sabato 8 novembre 2014

45

Lentamente, mano a mano che avanzava la primavera, le cose si andavano appianando sempre di più.
Beatrice discusse a lungo della rabbia furiosa che le cresceva dentro come un'erba infestante con la psicologa che la seguiva. Non le fu facile convincere se stessa a farlo, soprattutto in considerazione del fatto che fosse la medesima psicologa che, a suo parere, stava cercando di trasformare Dario in qualcosa di meno di se stesso, ma riuscì a vincere le proprie resistenze.
Anche Dario, dal canto suo, si trovò a sostenere un acceso dibattito con se stesso.
Pochi giorni dopo quella che era stata per metà una litigata e per metà una prova di forza con Bea, si svegliò, la mattina, prima ancora dell'alba.
Completamente sveglio da un attimo all'altro, senza nessun motivo apparente, rimase disteso rigido nel letto, dopo essersi districato dall'abbraccio di Bea, chiedendosi cosa stesse accadendo.
Sentiva il cuore battere a grandi tonfi, tanto forti da scuoterlo appena, come se stesse reagendo ad un forte spavento, ma non si sentiva spaventato, né provava alcun dolore.
La stanza era buia, tanto da non permettergli di distinguere nemmeno le coperte che lo avvolgevano, e il respiro lieve di lei gli sfiorava la spalla ritmico e tiepido come una carezza. Nessun rumore turbava quell'ora raccolta che precede il sorgere del sole. Eppure la sua mente gli stava inviando un segnale d'allarme, alto ed insistente come una nota capace di spezzare il cristallo.
Interrogò se stesso, quasi tastando con dita invisibili la sua interiorità, come dopo una brutta caduta, senza trovare nulla fuori posto. Solo, quella parte di lui che da poco più di un anno a quella parte di pareva intenta a risvegliarsi da un letargo, quella stessa parte di lui che aveva deciso di escludere la loro famiglia dalla vita che avrebbero costruito insieme, si stava agitando di nuovo, insofferente.
Dario prese un lungo respiro. Era stato tanto tranquillo, da qualche mese, e adesso eccolo che ricominciava di nuovo.
Esasperato, rivolse a se stesso una muta domanda.
'Si può sapere cosa cazzo c'è, adesso?'
Da qualche parte nei paraggi del fondo della sua mente, venne, limpido come lo spezzone di un film, nel buio assoluto, il ricordo del viso di Bea alzato verso il suo, una scintilla di paura che inquinava la smisurata fiducia che era sua di diritto, mentre gli diceva che non c'era niente da correggere, in lui, che lui andava benissimo com'era. Poi, come malamente incollati in un montaggio dozzinale, gli stessi occhi, ora affogati in una velenosa materia di rabbia e paura, mentre gli diceva che li stavano cambiando. No, non glielo diceva. Lo accusava. La sottile peluria sulle sue braccia si rizzò contro la stoffa del pigiama. Lo accusava di essere felice di farsi cambiare.
Beatrice non l'aveva mai accusato di niente, in tutta una vita, era sempre stata dalla sua parte, qualsiasi cosa lui facesse, bella o brutta, giusta o sbagliata che fosse.
Di nuovo avvertì un agitarsi di quella parte della sua personalità che pareva impervia a dubbi ed incertezza. La sentì rivoltarsi, per nulla pigra, tesa, anzi, e pronta all'attacco. Deglutì a disagio sul materasso caldo.
Il pensiero sorse spontaneo alla sua coscienza, tanto che gli parve quasi venire dall'esterno, un sussurro sotto la volta del cranio.
'Ha ragione lei.' Pensò.
'No, stronzate. Io sto facendo il necessario per diventare...' si disse poi, quasi dialogando con se stesso.
'Sii sincero. Almeno con te stesso, sii sincero. Stai facendo tutto quello che puoi per diventare cosa? Cosa vuoi diventare?' Formulò la risposta in un unica, fulgida immagine, che racchiudeva ogni più folle desiderio inespresso.
Si vide ridere, all'aperto, in pieno sole, circondato di amici. Andrea, Elena, ma anche altre persone, alcune delle quali lavoravano con lui, altre che aveva conosciuto in passato. Tutte le persone che tutti trovavano brillanti, interessanti, simpatiche, gentili. Si vide parlare con loro, riderci insieme, ed era vestito come loro, come si vestiva Andrea fuori dell'ufficio, e riusciva a stare loro vicino, tanto da sfiorarli camminando. Vide Bea al suo fianco, felice di nuovo, guardalo carica di ammirazione, la sua Bea con le ossa di nuovo tutte ben ricoperte di carne dall'aspetto solido e sano. Anche gli altri lo guardavano con aria di evidente approvazione. Forse, perfino di affetto. E si vide lasciare tutto in disordine e continuare a parlare. E vide Bea rubargli di mano l'ultima fetta di dolce.
'E poi cosa, mammina e papino che ti vengono a trovare la domenica per dirti quanto sono fieri di te? Magari con quello stronzo di tuo zio che passa giusto per chiedere scusa a tutti prima di suicidarsi pubblicamente? Ci tieni proprio così tanto a compiacere tutti?' La voce fredda della sua consapevolezza smorzò quella visione gloriosa con la facilità con cui si spegne una candela. Non tentò di giustificarsi con se stesso. Preferiva ascoltarsi.
'Tutti i casini più brutti della tua vita te li sei procurati cercando di fare quello che qualcun altro ti diceva che era giusto. Tutti quanti. Pensa solo a quando eri con Stella. Se tu avessi fatto quello che sembrava giusto a te, e solo a te, non vi sareste mai sposati. Sicuro, sarebbero stati cazzi amari lo stesso, ma ti saresti evitato un bel po' di rogne. E con Bea? Se tu non avessi dovuto a tutti i costi fare quello che faceva piacere a tuo padre, tempo tre mesi, massimo sei, e ce l'avevi di nuovo per te.'
Dario si vide al ritorno dal lavoro al supermercato, come era stato a vent'anni; si vide entrare in una casa minuscola e trovarla lì, ad aspettare il suo ritorno. In un lampo capì che, a suo tempo, avrebbe potuto farlo davvero. Era stato solo senso del dovere, quello che l'aveva tenuto inchiodato in quella casa, anche dopo che aveva saputo l'indirizzo a cui cercarla. Sentì che stava per piangere. Faticava a respirare. Avrebbe potuto farlo. Uscire di casa, con solo i soldi e poco altro addosso, prendere un autobus o la moto e andare da lei. Isabella non avrebbe potuto fermarlo davvero, se ci si fosse messo. In confronto a lei, Bea era una spilungona. L'avrebbe potuta alzare da quel letto sulle sue braccia e l'avrebbe potuta portare semplicemente con sé.
'Ecco, adesso hai capito.' Riprese la voce fredda nella sua mente. 'Resta da vedere se ora vuoi continuare così o iniziare a fare qualcosa. Perché lo stai facendo di nuovo. Sei circondato da gente convinta che avere una buona capacità sociale sia doveroso e tu, da bravo pappamolle, stai lavorando sodo per essere esattamente quello che vogliono loro. E fanculo, se non è quello che sei. O se la fai spaventare talmente tanto da farla smettere di magiare di nuovo, per questo.'
Dario trattenne il fiato. Era vero. Bea stava migliorando, migliorando parecchio, quando, con l'inizio del nuovo lavoro, lui aveva deciso che era arrivato il momento di dare retta ad Andrea e cercare di rendersi più accettabile al prossimo. Ne aveva parlato con la terapista, spiegandole diffusamente quanto fosse importante per lui essere accettato dagli altri. Era stato allora, mano a mano che lui cercava di correggere se stesso, che Bea, altrettanto gradualmente, del tutto silenziosamente, senza mai rivolgergli un'osservazione, aveva ricominciato a lasciare intatti i piatti che lui le cucinava e a dormire a lungo, continuamente, ovunque si appoggiasse. Aveva cominciato a scivolare via, mano a mano che lui si allontanava da se stesso.
Si alzò rapidamente dal letto. Sentiva il bisogno di stare in piedi, di uscire da quella stanza troppo calda. Il suo diaframma era un blocco compatto di pietra pesante contro i polmoni.
'Resta solo da vedere' disse ancora a se stesso, senza dimostrare alcuna pietà 'cosa vuoi fare tu, sul serio. Sempre che tu voglia qualcosa, per conto tuo.'
Entrò nel piccolo bagno attiguo alla stanza ed accese le luci, quella accanto allo specchio e quella del lampadario, in un colpo solo, premendo la mano di taglio su entrambi gli interruttori. Boccheggiava senza riuscire a trovare fiato abbastanza.
Era vero, tutto quanto, e lui lo sapeva. Chissà da quanto tempo, lo sapeva, senza ammetterlo a se stesso. Alla fine, dopo tutto quel tempo, ancora aveva ragione il vecchio, su di lui. Era un debole, incapace di opporsi ai desideri altrui, deformabile alla pressione come plastilina molle. Per dirla con suo padre, non era un uomo, non aveva il coraggio, anzi, i coglioni di un uomo.
Quell'ultimo pensiero, formulato nella medesima voce e nella medesima cadenza da cui l'aveva sentito per una vita intera, fu ciò che occorreva per dargli la spinta finale e si ritrovò, una volta di più, in ginocchio sul pavimento lindo, a rimettere quel poco che era rimasto della cena.
Quando Bea apparve sulla soglia, spaventata e con gli occhi ancora gonfi di sonno, lo trovò sul pavimento, assalito da brividi tanto forti da fargli battere i denti.
"Dario! Amore, cos'è successo?"
"Scusa." Balbettò lui stringendosi il busto con le braccia "scusami." Bea scomparve per un momento, riapparendo immediatamente con una coperta che gettò sulle spalle di entrambi, mentre gli sedeva accanto avvolgendolo in un abbraccio.
"Amore, cos'hai?"
"Ha ragione mio padre. Non valgo un cazzo." Lei lo strinse di più, cercando di scaldarlo.
"Sst, non è vero, Darietto, lo sai che non è vero. Sei bravo." Dario scosse la testa. Non riusciva a parlare, ma il calore che gli stava penetrando addosso in quel momento, quel calore che non era solo fisico, sentiva di non meritarlo. Nonostante questo, il conforto che provava era troppo grande perché riuscisse a rifiutarlo, e si lasciò stringere, consolare, sentendosi sempre più un impostore mano a mano che lei lo accarezzava, lo blandiva, sussurrandogli tenerezze nel tentativo di calmarlo.
"Ascolta." Le disse, quando il tremito si placò abbastnaza da consentirglielo "hai ragione tu. Mi sto lasciando trasportare troppo da questa cosa del correggere me stesso. Perdonami." Lei lo osservò per un attimo.
"Va bene, non c'è bisogno che la prendi così." Si guardarono. Dario mosse le labbra, cercando le parole per spiegarle tutto quello che aveva capito nel buio del lpro letto, e la vide annuire lentamente, solennemente. "Sono felice che tu abbia capito. Ma, sul serio non c'è bisogno che la prendi tanto male."
"Io...volevo dirti che io..."
"Ho capito, Dario. Stai calmo." Lui inarcò appena un sopracciglio e lei rispose spalancando gli occhi, a conferma delle sue parole.
"Grazie."
"Prego. Tutto a posto. Errare humanum est." Lui le sorrise.
"E com'è che faceva, poi? Perseverare...?"
"Sicuramente ovest." Dario posò il mento sulla sua fronte, raggomitolandosi nella bolla di calore che i loro corpi creavano sotto la coperta.
"Seneca?" Le domandò ironico.
"Snoopy." Rispose lei seria, prendendogli le mani.

Andrea stava giusto pensando a Dario, quella mattina di fine marzo, quando, trotterellando di ottimo umore nelle pozze di luce primaverile che piovevano dalle finestre, si avviò all'area relax per concedersi una meritata pausa. Sul suo volto aleggiava appena la solita, abituale aria di sorriso, come se fosse già pronto a sentire qualcosa che di certo gli sarebbe piaciuto. La sua mente, invece, era occupata a riflettere sulla profonda, e spesso disorientante, dicotomia che vedeva nell'amico.
Era rapidamente, inesorabilmente diventato il più caro amico che avesse, Dario, e forse il più caro che avesse mai avuto. Impossibile che così non fosse, del resto, dopo una vita passata a parlare con tutti, a tentare di piacere a tutti, senza mai entrare in confidenza con nessuno. Lui gli aveva richiesto tanto e tale impegno, da costringerlo a provare affetto nei suoi confronti, a sentirsi gratificato, per non dire grato, dell'essere ammesso a vederlo quando abbassava la guardia.
Ed era un'ottima persona, quando lo faceva, pensò Andrea camminando per il corridoio, davvero un ragazzo in gamba. Completamente fuori di testa, ma in gamba. Non restava traccia dell'arrogante sbruffone che conosceva fin dall'adolescenza, del modo sprezzante e indolente con cui gli aveva sempre visto affrontare il mondo, come se considerasse se stesso l'unico normodotato finito, per puro caso, nel bel mezzo di un gruppo di idioti. Era divertente, invece, dotato di un umorismo ironico e strampalato, che arrivava sempre inatteso e centrava diritto il punto più sensibile. Era tranquillo, gentile, e, per quanto andasse soggetto a intemperanti scoppi d'ira e vivesse immerso in un fitto intrico di regole  arbitrarie che lui faticava a capire, si era reso conto con stupore di come fosse dotato anche di una notevole sensibilità personale.
Tutto questo, però, durava solo fino al momento in cui non incontrava qualcun altro, qualcuno che vivesse al di fuori del cerchio magico dei prescelti, degli eletti alla sua confidenza. Perfino lì, al lavoro, era quasi irriconoscibile rispetto al ridanciano appassionato di cucina che si era abituato a vedersi gironzolare attorno. Rigido, distaccato, sprezzante, pignolo all'eccesso e formalmente inappuntabile, pareva un'altra persona, a malapena somigliante a se stesso, tanto che faticava perfino a chiamarlo per nome.
C'erano tre persone che si occupavano del laboratorio, e lui si era rapidamente imposto come tecnicamente migliore, ma ugualmente chi lavorava al suo fianco non riusciva a non sentirsi a disagio. Aveva sentito parlare i suoi colleghi, qualche giorno prima, e i loro discorsi non erano affatto lusinghieri.
Andrea sospirò. Poveraccio, Dario, ce la metteva tutta, lui, per tentare di sembrare normale. È che proprio non ce la faceva. Decise all'istante di fare una piccola deviazione, non più di tre passi, per chiedergli se volesse concedersi dieci minuti di pausa insieme a lui. Se lo meritava, dopotutto, con la prospettiva del divorzio da formalizzare che si avvicinava sempre di più e il matrimonio appena un mese dopo. Di nuovo si chiese per quale motivo al mondo una persona, qualunque persona, avrebbe dovuto desiderare di sposarsi un mese dopo aver ottenuto il divorzio e di nuovo non trovò risposta. Caracollò attravero il tozzo corridoio che portava al laboratorio e quasi si andò a scontrare con una delle colleghe.
A lavorare dietro quella porta verde scuro erano in tre, Dario compreso, e lei era l'unica donna. Anna, gli pareva si chiamasse. Di norma, come abitudine, cercava di ricordare il nome e qualche caratteristica di tutti i colleghi con cui lavorava e lei non faceva eccezione. Era una donna decisa, tanto da attirarsi spesso le bonarie prese in giro degli altri per questa caratteristica. Andrea ricordò che, alla cena che avevano organizzato per fine anno, uno dei proprietari dell'azienda aveva ventilato l'ipotesi di utilizzarla per la mansione di recupero dei crediti e tutti ne avevano riso, lei compresa. Perfino il suo aspetto dava una sensazione generale di robusta compattezza, come se passasse ore ed ore in palestra.
Andrea ristette qualche secondo, così bruscamente strappato ai suoi pensieri da non riuscire ad elaborare ciò che vedeva. La donna gli stava di fronte in profondo imbarazzo, colta sul momento in cui, con ogni evidenza, stava uscendo di fretta e furia dal laboratorio. La posa del suo corpo trasmetteva un senso di agitazione, di angoscia che non riusciva a far collimare con il tranquillo mattino silenzioso. Pareva sconvolta, sul punto di scoppiare in lacrime.
Le si avvicinò tendendo i palmi in un gesto conciliante, il viso che già si apriva in un sorriso di comprensione.
"È scoppiato qualcosa, là dentro?" Le chiese. Lei scosse la testa, tentando di ricomporsi. Gli occorse meno di un minuto per intercettare il suo sguardo, accaparrandosi istantaneamente la sua confidenza.
In poche frasi smozzicate, Anna gli diede l'idea di un qualche tipo di contrasto nato fra i colleghi. "Beh, magari me ne puoi parlare. In fin dei conti fa parte del mio lavoro, gestire i contrasti fra il personale, no? Dai" la canzonò bonariamente cercando di consolarla "chi può essere stato tanto spietato da farti agitare così? Cosa ti avranno mai detto, a te che sei una roccia?"
Mai nella vita si sarebbe aspettato una reazione simile a quella che provocarono le sue parole. La bocca della donna si storse verso il basso, riportando il suo viso a quello della bambina che doveva essere stata.
"Non ho fatto apposta, a farlo arrabbiare." Gli assicurò con aria contrita. Andrea corrugò la fronte.
"Ah, ma dai, Anna, se qualcuno si arrabbia con te, peggio per lui, no? Dai, chi potrebbe..." si interruppe. Chiuse gli occhi un attimo in un lampo di comprensione. "Cosa ti ha detto di così terribile, quel coglione di Dario?" Terminò. Lei non rispose, limitandosi a scuotere la testa.
"Senti, Andrea, posso solo...?" Gli chiese indicando il corridoio alle sue spalle. Lui annuì.
"Certamente. Prenditi il tempo che ti serve, tranquillizzati. A lui ci penso io." La lasciò passare spostandosi con un gesto cacalleresco. Sentiva l'irritazione diffonderglisi in petto, incontrollabile,  e spalancò la porta che dava sul laboratorio, entrando a passo deciso.
La figura lunga e diritta di Dario gli dava le spalle, in piedi davanti al terminale di uno dei computer. Pareva intento ad esaminare alcuni fogli di dati, con ogni probabilità appena usciti dalla stampante di fronte a lui. L'altro ragazzo che divideva con loro quello spazio era come pigiato in un angolo e lo guardò a disagio. Andrea gli fece un cenno amichevole col capo e gli domandò, con un gesto, di uscire per un attimo, prima di rivolgersi all'amico.
"Dario." Lo chiamò con voce fredda.
"Mm? Ah, ciao Andre." Il viso bianco come il marmo si volse appena nella sua direzione, prima di rivolgersi di nuovo al lavoro. "Scusami ma stamattina proprio non ho tempo. Abbiamo avuto un piccolo casino qui." Andrea strinse le labbra, tentando con tutte le sue forze di restare calmo.
"Un piccolo casino che ti ha fatto per caso girare i maroni?" Dario scrollò le spalle.
"Ovvio che si. A momenti rischiavamo un ritardo in tutto..."
"Non me ne frega un cazzo." A quel punto, i fogli si abbassarono e Dario si voltò verso di lui. Lo guardò interrogativo.
"Hai avuto qualche problema anche tu?" Gli chiese.
"Si. Ho incontrato Anna, qua fuori. La tua collega, ce l'hai presente? Stava quasi piangendo." Dario si strinse nelle spalle e tornò ad occuparsi dei suoi dati.
"Le sue reazioni emotive non mi riguardano. Io devo solo fare in modo che le cose siano fatte bene e nei tempi prescritti. Se lei ha un problema, affari suoi." Andrea riconosceva il tono di fredda indolenza.
"No, coglione, anche affari tuoi. Sei tu che ci devi lavorare. E sono io che devo fare in modo che lavoriate bene assieme. Guarda che non hai il diritto di strapazzare la gente come ti pare e piace, solo perché ti sei svegliato male. In generale, dico. Sul posto di lavoro, poi men che meno, guarda." Dario posò i fogli sul piano accanto a lui, prendendosi un attimo per disporli in modo tale che gosseto perfettamente impilati, prima di parlare. Pareva si stesse modendo l'interno delle labbra.
"Sentì, Andrea, non è che l'ho presa a parolacce, sai? Ha fatto un casino allucinante con l'archiviazione dati e mi sono permesso di farglielo notare. Tutto qui." Andrea annuì.
"Tutto qui. Una che sembra un mastino addestrato esce da qua dentro praticamente piangendo, si mette a pigolare giurandomi che non voleva farti arrabbiare e tu hai il coraggio, no, zitto!" Riprese duramente l'amico che aveva aperto bocca per ribattere. "Il coraggio di dire 'tutto qui', hai anche? Guarda che non è colpa della gente che hai intorno, se sei uno schizzato del cazzo! Contieniti! Porca merda, lo capisci? Datti un contegno!" Gli disse poi, tagliando l'aria di fronte a lui con secchi movimenti delle mani. Lo sguardo di Dario pareva fisso ad un punto appena dietro di lui. Non mostrava alcuna reazione, come se fosse solo, immerso in una qualche riflessione che gli richiedeva profonda concentrazione.
Andrea era arrabbiato come raramente gli era accaduto nella sua vita e sempre, riflettè in un lampo, sempre in occasioni in qualche modo connesse a quel coglione. Era l'unica persona al mondo in grado di farlo andare in bestia a quella maniera, lui che odiava arrabbiarsi per qualunque motivo. Quella considerazione nutrì la sua ira, facendola crescere ancora di qualche grado.
"Mi pareva di averti sentito dire che avrei dovuto smetterla di, per usare le tue parole 'fare zen'. Se non ricordo male, e sai che io non ricordo mai male, hai detto che avrei dovuto essere più simile a me stesso." Il tono della voce di Dario era impersonale e strascicato, indifferente fin quasi alla parodia. Per un attimo, Andrea strinse gli occhi, che gli pareva dovessero schizzargli dalle orbite, tanto avrebbe voluto mettersi a gridare contro l'altro. Poi recuperò il controllo di se sufficiente a parlare normalmente.
"Naturalmente, tu hai tutto il diritto di comportarti come meglio credi. Se credi davvero che comportarti come uno psicopatico sia il modo migliore per esprimere te stesso, niente in contrario. Solo, non qui. Qui, non ti permetto di maltrattare nessuno. Chiaro?" Dario lo sfiorò appena con gli occhi, assottiliandoli come per metterlo a fuoco.
"Non penso che stia a te permettermi o non permettermi nulla." Gli risse, sempre in quel tono piatto, simile ad un bambino che reciti una poesia mandata a memoria.
"Ah, si? Io penso di si, invece." Ribattè Andrea annuendo.
"In virtù di cosa, se posso saperlo?"
"Facile, principino. In virtù, come dici tu, del fatto che io sono un tuo superiore, qui dentro. E che il mio mestiere è di fare in modo che qui" continuò allargando le mani in un gesto che comprendeva l'intero edificio "la gente lavori bene, precisa e veloce e non pianti casini. E tu sei un casino sei giorni su sette. Quindi adesso ti spiego come gira il mondo: o tu chiedi scusa a quella povera crista e vedi di far finta di essere sano di mente, almeno per il tempo che passi qui dentro, oppure io ti faccio un richiamo. Sono stato chiaro?" Dario deglutì,  il pomo d'adamo che si muoveva spasmodicamente su e giù per qualche secondo, prima di annuire. "Bene. Grandioso." Concluse Andrea.
Poi si voltò e senza aggiungere altro uscì dalla stanza, finendo quasi per inciampare sui colleghi di Dario, entrambi pigiati nel tozzo corridoio dietro la porta.
"Andate dentro, si è calmato." Ordinò seccamente loro, prima di tornare nel suo ufficio. Non aveva più voglia di quel caffè.
Lavorò fino a sera senza alzare gli occhi dalla scrivania. Mano a mano che scemava la rabbia, si sentiva sempre più in colpa e preoccupato per quello che era accaduto e gli pareva che le parole che aveva scelto fossero sempre più dure. Si costrinse a non pensarci per un numero imprecisato di volte, fino a che venne l'ora di uscire.
Si sentiva terribilmente a disagio. Non era da lui, trattare qualcuno a quel modo. Non gli piaceva che le persone lo vedessero di malumore, figurarsi se voleva farsi vedere infuriato in quel modo. Lo faceva sentire non solo colpevole, ma anche vergognoso, come se avesse commesso un riprovevole atto privato in piena vista.
Ci impiegò solo qualche tempo per capire che, alla base di quello che era successo, stava proprio la confidenza e l'amicizia che si era venuta a creare fra lui e Dario. Come l'altro gli aveva permesso di vedere cose di lui che erano precluse al mondo, anche Andrea le aveva mostrate a lui, con l'unica differenza che ciò che Dario nascondeva al mondo era, per qualche motivo a lui incomprensibile, la sua parte migliore.
Ripensò ancora una volta a quello che gli aveva detto ed al tono che aveva usato e decise di aspettarlo, all'uscita, per parlargli. Non voleva che Dario si sentisse maltrattato.
Scese nel parcheggio cercando con gli occhi la vistossa auto rossa dell'amico e rimase deluso. Dario se n'era già andato, senza aspettarlo.
Con la sensazione sempre più forte di aver fatto un grosso errore, Andrea guidò più velocemente del solito fino a casa dell'amico.
Arrivò fino alla porta con la mano già testa in avanti e bussò rapidamente. Come se lo stesse aspettando dietro al battente, Beatrice la spalancò non appena le sue nocche entrarono in contatto con la superficie.
Se aveva avuto modo di stupirsi, nelle ultime settimane, di quanto dolce e premurosa potesse risultare quando la si conosceva meglio, ora si ritrovò di fronte ad una furia che pareva fuggita da qualche girone infernale.
Gli occhi color miele mandavano lampi freddi, quasi da rettile, e la sua espressione non lasciava presagire nulla di buono.
"Ciao Bea. Devo parlare con Dario."
"No. Devi voltare il culo e tornare nel buco da cui sei venuto fuori."
"Okay. Avete parlato di quello che è successo. Adesso però mi lasci entrare, per piacere." Bea si fece avanti, decisa, il mento proteso, e lui si trovò ad indietreggiare, senza nemmeno volerlo.
"No, che non ti faccio entrare. Primo, Dario non vuole vederti, per questo invece di fermarsi a parlare con te come fa tutti i santissimi giorni è venuto qui. Secondo, e questo riguarda la mia opinione personale, bada bene, tu qui fino a che non ti ci invita lui di persona non ci metti più piede. Perché se aspetti che io muova un dito, dopo quello che gli hai detto oggi, che ti aiuti in una qualche maniera..."
"Abbiamo solo avuto una discussione, Bea." Cercò di spiegare Andrea in tono conciliante.
"Bene!" Sibilò lei "spero che ti sia piaciuta la discussione che hai avuto con lui, perché quella con me è già finita."
La porta si richiuse con tanto impeto da fargli avvertire lo spostamento d'aria sul viso. Se avesse avuto bisogno di ulteriori conferme su quanto profondamente si era incrinato il loro rapporto, ora le aveva.
Con aria abbattuta camminò fino alla macchina e accese il motore. Diede un ultimo, lungo sguardo alla casa, che da dietro il parabrezza appariva impenetrabile quanto i suoi occupanti, prima di avviarsi verso casa.
"Era Vasirani?" La voce che proveniva dallo studio pareva non avere corpo, tanto suonava distante e sfinita.
Bea posò le spalle sulla porta, sforzandosi di trattenere le lacrime di puro nervosismo che minacciavano di esplodere in un pianto dirotto.
"Si amore." Rispose, modulando la voce ad un caldo tono di serenità. Poi entrò nello studio bianco e si accoccolò accanto alla sua sedia, posando la testa sulla gamba di lui in un gesto di conforto.
Dario era quasi sdraiato sulla scrivania, il capo posato sulle braccia conserte e la schiena allungata all'indietro, come se stesse cercando di fondersi con l'arredamento e sparire. Quando Bea si accovacciò al suo fianco, sfilò con aria distratta la mano di sotto al capo e la usò per accarezzarle i capelli, arrotolando i lunghi riccioli scuri fra le dita.
"Non me la sento di parlarci adesso."
"Lo so."
"Pensi che avrei dovuto venire io?"
"No. Tutto bene, ci ho pensato io."
"Bea?"
"Dimmi, Dario."
"Sono proprio un disastro?" Bea gli circondò la vita con le braccia.
"No, amore. Sei fantastico. Meraviglioso. E io ti amo."
"Okay."
"Okay."
Swiffer si addormentò sotto la scrivania, nel loro silenzio.

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