lunedì 17 novembre 2014

47

Beatrice cercava di sfuggire lo sguardo di Dario, apiattendosi dietro i presenti, mentre Dora scrollava la testa con aria rassegnata, togliendo la pellicola d'alluminiomda un grosso vassoio chenaveva portato con sé.
"Adesso non andate da nessuna parte." Disse in tono perentorio a Dario ed Andrea, che ancora si fissavano senza parlare, l'uno con aria scossa e l'altro ancora con un sorriso di scherno che gli aleggiava sul volto. "Adesso cinsediamo tutti da persone normali e beviamo una cosa calda. Con la preoccupazione che ci avete fatto prendere!"
L'odore pieno, nostalgico, dei dolci sul vassoio, larghi biscotti romboidali ricoperti di una spessa glassa bianca, permeò la cucina in pochi secondi, portando con sé la memoria di tante giornate dinpioggia trascorse chini sui libri in una casa diversa, più silenziosa.
Darionsi guardò attorno. Circondato da persone che erano state pronte a mettere in piedi tutto quel bailamme solomper averlo saputo in difficoltà, si sentì, d'improvviso, al sicuro, protetto, come non glinera più accaduto da quando era solo un bambino. A nessuna di loro importava che lui fosse difficile, spinoso, quasi, da trattare, o che Andrea potesse avere ragione, quando l'aveva ripreso. La sola cosa che era saltata loro agli occhi era stata che lui stesse male ed era stato sufficiente quello per portarle tutte lì dove stavano ora. Tutte quante, perfino Viola, che continuava a tagliare con il filomdel suo sarcasmo qualsiasi discorso lui intavolasse, perfino Liliana, che era la madre di Andrea. Tutte quante.
Quel pensiero gli si gonfiò in petto come un'inattesa bolla di calore e gratitudine.
In una qualche maniera, dopo tutti quegli anni, era tornato ad essere una persona da amare e proteggere e non solo un servomotore dell'esistenza. Aveva perfino un'idea meno che vaga di chi ci fosse, alla base di quel cambiamento.
Mentre tutti si affaccendavano per la stanza, chi portando le tazze sul tavolo, chi preparando un bricco di tè, Dario si staccò da Andrea e allungò il braccio con aria indolente, afferrando Beatrice per la vita ed attirandola a sé. Lei si lasciò avvolgere dal suo abbraccio, mantenendo una strana postura ranicchiata, come se si aspettasse un rimprovero di qualche tipo, se non peggio. Evitava i suoi occhi e il suo viso, di solito volto verso l'alto per cercare quello di lui, era insolitamente basso.
"Bea...ne sai qualcosa, tu, di questa rivolta popolare?" Le chiese a voce abbastanza bassa da non essere distinguibile ad un passo di distanza. Lei deglutì e mosse le spalle a disagio.
"Stavolta non è stata colpa mia." Iniziò a rispondere "lo so che mi dici sempre di starne fuori, da queste cose e...non volevo. È stato accidentale." Uno sguardo giallo cupo saettò su di luimper poi nascondersi subito dopo, come un furtivo animaletto notturno e Dario la strinse appena, portandola di fronte a sé. Con infinita cautela le posò l'indice sotto al mento e le fece alzare dolcemente il viso.
Bea volse lo sguardo verso il viso di Dario molto lentamente, fissando lo sguardo, come in una carrellata cinematografica, prima sulla lampo della sua vecchia, morbida felpa grigia e stinta, poi sul pomo d'adamo, sul minuscolo taglio che sinera procurato sul mento, radendosi, sulla sua bocca ampia, che le sorrideva appena, sulla cicatrice bianca e uncinata che ne rompeva l'uniforme superficie rosata, sul naso diritto, per arrivare, infine, agli occhi, che brillavano divertiti, in un punto fra il grigio e l'azzurro. Non vide alcun rimprovero e, non vedendolo, sentì sciogliersi parte del grosso nodo che le si era aggrovigliato in petto.
"Si." La disse lui, sempre a voce bassa. "È da quando facevamo la terza media che ti dico che devi lasciarmi fare da solo, quando c'è un problema."
"Lo so." Sussurrò lei, riabbassando d'un colpo gli occhi sul cursore della lampo, che giaceva tranquillo sul petto di Dario. Una leggera pressione del dito che ancora poggiava sul suo mento la spinse a rialzarli.
"Bea?"
"Dimmi."
"Mi sbagliavo, sai? Sono felice che mi aiuti." Bea non riusciva a trovare il fiato per rispondere. Era una cosa talmente enorme, quella che gli aveva appena sentitomdire, tanto grande era il regalo che le aveva posato fra le mani, che non sapeva cosa dire. Prima che i suoi pensieri si riordinassero quel tanto da permetterle di ribattere, Dario chinò il capo e la baciò, piano, le labbra contro le labbra, sigillando quella frase come un accordo fra loro.
"Allora, duo meraviglia, se volete risparmiarci tutta la cerimonia di accoppiamento, qui sarebbe pronto. Vi unite a noi o vi ritirate in privato?"
"Andrea!"
"Scusa, mamma, ma qui si esagera!" Replicò Andrea. Ancora non gli riusciva di calmarsi. Dora passò accanto a Dario e Bea e li toccò appena, sfiorando le loro braccia intrecciate e inducendoli a sciogliere il loro abbraccio.
Si guardarono ancora per un attimo e poi si avvicinarono al tavolo, ormai apparecchiato per quello che sembrava un tè di tardo pomeriggio.
Bea si staccò per prendere ancora una cosa, posando una leggera carezza sulla spalla di Dario mentre lui si sedeva, ancora grata e stupita delle sue parole.
Dario si accomodò di fronte ad Andrea mostrandogli i denti in una parodia di sorriso e l'altro, muovendo le labbra senza alcun suono, gli sillabò un insulto. Dario, sempre sorridendo, gli rivolse un gestaccio con la mano. Andrea gli lanciò addosso il primo tovagliolo su cui riuscì a mettere le mani, dopo averlo furiosamente appallottolato in mano.
"Bambini, la smettiamo?" Li rimproverò Liliana con esasperata pazienza.
"Su, adesso ci sediamo tutti e tutti in pace." Rincarò Dora, posando nel bel mezzo del tavolo il vassoio dei dolci. Dario gettò la testa all'indietro per rivolgerle un ringraziamento mentre lei passava alle sue spalle e ne ricevette in cambio un buffetto affettuoso.
Si sistemarono tutti, alla fine, in un sottofondo di chiacchiere gentili che contrastavano con le voci concitate che avevano riempito la stessa stanza poco prima.
La mano di Dario si allungò verso i dolci non appena l'ultima goccia di tè fu versata nell'ultima tazza, come se avesse pazientemente atteso quel momento da quando si era seduto. Bea nascose un sorriso dietro la mano, nel vederglielo fare. Riusciva a sentire attraverso il cotone che la ricopriva la sua schiena rilassata, elastica, e le era evidente come la cupa tensione che l'aveva sostenuto nelle ultime ore simfosse sciolta come un'ombra investita dalla piena luce solare. Quando lui si voltò per circondarle le spalle col braccio e le offrì un morso dal suo dolce, non lo rifiutò.
"Allora." Esordì, Liliana dopo un momento di silenzio generale, cercando un argomento di conversazione leggero "come vanno i preparativi per il matrimonio?" Dario e Bea si scambiarono un'occhiata,  dopo la quale lui si strinse nelle spalle.
"Quali preparativi?" Chiese educatamente a Liliana.
"Cosa vuol dire 'quali preparativi'? Vi sposate, no?" Viola intervenne prima che chiunque altro potesse parlare.
"Glielo spiego io, cosa vuol dire. Vuole dire che questi due qua hanno deciso di sposarsi di nascosto, da soli, cena veloce dopo la cerimonia e fine. Niente. Niente fiori, niente festeggiamenti, niente invitati. Neanche fosse una vergogna!" Liliana li guardò come simfossero macchiati di una colpa senza perdonomed emise un suono chenricordava da vicino i rantoli inorriditi con i quali Sissi aveva acco, to, a suo tempo, le loro marachelle.
"Ah, guarda, mamma, glielo abbiamo detto tutti che è una cazzata e che finiscono poi per pentirsene. Tutti. Ma loro vogliono fare gli originali. Il duo meraviglia, cosa ci vuoi fare?" Dario guardò Bea ed inarcò un sopracciglio. Lei scosse impercettibilmente il capo in risposta alla sua muta domanda e tacquero entrambi. Fu Elena ad intercedere per loro.
"Ma, scusate, sono loro che si sposano. Se va bene a loro, va bene al mondo, no? È il loro giorno speciale."
"Si, ma...così come dei clandestini?" Dora emise un sommesso schiarirsi di gola.
"Non importa fare una grande festa. Le persone che gli vogliono bene ci sono e questa è la cosa importante." Sentenziò. "Comunque a che ora vi sposate? E dove, poi?" Bea sorrise.
"In comune, Dora, lo sai. Verso le cinque e mezzo. Poi ci troviamo tutti a cena, non ti preoccupare."
"Si, si. Andiamo tutti insieme. Ci divertiremo. E poi, a cena." Di nuovo un rapido scambio di sguardi passò fra Dario e Beatrice.
"Vedi, Dodo" Tentò Dario "noi ci vediamo solo a cena. In comune ci andiamo solo io, lei e i testimoni." Dora alzò su di lui degli occhi severi.
"Cosa significa questo? Io vengo a vedervi sposare."
"Ecco, noi pensavamo..." Quella che pareca, abitualmente, la creatura più mite e materna che mai fosse stata creata si alzò in piedi e gli tolse il dolce che aveva preso per rimpiazzare il primo, già scomparso da interi minuti. Lo posò sul vassoio con un gesto deciso e si sporse sul tavolp, posandovi sopra inpalmi distesi.
"Io vengo a vedervi sposare. Io vi ho cresciuti e adesso vengo a vedervi." Dario cercò lo sguardo di Bea per trovare un sostegno. Dora pareva davvero un'altra persona. Beatrice saettò appena gli occhi verso i suoi con aria sconcertata, prima di riportarli sulla figura rotonda che si protendeva verso di loro, costringendo Viola a spostarsi all'indietro, con aria imperiosa.
"Ah, Dora, magari..." Mormorò Bea esitante.
"Si. Va bene. Se ci tieni così tanto..." Continuò Dario intimidito. La donna annuì decisa.
"Ecco, adesso va bene. Io ci vengo. Ho deciso così." Entrambi annuirono, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso mentre lei si ritraeva verso la sua sedia.
"Ah, beh, ma allora chiamo anche Vittorio!" Cinguettò allegra Viola, cogliendo la palla al balzo.
"Oh, se viene Vittorio viene anche Elena, poche balle!" Protestò Andrea ancora malmostoso.
Un momento di silenzio calò sulla tavolata. Dario guardò Bea stringendo le labbra e lei annuì.
"Liliana...a questo punto...vieni anche tu?" Le chiese Dario rassegnato.
"Ah, speravo tanto che me lo chiedeste!" Rispose immediatamente lei.
Il cicaleccio riprese, mentre tutti parevano intenti a decidere cosa avrebbero messo.
Il vassoio pieno di dolci si mosse, come di volontà propria, verso la mano di Dario, abbandonata sul tavolo. Dora gli sorrise.
"Bravo. Prendi pure, adesso." Dario inclinò appena l'angolo della bocca in un accenno di sorriso e prese un dolce, porgendolo a Bea perché ne staccasse un altro morso.

Passarono almeno un paio d'ore prima che tutti quanti se ne andassero a casa, lasciandoli finalmente soli.
Dario, chenaveva accompagnato alla porta un Andrea ancora lievemente scosso dagli eventi della giornata, rientrò in cucina e rimase sulla soglia, poggiato allo stipite con le braccia incrociate ed un sorriso che gli increspava appena le labbra, a guardare Beatrice che si muoveva fra il tavolo e il lavello, rassettando in silenzio la cucina.
Lei non si volse nemmeno a guardarlo prima di parlare. Percepiva la sua presenza allo strsso modo in cui l'aveva sempre sentito, come un'onda di calore appena sotto pelle.
"Allora possiamo dichiarare ufficialmente terminato lo stato di emergenza? " gli chiese ironica lei, pensando alla discussione che aveva generato tutto quel bailamme. Dario la osservava con aria pensosa, come in attesa.
"Si, direi di si. Bea?"
"Cosa?"
"Pensi che ti preoccuperai sempre così, ogni volta che mi vedrai appena appena giù di fase? Ogni volta che qualcuno mi farà arrabbiare?" Bea posò nel lavello le tazze che teneva in mano e sporse le labbra, rifettendo un momento.
"Dovrei dirti di no, vero?" Gli chiese ancora senza guardarlo "dovrei dirti che penso che..."
"Dovresti rispondermi e basta, Bea. Magari dicendo quello che pensi." Lei rimase in silenzio ancora un momento. Quando rispose, le parole le uscirono di bocca in un sibilo quasi stizzito.
"Si, mi preoccuperò sempre così. Sempre. E non me ne frega niente se non ne hai bisogno o se tu hai torto marcio e gli altri ragione. Non ci posso fare niente, non sopporto di vederti stare male, neanche un pochino. Non ce la faccio. È peggio che quelle fitte che ti vengono all'improvviso e non sai nemmeno il perché. Perciò...adeguati, va bene?" Dario si avvicinò a lunghi passi, coprendo in un lampo l'ampiezza della stanza e le abbracciò la schiena, intrecciando le braccia davanti al suo seno. La sentiva rigida nel suo abbraccio, quasi legnosa, come se si aspettasse chissà quale rimprovero dopo aver pronunciato quelle parole.
"Mi adeguo volentieri. Te l'ho detto, ho sbagliato io. Mi piace avere qualcuno che mi difende."
"Non è che ti difendo..."
"Mm?"
"È che mi dà fastidio."
"Chiaro."
"Lo so che non hai bisogno di essere difeso." Dario sorrise contro il culmine del capo di lei. Perfino da se stesso, lo difendeva.
"Magari invece si." Bea si girò lentamente nel suo abbraccio fino a trovare il suo sguardo e cercò in esso la conferma delle sue parole. I grandi occhi chiari la osservavano con un lieve brillio di ironica attesa nel profondo.
"Si?"
"Si, Bea. Sul serio. Va bene." Sempre molto lentamente, come nel timore dinspezzare un incanto, lei gli passò le braccia intorno alla vita e posò la testa sul suo petto.
Beatrice si sentiva al limite della commozione. Per essere sincera, riusciva appena a tratteneresi dal piangere e dal prenderlo a pugni. Senza che potesse esercitare alcun controllo su di esse, le ritornavano spontanee alla mente tutte le occasioni in cui aveva dovuto vergognarsi del profondo istinto di protezione che provava nei suoi confronti. Era cosciente, sapeva, che Dario era un uomo adulto, grande, forte e vaccinato e dotato dalla natura non meno che dalla propria costanza ed ingegno di armi di difesa più efficaci ed affilate della maggioranza dei suoi pari. Eppure, fin da che aveva ricordo, non poteva fare a meno di sentirsi in qualche mldo in dovere di frapporsi fra lui e qualsiasi cosa paresse intenzionata a ferirlo. In parte, certo, la sua reazione era dovuta al fatto di essere ammessa alla visione di una parte ben meno robusta di lui, quella parte che regolarmente rimaneva ferita ad ogni singolo accidente che decidesse mai di capitare e che lei tentava, da una vita intera, di rattoppare quanto meglio poteva; d'altra parte, però, doveva ammettere, almeno a se stessa, che c'era una motivazione molto egoistica al suo comportamento. Non aveva mentito, dicendo a Dario che provava fastidio nel vederlo accusare un colpo. Aveva, ciò nonostante, sminuito di molto la portata dei propri sentimenti. Lei provava niente meno che dolore, in quei momenti, un dolore tanto più profiondo ed acuto quanto più inatteso era l'attacco.
Non aveva mai provato nulla di simile, quando attaccavano lei direttamente, riflettè, con il capo posato sulla spalla di Dario e il suono familoare del suo cuore nell'orecchio. Probabilmente il suo punto più vulnerabile, per un qualche caso del destino, era finito dentro al corpo di lui, invece che rimanere nel proprio.
Dario la attirò dolcemente verso il tavolo, camminando all'indietro mentre ancora la tratteneva fra le braccia.
Iniziarono a baciarsi prima piano, sfiorandosi appena con le labbra, poi sempre più famelici. Le loro lingue saettavano dentro e fuori dalle bocche carezzando, picchiettando e irrompendo. Il loro abbraccio divenne dapprima sempre più stretto, fino a mozzare loro il respiro, avvicinandosi fin dove i loro corpi e l'elasticità della loro carne lo consentiva, poi si sciolse in una miriade di carezze, in una pioggia leggera di tocchi lievi, che diventarono più insinunati, più pressanti, rapidamente. Le loro dita cercarono e trovarono spiragli fra gli strati di stoffa che li ricoprivano, fino ad arrivare alla pelle nuda. I loro abiti iniziarono a venir spinti da parte, arrotolati, tesi fino al limite della possibilità, e poi, finalmente, tolti, quasi strappati.
Dario scoprì il seno di Bea, strattonando con impazienza vesro l'alto il reggipetto, e lo accolse nell'incavo delle mani, costeggiando l'areola scura con la punta del pollice, prima di chinarsi per baciarlo. Succhiò con avidità i piccoli capezzoli ruvidi e apputiti d'eccitazione, mentre le dita di lei gli passavano fra i capelli corti e lisci, tirandolo e trattenendolo nello stesso gesto. Poi la spinse sul tavolo e si strofinò contro di lei, lasciandole sentire la sua eccitazione, godendo del loeve mugolio che le sfuggì dalla gola a quel contatto.
Bea si inarcò all'indietro, stendendo la schiena sul legno lustro del tavolo, e lo strinse fra le cosce, con forza. Amava la sensazione del corpo di lui fra i muscoli delle sue gambe, dell'offrirsi al suo sguardo, sapendo e trovando conferma nella sua espressione assorta e trasognata di procurargli piacere, di carezzare i suoi sensi così come lui carezzava il suo corpo. Le dita di Dario trovarono la strada verso la sua intimità e vi indugiarono appena il tempo sufficiente per strapparle un sospiro. Era lì, di fronte a lei, in piedi fra le sue gambe, a petto nudo, scompigliato e meraviglioso, e lei sentì di desiderarlo con una forza che la sorprese,  come lo aveva desiderato sognandolo nel tempo in cui non poteva averlo per sé, quando risvegliarsi dopo quei sogni le provocava un dolore talmente sordo e profondo da lasciarla vuota e nauseata per la giornata intera.
Sollevò appena i fianchi per permettergli di sfilarle le mutandine e lo chiamò a sé con un muto richiamo di puro desiderio.
E poi fu dentro di lei, mentre il mondo intero e la notte che scendeva scolorivano piano in lontananza, svuotandosi di ogni significato, mere immagini da cartolina in confronto alla potenza assolutandi ciò che stava accadendo. Era dentro di lei, e lei non era più sola.

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