in prima persona a dargli quello spintone. Poi ripensai a quello che mi aveva detto davanti alla scuola, a quelle sue parole che mi avevano bruciato dentro fino a che non eri arrivato tu accanto a me: 'per lui sei solo roba...stai sbattendo la vita nel pattume...è un prepotente, arrogante, coglione.' Pensai alla sua espressione da martire del dovere morale, alla sua insistenza, nonostante le mie proteste e le mie preghiere. Pensai a quanto mi aveva fatto male sentire qualcuno, un qualsiasi qualcuno, parlare in quel modo di te.
E lo spavento cadde, spazzato via da un senso di orgoglio e di gratitudine nei tuoi confronti. Come era successo quando eravamo bambini, ti eri innalzato fra me e chi mi aveva ferita come qualcosa di più di un uomo ed avevi fatto tutto ciò che sapevi, o credevi, necessario per proteggermi, ancora una volta.
"L'hai fatto per me." Ripetei.
"Si. Adesso suppongo che mi dirai che...Bea?" Mi chiamasti guardandomi stranito mentre mi inginocchiavo di fronte a te.
"Anche io voglio fare qualcosa per te." Ti spiegai slacciando la fibbia della tua cintura.
Ti accarezzai, teneramente, con lunghi movimenti, per eccitarti e poi ti accolsi nella mia bocca. Non era la prima volta che lo facevo, ma era la prima volta in cui tu potevi vedermi senza alcuno schermo, né di buio né di stoffa. Mi accorsi che questo ti piaceva e reclinai il capo per guardarti negli occhi, mentre con la punta della lingua contornavo i margini lisci del tuo glande. Il tuo volto avvampò di un rossore pudico, ma una parte più vicina a me, in quel momento, reagì con entusiasmo alla mia iniziativa. Continuai e sentii le tue mani calde cercare rifugio fra i miei riccioli scuri, aiutandomi a trovare il ritmo giusto mentre ti avvicinavi alla fine. Quando raggiungesti il culmine, tentasti di spingermi via, ma io ti abbracciai per i fianchi, rimanendo allacciata a te. Non l'avevo mai fatto e mi colse un poco di sorpresa, sentirmi invasa dal tuo sapore, ma non mi dispiacque. Solo quando sentii che ti rilassavi, mi rialzai in piedi.
Ti rivestisti continuando a fissarmi, con aria confusa.
"Bea, porca miseria! Guarda che prima o poi me lo fai venire, quel famoso infarto, sai?"
"Volevo solo dirti grazie." Ridesti, gettandoti sul letto e tendendomi le braccia. Ti raggiunsi e ci stringemmo forte.
"Dì un po', c'è altro che posso fare per te?" Chiedesti in tono compito. "Pestaggi, furti, omicidi? No, perchè mi piace il tuo modo di dire grazie, sai?"
"Ah, si? Io ero indecisa fra questo e un bigliettino di ringraziamento." Annuisti serio.
"Capisco. Hai voluto risparmiare." Ridemmo insieme, appoggiamdoci sul materasso l'uno accanto all'altra, con il viso al soffitto.
"Credevo che volessi dirmi che avevo fatto male." Mi dicesti dopo poco.
"Hai mantenuto la tua promessa. E poi, non ti sei messo nei guai. A proposito, come hai fatto? Perchè non ti ha denunciato?"
"Ma l'ha fatto. È che quel che dovevo fare l'ho fatto bene. Lui è sempre il primo a scendere e la massa dietro. Ho almeno cinque persone disposte a giurare che mi erano di fianco e io non ho fatto niente."
"E non ti hanno visto spingerlo?" Ti stringesti nelle spalle.
"Ma io mica l'ho spinto. Gli ho solo allungato un calcetto, una roba da niente, con la punta del piede dietro al ginocchio. È questione di tempismo."
"E dopo?"
"Eh, dopo ho aspettato che finisse di farsi tutti e undici gli scalini e poi sono saltato di fianco a lui e l'ho aiutato ad alzarsi. E gli ho detto ad alta voce 'queste sono cose che succedono a chi si ditrae.' E poi a bassa voce gli ho detto 'ad esmpio pensando a mia cugina.' E pensa un po', ha capito subito. Ma subito, eh? Non l'avrei mai detto. Ero già pronto con la seconda dose, come coi vaccini."
"Dario amore?"
"Cosa?"
"Tu mi fai paura, lo sai?"
"Eh, si, sono un ragazzaccio." Rispondesti facendo la voce roca, con un mezzo sorriso. "Ma anche tu sei una ragazzaccia, lo sai? Se ripenso a quello che hai fatto prima..."
"Cosa? Non è una cosa brutta, vero?" Domandai un po' in apprensione. Per tutta risposta tu prendesti la mia mano e la portasti sotto la tua cintura.
"Ti pare una cosa brutta?"
Facemmo l'amore con la luce, quel pomeriggio, e fu molto bello. Quella notte dormimmo come due bambini, di un sonno pesante e profondo, ciascuno nel proprio letto, e, quando ci svegliammo, era il giorno del tuo compleanno.
Era giorno di scuola e ci trovavamo al tavolo, davanti alla colazione. Tua madre era accanto a te, in piedi, e ti covava con gli occhi, allungando di tanto in tanto la mano per aggiustarti i capelli o toglierti un peluzzo dalla camicia. Io vi guardavo insieme e, non per la prima volta, provavo una sorta di invidia per quell'amore che poteva stare sotto gli occhi del mondo, riscuotendo solo consensi e sorrisi, quando il mio, che mi sentivo sgorgare dal cuore altrettanto puro e forte, era da nascondere come una vergogna.
Tu mangiavi di buon appetito e voltavi la testa ora verso di lei, ora verso di me, sorridendoci con dolcezza. Posasti una carezza sulla mano di tua madre e mi stringesti appena il braccio con l'altra mano, felice. Si vedeva che era il massimo della gioia, per te, averci vicine entrambe e sentire la nostra attenzione su di te; ti stavi beando di quel momento, quando Dora arrivò da dietro per posarti di fronte un dolce speciale, decorato con fragole fresche, che aveva fatto apposta per il tuo compleanno. Rovesciasti la testa all'indietro sfiorandole appena il fianco, con un sorriso radioso. Quasi ti si sentiva fare le fusa.
In quella tuo padre entrò.
"Oh, cos'è sta storia? Tutte attorno a lui?" Rideva scuotendo la testa. "te non le mandi mica via, eh? Va là che hai già capito come gira il mondo, te." Si sedette al tavolo e ci guardò, affollate intorno a te, tutte intente a coccolarti, a lasciarti e a nutrirti di leccornie. Dovevamo formare un quadretto davvero singolare, a ben pensarci. Del resto, ognuna a suo modo, ti amavamo tutte.
Lo zio scosse la testa fingendo un'aria disgustata, ma si vedeva che era divertito e, quando entrò mio padre, ci indicò col braccio teso come l'accusatore di un dramma.
"Guarda là, di tre non se ne salva una. Tutte a fare le feste al principino e a noi ci lasciano crepare di fame."
Mio padre accennò un sorriso sedendosi e noi tutte ci affrettammo, io a dare il bacio del buongiorno a mio padre, Dora in cucina a prendere la colazione, la zia a salutare tuo padre, ci sciogliemmo, come un nodo di seta. Ti vidi a capo chino, lo sguardo sul tuo dolce, sorridere con aria di soddisfazione.
Di lì a poco, ci alzavamo da tavola, per andare al treno. Stavi prendendo lo zaino, quando, con aria indifferente, tuo padre ti fermò.
"Poggia quel coso, oggi non ci vai a scuola. Devi venire con me, mi servi." Aggrottasti le sopracciglia ed una ruga sottile ti si disegnò sulla fronte.
"Dove? A far cosa?"
"Dove mi pare a me e a stare zitti. Se ti è chiaro. Adesso siediti lì e stai buono che fra poco partiamo."
Ti lasciasti scivolare su una sedia, posando lo zaino accanto a te. Un lieve pallore ti si diffuse in viso.
"Ho fatto qualcosa?" Domandasti esitante.
"Si, hai rotto i coglioni di fare domande. Zitto e buono."
Ero immobile, con lo zaino in spalla, ritta fra l'atrio e la sala, paralizzata dalla sorpresa. Mio padre volse appena il capo e disse:
"Beatrice, fai tardi. Guarda che se perdi il treno, io non ti accompagno."
Incrociai i tuoi occhi spaesati e mi strinsi nelle spalle. Cosa potevo fare?
Uscii di casa sola, nell'aria fresca della mattina. Mi sembrava ci fosse un foro nell'universo, dove di solito eri tu. Camminavo lentamente, gravata dal duplice peso della tristezza, per non poterti avere accanto, e della preoccupazione. Certo, tuo padre mi era sembrato di ottimo umore, ma non sapevo dove ti avrebbe portato, né per quanto tempo. Rischiavo di non poter festeggiare con te il tuo compleanno o, addirittura, di non rivederti per giorni.
C'era mezzo chilometro fra casa nostra e la stazione, ma fu una fortuna che fossi partita con un certo anticipo, come eravamo soliti fare, perchè, persa in questi pensieri, impiegai il doppio del tempo per fare la stessa strada. Mi mancava solo di attraversare la strada, per arrivare alla fermata del treno, quando la grossa berlina di tuo padre mi si fermò davanti.
Lo zio abbassò il finestrino e mi fece un brusco cenno con la testa.
"Dai, monta su, che sembri un cane bastonato." Girai rapidamente attorno alla macchina per arrivare allo sportello e lo sentii continuare a borbottare "dimmi te, se uno può andare avanti così. Circondato dai rompiballe, vivo, io."
Ripartì rapidamente e mi ritrovai appoggiata allo schienale di pelle, con mio padre accanto e te nel sedile anteriore, mentre la strada scorreva veloce. Eravamo diretti in città, ma non avevo idea di quale sarebbe stata la nostra meta; una sensazione muta ed istintiva mi diceva di tacere e smettere di preoccuparmi e la assecondai, trovandola confermata nel sorriso sornione di mio padre.
Entrammo in una zona della città che conoscevamo poco e ci gettammo in un fitto intrico di sensi unici e vie strette. Zio Lucio svoltava con decisione, di qua e di là, senza esitare, dando mostra di avere una certa confidenza con quelle stradette. Ad un certo punto, accostata l'auto quasi casualmente al muro di una casa gialla, la spense.
"Giù." Ordinò seccamente e scendemmo dall'auto. Ti guardai interrogativa e tu scuotesti di poco la testa; nemmeno a te avevano detto dove eravamo diretti.
Seguimmo la schiena ampia di tuo padre e quella sottile del mio, che camminavano a passo di marcia lungo la stradetta in ombra.
Svoltammo in un cortile, che sembrava privato, e ci trovammo circondati da una miriade di motociclette, di tutti i modelli, le cilindrate e i colori. Ci guardavamo attorno un po' spaesati, cercando un riferimento, un ordine in quel guazzabuglio.
Lo zio mandò un richiamo a voce alta e da una porticina di ferro, sul fondo, sbucò un ometto che gli arrivava appena al petto.
Si chinò su di lui e parlarono fitto qualche secondo, mentre mio padre si accendeva una nuova sigaretta e sbuffava nuvole azzurrine nell'aria, fissandole assorto. Al termine del colloquio l'ometto accennò con la mano ad un angolo del cortile, apparentemente identico al resto, e sparì di nuovo attraverso la porticina, come il personaggio di una fiaba.
Mentre osservavo tutto questo, senza rendermene conto, per abitudine, mi ero avvicinata a te, fino a sentire sulla spalla il contatto fresco della tua camicia. Tuo padre si voltò verso di noi.
"Oh, bamboccio, vieni qua. E mollalo, te"disse rivolto a me "ma di cosa, porca troia, credete che sia fatto questo qui, di porcellana? Vieni qua, scattare."
Ti avvicinasti rapido e diritto, a lunghi passi, e lui ti spinse verso l'angolo del cortile che aveva indicato l'ometto. Io e mio padre ci avvicinammo.
Di fronte a noi, così come tutto attorno, una lunga fila scomposta di motociclette, ognuna come in attesa, alzata sul suo cavalletto. Tuo padre ti lasciò guardare, mentre si accendeva un sigaro tozzo e nerastro.
"Ti piacciono?" Chiese in tono sommesso. Ti vidi annuire convinto. "Allora, dai, sceglitene una."
Voltasti la testa verso di lui tanto velocemente da far scricchiolare il collo, gli occhi grandi come tazzine. Eri immobile.
"Dai. Quella che vuoi. Te l'avevo promesso, no, se entravi in squadra?"
"Sei serio?" Ti tremava la voce. Zio Lucio annuì guardandoti negli occhi, che oramai erano alla stessa altezza dei suoi, con un'espressione divertita e, a suo modo, dolce.
Facesti correre gli occhi sulle moto e poi muovesti un mezzo passo verso la fila. Ti fermasti e lo guardasti di nuovo, inarcando le sopracciglia, e lui di nuovo annuì. Io ero ferma, incantata da ciò che vedevo.
Ti avvicinasti ad ognuna delle motociclette, ai miei occhi molto simili fra loro, osservandole e allungando, a volte una mano esitante a sfiorarne appena una. Era chiaro che ti piacevano immensamente. D'un tratto ti vidi raddrizzare la schiena e poi avanzare verso una di esse, rossa e bianca, alta e slanciata, con grandi ruote sottili. Le girasti tutto attorno, quasi in un passo di danza, sfiorando appena ora il sellino, ora il fanale lustro.
Tuo padre si avvicinò lentamente.
"Ti piace questa qui?"
"È una yamaha." Rispondesti, come se fosse una risposta sufficiente. E forse lo era anche, perchè lui annuì.
"Vuoi questa, allora?"
"Ma sul serio? Cioè, davvero me la lasci...sul serio?"
"Si. Si, Dario. È tua."
Era la giornata dei miracoli.
Cosa fu? Il regalo splendido che ti stava concedendo, il tono sommesso e quasi affettuoso della sua voce o il fatto di sentirti chiamare per nome? Impossibile saperlo.
In un unico movimento ti voltasti rapido e buttasti le braccia al collo di tuo padre, stringendolo in un abbraccio ruvido e un po' goffo. Tolti i baci obbligatori dell'infanzia 'dai un bacio a papà, tesoro, e digli buon natale', era la prima volta che ti vedevo avere verso di lui un moto di affetto.
Il viso dello zio si tinse visibilmente di un rossore sbiadito, ma ricambiò, anche se per un solo attimo, il tuo abbraccio.
"Oh, mezza sega, cosa cazzo fai?" Rise, spingendoti via. Tu sembrasti quasi rimbalzare verso di me e, afferratami per una mano, mi trascinasti di peso verso la motocicletta.
"Guarda! Guarda che bella! Bea! Guarda!"
"È molto bella, Dario, davvero."
"Ci possiamo andare in due, sai? È un centoventicinque." Ti guardai con un sorriso vacuo, senza la più pallida idea di cosa significasse, ma felice che potessimo andarci insieme.
"Poi appena imparo ti insegno a guidarla."
"È troppo alta per lei." Disse mio padre, con aria ansiosa. Tu abbassasti gli occhi e mi fissasti, come rendendoti conto per la prima volta dei trenta centimetri che ci separavano.
"Eh, si. Mi sa anche a me. Va bene, non fa niente, ti porto io."
"Oh!" Abbaiò tu padre "bada che ti fai insegnare da un istruttore, se no tua madre non ti ci lascia mica andare, eh?"
"Si, si, va bene. Quello che volete voi va bene."
Tuo padre sparì qualche minuto attraverso a porta di metallo, immagino per pagare l'ometto, e poi tornammo a casa.
Dietro l'auto, mio padre guidava la tua moto e tu lo osservavi, attraverso il lunotto posteriore, con gli occhi pieni di gioia e merviglia.
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