domenica 30 novembre 2014

49

"Bea, per la miseria, mi fai male!" Sibilò Dario fra i denti, mezzo imprecando e mezzo ridendo. Lei sollevò gli occhi, separati da un netto ricciolo che formava una perfetta linea a spirale ricadendo fra le sue sopracciglia, sbirciandolo seminascosta sul suo petto.
Era accovacciata sopra di lui, raccolta come un gatto che stia per spiccare il salto, e Dario la vide come se la guardasse per la prima volta e, una volta di più, sentì il petto gonfiarsi della semploce gioia che fosse sua. Quella e, non poteva negarlo, una sottile scarica di desiderio, sentendo la setosa pelle nusda che aderiva alla sua e il riloevo deinpiccoli seni chengli premeva sullo stomaco. Era bella la sua Bea, la sua nanerottola fastidiosa, ora che sembrava solo una donna minuta e non più ĺa reduce di qualche crudele battaglia sanitaria, perfino più bella di quanto lp fosse stata da ragazzina, più bella di quanto lei stessa si rendesse conto di essere.
Dario cercò di sollevare la testa dal cuscino, per vederla meglio, per lasciar scorrere lo sguardo su quel panorama di pelle nuda che luccicava lieve nella penombra rischiarata solo dalla luce fioca che entrava dalla finestra, ma lei pareva aver imparato fin troppo bene come legarlo per limitare al massimo i suoi movimenti e, dopo un pallido twntativo, si lasciò ricadere all'indietro.
Le piaceva, di tanto in tanto, averlo così, a sua disposizione, in suo potere, e sottoporlo a lente, lunghe sessioni di tortura cui lui si prestava voletieri, conscio del fatto che, quando lo avesse liberato, avrebbe potuto e, in un certo senso, dovuto, prendere la sua rivincita.
Un nuovo morso lo colse quasi di sorpresa, forte e profondo. Sentì la sua carne stretta fra i denti di lei e la piccola lingua ruvida che strofinava la pelle, nella bocca. Un breve gemito gli sfuggì dalle labbra.
"Bea! Piantala! Slegami." La minuta trappola dei denti di lei si dischiuse e la sentì dissentire contro il suo petto, lentamente. Non voleva liberarlo. Non ancora.
Bea gli passò addosso le mani aperte, scivolando sulla sua pelle candida, che pareva quasi luminosa nell'argento pallido del plenilunio. Pareva fatto d'avorio, il suo Dario, finemente cesellato e lisciato dagli strumenti di una qualche volontà superiore, per finire poi fra le sue mani. La sottile ombra rossiccia dei peli sul suo torace non faceva, per contrasto, che aggiungere magggior concretezza all'illusione che la superficie che sfiorava con le dita fosse un continuo ininterrotto di pura perfezione. Sotto la consistenza compatta e cedevole della pelle, alle sue dita e ai suoi morsi d'amore si contrapponevano fiere la durezza di ossa e muscoli compatti. Non era certa di poter smettere quel che stava facendo, nemmeno con tutta la sua volontà. L'insieme di vista e tatto, esaltato dal profumo lindo e a suo modo sensuale che emanava dal suo corpo, le facevano desiderare di poterlo consumare come un frutto succulento. Era quello l'unico nutrimento che desiderava, nonostante si costringesse a mandare giù tutto quello che le veniva prescritto. Solo lui risvegliava davvero il suo desiderio di mangiare.
Si chinò con grazia su di uno dei piccoli capezzoli rosati, poco più che accennati, sul suo petto, e lo circondò con le labbra, sentendo fremere la pelle sotto il suo tocco. Dario mugolò una protesta.
"Bea, dai, fai la brava..."
"Mm." Posò i denti su di lui, premendoli, senza stringere, solo per lasciarglieli sentire.
"Bea..." tracciò il contorno di quella piccola sporgenza con la punta della lingua, strofinandolo e picchiettandolo fino a che non lo sentì eretto. Dario si scosse, come cercando di liberarsi con la sola forza, sussultando fra le sue gambe.
"Lasciami, zanzara!" Bea diede in uma bassa risatina di gola. "Lasciami! Questa me la paghi, lo sai?" Ringhiava a voce bassa, come nello sforzo di non farsi udire, nonostante la casa vuota. Bea iniziò la sua discesa, fermandosi di tanto in tanto sui punti che sapeva più sensibili per dedicarvi maggiore attenzione. Si soffermò sul suo addome, appena sopra al sesso di lui, per affondare con infinita delicatezza una serie di piccoli morsi. Lo accarezzò,  mentre lo faceva,  trasformando rapidamente i suoi ringhi in uma serie di brevi proteste a fiato mozzo. "Bea, amore, lasciami. Lasciami andare." La mano di lei si strinse attorno al suo sesso. Senza staccare la bocca dalla pelle di lui, Bea iniziò a spostare la pressione da un dito all'altro. Di nuovo il corpo sotto di lei si scosse, strattonando la corta catena delle manette. Simsarebne fatto male, se continuava, si sarebbe di nuovo fatto uscire i lividi. Sorridendo fra sé, Bea lasciò d'un tratto ciò che stava facendo e si allungò su di lui, pescando la piccola chiave d'acciaio dal mobile che faceva da testiera al letto.
"Stai buono, adesso ti slego." Gli sussurrò con dolcezza. Lui la osservava, in silenzio. Le bastò una breve occhiata alle sue iridi, ormai non più che sottili anelli che nella luce fioca parevano color argento, per capire la portata di quello che era riuscita a provocare. Fece appena in tempo a liberargli una mano, prima che lui guizzasse rapido a strappare la chiave di fra le sue dita. Torcendosi sul letto, aprì da solo l'altro anello d'acciaio, liberando l'altro polso, e poi, con un gesto che pareva di rabbia, sbattè la chiave sul legno lustro da dove proveniva.
Bea arretrò appena, con un sorriso di attesa sul volto. Non dovette attendere molto. Lui si prese appena il tempo di spingerla, a faccia avanti, contro i cuscini, e di girarle i polsi contro le scapole, reggendoli in una sola delle mani lunghe.

"Ma brava, veramente. Ti ci diverti proprio a vedermi andare in giro in maniche lunghe con questo caldo assurdo, eh, bastardella?" Dario la strinse appena a sé,  ostentando un viso duro che si sciolse in un mezzo sorriso non appena lei voltò la testa per guardarlo. Affondati fra le lenzuola, allacciati in un molle abbraccio, stavano lentamente scivolando verso il sonno, cercando entrambi di nom cedere ancora, di strappare ancora qualche minuto di chiacchiere al silenzio della notte. Mancava appena una settimana al giorno del loro matrimonio, una settimana esatta, ora che la lancetta dei minuti aveva oltrepassato la mezzanotte di quel sabato. Tutto quello che avevano passato in quegli ultimi mesi, tutte le tensionine le emozioni chensinerano andati accumulando su di loro come pesi invisibili, parevano essersi volatilizzati, lasciandoli tesi e in un certo modo quasi svuotati, ora che il momento che avevano immaginatonfin da quando non erano niente di più che dei ragazzini era diventato una cosa reale, che si avvicinava ogni giorno di più.
Dario aveva compiuto gli anni da pochi giorni e avevano approfittato del pretesto per concedersi una giornata lontani, loro due soli. Per mesi, anche senza parlarne l'uno con l'altra, era rimasta sospesa fra loro la convinzione che, non appena la data si gosse avvicinata a sufficienza, la loro famiglia di origine si sarebbe rifatta viva. Bea pensava che sarebbe successo certamente dopo il giorno in cui il divorzio di Dario era stato ratificato.
Invece, con loro enorme sollievo, come in conseguenza di un qualche miracolo in sordina, nulla aveva più turbato la loro pace dopo l'intempestiva visita di Stella, poco più di un mese prima.
"Domani pomeriggio, cioè" si corresse dopo una rapida occhiata al quadrante luminoso che occhieggiava dal suo comodino, recente acquisizione "oggi pomeriggio, ormai, vedo Andrea. Hai presete quanto mi prenderebbe in giro, se vedesse" allungò davanti agli occhi di Bea il braccio, segnato al polso da una netta linea arrossata e lungo la curva del bicipite dai netti circoli dei morsi di lei "questa roba? All'infinito. Non la finisce più, quello. Non è in grado di tenere chiusa la boccaccia, lp sai." Bea si voltò sulla pancia, ancora nello spazio fra il suo braccio e il fianco, e gli parò davanti agli occhi i polsi, su cui spiccavano nette le impronte della sua mano.
"Siamo pari, lagna. Smettila di lamentarti." Lo riprese ridacchiando.
"No che non siamo pari!" Protestò lui con aria falsamente indignata. "Guarda come mi hai ridotto, teppista! Sei un animaletto pericoloso, tu."
"Ma smettila, scemo. Tanto lo so che ci godi come un matto a far notare casualmente a quell'altro svitato i segni che ti lascio addosso." Le labbra di Bea si incurvarono in un sorriso maligno, mentre lo guardava distogliere gli occhi dai suoi e arrossire.
"Non è vero." Lei lo sfiorò sul petto con un bacio.
"Si che è vero." Sogghignava, divertita da quell'innocente ostentazione.
"Ti dico di no! E lo sai che ho ragione!" Nonostante tutto, nemmeno lui riusciva a mantenere seria la voce. Era semplicemente troppo divertente, quel gioco, tanto che lo ripetevano pressoché immutato da quasi trent'anni. Quel pensiero gli si ingigantì in mente, facendolo trasecolare. Fissò Bea stupito.
"Cosa c'è? " chiese lei vedendo la sua espressione mutare d'un tratto.
"Nana, ma ti rendi conto che ci conosciamo da trent'anni? Che è da trent'anni che noi siamo noi?" Bea strinse le labbra.
"Tanti, eh? Un bel po' di tempo."
"Trent'anni." Ripeté Dario a mezza voce. Gli pareva una quantità di tempo eccessiva, enorme, quasi caricaturale.
"Dario?"
"Mm?"
"A pensarci bene...trentanni che ci ricordiamo. Se facciamo il conto da quello che sappiamo, considerando le foto da neonati e il resto..." Bea lasciò la frase in sospeso. Non aveva bisogno di terminarla. Si conoscevano da tutta la vita, anzi, da prima ancora. Quando le loro madri, sorelle, si trovavano assieme, entrambe con il ventre teso nella curva dolce di una nuova vita, fin da allora, si erano ritrovati fianco a fianco, nella stessa stanza.
Si guardarono negli occhi, per un attimo scambiandosi il reciproco stupore senza bisogno di rompere il silenzio.
"Beatrice, sei la mia vita. Lo sai, si?" La sua voce era calma, sommessa, e non lasciava spazio ad obiezioni. Bea respirò lentamente nell'incavo della sua spalla, lasciando espandere il senso di calore che era nato nel suo petto.
"E tu la mia, Darietto. Tu la mia." Rispose dopo un attimo, posandonla fronte sulla sua pelle.
Il silenzio, un buon silenzio, caldo ed avvolgente, scese sulla stanza e li cullò dolcemente fino a che non presero sonno. Senza che loro potessero accorgersene, mano a mano che la notte avanzava, la lama di luce lumare che li aveva investiti a pieno scivolò lungo la stanza, fino a sparire, e il buio si aggiunse al silenzio, lasciando il solo calore dei loro corpi vicini a parlare.

Il giorno seguente venne e passò senza che Dario e Andrea riuscissero ad incontrarsi.
Dario passò una lunga, serena giornata immerso nelle piccole faccende di casa che amava più svolgere, scegliendo con cura ogni singolo prodotto della loro provvista settimanale e sistemando con altrettanta cura ogni oggetto che, nel corso dei giorni, aveva finito per migrare lontano dal suo luogo abituale di riposo.
Era sempre così con Bea, pensava rimettendo i ninnoli suo loro scaffali di pertinenza e ruotandoli dolcemente per eorne allo sguardo la guista angolazione, lei provava a tenere il disordine sotto cintrollo e riusciva perfino a mantenere la casa sgombra e pulita, ma non era assolutamente in grado di ricordare cosa andasse dove. Nonostante il rigore che richiedeva il suo lavoro, era come se quella parte del suo cervello, semplicemente, non esistesse. Dario sorrise fra sé mentre toglieva i volumi da uno scaffale, prendendoli fra le mani in un unico blocco, per poi riporli nell'ordine corretto. Non lo vedeva nemmeno, se una pubblicazione scientifica finiva gomito a gomito con un fumetto o una rivista. Sembrava che la cosa fosse al di fuori della sua capacità di comprensione. Era parte di lei e lui lo accettava, lo aveva sempre accettato, come la sua irritante abitudine ad iniziare dozzine di cose ad una volta.
Era così, Bea, da che era Bea. Leggeva tre libri per volta, iniziava a cucinare la cena e a riporre le stoviglie insieme, e faceva un po' dell'uno e un po' dell'altro, e alla fine scordava sempre qualcosa.
"Fai ridere anche me, scemo di guerra?" Gli chiese Bea mentre piegava una pila di asciugamani sul divano accanto a lui.
"Pensavo che sei un'oca, nana. Ma la mia oca. Da compagnia."
"E ti fa ridere? Ti stai per sposare un'oca e ridi. E magari pensi anche di essere furbo."
"Io so di esserlo, pigmea. È diverso."
"Ma cosa vuoi sapere tu, che devi stare attento a non chinarti che ti scoppia una vena, come le giraffe quando bevono? Stai buono." Risero, ciascuno continuandò nelle sue occupazioni. Quando la risata si spense, Bea gli si rivolse in tono più compito.
"Non dovevi vedere Andrea, tu?" Dario annuì, spostando appena le candele sul ripiano perché fossero equidistanti.
"Mi ha mandato un messaggio. Non aveva tempo." La sua voce era fin troppo indifferente, leggera.
"Ci sei rimasto male, vero?"
"No. Si. Un pochino. Non mi piace restare in casa da solo, lo sai."
"Vuoi che rimandi?" L'ofderta di Bea era sincera e lui ci riflettè, ma solo per un momento. Viola ed Elena l'avevano invitata fuori per una cena e un giro fra loro, una sorta di addio al nubilato in sordina, quell'ultimo sabato prima del matrimonio, e davvero non voleva toglierle quella piccola gioia. Aveva visto come si era illuminato il suo viso quando le amiche le avevano prospettato la serata e, per di più, sarebbe stato l'unico momento di festeggiamento tradizionale per lei. A causa sua e del suo passato aveva già dovuto rinunciare a tante, troppe delle cose che aveva sognato per una vita intera. Non aveva alcuna intenzione di chiederle di più.
"No. Assolutamente no. Mi sono già rifatto il programma della serata a base di libri ed eccessi alimentari e nin ti voglio fra i piedi."
"Dario? Sei sicuro?"
"Se non te ne vai chiamo le forze dell'ordine e ti denuncio per violenza domestica." Alzò le braccia scoperte dalla maglia a maniche corte mostrandole i segni della notte precedente. "E mi crederebbero, sai?"
"Mm." Bea lo guardava tentando senza grande successo di trattenere un sorriso.
"Beh, cosa c'è? Ho le prove che mi hai immobilizzato. 'Agente, è stato tremendo'" Dario alzò la voce in un tono da vittima che pareva uscito da un film "'mi ha legato minacciandomi di prendermi a testate il ginocchio, se non glielo avessi lasciatomfare e poi si è scagliata su di me!'"
"Piantala, demente!"
"Le ho chiesto di smettere, ma lei si è arrampicata sul letto, aveva una scala!"
"Dario! Ti metto il topicida nella macchinetta del caffè se non la smetti!"
"E poi, oh, signor agente, è stato orribile, mi ha morso! Ripetutamente, su tutto il corpo! Mi aveva denudato, capisce, la viziosa!" Uno ďegli asciugamani piegati atterrò con un suono morbido sulla sua faccia ed entrambi ricominciarono a ridacchiare.
"Sul serio, vacci, Bea. Mi sentirei in colpa da morire se restassi a casa per me." Le disse Dario avvicinandosinper rimettere sullampila l'asciugamano.
"Okay, allora, vado. Se sei sicuro. Ma vorrei ribadire che io sono alta normale."
"Mm. Ma certo, amore."
"È salita sul letto, aveva una scala...ti sembra divertente?" Dario si chinò ostentatamente per baciarla.
"Ma no, amore, dai. Lo so che non è così. Stavo solo scherzando."
"Sai che ridere."
"Lo so che salti altissimo e la scala non ti serve." Le disse, sfoderando un ampio sorriso strafottente.
Bea strinse gli occhi e fece uno scatto in avanti, come per afferrarlo. Quando Dario, arretrando con un rapido movimento del busto, andò a sbattere con un sonoro rintocco contro il legno dello scaffale con la testa, lo guardò sorniona.
"Ah, si. Bello essere alti, vero?"
"Sei perfida." Mugugnò lui sfregandosi delicatamente la parte lesa. "Perfida e maligna."
"E tu sei grande, grosso e scemo." Gli si avvicinò e gli posò un bacio sul viso. "E io devo prepararmi, se voglio uscire con le ragazze."
Dario la guardò uscire, un'ora dopo, con un senso di stretta allo stomaco.
Le aveva chiesto per quale motivo sentisse il bisogno di curare così tanto la sua preparazione per una semploce uscita dra amiche e lo sbuffo che aveva ottenuto come risposta non aveva incontrato affatto il suo favore.
Era veramente bella  quella sera, pensò mentre si preparava qualcosa da mangiare.
E sarebbero state sole, loro tre. Sole, senza nessuno. Era fin troppo facile immaginare un mondo popolato di uomini pronti ad importunarle e si domandò come facessero Andrea e Vittorio, quando si trovavano in situazioni simili.
Quando stava con Stella, le cose gli apparivano più semplici. Era costretto ad accompagnarla nella maggior parte delle serate mondane e quindi, quando veniva graziato e poteva ritirarsi in una stanza chiusa e silenziosa, senza che nessuno sentisse l'impellente bisogno di includerlo in qualche conversazione, non provava altro che una profonda gratitudine, ai limiti del piacere fisico.
Nom gli era mai passato per la mente che qualcuno potesse importunare Stella e in quel momento si chiese il perché, senza riuscire a trovare risposta.
Finì di cenare, chiacchierò amabilmente con Swiffer della serata mite e si accomodò nel suomstudio dove, già ordinatamente impilati sulla scrivania, lo aspettavano gli atricoli che aveva in programma di leggere.
Fece appena in tempo a dividerli in tre pile parallele, a seconda dell'argomento generale e della cronologia, quando bussarono alla porta.
D'istinto Dario quasi corse alla porta. Non aspettava nessuno e, in base alla sua esperienza, le visite inattese erano visite sgradite.
Aprì dunque la plrta con una sottile trepidazione.
"Ciao, Dario."
"Andrea?"
"Che io sappia, se non è camniato niente di grosso, si."
"Ma hai detto che non potevi venire! " Dario lo guardò entrare con aria interrogativa e Andrea gli restituì lo sguardo quasi con condiscendenza.
"Ti ho detto una bugia. Volevo farti una sorpresa." L'altro chiuse la porta.
"Mi hai mentito?"
"Si. Perché non volevo stare qui a cazzeggiare. Dai, stasera si esce."
"Non ho nessuna intenzione di uscire, grazie." Rispose Dario confuso.
"Non mi interessa, se non hai intenzione. Il tuo testimone ti deve far passare un bellissimo addio al celibato!" Dario scrollò il capo
"Io ho dato l'addio al mio celibato a ventisette anni, Andre. Sei in ritardo." Andrea guardò verso l'alto con esasperazione.
"Va bene. Però adesso vai su, ti metti addosso qualcosa che nasconda l'opera della cugina cannibale,  e usciamo. Altrimenti mi incazzo e chiamo qui un plotone di spogliarelliste. Chiaro?" Dario sbuffò.
"Chiaro, chiaro, rompicoglioni. E bugiardo." Andrea gli sorrise.
"D'accordo allora, dai. Ti ho preparato una serata speciale!" Dario lo osservò per un momento. Era colpito dal semplice desiderio di fargli piacere che gli leggeva in viso, un desiderio che traspariva cime privo di secondi fini. Riflettè che doveva aver passato il pomeriggio a programmare cosa fare quella sera e lo aveva fatto al solo scopo di renderlo felice e una parte dinlui ne ri, ase profondamente commossa.
Fece il viso scuro.
"E cosa avresti in programma, barattolo? Qual è il concetto di divertimento, per quelli della tua razza? Ci andiamo a colpire in testa con dei bastoni e poi ci battiamo il petto?" Andrea sbuffò una risata.
"Dai, non cagare il cazzo e vestiti. E cerca di vestirti da peraona normale, se ce la fai. Niente colletto di celluloide, stasera. Ce la fai? Sei in grado?" Dario incrociò le braccia sul petto e sporse le labbra.
"Da persona normale sarebbe da operatore della discarica, come te?" Gli chiese in tono provocatorio." Andrea si guardò, ostentando uno sguardo di valutaziome di se stesso, dalle candide scarpe da ginnastica che parevano baluginare nella penombra del tramonto alla polo di un blu intenso, slacciata sul collo.
"Facciamo di si. Ce li hai dei vestiti che nom semnrino comprati a un negozio di costumi o no?" Dario ridacchiò e scosse la testa, primadi voltarsi e salire al piano superiore. L'altro lo seguì con passo pigro, salendo alle sue spalle. "Per la cuginetta non starti a preoccupare. Elena lo sapeva chenti sarei passato a prendere, quindi la avverte lei che non ci sei quando torna." Dario, che si stava sfilando la magietta dalla testa grugnì in tono interrogativo.
"Quindi prospettiamo un ritorno molto tardivo noi o uno precoce loro?" Chiese all'amico, che dalla soglia della stanza osservava con palese fascino inorridito il suo torso ricoperto di chiazze rossicce.
"Parla come se vivessi sil mio pianeta, fa' il piacere. Non torniamo a casa prima di mattina, compare." Dario inarcò un sopracciglio e finì di svestirsi, rimanendo seminudomdi fronte all'armadio. Detestava essere visto svestito, ma l'eslerienza gli aveva insegnato quanto fosse inutile chiedere ad Andrea di rispettare il suo pudore. L'altro sibilò fra i denti. "Senti, ma, cazzo, sei sicuro che è sesso e non, che ne so, un rapimento alieno, un pestaggio mafioso..."
"E poi sarei io quello che vive in pieno ottocento, eh? Tu sopra e lei sotto, tempo massimo dodici minuti e guai a vedersi nudi, immagino, per quel che ti riguarda."
"Guarda che sei tu che sei pazzo. Tu e quell'altra. Io sono normale, compare. Sai? Le cose normali? Te l'hanno mai fatto vedere un libro illistrato su cosa fanno maschietti e femminucce normali? Non lascia i lividi, ti dò un indizio, guarda." Dario si volse verso di lui con espressione esageratamente stupita, mentre allacciava i pantaloni di stoffa leggera.
"No, Andre. Non me l'hanno mai fatto vedere un libro illustrato sull'argomento. A te si? Sul serio? Come mai, per caso non capivi perché certe persone non hanno il pistolino?"
"Certo che sei stronzo, eh?"
"Vedi, che alla fine non sei stupido? Solo tardo. Ci hai messo un vent'anni, ma alla fine ci sei arrivato. Bravissimo!" Dario allacciò svelto la camicia, attendendo la risposta dell'amico.
"Detto da uno che chiama ancora il cazzo 'pistolino' è quasi un complimento. È quello il massimo di abbigliamento informale che ti permetti? Niente cravatta?"
"Ho anche le scarpe da tempo libero." Ridacchiò Dario chinandosi per allacciarle. Andrea sbuffò fingendo un'aria disgustata.
"Accidenti. Ci arresteranno per oltraggio al pudore."
Dario si rialzò, pronto. Come al solito, non una grinza sgualciva il suo abbigliamento ed aveva un'aria linda, quasi rigida, nella camicia a mezze maniche bianca e i pantaloni cachi. Guardò Andrea con un lungo sguardo di valutazione,  pensieroso.
"E quindi tu ti sei dannato a pensare cosa fare stasera con me?"
"Oddio, dannato...si." Dario annuì. Poi aprì con un gesto lento e quasi riluttante l'anta dall'armadio.
Andrea lo guardava senza riuscire a distoglierne gli occhi. L'espressione sul volto dell'amico era un perfetto equilibrio fra anticipazione e rifiuto. Pareva che si stese convincendo, quasi costringendo a compiere un atto che non desiderava affatto portare a termine.
Lo osservò affascinato inclinare la testa, come resistendo ad un pensiero fastidioso, mentre affondava la mano fra gli abiti perfettamente stirati e la ritirava con qualcosa di scuro stretto nel pugno.
Dario emise un breve sospiro. Poi srotolò la cintura e la infilò nei passanti con movimenti rapidi, come tentando di farlo prima che il coraggio gli venisse meno. Era la sua unica cintura, una striscia sottile di cuoio scuro con una fibbia discreta e lustra. La allacciò, ignorando il senso di stretta allo stomaco e poi si voltò verso Andrea.
"Oh, compare..."
"Non una parola." Dario alzò l'indice verso di lui "neanche una."
"Okay."
"Sono pronto."
"Okay."
"E piantala di guardarmi come se fossi un alieno!" Andrea gli sorrise.
"Tu sei un alieno, compare. Sempre stato."
Abbandonarono insieme la soglia della stanza e scesero le scale, diretti alla porta.

domenica 23 novembre 2014

48

Il giorno in cui il divorzio fra Dario e Stella doveva essere ratificato si avvicinava rapidamente e Dario appariva sempre più silenzioso e teso.
Passava la maggior parte del tempo che non trascorreva immerso nel lavoro sulla sua moto, di norma con Bea dietro di lui, a seguire ogni minimo movimentoncome fosse una parte dinlui. Mano a mano che la fine di aprile si avvicinava,  la sua guida diventava sempre più veloce e sconsiderata, le sue curve sempre più ripide e l'occhio che prestava alla strada da percorrere sempre più acuto e concentrato. La velocità che richiedeva a se stesso, in quei momenti, la concentrazione assoluta e totale che esigevano queste sue prove di forza e riflessi, lo aiutava ad escluderendalla mente tutto ciò a cui non voleva pensare, ma che pareva intensionato a seguirlo, a seguire il clrso del suo pensiero, ovunque lo dirigesse, come un barattolo legato alla coda di un cane.
Bea non diceva nulla. Non si lamentava delle sue corse folli né dei suoi silenzi, limitandosi ad accogliere l'urto dinquel muro di profondo turbamento in sé, cercando di non lasciarsi sfuggire nemmeno un suono dinprotesta. Continuava a seguire dieta e terapia, riversando o gni energia che non poteva concentrarensu Dario nell'impegno disciplinato e costante di non creare ulteriori fonti di preoccupazione in cui lui avesse ad incappare per errore, voltando l'occhio al momento sbagliato.
I chili sembravano attaccarlesi addosso con una rapidità da macchietta comica, dopo tanto tempo passato in una sorta di forzato digiuno, e più di una volta fu tentata di abbandonare tutto per il solo desiderio dinrivedere se stessa così come aveva imparato a conoscersi, con le ossa del bacino che si delineavano chiare sotto la pelle e l'ombra lieve delle prime costole ben visibile sopra l'impercettibile rilievo del seno, ma le era sufficiente una sola occhiata al viso serio e tirato che Dario teneva chino sul piatto per farle dimenticare ogni cosa, tranne il desiderio di rendergli più facili quei giorni tanto duri.
Così si limitava a tenere per sé il senso di profondo disagio che provava nel sentir stringere i vestiti e nel vedersi sempre più rotonda e quasi formosa e a indossare il giubbotto grigio e giallo chenluinle aveva preso, per salire, sera dopo sera, fine settimana dopo fine settimana, dietro di lui, per lasciarsi trascinare in quelle corse folli e senza meta,  che erano diventate, come lo erano state tanti anni prima, il suo solo modo di sfuggire se stesso.
"Si può sapere cos'è che ti spaventa tanto?" Bea era in piedi, nella penombra candida dello studio di Dario, dietro di lui, col gomito posato sulla finestra che pareva cieca, così velata. Non aveva saputo trattenersi oltre. Il suo silenzio stava incominciando a filtrarle dentro, come un male insinuante, che scavava in rivoli e sottili crepe attorno a quel punto, fra il petto e l'addome, in cui si trovava il legame fra loro.
Dario respirò a fondo, rumorosamente, strofinandosi il viso con le mani aperte. Le sue spalle e i suoi gesti esprimevano una stanchezza infinita, fondamentale, come se ne fosse intrisa l'essenza stessa del suo animo.
Posò il libro che stava leggendo a rovescio sul piano sgombro della scrivania immacolata.
"Vuoi davcero sentire la risposta, Bea?" Le chiese. Il suo profilo apparve, e uno sguardo chiaro e penetrante la sfiorò, senza indurla ad indietreggiare.  Non aveva nulla da nascondere.
"Si, Dario, mi farebbe piacere. Comincio a sentirmi un po' sola." Il lungo braccio di lui si tese all'indietro, alla cieca, brancolando alla ricerca della mano che si intrecciò alla sua. La attirò a sé e si circondò delle sue braccia, come in cerca di conforto. Bea posò la giancia contro la sua e rimasero per un momento in silenzio, apparentemente assorti nella contemplazione della copertina del libro sulla scrivania.
"Ho paura di rivederla. Dopo l'ultima volta. Insomma, sai, dopo chenera venuta qui e abbiamo discusso è semplicemente sparita. Non una telefonata, una parola, un passaggio casuale. Niente. E, fidati, Bea, non è da lei. Di solito quando sta in silenzio non è buon segno." Bea lo strinse un poco di più, fino ad avvertire come una miriade di minuscole punture la sua barba che cresceva.
"E cosa pensi che ti possa fare? Mangiarti? Alla peggio fa un'altra sceneggiata, no?"
"Ecco. Preferirei di no. E preferirei magari non in pubblico." Era fin troppo facile per lui immaginare Stella intenta a coprirlo di contumelie di fronte a chiunquensi trovasse a tiro di voce. E sapeva fin troppo bene che impressione dava, quando lui accennava anche solo minimamente a reagire: la proporzione fisica fra loro o qualcosa nel suo modo di fare, non sapeva quale delle due cose, faceva si da sempre, fin dai tempi dell'università, che Stella potesse tenere certi atteggiamenti senza rischiare alcun tipo di condanna morale, mentre lui si trovava istantaneamente dalla parte del torto tentando di difendersi. Non importava quanto lei gridasse o cosa gli dicesse: se reagiva, il cattivo era lui. Passò i palmi aperti suglia avambracci di Bea, chiusi attorno alle sue spalle come un'armatura. "Bea? "
"Dimmi."
"Vieni con me?" La pelle soffice della guancia di lei si mosse contro il suo viso. Stava annuendo.
"Però lo sai, vero, che io non ci riesco, a stare zitta, se quella lì comincia a blaterare?" Dario tentò di reprimere un sorriso.
"Potrebbe essere che ti porti apposta?" Le chiese.inutile negarlo, si vergognava un poco di quel suo espediente. Era un po' come girare in un quartiere malfamato con un cane feroce alla catena. Ma in quel momento il sollievo che provava era troppo evidente per negarsi quella rassicurazione. La sentì ridacchiare di gola,  a bocca chiusa, contro il suo collo.
"Potrebbe essere che io ci sperassi moltissimo?"
"Siamo due persone orrende. Ha ragione Andrea."
"Orribili, davvero. Amarci e difenderci l'un l'altra. Veramente non so come non ci arrestino per condotta immorale." Dario si volse appena nel suo abbraccio.
"Arrestano ancora la gente per condotta immorale?" Bea gli affondò il viso nella spalla emettendo un verso esasperato.
"Darietto, sei un caso disperato, lo sai? No. Non lo fanno più. Da tanto tempo." Il sorriso di Dario si allargò. Bea osservò affascinata, per la millesima volta, come si fosse fatto asimmerico. La parte sinistra della sua bocca, liscia e rosata, si solleva come aveva sempre fatto, mentre a destra, dove la bianca cicatrice rompeva la simmetria dell'arco, c'era come un ritardo, un incresparsi più lento e meno accentuato. Gli dava un'aria decisamente furfantesca.
"Allora siamo relativamente al sicuro, no?" Le chiese. Lei annuì ancora.
Il resto del pomeriggio e la sera tracorsero quietamente, mentre il sole declinava lento nel suo arco, parlando di tutto quello che avevano taciuto nei giorni addietro.
Non fu comunque sufficiente a disperdere le nubi di preoccupazione che si affolavano nella mente di Dario.
Si sentiva meglio, ora che sapeva di poter contare sulla presenza e sul sostegno di Bea, era innegabile, ma l'idea di reincontrare Stella dopo più di un anno, di vederla, di vedere di fronte a sé, inconfutabile, la conseguenza deinsuoi gesti e delle sue scelte negli occhi e nei movimenti di quella che era stata sua moglie, della persona con cui sentiva di aver condiviso di più di se stesso esclusa Bea, lo manteneva lo stesso in uno stato di costante agitazione.
Mancavano appena tre giorni a quell'incontro che aveva scatenato in lui tanti timsori, quando, come ormai gli era usuale, rientrandl dal lavoro fece capolino alla porta della vecchia stanza degli ospiti.
Era rientrato tardi, completamente assorto nell'ideazione di un nuovo sistema di analisi per alcuni campioni, e trovò Beatrice assorta nella lettura dell'ultimo romanzo che aveva portato a casa. Con una sensazione a metà fra lo stupore e la rassegnazione, vide che stava sfogliando con accanimento le ultime pagine di quel tomo corposo, che aveva aperto appena il giorno precedente.
"Oh. Vieni a fare un giro?" Domandò in voce sommessa.
"Mm. Un minuto. Quasi finito." Era inutile tentare di distogliere la sua attenzione in quel momento, lo sapeva bene. Soddisfatto comunque della risposta, che era quanto di più vicino ad un si potesse aspettarsi, si prese il tempo di cambiarsi con calma, ripiegando con cura gli abiti e riponendoli in una pila ordinata, sotto lo sguardo attento di Swiffer. Diede una grattata fra le orecchie al cagnetto, promettendogli a mezza voce una lunga passeggiata al loro ritorno e frce appena a tempo a rarsi dal bordo del letto, prima che entrasse Bea.
"Era un buon libro?" Le chiese con un mezzo sorriso. Il suo cipiglio conteneva già la risposta.
"Mah. Tutto quel casino, tutto un climax da quattrocento pagine...e poi ci appiccicano un finale risicato, buttato lì alla 'devo finirlo'. Riuscivi a fare di meglio anche tu, secondo me." Brontolò lei deusa gettando gli abiti appallottolati sul cassettone. Afferrò un paio di jeans e una felpa e li indossò, mentre Dario, con una smorfia che era quasi di sofferenza, si alzava e ripiegava con cura i suoi vestiti.
"E iomsuppongo di essere il punto minimo di arrivo, vero?" La canzonò lui con aria ironica. Bea sbuffò.
"Cos'è, ti sei offeso? Volevo solomdire che..."
"Non mi sono offeso. Tinsto prendendo in giro, nana. È facile, del resto, dato che sei scema."
"Chi si somiglia si piglia, l'hai mai sentito dire, brutto spilungone acido?"
"Accidenti, cosa posso fare, se mi contrapponi queste inarrivabili perle di saggezza? Si vede proprio che sei una donna colta."
"Chiudi la bocca, scemo. Se passa l'aria ti va da male quel poco di cervello che ti ritrovi."
"Argomentazione inoppugnabile, direi. Hai dimenticato 'pappappero', però. O ho sbagliato citazione?" Bea gonfiò il petto e tentò di squadrare le spalle, approfondendo la voce ad una caricatura di quella di lui.
"Argomentazione inoppugnabile, visconte. Il livello della servitù è inaccetabilmente calato, negli ultimi quattrocento anni. Villici trastanzuoli! E poi" lo rimbeccò tagliente tornando alla sua voce normale "è la stessa persona che non distingue il soggetto di una frase dal verbo. Ma dico io..."
"Zitta, tu, rappresentazione visiva di un paese sottosviluppato."
"La tua faccia e il mio sedere, caro. Gran coppia, quella." Si sorridevano, piantati ai lati opposti della stanza mentre Swiffer, ai piedi del letto, aveva già rinunciato ad ascoltarli e restava sdraiato a metà strada fra il sonno e la veglia.
"Ti amo, Bea. Lo sai, si?"
"Si. Anche io ti amo, Darietto." Si ritrovarono spalla palla uscendo dalla stanza e scesero senza più sentire il bisogno di parlare fino al garage.
La sera prima Dario aveva trascorso più di un'ora dad eliminare ogni singola traccia delle loro scorribande dalla superficie della moto, che ora splendeva sommessa nella luce incerta della stanza, come appena uscita di fabbrica.
Salirono in un intrecciarsi di movimenti coordinati come quelli di una danza, dati da un lungo allenamento. Dario si fermò solo un momento, prima di chiudere il casco, e le fece cenno di sistemare il ricevitore dell'auricolare, in modo che potessero parlare durante il viaggio. Bea obbedì e immediatamente gli parlò.
"Cosa lo facciamo a fare, che poi non parliamo mai?"
"Così. Metti che ne abbiamo bisogno."
"Sei assurdo, amore mio."
"Dai, Bea. Sono più tranquillo così, che ti costa?" Lei non rispose, limitandosi ad assestare un colpetto amichevole sul retro del suo casco, prima che partissero.
Come ogni volta, la partenza fu gentile, morbida, apparentemente innocua, mentre le strade del quartiere residenziale scorrevano attorno a loro. Mano a mano che la città si diradava, la velocità aumentava, come in un gioco di corrispondenze. Presto si  ritrovarono ad affrontare la stessa collina del loro primo giro in moto. Era una delle loro mete abituali, le curve strette consentivano a Dario di focalizzare ogni grammo di concenttazione, escludendo ogni altro pensiero.
Come la prima volta, arrivarono al belvedere e scesero per dividersi una sigaretta. Il crepuscolo sinintuiva ai margini dell'orizzonte come una marea crescente. Lo osservarono farsi più invadente, conquistare qualche altro centimetro di cielo, in un silenzio raccolto. Le loro spalle e le ginocchia si sfioravano, seduti sullo schienale della panchina, e nessuno dei sue sentiva il bisogno di sporcare a parole quel silenzio confortevole.
Il loro ritorno fu più pacato. La velocità rimase costantemente sotto i livelli di guardia, come se anche Dario fosse stato contagiato dalla pace profonda che avevano vissuto poco prima. O, forse, pensò Bea guardando le case, prima rade, poi sempre più vicine fra loro, sorrere da sopra la spalla di lui, era solo l'effetto della luce che andava via via spegnendosi, lasciando spazio alla notte, quella prudenza che era sbucata come d'improvviso nel suo modo di guidare.
Non vedeva molto, dalla sua posizione. Era sempre stato così, data la differenza di altezza fra loro, un totale e cieco affidarsi ai segnali che le rimandava il suo corpo fra le mani. Per quello venne colta completamente di sorpresa dalla brusca sbandata della moto, che le sussultò,  come tentando di svicolarsi di sotto di lei. Non fece a tempo ad assecondare il movimento e l'istinto, quanto mai sbagliato in quel momento, di cercare di bilanciare quell'improvviso torcersi del suo equilibio, li fece inesorabilmente precipitare a terra.
La moto mandò un ringhio, come un animale infuriato, e lei si sentì scivolare. Rotolò a terra sentendo le ginocchia e le mani sbucciarsi con un bruciore acuto e sbattè il sedere sull'afalto tanto forte che i denti le si chiusero di schianto con uno schiocco. Stordita, ebbe appena il tempo di rallegrarsi del fatto che non si era fatta nulla.
Poi sentì il rumore di Dario che cadeva. La sua testa si girò quasi mossa da propria volontà tanto in fretta da lasciarla assistede di prima persona alla scena. Vide la moto, la grossa, pesante motocicletta nuova, grigia e gialla come il suo giubbino, trascinare Dario un poco più avanti. Il sul corpo era innaturalmente inclinato all'indietro, rappresentazione visibile di sforzo e dolore. Un pensiero le attraversò la mente, incongruo, e si trovò a domandarsi come fosse possibile, se non avrebbe dovuto vederlo già fermo a terra, perché le pareva di ricordare che il rumore arriva dopo, anche molto dopo l'evento che lo provoca. C'era una spiegazione, ma non la ricordava. Dario l'avrebbe saputa. Appena si fosse rialzato glielo avrebbe domandato, lui era uma vera mi vera di fatterelli simili. Appena si fosse rialzato.
La realtà di quanto era accaduto le esplose alla coscienza come un lampo abbagliante e lo vide, sdraiato a terra, immobile, per metà sotto alla moto, che sembrava grottescamente grande messa a quel modo. Iniziò ad avanzare verso di lui carpono, tentando, mentre gli si avvicinava, di rimettersi in piedi senza grande successo. Erano appena un paio di metri, ma le parvero eterni.
'Perché non arriva nessuno?' Continuava a chiedersi 'perché non viene nessuno?"
Erano passati appena pochi secondi. Le auto iniziavano a fermarsi, i primi visi ansiosi a far capolino dai finestrini abbassati in tutta fretta.
Bea arrivò finalmente dove era Dario. Si sporse in avanti, semlre poggiata sulle mani e sulle ginocchia, fino al li ite estremo del suo equilibrio. Dario era ancpra nella stessa posizione in cui era caduto, malamente torto all'indietro, la moto che gli premeva addosso.
Le prime persone iniziarono a scendere dalle auto ed accorrere verso di loro.
Non riusciva a vederlo. Le ultime luci del tramonto, gialle e violette, si rifletrevano sulla visiera del suo casco, impedendole di vederlo in viso. Si domandò freneticamente perché mai non si muovesse, la domanda che accendeva echi sotto la volta del suo cranio, come se la urlasse in una vasta caverna.
Il primo dei passanti le toccò la spalla, la tirò, cercando di rialzarla, parlandole, chiedendole se stesse bene. Bea si liberò sella sua mano com uno scrollone. Dario non parlava. Non si muoveva. Un'onda liquida di furia e paira le montò dentro, improvvisa ed irresistibile come un cataclisma. Le parve che il cuore si gonfiasse di sangue fino ad assumere due volte le sue proporzioni e poi desse in un fiotto bollente che le riverberò attraverso il corpo, rendendendolo caldissimo e ronzante. Non perepiva più le punture di dolore a mani e ginocchia, dove la pelle era lacerata. D'improvviso vide ogni singolo sassolino che costituiva la distesa di asfalto, ogni goccia di umidità condensata sulle superfici lisce e piane. Come sottoposto ad uno spettacolare effetto ottico, il corpo di Dario le parve occupare la sua intera visuale, nitido come in una fotografia ad alto contrasto. Staccò le mani da terra e si alzò in piedi, meravigliandosi di quanto le fosse facile. Il suo corpo pareva non avere alcun peso, alcuna percezione. Era diventato un ricordo al margine della sua coscienza. Si chinò leggera in avanti, scostando nello stesso mlvimento la visiera che le fermava l'aria davanti al viso, e, afferrato il manubrio della moto, la rialzò, liberando Dario dal suo peso.
Ancora una volta, alla periferia estrema della sua mente, si produsse un certo stupore. Non ppteva avergli fatto un gran male qiell'aggeggio: pesava poco o nulla. La rimise in equilibrio sulle ruote e torse il busto ad un angolo innaturale, allontanandola da lui senza staccare impiedi dall'asfalto. Poi si chinò di nuovo e la posò con garbo a terra.
Il casco di Dario si era voltato nella sua direzione. Le sue mani trafficavano con la cinghietta sotto la gola. Non perdeva sangue. Bea chinò la schiena, piegandosi quasi a metà, e con ungesto distratto lo aiutò a slacciare il fermaglio. Dario si sollevò sui gomiti. Scossenpiano la testa e poi cercò di sfilarsi il casco. Uno dei passanti si avvicinò e tentò di rimetterlo a terra, dicendogli qualcosa. Beatrice lo toccò sulla spalla. Voleva solo chiedergli di allontanarsi, di lasciarlo stare, magari di chiamare un'ambulanza, tanto per sicurezza, ma quello arretrò precipitosamente al suo tocco, con un lungo passo all'indietro, prima di perdere l'equilibrio e finire sseduto sulla strada come era capitato a lei poco prima. Bea lo guardò incuriosita per un secondo.
Dario, intanto, era riuscito a sfilarsi il casco. La guardava con aria stordita, ma riusciva finalmente a sentirlo parlare.
"Stai bene, nana? Sei a posto?"
"Bene. Tu?"
"Te l'ho detto, tutto bene. Penso di essermi preso la fifa della mia vita, ma tutto bene." Uno sguardo di comlrensione gli attraversò il voltome le indicò con una mano che tremava la cintura. La scatoletta cui si collegava l'auricolare, che permetteva loro di parlare durante i tragitti in moto, si era sfilata ed era caduta da qualche parte. Probabilmente Dario le stava parlando fin da subito, ma lei nom poteva sentirlo. Lo vide fare un tentativo per rialzarsi e poi riappoggiarsi sui gomiti.
"Ti sei rotto qualcosa?" Gli chiese.
"No. Mi gira la testa. Te l'ho detto, me la sono fatta sotto. Adesso riprovo." Bea corrugò appena la fronte. Poi si piegò di nuovo e lo afferrò per il petto del giubbotto. Lo tirò in piedi come se non avesse peso, come se sotto il tessuto ruvido che teneva stretto in mano non ci fosse niente più di un fantoccio di stracci. Dario la guardava con gli occhi strabuzzati, dall'alto dei suoi trenta e passa centimetri di vantaggio.
"Bea, amore, stai avendo una reazione adrenergica. Siediti." Fissò la moto confuso. "L'hai spostata da sola, quella?"
"Si. Ma sto bene, davvero." Lui annuì e le slacciò delicatamente il casco. Bea nonnricordava nemmeno più di indossarlo e la sensazione di sollievo che provò nel sentirsene liberata le provocò un lungo sospiro. Dario le circondò le spalle, lasciandola appoggiare al suo petto. Era meraviglioso. Lo sentì parlare con qualcuno,  senza percepire il significato di ciò che diceva. Tutta la sua mente pareva essersi contratta al sentire la presenza del tessuto contro il viso e il peso delle sue braccia sulla schiena. Stava bene. Spaventato, ma bene. Lo sentiva nel ritmo del suo respiro, nel modo di stare in piedi. Lentamente il mondo circostante, terribilmente nitido fino a pochi secondi prima, perse consistenza. Le girava la testa e si sentiva affannata.
"...chiamato un ambulanza?" Stava dicendo una voce sconosciuta.
"Grazie. Siete stati molto gentili. Anche perché dopo una reazione adrenergica del genere, mi sa che fra poco questa sviene." La voce di Dario era sempre più lontana.
'Che sciocchezza' pensò Bea, posata sul petto di lui. 'Non sono mai svenuta in vita mia.'
Poi una strana sensazione di freddo le invase il viso, come se qualcuno le stesse versando sul capo una brocca d'acqua ghiacciata. Sentì le braccia di lui stringelesi attorno, come per sostenerla, e pensò che era molto sciocco. Era solo stanca.
Dario sentì il corpo di Bea farsi più pesante contro di lui e le strinse le braccia attorno. Nonostante si sentisse ancora le ossa molli dopo lo spavento che aveva preso e la gamba destra gli bruciasse come il fuoco dal ginocchio alla caviglia, sapeva di non essersi fatto davvero male e preferiva evitarle una brutta caduta. Quando percepì la resistenza del corpo di lei annullarsi fra le sue braccia, la posò delicatamente sull'asfalto e le si sedette accanto, le gambe allungate di fronte a sé come un bambino, aspettando l'arrivo dell'ambulanza.

Rientrarono a casa quando ormai la notte era avanzata. Una rapida chiamata a Dora, che era in possesso dinuna copia delle chiavi, aveva portato Swiffer verso una serata di stravizi e la casa li attendeva buia e vuota.
Dopo alcuni rapidi accertamenti lo avevano lasciati andare, pressoché illesi. Qualche brutta sbucciatura e unnpaio di ampi lividinrosso cupo erano quanto rimaneva loro in ricordo di quella brutta avventura.
Dario aprì la porta sentendosi vecchissimo.
Non ricordava di essere mainstato tanto stanco. La paura, il peso di tuttinquei giorni di tensione, la preoccupazione per Beatrice, non riusciva a credere dinessere stato tanto stupido da rischiare l'osso del collo tutte quelle volte con lei, e, infine, la fame, avevano drenato dal suo corpo ogni energia.
Desiderava solo un pasto abbondante e una doccia bollente, non necessariamente in quell'ordine.
Bea, al suo fianco, era bianca come un cencio, fisicamente provata dalla caduta e dall'enorme sforzo fisico che aveva compiuto poco dopo e turbata dal ricordo insistente di un'altra caduta, ben più rovinosa, di molti anni prima.
Senza dire una parola, gli passò la mano sul braccio e si diresse zoppicando leggermente verso la cucina. Presto il suono rassicurante della cena in arrivo pervase l'aria e Dario salì piano la scala, diretto al bagno, anelando di togliersi di dosso il puzzo dinospedale e adrenalina che gli intasava i pori della pelle.
Il getto d'acqua gli piombò in pieno petto, tanto bollente da arrossargli la pelle all'istante, strappandogli un rumoroso respiro di piacere. Si strofinò con vigore, infischiandosene dell'inutile blaterio dei medici su come aiutare la cicatrizzazione della lunga sbucciatura che ancora bruciava sulla sua gamba. Ci avrebbe pensato più tardi. Aveva bisogno di dormire e sapeva che non ce l'avrebbe fatta, con quell'odore addosso.
Si stava asciugando, strigliandosi quasi con crudeltà la pelle arrossata con la superficie ruvida dell'asciugamano, quando glimparve di sentire un suono familiare, il trillo acuto del suo cellulare.
Scrollò le spalle. Chiunquenfosse poteva benissimo cercarlo l'indomani, riflettè, non esisteva nulla di tanto urgente da coatringerlo a correre quando si sentiva in quel modo. Allo stesso tempo, senza  che se ne rendesse conto, i suoi movimenti accelerarono visibilmente.
Scese le scale con passo più rapido e sicuro di quando le aveva salite. Il trillo continuava, come se non si fosse mai interrotto.
Entrò in cucina, deciso a dare almeno un'occhiata all'autore di quella fastidiosa seccatura e temendo, al tempo stesso, che si trattasse di qualcosa di grave, e si trovò di fronte ad uno spettacolo quanto meno inatteso.
Bea, con un lungo cucchiaio di legno ancora fra le mani, osservava appena sporta in avanti il display illuminato, con una luce di folle disgusto sul viso. Sembrava una bestiola sul punto di imbizzarrirsi. Dario nin ebbe bisogno di fare domande. Conosceva già la risposta prima ancora di toccare il telefono. Lo aprì con un gesto quasi casuale e lo portò all'orecchio.
"Ciao, Stella. Cosa vuoi?" La voce acuta di lei rispose, a malapena un sottile ronzio che si diffondeva per la cucina. Bea lo guardava tutt'occhi, come rapita. "Senti" disse nel telefono, stupendosi della calma che sentiva nella sua stessa voce "non è una buona serata. Qualsiasi cosa, penso che possa aspettare domani, no, se ha aspettato per un anno e passa." Una nreve secca risposta benne dal ricevitore e Bea guardò, fra l'affascinato e lo spaventato, le narici di Dario palpitare, come quelle di un animale che fiuta il fuoco. Le sue labbra si strinsero dando al viso un'espressione dura. "Dove ti trovi, scusa? Penso di non aver capito bene." La calma stava scivolando via dalla sua voce, sostituita dal ghiaccio. "Stella, non puoi semplicemente piombare qui. Non ho la benché minima intenzione di permettertelo."
Mentre la schiena pareva diventarle un unico blocco, Beatrice si rese conto di un fenomeno stravagante. Mano a mano che parlavano al telefono, le risposte di Stella, che prima percepiva solo come un ronzio acuto ed indefinito, le parevano diventare più udibili, più comprensibili.
Le occorse qualche secondo per afferrare cosa realmente stesse accadendo. Lo vide negli occhi di Dario, che saettavano alla finestra e tornavano a lei, senza requie. Riusciva ad avvertire la sua ira e il suo disagio. Sfiorò appena con le dita la sua mano, anbbandonata lungo il fianco, che si contraeva nell'aria come cercando un appiglio, poi andò a spegnere il fuoco di sotto la cena.
Indossava ancora gli stessi abiti di quandomera caduta, aveva pensato di cambiarsi appena Dario fosse uscito dalla doccia, e così era sporca di asfalto e di sangue sulle gambe, mentre la partensuperiore del suo corpo, che aveva goduto della protezione del giubbotto, era impregnata di sudore e stazzonata.
Pareva destino che, ogni volta che incontrava quella donna, lei fosse acconciata come qualcosa di evaso da una discarica. Dalla parte più bassa di una discarica.
Passò accanto a Dario, ancora impegnato al telefono, e andò ad aprire la porta d'ingresso.
Perfino con indosso un paio di jeans ed una giacca leggera, Stella pareva essersi animata dalla pagina di una rivista. I suoi lunghi capelli color miele arrivavano ormai alla vita, in un'onda setosa e perfettamente compatta. Il suo viso, appena contratto in una smorfia determinata, era di perfette proporzioni e non presentava alcuna irregolarità.
Con un lungo sospiro interiore, Bea si domandò per l'ennesima volta come diavolo Dario potesse aver preferito lei.
Poi lui si accorse di dove era andata e la raggiunse quasi di corsa.
"Direi che potreste anche piantarla con questa farsa." Disse, quando Dario fu al suo fianco.
Stella le dedicò un lungo sguardo greve di disprezzo, prima di rivolgersi a lui.
"Dobbiamo parlare." Disse.
"Parliamo." Ribattè Dario. Bea fece per rientrare in casa, ma la mano di lui la trattenne quasi a viva forza, serrandosi sulla sua spalla. Si scambiarono uno sguardo e lo vide annuire impercettibilmente, chiedendole di rimanere.
"Lei non..."
"Lei resta qui." Nella voce di Dario iniziava a trasudare la cadenza di suo padre. "Questa è la sua casa, io sono il suo uomo e leinrimane qui, Stella. Se devi parlare, parla. Altrimenti vai."
"Cosa dovrebbe essere questa, una specie di dimostrazione di che cosa?" Gli chiese lei in tono provocatorio. Bea percepì la rabbia montare in lui. La vide. E si rese conto che stava riuscendo, una volta di più ad invischiarlo, intrappolandolo nella sua conversazione. Premette appena la spalla di Dario con la sua e lui si volse a guardarla. Bea inclinò il capo, in una muta domanda, cui lui rispose con un sorriso sottile.
"Senti, ascolta, ex moglie" attaccò bea, calcando la voce su 'ex' "sei stata davvero squisita a farci questa improvvisata, ma vedo che non stai afferrando il punto. E non lo afferri perché il buon Dario, qui, alle volte parla troppo pulito." Dario inarcò un sopracciglio. Credeva di non aver mai visto Beatrice in quello stato. Era uma bella fortuma che non ci fossero i loro padri ad assisterema quel soliloquio perché nessuno al mondo, in quel momento, avrebbe potuto credere che non gosse figlia di Lucio. Le gambe piazzate, il capo apprna inclinato, col mento proteso, pareva grande e grossa, nonostante quella parsimonia con cui la natura aveva voluto formarla. Come suo padre, e come a lui non era riuscito mai, emanava un'aura di minacciosa sicurezza. Senza rendersene conto, Dario si scostò per farle spazio e finì per trovarsi alle sue spalle.
"Non gliene frega un cazzo a nessuno di quello che hai da dire. Hai capito, bambolina da due soldi? Non ci interessa. Qualsiasi cosa sia, dillo a qualcun altro. Trovati un amico, vai da uno psicologo, confessati, ma" la fissò negli occhi facendo una pausa "levati dai coglioni in tempo utile." Scandì.
"Dario, tu..." disse Stella. Beatrice la toccò sul petto, sopra il seno, a dita tese.
"Stai parlando con me, oca da carne. Ti sembro Dario? Ho l'aria da maschio biondo, io?" Dario sapeva che avrebbe dovuto fermarla. La vedeva sprofondare in un meccanismo di difesa antico quanto il loro sodalizio, ma era troppo affascinato dal vedere suo padre riprodotto con tanta fedeltà. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Fu solo quando, dopo un altro paio di tentativi di protesta miseramente falliti, vide Stella arrivare con le spalle a contatto del cespuglio sempreverde di fronte alla porta, nel suo indietreggiare, che si decise ad intervenire.
Toccò appena la spalla di Bea e lei sussultò, come sveglaita da un sonno profondo. Ci avrebne scommesso, che quasi non ricordava più che lui era lì.
"Ha capito, Bea. Calma." Le disse con voce morbida. Lei annuì. Si sistemò gli occhiali sul naso con un colpetto dell'indice e, con aria leggermente imbarazzata, arretrò fino al suo posto originale, sulla soglia.
"Vero che hai capito, Ste?" Chiese poi alla donna che quasi entrava nel cespuglio.
"Voi due siete matti."
"Giusto." Commentò entusiasta Dario.
"E se non faccio come vuoi tu che cosa fai, mi aizzi contro la tua cugina da letto?" Il viso di Dario si aprì in un franco sorriso.
"Lo dicevo, io, che avevi capito! " annuì soddisfatto. Poi le volse le spalle. Passando sulla porta, accolse Bea nell'incavo del braccio, circondandola e accompagnandola dentro casa. Poi, sempre sorridendo a Stella, sorridendole a pieno viso fino a che riuscì a vederne uno spiraglio, chiuse la porta.

Avviso ai gentili beta

Causa lievissima crisi dell'autrice operò per capitoli più brevi sul modello del primo libro. Chiedo scusa per il disagio.
Siate pazienti, stiamo lavorando per voi.

Bea Dario Andrea e tutta la banda.

lunedì 17 novembre 2014

47

Beatrice cercava di sfuggire lo sguardo di Dario, apiattendosi dietro i presenti, mentre Dora scrollava la testa con aria rassegnata, togliendo la pellicola d'alluminiomda un grosso vassoio chenaveva portato con sé.
"Adesso non andate da nessuna parte." Disse in tono perentorio a Dario ed Andrea, che ancora si fissavano senza parlare, l'uno con aria scossa e l'altro ancora con un sorriso di scherno che gli aleggiava sul volto. "Adesso cinsediamo tutti da persone normali e beviamo una cosa calda. Con la preoccupazione che ci avete fatto prendere!"
L'odore pieno, nostalgico, dei dolci sul vassoio, larghi biscotti romboidali ricoperti di una spessa glassa bianca, permeò la cucina in pochi secondi, portando con sé la memoria di tante giornate dinpioggia trascorse chini sui libri in una casa diversa, più silenziosa.
Darionsi guardò attorno. Circondato da persone che erano state pronte a mettere in piedi tutto quel bailamme solomper averlo saputo in difficoltà, si sentì, d'improvviso, al sicuro, protetto, come non glinera più accaduto da quando era solo un bambino. A nessuna di loro importava che lui fosse difficile, spinoso, quasi, da trattare, o che Andrea potesse avere ragione, quando l'aveva ripreso. La sola cosa che era saltata loro agli occhi era stata che lui stesse male ed era stato sufficiente quello per portarle tutte lì dove stavano ora. Tutte quante, perfino Viola, che continuava a tagliare con il filomdel suo sarcasmo qualsiasi discorso lui intavolasse, perfino Liliana, che era la madre di Andrea. Tutte quante.
Quel pensiero gli si gonfiò in petto come un'inattesa bolla di calore e gratitudine.
In una qualche maniera, dopo tutti quegli anni, era tornato ad essere una persona da amare e proteggere e non solo un servomotore dell'esistenza. Aveva perfino un'idea meno che vaga di chi ci fosse, alla base di quel cambiamento.
Mentre tutti si affaccendavano per la stanza, chi portando le tazze sul tavolo, chi preparando un bricco di tè, Dario si staccò da Andrea e allungò il braccio con aria indolente, afferrando Beatrice per la vita ed attirandola a sé. Lei si lasciò avvolgere dal suo abbraccio, mantenendo una strana postura ranicchiata, come se si aspettasse un rimprovero di qualche tipo, se non peggio. Evitava i suoi occhi e il suo viso, di solito volto verso l'alto per cercare quello di lui, era insolitamente basso.
"Bea...ne sai qualcosa, tu, di questa rivolta popolare?" Le chiese a voce abbastanza bassa da non essere distinguibile ad un passo di distanza. Lei deglutì e mosse le spalle a disagio.
"Stavolta non è stata colpa mia." Iniziò a rispondere "lo so che mi dici sempre di starne fuori, da queste cose e...non volevo. È stato accidentale." Uno sguardo giallo cupo saettò su di luimper poi nascondersi subito dopo, come un furtivo animaletto notturno e Dario la strinse appena, portandola di fronte a sé. Con infinita cautela le posò l'indice sotto al mento e le fece alzare dolcemente il viso.
Bea volse lo sguardo verso il viso di Dario molto lentamente, fissando lo sguardo, come in una carrellata cinematografica, prima sulla lampo della sua vecchia, morbida felpa grigia e stinta, poi sul pomo d'adamo, sul minuscolo taglio che sinera procurato sul mento, radendosi, sulla sua bocca ampia, che le sorrideva appena, sulla cicatrice bianca e uncinata che ne rompeva l'uniforme superficie rosata, sul naso diritto, per arrivare, infine, agli occhi, che brillavano divertiti, in un punto fra il grigio e l'azzurro. Non vide alcun rimprovero e, non vedendolo, sentì sciogliersi parte del grosso nodo che le si era aggrovigliato in petto.
"Si." La disse lui, sempre a voce bassa. "È da quando facevamo la terza media che ti dico che devi lasciarmi fare da solo, quando c'è un problema."
"Lo so." Sussurrò lei, riabbassando d'un colpo gli occhi sul cursore della lampo, che giaceva tranquillo sul petto di Dario. Una leggera pressione del dito che ancora poggiava sul suo mento la spinse a rialzarli.
"Bea?"
"Dimmi."
"Mi sbagliavo, sai? Sono felice che mi aiuti." Bea non riusciva a trovare il fiato per rispondere. Era una cosa talmente enorme, quella che gli aveva appena sentitomdire, tanto grande era il regalo che le aveva posato fra le mani, che non sapeva cosa dire. Prima che i suoi pensieri si riordinassero quel tanto da permetterle di ribattere, Dario chinò il capo e la baciò, piano, le labbra contro le labbra, sigillando quella frase come un accordo fra loro.
"Allora, duo meraviglia, se volete risparmiarci tutta la cerimonia di accoppiamento, qui sarebbe pronto. Vi unite a noi o vi ritirate in privato?"
"Andrea!"
"Scusa, mamma, ma qui si esagera!" Replicò Andrea. Ancora non gli riusciva di calmarsi. Dora passò accanto a Dario e Bea e li toccò appena, sfiorando le loro braccia intrecciate e inducendoli a sciogliere il loro abbraccio.
Si guardarono ancora per un attimo e poi si avvicinarono al tavolo, ormai apparecchiato per quello che sembrava un tè di tardo pomeriggio.
Bea si staccò per prendere ancora una cosa, posando una leggera carezza sulla spalla di Dario mentre lui si sedeva, ancora grata e stupita delle sue parole.
Dario si accomodò di fronte ad Andrea mostrandogli i denti in una parodia di sorriso e l'altro, muovendo le labbra senza alcun suono, gli sillabò un insulto. Dario, sempre sorridendo, gli rivolse un gestaccio con la mano. Andrea gli lanciò addosso il primo tovagliolo su cui riuscì a mettere le mani, dopo averlo furiosamente appallottolato in mano.
"Bambini, la smettiamo?" Li rimproverò Liliana con esasperata pazienza.
"Su, adesso ci sediamo tutti e tutti in pace." Rincarò Dora, posando nel bel mezzo del tavolo il vassoio dei dolci. Dario gettò la testa all'indietro per rivolgerle un ringraziamento mentre lei passava alle sue spalle e ne ricevette in cambio un buffetto affettuoso.
Si sistemarono tutti, alla fine, in un sottofondo di chiacchiere gentili che contrastavano con le voci concitate che avevano riempito la stessa stanza poco prima.
La mano di Dario si allungò verso i dolci non appena l'ultima goccia di tè fu versata nell'ultima tazza, come se avesse pazientemente atteso quel momento da quando si era seduto. Bea nascose un sorriso dietro la mano, nel vederglielo fare. Riusciva a sentire attraverso il cotone che la ricopriva la sua schiena rilassata, elastica, e le era evidente come la cupa tensione che l'aveva sostenuto nelle ultime ore simfosse sciolta come un'ombra investita dalla piena luce solare. Quando lui si voltò per circondarle le spalle col braccio e le offrì un morso dal suo dolce, non lo rifiutò.
"Allora." Esordì, Liliana dopo un momento di silenzio generale, cercando un argomento di conversazione leggero "come vanno i preparativi per il matrimonio?" Dario e Bea si scambiarono un'occhiata,  dopo la quale lui si strinse nelle spalle.
"Quali preparativi?" Chiese educatamente a Liliana.
"Cosa vuol dire 'quali preparativi'? Vi sposate, no?" Viola intervenne prima che chiunque altro potesse parlare.
"Glielo spiego io, cosa vuol dire. Vuole dire che questi due qua hanno deciso di sposarsi di nascosto, da soli, cena veloce dopo la cerimonia e fine. Niente. Niente fiori, niente festeggiamenti, niente invitati. Neanche fosse una vergogna!" Liliana li guardò come simfossero macchiati di una colpa senza perdonomed emise un suono chenricordava da vicino i rantoli inorriditi con i quali Sissi aveva acco, to, a suo tempo, le loro marachelle.
"Ah, guarda, mamma, glielo abbiamo detto tutti che è una cazzata e che finiscono poi per pentirsene. Tutti. Ma loro vogliono fare gli originali. Il duo meraviglia, cosa ci vuoi fare?" Dario guardò Bea ed inarcò un sopracciglio. Lei scosse impercettibilmente il capo in risposta alla sua muta domanda e tacquero entrambi. Fu Elena ad intercedere per loro.
"Ma, scusate, sono loro che si sposano. Se va bene a loro, va bene al mondo, no? È il loro giorno speciale."
"Si, ma...così come dei clandestini?" Dora emise un sommesso schiarirsi di gola.
"Non importa fare una grande festa. Le persone che gli vogliono bene ci sono e questa è la cosa importante." Sentenziò. "Comunque a che ora vi sposate? E dove, poi?" Bea sorrise.
"In comune, Dora, lo sai. Verso le cinque e mezzo. Poi ci troviamo tutti a cena, non ti preoccupare."
"Si, si. Andiamo tutti insieme. Ci divertiremo. E poi, a cena." Di nuovo un rapido scambio di sguardi passò fra Dario e Beatrice.
"Vedi, Dodo" Tentò Dario "noi ci vediamo solo a cena. In comune ci andiamo solo io, lei e i testimoni." Dora alzò su di lui degli occhi severi.
"Cosa significa questo? Io vengo a vedervi sposare."
"Ecco, noi pensavamo..." Quella che pareca, abitualmente, la creatura più mite e materna che mai fosse stata creata si alzò in piedi e gli tolse il dolce che aveva preso per rimpiazzare il primo, già scomparso da interi minuti. Lo posò sul vassoio con un gesto deciso e si sporse sul tavolp, posandovi sopra inpalmi distesi.
"Io vengo a vedervi sposare. Io vi ho cresciuti e adesso vengo a vedervi." Dario cercò lo sguardo di Bea per trovare un sostegno. Dora pareva davvero un'altra persona. Beatrice saettò appena gli occhi verso i suoi con aria sconcertata, prima di riportarli sulla figura rotonda che si protendeva verso di loro, costringendo Viola a spostarsi all'indietro, con aria imperiosa.
"Ah, Dora, magari..." Mormorò Bea esitante.
"Si. Va bene. Se ci tieni così tanto..." Continuò Dario intimidito. La donna annuì decisa.
"Ecco, adesso va bene. Io ci vengo. Ho deciso così." Entrambi annuirono, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso mentre lei si ritraeva verso la sua sedia.
"Ah, beh, ma allora chiamo anche Vittorio!" Cinguettò allegra Viola, cogliendo la palla al balzo.
"Oh, se viene Vittorio viene anche Elena, poche balle!" Protestò Andrea ancora malmostoso.
Un momento di silenzio calò sulla tavolata. Dario guardò Bea stringendo le labbra e lei annuì.
"Liliana...a questo punto...vieni anche tu?" Le chiese Dario rassegnato.
"Ah, speravo tanto che me lo chiedeste!" Rispose immediatamente lei.
Il cicaleccio riprese, mentre tutti parevano intenti a decidere cosa avrebbero messo.
Il vassoio pieno di dolci si mosse, come di volontà propria, verso la mano di Dario, abbandonata sul tavolo. Dora gli sorrise.
"Bravo. Prendi pure, adesso." Dario inclinò appena l'angolo della bocca in un accenno di sorriso e prese un dolce, porgendolo a Bea perché ne staccasse un altro morso.

Passarono almeno un paio d'ore prima che tutti quanti se ne andassero a casa, lasciandoli finalmente soli.
Dario, chenaveva accompagnato alla porta un Andrea ancora lievemente scosso dagli eventi della giornata, rientrò in cucina e rimase sulla soglia, poggiato allo stipite con le braccia incrociate ed un sorriso che gli increspava appena le labbra, a guardare Beatrice che si muoveva fra il tavolo e il lavello, rassettando in silenzio la cucina.
Lei non si volse nemmeno a guardarlo prima di parlare. Percepiva la sua presenza allo strsso modo in cui l'aveva sempre sentito, come un'onda di calore appena sotto pelle.
"Allora possiamo dichiarare ufficialmente terminato lo stato di emergenza? " gli chiese ironica lei, pensando alla discussione che aveva generato tutto quel bailamme. Dario la osservava con aria pensosa, come in attesa.
"Si, direi di si. Bea?"
"Cosa?"
"Pensi che ti preoccuperai sempre così, ogni volta che mi vedrai appena appena giù di fase? Ogni volta che qualcuno mi farà arrabbiare?" Bea posò nel lavello le tazze che teneva in mano e sporse le labbra, rifettendo un momento.
"Dovrei dirti di no, vero?" Gli chiese ancora senza guardarlo "dovrei dirti che penso che..."
"Dovresti rispondermi e basta, Bea. Magari dicendo quello che pensi." Lei rimase in silenzio ancora un momento. Quando rispose, le parole le uscirono di bocca in un sibilo quasi stizzito.
"Si, mi preoccuperò sempre così. Sempre. E non me ne frega niente se non ne hai bisogno o se tu hai torto marcio e gli altri ragione. Non ci posso fare niente, non sopporto di vederti stare male, neanche un pochino. Non ce la faccio. È peggio che quelle fitte che ti vengono all'improvviso e non sai nemmeno il perché. Perciò...adeguati, va bene?" Dario si avvicinò a lunghi passi, coprendo in un lampo l'ampiezza della stanza e le abbracciò la schiena, intrecciando le braccia davanti al suo seno. La sentiva rigida nel suo abbraccio, quasi legnosa, come se si aspettasse chissà quale rimprovero dopo aver pronunciato quelle parole.
"Mi adeguo volentieri. Te l'ho detto, ho sbagliato io. Mi piace avere qualcuno che mi difende."
"Non è che ti difendo..."
"Mm?"
"È che mi dà fastidio."
"Chiaro."
"Lo so che non hai bisogno di essere difeso." Dario sorrise contro il culmine del capo di lei. Perfino da se stesso, lo difendeva.
"Magari invece si." Bea si girò lentamente nel suo abbraccio fino a trovare il suo sguardo e cercò in esso la conferma delle sue parole. I grandi occhi chiari la osservavano con un lieve brillio di ironica attesa nel profondo.
"Si?"
"Si, Bea. Sul serio. Va bene." Sempre molto lentamente, come nel timore dinspezzare un incanto, lei gli passò le braccia intorno alla vita e posò la testa sul suo petto.
Beatrice si sentiva al limite della commozione. Per essere sincera, riusciva appena a tratteneresi dal piangere e dal prenderlo a pugni. Senza che potesse esercitare alcun controllo su di esse, le ritornavano spontanee alla mente tutte le occasioni in cui aveva dovuto vergognarsi del profondo istinto di protezione che provava nei suoi confronti. Era cosciente, sapeva, che Dario era un uomo adulto, grande, forte e vaccinato e dotato dalla natura non meno che dalla propria costanza ed ingegno di armi di difesa più efficaci ed affilate della maggioranza dei suoi pari. Eppure, fin da che aveva ricordo, non poteva fare a meno di sentirsi in qualche mldo in dovere di frapporsi fra lui e qualsiasi cosa paresse intenzionata a ferirlo. In parte, certo, la sua reazione era dovuta al fatto di essere ammessa alla visione di una parte ben meno robusta di lui, quella parte che regolarmente rimaneva ferita ad ogni singolo accidente che decidesse mai di capitare e che lei tentava, da una vita intera, di rattoppare quanto meglio poteva; d'altra parte, però, doveva ammettere, almeno a se stessa, che c'era una motivazione molto egoistica al suo comportamento. Non aveva mentito, dicendo a Dario che provava fastidio nel vederlo accusare un colpo. Aveva, ciò nonostante, sminuito di molto la portata dei propri sentimenti. Lei provava niente meno che dolore, in quei momenti, un dolore tanto più profiondo ed acuto quanto più inatteso era l'attacco.
Non aveva mai provato nulla di simile, quando attaccavano lei direttamente, riflettè, con il capo posato sulla spalla di Dario e il suono familoare del suo cuore nell'orecchio. Probabilmente il suo punto più vulnerabile, per un qualche caso del destino, era finito dentro al corpo di lui, invece che rimanere nel proprio.
Dario la attirò dolcemente verso il tavolo, camminando all'indietro mentre ancora la tratteneva fra le braccia.
Iniziarono a baciarsi prima piano, sfiorandosi appena con le labbra, poi sempre più famelici. Le loro lingue saettavano dentro e fuori dalle bocche carezzando, picchiettando e irrompendo. Il loro abbraccio divenne dapprima sempre più stretto, fino a mozzare loro il respiro, avvicinandosi fin dove i loro corpi e l'elasticità della loro carne lo consentiva, poi si sciolse in una miriade di carezze, in una pioggia leggera di tocchi lievi, che diventarono più insinunati, più pressanti, rapidamente. Le loro dita cercarono e trovarono spiragli fra gli strati di stoffa che li ricoprivano, fino ad arrivare alla pelle nuda. I loro abiti iniziarono a venir spinti da parte, arrotolati, tesi fino al limite della possibilità, e poi, finalmente, tolti, quasi strappati.
Dario scoprì il seno di Bea, strattonando con impazienza vesro l'alto il reggipetto, e lo accolse nell'incavo delle mani, costeggiando l'areola scura con la punta del pollice, prima di chinarsi per baciarlo. Succhiò con avidità i piccoli capezzoli ruvidi e apputiti d'eccitazione, mentre le dita di lei gli passavano fra i capelli corti e lisci, tirandolo e trattenendolo nello stesso gesto. Poi la spinse sul tavolo e si strofinò contro di lei, lasciandole sentire la sua eccitazione, godendo del loeve mugolio che le sfuggì dalla gola a quel contatto.
Bea si inarcò all'indietro, stendendo la schiena sul legno lustro del tavolo, e lo strinse fra le cosce, con forza. Amava la sensazione del corpo di lui fra i muscoli delle sue gambe, dell'offrirsi al suo sguardo, sapendo e trovando conferma nella sua espressione assorta e trasognata di procurargli piacere, di carezzare i suoi sensi così come lui carezzava il suo corpo. Le dita di Dario trovarono la strada verso la sua intimità e vi indugiarono appena il tempo sufficiente per strapparle un sospiro. Era lì, di fronte a lei, in piedi fra le sue gambe, a petto nudo, scompigliato e meraviglioso, e lei sentì di desiderarlo con una forza che la sorprese,  come lo aveva desiderato sognandolo nel tempo in cui non poteva averlo per sé, quando risvegliarsi dopo quei sogni le provocava un dolore talmente sordo e profondo da lasciarla vuota e nauseata per la giornata intera.
Sollevò appena i fianchi per permettergli di sfilarle le mutandine e lo chiamò a sé con un muto richiamo di puro desiderio.
E poi fu dentro di lei, mentre il mondo intero e la notte che scendeva scolorivano piano in lontananza, svuotandosi di ogni significato, mere immagini da cartolina in confronto alla potenza assolutandi ciò che stava accadendo. Era dentro di lei, e lei non era più sola.

mercoledì 12 novembre 2014

46

"Non ci credo che gli ha detto così" sbottò Viola tagliando in quattro parti la mela rossa davanti a Beatrice con un movimento rapido dttato da una lunga abitudine. "E lui?" Chiese poi all'amica che la fissava divertita.
"Viola, guarda che io me le posso tagliare da sola la frutta. Uso abitualmente i coltelli da anni." L'altra le agitò davanti una mano, chiedendole contemporaneamente di lasciar perdere e di risponderle. "Eh, e lui niente." Riprese Beatrice mordicchiando il frutto con aria pensosa "c'è rimasto sinceramente troppo male per ribattere. Lo sai che ha qualche problema col concetto di autorità."
"E con gli amici. E con se stesso. E anche col colore rosso, a vedere come ti fa vestire. Che, detto fra noi, guarda che è ridicolo che ti fai scegliere i vestiti dal tuo moroso." Bea si strinse nelle spalle.
"Gli fa piacere, che male c'è? È così contento, quando glielo lascio fare. Mi dice sempre che sono la sua bambolina." Nonostante la preoccupazione, sorrise dicendo quelle parole. Viola sbuffò, fra l'esasperato ed il divertito.
"Si, si, abbiamo capito, si diverte a giocare al padroncino con te. Ma, detto questo, e adesso come sta? Insomma, quando è successa tutta questa tragedia fra lui e il suo amichetto del cuore, ieri?" Bea annuì.
"Ieri dopo pranzo. Poi è venuto a casa dritto filato e mi è crollato in mano. Dovevi vederlo, Viola, mi faceva talmente star male! Con quegli occhi vitrei come se gli avessero sparato in fronte, tutto distrutto, a dirmi che gli stava bene perché avrebbe dovuto impararlo da sempre, che non bisogna fidarsi di nessuno. Ti giuro che gli avrei cavato gli occhi coi denti, a Vasirani, se l'avessi avuto di fronte! Ma dico io! E lo sa, com'è fatto! Lo sapeva benissimo, quello che gli stava facendo!"
"Forse ha solo perso la calma. Insomma, capita, no? Guarda Dario..."
"Dario è un'altra cosa. Lo sai. Lui non fa apposta, non lo sa, non lo riesce a capire, fino a che punto..."
"E magari in quel momento ad Andrea gli è scappato il controllo! Voglio dire, se è venuto fino a casa vostra per parlargli, penso che non sia stato per finire il lavoro di demolizione, no? Avrà voluto chiedergli scusa!"
"Non lo so." Dopo essersi disputate il turno di parola, ora le due donne erano silenziose al tavolo, tanto immobilo che avrebbero potuto essere prese per statue, installazioni moderne sul tema del quotidiano. Nella cucina allegra e pulita di Viola, chine l'una sulla sua mela e l'altra in contemplazione delle proprie mani, chiuse ognuna nei propri pensieri, non di meno godevano del calore e del conforto della reciproca presenza.
Beatrice spinse da parte ciò che restava del frutto e si strofinò il viso con le mani, stroppicciandosi gli occhi sotto le lenti.
"Beh? Cosa fai?" Le chiese Viola.
"Niente. Cosa ho fatto?" L'altra le indicò la mela. "Ah, non mi va più."
"La tua dieta dice che la devi mangiare." Bea si strinse di nuovo nelle spalle e rimase a quel modo, come se tentasse di sparire. Poi, con la stessa aria determinata con la quale affrontava l'organizzazione del lavoro, afferrò uno spicchio e ne staccò un morso.
Il cibo le si affollava nella bocca come se crescesse di volume, riempiendola, soffocandola. Il succo asprigno le colò in gola, togliendole il respiro, e diede un colpo di tosse. Viola la vide diventare paonazza, poi trovare il tovagliolo di carta sul tavolo tentoni, gli occhi accecati dalla lacrimazione.
"Bea? Ci sei? Respiri?" Viola si alzò a mezzo dalla sedia, preoccupata, vedendo l'altra piegarsi in avanti, scossa dalla tosse e dai conati. Servì almeno un minuto perché Beatrice riuscisse a raddrizzarsi, ancora rossa in viso, e a sfilarsi gli occhiali per ripulirsi il viso. Le lacrimavano gli occhi e la gola le bruciava come se fosse malata.
"Io non ce la faccio." Disse all'amica con voce arrochita. "Non ci resisto. Non mi interessa cosa c'è scritto su quella cazzo di dieta, mi viene da vomitare."
Viola strinse le labbra. Fra le sue sopracciglia una piccola, netta ruga di volontà sembrava approfondirsi a vista d'occhio. I suoi grandi occhi scuri girarono per la stanza, cercando un qualunque appiglio per far prevalere la ragione in quella che le pareva una situazione insensata, poi si posarono di nuovo su Beatrice, che stava togliendo le ultime, disfatte tracce di trucco dal viso con un lembo del tovagliolo. Non c'era via di scampo. A prescindere da quanto lineare, banale, fosse la realtà dei fatti, le conseguenze su quei due disgraziati erano evidentemente negative.
"Sul serio gli ha detto che gli avrebbe fatto un richiamo ufficiale se non faceva come voleva lui?" Le chiese poi.
"Sul serio, Viola. Lo sai che Dario non dice bugie." L'altra annuì.
"E davvero l'ha presa così male?"
"Molto male. Praticamente dopo che Andrea se n'è andato non ha più aperto bocca. Si è messo in punizione, come quando litigava con zio Lucio." La voce di Beatrice si incupì. Viola si sfregò le labbra con la punta delle dita.
"E non credi che riescano a risolverla? Che so, magari a parlarsi, a chiarirsi?" Senza rispondere, Bea la guardò negli occhi per un secondo, prima di sollevare un sopracciglio con aria ironica. Non si rendeva nemmeno conto di quanto si somigliavano,  pensò Viola reprimendo un sorriso. Le loro espressioni erano talmente uguali che sembravano frutto di un artificio, come se avessero passato anni ad allenarsi per ottenere quell'effetto. Le ricordavano Hansel e Gretel, i due fratellini della fiaba, sperduti nella foresta. Bea aveva ragione, naturalmente. Se aveva capito qualcosa del funzionamento di quel matto di Dario, era che nel momento stesso in cui veniva colpito, diventava di pietra. Almeno all'esterno. Per tutto quello che succedeva dentro, invece, c'era Beatrice. Solo lei, a sostenere tutto il peso di quelle reazioni emotive che avevano le dimensioni e la linearità di un uragano tropicale. La stessa Beatrice che ancora stava lottando, con le unghie e con i denti, per convincersi che aveva il diritto di vivere anche lei.
Viola provò un'ondata di affetto e di rabbia insieme. Bea era una buona amica, presente, stimolante, affettuosa ed infinitamente comprensiva. Era una buona persona. Non voleva vederla fare nemmeno un solo passo indietro, sulla strada che l'avrebbe portata a guarire, a smettere di punirsi con ferocia per il solo fatto di essere viva, e sapeva, ne era certa, che se Dario fosse crollato l'avrebbe trascinata, volontariamente o meno, con sé nella caduta, perché lei non poteva riuscire, non nelle condizioni in cui si trovava, a reggere il peso di un'altro di quegli spaventosi sbalzi cui la sottoponeva.
"Senti" le disse poi. "Magari Andrea ce la fa, a mettere a posto le cose. Voglio dire, quello non molla neanche a bastonarlo in testa, no? È come certe bestie, una volta che affonda i denti, o lo ammazzi o ti stacca un pezzo."
"Nella speranza che non lo ammazzi..." Mormorò Bea, quasi vergognosa.
"Cos'è, ti dispiacerebbe? Non dirmi che ti ci sei affezionata, alla fine!"
"Senti, Viola, quei due non dovrebbero litigare. Non sono capaci. Andrea non lo sa, non lo capisce, cosa ha innescato." Si torse le mani, in una inconsapevole forma di autopunizione, fino a sbiancare le nocche. Quando mosse gli occhi per alzare lo sguardo sull'amica, il suo viso, che dopo tanti anni le pareva nudo così, privo degli occhiali, era quello di una donna più vecchia di dieci anni. Si era affezionata sì ad Andrea. Non aveva potuto evitarlo. Aveva reso Dario felice ed era un piacere trovarseli per casa, a scherzare come ragazzini. E poi era fondamentalmente buono, e questo lei lo sapeva apezzare. La sua calma, quella aveva sempre saluto che era solo apparente. Nessuno può restare calmo e sorridente in eterno. Ma la sua bontà d'animo, quella che lo muoveva a preoccuparsi di tutti, a ricordare il nome di ciascuno dei suoi vicini e a non trascurare mai nessuno, quello era reale, quasi palpabile.
Era queato, Beatrice l'aveva capito, che lo rendeva irresistibile al prossimo, non il suo eterno sorridere né l'aspetto, ma il fatto stesso che avesse a cuore, d'istinto, ogni persona con cui veniva in contatto.
Non voleva che facesse male a Dario. Non voleva che Dario gli facesse male, spinto dal suo istinto di autodifesa a dimenticare l'affetto che provava per lui.
Bea si chinò lentamente in avanti, raccogliendosi attorno al nodo formato dalle proprie mani, mentre il lungo silenzio di Dario, senza nemmeno l'interruzione di una chiamata, adesso che era ora di pranzo, le procurava fitte di preoccupazione sempre più profonde ed acute.
"Insomma, hai paura che Andrea non capendo la portata della reazione di Dario si ficchi nella cacca. Giusto?"
"Giusto. Soprattutto la parte della cacca." Viola la guardò ancora un attimo.
"E allora, noi glielo spieghiamo. Che problema c'è?"
"Viola, non so se...se ci riusciamo. Insomma, dopo ieri non so se è disposto ad ascoltare me. E te, non ti conosce molto. E..."
"Oh, quante storie. Dobbiamo almeno tentare! Dai, chiamalo, mettetevi d'accordo per vedervi!" Bea spalancò gli occhi. Non le occorse alcuno sforzo, per immaginare le conseguenze di una simile telefonata, se per disgrazia fosse arrivata in un momento in cui Andrea si fosse trovato abbastanza vicino a Dario da permettergli di capire cosa stesse accadendo. Viola non aspettò di sentire altro. Sbuffando disgustata, afferrò il telefono e fece partire la chiamata.

Andrea si sentiva inquieto, quella mattina, mentre cercava di concentrare  la mente sul lavoro. La sfortuna aveva voluto che fosse una mattinata insolitamente tranquilla, ai limiti del monotono, e che il tempo per riflettere sugli eventi della sera precedente fosse perfino troppo.
Non aveva avuto ancora modo di parlare con Dario di quello che era accaduto. Nonostante fosse arrivato molto presto quel mattino, aveva trovato la lunga berlina rossa già parcheggiata al solito posto. Non aveva ancora trovato dentro di sé la calma necessaria per scendere al laboratorio ed andargli semplicemente a parlare. Quella che sentiva, a volerla chiamare col suo nome, era paura. Non riusciva a comprendere fino in fondo il motivo, certo Dario non l'avrebbe aggredito, ma la sensazione era inequivocabile.
Cercò di figurarsi la peggiore delle ipotesi possibili, come sempre quando doveva prepararsi ad affrontare una situazione sgradevole, ma la sua mente lo tradì, mostrandogli solo un fedele replica della scena del giorno precedente.
Andrea espirò rumorosamente e riprese a riporre in ordine cronologico i documenti inerenti le schede del personale. Doveva pur trovare un modo per occupare il tempo.
Resistette fin quasi ad ora di pranzo, prima di decidere in via definitiva che la situazione in cui si trovava era ridicola. Doveva solo scendere di un piano ed andare a sistemare la faccenda.
'Lo faccio per lui' pensava, scendendo le scale ad un passo per volta, con gambe insolitamente pesanti 'è troppo stressato ultimamente, e poi ci resta troppo male con questo genere di cose' argomentò a se stesso, scacciando con una piccola smerfia stizzita la consapevolezza di deaideraee sportattutto di liberarsi dal suo senso di colpa 'e poi non è il tipo da venire lui da me. Non è il suo stile.' Pensò ancora. La sua mente tentò di protestare debolmente, facendogli notare che era lui a sentire il bisogno impellente di verificare l'entità del danno che aveva provocato.
Si sentiva deluso di se stesso, perfino irritato con se stesso. Detestava quella parte di lui e, di norma, la teneva ben rinchiusa, dietro una manciata di porte robuste e stretta in qualche giro di catena. Non sapeva in che modo fosse riuscita a trovare una crepa, una falla grande abbastanza da riversarsi fuori per arrivare fino a Dario, ma non riusciva a perdonarselo.
Raggiunse la porta del laboratorio tanto lentamente da sembrare uno studente recalcitrante nell'atto di costringersi ad entrare in aula.
La schiena di Dario lo aspettava, quasi nello stesso punto del giornonprecedente e l'amico pareva assorto in un compito molto simile, intento a spuntare con meticolosa precisione un lungo elenco da una serie di fogli.
I suoi colleghi, Anna e Luigi, lavoravano ognuno assorto neinpropri compiti. Nella lunga stanza ordinata regnava un silenzio inframezzato solo dal ronzio di sottofondo che vi permaneva sempre, ad ogni ora.
"Ciao." Salutò Andrea. Gli occhi dei colleghi di Dario scattarono da l'uno all'altro, come aspettando una qualche sorta di reazione, ma l'unica reazione visibile al suo saluto fu l'istantaneo raddrizzarsindella schiena dell'altro, in una posa tanto diritta e rigida da apparire innaturale. Non si voltò, non mostrò nemmeno il profilo, prima di rispondere.
"Buongiorno."
"Andiamo a pranzo insieme, oggi?" Chiese Andrea alla schiena di Dario.
"No. Grazie. Vado a casa." Spiccava ogni parola con la precisione di chi parli una lingua straniera e Andrea poteva quasi udire il suono metallico delle sue difese che si alzavano precipitosamente.
"Vuoi compagnia?"
"No. Grazie. A posto così." Andrea strinse le labbra e strisciò i piedi sul pavimento di lustro linoleum grigio chiaro.
"Okay, allora. Se poi cambi idea mi dici qualcosa."
"Naturalmente." Dario non accennava a muoversi. Per un attimo Andrea pensò di aggirarlo per poterlo guardare in faccia, ma glinocchi degli altri presenti lo inchiodavano sul posto, imponendogli di mantenere una atteggiamento dignitoso, perciò si limitò a raddrizzarsi con aria indifferente.
"Allora, ciao."
"Buon lavoro."
La porta verde scuro si richiuse alle spalle di Andrea e Dario, lentamente, rilassò i muscoli della schiena e del collo, che dolevano appena per l'improvvisa tensione cui li aveva sottoposti. Non si sentiva pronto, non ancora, a parlare con lui. Preferiva che smaltire l'effetto delle suenparole, prima, che l'avevano colpito come una frustata.
'In fin dei conti' pensò Dario ritornando al lavoro 'aveva perfino ragione lui. Sarebbe ben brutto se finissi per lasciarmi scappare la linguaccia, solo perché mi sono offeso.'
Posò con cura i fogli sul ripiano e si avvicinò al terminale, richiamando in poche mosse sicure i grafici che voleva rivedere.
'Appena sarò più calmo' si disse 'ne parleremo.'

Beatrice rientrò presto e passò al telefono con Viola la mezz'ora precedente all'arrivo di Dario. Chiaccieravano in un fitto tono coiratorio che si troncò bruscamente al rumore delle chiavi che entravano nella toppa e, quando lui entrò in casa, la trovò intenta a riporre il cellulare ben in fondo alla borsetta.
"Bentornato." Gli disse lei avvolgendolo in un abbraccio prima ancora che si togliesse la giacca, il viso inclinato verso l'alto per ricevere un bacio. Senza poterselo impedire, Dario sorrise. Era bello essere accolti con tanto calore.
"Ciao, nanetta. Com'è andata?"
"Mah, così, senza infamia e senza lode. E a te?"
"Bene. Abbiamo recuperato tutto il tempo perso per quell'errore di archiviazione e dovrei riuscire a stendere la relazione sui risultati in tempo." Si sfilò la leggera giacca scura e piegò le ginocchia per salutare Swiffer, che gli girava attorno domandando la sua dose di attenzioni. Bea si chinò con lui, posando la spalla contro la sua in un gesto di confidenza. Sorrideva, dolce come e più di quanto lo fosse mai stata, dandogli la sensazione di emanare una sommessa luce interiore.
"Allora, cosa fanno adesso i miei ragazzi? Vanno a fare quattro passi?" Dario annuì, arruffando il pelo al cagnetto, senza la voglia di rompere con il suono della sua voce quel momento di quieta bellezza. "Ti dispiace se passa Viola prima di cena? Volevamo finire di parlare di una cosa." Di nuovo senza parlare, lui annuì, poi si rialzò lentamente, per andare a mettersi qualcosa di più comodo.
Bea e Swiffer lo seguirono, la prima camminando silenziosa sui suoi passi e l'altro trottando allegro, certo dell'imminenza di una passeggiata.
La stanza da letto era nel solito ordine immacolato, e ogni superficie splendente luccicava quieta nella penombra della finestra appena accostata.
Bea sedette sul bordo del letto e lo guardò spogliarsi e scegliere dall'armadio degli abiti vecchi, comodi e un po' lisi. Non le occorse chiedergli altro. Le sole occasioni in cui Dario si rifugiava dentro quei vecchi vestiti erano quelle in cui sentiva un estremo bisogno di conforto. Riconobbe con un sorriso i pantaloni di cotone che stava indossando. Li aveva già all'ultimo anno delle superiori, sol che allora era in grado di infilarli e sfilarli senza doverli slacciare ed era costretto a portarli con una cintura, e non a trattenere il fiato quando li abbottonava. La pelle candida della sua schiena sembrava un'ininterrotta superficie di marmo, modellata dalla mano sapiente di uno scultore. Lei lo trovava quasi più bello, ora, di quanto lo fosse mai stato da ragazzo. Allungò la mano in un gesto distratto e gli passò le dita lu go la colonna vertebrale, facendogli comparire minuscole bolle di pelle d'oca sulle spalle. Dario si voltò con un sorriso appena accennato e le restituì la carezza, facendo scorrere la punta dell'indice sulla sua guancia.
Pochi minuti dopo stava uscendo, Swiffer disciplinatamente accosto alla caviglia. Aveva conservato in petto un senso di consolazione, da quel poco tempo trascorso in casa, una piccola ma potente fonte di calma interiore. Avrebbe cercato di star fuori più tempo ppssibile, riflettè fra sé, per dar modo a Bea e Viola di parlare di qualunque cosa volessero. Se al suo rientro fossero state ancora lì, si sarebbe semplicemente ritirato nello studio. Non aveva voglia di chiacchierare, quella sera, stava ancora sedando il suo turbamento. Quando Bea fosse rimasta sola, invece, intendeva reclamarla per sé. Aveva qualche idea in merito al modo migliore per trovare tutto il conforto che gli era necessario. Sorrise fra sé svoltando verso il lungo viale alberato che prediligeva per le lunghe passeggiate e lasciò la sua mente libera di immaginare ciò che voleva, mentre i piedi lo portavano, obbedienti, lungo il percorso noto.

Viola arrivò con ancora addosso la felpa rosa chiaro che costituiva il suo abituale abbigliamento da casa e i capelli raccolti in una coda approssimativa, immagine lampante dell'impegno che le era servito per ritagliarsi quel poco di tempo nel fitto delle sue responsabilità domestiche.
"Quel rimbambito di Vasirani non mi ha risposto in tutto il giorno" disse entrando, a mo' di saluto. Bea prese la sua borsetta e la posò sul tavolo della cucina, poi si voltò per avviare la macchina del caffè.
"E quindi?" Chiese a Viola con un senso di delusione.
"E quindi ho chiamato Elena. Cosa dovevo fare, lasciar perdere tutto?" Chiese poi, davanti allo sguardo stupito di Beatrice. "Fra l'altro lei non sapeva niente. Non le ha detto una parola, quello lì! Ah, e come sta Dario? Ti ha racxontato niente?"
"Niente. Praticamente non ha aperto bocca. Sembra ancora molto turbato."
"Turbato. Turbato incazzato o?"
"No, turbato triste, purtroppo. Ma dimmi cos'ha detto Elena."
"Che viene qui. Arriva tipo fra due minuti. E non mi guardare come se fossi una pazza! Se non cinsi mettono loro, qualcuno dovrà pur aiutarli, no?" Beatrice si sedette, posando sul tavolo le tazzine.
"Non so se hai fatto bene. Insomma, forse dovremmo lasciarli stare, no?"
"Giusto. Giustissimo. Tu non dovresti mangiare qualcosa, a quest'ora? " le domandò Viola con fare volutamente indifferente. Beatrice arrossì appena.
"Non ho molta fame." Ammise. L'amica annuì con forza.
"Ascolta, non sto dicendo che dobbiamo processarli o roba del genere. Ma vuoi due state male, quindi qualcosa dobbiamo fare. Non si può solo sperare che vada tutto bene, Bea. Bisogna fare in modo, che vada tutto bene, se vuoi ottenere qualcosa di buono."
"Non dico di no, Viola. Dico solo che..." Beatrice si interruppe, sentendo bussare alla porta. Andò ad aprire ad Elena ed entrambe tornarono in cucina e si accomodarno al tavolo.
"Allora, cosa facciamo, secondo voi?" Esordì Elena guardando alternativamente l'una e l'altra.
"Stavo giusto dicendo a Viola che penso che dovremmo lasciarli stare il più possibile. Insomma, magari io e te possiamo provare a parlargliene, ciascuno al suo, ma..."
"E io stavo giusto dicendo a Bea" la interruppe Viola con un accenndo di impazienza nella voce "che secondo me dobbiamo farli ragionare, con le buone o con le cattive. Perché quei due lì..." di nuovo bussarono alla porta. Bea scoccò uno sguardo interrogativo a Viola, che si strinse nelle spalle, prima di andare alla porta.
"Andrea!" Disse stupita. Lui la guardò quasi con timidezza.
"Senti, Bea, lo so che sei arrabbiata, ma ho davvero bisogno di parlare con Dario." Bea fece un passo indietro per permettetgli di entrare.
"Adesso è fuori." Gli disse con tutta la gentilezza che riuscì a trovare "ma entra pure. Senti, mi dispiace per ieri sera. È che quando è che quando lp vedo così mi sembra di impazzire." Andrea entrò e la seguì, per poi fermarsi sulla porta della cucina, spiazzato.
"Elena! Cosa fai qui?" Elena lo guardò scuotendo appena il capo.
"Parlavamo di quello che è successo ieri a voi due. Avresti potuto dirmelo. Chissà quanto ci sei stato male." Il suo tono era di tenero rimprovero. "Anche tua madre ha detto che..."
"Mia madre? Cosa c'entra mia madre?" Andrea la fissava attonito. Era certo di non aver nemmeno accennato alla faccenda, quando, la sera prima, aveva sentito Liliana al telefono. Elena fece spallucce.
"Beh, oggi l'ho sentita e le ho parlato di questa faccenda. Sai, pensavo che qualcosa le avessi detto, le dici sempre tutto." Glinrispose in tonoo leggero. "Ha detto che stasera ti chiama."
Viola e Beatrice, intanto, seguivano lo scambio di battute spostando gli occhi dall'uno all'altra, come guardando un evento sportivo. Non li interruppero, preferendo non intervenire per non evidenziare il ruolo che avevano svolto nel crearsi di quella situazione.
Andrea, palesemente innervosito dall'evolversi degli eventi, fece ad Elena ancora qualche domanda su ciò che aveva riferito a sua madre, con voce sempre più secca e irritata. Elena, dal canto suo, stava cercando di trattenere a forza gli ultimi scampoli di pazienza. Dopo un'intera giornatandi lavoro si era precipitata lì con l'unico intento di trovare, insieme a Beatrice, un modo per aiutare Andrea ed ecco che lui l'aggrediva, comportandosi come se avesse invaso la sua sfera personale, quando sapeva benissimo che lei non era persona da farlo. I segni scuri attorno alla sua bocca si andavano approfondendo a vista d'occhio, come un presagio di tempesta, quando il cellulare di Andrea squillò, facendolo soffiare d'impazienza come un gatto arrabbiato.
Lo sfilò dalla tasca e rimase immobile per un attimo, fissando con aria inorridita il display.
"È mia madre." Disse, a nessuno in particolare, continuando a fissare il telefono.
"Cosa fai? Non rispondi?" Gli chiese Viola in tono sommesso. Per qualche motivo le sembrava giusto non parlare a voce troppo alta.
Andrea parrve prendere fiato, cime un tuffatore che si prepari prima di lanciarsi nel vuoto, e poi accettò la chiamata. Le tre donne presenti nella stanza, attorno a lui, potevano seguire solo la sua metà della conversazione, ma non ebbero bisogno di spiegazioni.
"Ciao, mamma." Disse Andrea. "Si, no, non è che abbiamo litigato. Uma discussione..." una lunga pausa. "Mamma, ma se ti dico che non ho..." Andrea sospirò, ascoltando ancora."No, non gli ho ancora parlato. Perché non è in casa, ecco perché." Una nuova pausa. "Ah, siete insieme? Cosa vuol dire che vieni qui? Tu cosa ci vieni a fare, qui?" Andrea coprì il ricevitore con la mano e girò su Bea uno sguardo stravolto. "Dora e mia madre stanno venendo qui." Le comunicò nel tono piatto che riservava alle brutte notizie. Bea sgranò gli occhi. Sapeva che Dora sarebbe passata in settimana, ma l'ultima cosa che si aspettava era di vederla arrivare quella sera, con Liliana al rimorchio. Scosse la testa in un precipitoso diniego, rivolta ad Andrea, che staccò la mano dal ricevitore. "Mamma, senti, magari non stasera. Che ne dici, un altro giorno?" Bea gli si avvicinò, come se volesse sentire quello che diceva la voce al telefono. Si premeva le labbra con la punta delle dita. "No, mamma, sul serio." Il tono di Andrea cambiò di colpo. "Cosa vuol dire?" Si voltò verso Bea, posando il cellulare contro il petto. "Sono qui. Sono già qui, in fondo alla strada." Le disse. Beatrice cercò gli occhi di Viola,  che rispose al suo sguardo con un gesto rassegnato ed andò alla porta.
Pochi minuti dopo, in una cucina alquanto affollata, le singole voci si perdevano in un incomprensibile cicaleccio.
Liliana stava cercando di strappare a suo figlio la sua versione dei fatti su quanto era accaduto il giono precedente con Dario, animata dall'idea che un simile scompiglio dovesse necessariamente nascondere qualcosa di più di quello di cui era a conoscenza.
Beatrice stava parlando con Dora e Viola, cercando di moderare i toni in cui la sua amica stava raccontando alla sua vecchia governante l'accaduto, per non farla preoccupare all'eccesso, come spesso accadeva quando veniva a sapere che qualcosa aveva turbato Dario.
Elena, nel bel mezzo di tutto questo, passava dal tentare di calmare Liliana al dare man forte a Beatrice.
Fu nel bel mezzo di tutto questo che Dario, con Swiffer che gli trotterellava accanto felice e soddisfatto dalla lunga gita, rientrò in casa.
Stava pensando di farsi una doccia veloce e poi di chiamare Bea a tenergli compagnia per  un po' in camera da letto, magari di andare a mangiare un boccone fuori, più tardi, e sganciava il guinzaglio dal collare del cane quando si rese conto del brusio di alveare che veniva dalla cucina.
In curiosito, si avvicinò alla porta chiusa e sentì levarai le voci familiari di Dora e Liliana. Parevano intente ad un serrato battibecco, interrotto solo da sporadiche obiezioni di Bea. Ma c'erano anche altre voci.
Con le sopracciglia corrugare, Dario aprì la porta e fece capolino.
Andrea era appoggiato con le anchenal piano di lavoro, come spesso accadeva, ma non aveva l'aria rilassata. Pareca fossetato intrappolato in quell'angolo da Dora e sua madre, che si dividevano equamente fra il discutere fra di loro e quello che pareva um interrogatorio a lui. Elena alla sua destra e Beatrice alla sua sinistra, fiancheggiata da Viola, non parevano meno bellicose.
Dario allungò il collo per osservare meglio la scena. Non capiva. Era come se un trattore, senza alcun preavviso, fosse apparso nel suo box doccia. Non riusciva ad immaginare un solo motivo al mondo per il quale stesse assistendo a quella scena.
Poi intoni sembrarono accendersi di colpo, in reazione ad una qualche risposta di Andrea cui non aveva prestato attenzione. Non sapeva cosa frullasse in testa a quel pasticcione, ultimamente, ma sembrava che non fosse in grado di tenersi lontano dai guai. Prima con lui, ed ora al centro di quella che aveva tutta l'aria di una rivolta popolare. Aveva l'aria di qualcuno a cui serve disperatamente una mano. Dario entrò, portandosi dietro la porta, e incrociò le braccia sul petto. Poi cercò la sua voce più tranquilla.
"Si può sapere cosa succede?" Chiese. Istantaneamente, tutti glinocchi si girarono su di lui.
"Non lo indovini cosa succede, razza di coglione? Cosa gli sei andato a raccontare, che ti ho mangiato vivo? Che ti ho accoltellato?" Andrea sembrava sul punto di esplodere.
"Smettila di arrabbiarti con Dario, tu. Ha solo fatto una domanda." Lo risprese Dora con voce severa. Andrea si batté le cosce coi palmi in un gestoo frustrato e lo guardò negli occhi, inalberando un'espressione di sopportazione.
"Faremi capire." Tentò ancora Dario. "È per via della nostra discussione di ieri?" Beatrice stava rapidamente passando da un generico rosa ad un intenso cremisi. Incrociò i suoi occhi e strinse appena le labbra in un gesto di scusa. "Lo state...Barattolo, ti stanno...sgridando?"
"Si, brutto deficiente. Tutte quante. Perché ho fatto inquietare il principino." Sempre a braccia conserte, Dario abbassò lo sguardo. Le sue labbra tremavano appena e le narici palpitavano visibilmente. "Perché tu non mi puoi parlare di persona, no? Troppo facile! Tu mi mettindavanti un cazzo di plotone di esecuzione! " le spalle di Dario iniziarono a sussultare appena.
Bea lo fissò per un attimo e poi allargò le braccia in un gesto rassegnato, che Dora condivise, aggiungendovi una scrollata di capo.
"Cosa?" Chiese loro Andrea, ormai al limite di una nuova arrabbiatura. "Che cosa? Cosa succede ancora, adesso? Eh? Oh, dì qualcosa!" Finalmente Dario rialzò lo sguardo e non fu più in grado di trattenersi. Iniziando a ridere, prima sommessamente poinsempre più forte, si rivolse all'amico.
"Ti stanno sgridando! Si, cazzo! Io ho il potere!" Appoggiò le spalle alla porta e agitò un pugno nell'aria, ridendo come un pazzo. "Dai, barattolo! Fammi un richiamo, che poi ti scateno contro il mio esercito!" Ululò fra una risata e l'altra.
Dora si voltò con una smorfia di scusa verso Liliana.
"Io pensavo che crescendo gli sarebbe passata. Sembra un uomomtanto serio..."
"Sei un coglione!" Esclamò Andrea, indicando Dario e scatenando una nuova salva di risate.
"Si, ma un coglione ben difeso, cazzo!"
"Non ti preoccupare, Theodora. Sono stupidi, poverini. Noi abbiamo fatto il nostro meglio." La consolò Liliana.
Beatrice ridacchiava in un angolo, senza riuscire a resistere, mvedendo Dario a quel modo. Elena si era visibilmente rilassata e Viola guardava ora l'uno ora l'altro con aria di disapprovazione.
Poi Dario staccò le spalle dalla porta e si avvicinò, pulendosi con la base dei palmi le guance dalle lacrime che gli aveva strappato la lunga risata.
"Dai, Andre, stai calmo. Vieni di là, lasciamo le signore a parlare in pace." Lo guardava con un mezzo sorriso, fra il compassionevole e il divertito.
"Mi stai salvando, coglione?" Dario sollevò le sopracciglia. Non disse nulla, ancora reprimendo una nuova risata.