"Non ci credo che gli ha detto così" sbottò Viola tagliando in quattro parti la mela rossa davanti a Beatrice con un movimento rapido dttato da una lunga abitudine. "E lui?" Chiese poi all'amica che la fissava divertita.
"Viola, guarda che io me le posso tagliare da sola la frutta. Uso abitualmente i coltelli da anni." L'altra le agitò davanti una mano, chiedendole contemporaneamente di lasciar perdere e di risponderle. "Eh, e lui niente." Riprese Beatrice mordicchiando il frutto con aria pensosa "c'è rimasto sinceramente troppo male per ribattere. Lo sai che ha qualche problema col concetto di autorità."
"E con gli amici. E con se stesso. E anche col colore rosso, a vedere come ti fa vestire. Che, detto fra noi, guarda che è ridicolo che ti fai scegliere i vestiti dal tuo moroso." Bea si strinse nelle spalle.
"Gli fa piacere, che male c'è? È così contento, quando glielo lascio fare. Mi dice sempre che sono la sua bambolina." Nonostante la preoccupazione, sorrise dicendo quelle parole. Viola sbuffò, fra l'esasperato ed il divertito.
"Si, si, abbiamo capito, si diverte a giocare al padroncino con te. Ma, detto questo, e adesso come sta? Insomma, quando è successa tutta questa tragedia fra lui e il suo amichetto del cuore, ieri?" Bea annuì.
"Ieri dopo pranzo. Poi è venuto a casa dritto filato e mi è crollato in mano. Dovevi vederlo, Viola, mi faceva talmente star male! Con quegli occhi vitrei come se gli avessero sparato in fronte, tutto distrutto, a dirmi che gli stava bene perché avrebbe dovuto impararlo da sempre, che non bisogna fidarsi di nessuno. Ti giuro che gli avrei cavato gli occhi coi denti, a Vasirani, se l'avessi avuto di fronte! Ma dico io! E lo sa, com'è fatto! Lo sapeva benissimo, quello che gli stava facendo!"
"Forse ha solo perso la calma. Insomma, capita, no? Guarda Dario..."
"Dario è un'altra cosa. Lo sai. Lui non fa apposta, non lo sa, non lo riesce a capire, fino a che punto..."
"E magari in quel momento ad Andrea gli è scappato il controllo! Voglio dire, se è venuto fino a casa vostra per parlargli, penso che non sia stato per finire il lavoro di demolizione, no? Avrà voluto chiedergli scusa!"
"Non lo so." Dopo essersi disputate il turno di parola, ora le due donne erano silenziose al tavolo, tanto immobilo che avrebbero potuto essere prese per statue, installazioni moderne sul tema del quotidiano. Nella cucina allegra e pulita di Viola, chine l'una sulla sua mela e l'altra in contemplazione delle proprie mani, chiuse ognuna nei propri pensieri, non di meno godevano del calore e del conforto della reciproca presenza.
Beatrice spinse da parte ciò che restava del frutto e si strofinò il viso con le mani, stroppicciandosi gli occhi sotto le lenti.
"Beh? Cosa fai?" Le chiese Viola.
"Niente. Cosa ho fatto?" L'altra le indicò la mela. "Ah, non mi va più."
"La tua dieta dice che la devi mangiare." Bea si strinse di nuovo nelle spalle e rimase a quel modo, come se tentasse di sparire. Poi, con la stessa aria determinata con la quale affrontava l'organizzazione del lavoro, afferrò uno spicchio e ne staccò un morso.
Il cibo le si affollava nella bocca come se crescesse di volume, riempiendola, soffocandola. Il succo asprigno le colò in gola, togliendole il respiro, e diede un colpo di tosse. Viola la vide diventare paonazza, poi trovare il tovagliolo di carta sul tavolo tentoni, gli occhi accecati dalla lacrimazione.
"Bea? Ci sei? Respiri?" Viola si alzò a mezzo dalla sedia, preoccupata, vedendo l'altra piegarsi in avanti, scossa dalla tosse e dai conati. Servì almeno un minuto perché Beatrice riuscisse a raddrizzarsi, ancora rossa in viso, e a sfilarsi gli occhiali per ripulirsi il viso. Le lacrimavano gli occhi e la gola le bruciava come se fosse malata.
"Io non ce la faccio." Disse all'amica con voce arrochita. "Non ci resisto. Non mi interessa cosa c'è scritto su quella cazzo di dieta, mi viene da vomitare."
Viola strinse le labbra. Fra le sue sopracciglia una piccola, netta ruga di volontà sembrava approfondirsi a vista d'occhio. I suoi grandi occhi scuri girarono per la stanza, cercando un qualunque appiglio per far prevalere la ragione in quella che le pareva una situazione insensata, poi si posarono di nuovo su Beatrice, che stava togliendo le ultime, disfatte tracce di trucco dal viso con un lembo del tovagliolo. Non c'era via di scampo. A prescindere da quanto lineare, banale, fosse la realtà dei fatti, le conseguenze su quei due disgraziati erano evidentemente negative.
"Sul serio gli ha detto che gli avrebbe fatto un richiamo ufficiale se non faceva come voleva lui?" Le chiese poi.
"Sul serio, Viola. Lo sai che Dario non dice bugie." L'altra annuì.
"E davvero l'ha presa così male?"
"Molto male. Praticamente dopo che Andrea se n'è andato non ha più aperto bocca. Si è messo in punizione, come quando litigava con zio Lucio." La voce di Beatrice si incupì. Viola si sfregò le labbra con la punta delle dita.
"E non credi che riescano a risolverla? Che so, magari a parlarsi, a chiarirsi?" Senza rispondere, Bea la guardò negli occhi per un secondo, prima di sollevare un sopracciglio con aria ironica. Non si rendeva nemmeno conto di quanto si somigliavano, pensò Viola reprimendo un sorriso. Le loro espressioni erano talmente uguali che sembravano frutto di un artificio, come se avessero passato anni ad allenarsi per ottenere quell'effetto. Le ricordavano Hansel e Gretel, i due fratellini della fiaba, sperduti nella foresta. Bea aveva ragione, naturalmente. Se aveva capito qualcosa del funzionamento di quel matto di Dario, era che nel momento stesso in cui veniva colpito, diventava di pietra. Almeno all'esterno. Per tutto quello che succedeva dentro, invece, c'era Beatrice. Solo lei, a sostenere tutto il peso di quelle reazioni emotive che avevano le dimensioni e la linearità di un uragano tropicale. La stessa Beatrice che ancora stava lottando, con le unghie e con i denti, per convincersi che aveva il diritto di vivere anche lei.
Viola provò un'ondata di affetto e di rabbia insieme. Bea era una buona amica, presente, stimolante, affettuosa ed infinitamente comprensiva. Era una buona persona. Non voleva vederla fare nemmeno un solo passo indietro, sulla strada che l'avrebbe portata a guarire, a smettere di punirsi con ferocia per il solo fatto di essere viva, e sapeva, ne era certa, che se Dario fosse crollato l'avrebbe trascinata, volontariamente o meno, con sé nella caduta, perché lei non poteva riuscire, non nelle condizioni in cui si trovava, a reggere il peso di un'altro di quegli spaventosi sbalzi cui la sottoponeva.
"Senti" le disse poi. "Magari Andrea ce la fa, a mettere a posto le cose. Voglio dire, quello non molla neanche a bastonarlo in testa, no? È come certe bestie, una volta che affonda i denti, o lo ammazzi o ti stacca un pezzo."
"Nella speranza che non lo ammazzi..." Mormorò Bea, quasi vergognosa.
"Cos'è, ti dispiacerebbe? Non dirmi che ti ci sei affezionata, alla fine!"
"Senti, Viola, quei due non dovrebbero litigare. Non sono capaci. Andrea non lo sa, non lo capisce, cosa ha innescato." Si torse le mani, in una inconsapevole forma di autopunizione, fino a sbiancare le nocche. Quando mosse gli occhi per alzare lo sguardo sull'amica, il suo viso, che dopo tanti anni le pareva nudo così, privo degli occhiali, era quello di una donna più vecchia di dieci anni. Si era affezionata sì ad Andrea. Non aveva potuto evitarlo. Aveva reso Dario felice ed era un piacere trovarseli per casa, a scherzare come ragazzini. E poi era fondamentalmente buono, e questo lei lo sapeva apezzare. La sua calma, quella aveva sempre saluto che era solo apparente. Nessuno può restare calmo e sorridente in eterno. Ma la sua bontà d'animo, quella che lo muoveva a preoccuparsi di tutti, a ricordare il nome di ciascuno dei suoi vicini e a non trascurare mai nessuno, quello era reale, quasi palpabile.
Era queato, Beatrice l'aveva capito, che lo rendeva irresistibile al prossimo, non il suo eterno sorridere né l'aspetto, ma il fatto stesso che avesse a cuore, d'istinto, ogni persona con cui veniva in contatto.
Non voleva che facesse male a Dario. Non voleva che Dario gli facesse male, spinto dal suo istinto di autodifesa a dimenticare l'affetto che provava per lui.
Bea si chinò lentamente in avanti, raccogliendosi attorno al nodo formato dalle proprie mani, mentre il lungo silenzio di Dario, senza nemmeno l'interruzione di una chiamata, adesso che era ora di pranzo, le procurava fitte di preoccupazione sempre più profonde ed acute.
"Insomma, hai paura che Andrea non capendo la portata della reazione di Dario si ficchi nella cacca. Giusto?"
"Giusto. Soprattutto la parte della cacca." Viola la guardò ancora un attimo.
"E allora, noi glielo spieghiamo. Che problema c'è?"
"Viola, non so se...se ci riusciamo. Insomma, dopo ieri non so se è disposto ad ascoltare me. E te, non ti conosce molto. E..."
"Oh, quante storie. Dobbiamo almeno tentare! Dai, chiamalo, mettetevi d'accordo per vedervi!" Bea spalancò gli occhi. Non le occorse alcuno sforzo, per immaginare le conseguenze di una simile telefonata, se per disgrazia fosse arrivata in un momento in cui Andrea si fosse trovato abbastanza vicino a Dario da permettergli di capire cosa stesse accadendo. Viola non aspettò di sentire altro. Sbuffando disgustata, afferrò il telefono e fece partire la chiamata.
Andrea si sentiva inquieto, quella mattina, mentre cercava di concentrare la mente sul lavoro. La sfortuna aveva voluto che fosse una mattinata insolitamente tranquilla, ai limiti del monotono, e che il tempo per riflettere sugli eventi della sera precedente fosse perfino troppo.
Non aveva avuto ancora modo di parlare con Dario di quello che era accaduto. Nonostante fosse arrivato molto presto quel mattino, aveva trovato la lunga berlina rossa già parcheggiata al solito posto. Non aveva ancora trovato dentro di sé la calma necessaria per scendere al laboratorio ed andargli semplicemente a parlare. Quella che sentiva, a volerla chiamare col suo nome, era paura. Non riusciva a comprendere fino in fondo il motivo, certo Dario non l'avrebbe aggredito, ma la sensazione era inequivocabile.
Cercò di figurarsi la peggiore delle ipotesi possibili, come sempre quando doveva prepararsi ad affrontare una situazione sgradevole, ma la sua mente lo tradì, mostrandogli solo un fedele replica della scena del giorno precedente.
Andrea espirò rumorosamente e riprese a riporre in ordine cronologico i documenti inerenti le schede del personale. Doveva pur trovare un modo per occupare il tempo.
Resistette fin quasi ad ora di pranzo, prima di decidere in via definitiva che la situazione in cui si trovava era ridicola. Doveva solo scendere di un piano ed andare a sistemare la faccenda.
'Lo faccio per lui' pensava, scendendo le scale ad un passo per volta, con gambe insolitamente pesanti 'è troppo stressato ultimamente, e poi ci resta troppo male con questo genere di cose' argomentò a se stesso, scacciando con una piccola smerfia stizzita la consapevolezza di deaideraee sportattutto di liberarsi dal suo senso di colpa 'e poi non è il tipo da venire lui da me. Non è il suo stile.' Pensò ancora. La sua mente tentò di protestare debolmente, facendogli notare che era lui a sentire il bisogno impellente di verificare l'entità del danno che aveva provocato.
Si sentiva deluso di se stesso, perfino irritato con se stesso. Detestava quella parte di lui e, di norma, la teneva ben rinchiusa, dietro una manciata di porte robuste e stretta in qualche giro di catena. Non sapeva in che modo fosse riuscita a trovare una crepa, una falla grande abbastanza da riversarsi fuori per arrivare fino a Dario, ma non riusciva a perdonarselo.
Raggiunse la porta del laboratorio tanto lentamente da sembrare uno studente recalcitrante nell'atto di costringersi ad entrare in aula.
La schiena di Dario lo aspettava, quasi nello stesso punto del giornonprecedente e l'amico pareva assorto in un compito molto simile, intento a spuntare con meticolosa precisione un lungo elenco da una serie di fogli.
I suoi colleghi, Anna e Luigi, lavoravano ognuno assorto neinpropri compiti. Nella lunga stanza ordinata regnava un silenzio inframezzato solo dal ronzio di sottofondo che vi permaneva sempre, ad ogni ora.
"Ciao." Salutò Andrea. Gli occhi dei colleghi di Dario scattarono da l'uno all'altro, come aspettando una qualche sorta di reazione, ma l'unica reazione visibile al suo saluto fu l'istantaneo raddrizzarsindella schiena dell'altro, in una posa tanto diritta e rigida da apparire innaturale. Non si voltò, non mostrò nemmeno il profilo, prima di rispondere.
"Buongiorno."
"Andiamo a pranzo insieme, oggi?" Chiese Andrea alla schiena di Dario.
"No. Grazie. Vado a casa." Spiccava ogni parola con la precisione di chi parli una lingua straniera e Andrea poteva quasi udire il suono metallico delle sue difese che si alzavano precipitosamente.
"Vuoi compagnia?"
"No. Grazie. A posto così." Andrea strinse le labbra e strisciò i piedi sul pavimento di lustro linoleum grigio chiaro.
"Okay, allora. Se poi cambi idea mi dici qualcosa."
"Naturalmente." Dario non accennava a muoversi. Per un attimo Andrea pensò di aggirarlo per poterlo guardare in faccia, ma glinocchi degli altri presenti lo inchiodavano sul posto, imponendogli di mantenere una atteggiamento dignitoso, perciò si limitò a raddrizzarsi con aria indifferente.
"Allora, ciao."
"Buon lavoro."
La porta verde scuro si richiuse alle spalle di Andrea e Dario, lentamente, rilassò i muscoli della schiena e del collo, che dolevano appena per l'improvvisa tensione cui li aveva sottoposti. Non si sentiva pronto, non ancora, a parlare con lui. Preferiva che smaltire l'effetto delle suenparole, prima, che l'avevano colpito come una frustata.
'In fin dei conti' pensò Dario ritornando al lavoro 'aveva perfino ragione lui. Sarebbe ben brutto se finissi per lasciarmi scappare la linguaccia, solo perché mi sono offeso.'
Posò con cura i fogli sul ripiano e si avvicinò al terminale, richiamando in poche mosse sicure i grafici che voleva rivedere.
'Appena sarò più calmo' si disse 'ne parleremo.'
Beatrice rientrò presto e passò al telefono con Viola la mezz'ora precedente all'arrivo di Dario. Chiaccieravano in un fitto tono coiratorio che si troncò bruscamente al rumore delle chiavi che entravano nella toppa e, quando lui entrò in casa, la trovò intenta a riporre il cellulare ben in fondo alla borsetta.
"Bentornato." Gli disse lei avvolgendolo in un abbraccio prima ancora che si togliesse la giacca, il viso inclinato verso l'alto per ricevere un bacio. Senza poterselo impedire, Dario sorrise. Era bello essere accolti con tanto calore.
"Ciao, nanetta. Com'è andata?"
"Mah, così, senza infamia e senza lode. E a te?"
"Bene. Abbiamo recuperato tutto il tempo perso per quell'errore di archiviazione e dovrei riuscire a stendere la relazione sui risultati in tempo." Si sfilò la leggera giacca scura e piegò le ginocchia per salutare Swiffer, che gli girava attorno domandando la sua dose di attenzioni. Bea si chinò con lui, posando la spalla contro la sua in un gesto di confidenza. Sorrideva, dolce come e più di quanto lo fosse mai stata, dandogli la sensazione di emanare una sommessa luce interiore.
"Allora, cosa fanno adesso i miei ragazzi? Vanno a fare quattro passi?" Dario annuì, arruffando il pelo al cagnetto, senza la voglia di rompere con il suono della sua voce quel momento di quieta bellezza. "Ti dispiace se passa Viola prima di cena? Volevamo finire di parlare di una cosa." Di nuovo senza parlare, lui annuì, poi si rialzò lentamente, per andare a mettersi qualcosa di più comodo.
Bea e Swiffer lo seguirono, la prima camminando silenziosa sui suoi passi e l'altro trottando allegro, certo dell'imminenza di una passeggiata.
La stanza da letto era nel solito ordine immacolato, e ogni superficie splendente luccicava quieta nella penombra della finestra appena accostata.
Bea sedette sul bordo del letto e lo guardò spogliarsi e scegliere dall'armadio degli abiti vecchi, comodi e un po' lisi. Non le occorse chiedergli altro. Le sole occasioni in cui Dario si rifugiava dentro quei vecchi vestiti erano quelle in cui sentiva un estremo bisogno di conforto. Riconobbe con un sorriso i pantaloni di cotone che stava indossando. Li aveva già all'ultimo anno delle superiori, sol che allora era in grado di infilarli e sfilarli senza doverli slacciare ed era costretto a portarli con una cintura, e non a trattenere il fiato quando li abbottonava. La pelle candida della sua schiena sembrava un'ininterrotta superficie di marmo, modellata dalla mano sapiente di uno scultore. Lei lo trovava quasi più bello, ora, di quanto lo fosse mai stato da ragazzo. Allungò la mano in un gesto distratto e gli passò le dita lu go la colonna vertebrale, facendogli comparire minuscole bolle di pelle d'oca sulle spalle. Dario si voltò con un sorriso appena accennato e le restituì la carezza, facendo scorrere la punta dell'indice sulla sua guancia.
Pochi minuti dopo stava uscendo, Swiffer disciplinatamente accosto alla caviglia. Aveva conservato in petto un senso di consolazione, da quel poco tempo trascorso in casa, una piccola ma potente fonte di calma interiore. Avrebbe cercato di star fuori più tempo ppssibile, riflettè fra sé, per dar modo a Bea e Viola di parlare di qualunque cosa volessero. Se al suo rientro fossero state ancora lì, si sarebbe semplicemente ritirato nello studio. Non aveva voglia di chiacchierare, quella sera, stava ancora sedando il suo turbamento. Quando Bea fosse rimasta sola, invece, intendeva reclamarla per sé. Aveva qualche idea in merito al modo migliore per trovare tutto il conforto che gli era necessario. Sorrise fra sé svoltando verso il lungo viale alberato che prediligeva per le lunghe passeggiate e lasciò la sua mente libera di immaginare ciò che voleva, mentre i piedi lo portavano, obbedienti, lungo il percorso noto.
Viola arrivò con ancora addosso la felpa rosa chiaro che costituiva il suo abituale abbigliamento da casa e i capelli raccolti in una coda approssimativa, immagine lampante dell'impegno che le era servito per ritagliarsi quel poco di tempo nel fitto delle sue responsabilità domestiche.
"Quel rimbambito di Vasirani non mi ha risposto in tutto il giorno" disse entrando, a mo' di saluto. Bea prese la sua borsetta e la posò sul tavolo della cucina, poi si voltò per avviare la macchina del caffè.
"E quindi?" Chiese a Viola con un senso di delusione.
"E quindi ho chiamato Elena. Cosa dovevo fare, lasciar perdere tutto?" Chiese poi, davanti allo sguardo stupito di Beatrice. "Fra l'altro lei non sapeva niente. Non le ha detto una parola, quello lì! Ah, e come sta Dario? Ti ha racxontato niente?"
"Niente. Praticamente non ha aperto bocca. Sembra ancora molto turbato."
"Turbato. Turbato incazzato o?"
"No, turbato triste, purtroppo. Ma dimmi cos'ha detto Elena."
"Che viene qui. Arriva tipo fra due minuti. E non mi guardare come se fossi una pazza! Se non cinsi mettono loro, qualcuno dovrà pur aiutarli, no?" Beatrice si sedette, posando sul tavolo le tazzine.
"Non so se hai fatto bene. Insomma, forse dovremmo lasciarli stare, no?"
"Giusto. Giustissimo. Tu non dovresti mangiare qualcosa, a quest'ora? " le domandò Viola con fare volutamente indifferente. Beatrice arrossì appena.
"Non ho molta fame." Ammise. L'amica annuì con forza.
"Ascolta, non sto dicendo che dobbiamo processarli o roba del genere. Ma vuoi due state male, quindi qualcosa dobbiamo fare. Non si può solo sperare che vada tutto bene, Bea. Bisogna fare in modo, che vada tutto bene, se vuoi ottenere qualcosa di buono."
"Non dico di no, Viola. Dico solo che..." Beatrice si interruppe, sentendo bussare alla porta. Andò ad aprire ad Elena ed entrambe tornarono in cucina e si accomodarno al tavolo.
"Allora, cosa facciamo, secondo voi?" Esordì Elena guardando alternativamente l'una e l'altra.
"Stavo giusto dicendo a Viola che penso che dovremmo lasciarli stare il più possibile. Insomma, magari io e te possiamo provare a parlargliene, ciascuno al suo, ma..."
"E io stavo giusto dicendo a Bea" la interruppe Viola con un accenndo di impazienza nella voce "che secondo me dobbiamo farli ragionare, con le buone o con le cattive. Perché quei due lì..." di nuovo bussarono alla porta. Bea scoccò uno sguardo interrogativo a Viola, che si strinse nelle spalle, prima di andare alla porta.
"Andrea!" Disse stupita. Lui la guardò quasi con timidezza.
"Senti, Bea, lo so che sei arrabbiata, ma ho davvero bisogno di parlare con Dario." Bea fece un passo indietro per permettetgli di entrare.
"Adesso è fuori." Gli disse con tutta la gentilezza che riuscì a trovare "ma entra pure. Senti, mi dispiace per ieri sera. È che quando è che quando lp vedo così mi sembra di impazzire." Andrea entrò e la seguì, per poi fermarsi sulla porta della cucina, spiazzato.
"Elena! Cosa fai qui?" Elena lo guardò scuotendo appena il capo.
"Parlavamo di quello che è successo ieri a voi due. Avresti potuto dirmelo. Chissà quanto ci sei stato male." Il suo tono era di tenero rimprovero. "Anche tua madre ha detto che..."
"Mia madre? Cosa c'entra mia madre?" Andrea la fissava attonito. Era certo di non aver nemmeno accennato alla faccenda, quando, la sera prima, aveva sentito Liliana al telefono. Elena fece spallucce.
"Beh, oggi l'ho sentita e le ho parlato di questa faccenda. Sai, pensavo che qualcosa le avessi detto, le dici sempre tutto." Glinrispose in tonoo leggero. "Ha detto che stasera ti chiama."
Viola e Beatrice, intanto, seguivano lo scambio di battute spostando gli occhi dall'uno all'altra, come guardando un evento sportivo. Non li interruppero, preferendo non intervenire per non evidenziare il ruolo che avevano svolto nel crearsi di quella situazione.
Andrea, palesemente innervosito dall'evolversi degli eventi, fece ad Elena ancora qualche domanda su ciò che aveva riferito a sua madre, con voce sempre più secca e irritata. Elena, dal canto suo, stava cercando di trattenere a forza gli ultimi scampoli di pazienza. Dopo un'intera giornatandi lavoro si era precipitata lì con l'unico intento di trovare, insieme a Beatrice, un modo per aiutare Andrea ed ecco che lui l'aggrediva, comportandosi come se avesse invaso la sua sfera personale, quando sapeva benissimo che lei non era persona da farlo. I segni scuri attorno alla sua bocca si andavano approfondendo a vista d'occhio, come un presagio di tempesta, quando il cellulare di Andrea squillò, facendolo soffiare d'impazienza come un gatto arrabbiato.
Lo sfilò dalla tasca e rimase immobile per un attimo, fissando con aria inorridita il display.
"È mia madre." Disse, a nessuno in particolare, continuando a fissare il telefono.
"Cosa fai? Non rispondi?" Gli chiese Viola in tono sommesso. Per qualche motivo le sembrava giusto non parlare a voce troppo alta.
Andrea parrve prendere fiato, cime un tuffatore che si prepari prima di lanciarsi nel vuoto, e poi accettò la chiamata. Le tre donne presenti nella stanza, attorno a lui, potevano seguire solo la sua metà della conversazione, ma non ebbero bisogno di spiegazioni.
"Ciao, mamma." Disse Andrea. "Si, no, non è che abbiamo litigato. Uma discussione..." una lunga pausa. "Mamma, ma se ti dico che non ho..." Andrea sospirò, ascoltando ancora."No, non gli ho ancora parlato. Perché non è in casa, ecco perché." Una nuova pausa. "Ah, siete insieme? Cosa vuol dire che vieni qui? Tu cosa ci vieni a fare, qui?" Andrea coprì il ricevitore con la mano e girò su Bea uno sguardo stravolto. "Dora e mia madre stanno venendo qui." Le comunicò nel tono piatto che riservava alle brutte notizie. Bea sgranò gli occhi. Sapeva che Dora sarebbe passata in settimana, ma l'ultima cosa che si aspettava era di vederla arrivare quella sera, con Liliana al rimorchio. Scosse la testa in un precipitoso diniego, rivolta ad Andrea, che staccò la mano dal ricevitore. "Mamma, senti, magari non stasera. Che ne dici, un altro giorno?" Bea gli si avvicinò, come se volesse sentire quello che diceva la voce al telefono. Si premeva le labbra con la punta delle dita. "No, mamma, sul serio." Il tono di Andrea cambiò di colpo. "Cosa vuol dire?" Si voltò verso Bea, posando il cellulare contro il petto. "Sono qui. Sono già qui, in fondo alla strada." Le disse. Beatrice cercò gli occhi di Viola, che rispose al suo sguardo con un gesto rassegnato ed andò alla porta.
Pochi minuti dopo, in una cucina alquanto affollata, le singole voci si perdevano in un incomprensibile cicaleccio.
Liliana stava cercando di strappare a suo figlio la sua versione dei fatti su quanto era accaduto il giono precedente con Dario, animata dall'idea che un simile scompiglio dovesse necessariamente nascondere qualcosa di più di quello di cui era a conoscenza.
Beatrice stava parlando con Dora e Viola, cercando di moderare i toni in cui la sua amica stava raccontando alla sua vecchia governante l'accaduto, per non farla preoccupare all'eccesso, come spesso accadeva quando veniva a sapere che qualcosa aveva turbato Dario.
Elena, nel bel mezzo di tutto questo, passava dal tentare di calmare Liliana al dare man forte a Beatrice.
Fu nel bel mezzo di tutto questo che Dario, con Swiffer che gli trotterellava accanto felice e soddisfatto dalla lunga gita, rientrò in casa.
Stava pensando di farsi una doccia veloce e poi di chiamare Bea a tenergli compagnia per un po' in camera da letto, magari di andare a mangiare un boccone fuori, più tardi, e sganciava il guinzaglio dal collare del cane quando si rese conto del brusio di alveare che veniva dalla cucina.
In curiosito, si avvicinò alla porta chiusa e sentì levarai le voci familiari di Dora e Liliana. Parevano intente ad un serrato battibecco, interrotto solo da sporadiche obiezioni di Bea. Ma c'erano anche altre voci.
Con le sopracciglia corrugare, Dario aprì la porta e fece capolino.
Andrea era appoggiato con le anchenal piano di lavoro, come spesso accadeva, ma non aveva l'aria rilassata. Pareca fossetato intrappolato in quell'angolo da Dora e sua madre, che si dividevano equamente fra il discutere fra di loro e quello che pareva um interrogatorio a lui. Elena alla sua destra e Beatrice alla sua sinistra, fiancheggiata da Viola, non parevano meno bellicose.
Dario allungò il collo per osservare meglio la scena. Non capiva. Era come se un trattore, senza alcun preavviso, fosse apparso nel suo box doccia. Non riusciva ad immaginare un solo motivo al mondo per il quale stesse assistendo a quella scena.
Poi intoni sembrarono accendersi di colpo, in reazione ad una qualche risposta di Andrea cui non aveva prestato attenzione. Non sapeva cosa frullasse in testa a quel pasticcione, ultimamente, ma sembrava che non fosse in grado di tenersi lontano dai guai. Prima con lui, ed ora al centro di quella che aveva tutta l'aria di una rivolta popolare. Aveva l'aria di qualcuno a cui serve disperatamente una mano. Dario entrò, portandosi dietro la porta, e incrociò le braccia sul petto. Poi cercò la sua voce più tranquilla.
"Si può sapere cosa succede?" Chiese. Istantaneamente, tutti glinocchi si girarono su di lui.
"Non lo indovini cosa succede, razza di coglione? Cosa gli sei andato a raccontare, che ti ho mangiato vivo? Che ti ho accoltellato?" Andrea sembrava sul punto di esplodere.
"Smettila di arrabbiarti con Dario, tu. Ha solo fatto una domanda." Lo risprese Dora con voce severa. Andrea si batté le cosce coi palmi in un gestoo frustrato e lo guardò negli occhi, inalberando un'espressione di sopportazione.
"Faremi capire." Tentò ancora Dario. "È per via della nostra discussione di ieri?" Beatrice stava rapidamente passando da un generico rosa ad un intenso cremisi. Incrociò i suoi occhi e strinse appena le labbra in un gesto di scusa. "Lo state...Barattolo, ti stanno...sgridando?"
"Si, brutto deficiente. Tutte quante. Perché ho fatto inquietare il principino." Sempre a braccia conserte, Dario abbassò lo sguardo. Le sue labbra tremavano appena e le narici palpitavano visibilmente. "Perché tu non mi puoi parlare di persona, no? Troppo facile! Tu mi mettindavanti un cazzo di plotone di esecuzione! " le spalle di Dario iniziarono a sussultare appena.
Bea lo fissò per un attimo e poi allargò le braccia in un gesto rassegnato, che Dora condivise, aggiungendovi una scrollata di capo.
"Cosa?" Chiese loro Andrea, ormai al limite di una nuova arrabbiatura. "Che cosa? Cosa succede ancora, adesso? Eh? Oh, dì qualcosa!" Finalmente Dario rialzò lo sguardo e non fu più in grado di trattenersi. Iniziando a ridere, prima sommessamente poinsempre più forte, si rivolse all'amico.
"Ti stanno sgridando! Si, cazzo! Io ho il potere!" Appoggiò le spalle alla porta e agitò un pugno nell'aria, ridendo come un pazzo. "Dai, barattolo! Fammi un richiamo, che poi ti scateno contro il mio esercito!" Ululò fra una risata e l'altra.
Dora si voltò con una smorfia di scusa verso Liliana.
"Io pensavo che crescendo gli sarebbe passata. Sembra un uomomtanto serio..."
"Sei un coglione!" Esclamò Andrea, indicando Dario e scatenando una nuova salva di risate.
"Si, ma un coglione ben difeso, cazzo!"
"Non ti preoccupare, Theodora. Sono stupidi, poverini. Noi abbiamo fatto il nostro meglio." La consolò Liliana.
Beatrice ridacchiava in un angolo, senza riuscire a resistere, mvedendo Dario a quel modo. Elena si era visibilmente rilassata e Viola guardava ora l'uno ora l'altro con aria di disapprovazione.
Poi Dario staccò le spalle dalla porta e si avvicinò, pulendosi con la base dei palmi le guance dalle lacrime che gli aveva strappato la lunga risata.
"Dai, Andre, stai calmo. Vieni di là, lasciamo le signore a parlare in pace." Lo guardava con un mezzo sorriso, fra il compassionevole e il divertito.
"Mi stai salvando, coglione?" Dario sollevò le sopracciglia. Non disse nulla, ancora reprimendo una nuova risata.
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