mercoledì 29 aprile 2015

65

Andrea guardò la porta. L'idea stessa di voltare le spalle ed uscire da qiella casa, lasciandosi alle spalle per sempre tutta quella storia e, soprattutto, i personaggi che la animavano, non gli era mai sembrata tanto attraente. Uscire nella pioggia che stava calando, infischiandosene di bagnarsi, in fondo era già zuppo, salkre in macchina e tornare alla sua calda, ordinaria normalità.  Cambiarsi i vestiti chiacchierando con Elena della sua giornata sul lavoro, portare Joker a fare un rapido giro, mangiare qualcosa di caldo ed infilarsi a letto. Forse fare l'amore, prima di dormire, per scrollarsi di dosso qiel senso di distorta irrealtà che si sentiva appiccicato addosso come sudore rancido. Stare vicino a quei due gli faceva male, come guardare attraverao una lente che rendesse tutto leggermente fuori fuoco, ogni linea leggermente fuori asse. Fare amicizia con Dario, imparare a fidarsi di lui, poi vederlo comportarsi come se non si fossero mai parlati, poi ancora venire a sapere delle cose insensate che aveva fatto, decidere di fare il suo mestiere di buon amico e partire per dargli una tirata di orecchie e trovarlo di nuovo accanto a Bea, era stato già abbastanza per lui. Sentendosi come all'indomani di una rovinosa delusione sentimentale, aveva deciso di farne a meno, di toglierseli dalla testa, di continuare la sua vita escludendoli, tagliandoli via come un'escescenza non necessariamente maligna, ma sicuramente sospetta. Poi, quel giorno, quando era tornato dal pranzo e si era seduto alla scrivania, la scrittura di Dario, blu sullo sfondo giallo chiaro del suo notes, lo aveva colpito come un pungolo doloroso. Erano parole gentili, quelle che aveva scritto, educate, non prive di una certa dignità, niente affatto offensive o presu tuose. Dario gli aveva scritto in poche righe di essere dispiaciuto della situazione che si era creata fra loro e che gli avrebbe fatto piacere parlarne insieme, come erano soliti fare solo pochi mesi prima, in tutta calma, davanti a qualcosa da bere, magari. In un certo senso, gli aveva perfino scritto un'ammissione di colpa, che, a qua to gli era dato di sapere, era la cosa più simile a delle scuse che l'altro riuscisse a concepire. In buona sostanza erano sei righe che non potevano giustificare alcun tipo di reazione negativa, eppure, leggendole, Andrea si era sentito montare dentro una furia che poteva assimilare solo alla rabbia che aveva provato da bambino, ancora ai tempi della scuola elementare, di fronte alle prime, inevitabili, prese in gkro dei compagni.
Ecco come si sentiva, pensò continuando a massaggiarsi le braccia. Preso in giro, ingannato, manipolato da una persona in cui riponeva un'enorme fiducia. Per tutto il pomeriggio, non aveva fatto che caricarsi semlre e semlre di più, ogni volta che posava gli occhi sul foglio scritto dall'altro, come una molla che si comprime di più ad ogni giro di vite. Il tono dimesso e cortese di quelle parole sembrava alimentare la sua rabbia, per qualche motivo che sfuggiva perfino a lui; sapeva solo che Dario non aveva il diritto, per qualche oscura ragione, di comportarsi in un modo tanto urbano ed educato, e sentiva che sarebbe stato più a suo agio se le righe che aveva davanti fossero state un'unica, infuocata invettiva. Gli sembrava di essere sottoposto ad una patente ingiustizia, che Dario, dopo aver meritato a pieno, col suo comportamento, la sua ira, ora la sfuggisse con quel modo di fare.
Il fatto stesso di non avere il diritto di arrabbiarsi per quel biglietto l'aveva fatto quasi impazzire di rabbia.
Era corso fin lì, continuando a camminare, quasi a marciare, per la verità, sotto la pioggia battente, quando non aveva trovato un parcheggio abbastanza vicino, con l'esplicito intento di provocare Dario fino a farlo esplodere, per potergli rovesciare in faccia tutto il peso della sua ira. Voleva litigare, con tutte le sue forze, ne sentiva una necessità che era quasi fisica, che si spandeva in sottili viticci di lubrificato calore in tutti i muscoli del corpo ed in spesse radici di bruciante tensione alla base della gola. Voleva urlargli in faccia tutto ciò che meritava e non si rendeva conto, per il semplice fatto di non averlo mai provato prima, che quella sensazione fisica cui non riusciva a dare un nome era il desiderio di uno scontro fisico. Se avesse potuto interpellarlo in merito, Dario gli avrebbe fornito senza alcuna difficoltà la chiave per interpretare quel senso di instancabile determinazione che gli aveva a malapena fatto sentire le gocce di acqua fredda che l'avevano inzuppato: era andato fino a casa sua per spaccargli la faccia, né più né meno.
Eppure, ora che l'adrenalina della paura stava calando e nel calare lavava via con sé anche quell'interno calore, si ritrovava suo malgrado a guardare verso l'alto della scala, incuriosito dal silenzio innaturale che era seguito ai brevi, concitati bisbigli appena successivi alla salita dell'altro. Scosse la testa, biasimando se stesso per la propria debolezza. A quanto pareva, non aveva ancora imparato, nonostante quell'ultima, dura lezione, a lasciar perdere il duo meraviglia.
Con un sospiro di estrema stanchezza, si avviò a sua volta su per gli scalini scuri, a testa china, le spalle piegate come chi riprende, dopo averlo posato per un momento, un pesante fardello; sapeva che si sarebbe rimproverato per sempre se fosse successo qualcos'altro di brutto e lui, pur avendone la possibilità, non lo avesse fermato sul nascere. E poi non sarebbe riuscito nemmeno a dormire, senza sapere cosa diavolo stesse accadendo. Quella storia era come un tossico che gli era entrato nel cervello molti anni prima, instaurando in lui una dipendenza che, ne era certo, avrebbe finito per consumarlo, tale e quale a qualsiasi altra dipendenza.
Si affacciò allo stipite della porta spalancata, più rassegnato che amichevole.
"Hai sempre intenzione di spaccarmi tutto o mi posso avvicinare?" Chiese quasi senza guardare. La mano di Dario saettò con insospettabile velocità e lo afferrò al braccio, poco sopra il polso.
"Andre." Era quasi un sussurro, il suo nome pronunciato a mezza voce con un'urgenza e una tensione che raramente gli aveva sentito. Dario lo stava toccando e non aveva alcun intento violento. Pareva, anzi, che cercasse e traesse conforto dalla fisicità della sua presenza. Andrea fece un passo avanti nella stanza. Beatrice era schiacciata contro il fianco di Dario, circondata dal suo braccio in un gesto protettivo, avvolgente, mentre l'altro era teso lievemente in avanti, come a fronteggiare il mostro che li spaventava entrambi.
Sul semplice tavolino da lavoro, punto di fuoco dei loro sguardi, due innocue buste bianche con il logo di un centro di analisi sull'angolo sinistro.
"Oh, duo meraviglia, cos'è questo effetto speciale? Son due buste. Cosa c'è, gli devi dei soldi?" Lo sguardo di Dario si spostò su di lui, dilatato e ansioso, per un momento prima di tornare al suo posto. Fu Bea a rispondere.
"Sono i risultati delle analisi. Sul bambino. Dell'amniocentesi e..." Andrea ebbe un'illuminazione in quella breve esitazione di lei e si affrettò a riempire i vuoti.
"E dato che voi due geni avete ben pensato di procreare fra parenti stretti, adesso vi cagate in mano. Chiaro. Però prima o poi le dovete aprire, sai?" Per qua to potesse apparire impossibile, Dario e Bea si strinsero un poco di più l'uno all'altra. Il suono delle loro contemporanee deglutizioni somigliò ad un debole schiocco. Andrea sbuffò, perdendo le staffe, troppo provato per mantenere la calma. "Cosa facciamo, tentiamo con la telepatia? Volete fissarle finché non prendono fuoco? Dai!" Prese una delle buste e la spinse sul petto di Dario, che torse la bocca in una smorfia, ma la afferrò, staccando le dita dal braccio dell'altro. Guardò la busta bianca, ma ancora no  la aprì.
"Andrea..."
"Cosa? Cosa c'è, ancora?"
"Sei bagnato."
"Grazie, coglione. Sei stato gentile a illuminarmi sulla causa del mio disagio." Dario arrossì appena al tono tagliente di quella risposta.
"C'è un bagno, in fondo al corridoio. Nel mobile bianco trovi qualcosa di mio, sai, una felpa, roba così. Ti ammali, se no." Andrea distolse lo sguardo. Non voleva che lui si comportasse a quel modo, lo preferiva prima, quando sibilava e scattava come un serpente a sonagli. Non riusciva a rimanere arrabbiato, se lui faceva così.
"Tanto adesso vado a casa." Biascicò tetro. Dario annuì.
"Potresti andare a casa asciutto. Vedi tu, però. Io...non volevo. Prima, di sotto. Mi è scappata la pazienza e...non volevo."
"Oh, sembra che stai sistemando gli affari in punto di morte! Apri quella cazzo di busta o no?" Dario abbassò gli occhi e parve quasi stupito che la busta bianca non fosse evaporata. Bea distolse gli occhi dai suoi, quando cercò il suo sguardo. Volevano sapere, ma mancava loro il coraggio, a ciascuno per un motivo diverso. A quel punto Andrea diede in uno scatto di nervi. "Adesso basta, mi avete sentito? Basta! Che atteggiamento del cazzo!" Strappò la busta dalla mano di Dario e con un gesto deciso la aprì,  lacerandola per la lunghezza. Aprì il foglio all'interno e lo spiegò di fronte a sé. "Allora, se dovete fare i deficienti, in attesa della cerimonia di consegna dei mongolini d'oro, qui leggo io. Bene. Vostro figlio, figlio con la 'o' di 'oca' e anche la 'o' di 'oh, che coglione!' è sano come un pesce. Nessuna anomalia riscontrata." Bea si afflosciò come un palloncino sgonfio contro il fianco di Dario e seppellì il viso contro la sua maglia. Nel silenzio che seguì quelle parole, Andrea la sentì piangere piano, di sollievo, cercando di non fare rumore. Una larga parte del suo fastidio si sciolse e guardò di nuovo in faccia Dario, che era visibilmente impallidito, le labbra scure e rosse come fosse truccato. Indicò l'altra busta, ancora sul tavolino. "Vuoi che guardi anche quella?" Gli chiese in un tono decisamente più pacato. Dario abbassò gli occhi, prima di annuire con evidente vergogna. Andrea aprì i due fogli davanti a sé a mezz'aria e rimase ammutolito per un momento. "Stai scherzando, socio? Un test di paternità?" Dario si strinse nelle spalle. "È tuo, logico, cretino. Ma per questo? Per questo voi due scemi per poco non..." i singhiozzi soffocati di Beatrice si fecero più udibili e Dario, senza riuscirsi più a trattenere, gli strappò il foglio dalle mani. Andrea vide i suoi occhi scorrerlo frenetici dall'alto al basso una, due, tre volte. Poi la realtà si fece strada nella sua mente. Il colpo che gli diede il sollievo per aver scampato il pericolo di perdere in un colpo solo la donna che aveva sempre amato ed il figlio che aveva sempre voluto quasi gli ammollò le gambe e lo lasciò ad ondeggiare pericolosamente per un secondo o due. Poi, in un moto istintivo di amore e di contrizione, si volse e abbracciò Bea, quasi facendola sparire.
Andrea scosse la testa, col secondo foglio ancora fra le dita, mentre i pezzi mancanti di quella vicenda andavano rapidamente al loro posto. Quell'imbecille, pensare che Beatrice potesse tradirlo. Mancava poco che vivesse in contemplazione del Sacro Cugino e lui andava a pensare queste stronzate. Si ripromise di domandargli il motivo appena ne avesse avuta occasione e, contemporaneamente, posò lo sguardo sul foglio che aveva in mano. Le sue sopracciglia si alzarono lentamente mano a mano che interpretava ciò che stava leggendo, traducendolo mentalmente dal linguaggio criptico del referto.
"Oh, duo meraviglia. Ci credo che avevate paura, porca puttana...ero rimasto che eravate cugini, non fratelli." Due identiche espressioni di inorridita meraviglia si posarono su di lui, da quattro occhi che avevano la medesima forma lanceolata, nel mezzo di visi ugualmente pallidi.
"Cosa?" Quello di Bea fu uno sbuffo sfiatato, come di chi ha appena ricevuto un colpo in pieno stomaco che gli abbia svuotato i polmoni. Istintivamente, Dario strinse la presa su di lei, sostenendola.
"Puoi ripetere, per favore, Vasirani?" Gli chiese. Parlava molto lentamente, ma non con il tono sprezzante che aveva avuto durante il loro scontro. Piuttosto, pareva incerto su come muoversi le parole in bocca, uno straniero che tenti di parlare in una lingua poco nota. Andrea si sentiva formicolare la nuca sotto quel doppio sguardo e schiarì la voce prima di parlare.
"A me sembra che ci sia scritto che avete un bel po' di roba in comune e che questo dica che siete fratelli. Ragazzi...voi siete fratelli?" Il disagio che provava iniziava a diventare una cappa spessa e pesante. Era evidente che la notizia aveva colto di sorpresa loro per primi, ma lo stesso lo infastidiva il solo pensiero che quello che aveva appena letto potesse essere vero. Lentamente, come muovendosi sott'acqua, Dario tese la mano in una muta richieste e lui gli porse il foglio. L'altro lo lesse, sempre con lo stesso fare solenne. Perfino il movimento dei suoi occhi sulla carta pareva troppo lento, come se stesse sillabando mentalmente ogni parola. Alla fine, quando abbassò la mano con cui reggeva il documento, volse il capo verso Bea ed incontrò i suoi occhi.
"Dario?" Chiese lei. Lui annuì come era solito fare nei momenti di vera emergenza, spostando la testa una sola volta, in alto, in basso e poi di nuovo al centro.
"Bea, non so cosa vuoi fare adesso, ma..." lei ebbe uno scarto, come una bestiola selvatica, e gli sfilò la carta dalle dita. Il suo viso divenne una  maschera di decisione.
"Hai detto che è sano, Andrea?"
"Sano e maschio." Con movimenti rapidi e per nulla teatrali, Beatrice stracciò il foglio che teneva in mano una volta, poi di nuovo e di nuovo, fino a che non fu più in grado di strappare lo spessore che era venuto a formarsi.
"Adesso te lo dico io, cosa voglio fare. Anzi, ve lo dico a tutti e due. Tu" disse accennando a Dario col capo e schiaffandogli in mano la manciata di coriandoli a cui aveva ridotto il referto "adesso fai sparire questa porcheria e porti Andrea a darsi una sistemata. Tu, invece" disse, indicando Andrea "la pianti di fare il sociopatico, che in casa me ne basta uno, e vedi di sistemare la faccenda con questo qui. E, bada, non me ne frega niente di come la sistemate, se rimanete migliori amici del cuore per tutta la vita o decidete che non vi parlate più o cosa diavolo altro. Ma la sistemate e la sistemate subito." Il suo tono era autorevole e secco e non ammetteva alcuno spazio di replica. "Io, invece, vado giù e faccio una brocca di tè. Al limone e non si accettano lamentele. Quando avete finito, vi aspetto in cucina, chiamiamo Elena e ceniamo insieme, dovesse essere l'ultima volta che lo facciamo. Tutto chiaro?" In un movimento quasi contemporaneo, entrambi gli uomini annuirono, prima di guardarsi di sottecchi. "Benissimo. Allora, via, diamo inizio alle danze." Concluse, prima di aggirare Dario ed uscire dalla stanza senza mostrare la benché minima esitazione.
Andrea e Dario si guardarono per un attimo, sospesi fra l'imbarazzo e l'incertezza. Fu Andrea, come accadeva quasi sempre, a rompere il silenzio.
"Mi sa che non è il caso di contraddirla, quando è così, eh?" Dario scrollò la testa.
"Se non vuoi farti prendere a manrovesci, no. E, dai retta a me, è più forte di quello che sembra." Andrea si strinse nelle spalle.
"Andiamo, allora. Non vorrei dover finire in ospedale anch'io." Dario lo accompagnò in silenzio lungo il corridoio fino alla porta del bagno, continuando a rigirarsi in mano i frammenti del foglio, allo stesso modo in cui si rigirava in mente il contenuto. "Dovremmo anche risolvere fra noi due?" Gli chiese Andrea, strappandolo alle sue riflessioni. Strinse le labbra in una smorfia delusa.
"Ah, c'è poco da sistemare, a quel che ho capito. Volevo solo dirti che mi dispiace di averti offeso. Io non volevo offenderti, volevo solo stare per conto mio. Ecco. Finito di parlare. Poi sentiti libero di fare quel che vuoi, a questo punto." Andrea aprì la porta del bagno e, senza richiuderla, iniziò a frizionarsi energicamente i capelli con un asciugamano.
"Perché pensavi che lei...che il bambino non fosse tuo, giusto?" Dario entrò, gettò i pezzetti di carta nel gabinetto e li guardò cadere in una discesa aggraziata.
"Esatto. Ci sono stato male e non mi andava che qualcuno sapesse che...neanche tu." Rispose, prima di attivare lo sciacquone. L'altro si tolse i vestiti umidi e prese dalle sue mani una felpa asciutta ed una maglietta a maniche corte.
"Ho capito. È che non mi piace essere escluso così, da un momento all'altro, senza motivo." Dario annuì.
"A nessuno piace."
"Mi hai fatto incazzare."
"Ho notato." Scese un attimo di silenzio, mentre Andrea indossava i vestiti asciutti. "Dì, ma tu lo sapevi, che non sono simpatico a nessuno, al lavoro?" Chiese poi, quasi sbottando.
"Che stronzata! Ma non è mica vero!" Ribattè l'altro emergendo dal colletto della felpa, che gli cadeva grande. "Oddio un gran compagnone non lo sei mai stato, ma a qualcuno piaci." Dario dissentì.
"No, ti giuro, non mi parlano più da quando non mi parli tu. Ti servono un paio di braghe, che dici?"
"Dico che sembrerei un pagliaccio con addosso i tuoi pantaloni, Malatesta. Chiedo a Elena se mi porta i miei quando passa. Comunque guarda che non è che gli sei antipatico tu. È che gli sono simpatico io, quindi se io decido che qualcuno è uno stronzo, quello diventa uno stronzo. Tutto qui." Dario gli passò un pettine.
"Che megalomane del cazzo che sei, mi fai salire un nervoso, guarda..."
"Io? Non sono mica io quello che ha telefonato al fornitore che ci vende i macchinari da laboratorio chiedendogli se aveva bisogno di aiuto per distinguere la merce in vendita..." L'altro sbuffò.
"Ma cosa vuol dire, scusa, se uno mi manda un agitatore al posto di una centrifuga è logico che è un imbecille, no?"
"Modesto, ti dovevano chiamare."
"Ha parlato l'umiltà incarnata! 'se io dico che uno è uno stronzo...'" gli fece il verso con eccezionale abilità, imitando perfino la sua cadenza nel parlare, ed Andrea scoppiò a ridere.
"Va bene, socio, sei stato chiaro, inizio ad assomigliarti troppo. Sarà il caso che ricominciamo a fare come al solito, vero? Il coglione arrogante lo fai tu." Dario diede in un sorrisetto.
"Borioso." Andrea si volse con aria interrogativa.
"Chi?"
"Io. Sono borioso, non arrogante né presuntuoso. La parola giusta è quella." Andrea storse le labbra.
"Ah, se lo dici tu. E io come dovrei definirmi, secondo te?" Il sorriso di Dario si allargò.
"Invasivo, Andre, invasivo. Come le colonscopie, sai? L'unica persona al mondo che si incazza come un giaguaro perché non gli è permesso di impicciarsi. Lo consideri un sacro dovere, vero?" Andrea diede un ultimo colpetto di pettine ai capelli e poi si voltò con aria soddisfatta.
"Di più, cuginetto. Una necessità primaria. Allora." Lo squadrò serio. "Soci?" Dario respirò a fondo.
"Si." Disse con semplicità. "Adesso andiamo a bere il tè, prima che la mia piccola dolce mogliettina arrivi di sopra con tubi e imbuto." Risero insieme scendendo le scale. Fuori aveva smesso di piovere e si vedeva il tramonto.

giovedì 23 aprile 2015

64

Dario girò l'angolo del corridoio, morbosamente attento a non variare la cadenza del passo e a mantenere le spalle diritte, prima di espirare. Parve quasi che si accartocciasse, facendolo. Mangiare alla mensa stava diventando un'esperienza sempre più faticosa, mano a mano che passavano i giorni.
Si sedeva, come d'abitudine, verso il fondo, avendo cura di non dare le spalle alla porta, e di solito portava qualcosa da leggere, tenendo aperto il libro o distesi i fogli nella mano libera mentre consumava il suo pasto. Come logico, aveva dovuto modificare questa abitudine mentre poteva contare su un braccio solo ed era stato allora che l'aveva notato. Le persone che entravano, lo guardavano ed evitavano di salutarlo. Se era lui a far loro cenno, si limitavano ad una impercettibile risposta, con aria di chi compie un'incombenza di cui preferirebbe fare a meno.
Erano le stesse peraone che gli parlavano fino a qualche settimana prima, che avevano scherzosamente discusso con lui su chi dovesse offrire il caffè a chi, che avevano riso con lui, e in più di un caso alle sue battute, durante i pasti.
Aveva tentato di scambiare qualche parola con un paio di loro, ma si era reso subito conto che era una battaglia persa in partenza. Sapeva riconoscere una sconfitta quando se la vedeva davanti ed aveva inastato bandiera bianca, lasciandosi isolare senza opporre resistenza. Era un processo che conosceva fin troppo bene, una pratica che gli era familiare.
Poi, solo un paio di giorni prima, occhieggiando senza farsi scorgere da sopra il bordo della rivista che teneva davanti a sé, li aveva visti, un capannello di quei colleghi di cui conosceva nome, cognome e dettagli della vita privata, a chiacchierare, ad un paio di tavoli di distanza, lanciandogli, di tanto in tanto, un'occhiata. Alcuni degli sguardi erano incuriositi, altri maliziosi. In nessuno di essi aveva letto la benché minima benevolenza. Allora aveva concentrato la mente sulle loro voci, escludendo ogni altro rumore. Era un trucchetto che gli era sempre riuscito naturale, quello, e gli permetteva di sentire distintamente quello che veniva detto anche nel bel mezzo del frastuono. Gli bastava trovare la voce che parlava e concentrarsi, concentrarsi fino a che non udiva niente altro.
"Certo che l'appetito non gli è passato." Disse la prima voce.
"Ah, no, ma che cazzo vuoi che gliene freghi, a uno così? Del resto, potevamo anche aspettarcelo, cosa vuoi. Basta sentire quel che racconta Anna, che ci lavora insieme, per sapere che è uno stronzo." Replicò la seconda voce.
'Ah, ma che meraviglia.' Pensò Dario infilzando la forchetta nella carne e masticando rabbioso. 'Stavo quasi per perdere l'abitudine, pensa te.'
La conversazione proseguì sul quel tono ancora per un paio di minuti. nessuna novità per lui: era rinomatamente uno stronzo, era un presuntuoso, tutto ciò che aveva lo doveva ad una combinazione di fortuna sfacciata e sfacciata ipocrisia. Niente di nuovo sotto il sole, come avrebbe commentato Dora ai tempi in cui ancora gli parlava, fino al momento in cui il flusso della conversazione si spostò leggermente per puntare su Andrea. Dario si irrigidì e smise di mangiare, totalmente concentrato nell'ascolto, tanto che neppure avrebbe saputo dire chi gli passava accanto.
"Deve avergliela fatta grossa, a Vasirani, per farsi cancellare in quel modo." Era numero due. "Voglio dire, uno come lui, che è sempre gentile con tutti, arrivare a trattare così il suo miglior amico...chissà che cazzo gli ha combinato."
"Non lo sapremo mai." Sentenziò numero uno. "Vasirani è troppo signore per mettersi a parlar dietro a qualcuno. Però deve essere una cosa definitiva, perché quando l'altro giorno uno dei soci voleva parlargli del personale dei laboratori, ha chiesto che non lo mandassero di sotto. Ha detto che preferiva sbrigare le cose via mail." Un basso borbottiio si levò dagli occupanti del tavolo. Andrea che rifiutava di vedere qualcuno di persona era un evento tanto eccezionale da dover essere tenuto in debito conto. Una voce diversa, la terza, si levò dal coro di sottofondo.
"A me non mi dice niente, quello lì, ma se Vasirani che lo conosce tanto bene ha deciso di stargli alla larga...cioè, dai, Vasirani è quello che ha assunto l'ex carcerato, no?" Rispose numero due.
"Si. Ha detto che errare è umano."
"E di Malatesta ha detto, in pratica, che glielo tengano lontano.  Beh sai cosa? Per me è punto, set e partita. Tanto per non sbagliare, gli sto alla larga anch'io e poi vedo." Il mormorio successivo era di pieno ed unanime assenso.
Quel dialogo, ascoltato con sentimenti che oscillavano da una sfibrata rassegnazione ad un furibondo desiderio di alzarsi e andare a spiegare loro come stessero le cose, aveva rappresentato l'inizio.
Da allora, Dario era tornato ad essere attento in un modo quasi maniacale a tutto quello che si diceva attorno a lui, soprattutto a quanto veniva detto a bassa voce, ed aveva rapidamente saggiato fino a che punto la sfiducia generale nei suoi confronti fosse rapida ad espandersi.
Quel giorno perfino il tecnico del laboratorio, un ragazzo poco più giovane di lui e come lui appassionato di moto, con cui era andato costruendo un solido, appagante senso di cameratismo, aveva deciso di aderire a quello che nella mente di Dario era ormai il "trend imperante" e di trattarlo con freddezza. Dario non faceva che pensarci. Era convinto di piacere davvero a quella persona. Avevano parlato spesso, piacevolmente, e senza alcun intervento esterno. Non era stato Andrea a d incoraggiare quella conoscenza, eppure gli effetti del suo ostracismo erano arrivati a deteriorarla. Probabilmente qualcuno gli aveva raccontato un pettegolezzo di troppo sul suo conto o, chissà, altri colleghi avevano iniziato a guardarlo storto perché parlava con lui.
Si staccò da muro e camminò con lentezza fino alla porta rossa del laboratorio. Poi, preso da un subitaneo ripensamento, si raddrizzò, indossando la sua miglior espressione indifferente, e a passo elastico raggiunse la rampa di scale che potava agli uffici del piano superiore. Entrò senza sentire il bisogno di bussare nella stanza di Andrea, che era ancora a mangiare, e scrisse poche righe sul notes che l'altro teneva sempre a portata di mano accanto al telefono. Chi fosse entrato in quel momento, vedendolo così, elegantemente curvato sulla scrivania dell'altro, a scrivere in fretta e senza troppo preoccuparsi della grafia, con il viso atteggiato ad annoiata noncuranza, avrebbe certo creduto che fosse un biglietto senza alcuna importanza, l'avviso di qualche riunione fra amici, forse, o qualche parola su un film o un libro che interessava entrambi. Era, invece, l'ultimo, goffo tentativo di Dario per comunicare con quello che aveva impartato a considerare il suo amico.
'Il', non 'un', avrebbe immediatamente notato Beatrice, e l'aveva fatto spesso in quegli ultimi anni, prendendolo per i fondelli intenerita dal suo profondo attaccamento. Dario aveva deciso che non ci sarebbero stati ulteriori tentativi. Dopo quello, avrebbe lasciato stare, quale che ne fosse stato l'esito. Dopotutto, non poteva costringere nessuno a stargli accanto. Non avrebbe avuto alcun senso.
Presa ed immediatamente attuata questa soluzione, si sentì sollevato e poté tornare al lavoro con la sensazione di aver fatto quanto era in suo potere per sistemare le cose. Se si fosse fermato a riflettere sulle sue azioni, si sarebbe reso conto che la sua decisione stava chiaramente ad indicare come gli importasse poco o nulla dell'atteggiamento generale nei suoi confronti: quella era stata solo la spinta che l'aveva messo nella posizione di dover agire, per indurre Andrea a parlare di nuovo con lui. Poco portato all'introspezione per natura, a dispetto della sua naturale propensione per l'analisi, Dario si limitò a pensare che fosse un tentativo di rimediare ad una situazione che sentiva come i sostenibile ed attraversò il resto della giornata con un senso di tesa aspettativa che galvanizzava i suoi pensieri di sottofondo.

Tornò a casa appena prima che un rovescio di pioggia primaverile cominciasse a bagnare l'asfalto, le prime grosse gocce di pioggia gli avevano dipinto un paio di cerchi più scuri sul tessuto blu polveroso della giacca leggera, e si ritrovò subito a mugugnare per conto suo, in piedi nella nicchia del portone.
Un nutrito fascio di buste, già afflosciate per l'umidità della serata, sporgeva con aria desolata dalla buca delle lettere. Le recuperò con un gesto seccato, pensando che mai, neppure se fosse vissuto mille anni, sarebbe riuscito a ficcare in testa a Bea la necessità di ritirare la posta, possibilmente come prima cosa, rientrando a casa. Sembrava che quella specifica incombenza le scivolasse via dalla superficie della mente senza lasciare alcuna traccia, nonostante i suoi regolari, pazienti rimbotti.
Entrò in casa mentre la pioggia iniziava a scrosciare davvero, sprigionando dalla polvere della strada un aroma che, nonostante la città che li circondava, non mancava mai di riportargli il ricordo, in qualche modo caro, della fine ghiaia bianca che aveva ricoperto l'ampio viale di accesso alla casa dov'erano cresciuti.
Posò la posta sul tavolo. La casa era immersa nella semi oscurità del temporale, ma non c'era nulla di preoccupante in questo, perché una calda luce giallo inteso filtrava dal piano superiore, illuminando in tralice la scala scura, provenendo dalla porta spalancata dello studio di Beatrice, nella sua antica camera da letto. Dalla cucina ombrosa veniva un odore di cibo e di pulito che gli faceva sentire quel posto come casa.
"Truppa, esultate! Il grande capo è tornato!" Gridò rivolto al piano superiore. Un sorriso tenero gli illuminava il viso e si ampliò rapidamente nel rumore di passi che scendevano rapidi, piccoli e canini quello di Swiffer e veloci e morbidi quelli di Bea.
"Grande cacciatore bianco è tornato da foresta tabù! Grande cacciatore bianco essere più forte di magia cattiva!" Declamò Beatrice sventolando le mani per aria. Dario ridacchiò poco convinto mentre ricambiava il festoso saluto del cagnetto.
"Grande cacciatore bianco essere stanco come cacca." Ci tenne a specificare lui, ancora accosciato a terra. Bea gli accarezzò i capelli e si chinò sul suo viso per posargli un bacio sulla tempia, poi si volse per recuperare la corrispondenza e infilarsela sotto il braccio. La piccola incombenza di aprire le buste, dividendo le cose importanti da quelle da gettare direttamente nel cestino, era sempre stata sua per tacito accordo, senza che mai se ne fossero chiesti il motivo. Era solo così che funzionava: per quanto si sforzassero, riflettè divertita, lei si sarebbe sempre scordata di ritirare la posta e Dario lavrebbe lasciata ad ammucchiarsi sul tavolo fino alla notte dei tempi.
"Accidenti, il tuo accento di Oxford si fa ogni giorno più spiccato, lo sai? Comunque non lo sapevo, che le cacche si stancassero particolarmente." Dario si alzò in uno schiocco di ginoccia e le sorrise, passandole la mano sulla schiena.
"Scherzi? Con tutti quei metri di cunicolo in cui strisciare?" Si guardarono nella luce incerta della serata piovosa e si sentirono vicini, in quel momento, quasi come se nulla di brutto fosse mai accaduto. Erano sempre più frequenti, quei momenti, come perle gettate sulla superficie del loro rapporto che lentamente, ma con infinita, quasi disumana determinazione, si stessero allineando in un filo che, una volta completo, non avrebbe presentato interruzione.
Dario cercò con cautela nel guazzabuglio che aveva in testa qualcosa da dire, come tastando con la mano sul fondo di un sacco pieno di carabattole alla ricerca di qualcosa di interessante. Avrebbe voluto soffiare sulla scintilla di divertimento che vedeva negli occhi di Bea fino a renderla un focherello, per prolungare quella sensazione più a lungo possibile, ma, proprio in quel  momento, la porta di ingresso diede in una forte, sonora salva di colpi. Qualcuno bussava e lo stava facendo con estrema decisione.
Beatrice batté rapidamente le palpebre, come svegliata di soprassalto da quel rumore invadente, quasi violento, e sentendosi, a tutti gli effetti, come se l'avesse strappata da uno stato di incantato torpore. Guardò negli occhi Dario, rivolgendogli una muta domanda cui lui rispose aggrottando le sopracciglia e scuotendo il capo. Si capivano, come sempre, ma l'incanto era spezzato.
Precedendolo di appena una frazione di secondo, Bea mosse verso la porta e la aprì, preoccupata. Non sapeva cosa aspettarsi, che genere di emergenza potesse indurre qualcuno a ignorare campanelli e telefoni per fare una tale piazzata. Non si sarebbe certo aspettata di trovare, sulla soglia di casa, Andrea a gocciolarle sullo zerbino, con sottili rivoli di pioggia che gli scorrevano dai riccioli scuri sul viso e i vestiti incollati al corpo. Si stagliava contro il grigiore esterno, le spalle in avanti e i piedi divaricati, con l'aria di chi, più che portare guai, sta per diventare un guaio. Il suo viso dai tratti regolari ed aperti era i durito in una maschera di rabbia sprezzante. Beatrice rimase impietrita, con la maniglia ancora stretta nella sinistra, a chiedersi in che modo Andrea potesse essere diventato più alto e largo di spalle; una più ponderata riflessione, più tardi, l'avrebbe portata a capire che di norma la postura rilassata e il modo di fare di quell'uomo lo facevano apparire come poco più di un ragazzo, nonostante avesse un anno più di lei e Dario e che, invece, in quel momento lo stava vedendo come l'uomo adulto che era.
Dietro di lei avvertì, più che sentirlo, un movimento, che canalizzò immediatamente l'attenzione dell'uomo sulla soglia. Dario si stava spostando, verso destra ed in avanti, portandosi in piena luce, di lato rispetto a lei, come a voler sviare l'altro dalla sua presenza accanto alla porta.
"Cerchi me, Vasirani?" Chiese. Bea rabbrividì sottilmente. La voce di Dario era lenta, calda, inesorabilmente calma. Si voltò e lo vide trasformato in una maschera di incurante distacco, come parlasse ad un muro bianco.  Solo i suoi occhi erano acuti e vivi e non si staccavano da Andrea.
"Cerco te, si, bamboccio. O preferivi che ti lasciassi un bigliettino anch'io? Magari dovevo fartelo passare da qualcuno?" La sua voce era carica di veleno, gonfia di disprezzo come una bestia velenosa.
"Entra. Non stare a gridare in mezzo alla via come un pescivendolo. Capisco che non lo sai, ma non è modo di comportarsi." La temperatura della voce di Dario si era abbassata ancora di qualche grado. Fissava l'altro come si trattasse di una bestiola maleducata che avesse combinato un pasticcio sullo zerbino di casa. Le narici di Andrea diedero un palpito, come le froge di un cavallo sul punto di imbizzarrirsi.
"Poveri noi! Hai ragione, cosa diranno i vicini? E le tue compagne di pinnacolo, poi, sai che scandalo? Eh? Ti fa paura anche questo, oltre che venirmi a parlare?"
"Vasirani, piantala. Se vuoi parlarmi mi parli da persona civile, dentro casa."
"Io? Ma bella mia, mi pareva fossi stata tu a lasciarmi i messaggi d'amore! Non volevi parlarmi?" La voce di Andrea si alzava sempre di più. "Parlami, allora, dai! Parla, su, dato che non hai le palle di venire da me, guarda, sono venuto io. Parla!" Dopo ogni frase la foga aumentava. Sembrava si caricasse mano a mano che dava voce ai suoi pensieri. "Non ce la fai neanche così? Vuoi una mano? Vuoi chiedere a tua moglie, qui, di dirmi qualcosa?"
"Vasirani, piantala. O entri o taci."
"No, il cazzo, non taccio. Dai, nasconditi dietro alla mogliettina, come fai sempre. Su, che sono venuto a godermi lo spettacolo, dai, frigna un pochino!" Dario percorse la distanza che lo separava dall'altro in quello che parve un solo balzo e lo afferrò al petto. Ruotò su se stesso mettendo in quel movimento tutta la forza del suo intero corpo e sfruttando la differenza di peso e lo trascinò,  letteralmente, all'interno della casa, coi piedi che a stento toccavano terra. Fatto questo lo lasciò andare e chiuse la porta di ingresso con uno schianto.
"E adesso urla quanto ti pare, dio ti maledica!" Gli sibilò in faccia. Bea era senza fiato. Attacco e reazione erano stati più rapidi e feroci di quanto potesse pronosticare e non aveva idea di cosa stessero parlando. Ritrovò voce a sufficienza solo per un debole tentativo.
"Dario, io..."
"Tu vai di sopra e non ti immischiare." Le rispose lui, in un tono che avrebbe potuto apparire distratto. La scintilla di fastidio che provò Beatrice durò solo fino a quando non si rese conto che Dario aveva continuato a manovrare fino a trovarsi fra lei ed Andrea. Lo guardava in faccia, spostando il peso del corpo quando l'altro spostava lo sguardo, riparandola con la mole del suo corpo. Ancora una volta, si frapponeva fra lei e qualsiasi cosa paresse essere un pericolo. Senza aggiungere altro, prese Swiffer fra le braccia e risalì la scala: sapeva che Dario non avrebbe potuto calmarsi fino a che non la sapeva al sicuro.
"Ma bravo, il grande dittatore!" Commentò sarcastico Andrea. "Però vedo che fuori casa abbassi bene la cresta, eh? Anzi, diventi proprio un agnellino."
"Datti una calmata, adesso, e tenta di parlare come se qualcuno ti avesse insegnato a farlo, Vasirani. È facile. Parti dall'inizio e fai frasi corte, che le gestisci meglio." Dario lasciò cadere la parole dall'alto al basso con disgusto.
"Ah, te lo dico subito. Una certa ragazzina timidona, invece che prendermi da parte e dirmi quello che mi doveva dire, ha deciso di farmi trovare i bigliettini anonimi di fianco al computer. E lo sai chi era?"
"Ti ho scritto due righe sul notes, sai che problema. Te lo ricompro, se vuoi. Anche un blocco intero, guarda."
"No, stronzo che non sei altro, no. Io voglio che mi guardi in faccia e mi dici quello che hai da dirmi senza comportarti come...come cazzo..." era talmente arrabbiato che non trovava le parole "cazzo, come un bambino piccolo, ti comporti! Come un vigliacco!"
"Quello che volevo dirti l'hai letto. Questa è la tua reazione, bene, prendo atto, adesso non ho niente da dire."
"Hai paura di parlarmi in faccia. Hai paura perché sai di essere una persona di merda e non vuoi che si veda."
"Ti assicuro, Vasirani, che puoi farmi al massimo schifo, ma non paura. E, così, trovandoci a parlare, perché mai sarei una persona di merda?"

Beatrice li sentiva parlare, voci alte, concitata quella di Andrea, sarcastica e rabbiosa, e strascicata e fredda quella di Dario, grondante di disprezzo. Loro certo non se ne rendevano conto, come sempre accade a chi è intrappolato in un litigio, ma ripetevano sempre la stessa cosa, variando solo le parole. Non c'era molto che lei potesse fare, salvo, forse, sperare che quel lotigio servisse, subito o in futuro, a ricucire la ferita fra di llro, che , in modo tanto lampante da essere quasi ridicolo, si mancavano da star male.
Si sedette al tavolo da lavoro, sulla dura, vecchia sedia di legno scricchiolante che aveva scelto per il solo motivo che era sempre stata la sua sedia, e cercò qualcosa con cui tenere occupate le mani. Aveva ancora le buste che si era infilata distrattamente sotto il braccio al ritorno di Dario e cominciò a sfogliarle, pigramente, cercando di far durare quel lavoro il più possibile, soffermandosi perfino a leggere i volantini pubblicitari. Era un plico piuttosto spesso e sperava che, per quando avesse finito di vagliarlo per intero, sistemando in due pile lrdinate le cose da leggere per sé e per Dario, quei due bambini cresciuti al piano di sotto avrebbero finito di litigare e sarebbero stati pronti peruna tazza di caffè.

"Mi hai evitato per due mesi! Due mesi! Perché non avevi il coraggio di dirmi la stronzata che stavi facendo, lo sapevi che te l'avrei detto,  che era una cazzata, e cos'hai fatto, tu? Sei scappato! Come un topo, come le blatte quando accendi la luce!"
"Non credo proprio di dover rendere conto a te di quel che faccio con mia moglie."
"Con tua moglie? Ma lo sa solo dio com'è che è ancora tua moglie, quella lì! Chissà? Magari le fai troppa pena per mollarti in mezzo alla strada come un orfano." Andrea sapeva benissimo di aver sferratoun colpo basso della peggior specie e, una volta tanto, invece che senso di colpa provò una torbida gioia nel vederlo andare a segno. Dario impallidì, passando dal suo normale biancore ad una tinta cerea, ravvivata solo dal brillio quasi sovrumano degli occhi.
"Sei sul ghiaccio sottile, scassacazzo."
"Oh, dio, e cosa mi fai? Mi pianti una scenata? Metti il broncio? Ah, no, scusa, te scompari, vero? È quello, che fai. Però poi lasci i bigliettini. Alllra, c'era scritto che volevi parlare, cagasotto. Io sto ancora aspettando che parli." Dario si trincerò in una chiusura assoluta.
"Non ho niente da dirti."
"Cos'è, ti devo dare due schiaffi anche io, per scioglierti la lingua? Oh, non lo so se riesco a farti livido come la cuginetta, ma se vuoi ci provo."
"Provaci." La parola calò fra loro con la malagrazia di un sasso che piombi a terra.
"Pensi di farmi paura, Malatesta? È da quando eravamo ragazzini che te lo ripeto: mollaci, tanto non ci riesci. E poi è difficile aver paura di uno che le prende anche da sua moglie incinta, sai? sei buono solo a fare il gradasso, poi al dunque non vali un cazzo. Sei proprio una mezza sega." Fu questione di un istante. L'espressione dura sul viso di Dario si sciolse in quello che pareva essere un sorriso di paziente buona volontà, l'aria di qualcuno che ha appena compreso il nocciolo di un madornale fraintendimento e si appresta a risolverlo, per appianare la questione. Poi, senza nemmeno rendersi conto di come, Andrea si sentì schiacciare contro il muro, le braccia imprigionate contro il corpo dell'altro, il suo viso tanto vicino da essere a distanza di bacio.
Per la prima volta in più di vent'anni di frequentazione, si rese conto che gli occhindi Dario cambiavano colore, quando l'emozione lo sopraffaceva, passando dall'azzurro sbiadito che costituiva il loro solito colore ad un grigio metallico.
"Adesso" gli disse Dario con voce dolce "io ti spacco tutto quello che riesco a spaccare prima che qualche vicino chiami qualcunonper via delle urla. Hai capito, Andrea? " L'altro provò a muoversi, a liberarsi, ma non ottenne alcun risultato. Non aveva mai provato una così intensa paura fisica nella sua vita adulta. Poteva vederlo in viso molto meglio di quanto avrebbe voluto e comprese, senza ombra di dubbio, che era completamente serio. Ripensò rapidamente a quanto sapeva sui suoi disturbi psichiatrici e si sentì sprofondare le viscere in un grumo rovente. Dario seguì il movimento dei suoi pensieri attraverso il suo sguardo e attese con pazienza che avesse finito di traree le sue conclusioni, prima di parlare ancora. "Fammi un cenno, se hai capito." Gli sussurrò.
"Dario! Vieni su." La voce di Bea calò dal culmine della scala in un richiamo che conteneva una nota di urgenza. Senza staccare gli occhi da quelli di Andrea, Dario rispose in un tono cordiale.
"Solo un attimo, amore. Devo fare una cosa con Andrea." Andrea sentì accapponarsi la pelle delle braccia, tanto forte da procurargli spilli di dolore.
"Non me ne frega niente di Andrea, vieni su!" La voce di Beatrice aveva una nota stridula di paura. Dario scoccò un'occhiata alle scale, quasi certo che lei stesse vedendo la scena, ma trovò solo il riverbero giallo della luce che proveniva dalla sua stanza e riportò gli occhi sull'altro icolmi di un perplesso stupore. Andrea cercò di mantenere ferma la voce.
"Ah, vai pure. Sembra importante." Sentendosi precipitare in un assurdo che era quasi surreale, sentì la pressione sul petto allentarsi e si rese conto di essere stato in punta di piedi fino a quel momento. Si rilassò contro la parete e respirò liberamente.
"Grazie." Gli disse distrattamente Dario passandogli accanto per poi sparire lungo gli scalini.
"No, porca puttana, ma come mi ci sono invischiato, io, con sti pazzi?" Mormorò debolmente Andrea massaggiandosi le braccia.
"Cosa?" Chiese Dario da metà scala. Andrea sospirò.
"Di niente, Dario, ho detto di niente." L'altro mugolò un assenso e continuò a salire.

domenica 19 aprile 2015

63

29/12/1969

Lucio si guardò attorno sulla strada di cui ogni più piccolo particolare pareva spiccare in un gioco di contrasti eccessivi, nella luce lattiginosa del primo mattino.
Si sentiva ridicolo, ad aggirarsi furtivo in quel modo, ma la sua precauzione era necessaria. Se Rodolfo lavesse visto lì dov'era, o se anche solo qualche chiacchierone dalla bocca più grande del cervello avesse deciso di andarglielo a raccontare, sarebbe potuto succedere qualcosa di molto brutto. Era un tipo possessivo, Rodolfo, che non amava vedere le sue proprietà trattate con eccessiva confidenza. Era per lei che temeva, non per se stesso. Sapeva che Dolfo non gli avrebbe mai torto un capello, ma non avrebbe giuratolo stesso su sua moglie.
Con la sensazione di trovarsi troppo esposto, come un coniglio sulla neve, rimase ad aspettare nella nicchia del portone, dopo aver suonato, il campanello, per quello che gli parve un tempo lunghissimo. Avrebbe voluto appiattirsi contro la porta, nascondendosi agli sguardi di qualsiasi eventuale passante, ma era cosciente che, in quel modo, avrebbe portato praticame te scritta in fronte una piena confessione di cattive intenzioni a chiunque fosse uscito dal palazzo, perciò rimase diritto, spostando il peso da un piede all'altro, solo parzialmente nascosto dalla rientranza. Non per la prima volta in vita sua, rimpianse la sua mole che lo faceva sporgere di tre quarti.
Finalmente la porta si aprì con uno scatto metallico e lui si affrettò sulle scale, divorandole a due e a tre alla volta, fino al terzo piano. Si ripeteva mentalmente di restare calmo, che Rodolfo se n'era andato quella mattina presto per uno dei suoi giri, che addirittura gli aveva chiesto lui stesso di passare, in un ritaglio di tempo, a vedere come se la cavasse sua moglie. Solo questo, stava facendo, una visita di cortesia alla moglie del suo amico, niente di strano, considerando che era anche sua cognata. Una semplice visita di cortesia, come richiesto dalla premura verso i membri della famiglia e dal suo più caro amico.
Queste sconnesse giustificazioni si spensero di botto, come troncate dall'abbassarsi di un interruttore, quando i suoi occhi incontrarono la porta socchiusa, appena dietro l'angolo formato dal muro.
Scivolò all'interno senza quasi respirare, per il solo piacerw di sentire il suo odore appena entrato. Il suo profumo dolce, più delicato di quello dei fiori, più intossicante di quello dell'oppio, che lo colse come ogni volta in pieno petto, con la forza di un colpo vibrato spietatamente.
La penombra della casa, semplice ed elegante, ma più cupa di quanto il suo rudimentale senso estetico potesse apprezzare, gli dilatò le pupille, rendendolo semicieco per un momento. La chiamò a bassa voce dal suo posto appena oltre la soglia.
"Vieni dentro, dai, cos'hai, paura che ti mangi?" La risata divertita di Isabella, un suono infantile, come un tintinnio d'argento, gli contrasse le labbra in un sorriso involontario. Veniva dalla sala, alla sua sinistra, e si affrettò a raggiungerla. Era girata di profilo, intenta a sistemare qualcosa sull'ampio tavolo lustro, i lunghi capelli che le ricadevano in morbide spirali sulle spalle e sulla schiena e una veste da casa, di tessuto scivoloso, che disegnava il corpo delicato accendendo in lui un subitaneo moto di deaiderio. Il sorriso di Lucio si allargò, creando due piccole fossette ai lati delle labbra, un dettaglio che lei amava quanto poche altre cose al mondo. Volò fra le sue braccia con un movimento breve ed aggraziato come quello di una rondine che rientri al nido.
Era minuta, Isabella, più bassa della sorella, sua moglie, di parecchi centimetri e con un'ossatura da uccellino che glo faceva temere, ogni volta, di poterla spezzare, ma il suo abbraccio era piacevolmente morbido ed anche attraverso la giacca invernale poteva avvertire la rotondità del suo seno premergli contro.
"Che bello che sei qui! Che fatica, tutto questo tempo senza poterti mai toccare." Gli sussurrò con voce soffocata. Lucio se la strinse contro. Come ogni volta, si sentiva scaldare lentamente denteo, quando lei gli era vicina, un tepore piacevole ed intuitivamente buono, come quello dei primi soli di primavera che scendesse sulle ossa irrigidite da un lungo inverno. Percepiva il suo amore e, per dio, la amava come aveva forse amato solo sua madre e sua sorella in tutta la vita. Gli sembrava che tutto il tempo che le passava lontano fosse passato in un brutto sogno, quelli da cui non ti riesci a svegliare, e di essere vivo e cosciente a se stesso solo quando poteva sentirla parlare e vedersela muovere attorno. Per l'ennesima volta si chiese come avesse potuto permettere che accadesse tutto quel casino, in che modo, in nome di cristo, avesse finito per perdere l'occasione di renderla sua per sempre. L'aveva persa, invece, ed ora lei era la moglie di un altro, e questo l'avrebbe perfino potuto sopportare, ma era la moglie di Rodolfo, dell'unica altra persona al mondo che contasse per lui più di se stesso, e questo, invece, gli aveva strappato ben più di un pianto solitario in quegli ultimi due anni. Si sentiva male, a fare quello che faceva, ad amare e, soprattutto, a lasciarsi amare da lei, a toccarla come faceva, ad amarla addirittura nel loro letto. Si sentiva tanto male che spesso passava la notte immediatamente successiva a quel genere di incontri chiuso nella stanza in cui avrebbe dovuto lavorare, a pensare, roso dal rimorso, senza poter chiudere occhio, ma era assolutamente, totalmente incapace di impedirselo.
Era troppo bello, suonava troppo giusto, quello che c'era fra loro, naturale come respirare. Le passò le mani sulla schiena, dalle spalle fino alla curva delle natiche, strappandole un sospiro dolce, come quello di una bambina che venga consolata dopo un lungo pianto.
"Bella, lo sai perché sono qui, è vero?" Le chiese, cercando di imprimere alla sua voce un tono severo. Era talmente difficile staccarla da quell'abbraccio, difficile come staccare la bocca dal bicchiere quando si è arsi di febbre, ma lo fece, per poterla guardare.
Gli occhi di Isabella evitarono il contatto con i suoi, scivolando legferi sul suo viso.
"Perché senza di me non ci sai stare?" Il suo tono era leggero, ma lp sentiva nelle mani, Lucio, che era tesa come una corda.
"Anche." Ammise senza sforzo. "Ma anche perché sono venuto a sapere una cosa importante e volevo parlare con te." Inclinò la testa cercando il suo sguardo, che però lo evitò di nuovo. "Lo sai, dic cosa parlo?"
"Te l'ha detto Dolfo?" Chiese lei, quasi con amarezza.
"Sicuro."
"Va bene, allora, cos'è che vuoi sapere?" Lucio sospirò trattenendo la collera, strattonandola indietro come un cane feroce alla catena. La vedeva chiudersi rapida e dura come un pugno che si stringe, chiudendo fuori lui e tutto il mondo.
"Bella. Allora? Per cominciare, è vero? Sei in stato interessante?" Nonostante il contegno distante che aveva preso, a Isabella sfuggì una risata dal naso, quando sentì quelle parole.
"E questa di chi è? Di mia sorella? 'In stato interessante'" lo scimmiottò schernendolo. Poi scosse la testa, coprendo col dorso della mano il sorriso malizioso che le era affiorato alla bocca. "No, Lucio. Sono incinta, non in stato interessante. Io sono ancora una persona normale." Lui annuì, incassando con grazia la sua presa in giro, sollevato dal vederla ridere. Tenendole una mano mollemente agganciata alla vita, la portò a sedere sull'anemico divanetto a due posti nell'angolp della stanza. Voltati uno verso l'altro, le loro ginocchia si toccavano sotto le mani intrecciate.
"E...sei felice?" Lei scosse le spal.e, come a dire che non aveva alcuna importanza. Il suo viso si stava di nuovo cristallozzando in una maschera di distacco.
"È normale, Lucio. Fa parte della vita. Del resto, anche tu stai per diventare papà, no?" Lucio si schiarì la voce.
"Ecco. Di questo ti volevo parlare." Gli occhi di Isabella gli saettarono sul viso per fuggire di nuovo. Le tremava la voce.
"Cos'è, adesso che la Silvana ti fa un figlio non mi vuoi più vedere?" Aveva paura. Aveva talmente paura di perderlo, di vedersi negare anche quell'ultimo legame che le restava con la vita, che non riusciva a smettere di pensarci. Le mani di Lucio si strinsero più forte sulle sue, che sparirono per intero in quella stretta impari.
"Si può sapere come cazzo ti vengono in testa queste idee da cretina? Cosa sei, gelosa?" Lei inarcò un sopracciglio, senza proferire parola. "Va bene, era una domanda stupida. Ma se ancora non lo sai, che ti voglio continuare a vedere, allora vuol dire che tanto furba non sei neanche tu." Isabella gli si avvicinò impercettibilmente e posò la fronte sulla sua spalla. Le si rilassarono visibilmente le spalle.
"Allora cosa vuoi chiedermi? Come lo vogliamo chiamare? Chi gli fa da madrina?" Lucio si mordicchiò le labbra. Non c'era un modo carino di metterla giù e oramai era ora di smettere di girarci attorno.
"No. Voglio sapere se è figlio di Dolfo o..." respirò a fondo. "O mio. Me lo dici?" Isabella finalmente lo guardò diritto negli occhi e Lucio si diede dell'imbecille per averlo desiderato. Luccicavano, quegli occhi, come quelli di un gatto appena prima del salto. Nonostante i cinquanta chili abbondanti e la trentina di centimetri di altezza in suo favore, si sentì completamente calato nella parte del topo.
"Già, Lucio. E se fosse tuo?" Gli chiese. La sua espressione era indagatrice e concentrata.
"Beh, se fosse mio...non lo so, è mio?" Lei agitò le spalle, con le mani ancora intrappolate fra quelle di lui.
"Facciamo caso che fosse tuo, come la mettiamo? Cosa fai?"
"Cosa faccio?" Le fece eco lui, stordito.
"Si, cosa fai? Un figlio io, un figlio lei. Siamo pari. Chi scegli, se è tuo?" Lucio boccheggiò.
"Bella, cosa vuol dire, che discorsi. Non è che posso scegliere un figlio..."
"Non dire asinate. Non parlo dei figli, parlo di me  e della Silvana. E tu lo sai."
"Bella, io l'ho sposata." Cercò di spiegare lui. Isabella strappò le mani di fra le sue e gliele posò sul viso.
"Si, ma non è mica detto che sia per sempre. È me che ami, no? È vero?"
"Si."
"E io te. E Dolfo..."
"È un brav'uomo, Bella."
"È un rettile. È freddo e cattivo e non ha uno scampolo di cuore, di gentilezza, per nessuno che non sia lui. È una bestia infida, il tuo Dolfo, Lucio. Forse a te vuole anche un po' di bene, sa dio perché, ma a nessun altro. Credimi." Lucio strinse la bocca.
"Non gliela posso fare, una cosa così,  a Dolfo." Le mani di Isabella gli strinsero il viso.
"Lucio, parlo sul serio, se è vero che mi vuoi bene, anche solo un pochino,  portami via. Andiamo via. La conosco, mia sorella, la conosco da tutta la vita, lei andrà avanti a cercare di farti essere un'altra persona e non smetterà fino al giorno che non ti spezzerai in due. Poi ti sputerà sopra perché ti sei rotto e si sceglierà qualcos'altro da fare. Non ti vuole bene, ti giudica male, ti vede come un..."
"Come una bestia o poco più, grezzo e stupido come un animale da soma?" Terminò per lei Lucio. Una smorfia amara gli distorceva i lineamenti, di norma aperti e franchi come quelli di un ragazzo. Isabella abbassò lo sguardo.
"Come una specie di cosa da fare, dicevo." Lucio le accarezzò il viso. Si era ben accorto, in quei due anni, del sotterraneo disprezzo e della sopportazione a malapena celata che gli riservava sua moglie. Per lei parlava sempre troppo forte, scherzava sempre troppo volgarmente e non aveva cultura a sufficienza. Lo trattava come un grosso bambino bisognoso di indulgenza ed educazione, senza mai indagare ciò che si nascondeva sotto la superficie per trovare la sua memoria fotografica e le sue straordinarie doti di pianificazione, che arrivavano a sfiorare, in alcuni casi, la preveggenza.
Era intelligente, Lucio, di un'intelligenza tutta rivolta verso l'interno e totalmente priva di rivestimenti culturali, una nuda ossatura metallica di determinazione e memoria, ma Silvana non l'avrebbe saputo mai, come non avrebbe mai posato lo sguardo sull'innata tenerezza dei suoi gesti più nascosti o sulla profonda sensibilità che lo portava a capire senza fallo cosa desiderassero, nel profondo, le persone attorno a lui. Isabella desiderava aggiustare le cose, ad esempio. Non aveva importanza che fosse un quadro storto o un'intera vita: se non andava, avrebbe detto lei, non andava e basta e bisognava pur farci qualcosa.
Fosse nata del sesso giusto, sarebbe stata un meccanico di prim'ordine, di quelli da scuderia, poco ma sicuro. Ed era focosa, per giunta, e, fosse stata un uomo, pensava Lucio, sarebbe stato uno dei suoi amici più stretti.
"Bella, non potrei fare una cosa così a Dolfo." Le ripetè con voce dolce. "È una specie di regola, vedi? Non si fa e basta."
"Ma puoi fare una cosa così a me?" La voce di Isabella si stava incrinando di pianto. Lui aggrottò le sopracciglia.
"Aspetta, adesso, non precipitiamo. Torniamo a noi. Me lo vuoi dire di chi è figlio?"
"No." Lucio si grattò la fronte.
"Bella..."
"Mio, va bene? È figlio mio e basta. E adesso fuori dai coglioni!" Gli sibilò colpendolo su un braccio.
"Bella!"
"Bella niente! Cosa vuoi da me? Vieni qui e vuoi che ti dica quello che ti pare a te, solo per poter mettere tutto nel modo che ti pare e di quello che voglio io te ne freghi!"
"Non è vero. E lo sai."
"E allora perché lei si e io no? Perché suo figlio vale più del mio?"
"Smettila di fare l'isterica adesso! Non ho detto questo, ho detto che è complicato e...ascolta, io lo devo sapere, se è figlio mio. Ho bisogno di saperlo. Non per te. Io ti amo in ogni modo, Bella. Per mettere a posto le cose, per provvedere, in qualche modo, se è mio."
"Lucio, è mio. Non ti basta?" Lui sorrise.
"Allora vuol dire che gli terrò sempre un occhio addosso a prescindere da chi è suo padre."
"Lucio, portami via. Portami via se no impazzisco."
"Bella..."
"Portami via adesso, se no non succede più. Se non ti azzardi a portargli via la moglie, figurati moglie e figlio."
"Amore..."
"Portami via, Lucio. Ti scongiuro." Inaspettatamente, lui annuì con forza. Riusciva a vedere di fronte a sé, come fossero reali, le dje strade divergenti che avrebbe potuto prendere. Era stato tutta la vita una persona remissiva. Aveva fatto prima quel che diceva suo padre, poi quel che diceva suo zio e, ora, faceva quel che ci si aspetrava che facesse. In quell'istante, capì che non era l'ultima possibilità solo per loro due: era a che l'ultima occasione per lui di fare quel che voleva, i vece che quel che gli dicevano. Di fronte a quella verità solida come un muro di mattoni, prese la sua decisione. A Isabella si mozzò il fiato in gola.
"Dammi cinque anni. Cinque anni da oggi. Ce la fai?" Era mortalmente pallido e mortalmente serio.
"Si. Ma...perché?"
"Perchè almeno mia moglie la voglio lasciare bene, messa bene. A soldi intendo. E voglio che Dolfo si faccia qualche amico. E poi mi servono per avviare l'azienda. Dopo andiamo."
"Davvero?" Lui annuì.
"Prometto." Isabella sentì un palpito alla bocca dello stomaco. Non prometteva alla leggera, Lucio. Si ranicchiò contro di lui, circondandone con le braccia la parte che arrivava ad abbracciare, ed annuì frenetica. "Bada di metter via qualcosina anche tu, se ti riesce, perché col casino che tiriamo su non ce la passeremo tanto bene."
"Io lavoro bene." Lui le passò una mano sulla testa, come ad u a bestiola fedele.
"Si, è vero, se brava. In qualche mankera vedrai che ce la caveremo. Mio padre mi spellerà vivo ma..." lei alzò il capo con aria rissosa.
"Non credo proprio, caro mio. Se la vede con me, prima." A Lucio fuggì un sogghigno pensando all'aria sorpresa che avrebbe assunto suo padre se mai fosse stato affrontato da quel donnino impavido dalla lingua tagliente. Avrebbe perfino potuto farcela, con l'effetto sorpresa dalla sua.
"Senti un po', fatina."
"Mm?"
"Adesso che abbiamo stabilito tutto, me lo dici per piacere se è figlio mio? " Isabella scosse la testa con aria cocciuta.
"Fra cinque anni, la prima sera che ceniamo a casa nostra, te lo dico." Lucio sbuffò e si appoggiò all'indietro, svincolandosi dal suo abbraccio, e accese un mezzo sigaro dopo averlo fatto apparire dall'interno della giacca con la destrezza di un prestigiatore.
"Testona." Commentò laconico, non senza un certo compiacimento nella voce.
Isabella si alzò e fece una puntata in cucina, per prendergli un boccone. Era un piacere fare da mangiare per lui, che mangiava con evidente piacere.
Rabbrividì stringendosi addosso la veste da casa. Glielo avrebbe detto anche subito, di chi era il bambino che le cresceva in grembo, e invece rischiava di non riuscire a farlo neanche il giorno che aveva fissato poco prima. Doveva confidare in un poco di fortuna, una volta tanto, che facesse arrivare questo bambino con una qualche somiglianza, perché lei non aveva idea di chi fosse, anche con tutta la buona volontà. Proprio non lo sapeva.

martedì 14 aprile 2015

62

Nei giorni successivi, al suo ritorno al lavoro e durante i suoi primi, timidi tentativi di riapertura verso il mondo esterno, Dario dovette scontrarsi con una realtà sgradevole, che non aveva mai intuito.
Non aveva mai capito quanta parte della benevolenza con cui ve iva trattato dagli altri, sia nella nuova azienda sia fra le sue conoscenze, dovesse all'instancabile socievolezza di Andrea ed alla protezione che gli derivaca dalla sua amicizia.
Era sempre stato Andrea a giustificare, con la sua risata pronta e i suoi modi cordiali, l'indole severa ed ombrosa di Dario, in modo tale che chiunque orbitasse intorno a loro finisse per vedere queste sue caratteristiche con occhio indulgente, in parte per le osservazioni ridanciane di cui ne faceva oggetto, che riducevano le sue quotidiane sgarbatezze a semplici eccentricità, ed in parte per il rispetto che le persone, fatte oggetto delle molte attenzioni di Andrea , non mancavano di avere nei confronti di quello che lui definiva senza alcun pudore il suo più vecchio amico.
Dopo essere venuto a conoscenza di ciò che era accaduto, però, il modo di considerare Dario era radicalmente mutato, per lui.
Era riuscito, all'indomani del loro incontro sulla soglia di casa, a parlare a Beatrice, che gli aveva apertamente raccontato ogni cosa, confermando parola per parola ciò che aveva saputo da Viola e Vittorio, quasi con un tono di umiltà, che non le aveva mai sentito. Alla fine della loro conversazione, si era perfino sentito porgere le sue scuse per non aver risposto alle sue chiamate.
"Ero talmente convinta che tu fossi d'accordo con lui, come al solito, che non me la sentivo di parlarti. Avrei dovuto almeno ascoltarti, prima, Andre. Mi dispiace." La voce di Beatrice suonava stanca e, in un qualche modo che gli riusciva familiare, sconfitta. Nessuna traccia della sua tradizionale combattività pareva esservi rimasta. Andrea si sentì stringere il cuore. Era la medesima voce con cui sua madre, negli anni difficili in cui doveva crescerlo senza alcun aiuto, la sera, tanto stanca da riuscire a malapena a mangiare un boccone, rispondeva alle sue domande sul perché lui non avesse un padre. Senza rendersene pienamente conto, stringeva il cellulare tanto che per ore gliene sarebbe rimasto il contorno impresso sul palmo.
"Niente di grave, cuginetta. Vorrà dire che mi devi una pizza riparatrice, okay?" Le disse in un tono leggero che contrastava follemente col suo viso serio. "Quel coglione di Malatesta?" Beatrice sospirò dall'altro capo del telefono.
"Dario sta un po' meglio, adesso, Andre. Non avercela con lui, dai. Vedrai che torna prima possibile, lo sai che non è il tipo da assentarsi troppo a lungo." I tendini spiccarono per un secondo sul collo di Andrea. Lo difendeva, perfino, come l'aveva sempre difeso. Quasi riusciva a vederli, con gli occhi della mente, lui a fare l'eroe tragico, come aveva sempre fatto dai tempi del liceo, e lei a corrergli attorno sistemando tutti i suoi casini. Chiuse rapidamente la chiamata coi pochi convenevoli di rito.
A chi gli chiese cosa fosse accaduto a Dario, in quei suoi pochi giorni di assenza, rispose che non lo sapeva né gli interessava. Non lo chiamò, né rispose l'unica volta in cui fu Dario a cercare lui.
Il messaggio che venne recepito da tutti coloro che gravitavano nella lpro orbita fu chiaro e lapidario: il dottor Malatesta non era più sotto la protezione di Andrea. Aveva fatto qualcosa di abbastanza grave da decadere, subitaneamente e completamente, dalla sua amicizia.
Coloro che si erano mostrati cortesi per l'affetto che nutrivano verso Andrea si sentirono, per lo stesso motivo, in dovere di schierarsi contro Dario in questa contingenza. Tutti gli altri, le cui reazioni al carattere senz'altro particolare di Dario erano sempre state mitigate dai modi solari  dell'amico, iniziarono a mostrargli scontento e franca antipatia.
Nel giro di poco meno di una settimana dal suo ritorno al lavoro, Dario si trovò di nuovo a stretto contatto con la sensazione, che lo accompagnava da una vita intera, di essere incapace di piacere a chiunque.
Non era uno sciocco e capiva, dei meccanismi interni che regolano i rapporti umani, più di quanto gli piacesse comunemente ammettere; la verità su quanto stava accadendo non gli sfuggì a lungo. Non avrebbe mai creduto che l'assidua, invadente presenza dell'altro potesse mancargli tanto e, allo stesso tempo, gli mancavano sia le idee su come porre rimedio alla spaccatura che si era formata fra loro, sia una qualunque altra persona a cui domandare consiglio.
Vittorio gli rivolgeva a stento la parola, mentre Viola badava a girarsi ostentatamente dall'altra parte ogni volta che aveva occasione di incontrarlo. Perfino Dora non faceva che osservarlo in silenzio, rispondendo con brevi monosillabi ai suoi tentativi di conversazione e presentandogli un volto lacrimoso ed intimamente offeso, quasi che lui l'avesse personalmente maltrattata.
Per la prima volta in molti anni, Dario avvertiva con forza schiacciante il peso della solitudine e non sapeva in che modo sfuggirne.

Beatrice osservava il profilo di Dario sotto la coperta. Il pesante tutore dei primi giorni aveva ceduto il passo ad uno più leggero, quasi invisibile in quel momento, e le ombre di stanchezza sotto i suoi occhi chiusi spiccavano vivide come lividi nella luce incerta della lampada da lettura accesa sul suo comodino.
Ancora le sembrava strano averlo di nuovo nel letto al suo fianco e le capitava più spesso di quanto volesse di trovarsi, come i  quel momento, a guardarlo dormire.
Aveva un'aria incredibilmente fragile, mentre era abbandonato nel sonno, quasi infantile, con le labbra carnose appena socchiuse, segnate dalla cicatrice ormai familiare, e il bel naso diritto che stemperava la sua linea severa nella morbida curva naturale delle sopracciglia folte.
Stava cercando di essere guardinga, nel suo riaprirsi a lui, di tastare il terreno per comprendere fino a che punto ciò che c'era fra loro fosse intatto e dove invece non fosse che un ingannevole strato pronto a spezzarsi come ghiaccio sottile, ma, in momenti come quello, quando lo vedeva tanto innocuo ed indifeso e poteva darsi agio di saziarsi della sua vista senza il rischio di essere scoperta, non riusciva a fare a meno di amarlo, come l'aveva sempre amato, e di desiderare senza alcun senso critico che lui la avvolgesse nel calore del suo amore esclusivo ed incondizionato, come era sempre stato.
Se la ragione le diceva di frenare quello che sentiva e di procedere con cautela, il suo cuore non voleva altro che stringere ed essere stretto, per trovare lenimento e consolazione da tutto il dolore che aveva dovuto sopportare.
Si sentiva in bilico tra queste due opposte necessità  quasi in continuazione. Solo a notte fatta, come in quel momento, quando il sonno di lui la proteggeva dalla sua stessa avventatezza, si permetteva di lasciare cadere il pesodella ragionata valitazione e di lasciarsi sentire, semplicemente, senza analizzare né discutere ciò che percepiva.
Era infinitamente stanco, il suo Dario, questo lo vedeva senza sforzo. Stanco di una stanchezza basilare, fondamentale, che gli impallidiva il viso e gli affilava i lineamenti e le ricordava da vicino la lunga crisi che aveva vissuto durante il primo anno di scuola superiore. Negli ultimi mesi doveva essersi trascurato in un modo del tutto inusuale per lui, perché i capelli, che di solito portava cortissimi, quasi acconciati in un taglio di rigore militare, erano ricresciuti abbastanza da suddividersi in innumerevoli minuscole ciocche compatte, come fossero eternamente umidi. Era un fenomeno a lei familiare quanto la consistenza stessa dei propri capelli, quell'apparire costantemente bagnati, che dava ai capielli fini e chiari di lui ina consistenza simile a quella della seta fra le dita.
Beatrice ricordò quanto piacevole fosse quella sensazione e desiderò sentirli ancora una volta fra le dita. Era da tanti anni che li portava troppo corti per permetterglielo e la tentazione fu eccessiva, per lei.
Allungò la mano e gli passò le dita fra i capelli, spingendoglieli all'indietro, lontani dal viso, in una carezza lenta e leggera. Il senso di dolce familiarità che le risalì il braccio per espanderlesi nel petto era caldo e liscio come una cosa viva e quasi le fece salire le lacrime agli occhi. Raccolse le gambe, piegandole sotto le coperte ed accostandole al busto, e posò la testa sul proprio braccio allungato verso di lui, chiudendo gli occhi per non essere costretta a percepire niente altro, niente che non fosse il ritmo lento e musicale dei loro respiri intrecciati e lp scorrere delle sue dita fra i capelli di Dario. Tutto quello che era accaduto le pesò improvvisamente addosso, scatenando un'onda di cocente autocommiserazione, che, questa volta senza resistenza alcuna da parte sua, le provocò una profonda commozione. Piccole lacrime calde scivolarono fuori dalle sue palpebre chiuse trovando la via per il cuscino, senza destarle alcuno stupore. Era per se stessa che piangeva, per quello che aveva passato, per la solitudine che provava in quel momento, per la nostalgia di ciò che era stato fra loro e le pareva non dovesse tornare più. Piangeva per Beatrice e tutte le sue molte disgrazie e disavventure, senza provarne alcuna vergogna perché si credeva nascosta agli occhi del mondo.
La colse completamente di sorpresa il polpastrello asciutto e gentile che le attraversò la guancia, portando via con se quelle lacrime.
Beatrice aprì gli occhi e li sbarrò in un'espressione stupita. Dario le accarezzava il viso, pulendo ogni traccia di pianto con la punta delle dita, in perfetto silenzio, gli occhi resi quasi grigi dalla luce fioca della stanza fissi sul suo viso in un'espressione di franca comprensione. La sensazione che provò fu la stessa di quando, da bambina, veniva colta in flagrante mentre commetteva un piccolo misfatto: un senso confuso di vergogna e irritazione che la faceva arrossire e la portava a parlare più del necessario. Prese fiato per iniziare a spiegare l'accaduto, ma la stessa mano che le aveva tolto dal viso ogni traccia di lacrime le si posò leggera sulle labbra.
Dario socchiuse gli occhi, chiedendole silenzio, e Beatrice acconsentì posando le dita su quelle di lui, premendo la mano di Dario contro la sua bocca. Baciò la punta delle sue dita appena prima che lui la richiamasse a sé con un gesto delicato.
Bea gli si accostò dopo aver spento la lampada, tendendo il braccio all'indietro. Aveva letto nei suoi occhi un bisogno di contatto fisico che rispecchiava il proprio abbastanza da indurla a dimenticare, almeno per il momento, tutte le considerazioni e le razionalizzazioni su quello che era accaduto, sarebbe accaduto e sarebbe potuto accadere. Stanchezza, necessità e vuoto erano ben più forti di qualunque argomento la mente razionale potesse intavolare. Se mai era esistito un momento in cui instaurare una tregua, il momento era quella notte, in quel letto.
Nel buio quasi totale della stanza, le loro labbra si trovarono senza sforzo, come avevano sempre fatto, e le loro bocche si dischiusero l'una all'altra senza alcuna esitazione. Bea aveva pianto, ma il sapore amarognolo delle lacrime era anche sulla lingua di Dario e nella sua bocca mentre la baciava, attirandola a sé col braccio sano, lasciando vagare i polpastrelli prima sulle sue spalle, sotto la maglietta di cotone che la copriva, e poi sulla sua nuca, fra i suoi riccioli scuri, ritrovandone la primitiva resistenza, affondandovi come una bestiola nel nido della sua infanzia. Lentamente Bea si avvicinò sempre di più, arrivando a posare il petto su quello di lui, accarezzando, toccando, scivolando sotto il tessuto leggero che lo rivestiva, assaporando col tatto la sua pelle delicata e il contorno noto dei muscoli del suo addome e del suo petto.
Il buio della stanza, il silenzio totale ed avvolgente che contornava la loro passione quasi isolandola al mondo intero, erano elementi che venivano da lontano per loro, e portavano con sé la rassicurazione che solo l'abitudine può conferire a qualsiasi gesto, comune o bizzarro che sia.
Con un braccio immobilizzato contro il petto, l'unica cosa che Dario poteva fare era stringerla e toccarla con l'altra mano, quasi totalmente passivo nell'accettare con entusiasmo le sue carezze e le sue attenzioni.
Bea lo sentì respirare più in fretta, di un respiro più lieve, e strofinò dolcemente il fianco contro la sua erezione, strappandogli un piccolo sospiro. Sentiva di desiderarlo, nonostante fosse la prima volta che si scambiavano anche un solo bacio da quasi tre mesi, e sentì, allo stesso modo, il desiderio di Dario, che faceva da perfetro contrappeso e specchio al proprio, in un lento ed inesorabile crescendo.
Scese in uma carezza lungo il suo addome, lentamente, quasi esitando, prima di insinuarsi sotto le bande elastiche sovrapposte del suo pigiama e dei suoi boxer in un unico movimento. Il braccio di Dario la strinse più forte, quasi temessa di sentirla allontanare d'improvviso, mentre la sua mano incontrava la tumida e setosa resistenza del sesso di lui.
Lo accarezzò con dolcezza, delicatamente, seguendone i contorni con le dita, sentendosi straordinariamente rassicurata dal quei gesti che non riservavano alcuna sorpresa, alcuna menzogna, nella lpro semplicità animale. Sapeva dove gli piaceva essere toccato e in che modo e cosa sarebbe accaduto in reazione ad ogni piccola pressione e frizione.
Come la scia luminosa di una stella cadente, quasi troppo veloce perché fosse intellegibile, le attraversò la mente la comprensione di cosa lui amasse tanto nel suo lavoroeche doveva essere simile, in un modo che forse sarebbe suonato ridicolo se espresso a parole, a quello che stava accadendo ora: non eisteva possibile inganno o sotterfugio, non richiedeva alcuna interpretazione. Una catena di azioni e conseguenze limpida e lineare, che lasciavano a chi le compiva la sicurezza necessaria per pensare liberamente alla mossa successiva.
La mano di Dario, ancora sulla sua schiena, scese fino a trovare la curva delle natiche e si insinuò sotto il tessuto elastico delle sue mutandine.
Era tutto a posto, tutto al suo posto. Le sue dita lunghe ed agili conoscevano la strada quanto quelle di lei e si trovò col fiato corto in poco tempo.
Fu Beatrice a far sparire i vestiti che ormai li impicciavano, respingendolo dolcemente sul materasso con un bacio quando lui cercò di aiutarla. Le faceva piacere, un piacere tenero che aveva quasi dimenticato, prendersi cura di lui, prodigarsi di attenzioni sul suo corpo.
Nel tenue bagliore che i lampioni della strada riverberavano sul soffitto della stanza, il corpo eburneo di Dario si delineava fra le lenzuola scomposte come fosse scolpito nella pietra calcarea, interrotto solo dalla lieve peluria dorata del petto.
Col braccio sano, la attirò su di sé e Bea affondò le mani nel cuscino, ai due lati del suo capo, per un altro, lungo bacio. Fu solo a quel punto che lui ruppe il silenzio. Il suo viso aveva ritrovato, probabilmente inutilizzata da troppi anni, l'espressione di timido desiderio dell'adolescenza. Teneva la mano sul fondo della schiena di lei, in una muta richiesta, e gli occhi, che parevano divorati dall'ingigantirsi delle pupille, nei suoi.
"Posso?" Le chiese solamente, a voce bassa. Bea ridacchiò posandogli la fronte sul collo.
"Si che puoi, scemo." Il sorriso incerto di Dario, pallido ma non meno insinuante del solito, le sembrò quasi rischiarare la stanza. Poi lei indietreggiò appena. Prese il suo sesso e vi si strofinò contro, strappandogli un minuscolo mugolio di anticipazione e la mano di lui le afferrò la vita, chiedendo senza parole. Lo vide inclinare appena il capo sul cuscino per godere la vista del momento in cui entrava in lei, prima di abbandonarsi all'indietro, scoprendo la gola.
Beatrice si muoveva sopra di lui, seguendo senza riflettere il ritmo dei suoi fianchi, stringendo il suo corpo fra le cosce, dimentica di sé e di ogni altra cosa nella marea crescente del piacere che le montava dentro. Le sue mani, che vagavano sull'addome di lui, si afferrarono nel momento in cui lei si piegò in avanti, quando ciò che provava si fece intenso davvero.
Dario si muoveva sotto di lei come un'onda, assecondandola, cercandola, assaporando ogni sospiro ed ogni gemito che le strappava. Una sottile linea verticale apparve fra le sue sopracciglia e le sue labbra si schiusero appena, mostrando il biancore perlaceo dei denti. Il cuore gli galoppava nel petto, un galoppo sfrenato, e ogni suo senso non gli rimandava altro che dolcezza, piacere, dalla liscia consistenza delle lenzuola che lo avvolgevano alla soffice stretta delle cosce di Bea attorno ai fianchi; la accarezzava, con la mano libera, la sua schiena, le gambe, ogni punto di lei che risuscisse a raggiungere.
La sentì arrivare all'apice del piacere, le dita minute che stringevano la sua carne, le piccole unghie affilate che affondavano in mezzelune sul suo petto, e gli parve di averla ritrovata e fu dolce, per lui, quando finì, perché la sentiva di nuovo vicina.
La attirò sul suo petto, dopo, osservando il viso di lei posarsi sull'ombra tatuata della sua mano, sul rilievo quasi scomparso delle cicatrici che formavano il suo nome e si accorse, sentendosi ridicolo, di essere sul punto di commuoversi. La loro pelle, rivestita da un sottile strato di sudore, aderiva tanto strettamente da dare loro la sensazione di essere una cosa sola. Il cuore di Dario batteva con forza, come quando qualcosa lo turbava, ma con la lenta regolarità di sempre e, ascoltandolo, nella protezione sottintesa dal suo abbraccio, col suo calore a cacciare via il fresco della notte, Beatrice stava scivolando pian piano dalla veglia al sonno.
"Mi dispiace tanto." Il sussurro di Dario la colse di sorpresa e lei riaprì gli occhi, senza muoversi. "Oh, Bea, mi dispiace tanto. È colpa mia. È colpa mia e ho ma dato tutto a puttane, come mio solito, sono riuscito a mandare tutto in vacca. Sono stato io. È solo colpa mia e non ho giustificazioni. "
"No, non le hai." Rispose Bea sempre seminascosta sul suo petto.
"Pensi che mi perdonerai?"
"Dario, se sono qua..." lui trasse un profondo respiro.
"Se sei qua è per lo stesso motivo per cui io non potevo andare via mentre ero arrabbiato. Perché volenti o nolenti io e te siamo legati. Ma vorrei davvero che tu mi perdonassi, anche se non ho niente per meritarmelo. Però ti amo tanto, Bea. Ti amo davvero e penso di non farcela, se ti perdo così. Non so cosa fare." Bea si accorse con sgomento del tono di assoluta resa nella voce di lui. Era come sentire una voce che proveniva dal fondo di un pozzo.
"Dario, io ti voglio perdonare, ma non so quanto tempo mi ci vuole." Gli rispose, in piena sincerità. "E non so se tutto può tornare come prima. Insomma, tu..."
"Non avrei mai dovuto lasciarti cadere. Mi dispiace. Se potessi fare qualcosa per riparare, qualsiasi cosa, lo farei." Bea strinse le labbra. Era una delle cose che più spesso aveva tormentato i suoi pensieri, ritornando indifferentemente nel sonno e nella veglia con la tormentosa regolarità di un bombardamento pubblicitario, quel momento in cui aveva avuto la certezza di averlo perso per sempre. Sentiva il cuore di Dario, sotto il suo orecchio, vicino al suo viso, battere contro il petto con la disperazione di un prigioniero che implori di uscire.
"Non credo che ci sia niente da fare. Ormai è andata così." Gli rispose con voce velata. Lo sentì annuire, senza muoversi per vederlo.
"Hai ragione. È successo, ormai. Io...volevo solo dirti che so che è colpa mia. Che non cerco scuse, ecco." Bea respirò lentamente.
"Allora adesso mi credi? Ci credi che non sono stata con nessun altro?" La domanda suonava maledettamente vicina ad un ricatto morale perfino alle sue stesse orecchie, ma non poté impedirsi di porla. Era troppa la rabbia e l'umiliazione di vedersi reputata tanto indegna di fiducia.
Il respiro di Dario si interruppe per un momento, poi tutta l'aria abbandonò i suoi polmoni.
"Bea..." abbassò gli occhi su di lei, che non si era mossa affatto. Restava ranicchiata contro di lui, stretta al suo cuore, e in quella stretta quasi convulsa Dario non faticava a leggere il profondo desiderio di riaverlo indietro, di riaverlo per sé, e il suo bisogno di essere creduta. Conosceva Beatrice da prima ancora di quanto riuscisse a ricordare, in ogni particolare. L'aveva vista perdere la calma migliaia di volte, crollare abbattuta centinaia, fare cose stupide, cose schifose e cose noiose più volte di quante riuscisse a riportare alla memoria. Conosceva le sue debolezze quanto le proprie: era orgogliosa, testarda e facile all'ira, impulsiva e più fragile di quanto mai avrebbe ammesso, perfino di fronte alla più patente evidenza. Era anche una pessima bugiarda, lo era sempre stata. Il massimo che riuscisse a fare era di alterare di poco la realtà dei fatti, omettendo i particolari che la ostacolavano quando voleva ottenere qualcosa. "Ripetimelo ancora." Le chiese. Lei sbuffò.
"È figlio tuo."
"È biologicamente figlio mio?"
"Cosa vuoi, i dettagli?" L'abituale tono tagliente fece capolino nella sua voce e lei girò la testa per guardarlo in faccia. "Allora eccoteli, i dettagli. In una meravigliosa notte come questa hai eiuaculato milioni di spermatozoi dentro di me. Evidentemente da quando mi è tornato il ciclo doveva esserci in giro qualche ovulo fertile e questo ha dato inizio al meraviglioso processo della vita. Contento?" Dario batté le palpebre.
"Ti era tornato il ciclo, è vero." Lei gli assestò una manata sul petto senza alcuna forza. Sembrava perfino più sfinita di lui.
"Ti odio." Si lamentò risistemandosi contro il suo petto. Dario raccolse il lenzuolo manovrandolo con la punta delle dita e ricoprì i loro copri nudi, stringendosela al fianco. "Ti odio e ti detesto e non ti perdonerò mai, neanche in punto di morte. Io neanche lo volevo, un bambino, e adesso guarda qua. Guarda che cazzo hai combinato, brutto cretino con le pigne nella testa, deficiente, spilungone cagacazzo che non sei altro, idiota presuntuoso." Lo insultava senza energia, in una fiacca tiritera che lo intenerì più che offenderlo. Le baciò il culmine della testa.
"Certo che ti credo."
"Bravo. Adesso puoi ufficialmente mettere nel tuo curriculum che sei un imbecille, allora." Il fioco mormorio di Bea si andava smorzando. Trattenendo a stento una risata, Dario si rese conto che la stava ascoltando addormentarsi.
"Si, Bea, va bene. Tutto bene. È tutto passato." La sussurrò cercando di dare alla propria voce un tono rassicurante.
"Non è vero." Mormorò ancora lei, quasi addormentata.
"Allora vuol dire che mentre aspettiamo che passi ti tengo stretta, va bene? Ci sono io. Dormi." In un movimento appena  percettibile, già a a mezza strada verso il primo sogno, Beatrice annuì contro la sua pelle.
Dario si addormentò molto più tardi, riflettendo che, forse, c'erano meno danni di quanti avesse creduto. Dopotutto, era sempre stato un pessimista.

martedì 7 aprile 2015

61

Il percorso verso l'ospedale, nella macchina color fragola di Beatrice, fu dapprima tanto silenzioso da sembrare irreale.
Dopo lo scoppio di violenza di poco prima, ora entrambi si sentivano come svuotati di ogni volontà.
La primavera aveva iniziato ad allungare i suoi viticci sulla città, ingemmando gli alberi a bordo strada e facendo capolino, coi primi fiori stenti e selvatici, dalle chiazze di erba scolorite dall'inverno che resistevano coraggiose in mezzo al cemento delle aiuole e degli spartitraffico e il cielo era di un azzurro slavato che pareva accordarsi per tacito sostegno agli occhi sgranati di Dario, raggomitolato in una posa scomoda sul sedile del passeggero.
Stava elaborando ciò che era accaduto, Dario, in apparenza fissando, privo di ogni espressione, il paesagggio che gli scorreva accanto, ma viaggiando, all'interno, in un panorama di concatenazioni logiche in cui ogni sintagma era provato, collaudato, rigirato e poi posizionato o scartato con meccanica precisione. Un largo segno rosso scuro gli creava un'ala d'ombra al lato del viso, dove si sarebbe formato un livido, e la spalla malamente slogata gli faceva un male d'inferno, ma lui non era turbato da questo.
Era troppo concentrato per permettere a qualunque turbamento di toccarlo.
La reazione di Beatrice lasciava presupporre molte cose, la maggior parte delle quali decisamente positiva e, quando ebbe terminato di costruire le sue ipotesi in un modo tale che la sua stessa mente non riuscisse non solo a smontarle, ma nemmeno ad attaccarle, si decise a domandare la conferma della parole di lei.
"Bea?"
"Cosa vuoi?" Mentre era alla guida, una sottile linea verticale era apparsa fra le sopracciglia di Beatrice. La vicinanza di Dario, il suo odore che riempiva l'abitacolo, il ritmo del suo respiro accelerato dal dolore fisico, stavano addolcendo un sentimento che non voleva permettersi, col risultato di farla sentire debole ed infuriata al contempo.
"Quindi alla fine adesso possiamo parlare?"
"E parla. Chi te lo impedisce?" Dario tentennò il capo.
"Ah, allora va bene. Non pensi di sbattermi fuori di casa, giusto?" Bea sbuffò dal naso.
"No. Non ti sbatto fuori di casa."
"Bene. E dalla tua vita neanche, no?" La voce di Dario si alzò garbatamente sull'ultima parola, dando alla domanda un tono di urgenza. Bea tamburellò con le dita sul volante. Avrebbe dovuto farlo, questo era certo. Dopo quello che era successo, avrebbe dovuto strapparlo via da sé come fosse un brutto vizio. Si fermò ad un semaforo, l'auto circondata da ogni lato dalla fila scomposta di macchine, scooter e biciclette che si ammassavano nelle tre corsie direzionali, e lo guardò. Era il solito Dario, né più né meno. Pesto, coi nervi a fior di pelle rigidamente contenuti dal solito atteggiamento di fredda logica e gli occhi cerulei spalancati, come quelli di un bambino timoroso, in attesa della sua risposta. Volle essere sincera.
"Se fossi furba dalla mia vita ti avrei già escluso da due mesi, brutto scemo, lo sai?"
"Posso capire le tue motivazioni. Ma la domanda resta."
"Non ci riesco, Dario. Anche a volerlo, alla fine lo so che non sono capace, quindi tanto vale farla corta: no, non ti caccio via da me."  Dario annuì brevemente, il viso pallido composto e serio che non mostrava l'enorme sollievo provocato dalla risposta di lei. Quell'orribile, tremendo senso di vuoto divorante che aveva iniziato a scavargli dentro come acido corrosivo quando si era visto chiudere la porta in faccia si allentò come per magia e il suo petto si allargò in un istintivo respiro liberatorio.
"Bene. Sono contento. Bea?"
"Oh?" Rispose lei, infondendo in quell'unica vocale tutta l'esasperazione che provava. Dario strinse i denti fino ad avvertire un sapore metallico in bocca.
"Io ti amo."
"Ho notato. Veramente,  si, trasuda proprio."
"Sul serio. Io..." stava per raccontarle ogni cosa. La solitudine che lo aveva avvolto come un gelo nelle ultime settimane, la sensazione che non sarebbe stato in grado di sentire mai più nulla, il senso di ovattato isolamento che aveva ottuso ogni sensibilità dentro di lui, come se si trovasse dietro ad uno spesso vetro antiproiettile ad osservare tutto il mondo scorrergli accanto. Perfino di Stella, avrebbe voluto raccontarle, aprendole il suo cuore come aveva fatto ogni volta, lasciando che lei decidesse cosa farne. Poi la vide, in un gesto inconsapevole, sfiorarsi appena il ventre ancora piatto, come a consolare e rassicurare il piccolo abitante all'interno, e la gelosia lo morse a fondo, nel punto più riposto della sua anima, ammutolendolo. Non poteva dar sfogo al fuoco che tentava di sollevare il capo dentro di lui, sentendosi appeso ad un filo, ma nemmeno ignorare il dolore profondo che provava, al pensiero che qualcun altro l'avesse stretta, toccata, come lui solo poteva. Una danza di punti luminosi si assiepò al margine del suo campo visivo e, finalmente, ricordò di respirare.
"Tu cosa?" Lo incalzò Beatrice.
"Io vorrei che mettessimo a posto questo pasticcio. Ti va?" Lei gli scoccò uno sguardo in tralice, diffidente. Non gli fu difficile leggerle negli occhi il desiderio di acconsentire, né la paura di farlo. Attese in silenzio.
"Non lo so se riesco a fidarmi ancora, dopo quello che è successo." Rispose Bea dopo un breve silenzio. Continuare a guidare e mantenere un tono di voce misurato e neutrale, insieme, stava richiedendo tutta la sua concentrazione. Una parte di lei, forse perfino una buona metà, avrebbe voluto solo accostare l'auto, nascondere il viso sulla spalla sana di Dario, e sciogliersi in lacrime al solo fine di farsi consolare di tutto il dolore, il disumano, incredibile, indicibile dolore che aveva patito nel sentirlo andar via da lei. Esisteva però un'altra parte, ora, quella parte di lei che era sorta dalle nebbie degli istinti primordiali come richiamata dal cupo rullo del cuore di suo figlio, che avrebbe voluto approfittare di quel momento di debolezza che lui stava dimostrando per metterlo in ginocchio, una volta per tutte, e costringerlo ad assumere una posizione che gli impedisse di far del male a lei ed al suo bambino da quel giorno e per sempre. Che avrebbe voluto fargli tanto male, ora che la sua parte più tenera era scoperta come la gola di un nemico atterrato, da spaventarlo per il resto della vita, abbastanza da fargli rifuggire qualunque atteggiamento pericoloso.
"Bea..." avvertì la rabbia in fondo alla voce di lui e la sua parte più aggressiva alzò il capo, pronta ad attaccare alla prima avvisaglia di aggressione. Poi Dario emise un lungo sospiro. Pareva stanchissimo, stanchissimo e molto indolenzito, e per nulla propenso ad attaccare lite. "Bea, faremo quel che potremo." Concluse, posando la fronte bollente sul finestrino. Era abbattuto. Rivoleva solo la sua Bea, la sua altra metà, il resto della sua vita, senza inutili complicazioni o campi minati su cui camminare con l'attenzione che si deve ad un rischio mortale. Voleva solo sdraiarsi accanto alla sua Bea, chiudere gli occhi e lasciarsi carezzare fino a che il sonno non fosse arrivato a prenderlo, ma non era stupido. Sapeva di non poter avere ciò che voleva ora, subito e senza sforzi. Si rendeva conto che sarebbe stato un lungo riavvicinamento e non privo di scosse e che, con ogni probabilità, quello che era accaduto avrebbe comunque lasciato una cicatrice impossibile da cancellare. Un piccolo dolore sordo gli contrasse lo stomaco, dove nessuno l'aveva colpito, fuorché la compresione di queste cose.
"Sai" disse Bea rompendo il silenzio, con gli occhi fissi alla strada. "A volte vorrei che potessimo tornare ragazzini." Dario girò appena il viso verso quello di lei. Era consolante sentirla esprimere sentimenti tanto vicini ai suoi.
"Anch'io. Litigheremmo, ci diremmo tutto quanto, e poi finirebbe lì."
"Già. Ma non si può più fare, vero?" Dario emise un suono che era a metà fra un singhiozzo ed una risata.
"Mi sa di no. Troppe...come dire..."
"Sovrastrutture." Concluse lei annuendo piano. Lui si unì al suo annuire, sporgendo le labbra.
Beatrice parcheggiò l'auto più vicino possibile al pronto soccorso e lo guardò, voltandosi sul seggiolino.
"Dario?"
"Mm?"
"Se ci fossero meno sovrastrutture cosa mi diresti?" I loro occhi si incontrano. Gli occhi giallastri di Bea sembravano cercare qualcosa dentro di lui e, improvviso e vivido, lo colpì il ricordo del giorno in cui si erano ritrovati, quando, entrando nella sua stanza, l'aveva trovata ad abbracciare la foto di lui ragazzino. Capì in un lampo cosa stava accadendo. Bea non cercava un dialogo serio e maturo. Bea stava da cane e voleva il suo Dario. Il suo stomaco si strizzò ancora un poco, come una spugna ormai molle ed ebbe un piccolo sorriso.
"Ti direi che sono geloso, ma geloso da ammazzarti con le mie mani. Che non posso neanche pensare che hai fatto uma cosa del genere. E che voglio sapere il nome. Perché dovesse essere anche l'arcangelo Gabriele ti giuro che lo faccio sanguinare da tutti i buchi e poi ci verso l'aceto dentro. Contenta?"
"Sei andato via per non ammazzarmi?" Qualcosa dentro di lui si era sbrigliato, quando aveva dato libero sfogo alle parole, ed ora non riusciva a riacchiapparlo. Avrebbe voluto riportare la conversazione su di un tono più maturo, ma quasi subito gli sfuggì di mano.
"Vedi, Beatrice, a volte è meglio evitare di dar sfogo ai sentimenti troppo violenti. Perché altrimenti all'ospedale ci finivi tu, due mesi fa, e ti assicuro che quando avevo finito con te potevi anche andare in giro nuda, ma nessuno ti avrebbe più toccata. È chiaro?" Beatrice deglutì udibilmente. Gli occhi di Dario erano due pezzetti di metallo freddo, che le pungevano la pelle. Era serio, molto serio. Davvero credeva che lei l'avesse tradito e la violenza dei suoi sentimenti la sgomentò. Pensò rapidamente a tutte le volte in cui si era trovata alla sua mercè, nida, completamente legata, sotto la lama di un coltello che avanzava lento fra la sua pelle e la stoffa dei vestiti. Quanto gli sarebbe stato facile condurla in una situazione simile e ridurla in uno stato tale che nemmeno lei stessa avrebbe potuto più sopportare la propria vista? E quanto aveva desiderato, realmente, farlo?
"Chiaro." Rispose, con voce incredibilmente ferma. "Ma tanto per fartelo sapere, Dario, io non sono stata con nessun altro."
"Non raccontarmi stronzate."
"Non racconto stronzate. Guardami in faccia. Non sei capace di capire quando sono sincera? Non sono stata con nessun altro, Dario. È figlio tuo."
"E allora perché...?" chiese lui quasi urlando. Allo stesso volume rispose lei.
"E cosa vupi che ne sappia, io? Non sono mica un dottore! Ma ce n'è tanti là dentro" Accennò all'ospedale col capo, in un gesto secco. "Fatti dare una controllata, già che ci sei! È tuo, ti dico!" Impossibilitato a prendere a puni il cruscotto come avrebbe volito, Dario si ritrovò a batrere i piedi sul fondo dell'abitacolo, come un bambino bizzoso, e quello stesso geto incrementò ancora la sua furia, apparendogli ridicolo.
"Non me ne frega un cazzo di chi è il bambino!"
"Ah no?" Chiese lei in tono di sfida.
"No!" Ruggì lui in risposta. "È di te che me ne frega, brutta deficiente! Non lo so di chi è lui, ma te sei mia!" Il volume della sua voce, nello spazio ristretto dell'abitacolo, risuonava eccessivo e quel 'te', che proveniva dalla loro infanzia come un relitto conservato perfettamente nel bel mezzo del tempo sbagliato,  le parve decisamente più eloquente di qualunque discorso.
Beatrice allungò la mano e gli strinse dolcemente la gamba, appena sopra il ginocchio.
"Va bene, Dario, ho capito. Faremo quel che potremo. Adesso, però, andiamo dentro, dai." Dario tremava leggermente, scosso fra dolore fisico ed emozioni tanto forti da lasciarlo stordito, come dopo una febbre violenta. Crollò il capo e si lasciò aiutare ad alzarsi dal seggiolino.
Non capiva fino in fondo cosa fosse accaduto in auto. Una parte di di ciò che era successo gli rimaneva oscura, ed era, per amor di precisione, come diavolp avesse fatto ad addolcire lo sguardo cupo e chiuso di Beatrice, che gli sedette accanto, con la piccola mano calda posata sul suo ginocchio, per tutto il tempo in cui dovettero aspettare al pronto soccorso.
Non capiva quale delle cose che aveva detto o fatto avesso potuto produrre quel cambiamento, ma ne era talmente feloce da sentirsi impietrito. Era assalito da una debolezza di malattia dopo lo scoppio d'ira di poco prima e temeva confusamente che qualsiasi cosa potesse dire l'avrebbe riportato indietro sulla strada che avevano percorso.
Quando lo chiamarono nell'ambulatorio, fu solp con un cenno cortese del capo che liese di rimanere ad aspettarlo, invece di accompagnarlo.
Bea aggrottò appena le sopracciglia, ma si rilassò contro lo schienale in plastica sagomata della sala d'attesa, dando mostra di obbedirli senza domande.
Il medico fece ciò che doveva fare con efficiente precisione. Lo schiocco soffocato del suo omero che ritornava in sede non gli strappò più di un grugnito di dolore, guadagnandogli uno sguardo di soddisfatta valutazione da parte dell'uomo in camice bianco, che lo osservava da un'altezza quasi pari alla sua.
"Non è la prima volta, eh, signor..." scorse un foglio sulla scrivania, probabilmente il modulo he gli presentava il suo caso, cercando il nome di Dario, che gli venne in soccorso.
"Malatesta. No, la terza." L'altro sogghignò toccando l'articolazione con dita esperte, per controllare che ogni cosa fosse a posto.
"Deve essere una vita interessante, la sua. Bellissimo ematoma. Lavora nel campo delle demolizioni?" Gli chiese ironicamente, accennando col capo all'ampia chiazza scura che andava formandosi sulla sua spalla e a quella che le faceva da contrappeso sul viso.
"No. Sono un chimico. Si è rotta una porta in casa."
"Ah, capisco. Brutta cosa, il bricolage. La prossima volta, però, le suggerisco di prendere qualunque cosa si rompa a calci, perché questi tendini ne hanno già avuto abbastanza." Si interruppe per un attimo per fargli alzare dolcemente il braccio. "Oppure può continuare sulla falsariga delle facciate. Come preferisce." Dario non rispose, mostrandosi completamente intento a fissare una chiazza di umidità che si allargava nei pressi della finestra. Si vergognava terribilmente, nonostante il tono di voce dell'altro fosse pacifico e comprensivo. Il momento di silenzio si dilatò e lui si perse nei suoi pensieri o, meglio, nel grande vuoto di sfinimento che occupava la sua mente, al punto che, quando il medico gli rivolse una domanda, non lo sentì affatto.
"Mi scusi? Non ho capito."
"L'ha picchiata forte, la testa?" Dario crollò il capo.
"Ero distratto. Può ripetere?"
"Chiedevo se le costole sono a posto. Le fa male quando respira? Riesce a parlare senza dolore?" Lui ripensò alle proprie grida irate, a come riempivano l'abitacolo della minuscola auto di Beatrice, ingombranti come una presenza fisica, e contrasse la bocca ad un sorriso involontario.
"Nessun problema." L'altro gli premette il fianco con mano ferma.
"E se faccio così? "
"Potrei ricordarle che sono sposato, ma niente di peggio." Capotava spesso a Dario di scherzare, anche in modo triviale, mantenendo un tono ed un viso perfettamente composti, tanto che riusciva difficile alla maggior parte delle persone capire che stava giocando. Questa sua abitudine aveva contribuito non poco, negli anni, alla sua fama di algido e serioso. Rimase quindi piacevolmente stupito quando il medico ridacchiò divertito alle sue parole.
"Tranquillo, tranquillo, lei non è il mio tipo. Preferisco le persone più basse di me e con più tette." Dario annuì.
"Io reputo requisito indispensabile anche l'essere l'unico della coppia a pisciare in piedi, ma i gusti sono gusti." Risero di nuovo insieme ed il senso di simpatia e cameratismo aumentò. Dario rimase in silenzio qualche secondo, abbastanza perché l'altro sollevasse un ingombrante tutore di tessuto scuro daltavolo sotto la finestra e tornasse verso di lui, per aiutarlo ad indossarlo e dargli tutte le raccomandazioni del caso. Era evidente, e certo non gli sfuggiva, che le pocheparole che il medico aveva scambiato con lui non erano altro che convenevoli propri del suo lavoro, ciò non di meno una delle cose che Beatrice gli aveva detto in macchina continuava a rimbalzare dal ricordo al pensiero e viceversa, come sfidandolo a provare che aveva torto. Conviveva da troppi anni con lapropria timidezza per non sapere che una tale combinazione di istintiva simpatia, debolezza delle sue difese e tormentosa curiosità non si sarebbe ripetuta facilmente. Se avesse lasciato perdere ora, non quella domanda sarebbe scivolata sotto strati di dubbi e giustificazioni, fino a scivolare via del tutto, rimanendo solo un rimorso che, di tanto in tanto, sarebbe uscito a pungerlo come un coccio di vetro nascosto fra le frange di un folto tappeto. Prese fiato e coraggio.
"Lei è un medico, vero?" L'uomo in camice si immobilizzò mentre stava chiudendo il pesante tutore e, con aria sarcastica, fissò se stesso e il badge che gli penzolava dal taschino.
"Da cosa l'ha notato?"
"Si, cioè, volevo dire, nel senso...se le facessi una domanda da medico, anche se non c'entra col motivo per cui sono qui?" L'altro gli sorrise e d'improvviso Dario si rese conto che poteva avere all'incirca la sua età.
"Come funziona esattamente la faccenda dell'avere dei figli o non averne?" Le parole suonarono assolutamente sbagliate alle sue orecchie, mentre nella sua mente erano tanto ordinate, e per un attimo Dario si odiò con un'intensità tale da spaventare perfino se stesso.
"Mi prende in giro, vero?" L'espressione negli occhi del suo interlocutore era di educato spavento.
"Aspetti. Non sono stato chiaro. Vorrei come dovrei fare esattamente per sapere se sono in grado di avere figli o no." Chiarì parlando in fretta. Sentiva il familiare nodo alla gola diventare sempre più grosso e dolproso e temeva di non essere in grado di spiegarsi prima che questo gli togliesse ogni capacità di parola.
Per nulla stupito o sconcertato, il giovane medico gli spiegò con dovizia di particolari quello che avrebbe dovuto fare e gli suggerì perfino il nome di qualche professionista cui avrebbe potuto rivolgersi, se avesse voluto sottoporsi all'analisi di cui aveva domandato.
"Allpra, vuole che le scriva il numero?" Gli chiese infine, alzando appena per un attimo gli occhi dalla scrivania, dove era seduto da un paio di minuti scrivendo placidamente il suo referto, mentre gli parlava. Dario annuì in silenzio, grato che l'altro paresse comprendere lo stato di profondo disagio che quell'argomento gli provocava.
Uscì dall'ambulatorio sentendosi insieme più leggero e più pensieroso di quando era entrato.

Bea aveva passato quei quaranta minuti di attesa a dimenarsi sulla scomoda sediolina di plastica arancio stinto fuori della porta.
Ora che si era calmata, si sentiva in colpa per aver alzato le mani su Dario. Le sembrava di aver commesso un'azione infinitamente più riprovevole di quello che mai sarebbe riuscita a spiegare a chi non era cresciuto con loro. Le sembrava, in buona sostanza, che Dario ne avesse prese fin troppe, durante gli anni della loro infanzia e della prima giovinezza, e di essersi comportata niente affatto meglio di come avrebbe fatto zio Lucio, in una situazione analoga.
Questo lungo giro di pensieri la riportò all'interrogativo che si era posta spesso in quelle ultime settimane: si chiedeva, da qua do aveva saputo di aspettare un bambino, se sua madre fosse stata sincera con lei, quando l'aveva rassicurata a proposito della sua paternità.
Mettendosi nei panni di Isabella, capiva di non poter confidare nella parola di sua madre. Non le avrebbe mai detto la verità, se lei fosse stata figlia di Lucio, perché quell'ammissione avrebbe portato con sé anche la necessità di ammettere che le era stata preferita Sissi, nonostante entrambe gli avessero dato un figlio; perché questo avrebbe significato spezzare l'ultimo, labile legame, quello del sangue, che univa Beatrice a Rodolfo e, imfine, perché Isabella non poteva non sapere cosa provasse lei per Dario, cosa avesse sempre provato, perfino a distanza di anni, perfino quando la assisteva, nella sua rapida discesa verso la morte, e non poteva non sapere che una tale verità avrenbe finito con il distruggere gli ultimi residui di sentimento, di dolcezza, che il cuore di sua figlia era riuscito a conservare.
No, riflettè ancora una volta Beatrice, cambiando posizione senza trovare requie, se anche così fosse stato, lei non glielo avrebbe mai detto, confidando nel fatto che non sarebbe cambiato nulla, non avrebbe avuto alcuna importanza, quella sua pietosa bugia.
Invece ora, ora che dentro di lei cresceva il figlio di Dario, avvenimento che certo Isabella non avrebbe mai potuto prevedere, quel particolare importanza ne assumeva, e molta. Le scarse cognizioni mediche di Beatrice non arrivavano a supportarla nel comprendere quale potesse essere la portata di un simile fatto, ma un senso di nebulosa angoscia la torturava.
I pochi che erano a conoscenza della parentela fra lei e Dario avevano sempre fatto riferimento al rischio per i loro eventuali figli e lo credevano solo cugini. Il ricordo dei visi disgustati e dei commenti crudeli che aveva sentito in merito durante la sua infanzia era ancora straordinariamente vivo in lei e la pungolava.
Temeva che avrebbe dovuto affrontare, oltre ad una maternità ingombrante e del tutto indesiderata da entrambi, anche l'eventualità che loro figlio fosse imperfetto, forse perfino deforme. Sarebbe stata solo colpa loro, che non avevano voluto sottostare a ciò che tutti avevano sempre tentato di imporre loro. Un vago senso di punizione sospesa sopra il suo capo, come una spada di Damocle in attesa di cadere schiantandola, la angosciava nei momenti più inattesi.
Attendeva a giorni il referto dell'amniocentesi che le avevano praticato in quello stesso ospedale e, insieme al verdetto sulla salute di quell'esserino cui aveva iniziato, suo malgrado, ad affezionarsi, sarebbe arrivato anche il test di paternità. L'aveva fatto fare per poterlo sbattere in faccia a Dario, andando a rubare il suo spazzolino in una delle lunghe giornate silenziose in cui lui era al lavoro, ma, ora, lo aspettava con una curiosità divorante. Il ginecologo le aveva detto che dal test si sarebbe capito chiaramente quale rapporto di parentela li univa e le aveva detto anche che l'amniocentesi non avrebbe potuto prevedere ogni possibile problema, ma solo pochi fra i più gravi.
Quel pensiero, quel fardello le teneva i nervi tesi perfino qua do si stendeva per dormire ed era stato, certo, uno dei motivi per cui aveva perso la calma in modo tanto esplpsivo, qualche ora prima.
Avrebbe voluto potersi nascondere sul petto di Dario, come aveva sempre fatto quando le cose si facevano troppo opprimenti per lei, e cercare, anche solo nel suo quieto abnraccio silenzioso, la consolazione e la sicurezza di cui sentiva il bisogno, ma Dario continuava a non credere che il bambino fosse suo.
Era perplessa, infuriata e sdegnata di gornte a questo suo atteggiamento, ma sapeva, con l'infallibile istinto di una vita intera di conoscenza, che non sarebbe stato possibile smuoverlo dalla sua convinzione prima di avere in mano una prova tangibile, incontrovertibile, di ciò che gli andava dicendo.
Solo il suo scoppio di furiosa gelosia di poco prima l'aveva salvato dal ricevere lo stesso trattamento che lui le aveva riservato.
Nonostante tutto, il suo mugghiare esacerbato le aveva riportato davanti agli occhi l'amore che provava per lei con una tale veemenza che le era stato impossibile rifiutarlo. Dario era parte di lei, come i ricci che non conoscevano gravità né disciplina e le mani nervose e in perpetuo movimento. Non poteva fare nulla in proposito, ma non aveva intenzione di aprirgli il suo cuore per mostrargli le sue debolezze, non fi o a che lui era convinto della sua colpevolezza.
Lo amava, lo aveva sempre amato come fosse la sua stessa carne, ma sapeva qua to inesorabile e crudele lui sapesse essere quando si reputava nel giusto.
Lo vide uscire dall'ambulatorio con un senso di sollievo.
Si era aspettata di vederlo arrivare con una pesante fasciatura, come la prima volta in cui gli era capitato lo stesso imcidente, quando ancora erano ragazzini, e fu con un certo sollievo che guardò il tutore che manteneva al suo posto, da sopra i vestiti il braccio malandato.
Le parve molto più civile e comodo, rispetto al bendaggio quasi da reduce di allora.

Dario indovinò i suoi pensieri e la direzione della sua memoria senza dover chiedere nulla, solo osservando dove si posasse il suo sguardo. Le rigolse un sorriso pallido.
"Visto? Ci siamo evoluti." Bea lo sfiorò con le dita in una piccola carezza amichevole e gli sorrise a sua volta.
Entrambi si sentirono sollevati nel constatare che il vecchio legame esisteva ancora, nonostante il duro colpo subito.
Beatrice guidò verso casa il più rapidamente possibile. Non desiderava altro che un bagno rilassante e un lungo pisolino, pur sapendo che avrebbe dovuto intervallare queste due attività con un pasto, e sentiva che anche Dario non voleva altro se non riposare, dare il tempo alla propria mente di ritrovare una parvenza di calma e iniziare il processo di guarigione.
Un silenzio caldo e confortevole come una vecchia coperta li avvolse, nell'abitacolo. Il peggio era, in qualche modo, passato. Ora non restava che vedere cosa si fosse irreparabilmente guastato, cosa invece si potesse riparare e cosa, infine, fosse rimasto intatto. Entrambi, ognuno nella sua mente, ma con quella forma di sincronia del pensiero che li aveva sempre legati, stavano covando con tenera aspettativa la tranquillità e la riservatezza della loro casa, che gli avrebbe permesso di affrontare quel momento di incerto riavvicinamento al riparo da ogni pressione. Rimasero quindi piuttosto stupiti nel vedere l'auto di Andrea parcheggiata esattamente di fronte alla porta di ingresso, con annesso Andrea che, seduto al posto di guida e con le mani stese sul volante, pareva aspettarli da un pezzo con l'incrollabile pazienza di chi si è prefitto un compito che non ha alcuna intenzione di disertare.
Si scambiarono uno sguardo, comunicandosi l'un l'altro l'assoluta ignoranza sui motivi della sua presenza e sulle sue intenzioni.
Non fecero a tempo a scambiare nemmeno una parola, però, perché, non appena li vide accostare, Andrea esplose fuori dello sportello come un pupazzo a molla, dirigendosi a passo deciso verso Dario, ancora seduto, con le ginocchia che gli arrivavano quasi al petto, nella macchina di Beatrice.
Sembrava arrabbiato e lo era davvero: dopo l'illuminante telefonata con Vittorio, che non si era affatto formalizzato nel fornirgli ogni dettaglio di cui era stato messo a parte da Viola, aveva parlato e riparlato dell'intera faccenda con Elena e sua madre e, se lo aveva addolorato vedere Liliana sentenziare che non avrebbe mai più potuto guardare in faccia Dario dopo essere venuta a conoscenza di fatti tanto gravi, quello che lo aveva profondamente colpitomera stata la reazione di Elena che, solitamente la più sensata ed equanime delle donne, si era schierata completamente e senza alcun indugio. Non voleva rivedere Dario prima che quella faccenda fosse stata risolta. Nè per un caffè, né per caso, rientrando dal lavoro. Quando si fosse accomodato con Beatrice, allora se ne sarebne potuto riparlare, non prima.
Tutto questo, unito al personale giudizio di Andrea nei confronti di chi decideva di abbandonare a se stessa una donna in attesa di un figlio e all'orgoglio malamente ferito per non essere stato ammesso alla confidenza di quello che reputava il più caro dei suoi amici in una contingenza tanto grave si era trasformato, nel giro di pochi giorni, in un'ira profonda e tenace, che aveva portato a galla la parte peggiore di lui.
Non ricevendo risposta alle sue numerose chiamate, quindi, aveva deciso di aspettare davanti a casa loro fino a che non avesse visto Dario per dirgli il fatto suo.
Si avvicinò quindi alla portiera dietro cui sedeva l'altro e, senza aspettare nemmeno che aprisse, iniziò a parlargli.
"Tu sei una persona di merda. Punto. Non un coglione, non uno stupidone un tantino imbranato ma che in fondo è una brava persona, come ho sempre sostenuto, ma proprio una brutta persona." Esordì. Dario lp fissava con aria attonita da dietro al finestrino impolverato, troppo sfinito anche solo per protestare a quel trattamento. Bea spense la macchina con qiella che pareva una calma glaciale e si slacciò la cintura di sicurezza, sporgendosi poi per slacciare quella di lui. "E non è neanche solo questo, il problema. Il problema è che sei anche un amico di merda, uno che non ha neanche idea di cosa cazzo sia, un amico." Il dito di Andrea si agitava minaccioso al di là del vetro, accaparrandosi gran parte dell'attenzione di Dario, che ascoltava qiel torrente di insulti solo parzialmente donsapevole del motivo che li aveva scatenati. Beatrice, intanto, scese dall'auto e fece il giro per raggiumgere lo sportellomdel passeggero. Con un gesto cortese e deciso del braccio, fece spostare Andrea quel twnto che le occorreva per aprire. "Perché uno che dice di essere mio amico e poi mi tratta come un conoscente occasionale, parlandomi solo ed esclusivamente quando c'è da chiacchierare senza dire niente, vuol dire che proprio non lp sa, cosa sia un amico." Continuava imperterrito l'altro, mentre Beatrice aiutava Dario a srotolare la sua notevole lunghezza fuori dall'auto.
Andrea si fermò, perplesso, momentaneamente silenzioso, e, con l'indice ancora proteso, lo osservò da capo a piedi, prendendo debitamente nota del livido sul viso, del pallore e degli occhi vitrei e cerchoati e del pesante tutore di Dario.
"Ma cosa ti è successo?" Chiese poi, in tono incerto, lasciando cadere la mano lungo il fianco. Dario fece una smorfia.
"Sono caduto." Rispose laconico, avviandosi verso il portone di casa, lì ad un passo. Bea stava già sfoderando le chiavi. Era talmente seccata dalla rumorosa apparizione di Andrea, intempestivo come suo solito e rumoroso quanto basta per far scaturire in lei un fastidio priordiale, da non riuscire a tenere a freno la lingua.
"Si, su una pila di schiaffi, sei caduto. Entra in casa, dai." Chiosò cupa, spalancando la porta. Dario si rifugiò in casa, e Andrea prese fiato, poi lo lasciò andare in un lungo sospiro. La osservò stranito.
"Tu...?"
"Si, Vasirani, io. Qualcosa da dire?" Ribattè lei acida. Andrea scosse il capo e sollevò i palmi in segno di pace.
"No, no, tuo diritto. Solo , la prossima volta chiamami. Te lo lascio picchoare a te, ma mi piacerebbe almeno guardare." Bea sbuffò dal naso e richiuse la porta, senza invitarlo ad entrare.