"Bea, per la miseria, mi fai male!" Sibilò Dario fra i denti, mezzo imprecando e mezzo ridendo. Lei sollevò gli occhi, separati da un netto ricciolo che formava una perfetta linea a spirale ricadendo fra le sue sopracciglia, sbirciandolo seminascosta sul suo petto.
Era accovacciata sopra di lui, raccolta come un gatto che stia per spiccare il salto, e Dario la vide come se la guardasse per la prima volta e, una volta di più, sentì il petto gonfiarsi della semploce gioia che fosse sua. Quella e, non poteva negarlo, una sottile scarica di desiderio, sentendo la setosa pelle nusda che aderiva alla sua e il riloevo deinpiccoli seni chengli premeva sullo stomaco. Era bella la sua Bea, la sua nanerottola fastidiosa, ora che sembrava solo una donna minuta e non più ĺa reduce di qualche crudele battaglia sanitaria, perfino più bella di quanto lp fosse stata da ragazzina, più bella di quanto lei stessa si rendesse conto di essere.
Dario cercò di sollevare la testa dal cuscino, per vederla meglio, per lasciar scorrere lo sguardo su quel panorama di pelle nuda che luccicava lieve nella penombra rischiarata solo dalla luce fioca che entrava dalla finestra, ma lei pareva aver imparato fin troppo bene come legarlo per limitare al massimo i suoi movimenti e, dopo un pallido twntativo, si lasciò ricadere all'indietro.
Le piaceva, di tanto in tanto, averlo così, a sua disposizione, in suo potere, e sottoporlo a lente, lunghe sessioni di tortura cui lui si prestava voletieri, conscio del fatto che, quando lo avesse liberato, avrebbe potuto e, in un certo senso, dovuto, prendere la sua rivincita.
Un nuovo morso lo colse quasi di sorpresa, forte e profondo. Sentì la sua carne stretta fra i denti di lei e la piccola lingua ruvida che strofinava la pelle, nella bocca. Un breve gemito gli sfuggì dalle labbra.
"Bea! Piantala! Slegami." La minuta trappola dei denti di lei si dischiuse e la sentì dissentire contro il suo petto, lentamente. Non voleva liberarlo. Non ancora.
Bea gli passò addosso le mani aperte, scivolando sulla sua pelle candida, che pareva quasi luminosa nell'argento pallido del plenilunio. Pareva fatto d'avorio, il suo Dario, finemente cesellato e lisciato dagli strumenti di una qualche volontà superiore, per finire poi fra le sue mani. La sottile ombra rossiccia dei peli sul suo torace non faceva, per contrasto, che aggiungere magggior concretezza all'illusione che la superficie che sfiorava con le dita fosse un continuo ininterrotto di pura perfezione. Sotto la consistenza compatta e cedevole della pelle, alle sue dita e ai suoi morsi d'amore si contrapponevano fiere la durezza di ossa e muscoli compatti. Non era certa di poter smettere quel che stava facendo, nemmeno con tutta la sua volontà. L'insieme di vista e tatto, esaltato dal profumo lindo e a suo modo sensuale che emanava dal suo corpo, le facevano desiderare di poterlo consumare come un frutto succulento. Era quello l'unico nutrimento che desiderava, nonostante si costringesse a mandare giù tutto quello che le veniva prescritto. Solo lui risvegliava davvero il suo desiderio di mangiare.
Si chinò con grazia su di uno dei piccoli capezzoli rosati, poco più che accennati, sul suo petto, e lo circondò con le labbra, sentendo fremere la pelle sotto il suo tocco. Dario mugolò una protesta.
"Bea, dai, fai la brava..."
"Mm." Posò i denti su di lui, premendoli, senza stringere, solo per lasciarglieli sentire.
"Bea..." tracciò il contorno di quella piccola sporgenza con la punta della lingua, strofinandolo e picchiettandolo fino a che non lo sentì eretto. Dario si scosse, come cercando di liberarsi con la sola forza, sussultando fra le sue gambe.
"Lasciami, zanzara!" Bea diede in uma bassa risatina di gola. "Lasciami! Questa me la paghi, lo sai?" Ringhiava a voce bassa, come nello sforzo di non farsi udire, nonostante la casa vuota. Bea iniziò la sua discesa, fermandosi di tanto in tanto sui punti che sapeva più sensibili per dedicarvi maggiore attenzione. Si soffermò sul suo addome, appena sopra al sesso di lui, per affondare con infinita delicatezza una serie di piccoli morsi. Lo accarezzò, mentre lo faceva, trasformando rapidamente i suoi ringhi in uma serie di brevi proteste a fiato mozzo. "Bea, amore, lasciami. Lasciami andare." La mano di lei si strinse attorno al suo sesso. Senza staccare la bocca dalla pelle di lui, Bea iniziò a spostare la pressione da un dito all'altro. Di nuovo il corpo sotto di lei si scosse, strattonando la corta catena delle manette. Simsarebne fatto male, se continuava, si sarebbe di nuovo fatto uscire i lividi. Sorridendo fra sé, Bea lasciò d'un tratto ciò che stava facendo e si allungò su di lui, pescando la piccola chiave d'acciaio dal mobile che faceva da testiera al letto.
"Stai buono, adesso ti slego." Gli sussurrò con dolcezza. Lui la osservava, in silenzio. Le bastò una breve occhiata alle sue iridi, ormai non più che sottili anelli che nella luce fioca parevano color argento, per capire la portata di quello che era riuscita a provocare. Fece appena in tempo a liberargli una mano, prima che lui guizzasse rapido a strappare la chiave di fra le sue dita. Torcendosi sul letto, aprì da solo l'altro anello d'acciaio, liberando l'altro polso, e poi, con un gesto che pareva di rabbia, sbattè la chiave sul legno lustro da dove proveniva.
Bea arretrò appena, con un sorriso di attesa sul volto. Non dovette attendere molto. Lui si prese appena il tempo di spingerla, a faccia avanti, contro i cuscini, e di girarle i polsi contro le scapole, reggendoli in una sola delle mani lunghe.
"Ma brava, veramente. Ti ci diverti proprio a vedermi andare in giro in maniche lunghe con questo caldo assurdo, eh, bastardella?" Dario la strinse appena a sé, ostentando un viso duro che si sciolse in un mezzo sorriso non appena lei voltò la testa per guardarlo. Affondati fra le lenzuola, allacciati in un molle abbraccio, stavano lentamente scivolando verso il sonno, cercando entrambi di nom cedere ancora, di strappare ancora qualche minuto di chiacchiere al silenzio della notte. Mancava appena una settimana al giorno del loro matrimonio, una settimana esatta, ora che la lancetta dei minuti aveva oltrepassato la mezzanotte di quel sabato. Tutto quello che avevano passato in quegli ultimi mesi, tutte le tensionine le emozioni chensinerano andati accumulando su di loro come pesi invisibili, parevano essersi volatilizzati, lasciandoli tesi e in un certo modo quasi svuotati, ora che il momento che avevano immaginatonfin da quando non erano niente di più che dei ragazzini era diventato una cosa reale, che si avvicinava ogni giorno di più.
Dario aveva compiuto gli anni da pochi giorni e avevano approfittato del pretesto per concedersi una giornata lontani, loro due soli. Per mesi, anche senza parlarne l'uno con l'altra, era rimasta sospesa fra loro la convinzione che, non appena la data si gosse avvicinata a sufficienza, la loro famiglia di origine si sarebbe rifatta viva. Bea pensava che sarebbe successo certamente dopo il giorno in cui il divorzio di Dario era stato ratificato.
Invece, con loro enorme sollievo, come in conseguenza di un qualche miracolo in sordina, nulla aveva più turbato la loro pace dopo l'intempestiva visita di Stella, poco più di un mese prima.
"Domani pomeriggio, cioè" si corresse dopo una rapida occhiata al quadrante luminoso che occhieggiava dal suo comodino, recente acquisizione "oggi pomeriggio, ormai, vedo Andrea. Hai presete quanto mi prenderebbe in giro, se vedesse" allungò davanti agli occhi di Bea il braccio, segnato al polso da una netta linea arrossata e lungo la curva del bicipite dai netti circoli dei morsi di lei "questa roba? All'infinito. Non la finisce più, quello. Non è in grado di tenere chiusa la boccaccia, lp sai." Bea si voltò sulla pancia, ancora nello spazio fra il suo braccio e il fianco, e gli parò davanti agli occhi i polsi, su cui spiccavano nette le impronte della sua mano.
"Siamo pari, lagna. Smettila di lamentarti." Lo riprese ridacchiando.
"No che non siamo pari!" Protestò lui con aria falsamente indignata. "Guarda come mi hai ridotto, teppista! Sei un animaletto pericoloso, tu."
"Ma smettila, scemo. Tanto lo so che ci godi come un matto a far notare casualmente a quell'altro svitato i segni che ti lascio addosso." Le labbra di Bea si incurvarono in un sorriso maligno, mentre lo guardava distogliere gli occhi dai suoi e arrossire.
"Non è vero." Lei lo sfiorò sul petto con un bacio.
"Si che è vero." Sogghignava, divertita da quell'innocente ostentazione.
"Ti dico di no! E lo sai che ho ragione!" Nonostante tutto, nemmeno lui riusciva a mantenere seria la voce. Era semplicemente troppo divertente, quel gioco, tanto che lo ripetevano pressoché immutato da quasi trent'anni. Quel pensiero gli si ingigantì in mente, facendolo trasecolare. Fissò Bea stupito.
"Cosa c'è? " chiese lei vedendo la sua espressione mutare d'un tratto.
"Nana, ma ti rendi conto che ci conosciamo da trent'anni? Che è da trent'anni che noi siamo noi?" Bea strinse le labbra.
"Tanti, eh? Un bel po' di tempo."
"Trent'anni." Ripeté Dario a mezza voce. Gli pareva una quantità di tempo eccessiva, enorme, quasi caricaturale.
"Dario?"
"Mm?"
"A pensarci bene...trentanni che ci ricordiamo. Se facciamo il conto da quello che sappiamo, considerando le foto da neonati e il resto..." Bea lasciò la frase in sospeso. Non aveva bisogno di terminarla. Si conoscevano da tutta la vita, anzi, da prima ancora. Quando le loro madri, sorelle, si trovavano assieme, entrambe con il ventre teso nella curva dolce di una nuova vita, fin da allora, si erano ritrovati fianco a fianco, nella stessa stanza.
Si guardarono negli occhi, per un attimo scambiandosi il reciproco stupore senza bisogno di rompere il silenzio.
"Beatrice, sei la mia vita. Lo sai, si?" La sua voce era calma, sommessa, e non lasciava spazio ad obiezioni. Bea respirò lentamente nell'incavo della sua spalla, lasciando espandere il senso di calore che era nato nel suo petto.
"E tu la mia, Darietto. Tu la mia." Rispose dopo un attimo, posandonla fronte sulla sua pelle.
Il silenzio, un buon silenzio, caldo ed avvolgente, scese sulla stanza e li cullò dolcemente fino a che non presero sonno. Senza che loro potessero accorgersene, mano a mano che la notte avanzava, la lama di luce lumare che li aveva investiti a pieno scivolò lungo la stanza, fino a sparire, e il buio si aggiunse al silenzio, lasciando il solo calore dei loro corpi vicini a parlare.
Il giorno seguente venne e passò senza che Dario e Andrea riuscissero ad incontrarsi.
Dario passò una lunga, serena giornata immerso nelle piccole faccende di casa che amava più svolgere, scegliendo con cura ogni singolo prodotto della loro provvista settimanale e sistemando con altrettanta cura ogni oggetto che, nel corso dei giorni, aveva finito per migrare lontano dal suo luogo abituale di riposo.
Era sempre così con Bea, pensava rimettendo i ninnoli suo loro scaffali di pertinenza e ruotandoli dolcemente per eorne allo sguardo la guista angolazione, lei provava a tenere il disordine sotto cintrollo e riusciva perfino a mantenere la casa sgombra e pulita, ma non era assolutamente in grado di ricordare cosa andasse dove. Nonostante il rigore che richiedeva il suo lavoro, era come se quella parte del suo cervello, semplicemente, non esistesse. Dario sorrise fra sé mentre toglieva i volumi da uno scaffale, prendendoli fra le mani in un unico blocco, per poi riporli nell'ordine corretto. Non lo vedeva nemmeno, se una pubblicazione scientifica finiva gomito a gomito con un fumetto o una rivista. Sembrava che la cosa fosse al di fuori della sua capacità di comprensione. Era parte di lei e lui lo accettava, lo aveva sempre accettato, come la sua irritante abitudine ad iniziare dozzine di cose ad una volta.
Era così, Bea, da che era Bea. Leggeva tre libri per volta, iniziava a cucinare la cena e a riporre le stoviglie insieme, e faceva un po' dell'uno e un po' dell'altro, e alla fine scordava sempre qualcosa.
"Fai ridere anche me, scemo di guerra?" Gli chiese Bea mentre piegava una pila di asciugamani sul divano accanto a lui.
"Pensavo che sei un'oca, nana. Ma la mia oca. Da compagnia."
"E ti fa ridere? Ti stai per sposare un'oca e ridi. E magari pensi anche di essere furbo."
"Io so di esserlo, pigmea. È diverso."
"Ma cosa vuoi sapere tu, che devi stare attento a non chinarti che ti scoppia una vena, come le giraffe quando bevono? Stai buono." Risero, ciascuno continuandò nelle sue occupazioni. Quando la risata si spense, Bea gli si rivolse in tono più compito.
"Non dovevi vedere Andrea, tu?" Dario annuì, spostando appena le candele sul ripiano perché fossero equidistanti.
"Mi ha mandato un messaggio. Non aveva tempo." La sua voce era fin troppo indifferente, leggera.
"Ci sei rimasto male, vero?"
"No. Si. Un pochino. Non mi piace restare in casa da solo, lo sai."
"Vuoi che rimandi?" L'ofderta di Bea era sincera e lui ci riflettè, ma solo per un momento. Viola ed Elena l'avevano invitata fuori per una cena e un giro fra loro, una sorta di addio al nubilato in sordina, quell'ultimo sabato prima del matrimonio, e davvero non voleva toglierle quella piccola gioia. Aveva visto come si era illuminato il suo viso quando le amiche le avevano prospettato la serata e, per di più, sarebbe stato l'unico momento di festeggiamento tradizionale per lei. A causa sua e del suo passato aveva già dovuto rinunciare a tante, troppe delle cose che aveva sognato per una vita intera. Non aveva alcuna intenzione di chiederle di più.
"No. Assolutamente no. Mi sono già rifatto il programma della serata a base di libri ed eccessi alimentari e nin ti voglio fra i piedi."
"Dario? Sei sicuro?"
"Se non te ne vai chiamo le forze dell'ordine e ti denuncio per violenza domestica." Alzò le braccia scoperte dalla maglia a maniche corte mostrandole i segni della notte precedente. "E mi crederebbero, sai?"
"Mm." Bea lo guardava tentando senza grande successo di trattenere un sorriso.
"Beh, cosa c'è? Ho le prove che mi hai immobilizzato. 'Agente, è stato tremendo'" Dario alzò la voce in un tono da vittima che pareva uscito da un film "'mi ha legato minacciandomi di prendermi a testate il ginocchio, se non glielo avessi lasciatomfare e poi si è scagliata su di me!'"
"Piantala, demente!"
"Le ho chiesto di smettere, ma lei si è arrampicata sul letto, aveva una scala!"
"Dario! Ti metto il topicida nella macchinetta del caffè se non la smetti!"
"E poi, oh, signor agente, è stato orribile, mi ha morso! Ripetutamente, su tutto il corpo! Mi aveva denudato, capisce, la viziosa!" Uno ďegli asciugamani piegati atterrò con un suono morbido sulla sua faccia ed entrambi ricominciarono a ridacchiare.
"Sul serio, vacci, Bea. Mi sentirei in colpa da morire se restassi a casa per me." Le disse Dario avvicinandosinper rimettere sullampila l'asciugamano.
"Okay, allora, vado. Se sei sicuro. Ma vorrei ribadire che io sono alta normale."
"Mm. Ma certo, amore."
"È salita sul letto, aveva una scala...ti sembra divertente?" Dario si chinò ostentatamente per baciarla.
"Ma no, amore, dai. Lo so che non è così. Stavo solo scherzando."
"Sai che ridere."
"Lo so che salti altissimo e la scala non ti serve." Le disse, sfoderando un ampio sorriso strafottente.
Bea strinse gli occhi e fece uno scatto in avanti, come per afferrarlo. Quando Dario, arretrando con un rapido movimento del busto, andò a sbattere con un sonoro rintocco contro il legno dello scaffale con la testa, lo guardò sorniona.
"Ah, si. Bello essere alti, vero?"
"Sei perfida." Mugugnò lui sfregandosi delicatamente la parte lesa. "Perfida e maligna."
"E tu sei grande, grosso e scemo." Gli si avvicinò e gli posò un bacio sul viso. "E io devo prepararmi, se voglio uscire con le ragazze."
Dario la guardò uscire, un'ora dopo, con un senso di stretta allo stomaco.
Le aveva chiesto per quale motivo sentisse il bisogno di curare così tanto la sua preparazione per una semploce uscita dra amiche e lo sbuffo che aveva ottenuto come risposta non aveva incontrato affatto il suo favore.
Era veramente bella quella sera, pensò mentre si preparava qualcosa da mangiare.
E sarebbero state sole, loro tre. Sole, senza nessuno. Era fin troppo facile immaginare un mondo popolato di uomini pronti ad importunarle e si domandò come facessero Andrea e Vittorio, quando si trovavano in situazioni simili.
Quando stava con Stella, le cose gli apparivano più semplici. Era costretto ad accompagnarla nella maggior parte delle serate mondane e quindi, quando veniva graziato e poteva ritirarsi in una stanza chiusa e silenziosa, senza che nessuno sentisse l'impellente bisogno di includerlo in qualche conversazione, non provava altro che una profonda gratitudine, ai limiti del piacere fisico.
Nom gli era mai passato per la mente che qualcuno potesse importunare Stella e in quel momento si chiese il perché, senza riuscire a trovare risposta.
Finì di cenare, chiacchierò amabilmente con Swiffer della serata mite e si accomodò nel suomstudio dove, già ordinatamente impilati sulla scrivania, lo aspettavano gli atricoli che aveva in programma di leggere.
Fece appena in tempo a dividerli in tre pile parallele, a seconda dell'argomento generale e della cronologia, quando bussarono alla porta.
D'istinto Dario quasi corse alla porta. Non aspettava nessuno e, in base alla sua esperienza, le visite inattese erano visite sgradite.
Aprì dunque la plrta con una sottile trepidazione.
"Ciao, Dario."
"Andrea?"
"Che io sappia, se non è camniato niente di grosso, si."
"Ma hai detto che non potevi venire! " Dario lo guardò entrare con aria interrogativa e Andrea gli restituì lo sguardo quasi con condiscendenza.
"Ti ho detto una bugia. Volevo farti una sorpresa." L'altro chiuse la porta.
"Mi hai mentito?"
"Si. Perché non volevo stare qui a cazzeggiare. Dai, stasera si esce."
"Non ho nessuna intenzione di uscire, grazie." Rispose Dario confuso.
"Non mi interessa, se non hai intenzione. Il tuo testimone ti deve far passare un bellissimo addio al celibato!" Dario scrollò il capo
"Io ho dato l'addio al mio celibato a ventisette anni, Andre. Sei in ritardo." Andrea guardò verso l'alto con esasperazione.
"Va bene. Però adesso vai su, ti metti addosso qualcosa che nasconda l'opera della cugina cannibale, e usciamo. Altrimenti mi incazzo e chiamo qui un plotone di spogliarelliste. Chiaro?" Dario sbuffò.
"Chiaro, chiaro, rompicoglioni. E bugiardo." Andrea gli sorrise.
"D'accordo allora, dai. Ti ho preparato una serata speciale!" Dario lo osservò per un momento. Era colpito dal semplice desiderio di fargli piacere che gli leggeva in viso, un desiderio che traspariva cime privo di secondi fini. Riflettè che doveva aver passato il pomeriggio a programmare cosa fare quella sera e lo aveva fatto al solo scopo di renderlo felice e una parte dinlui ne ri, ase profondamente commossa.
Fece il viso scuro.
"E cosa avresti in programma, barattolo? Qual è il concetto di divertimento, per quelli della tua razza? Ci andiamo a colpire in testa con dei bastoni e poi ci battiamo il petto?" Andrea sbuffò una risata.
"Dai, non cagare il cazzo e vestiti. E cerca di vestirti da peraona normale, se ce la fai. Niente colletto di celluloide, stasera. Ce la fai? Sei in grado?" Dario incrociò le braccia sul petto e sporse le labbra.
"Da persona normale sarebbe da operatore della discarica, come te?" Gli chiese in tono provocatorio." Andrea si guardò, ostentando uno sguardo di valutaziome di se stesso, dalle candide scarpe da ginnastica che parevano baluginare nella penombra del tramonto alla polo di un blu intenso, slacciata sul collo.
"Facciamo di si. Ce li hai dei vestiti che nom semnrino comprati a un negozio di costumi o no?" Dario ridacchiò e scosse la testa, primadi voltarsi e salire al piano superiore. L'altro lo seguì con passo pigro, salendo alle sue spalle. "Per la cuginetta non starti a preoccupare. Elena lo sapeva chenti sarei passato a prendere, quindi la avverte lei che non ci sei quando torna." Dario, che si stava sfilando la magietta dalla testa grugnì in tono interrogativo.
"Quindi prospettiamo un ritorno molto tardivo noi o uno precoce loro?" Chiese all'amico, che dalla soglia della stanza osservava con palese fascino inorridito il suo torso ricoperto di chiazze rossicce.
"Parla come se vivessi sil mio pianeta, fa' il piacere. Non torniamo a casa prima di mattina, compare." Dario inarcò un sopracciglio e finì di svestirsi, rimanendo seminudomdi fronte all'armadio. Detestava essere visto svestito, ma l'eslerienza gli aveva insegnato quanto fosse inutile chiedere ad Andrea di rispettare il suo pudore. L'altro sibilò fra i denti. "Senti, ma, cazzo, sei sicuro che è sesso e non, che ne so, un rapimento alieno, un pestaggio mafioso..."
"E poi sarei io quello che vive in pieno ottocento, eh? Tu sopra e lei sotto, tempo massimo dodici minuti e guai a vedersi nudi, immagino, per quel che ti riguarda."
"Guarda che sei tu che sei pazzo. Tu e quell'altra. Io sono normale, compare. Sai? Le cose normali? Te l'hanno mai fatto vedere un libro illistrato su cosa fanno maschietti e femminucce normali? Non lascia i lividi, ti dò un indizio, guarda." Dario si volse verso di lui con espressione esageratamente stupita, mentre allacciava i pantaloni di stoffa leggera.
"No, Andre. Non me l'hanno mai fatto vedere un libro illustrato sull'argomento. A te si? Sul serio? Come mai, per caso non capivi perché certe persone non hanno il pistolino?"
"Certo che sei stronzo, eh?"
"Vedi, che alla fine non sei stupido? Solo tardo. Ci hai messo un vent'anni, ma alla fine ci sei arrivato. Bravissimo!" Dario allacciò svelto la camicia, attendendo la risposta dell'amico.
"Detto da uno che chiama ancora il cazzo 'pistolino' è quasi un complimento. È quello il massimo di abbigliamento informale che ti permetti? Niente cravatta?"
"Ho anche le scarpe da tempo libero." Ridacchiò Dario chinandosi per allacciarle. Andrea sbuffò fingendo un'aria disgustata.
"Accidenti. Ci arresteranno per oltraggio al pudore."
Dario si rialzò, pronto. Come al solito, non una grinza sgualciva il suo abbigliamento ed aveva un'aria linda, quasi rigida, nella camicia a mezze maniche bianca e i pantaloni cachi. Guardò Andrea con un lungo sguardo di valutazione, pensieroso.
"E quindi tu ti sei dannato a pensare cosa fare stasera con me?"
"Oddio, dannato...si." Dario annuì. Poi aprì con un gesto lento e quasi riluttante l'anta dall'armadio.
Andrea lo guardava senza riuscire a distoglierne gli occhi. L'espressione sul volto dell'amico era un perfetto equilibrio fra anticipazione e rifiuto. Pareva che si stese convincendo, quasi costringendo a compiere un atto che non desiderava affatto portare a termine.
Lo osservò affascinato inclinare la testa, come resistendo ad un pensiero fastidioso, mentre affondava la mano fra gli abiti perfettamente stirati e la ritirava con qualcosa di scuro stretto nel pugno.
Dario emise un breve sospiro. Poi srotolò la cintura e la infilò nei passanti con movimenti rapidi, come tentando di farlo prima che il coraggio gli venisse meno. Era la sua unica cintura, una striscia sottile di cuoio scuro con una fibbia discreta e lustra. La allacciò, ignorando il senso di stretta allo stomaco e poi si voltò verso Andrea.
"Oh, compare..."
"Non una parola." Dario alzò l'indice verso di lui "neanche una."
"Okay."
"Sono pronto."
"Okay."
"E piantala di guardarmi come se fossi un alieno!" Andrea gli sorrise.
"Tu sei un alieno, compare. Sempre stato."
Abbandonarono insieme la soglia della stanza e scesero le scale, diretti alla porta.
Nessun commento:
Posta un commento