domenica 23 novembre 2014

48

Il giorno in cui il divorzio fra Dario e Stella doveva essere ratificato si avvicinava rapidamente e Dario appariva sempre più silenzioso e teso.
Passava la maggior parte del tempo che non trascorreva immerso nel lavoro sulla sua moto, di norma con Bea dietro di lui, a seguire ogni minimo movimentoncome fosse una parte dinlui. Mano a mano che la fine di aprile si avvicinava,  la sua guida diventava sempre più veloce e sconsiderata, le sue curve sempre più ripide e l'occhio che prestava alla strada da percorrere sempre più acuto e concentrato. La velocità che richiedeva a se stesso, in quei momenti, la concentrazione assoluta e totale che esigevano queste sue prove di forza e riflessi, lo aiutava ad escluderendalla mente tutto ciò a cui non voleva pensare, ma che pareva intensionato a seguirlo, a seguire il clrso del suo pensiero, ovunque lo dirigesse, come un barattolo legato alla coda di un cane.
Bea non diceva nulla. Non si lamentava delle sue corse folli né dei suoi silenzi, limitandosi ad accogliere l'urto dinquel muro di profondo turbamento in sé, cercando di non lasciarsi sfuggire nemmeno un suono dinprotesta. Continuava a seguire dieta e terapia, riversando o gni energia che non poteva concentrarensu Dario nell'impegno disciplinato e costante di non creare ulteriori fonti di preoccupazione in cui lui avesse ad incappare per errore, voltando l'occhio al momento sbagliato.
I chili sembravano attaccarlesi addosso con una rapidità da macchietta comica, dopo tanto tempo passato in una sorta di forzato digiuno, e più di una volta fu tentata di abbandonare tutto per il solo desiderio dinrivedere se stessa così come aveva imparato a conoscersi, con le ossa del bacino che si delineavano chiare sotto la pelle e l'ombra lieve delle prime costole ben visibile sopra l'impercettibile rilievo del seno, ma le era sufficiente una sola occhiata al viso serio e tirato che Dario teneva chino sul piatto per farle dimenticare ogni cosa, tranne il desiderio di rendergli più facili quei giorni tanto duri.
Così si limitava a tenere per sé il senso di profondo disagio che provava nel sentir stringere i vestiti e nel vedersi sempre più rotonda e quasi formosa e a indossare il giubbotto grigio e giallo chenluinle aveva preso, per salire, sera dopo sera, fine settimana dopo fine settimana, dietro di lui, per lasciarsi trascinare in quelle corse folli e senza meta,  che erano diventate, come lo erano state tanti anni prima, il suo solo modo di sfuggire se stesso.
"Si può sapere cos'è che ti spaventa tanto?" Bea era in piedi, nella penombra candida dello studio di Dario, dietro di lui, col gomito posato sulla finestra che pareva cieca, così velata. Non aveva saputo trattenersi oltre. Il suo silenzio stava incominciando a filtrarle dentro, come un male insinuante, che scavava in rivoli e sottili crepe attorno a quel punto, fra il petto e l'addome, in cui si trovava il legame fra loro.
Dario respirò a fondo, rumorosamente, strofinandosi il viso con le mani aperte. Le sue spalle e i suoi gesti esprimevano una stanchezza infinita, fondamentale, come se ne fosse intrisa l'essenza stessa del suo animo.
Posò il libro che stava leggendo a rovescio sul piano sgombro della scrivania immacolata.
"Vuoi davcero sentire la risposta, Bea?" Le chiese. Il suo profilo apparve, e uno sguardo chiaro e penetrante la sfiorò, senza indurla ad indietreggiare.  Non aveva nulla da nascondere.
"Si, Dario, mi farebbe piacere. Comincio a sentirmi un po' sola." Il lungo braccio di lui si tese all'indietro, alla cieca, brancolando alla ricerca della mano che si intrecciò alla sua. La attirò a sé e si circondò delle sue braccia, come in cerca di conforto. Bea posò la giancia contro la sua e rimasero per un momento in silenzio, apparentemente assorti nella contemplazione della copertina del libro sulla scrivania.
"Ho paura di rivederla. Dopo l'ultima volta. Insomma, sai, dopo chenera venuta qui e abbiamo discusso è semplicemente sparita. Non una telefonata, una parola, un passaggio casuale. Niente. E, fidati, Bea, non è da lei. Di solito quando sta in silenzio non è buon segno." Bea lo strinse un poco di più, fino ad avvertire come una miriade di minuscole punture la sua barba che cresceva.
"E cosa pensi che ti possa fare? Mangiarti? Alla peggio fa un'altra sceneggiata, no?"
"Ecco. Preferirei di no. E preferirei magari non in pubblico." Era fin troppo facile per lui immaginare Stella intenta a coprirlo di contumelie di fronte a chiunquensi trovasse a tiro di voce. E sapeva fin troppo bene che impressione dava, quando lui accennava anche solo minimamente a reagire: la proporzione fisica fra loro o qualcosa nel suo modo di fare, non sapeva quale delle due cose, faceva si da sempre, fin dai tempi dell'università, che Stella potesse tenere certi atteggiamenti senza rischiare alcun tipo di condanna morale, mentre lui si trovava istantaneamente dalla parte del torto tentando di difendersi. Non importava quanto lei gridasse o cosa gli dicesse: se reagiva, il cattivo era lui. Passò i palmi aperti suglia avambracci di Bea, chiusi attorno alle sue spalle come un'armatura. "Bea? "
"Dimmi."
"Vieni con me?" La pelle soffice della guancia di lei si mosse contro il suo viso. Stava annuendo.
"Però lo sai, vero, che io non ci riesco, a stare zitta, se quella lì comincia a blaterare?" Dario tentò di reprimere un sorriso.
"Potrebbe essere che ti porti apposta?" Le chiese.inutile negarlo, si vergognava un poco di quel suo espediente. Era un po' come girare in un quartiere malfamato con un cane feroce alla catena. Ma in quel momento il sollievo che provava era troppo evidente per negarsi quella rassicurazione. La sentì ridacchiare di gola,  a bocca chiusa, contro il suo collo.
"Potrebbe essere che io ci sperassi moltissimo?"
"Siamo due persone orrende. Ha ragione Andrea."
"Orribili, davvero. Amarci e difenderci l'un l'altra. Veramente non so come non ci arrestino per condotta immorale." Dario si volse appena nel suo abbraccio.
"Arrestano ancora la gente per condotta immorale?" Bea gli affondò il viso nella spalla emettendo un verso esasperato.
"Darietto, sei un caso disperato, lo sai? No. Non lo fanno più. Da tanto tempo." Il sorriso di Dario si allargò. Bea osservò affascinata, per la millesima volta, come si fosse fatto asimmerico. La parte sinistra della sua bocca, liscia e rosata, si solleva come aveva sempre fatto, mentre a destra, dove la bianca cicatrice rompeva la simmetria dell'arco, c'era come un ritardo, un incresparsi più lento e meno accentuato. Gli dava un'aria decisamente furfantesca.
"Allora siamo relativamente al sicuro, no?" Le chiese. Lei annuì ancora.
Il resto del pomeriggio e la sera tracorsero quietamente, mentre il sole declinava lento nel suo arco, parlando di tutto quello che avevano taciuto nei giorni addietro.
Non fu comunque sufficiente a disperdere le nubi di preoccupazione che si affolavano nella mente di Dario.
Si sentiva meglio, ora che sapeva di poter contare sulla presenza e sul sostegno di Bea, era innegabile, ma l'idea di reincontrare Stella dopo più di un anno, di vederla, di vedere di fronte a sé, inconfutabile, la conseguenza deinsuoi gesti e delle sue scelte negli occhi e nei movimenti di quella che era stata sua moglie, della persona con cui sentiva di aver condiviso di più di se stesso esclusa Bea, lo manteneva lo stesso in uno stato di costante agitazione.
Mancavano appena tre giorni a quell'incontro che aveva scatenato in lui tanti timsori, quando, come ormai gli era usuale, rientrandl dal lavoro fece capolino alla porta della vecchia stanza degli ospiti.
Era rientrato tardi, completamente assorto nell'ideazione di un nuovo sistema di analisi per alcuni campioni, e trovò Beatrice assorta nella lettura dell'ultimo romanzo che aveva portato a casa. Con una sensazione a metà fra lo stupore e la rassegnazione, vide che stava sfogliando con accanimento le ultime pagine di quel tomo corposo, che aveva aperto appena il giorno precedente.
"Oh. Vieni a fare un giro?" Domandò in voce sommessa.
"Mm. Un minuto. Quasi finito." Era inutile tentare di distogliere la sua attenzione in quel momento, lo sapeva bene. Soddisfatto comunque della risposta, che era quanto di più vicino ad un si potesse aspettarsi, si prese il tempo di cambiarsi con calma, ripiegando con cura gli abiti e riponendoli in una pila ordinata, sotto lo sguardo attento di Swiffer. Diede una grattata fra le orecchie al cagnetto, promettendogli a mezza voce una lunga passeggiata al loro ritorno e frce appena a tempo a rarsi dal bordo del letto, prima che entrasse Bea.
"Era un buon libro?" Le chiese con un mezzo sorriso. Il suo cipiglio conteneva già la risposta.
"Mah. Tutto quel casino, tutto un climax da quattrocento pagine...e poi ci appiccicano un finale risicato, buttato lì alla 'devo finirlo'. Riuscivi a fare di meglio anche tu, secondo me." Brontolò lei deusa gettando gli abiti appallottolati sul cassettone. Afferrò un paio di jeans e una felpa e li indossò, mentre Dario, con una smorfia che era quasi di sofferenza, si alzava e ripiegava con cura i suoi vestiti.
"E iomsuppongo di essere il punto minimo di arrivo, vero?" La canzonò lui con aria ironica. Bea sbuffò.
"Cos'è, ti sei offeso? Volevo solomdire che..."
"Non mi sono offeso. Tinsto prendendo in giro, nana. È facile, del resto, dato che sei scema."
"Chi si somiglia si piglia, l'hai mai sentito dire, brutto spilungone acido?"
"Accidenti, cosa posso fare, se mi contrapponi queste inarrivabili perle di saggezza? Si vede proprio che sei una donna colta."
"Chiudi la bocca, scemo. Se passa l'aria ti va da male quel poco di cervello che ti ritrovi."
"Argomentazione inoppugnabile, direi. Hai dimenticato 'pappappero', però. O ho sbagliato citazione?" Bea gonfiò il petto e tentò di squadrare le spalle, approfondendo la voce ad una caricatura di quella di lui.
"Argomentazione inoppugnabile, visconte. Il livello della servitù è inaccetabilmente calato, negli ultimi quattrocento anni. Villici trastanzuoli! E poi" lo rimbeccò tagliente tornando alla sua voce normale "è la stessa persona che non distingue il soggetto di una frase dal verbo. Ma dico io..."
"Zitta, tu, rappresentazione visiva di un paese sottosviluppato."
"La tua faccia e il mio sedere, caro. Gran coppia, quella." Si sorridevano, piantati ai lati opposti della stanza mentre Swiffer, ai piedi del letto, aveva già rinunciato ad ascoltarli e restava sdraiato a metà strada fra il sonno e la veglia.
"Ti amo, Bea. Lo sai, si?"
"Si. Anche io ti amo, Darietto." Si ritrovarono spalla palla uscendo dalla stanza e scesero senza più sentire il bisogno di parlare fino al garage.
La sera prima Dario aveva trascorso più di un'ora dad eliminare ogni singola traccia delle loro scorribande dalla superficie della moto, che ora splendeva sommessa nella luce incerta della stanza, come appena uscita di fabbrica.
Salirono in un intrecciarsi di movimenti coordinati come quelli di una danza, dati da un lungo allenamento. Dario si fermò solo un momento, prima di chiudere il casco, e le fece cenno di sistemare il ricevitore dell'auricolare, in modo che potessero parlare durante il viaggio. Bea obbedì e immediatamente gli parlò.
"Cosa lo facciamo a fare, che poi non parliamo mai?"
"Così. Metti che ne abbiamo bisogno."
"Sei assurdo, amore mio."
"Dai, Bea. Sono più tranquillo così, che ti costa?" Lei non rispose, limitandosi ad assestare un colpetto amichevole sul retro del suo casco, prima che partissero.
Come ogni volta, la partenza fu gentile, morbida, apparentemente innocua, mentre le strade del quartiere residenziale scorrevano attorno a loro. Mano a mano che la città si diradava, la velocità aumentava, come in un gioco di corrispondenze. Presto si  ritrovarono ad affrontare la stessa collina del loro primo giro in moto. Era una delle loro mete abituali, le curve strette consentivano a Dario di focalizzare ogni grammo di concenttazione, escludendo ogni altro pensiero.
Come la prima volta, arrivarono al belvedere e scesero per dividersi una sigaretta. Il crepuscolo sinintuiva ai margini dell'orizzonte come una marea crescente. Lo osservarono farsi più invadente, conquistare qualche altro centimetro di cielo, in un silenzio raccolto. Le loro spalle e le ginocchia si sfioravano, seduti sullo schienale della panchina, e nessuno dei sue sentiva il bisogno di sporcare a parole quel silenzio confortevole.
Il loro ritorno fu più pacato. La velocità rimase costantemente sotto i livelli di guardia, come se anche Dario fosse stato contagiato dalla pace profonda che avevano vissuto poco prima. O, forse, pensò Bea guardando le case, prima rade, poi sempre più vicine fra loro, sorrere da sopra la spalla di lui, era solo l'effetto della luce che andava via via spegnendosi, lasciando spazio alla notte, quella prudenza che era sbucata come d'improvviso nel suo modo di guidare.
Non vedeva molto, dalla sua posizione. Era sempre stato così, data la differenza di altezza fra loro, un totale e cieco affidarsi ai segnali che le rimandava il suo corpo fra le mani. Per quello venne colta completamente di sorpresa dalla brusca sbandata della moto, che le sussultò,  come tentando di svicolarsi di sotto di lei. Non fece a tempo ad assecondare il movimento e l'istinto, quanto mai sbagliato in quel momento, di cercare di bilanciare quell'improvviso torcersi del suo equilibio, li fece inesorabilmente precipitare a terra.
La moto mandò un ringhio, come un animale infuriato, e lei si sentì scivolare. Rotolò a terra sentendo le ginocchia e le mani sbucciarsi con un bruciore acuto e sbattè il sedere sull'afalto tanto forte che i denti le si chiusero di schianto con uno schiocco. Stordita, ebbe appena il tempo di rallegrarsi del fatto che non si era fatta nulla.
Poi sentì il rumore di Dario che cadeva. La sua testa si girò quasi mossa da propria volontà tanto in fretta da lasciarla assistede di prima persona alla scena. Vide la moto, la grossa, pesante motocicletta nuova, grigia e gialla come il suo giubbino, trascinare Dario un poco più avanti. Il sul corpo era innaturalmente inclinato all'indietro, rappresentazione visibile di sforzo e dolore. Un pensiero le attraversò la mente, incongruo, e si trovò a domandarsi come fosse possibile, se non avrebbe dovuto vederlo già fermo a terra, perché le pareva di ricordare che il rumore arriva dopo, anche molto dopo l'evento che lo provoca. C'era una spiegazione, ma non la ricordava. Dario l'avrebbe saputa. Appena si fosse rialzato glielo avrebbe domandato, lui era uma vera mi vera di fatterelli simili. Appena si fosse rialzato.
La realtà di quanto era accaduto le esplose alla coscienza come un lampo abbagliante e lo vide, sdraiato a terra, immobile, per metà sotto alla moto, che sembrava grottescamente grande messa a quel modo. Iniziò ad avanzare verso di lui carpono, tentando, mentre gli si avvicinava, di rimettersi in piedi senza grande successo. Erano appena un paio di metri, ma le parvero eterni.
'Perché non arriva nessuno?' Continuava a chiedersi 'perché non viene nessuno?"
Erano passati appena pochi secondi. Le auto iniziavano a fermarsi, i primi visi ansiosi a far capolino dai finestrini abbassati in tutta fretta.
Bea arrivò finalmente dove era Dario. Si sporse in avanti, semlre poggiata sulle mani e sulle ginocchia, fino al li ite estremo del suo equilibrio. Dario era ancpra nella stessa posizione in cui era caduto, malamente torto all'indietro, la moto che gli premeva addosso.
Le prime persone iniziarono a scendere dalle auto ed accorrere verso di loro.
Non riusciva a vederlo. Le ultime luci del tramonto, gialle e violette, si rifletrevano sulla visiera del suo casco, impedendole di vederlo in viso. Si domandò freneticamente perché mai non si muovesse, la domanda che accendeva echi sotto la volta del suo cranio, come se la urlasse in una vasta caverna.
Il primo dei passanti le toccò la spalla, la tirò, cercando di rialzarla, parlandole, chiedendole se stesse bene. Bea si liberò sella sua mano com uno scrollone. Dario non parlava. Non si muoveva. Un'onda liquida di furia e paira le montò dentro, improvvisa ed irresistibile come un cataclisma. Le parve che il cuore si gonfiasse di sangue fino ad assumere due volte le sue proporzioni e poi desse in un fiotto bollente che le riverberò attraverso il corpo, rendendendolo caldissimo e ronzante. Non perepiva più le punture di dolore a mani e ginocchia, dove la pelle era lacerata. D'improvviso vide ogni singolo sassolino che costituiva la distesa di asfalto, ogni goccia di umidità condensata sulle superfici lisce e piane. Come sottoposto ad uno spettacolare effetto ottico, il corpo di Dario le parve occupare la sua intera visuale, nitido come in una fotografia ad alto contrasto. Staccò le mani da terra e si alzò in piedi, meravigliandosi di quanto le fosse facile. Il suo corpo pareva non avere alcun peso, alcuna percezione. Era diventato un ricordo al margine della sua coscienza. Si chinò leggera in avanti, scostando nello stesso mlvimento la visiera che le fermava l'aria davanti al viso, e, afferrato il manubrio della moto, la rialzò, liberando Dario dal suo peso.
Ancora una volta, alla periferia estrema della sua mente, si produsse un certo stupore. Non ppteva avergli fatto un gran male qiell'aggeggio: pesava poco o nulla. La rimise in equilibrio sulle ruote e torse il busto ad un angolo innaturale, allontanandola da lui senza staccare impiedi dall'asfalto. Poi si chinò di nuovo e la posò con garbo a terra.
Il casco di Dario si era voltato nella sua direzione. Le sue mani trafficavano con la cinghietta sotto la gola. Non perdeva sangue. Bea chinò la schiena, piegandosi quasi a metà, e con ungesto distratto lo aiutò a slacciare il fermaglio. Dario si sollevò sui gomiti. Scossenpiano la testa e poi cercò di sfilarsi il casco. Uno dei passanti si avvicinò e tentò di rimetterlo a terra, dicendogli qualcosa. Beatrice lo toccò sulla spalla. Voleva solo chiedergli di allontanarsi, di lasciarlo stare, magari di chiamare un'ambulanza, tanto per sicurezza, ma quello arretrò precipitosamente al suo tocco, con un lungo passo all'indietro, prima di perdere l'equilibrio e finire sseduto sulla strada come era capitato a lei poco prima. Bea lo guardò incuriosita per un secondo.
Dario, intanto, era riuscito a sfilarsi il casco. La guardava con aria stordita, ma riusciva finalmente a sentirlo parlare.
"Stai bene, nana? Sei a posto?"
"Bene. Tu?"
"Te l'ho detto, tutto bene. Penso di essermi preso la fifa della mia vita, ma tutto bene." Uno sguardo di comlrensione gli attraversò il voltome le indicò con una mano che tremava la cintura. La scatoletta cui si collegava l'auricolare, che permetteva loro di parlare durante i tragitti in moto, si era sfilata ed era caduta da qualche parte. Probabilmente Dario le stava parlando fin da subito, ma lei nom poteva sentirlo. Lo vide fare un tentativo per rialzarsi e poi riappoggiarsi sui gomiti.
"Ti sei rotto qualcosa?" Gli chiese.
"No. Mi gira la testa. Te l'ho detto, me la sono fatta sotto. Adesso riprovo." Bea corrugò appena la fronte. Poi si piegò di nuovo e lo afferrò per il petto del giubbotto. Lo tirò in piedi come se non avesse peso, come se sotto il tessuto ruvido che teneva stretto in mano non ci fosse niente più di un fantoccio di stracci. Dario la guardava con gli occhi strabuzzati, dall'alto dei suoi trenta e passa centimetri di vantaggio.
"Bea, amore, stai avendo una reazione adrenergica. Siediti." Fissò la moto confuso. "L'hai spostata da sola, quella?"
"Si. Ma sto bene, davvero." Lui annuì e le slacciò delicatamente il casco. Bea nonnricordava nemmeno più di indossarlo e la sensazione di sollievo che provò nel sentirsene liberata le provocò un lungo sospiro. Dario le circondò le spalle, lasciandola appoggiare al suo petto. Era meraviglioso. Lo sentì parlare con qualcuno,  senza percepire il significato di ciò che diceva. Tutta la sua mente pareva essersi contratta al sentire la presenza del tessuto contro il viso e il peso delle sue braccia sulla schiena. Stava bene. Spaventato, ma bene. Lo sentiva nel ritmo del suo respiro, nel modo di stare in piedi. Lentamente il mondo circostante, terribilmente nitido fino a pochi secondi prima, perse consistenza. Le girava la testa e si sentiva affannata.
"...chiamato un ambulanza?" Stava dicendo una voce sconosciuta.
"Grazie. Siete stati molto gentili. Anche perché dopo una reazione adrenergica del genere, mi sa che fra poco questa sviene." La voce di Dario era sempre più lontana.
'Che sciocchezza' pensò Bea, posata sul petto di lui. 'Non sono mai svenuta in vita mia.'
Poi una strana sensazione di freddo le invase il viso, come se qualcuno le stesse versando sul capo una brocca d'acqua ghiacciata. Sentì le braccia di lui stringelesi attorno, come per sostenerla, e pensò che era molto sciocco. Era solo stanca.
Dario sentì il corpo di Bea farsi più pesante contro di lui e le strinse le braccia attorno. Nonostante si sentisse ancora le ossa molli dopo lo spavento che aveva preso e la gamba destra gli bruciasse come il fuoco dal ginocchio alla caviglia, sapeva di non essersi fatto davvero male e preferiva evitarle una brutta caduta. Quando percepì la resistenza del corpo di lei annullarsi fra le sue braccia, la posò delicatamente sull'asfalto e le si sedette accanto, le gambe allungate di fronte a sé come un bambino, aspettando l'arrivo dell'ambulanza.

Rientrarono a casa quando ormai la notte era avanzata. Una rapida chiamata a Dora, che era in possesso dinuna copia delle chiavi, aveva portato Swiffer verso una serata di stravizi e la casa li attendeva buia e vuota.
Dopo alcuni rapidi accertamenti lo avevano lasciati andare, pressoché illesi. Qualche brutta sbucciatura e unnpaio di ampi lividinrosso cupo erano quanto rimaneva loro in ricordo di quella brutta avventura.
Dario aprì la porta sentendosi vecchissimo.
Non ricordava di essere mainstato tanto stanco. La paura, il peso di tuttinquei giorni di tensione, la preoccupazione per Beatrice, non riusciva a credere dinessere stato tanto stupido da rischiare l'osso del collo tutte quelle volte con lei, e, infine, la fame, avevano drenato dal suo corpo ogni energia.
Desiderava solo un pasto abbondante e una doccia bollente, non necessariamente in quell'ordine.
Bea, al suo fianco, era bianca come un cencio, fisicamente provata dalla caduta e dall'enorme sforzo fisico che aveva compiuto poco dopo e turbata dal ricordo insistente di un'altra caduta, ben più rovinosa, di molti anni prima.
Senza dire una parola, gli passò la mano sul braccio e si diresse zoppicando leggermente verso la cucina. Presto il suono rassicurante della cena in arrivo pervase l'aria e Dario salì piano la scala, diretto al bagno, anelando di togliersi di dosso il puzzo dinospedale e adrenalina che gli intasava i pori della pelle.
Il getto d'acqua gli piombò in pieno petto, tanto bollente da arrossargli la pelle all'istante, strappandogli un rumoroso respiro di piacere. Si strofinò con vigore, infischiandosene dell'inutile blaterio dei medici su come aiutare la cicatrizzazione della lunga sbucciatura che ancora bruciava sulla sua gamba. Ci avrebbe pensato più tardi. Aveva bisogno di dormire e sapeva che non ce l'avrebbe fatta, con quell'odore addosso.
Si stava asciugando, strigliandosi quasi con crudeltà la pelle arrossata con la superficie ruvida dell'asciugamano, quando glimparve di sentire un suono familiare, il trillo acuto del suo cellulare.
Scrollò le spalle. Chiunquenfosse poteva benissimo cercarlo l'indomani, riflettè, non esisteva nulla di tanto urgente da coatringerlo a correre quando si sentiva in quel modo. Allo stesso tempo, senza  che se ne rendesse conto, i suoi movimenti accelerarono visibilmente.
Scese le scale con passo più rapido e sicuro di quando le aveva salite. Il trillo continuava, come se non si fosse mai interrotto.
Entrò in cucina, deciso a dare almeno un'occhiata all'autore di quella fastidiosa seccatura e temendo, al tempo stesso, che si trattasse di qualcosa di grave, e si trovò di fronte ad uno spettacolo quanto meno inatteso.
Bea, con un lungo cucchiaio di legno ancora fra le mani, osservava appena sporta in avanti il display illuminato, con una luce di folle disgusto sul viso. Sembrava una bestiola sul punto di imbizzarrirsi. Dario nin ebbe bisogno di fare domande. Conosceva già la risposta prima ancora di toccare il telefono. Lo aprì con un gesto quasi casuale e lo portò all'orecchio.
"Ciao, Stella. Cosa vuoi?" La voce acuta di lei rispose, a malapena un sottile ronzio che si diffondeva per la cucina. Bea lo guardava tutt'occhi, come rapita. "Senti" disse nel telefono, stupendosi della calma che sentiva nella sua stessa voce "non è una buona serata. Qualsiasi cosa, penso che possa aspettare domani, no, se ha aspettato per un anno e passa." Una nreve secca risposta benne dal ricevitore e Bea guardò, fra l'affascinato e lo spaventato, le narici di Dario palpitare, come quelle di un animale che fiuta il fuoco. Le sue labbra si strinsero dando al viso un'espressione dura. "Dove ti trovi, scusa? Penso di non aver capito bene." La calma stava scivolando via dalla sua voce, sostituita dal ghiaccio. "Stella, non puoi semplicemente piombare qui. Non ho la benché minima intenzione di permettertelo."
Mentre la schiena pareva diventarle un unico blocco, Beatrice si rese conto di un fenomeno stravagante. Mano a mano che parlavano al telefono, le risposte di Stella, che prima percepiva solo come un ronzio acuto ed indefinito, le parevano diventare più udibili, più comprensibili.
Le occorse qualche secondo per afferrare cosa realmente stesse accadendo. Lo vide negli occhi di Dario, che saettavano alla finestra e tornavano a lei, senza requie. Riusciva ad avvertire la sua ira e il suo disagio. Sfiorò appena con le dita la sua mano, anbbandonata lungo il fianco, che si contraeva nell'aria come cercando un appiglio, poi andò a spegnere il fuoco di sotto la cena.
Indossava ancora gli stessi abiti di quandomera caduta, aveva pensato di cambiarsi appena Dario fosse uscito dalla doccia, e così era sporca di asfalto e di sangue sulle gambe, mentre la partensuperiore del suo corpo, che aveva goduto della protezione del giubbotto, era impregnata di sudore e stazzonata.
Pareva destino che, ogni volta che incontrava quella donna, lei fosse acconciata come qualcosa di evaso da una discarica. Dalla parte più bassa di una discarica.
Passò accanto a Dario, ancora impegnato al telefono, e andò ad aprire la porta d'ingresso.
Perfino con indosso un paio di jeans ed una giacca leggera, Stella pareva essersi animata dalla pagina di una rivista. I suoi lunghi capelli color miele arrivavano ormai alla vita, in un'onda setosa e perfettamente compatta. Il suo viso, appena contratto in una smorfia determinata, era di perfette proporzioni e non presentava alcuna irregolarità.
Con un lungo sospiro interiore, Bea si domandò per l'ennesima volta come diavolo Dario potesse aver preferito lei.
Poi lui si accorse di dove era andata e la raggiunse quasi di corsa.
"Direi che potreste anche piantarla con questa farsa." Disse, quando Dario fu al suo fianco.
Stella le dedicò un lungo sguardo greve di disprezzo, prima di rivolgersi a lui.
"Dobbiamo parlare." Disse.
"Parliamo." Ribattè Dario. Bea fece per rientrare in casa, ma la mano di lui la trattenne quasi a viva forza, serrandosi sulla sua spalla. Si scambiarono uno sguardo e lo vide annuire impercettibilmente, chiedendole di rimanere.
"Lei non..."
"Lei resta qui." Nella voce di Dario iniziava a trasudare la cadenza di suo padre. "Questa è la sua casa, io sono il suo uomo e leinrimane qui, Stella. Se devi parlare, parla. Altrimenti vai."
"Cosa dovrebbe essere questa, una specie di dimostrazione di che cosa?" Gli chiese lei in tono provocatorio. Bea percepì la rabbia montare in lui. La vide. E si rese conto che stava riuscendo, una volta di più ad invischiarlo, intrappolandolo nella sua conversazione. Premette appena la spalla di Dario con la sua e lui si volse a guardarla. Bea inclinò il capo, in una muta domanda, cui lui rispose con un sorriso sottile.
"Senti, ascolta, ex moglie" attaccò bea, calcando la voce su 'ex' "sei stata davvero squisita a farci questa improvvisata, ma vedo che non stai afferrando il punto. E non lo afferri perché il buon Dario, qui, alle volte parla troppo pulito." Dario inarcò un sopracciglio. Credeva di non aver mai visto Beatrice in quello stato. Era uma bella fortuma che non ci fossero i loro padri ad assisterema quel soliloquio perché nessuno al mondo, in quel momento, avrebbe potuto credere che non gosse figlia di Lucio. Le gambe piazzate, il capo apprna inclinato, col mento proteso, pareva grande e grossa, nonostante quella parsimonia con cui la natura aveva voluto formarla. Come suo padre, e come a lui non era riuscito mai, emanava un'aura di minacciosa sicurezza. Senza rendersene conto, Dario si scostò per farle spazio e finì per trovarsi alle sue spalle.
"Non gliene frega un cazzo a nessuno di quello che hai da dire. Hai capito, bambolina da due soldi? Non ci interessa. Qualsiasi cosa sia, dillo a qualcun altro. Trovati un amico, vai da uno psicologo, confessati, ma" la fissò negli occhi facendo una pausa "levati dai coglioni in tempo utile." Scandì.
"Dario, tu..." disse Stella. Beatrice la toccò sul petto, sopra il seno, a dita tese.
"Stai parlando con me, oca da carne. Ti sembro Dario? Ho l'aria da maschio biondo, io?" Dario sapeva che avrebbe dovuto fermarla. La vedeva sprofondare in un meccanismo di difesa antico quanto il loro sodalizio, ma era troppo affascinato dal vedere suo padre riprodotto con tanta fedeltà. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Fu solo quando, dopo un altro paio di tentativi di protesta miseramente falliti, vide Stella arrivare con le spalle a contatto del cespuglio sempreverde di fronte alla porta, nel suo indietreggiare, che si decise ad intervenire.
Toccò appena la spalla di Bea e lei sussultò, come sveglaita da un sonno profondo. Ci avrebne scommesso, che quasi non ricordava più che lui era lì.
"Ha capito, Bea. Calma." Le disse con voce morbida. Lei annuì. Si sistemò gli occhiali sul naso con un colpetto dell'indice e, con aria leggermente imbarazzata, arretrò fino al suo posto originale, sulla soglia.
"Vero che hai capito, Ste?" Chiese poi alla donna che quasi entrava nel cespuglio.
"Voi due siete matti."
"Giusto." Commentò entusiasta Dario.
"E se non faccio come vuoi tu che cosa fai, mi aizzi contro la tua cugina da letto?" Il viso di Dario si aprì in un franco sorriso.
"Lo dicevo, io, che avevi capito! " annuì soddisfatto. Poi le volse le spalle. Passando sulla porta, accolse Bea nell'incavo del braccio, circondandola e accompagnandola dentro casa. Poi, sempre sorridendo a Stella, sorridendole a pieno viso fino a che riuscì a vederne uno spiraglio, chiuse la porta.

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