mercoledì 29 ottobre 2014

42

Dopo che Beatrice si fu ripetutamente rifiutata di lasciargli vedere l'abito che aveva scelto, arrivando a farlo custodire a Viola, nella sua casa, pur di non lasciare che lui lo trovasse 'accidentalmente' frugando con metodo la casa, Dario si rassegnò.
Si sentiva frustrato, da questo atteggiamento, perché aveva sempre amato essere partecipe della scelta dei vestiti destinati a ricoprire il corpo della sua Bea, ma, si disse, in fondo era stata colpa sua, per averla spinta a scegliere prima che fosse pronta, innanzitutto, e poi per averla affidata a Viola, invece di accompagnarla personalmente, come sarebbe stato logico.
Rifletteva su queste cose mentre preparava la colazione del sabato mattina per entrambi, con movimenti ancora impacciati di sonno. Da quando aveva iniziato il nuovo lavoro, aveva ripreso a dormire bene e molto, anche se non quanto Bea. Del resto, si disse preparando il filtro della macchina a percolazione, lui non aveva mai dormito quanto lei. La ricordava negli anni della scuola superiore, quando rimaneva placidamente assopita mentre lui sgusciava prima dell'alba fuori del suo letto e cercava di ridisporle attorno lenzuola e coperte in modo che quello che era accaduto durante la notte non fosse troppo evidente. Quando era lei a dormire nella sua stanza, invece, gli toccava svegliarla abbastanza da renderla in grado di raggiungere il suo letto, dalla parte opposta del corridoio, e rimaneva sempre stupito da come lei fosse in grado di rispondergli senza svegliarsi affatto. Non sapeva mai se stesse ancora dormendo o no fino a quando non scivolava fuori dalle coperte e si avviava con passo rigido fuori della porta. Sorrise scuotendo appena la testa. Come avessero potuto, i loro genitori, non accorgersi di nulla per tutti quegli anni era e rimaneva un mistero. Certo, non avevano mai badato troppo a loro, se non per amministrare il fitto regime di regole, premi e punizioni che scandiva la loro vita.
Mentre tagliava il pane, Dario riflettè che, se mai avesse potuto avere dei figli suoi, non avrebbe fatto lo stesso errore, di considerarli come uno dei molteplici doveri sulla sua lista personale. Non che corresse questo rischio. Gli dispiaceva, però, di non correrlo. Fin da ragazzo aveva sempre pensato che gli sarebbe piaciuto avere dei figli, dei, al plurale, e i bambini piccoli, così come gli animali, di solito gli erano simpatici. Aveva conosciuto altre persone come lui, soprattutto donne, all'epoca in cui aveva accompagnato Stella in quei lunghi pellegrinaggi di visite mediche il cui scopo avrebbe dovuto essere di capire la causa dei loro ripetuti fallimenti nel tentativo di concepire un figlio, e mai che una di quelle persone fosse come Bea. Chi, come lui, non aveva la capacità, per fato o per nascita, di riprodursi, spesso era il genere di persona che desiderava farlo. Per assurdo, aveva conosciuto, nel corso degli anni, anche molte persone che si definivano afflitte da uno o più bambini.
Se le cose non fossero state come erano, avrebbe sicuramente cercato di convincerla ad avere un figlio. Sperando in una figlia. Una bella femminuccia uguale identica alla mamma, magari.
"A cosa pensi, con quel muso lungo?" Bea gli passò le mani attorno al corpo, posando la guancia contro la sua schiena. Dario si voltò nel suo abbraccio e le posò un cauto bacio sulla punta del naso. I suoi capelli erano irrimediabilmente arruffati e il suo corpo, ora più pieno e salubre, aderiva a quello di lui in un gesto morbido e piacevole.
"Mah, a tante cose." Rispose lui evasivo. Bea strofinò il viso contro il suo petto. La sentiva respirare fra le sue mani, mentre la cingeva contro di sé, e non poteva fare a meno di avvertire il senso di totale abbandono di quel corpo che si lasciava fra le sue mani. Il senso di fiducia calda e confortante che ne emanava, come il profumo da un dolce appena sfornato. "Pensavo che mi dispiace, che non possiamo avere dei figli."
"A me no." Mugolò lei con il viso ancora premuto sulla giacca del suo pigiama.
"Lo so, amore. E pensavo anche che è strano, sai, che chi non può averne li vorrebbe e chi può sembra che li veda come una scocciatura."
"Solita roba. Io invidio a Viola i capelli lisci, lei si fa la permanente. Non c'è niente di nuovo sotto il sole, Darietto." Lui espirò lentamente.
"Sarà." Disse. Poi si staccò dal suo abbraccio per disporre sul tavolo la colazione. Bea si sedette accanto a lui e lo osservò pensierosa attaccare la piccola, robusta pila di toast ricoperti di miele.
"È una cosa che ti fa stare male?" Gli chiese dopo qualche minuto.
"No. Non un granché. Insomma, posso accettarlo. Si vede che ero proprio destinato a te, ti pare?" Le rispose lui fra un boccone e l'altro. Bea annuì.
"Senti" disse poi cercando di sviare il discorso da quell'argomento che la faceva sentire come sull'orlo di un trampolino troppo alto "hai qualche programma in particolare, per oggi?" Dario terminò l'ultima fetta di pane e si succhiò la punta del pollice con aria assente.
"No. No, nessun programma, nessun impegno. Perché? Hai qualcosa in mente?" Rispose dopo un momento di riflessione.
"Direi che potremmo tornare di sopra e non uscire dalla camera fino a...diciamo ora di pranzo. Poi breve pausa, mangiamo qualcosa e torniamo a letto." Dario le sorrise ironico.
"Sonno, amore?"
"No.Tu?" Da qualche mese, da quando Dario aveva acquisito, con il nuovo lavoro, l'ultimo elemento che mancava alla sua serenità, e la sotterranea agitazione di Beatrice si era sciolta nel constatare che avrebbe dovuto attendere ancora un anno prima di accedere alla scuola di specializzazione che desiderava, il senso di appagata tranquillità che si era creato fra loro li aveva spinti a cercarsi sempre più spesso. Se quando si erano riuniti le loro ferite erano troppe e troppo profonde per permettere loro di esprimere a pieno l'amore che provavano l'uno per l'altra, ora parevano due ragazzini, incapaci di togliersi le mani di dosso. I loro giochi sinerano fatti via via più complessi e rischiosi, ma non avevano assunto l'aspetto di una necessità. Accadevano, di tanto in tanto, quando la pressione si faceva maggiore su uno di loro e sentivano il bisogno di rinsaldare il legame che li univa. Erano la trafigurazione adulta del gioco che li aveva impegnati per tutta l'adolescenza, un gioco a chi dei due avrebbe osato di più sull'altro e a quanto fossero in grado, entrambi, di resistere, lasciando se stessi in balia dei desideri dell'amato, come una inanimata proprietà.
Dario allungò le mani sotto il tavolo, accarezzando le gambe di lei, dal ginocchio fino al ventre piatto e viceversa.
"E quindi, irresponsabile che non sei altro, vorresti mandare tutto il mondo a quel paese e passare la giornata rotolandoti nella lussuria?"
"È possibile? A me piace, rotolarmi nella lussuria. Ma se lei è contrario, dottor Malatesta..." lui le sorrise appena e con un cenno la invitò a sedersi sulle sue ginocchia.
"No, stimata dottoressa." Le sussurrò all'orecchio, sistemandosela in grembo in modo da tenere la schiena di lei contro il suo petto. Le passò le mani aperte sotto i vestiti, a contatto della pelle nuda, godendone la serica levigatezza, e poi sui seni, ora più pieni e pesanti, lasciandosi come sempre affascinare dalla piccola pressione ruvida dei capezzolo sui suoi palmi. Beatrice si rilassò all'indietro contro di lui, sospirando. Sapeva dove spostare il peso e in quale modo, per rendersi irresistibile.
Dario scese, con la destra, fin dentro le sue mutandine. L'altra mano le stringeva il seno, senza trovare requie, spostandosi come a voler trovare un nido sulla parte più tenera del suo petto. Quando la penetrò, muovendo le dita dentro di lei, a tempo con le delicate oscillazioni che il suo bacino aveva preso a compiere sotto il peso del suo corpo, Bea mugolò dolcemente e si sporse per offrirgli un accesso più libero. Teneva il capo reclinato sulla spalla di lui, la gola scoperta ai suoi baci, e infilò una mano fra i loro due corpi stretti assieme, fino ad afferrare l'aspro rilievo della sue eccitazione attraverso la stoffa, sotto di sé. Poi lui la spinse gentilmente in piedi. Si ritrovò a guardarlo negli occhi, una volta tanto dall'alto al basso, dato che lui era ancora seduto, e gli sorrise dolcemente, carezzandogli l'arco angoloso del volto. Dario prese la sua mano e se la portò prima alle labbra, per posare un bacio sulla punta delle dita, poi sul cuore. Batteva forte, lento e possente come il ritmo di una marcia di guerra.
Si alzò in piedi con un movimento fluido, pieno di grazia, e la strinse contro di sé, sostenendola mentre si inarcava a cercare le sue labbra, sentendo il dolce profumo del sonno ancora sparso fra i suoi capelli. La desiderava, immensamente, come sempre l'aveva desiderata da che aveva desiderato una donna, e la sentì farsi sempre più morbida, più remissiva, mano a mano che il suo abbraccio si stringeva, come se le sue ossa avessero la stravagante proprietà di trasformarsi in qualcosa di meno solido, quando l'eccitazione cresceva in lei. Aveva sempre amato questa sua reazione, questo suo cedere terreno di fronte alla sua avanzata, questa resa senza condizioni che gli veniva offerta e tributata come un doveroso omaggio.
Passò un braccio sotto le sue natiche e la sollevò, sentendo con un senso di crescente premura le braccia e le gambe di lei avviticchiarglisi attorno. Il peso inconsistente di quel corpo si aggiunse al suo e quella sensazione di totale dipendenza parve dare un brusco giro di vite al suo manometro interiore, portando il senso di gradevole tensione che provava fin quasi alla soglia del fastidio.
La portò tenendola a quel modo fino al letto, senza quasi rendersi conto dei suoi stessi movimenti, delle scale, del chiudere la porta della stanza dietro di loro. Ogni suo pensiero si era non già spento, ma fuso, come lava ribollente, in un unico canto di brama fondamentale, che si faceva sempre più acuto e rapido mano a mano che la gettava sul letto, che le sfilava ogni brandello di stoffa di dosso, che sentiva il senso fresco e liscio della sua pelle su di sé, a stemperare il calore estremo che gli si era acceso addosso.
Lasciò che fossero le sue mani a preparargli la strada, confidando in quella sorta di conoscenza istintiva che parevano possedere del corpo di Beatrice. La accarezzava in minuscoli cerchi fra le gambe, dove sapeva essere più sensibile, mentre la guardava, senza potersi saziare, la mangiava con gli occhi, vedendola respirare sempre più lieve e veloce, vedendo le piccole rose di colore che le si aprivano in viso e sui seni.
La baciò ancora una volta, prima di entrare dentro di di lei, quasi con violenza, e si assicurò che aprisse gli occhi per un momento, prendendole il viso fra le dita.
"Zitta." Le sussurrò "non voglio sentire un fiato."
Poi scivolò nel suo calore di seta bagnata. Sapeva di pesarle addosso. Le aveva chiesto tante e tante volte se non le facesse male, ma lei gli aveva sempre risposto di amare alla follia la sensazione che le dava e i fatti non l'avevano mai smentita. Sapeva anche che era impossibile che non le procurasse un qualche tipo di dolore, stringendola in quel modo, con la pelle di lei che gli si tendeva in lustre mezzelune nello spazio fra una nocca e l'altra della sua mano, ma in qualche modo doveva essere un dolore piacevole, perché Beatrice lo amava. Le procurava piacere, di questo era certo. E sapere di essere la fonte del suo piacere lo galvanizzava, quanto la sensazione di totale e assoluto potere che provava nei suoi confronti in quei momenti. Era dentro di lei. In lei. Dentro a quel corpo che avrebbe potuto spezzare con le nude mani, volendolo. E lei accettava la sua forza, il suo atto di irruzione, si muoveva sotto di lui, contro di lui, torcendosi ed inarcandosi per riceverlo, per accogliero. Avrebbe potuto fare tutto ciò che voleva, di lei.
La sentì stringersi, come un pugno vellutato, attorno al suo sesso, e capì che la stava portando all'apice. Lo voleva, lo voleva moltissimo. Smise di controllarsi, lasciò che il suo corpo esercitasse tutta la pressione di cui era capace, sentendosi anche lui come sottoposto ad una pressione sempre maggiore, mano a mano che Bea lo stringeva, dentro di lei e attorno a lui, con le braccia, fra le gambe, con tutta se stessa, chiamandolo, invocandolo, sospirando contro il suo cuore, che ormai era lanciato ad un galoppo sfrenato.
Lunghe strisce brucianti di piacere iniziarono a riverberargli dentro, affondando nel ventre e fino alla base della spina dorsale, mentre lei si acquietava, mentre la sensazione che gli dava mutava, da seta bagnata ad olio caldo, e lui scivolava, sempre più a fondo.
Stava precipitando, si stava annullando, e poi, in un lampo, la pressione cedette e si sentì esplodere in una scudisciata che lo avvolse dal petto alle gambe. Gli pareva, come ogni volta, di riemergere all'aria dopo aver nuotato sott'acqua fin quasi a morirne, di sciogliersi in un fiotto bollente.
Desiderò che non finisse mai, di provare ciò che stava provando per sempre, e desiderò insieme che finisse, perché se fosse continuato non l'avrebbe potuto sopportare.
Marginalmente si rese conto che Beatrice chiamava il suo nome, con quel tono di sussurro strozzato che gli era familiare. A suo tempo, se ne sarebbe occupato.

Si staccarono dolcemente, quasi con riluttanza, entrambi avvolti in un palpabile alone di appagamento fisico. Rimasero stesi per qualche momento tanto vicini quanto i loro corpi consentivano loro di essere, prima che Dario desse in un brusco sussulto.
"Cosa?" Gli chiese lei quasi spaventata.
"Swiff! Siamo due debosciati! Ci siamo dimenticati di portare fuori Swiff!" Rispose lui angosciato. Bea si stiracchiò stendendo le braccia, per nulla impressionata.
"Fallo tu." Gli disse rivoltandosi fra le lenzuola con lenta pigrizia "è il tuo cane."
"Dai, su, fuori dal letto! Avanti, tiratardi!" Bea mugolò infastidita, scostando la mano che lui le aveva posato sulla spalla e girandosi a pancia sotto.
"No. Voglio stare qui. È presto, Dario, e io ho sonno." Lui sbuffò dal naso mentre scendeva dal letto già nell'atto di vestirsi. Afferrò rapido la biancheria sparpagliata nella stanza e la indossò, bersagliando con lanci precisi la sagoma mollemente distesa sotto le coperte con reggiseno e mutandine appallottolati.
"Bea! Beatrice! Dai, su, salta in piedi! Non vorrai mica stare lì sul serio tutto il giorno, no?"
"Si! E smettila di darmi noia! Torna quando sei in grado di dormire...o di rifare il numero di prima." Lui ridacchiò con aria compiaciuta infilandosi nei jeans.
"Devo dedurne che ho raggiunto una buona votazione?" Le chiese, allungando un dito per stuzzicarla.
"Si. Lasciami in pace adesso."
"E dai...non vorrai mica lasciare i tuoi ragazzi da soli in questo vasto mondo tenebroso e violento?"
"Sono le otto e mezzo del mattino in uma strada fatta di villette a schiera. Sopravviverete."
"E se ci rapissero?"
"Li troverei, li ucciderei in modi fantasiosi e vi libererei. Ma lo farei dopo pranzo."
"E se qualcuno ci aggredisse?"
"Dario...sei due metri per cento chili, se qualcuno ti importuna al massimo posso portargli l'olio santo, cosa vuoi che faccia io?" Beatrice si era ormai nascosta sotto il cuscino. Sapeva che nin sarebbe riuscita a rimanere fra le coperte, era sempre stato impossibile, con lui accanto, passare a letto tutto il tempo che desiderava, ma oppose ancora una simbolica resistenza. In realtà, si stava divertendo. Trovava lusinghiero ed estremamente dolce che lui rifiutasse di starle lontano più dello stretto necessario, nonostante ora fossero adulti. Fra tutte le cose che faceva per lei, era quella che più di ogni altra le rendeva evidente la realtà del suo amore.
Dario lanciò un verso contrariato di protesta.
"Ma non è vero! Non sono cento chili!"
"Neanche due metri. Era per dire. Quanto pesi, poi, tu?" Gli domandò lasciando sbucare un occhio da sotto al cuscino. Ormai era quasi completamente pronto e, sedito sul pavimento, stava allacciando le scarpe da ginnastica.
"Te lo dico se poi me lo dici anche tu." Borbottò con aria piccata.
"Daccordo."
"Novantacinque. Per uno e novantacinque."
"Sei perfetto, vedi?"
"Mm. All'epoca di tutte quelle belle cosine che hai scritto tu ero ottantadue. Chili, dico. Sono diventato un panzone." Bea rise. In fondo, aveva sempre saputo che in ciascun essere umano c'è una goccia di vanità, ma vederla emergere nel suo adamantino Dario la inteneriva.
"Ma no! Era prima, che eri troppo magro. Del resto, eri solo un ragazzo. Ci hai messo un po', a finire di crescere. Tutto qui."
"Si. Solo che l'ultima parte della crescita l'ho fatta in senso orizzontale, sull'equatore, come dire. Taglia corto, nanetta. A quanto siamo, con te?"
"Quarantatre." Rispose lei arrendendosi finalmente al senso di impazienza che emanava ad ondate dalla lunga sagoma longilinea diritta al suo fianco e scivolando fuori dalle coperte. Iniziò a infilarsi la biancheria, resa rapida dal freddo che la assaliva spietato.
"Come? Ancora lì?" Gemette lui "pensavo che ci fossimo un po' alzati...sai, eri quarantatre quest'estate." Bea tentò di stringersi nelle spalle mentre infilava uno spesso maglione, con l'unico risultato di scuotere appena il mucchietto di lana che la avvolgeva.
"E io cosa ci posso fare? Mangio due volte al giorno. Quando andiamo da Dora anche tre."
"Un biscotto non è mangiare." La rimbeccò lui.
"Oh, mica me lo fumo. Lo mangio." Dario respirò a fondo e con calma. Tutti quei mesi di terapia erano serviti per lo meno a riconoscere i sintomi premonitori di quel genere di arrabbiature che, per tutta la vita, l'avevano infiammato d'un colpo, irrefrenabili, e gli avevano procurato i guai peggiori. E aveva anche scoperto che, ogni singola volta che Bea gli opponeva una qualche resistenza, ogni occasione in cui erano seppur minimamente in conflitto, gli procurava invariabilmente qualche momento di furia. Si calmò, quindi, distraendo la mente con pensieri neutrali, del tutto estranei alla loro discussione, e concentradosi sulla respirazione. Riuscì a rientrare nei ranghi in pochi secondi e, a quel punto, sentì di poter ribattere.
"Okay, tesoro, ma se ti sei piantata lì magari vuol dire che lo stesso non mangi abbastanza. Ti pare?" La vide abbassare gli occhi, mentre si allacciava i pantaloni. Sapeva quanto fosse difficile per lei affrontare quell'argomento, ma non poteva lasciarla scappare in eterno.
"Forse. Ma magari è il mio peso. Sai, magari..."
"Magari no, amore." Le rispose lui, cercando di usare un tono gentile. "Dai, smettila di cincischiarti e affronta questa cosa. Hai un problema col cibo. Fine. Non è così orribile. C'è modo di venirne fuori. Però devi impegnartici, sai. Non posso passare la vita a cercare di farti raggiungere la soglia di sesso necessaria a farti fare un pasto decente." Dario le parlava con calma, mettendole sotto gli occhi uno dopo l'altro, in perfetto ordine, i fatti che meno avrebbe desiderato vedere. Bea si ritrasse, fisicamente e mentalmente. Fece un passo indietro e sedette sul letto, a capo chino, per evitare il suo sguardo.
La conosceva fin troppo bene, fu il primo pensiero di Dario vedendola raccogliersi a quel modo, troppo bene per cadere nell'inganno. Non era triste, non stava riflettendo e men che meno cedendo all'evidenza. Quella era stramaledetta resistenza passiva. Ancora una volta sentì il fuoco, mai domato, mai innocuo, che era nella sua mente, cercare di sfuggire al controllo e ancora una volta respirò a fondo, pensando intensamente al nuovo modello di moto enduro che l'aveva colpito qualche giorno prima, in una pubblicità.
"Bea? Parlami. Dì qualcosa." Silenzio. "Bea? Amore?" La vide stonare il viso da lui, voltandolo verso il muro. Quel gesto gli procurò una nuova ondata di irritazione. Ma era calmo. Poteva riuscire a restare calmo. "Beatrice? Tesoro? Vuoi per favore aprire quella boccaccia che ti ritrovi o devi per forza farmi incazzare?" La vide voltarsi bruscamente nella sua direzione, gli occhi dilatati dallo stupore. Non era capitato spesso, nell'ultimo anno e passa, che lui si arrabbiasse. Nemmeno che si innervosisse abbastanza da rivolgersi a lei con quel tono.
Fu con un senso di profondo, stranito stupore, che Dario vide negli occhi di Beatrice un lampo di interesse, quasi di riconoscimento.
"Cosa vuoi che ti dica? Che hai ragione? Va bene, hai ragione. E adesso che ce l'hai, ti senti realizzato?" Gli chiese in tono esplorativo.
"Ma lo capisci che sono preoccupato per te? Ci arrivi? Devo andare a prendere la scaletta? A diciott'anni eri cinquanta e passa chili."
"Ero cicciosa."
"Eri una figa da far piangere i ciechi! Sembri malata! Ecco cosa sembri! È quello il problema? Hai paura di non essere bella se smetti di sembrare appena guarita da un brutto male? Beh, ti dò una notizia: le donne sono belle quando sembrano donne, non pali della luce malamente segati ad altezza ginocchia! Scema!" Adesso si stava scaldando. Doveva cercare di riprendere il controllo. Non voleva essere sgrabato con lei. Fra tutte le persone al mondo non con lei.
"Oh, ci siamo?" Lo apostrofò lei alzandosi in piedi "stai arrivando a fine travaglio? O abbiamo ancora molta respirazione forzata davanti?"
"Bea..." le ringhiò in tono di avviso. Sulla sua fronte iniziavano a spiccare in rilievo le vene, formando una grande 'a' maiuscola.
"Cosa? Cosa 'Bea'? Va bene, hai fatto il fioretto e hai giurato che non ti arrabbi mai più. Bravo! Io no, però. E si dà il caso che non ne abbia voglia, io, di stare calma! Allora, cosa vogliamo fare?"
"Non lo so! Potrei provare a spaccarti quella testaccia per vedere quali rotelline strane ci sono dentro, cosa dici?"
"Che puoi anche farlo! Tanto, alla fine cosa ottieni? Eh?" Dario si mise a misurare la stanza in grandi passi. Poi, senza preavviso, si fermò di fronte a lei.
"Si può sapere qual'è il problema? Ci sarà un motivo, uno straccio di motivo al mondo per cui hai deciso di farmi ammattire così! Cosa c'è? Eh? Cosa?" Vide gli occhi di Beatrice farsi cupi, passando dal solito color miele ad un fosco nocciola, e lustri, e questo gli fece definitivamente saltare i nervi. "Eh, no! No, cazzo, non puoi!" Le gridò addosso. "Prima fai tutta la figa, provochi, attacchi lite e poi ti metti a piangere! No, cazzo! Adesso la pianti di frignare e finisci quello che hai iniziato! Volevi litigare? Volevi vedermi incazzato? Eccomi, presente! Allora? Dai, parla!"
"Cosa pretendi che ti dica?" Chiese lei, stringendo i molari per ricacciare indietro le lacrime. Non le piaceva vederlo in quel modo, affatto. Ma era sempre meglio di quel falso autocontrollo che mostrava di recente. Quello la faceva sentire davvero spaesata.
"Primo, per quale motivo al mondo, motivo vero, senza fatine e unicorni, se riesci a elaborare una cosa del genere, e dico se, vuoi a tutti i costi crepare di fame. Perché? Dai, è facile, ci puoi arrivare addirittura tu. Perché cazzo non mangi da cristiana normale?" Le disse, scandendo le ultime parole con pedante precisione.
La fissava, le braccia incrociate sul petto e il naso appena arricciato, come era sempre stato nei momenti di irritazione. L'ultima cosa che Beatrice desiderava era farlo arrabbiare davvero. Diventava freddo, quando era arrabbiato, quasi crudele. Si sforzò di dargli una risposta, nonostante fosse lei stessa alterata.
"Perché non mi va giù." Sillabò a sua volta.
"Non è una risposta. È una tautologia. Come definire 'pera' una pera."
"So perfettamente cos'è una tautologia, grazie mille. E non c'è un altro motivo. Lo capisci? Ci entra in quella tua testa di porfido? Che non tutto al mondo ha una causa chiara e circostanziata?"
"Se non mangi, crepi, maledetta cretina! È tanto difficile?"
"Non mi interessa!" Dario ripetè quella risposta fra sé,  chiudendo gli occhi. Poi mise le mani sotto le ascelle e strinse i gomiti al busto con tutta la forza. Per nessuna ragione al mondo, a quel punto, le sue mani dovevano sfuggire. Il fuoco era fuori controllo. Ora era arrabbiato davvero.
Bea vide ogni espressività colare via dalla faccia di Dario. I suoi occhi persero l'aria strabuzzata dei momenti di litigio ed assunsero l'opaca lucentezza di uno specchio vuoto.
"Dario..." lui scosse la testa, una volta sola. Destra, sinistra, e poi di nuovo al centro. Era nei guai.
"Non ti interessa di morire." Disse lui con voce piatta.
"Ascolta..."
"Hai assunto un impegno, con me. Mi hai sentito? Un impegno serio. A lunga scadenza." Gli tremavano le labbra. La sua voce era tagliente. "Quindi adesso ti siedi e pensi bene a quello che vuoi fare." Bea allungò d'istinto una mano verso di lui e lo vide sottrarsi al suo tocco, piegando appena il busto all'indietro, senza muovere un passo."Perché se non ti interessa di morire, piccola deficiente che non sei altro" le disse poi fremendo d'ira "allora non ti interessa neanche di stare con me."
"Non dire così." Bea non era più arrabbiata. Come ogni volta che lo vedeva in quello stato, era spaventata. Non temeva, non aveva mai temuto una sua reazione violenta. Piuttosto, temeva che quel freddo tremendo che avvertiva quando il suo viso si chiudeva a quel modo diventasse una condanna a vita, privandola della luce e del calore della sua presenza.
"Ma io sono qui, Bea. Non nell'aldilà. Qui. E se tu vuoi stare con me, devi stare qui. Se metti a rischio le tue possibilità di sopravvivenza, allora, per quanto mi riguarda, metti a rischio anche la possibilità di stare insieme. Sbaglio?"
"Smettila. Non sto morendo!" Lui piegò gli angoli della bocca all'ingiù.
"Ma se non risolvi questa cosa, ti ammazza. E lo sai. È questione di tempo. Prima o poi succederà qualcosa che ti farà stare di nuovo male e la cosa ti scapperà di mano."
"No, non è vero. Insomma, peggio di quello che è successo fino a oggi, cosa vuoi che succeda?" Dario fremette di nuovo. Ora respirava in movimenti veloci e superficiali del petto, come se contenesse a stento l'impulso di fare a pezzi qualcosa.
"Non lo sai, stupida. Non puoi saperlo. E neanche io. Senti, facciamola breve." Le posò la punta dell'indice nello spazio tenero fra la clavicola e il petto e premette, piccole pressioni precise e sgradevoli che punteggiavano le sue parole. "O questa cosa la prendi in mano tu o lo faccio io. Scegli. Io mentre ci pensi porto fuori Swiff. Anzi. Torno per pranzo. Così hai tutto il tempo."
"Dario." Lui, che si era già voltato verso la porta, invertì il movimento con un secco giro si se stesso.
"No, Dario niente. Pensa a quel cazzo che vuoi fare, perché quando torno voglio una risposta. O tu o io, Bea. Ma adesso questa pagliacciata finisce. Tutto chiaro?"
"Non possiamo almeno..."
"No. Non possiamo niente." Una lacrima trovò finalmente la strada per rigare il viso di Bea e lei l'asciugò con un gesto infastidito. Quando sentì la porta di ingresso sbattere tanto forte da far tintinnare i ninnoli sul mobile accanto, prese in fretta la borsetta e vi ficcò dentro le chiavi di casa.
Aveva bisogno di qualcuno con cui parlare, qualcuno che non le negasse il calore della comprensione e che, al tempo stesso, le desse una visione abbastanza obiettiva su quella brutta discussione, in modo da aiutarla a fare chiarezza dentro la sua mente che, come ogni volta che veniva colpita dalla furia di Dario, si era come congelata.
C'era una sola persona che per lei rappresentasse tutto questo.
Beatrice accese la macchina e partì verso casa di Viola, ripromettendosi di telefonarle lu go il tragitto.

venerdì 24 ottobre 2014

41

Viola sospirò esasperata prendendosi la testa fra le mani.
"Un vestito per sposarti, Beatrice, non per andare a mangiare la pizza! Un abito da sposa, hai presente? Da sposa!"
La luce di fine gennaio, obliqua e bianco giallastra, si rifletteva sulla fila delle vertine, trasformandole in specchi. Bea si voltò con aria contrita verso l'amica che le indicava autoritaria l'esposizione di abiti bianchi del negozio a fianco e si affrettò a spiegare.
"Ma non devo avere priprio un abito da sposa sposa, capisci? Insomma, ce la sbrighiamo in una mezz'ora, tranquilli, in comune, solo noi..."
"Ti vai a sposare!" Le scandì l'altra articolando ogni parola un modo esagerato, come se parlasse con una persona dura d'orecchi.
"Si, ma..."
"Abito da sposa!"  Le rispose Viola, sempre allo stesso modo.
"Ma a me non è che piacciano poi un granché." Mormorò quasi vergognosa Bea. Viola scosse la testa tanto forte da sollevare attorno la chioma bionda.
"Adesso tu entri in quello stramaledetto negozio e mi fai il favore per lo meno di chiedere. Se no chi lo sente, quello, stasera?" Quello, nel caso specifico, era Dario, Beatrice ne era ben conscia, e sapeva che Viola aveva ragione. Le aveva consegnato con una certa agitazione la sua carta di credito quella mattina, dicendole che avrebbe dovuto rimediare al più presto a quello che, nella sua visione delle cose, era un ingiustificabile ritardo organizzativo, per poi telefonare personalmente alla sua testimone, chiedendole di accompagnarla.
"E guai a te se la molli" le aveva detto al telefono "prima che si sia fatta almeno un'idea."
Viola aveva accettato con entusiasmo. Non solo si era divertita come una pazza ad organizzare il proprio matrimonio, ma si trovava in perfetto accordo con Dario nella convinzione che, a meno di cinque mesi dal grande giorno, Bea avrebbe dovuto già avere il suo abito pronto ad aspettarla.
La campanella del negozio tinitnnò argentina al loro ingresso, introducendole in un mondo vaporoso di tulle e affollato di colori pastello, in mezzo al quale, in perfetta armonia con l'ambiente, svolazzava una commessa rotondetta dalla messa in piega marmorea, che iniziò a ciarlare loro attorno, senza ascoltare nulla di ciò che avevano da dire.
A Beatrice vennero mostrati diversi abiti, ognuno dei quali la fece, in egual misura e per differenti ragioni, inorridire. I suoi 'no' secchi attraversavano l'atmosfera soffusa del negozio come altrettanti tiri di artiglieria, fino a che la prora della messa in piega si volse verso di lei assumendo un'espressione perplessa.
"Che tipo di stile cercavi, cara?" Le chiese, come parlando con un pazzo pericoloso. Bea si sfregò forte il viso, infilando la punta delle dita sotto gli occhiali, per dare una bella strofinata agli occhi. Si sentiva esasperata, fuori luogo, irritata e costretta. Odiava quel posto, trovava grotteschi quegli abiti che parevano fatti apposta per farla sentire, per lo spazio di qualche ora, qualcosa che lei non sarebbe stata mai, e sentiva di detestare, per nessun motivo al mondo, la signora dalla messa in piega post apocalittica. Respirò a fondo, percependo il peso di quei quattro occhi posati su di lei, come piccoli sassi caldi sulla pelle, e il suo pensiero si rivolse istintivo, come la mano di un cieco al bastone, a Dario. Sarebbe tornato dal lavoro, quella sera, felice e stanco, aspettandosi un lungo, dettagliato resoconto di quello che era accaduto. Aspettandosi la sua gioia. Era talmente felice, negli ultimi mesi, che non ebbe il cuore di deluderlo, di guastare la sua gioia. Abbassò le mani lungo i fianchi e forzò il viso a sorridere.
"Magari mi troverei più a mio agio con qualcosa di più...semplice. Meno impegnativo, capisce?" Disse con qualche esitazione. Attorno a lei ci fu un gran annuire. Entrambe le donne parevano rassicurate dalla sua risposta, da quell'obiezione che suonava loro come normale e legittima, mentre il desiderio profondo sarebbe stato quello di correre lontana da quel posto che odorava di zia Sissi quanto più rapidamente possibile.
Lei e Viola vennero dirottata in una sala attigua, dove erano esposti abiti altrettanto grotteschi ma decisamente diversi, che sostituivano cristalli e lustrini al tulle vaporoso.
Bea sospirò. Lasciò parlare la signora dai capelli di pietra e riandò con la mente al giorno del giugno precedente in cui Andrea Vasirani si era presentato a casa loro senza preavviso, tanto eccitato da riuscire a stento a rimanere fermo in piedi. In effetti, ricordò, saltellava da un piede all'altro come se dovesse usare il bagno.
Come accadeva spesso, durante quella tarda primavera, li aveva trovati nel garage, Dario intento a lustrare amorevolmente quella che nel loro linguaggio era, e sarebbe rimasta sempre, la nuova moto e lei seduta, con le gambe incrociatr all'indiana, sul bancone in fondo alla stanza, che gli leggeva qualcosa a voce alta. Avevano appena aggiunto i libri di James Harriot alla loro raccolta di coppia e se li stavano godendo l'uno dopo l'altro, durante le loro pigre gite dei fine settimana, spesso stesi su un telo, sull'erba, con il capo di Dario posato in in grembo a Beatrice e i visi rivolti al cielo, in una replica quasi perfetta delle vacanze estive della loro adolescenza.
"Dario! Dario, devo parlarti." Aveva schiamazzato Andrea, facendo irruzione in quella scena di sereno raccoglimento. Aveva abbandonato ormai da mesi l'abitudine di chiamarlo per cognome e così aveva fatto l'altro, che a quel punto si voltò con un movimento pigro, staccando la sigaretta dall'angolo della bocca e posando su un ripiano in alto lo straccio ripiegato che stava usando.
"Successo qualcosa?" Aveva chiesto inarcando un sopracciglio, ironico, di fronte all'evidente agitazione dell'amico.
"Si. Devo parlarti!" Aveva ripetuto Andrea. L'altro aveva allargato le braccia, invitandolo con un gesto a parlare liberamente. Gli occhi di Andrea saettavano qui e là per la stanza. "Non ci possiamo sedere?" Aveva poi domandato con insolita reticenza. A quel punto Dario aveva dato segno di preoccupazione.
"Volete che me ne vada?" Aveva chiesto lei, accompagnandoli dentro casa. Entrambi avevano scosso la testa, con decisione, e quasi si era messa a ridere, riuscendo a leggere la diversità della loro identica risposta. Andrea che le comunicava che non era necessario e Dario che le chiedeva di rimanere, spiazzato dal comportamento dell'amico.
Si erano seduti nella relativa frescura della cucina e lei era riiscita a posare sul tavolo la caraffa del tè freddo e i bicchieri, prima che Andrea finalmente esplodesse.
"Lo sai che lavoro a quella nuova azienda che ha aperto lo scorso anno, no? Cioè, l'hanno aperta certi che conoscevo e quando sono arrivati ad aver bisogno di qualcuno che gli tenesse dietro a tutta la parte sul personale, mi sono proposto. Fanno i test, cioè, le analisi, sulle campionature dei prodotti di varie aziende, sai, del settore dove lavoravamo prima."
"Si, ho presente. Vieni al punto." Rispose serio Dario, alzando il bicchiere dell'amico per riposizionarvi sotto il tovagliolo, che Andrea aveva ignorato nel posare il vetro imperlato di condensa sul tavolo.
"Il punto è" continuò lui tamburellando nervosamente con le dita sul piano "che adesso avrebbero bisogno di una persona. E io pensavo magari che potevi essere tu. Cioè. Che potessi venirci tu."
"Vuoi che venga a lavorare con te?" Chiese Dario con un mezzo sorriso.
"Si! Aspetta, nel senso...si! Perché, preferisci di no?"
"No, no, per me andrebbe anche bene. A quest'ora mi sono abituato, ad averti sempre in mezzo ai piedi. Che cosa dovrei fare?" Andrea compresse le labbra.
"Ecco, ti dico da subito che non sarebbe il tipo di lavoro a cui sei abituato. Insomma. Non è la stessa posizione che ricoprivi prima." Dario si allungò all'indieteo sulla sedia, fissandolo concentrato. "Non ce l'hanno neanche, quel tipo di posizione, lì. Non ti nascondo che sarebbe un discreto passo indietro, per te. Insomma."
"Andrea ascolta attentamente la domanda e rispondi chiaramente: cosa dovrei fare?"
"Beh ci sarebbe bisogno di qualcuno che progetti i processi di analisi volta per volta, a seconda del cliente. E che verifichi i risultati, le campionature...roba così, insomma. Tipo da lavoro sul campo, credo che si dica. Oh? Ma stai bene?" Dario era arrossito terribilmente, fino ad assumere, a chiazze, una tinta rosa acceso. Lo fissava con gli occhi sgranati.
"Ah, Andre, io..si, io..." Andrea lo guardò ancora un attimo prima di rivolgersi a Beatrice che sorrideva dall'altra parte del tavolo.
"Dice che l'idea lo entusiasma e sarebbe felice di proporsi per quella posizione. E se puoi gentilmente dargli maggiori indicazioni sul modo che ritieni migliore per avanzare la sua candidatura." Rise lei, guardando Dario boccheggiare. Lui strizzò gli occhi.
"Piantala di prendermi in giro, nana maledetta!" Le disse, battendo il palmo sul tavolo.
"Perché, ho sbagliato qualcosa?" Lui scosse la testa e si rivolse ad Andrea.
"Quello che ha detto il pigmeo." Gli disse, articolando le parole con studiata lentezza.
"Ah, è così che succede, quando ti blocchi? Carino. Cos'è una forma di balbuzie?" Chiese Andrea sorridendo.
"È una forma di attenuante per l'omicidio a mani nude, se non la pianti, barattolo!" Gli rispose Dario.
"Ma scusa, lei ride!"
"Si, Andrea, ma io faccio anche sesso con lui." Lo rimbeccò Beatrice.
Erano bastati pochi giorni per fargli ottenere un colloquio, da cui era tornato con l'aria di chi non sa se ha appena combinato un disastro o salvato il mondo. I due giorni successivi li aveva passati in uno stato di perenne agitazione, senza riuscire neppure a mangiare. Praticamente non parlava, nemmeno, ma a Beatrice non serviva alcuna spiegazione per capire quanto desiderasse di essere stato valutato positivamente. Gli aveva tenuto la mano, lasciando che lui la stringesse tento da farle avvertire un formicolio alle dita, quando, alla fine, aveva ricevuto la telefonata che gli annunciava l'esito positivo del colloquio. Avevano scelto lui. Questa era stata la prima cosa che Dario le aveva detto, con aria quasi sconvolta, dopo aver chiuso la comunicazione.
"Hanno scelto me." Lei l'aveva abbracciato stretto.
"Ovvio che ti hanno scelto, scemone. Sei il migliore."
"Bea?"
"Mm?"
"Dici che li ha costretti Andrea, a scegliere me?"
"Lui cosa dice?"
"Che non poteva influenzare il loro giudizio."
"Allora no, amore. È tutta farina del tuo sacco." Si era sorpresa, ma non fino in fondo, quando lui l'aveva stratta a sua volta, nel sentirlo tremare appena.
La gomitata di Viola, abilmente nascosta ma per nulla lieve, la centrò nelle costole con consumata precisione, strappandola di viva forza ai suoi ricordi.
La signora della messa in piega doveva averle rivolto un qualche genere di domanda, perché continuava a fissarla, con scritta in viso la convinzione di avere a che fare con qualcuno di decisamente detestabile.
Una volta ancora, Beatrice si costrinse a sorridere, ricalcando, senza volerlo, l'espressione di condiscendente superiorità che prendeva Dario quando si sentiva fuori posto.
"Forse non mi sono spiegata a dovere." Disse poi alla donna, decidendo di ignorare la sua domanda, quale che fosse stata "sarà una cerimonia civile, molto raccolta. Non prevedo di usare un abito tradizionale, sto cercando qualcosa di sobrio, senza fronzoli." Viola le rivolse uno sguardo in cui stupore ed ironia si mescolavano in egual misura.
"Qualcosa che la colpisca a prima vista. Magari un abito da cerimonia sarebbe più vicino a quello che cerca la mia amica." Puntualizzò poi, reggendo il gioco.
La commessa svolazzò loro attorno una volta di più, guidandole verso una terza stanza. Qui le pareti erano di un diverso color pastello e gli abiti, tutti dedicati, come venne doviziosamente spiegato loro, alla famiglia degli sposi e ai testimoni, variavano dall'anonimo al pacchiano.
Bea avanzò lungo le file di manichini appuntati di fiori di stoffa e le infinite coste colorate che baluginavano strette sugli attaccapanni con la sensazione di starsi sottoponendo ad un'inutile perdita di tempo.
Ricordò a se stessa che lo faceva per Dario, solo per vederlo sorriderle soddisfatto, e si fece forza, ma rifiutò recisamente di provare qualsiasi cosa, scatenando una nuova salva di labbra compresse e sguardi di rimprovero.
Un sorriso minacciò di affiorarle al volto e lei lo represse con decisione. Sarebbe stata proprio buffa, la scena, se avesse provato uno di quegli abiti, tutti rigorosamente scollati e smanicati, in accordo con la data che avevano scelto per le nozze. Si domandò se le loro labbra si sarebbero ulteriormente compresse o storte in una smorfia di stupore inorridito, se avesse mostrato a quel modo i segni che portava addosso, i marchi che le lasciava sulla pelle l'amore del suo amore.
E pensare che aveva comprato quelle stupide manette ancora il giorno che Stella, a fine febbraio dell'anno prima, era piombata a casa loro. C'era voluto fino alla fine di agosto, prima che uscissero dal cassetto.
Era successo quando, dopo mesi e mesi di irrequietezza, Dario l'aveva sorpresa chinandosi sopra la sua spalla mentre lei era china sul tavolino che aveva trovato posto nella stanza che ospitava tutti i suoi libri. L'aveva quasi fatta svenire dallo spavento, tanto era stato silenzioso nell'avvicinarsi.
"Oh, nanetta!" Le aveva detto praticamente nell'orecchio, facendola letteralmente saltare sulla sedia. Aveva tentato di coprire i fogli che aveva di fronte posandoci sopra le mani aperte, già sapendo che non avrebbe avuto successo. Non era mai riuscita a nascondergli nulla, del resto.
"Dario! Guarda che ti metto il campanellino al collo come ai gatti! Mi hai fatto venire un colpo!" Lui aveva inclinato il capo, sbirciando fra le sue dita.
"Hai dimenticato di riportare il tre. Cosa calcoli?"
"Niente." Dario aveva annuito.
"Sei credibile. No, sul serio. Ti sei solo messa a fare qualche addizione, giusto? Così, tanto per passare il tempo. Dai, cos'è che fai?" Beatrice si era sentita arrossire rispondendogli.
"Cose mie." Una sottile linea verticale era apparsa fra le sopracciglia di Dario, mentre le si sedeva accanto, sul lettino che, accostato alla parete, fungeva da divano.
"Mi vuoi dire che è questo che intendono le donne quando dicono 'le mie cose'? A tante cose avrei pensato, ma mai ad un foglio di calcoli in colonna, guarda un po'."
"Dai, Dario. Sul serio." Aveva ribattuto lei rastrellando tutto ciò che si trovava sul tavolino con le dita aperte. Un lieve palpito aveva mosso le narici di lui, appena prima che si alzasse.
"No, no, lascia. Non me lo vuoi dire. Padronissima. Esco io." La cadenza delle sue parole e ancor più quel 'padronissima' che gli era uscito dalla bocca le dissero chiaramente che lo considerava un colpo basso, quasi un'offesa personale. Era la voce di zio Lucio, quella che gli stava uscendo dalla bocca, le sue espressioni, e lui nemmeno lo sapeva. Bea si era passata la lingua sulle labbra, incerta sul da farsi.
"Dario?"
"Cosa vuoi?"
"Sto solo cercando di capire se riesco a fare una cosa."
"Mm." Si era fermato sulla soglia della stanza. Lei si alzò e lo raggiunse, passandogli le mani sulla schiena, strofinandogli il viso contro la maglietta, cercando di far scaturire la sua benevolenza. "Sei una ruffiana, lo sai, si?" Aveva commentato lui senza riuscire a nasconderle un mezzo sorriso.
"È solo che preferisco pensarci un altro pochino prima di parlarne. Adesso non so ancora bene..."
"Se te lo puoi permettere?" Lei aveva inclinato il capo. "Dai, Bea, o stai tenendo il conto delle pagine che leggi a migliaia, o si tratta di soldi. Non è che serva un genio."
"Va bene. Non so se posso permettermi una cosa che voglio. Tutto lì."
"Mm. E sarebbe?" Lei si era mossa a disagio contro il suo corpo. In realtà desiderava parlargliene, ma non sopportava il fatto di parlare con lui di questioni economiche.
"Una specializzazione. In conservazione dei beni librari."
"Sembra bella."
"Lo è. E tu resti sempre un cattivo bugiardo. Ti sembra noiosa." Gli aveva risposto lei sogghignando. Lui aveva tentennato.
"Noiosissima." Aveva risposto alla fine. "Comunque, ad ogni modo, il risultato dei tuoi affannosi conti?" Bea si era stretta nelle spalle.
"Non saprei. Li ho fatti tre volte e danno tre risultati diversi, ma sono tutti e tre abbastanza vicini fra loro. E mi sa che non riesco. Per quest'anno."
"Ah. E ti danno tre risultati diversi in base a quali variabili?"
"Cosa?" Dario aveva respirato a fondo.
"Quali cose hai provato a cambiare, che ti dà tre risultati diversi?" Lei si era stretta nelle spalle.
"Niente. Succede sempre così, lo sai. Io vedo più o meno a che cifra si avvicina..." lui aveva chiuso gli occhi per un attimo, massaggiandosi la radice del naso con due dita.
"Bea, possibile che neanche le addizioni in colonna? Dai, fammi vedere."
"Ma tanto non importa. Te l'ho detto, ho visto che non ce la faccio."
"No. Tu credi, hai il sospetto, presumi di non poterlo fare. Sei una sensitiva delle cifre. Ti fai un'idea, percepisci un'impressione. Ma dato che prima ti sei scordata di riportare un tre nella colonna delle migliaia, potresti esserci anche parecchio lontana."
"Amore, sei insopportabile." Dario aveva annuita con aria stanca.
"Si, si. Terribile. Fai vedere." Le aveva detto, tornando poi al suo tavolino. Lei gli si era seduta in grembo, mostrandogli ogni cosa, stupita, una volta di più, di quanto le riuscisse impossibile opporsi, riservarsi uno spazio personale o anche solo porre dei limiti. Non riusciva, semplicemente, anche se sapeva che sarebbe stato logico che così fosse. Mantenere un qualsiasi spazio fra loro le pareva innaturale, quasi deplorevole, e così doveva essere anche per Dario, che, con le labbra sporte in fuori e il viso atteggiato a profondo stupore, stava studiando il foglio su cui lei aveva scritto.
"Bea?"
"Dimmi."
"Cinque più tre?"
"Otto."
"E qui fa sei perché è stato cattivo o perché deve ancora crescere?"
"Uffa!"
"Uffa niente! Ma dico io! Una donna adulta! Una laureata! Beatrice!" Nitrì poi scandalizzato.
"Cosa?"
"Tre per due diviso dodici...perché fa diciotto?"
"È un indovinello?" Dario aveva alzato su di lei un acquoso sguardo di supplica, in cui si sarebbe potuto giurare che trasparisse un reale dolore.
"Per favore, posso farlo io? Tu mi dici che cosa volevi sapere e io te lo calcolo? È possibile, questo, amore?" Lei aveva annuito e, senza parlare, gli aveva mostrato le circolari di presentazione del corso e le varie cifre che avrebbe dovuto mettere in conto.
Dopo pochi minuti il risultato corretto, incredibilmente vicino a quelli ottenuti da Bea, era apparso in calce al foglio, nella scrittura un poco rattrappita di Dario. Lei aveva sospirato.
"E adesso, dopo aver rifatto tutto, ancora non posso permettermelo."
"Ma, Bea, se io..."
"No, Dario. Grazie, ma no." Aveva risposto con dolcezza alla sua domanda sospesa, posandogli un bacio sulla tempia. Non voleva che fosse lui a provvedere ai suoi studi. Preferiva passare quell'anno a risparmiare e usare i soldi che avrebbe avuto l'autunno successivo. Si era preparata ad una lunga discussione in merito, ma lui la stupì annuendo.
"Capisco." Le aveva detto con semplicità. E capiva davvero. Non solo che il suo desiderio di portare finalmente a compimento il suo sogno fosse tanto grande da renderla nervosa, ora che si sentiva pronta, ma anche che volesse farcela con i suoi mezzi, senza sentirsi in debito con nessuno, neppure con lui. La baciò teneramente e scese di sotto, ad aspettarla. In cucina. Con appena una breve fermata in camera da letto.
Si sedette al tavolo e, senza fare niente altro, incrociò le dita sul piano di legno e la attese.
Quando lei scese e lo raggiunse, già parlandogli attraverso la porta mentre ancora si trovava nell'ingresso, non mosse un muscolo. Bea si immobilizzò a guardarlo, come un animaletto investito dalla luce dei fari. Conosceva l'espressione che aveva preso il suo viso.
"Dario, cosa...?"
"Sei stata piuttosto scortese, prima, con me. Non è vero?" Bea non ribattè. Conosceva il gioco. "Penso che non dovresti trattarmi in quel modo. Vero, Bea?" La voce di Dario era insieme insinuante e tagliente. I suoi occhi le scavavano dentro, affondando come lame sottili. "Rispondi." Le ordinò con calma apparente.
"No, Dario."
"No cosa?" Aveva insistito lui.
"Non dovrei essere scortese, con te." Ammise docilmente Bea. Finalmente le labbra di Dario si curvarono in un sorriso furfantesco, mandando un lampo di denti candidi. Le fece cenno di avvicinarsi e lei eseguì. Si aspettava niente di più del solito gioco, che si ripeteva in mille insignificanti varianti fra loro fin da quando erano poco più che bambini. Lo schema era semlre il medesimo: un esordio forte, quasi rituale, poi l'amore, niente più che appassionato, poi il ritorno alla quieta normalità.
Fu con una certa sorpresa, quindi che sentì scattarle ai polsi le manette di acciaio. Non le aveva nemmeno mai viste, fino a quel momento. Avevano tutta una fila di minuti dentelli che scattavano, l'uno dopo l'altro, attraverso la serratura, stringendole sempre di più. Continuando a fissarla negli occhi, Dario le stinse, lentamente, fino a che non poterono chiudersi di più, ripiegate sulla sua carne come le fauci di un animale. Bea le guardava stupita.
"Sono nuove?" Il sorriso di Dario si allargò.
"Oh, si. Sono vere. Niente levette. Senti male?"
"No." Si guardarono fissi negli occhi, lei in piedi fra le ginocchia di lui, seduto. Le iridi color acqua di Dario parevano catturare ogni particella di luce della stanza, trasformando i suoi occhi in un gorgo estivo. Ogni capacità di resistenza e di raziocinio si spense lentamente nella mente di Bea. Non vedeva altro che lui, non sentiva altro che il suo sguardo, come era sempre stato e come sentiva che era giusto che fosse.
Quando lui parlò di nuovo, la sua voce aveva assunto un tono rapido e quasi trasognato che le fece drizzare la lieve peluria sulle braccia.
"Tu sei mia, è vero, Bea?" Lei annuì. "Dillo. Dì che sei mia."
"Sono tua." Ripeté lei obbediente.
"E io posso fare quello che voglio con te, vero? È vero, amore?"
"Si."
"Si e poi? Come si dice?"
"Si, Dario." Un lungo respiro gonfiò il petto di Dario. Si alzò e la guidò con tenerezza verso il piano di lavoro accanto al tavolo, lo stesso su cui cucinava ogni giorno. Senza alcuno sforzo apparente, la sollevò come una bambola e ve la posò sopra. Le fece cenno di stendersi e lei obbedì. Con il capo posato sul legno, le sue gambe, per intero, penzolavano al di là del piano. Lui parve soddisfatto, come se avesse immaginato quella scena molte volte, e chiuse l'altro anello delle manette attorno alle lunghe gambe metalliche del mobile, portandole le braccia all'indietro.
"Devi stare molto ferma, amore. Sono d'acciaio, potresti farti male, se non stai ferma." Le disse. Poi, inaspettatamente, le girò le spalle e si diresse verso i pensili lì accanto.
Bea si riscosse dal senso di torpore mentale che la avvolgeva, per domandarsi cosa mai stesse cercando. La sua voce si era fatta dolce, tenera, come se parlasse con una bambina. Pareva assente a se stesso, addirittura. Quando lo vide tornare verso di lei, non poté fare a meno di avvertire un nodo di paura che le saliva lungo lo stomaco, strisciando contro le morbide pareti del suo interno.
Dario portava nella destra un lungo coltello da carne, il suo preferito, dal manico di legno scuro chiuso ed ornato di capocchie di scintillante metallo. Le posò la sinistra appena sotto le costole e la guardò sorridendo. Le sue pupille erano tanto dilatate da lasciare appena un sottile anello azzurro attorno.
"Devi stare molto ferma, adesso. Se non stai ferma, ti faccio male." Le comunicò, sempre in tono affettuoso.
Beatrice si chiese se quella che aveva appena udito fosse una minaccia o un avvertimento. Poi, senza riuscire ad evitarlo, si domandò se stesse per morire.
Alzò lo sguardo su Dario, che passava leggero la mano libera sul suo corpo, osservandola da vicino, come se lei fosse un nuovo ed interessante manufatto. Le sue labbra appena dischiuse, carnose, rese rosse dall'emozione. I suoi occhi desiderosi. I contorni amati del suo viso angoloso. E decise che non le importava. Se era in quel modo che doveva succedere, se era dalla sua mano che doveva ricevere quel dono, allora sarebbe stata comunque più fortunata della maggior parte delle persone.
Abbandonò il capo all'indietro contro il legno e rilassò il corpo, chiudendo gli occhi.
Non li aprì nemmeno quando la lama affilata si infilò fra la stoffa e la pelle, iniziando a lacerare, con un rumore sottile e continuo, i suoi vestiti.
Dario tagliò con precisa attenzione lungo le cuciture. La maglia sottile, i pantaloni leggeri, poi la sottile linguetta di stoffa che univa le coppe del reggiseno.
Beatrice sentì il tonfo sordo della lama che si conficcava nel legno, accanto al suo viso. Aprendo gli occhi, li vide riflessi nella superficie che ancora ondeggiava. Dario le stava sfilando, con premurosa gentilezza, le mutandine.
Entrò in lei immediatamente, senza aspettare nemmeno un minuto, e quasi subito lei si rese conto che non aveva potuto. Era completamente rapito da ciò che stava accadendo, fuori di sé. Lo strinse fra le cosce e lo sentì fremere, sottopelle, come succede agli animali. Si mosse verso di lui, mugolando di piacere, per quel poco che poteva, e questo bastò per spingerlo oltre il culmine.
Mentre la slegava, pochi minuti dopo, la guardò con aria imbarazzata.
"Mi farò perdonare." Le disse, quasi fuggendo il suo sguardo.
"Cosa? I segni sui polsi, il coltello?" Lui la guardò corrugando la fronte.
"Ah...no. Cioè, mi riferivo al fatto che non ti ho aspettata." Il rossore peggiorò, spandendosi sul viso. Lei aveva annuito.
"Beh, possiamo sempre ritentare, che ne dici?" Gli aveva chiesto.
Da quel giorno la loro scelta di giochi si era ampliata, progressivamente, con enorme soddisfazione di entrambi. Motivo per cui, in fin dei conti, non poteva davvero provare quei vestiti.
Seccata, trascinò Viola fuori dal negozio.
Viola, a sua volta, la trascinò con aria altrettanto seccata in altri tre negozi, concedendole solo una breve pausa per il pranzo.
A sera, con gli ultimi raggi di luce ormai spariti insieme alle loro speranze, si trascinarono ancora vicendevolmente lungo l'ennesima fila di vetrine luccicanti.
Non le guardavano nemmeno più, rassegnate ad uscire sconfitte da quella giornata che, pareva loro, era durata quanto una normale settimana lavorativa.
Viola parlava fitto al telefono con il marito, dandogli brevi e circostanziate istruzioni riguardo alla manutenzione della figlia, che aveva da poco scoperto il concetto di igiene personale e non voleva saperne di uscire dalla vasca e Beatrice le camminava accanto svogliata, concentrata più sul freddo che le attanagliava i piedi e sul dolore che andava diffondendosi lungo il fondo della sua schiena che sulle merci esposte attorno a lei.
Aveva visto tanti vestiti da bastarle per una vita intera, pensava.
Non seppe mai cosa la spingesse ad alzare lo sguardo su quella vetrina, né cosa la attraesse tanto.
La sua mano scattò ad artigliare il braccio dell'amica, mentre gli occhi le si dilatavano di gioia e sorpresa.
"Cosa succede?" Le chiese Viola coprendo il ricevitore con la mano.
"È lui!" Rispose brevemente Bea, prima di avvicinarsi alla vetrina con pochi passi affrettati. I passanti continuavano a sciamare loro intorno, ognuno col viso rivolto al basso e la mente rivolta altrove, ma, per Beatrice, l'universo si stava producendo in un piccolo, modesto miracolo sottotono.
Viola salutò il marito e la raggiunse. Era impossibile non intuire cosa stesse accadendo, fosse pure dalla sua posa, appena sporta in avanti, sollevata sulle pinte dei piedi, col volto alzato verso l'anonimo manichino senza testa, ma lei si sentì comunque in dovere di chiederlo. Alle volte, la soddisfazione di dichiarare a voce alta qualcosa riveste la massima importanza.
"Ti piace?"
"È lui, Viola, è questo! È perfetto!" Le rispose Bea indicandole l'abito dierro lo spesso cristallo. Viola lo valutò per un lungo momento. Era un tailleur color ghiaccio, con una gonna attillata, fabbricato in stoffa morbida e opaca.
"È di Chanel." Disse all'amica con un sorriso. Bea la colpì dolcemente alla spalla col dorso della mano.
"No, Viola. È di Bea." Le rispose sorridendo.

martedì 21 ottobre 2014

40

Febbraio si esaurì rapidamente.
Beatrice era sempre più nervosa ed iniziava a domandarsi cosa avrebbe dovuto cambiare, per poter ritrovare un minimo di quiete. Le sembrava di avere energie in eccesso, di essere una batteria troppo carica, sul punto di subire qualche danno strutturale, ma ancora non sapeva come né verso cosa direzionare tutto quel marasma.
Dario la osservava, senza sollevare domande, e riordinava con silenziosa pazienza il caos che lasciava ovunque, non riuscendo a dedicarsi a nulla per più di pochi minuti.
Nel frattempo, in attesa del giorno in cui sarebbe venuta da lui con tutto ciò che le stava crescendo dentro già ben maturo e pronto per essere raccontato, lui passava le sue mattinate solitarie dividendosi fra l'addestramento di Swiffer, che ormai era un esuberante cucciolo di sei mesi, e lunghe passeggiate con Andrea. Gli piaceva ascoltarlo, mentre camminavano per le strade laterali, diretti al parco, ciascuno con il suo fido compagno al guinzaglio, parlare a ruota libera, senza mai fermarsi né esaurire gli argomenti. Lo rilassava, come fosse una musica di sottofondo. Spesso non stava nemmeno a sentire davvero, limitandosi ad annuire o dissentire con il capo di tanto in tanto, in accordo con il suono entusiasta o sdegnato della sua voce, e lasciava che i suoi pensieri vagassero.
Una mattina, poco dopo essersi seduti su una panchina del parco ed aver liberato i cani dal guinzaglio, Dario si trovava in quello stato d'animo rilassato e cercava di intuire cosa potesse stare covando Bea, quando la mano di Andrea gli si posò sulla spalla.
Si riscosse, facendosi bruscamente indietro sul legno freddo.
"Andre, cazzo, quante volte ti devo dire..."
"Di non toccarti, si, lo so. Così impari a non ascoltarmi. Siamo pari. Cosa stai macchinando, in quel tuo cervellino storto?" Dario si accese una sigaretta con aria pensosa.
"Pensavo a Bea."
"Come ho fatto a non indovinare? E a cosa altro potevi mai pensare? Perché..." Dario gli schioccò irritato le dita davanti al viso per zittirlo.
"È agitata, ultimamente. Parecchio. Sta covando qualcosa, secondo me. È quasi a livello e sono curioso di sapere con cosa se ne verrà fuori. Sai, sono cambiate talmente tante cose, per noi, che non riesco a immaginarmelo. Magari è la volta che decide di uscire da quel buco dove lavora e di dedicarsi a qualcosa di più adeguato alle sue capacità."
"Può essere." Annuì Andrea. "Vorrebbe fare qualcosa di diverso, lei?"
"Mah, mi parlava di una scuola di specializzazione, tempo fa. Chissà." Swiffer e Joker tornarono verso di loro, trotterellando allegri, in perfetto accordo, e Andrea si lasciò sfuggire una breve risata.
"Certo che è proprio un cagnetto assurdo, eh?" Dario aggrottò la fronte.
"Swiff è a posto. Cos'hai contro di lui?"
"Niente. Solo che sembra un criceto. Grosso, ma sempre un criceto! Dai, ammettiamolo, è tipo un campioncino di cane!"
"Piantala."
"Oh, dio, adesso mi fa l'offeso! Joker, giù. Stai buono, scemone!" Ordinò poi al grosso boxer, che gli saltellava attorno felice. Dario sporse le labbra e poi le distese in un sorriso strafottente, osservandolo.
"Swiff, qui. Seduto." Swiffer raggiunse il posto che Dario gli aveva indicato, davanti ai suoi piedi, e si sedette disciplinato, levando il muso verso il padrone, come in attesa di nuovi ordini. "Vedi, Vasirani?" Disse poi all'amico ostentando un'aria di superiorità "giudichi sempre dalle apparenze. È una pessima abitudine, sai?"
"E piantala di fare il cretino!" Disse Andrea al cane che, posate le zampe sul sedile della panchina, gli ansimava in faccia con aria beata. "Devo metterti il guinzaglio!" Joker scartò rapidamente di lato, evitando la mano del padrone, per un paio di volte, prima che lui riuscisse ad agganciare la pesante treccia di cuoio al suo collare. Dario osservò la scena, sempre con Swiffer ai suoi piedi, e poi annuì.
"Mi compiaccio, molto istruttivo." Commentò ironico. Poi schioccò la lingua un paio di volte contro il palato e mise con un unica mano il guinzaglio al cagnetto che si era alzato in piedi e pareva attenderlo in posa plastica.
"Fai poco lo sbruffone, che lo so perfettamente che ne volevi uno come il mio anche tu!" Brontolò Andrea avviandosi verso il cancello del parco.
"Si, ma io sono capace di addestrarlo, un cane, a differenza tua. Passo, Swiff." Commentò laconico, avviandosi a sua volta, con Swiffer che pareva incollato alla sua caviglia. Non era mai riuscito a farlo a quel modo, così bene e al primo tentativo e, non per la prima volta, Dario si trovò a domandarsi quanto, effettivamente, quella bestiola capisse di quello che loro dicevano. Molte volte, quando si trovava da solo a casa con lui, si scopriva a parlargli come avrebbe fatto con una persona, trovando confortante il viso espressivo che pareva riflettere il suo stesso stato d'animo.
'Muso' riprese se stesso con durezza 'i cani hanno il muso, non il viso. Rammollito che non sei altro! Fra un po' ti metti a fargli i cappottini a maglia, se vai avanti!'
"Tu sei capace di addestrare quella specie di pupazzo piscione! Ma con un cane vero, come questo qui..." Dario scrollò le spalle.
"Me la sarei cavata. Percepiscono la sicurezza, obbediscono alla sicurezza, e tu quella non ce l'hai. Sei un pagliaccio."
"Ah, si? Dai, allora, se sei tanto bravo!" Sbottò Andrea esasperato, porgendogli il guinzaglio di Joker. Il grosso cane stava annusando intorno, come sempre apparentemente dimentico dell'umano che lo accompagnava.
Dario prese ciò che l'altro gli porgeva per una specie di automatismo, senza riflettere, e subito se ne pentì. Non sarebbe mai stato in grado di far obbedire quel cane. Non aveva alcun motivo di obbedirgli. Con Swiff era diverso, stavano sempre insieme, lo nutriva, lo spazzolava ogni giorno. Ma Joker non l'avrebbe mai ascoltato, ne era certo. Mai più. Andrea lo osservava divertito, tenendo fra le mani il guinzaglio di Swiffer. Il suo viso esprimeva chiaramente l'attesa della sua resa e, solo per quello, Dario decise di tentare comunque. Raddrizzò le spalle e la schiena e chiamò il cane per nome. Joker smise per un momento di annusare in giro e si girò appena, come a domandargli cosa volesse.
"Joker, qui. Seduto." La voce di Dario suonava calma e sicura, come richiesto dai manuali di addestramento, ma lui era certo che non sarebbe accaduto nulla. Ne era talmente certo che, quando il grosso cane si voltò verso di lui e si sedette a terra, strabuzzò gli occhi esterrefatto. Più per fare una prova che per un reale motivo, decise di dargli un altro comando e si arrovellò per un attimo il cervello, cercando di ricordare quali parole usasse con lui Andrea. Poi mosse la mano libera verso il basso, dolcemente.
"Giù, Joker." Disse, mantenendo il medesimo tono di poco prima. Il cane, dopo appena un momento di incertezza, si abbassò, posando il ventre a terra.
"No, aspetta, come cazzo hai fatto?" La voce di Andrea era carica di una reverenziale sorpresa. Dario scoppiò a ridere, riconsegnandogli il guinzaglio. Non riusciva a trattenersi, sorpreso e felice, e rise posandosi una mano sulla bocca, con gli occhi strizzati nella mattina grigia.
"Non lo so! Che mi venga un colpo, se l'ho capito!" Andrea scosse la testa affettando un'aria disgustata e afferrò il guinzaglio di Joker.
"No, va bene, ma fai davvero schifo." Commentò riprendendo a camminare senza aspettarlo. Stava tentando di rimanere serio, ma sapeva che era una battaglia persa, con l'amico che sghignazzava senza ritegno alle sue spalle. Finirono per uscire dal parco avvolti da una cristallina selva di risate.
Si fermarono a casa, rientrando, come era ormai loro abitudine, per una tazza di tè.
"Allora" disse Andrea dopo i primi sorsi "come procedono i piani del duo meraviglia per la conquista del mondo? Avete fatto fuori la famigliola e la tua ex ha fatto fuori te." Dario strinse le labbra e inarcò appena le sopracciglia fissando il liquodo caldo nella tazza. Aveva raccontato ad Andrea della sua ultima discussione con Stella appena qualche giorno prima. "Cosa avete in programma, adesso? Una bella riunione di classe e poi sterminate tutti i partecipanti?"
"No, non esattamente." Rispose l'altro senza alzare gli occhi. "Stando alla mia lista, adesso mi tocca qualcosa di veramente piacevole. Devo chiudere i conti..."
"Aspetta aspetta aspetta: hai una lista?" Sogghignò Andrea. Dario annuì con aria sorpresa.
"Si, ho una lista. Cosa c'è da ridere, me lo spieghi?"
"Ah, niente. Figurati. Chi non si farebbe una lista della gente da umiliare? Voglio dire, metti che poi ti dimentichi qualcuno!"
"Lo vedi che sei stupido? Non è una lista della gente da umiliare. Sono le cose da fare prima di maggio."
"Giusto! E cosa succede a maggio?" Dario sbuffò spazientito.
"Finiscono gli otto mesi di preavviso. Devo trovarmi qualcosa da fare, sai? E poi ci mancheranno solo un tredici mesi al matrimonio."
"E al divorzio." Gli ricordò l'amico. Dario assentì e sporse la tazza ormai vuota verso il frigorifero, riempiendola per metà di ghiaccio, che iniziò a masticare, un cubetto dopo l'altro, con aria assente.
"Si. E al divorzio. E voglio che sia tutto a posto, per il giorno in cui sposerò Bea. Tutto in ordine." Andrea si grattò delicatamente un sopracciglio, a disagio.
"Ripetimi un'altra volta perché vuoi sposarti un mese dopo aver ottenuto il divorzio."
"Beh, è il tempo per le pubblicazioni. Prima non posso."
"Dai, coglione, hai capito. Perché?" Dario terminò di stritolare fra i molari un boccone di ghiaccio.
"Perché voglio che sia mia. Sarà mia, capisci? Mia, agli occhi del mondo. Nessuno potrà più ignorarlo."
"Tu lo sai, vero" gli chiese Andrea con aria inquieta "che non è davvero possibile possedere un altro essere umano?" Un sorriso sottile, affilato, tese i lineamenti dell'altro.
"Io so che a te e a quelli come te non è possibile."
"Dario, scherzi a parte..."
"No, Andre, è così. Lei è davvero roba mia. E io roba sua. E dal giorno che saremo sposati in poi, sarà sotto gli occhi di tutti. Nessuno potrà metterlo in discussione. Fine delle cazzate."
"Roba."
"Mm?"
"Hai appena definito Beatrice 'roba'." Andrea lo fissava con aria di disapprovazione, gli occhi seri. Sembrava davvero nudo e senza il solito sorriso e perfino più vecchio.
"Si, ho definito anche me stesso 'roba'. Siamo tutti roba. Sei mai stato in macelleria? Non c'è poi questa gran differenza."
"Tu mi fai paura. Non puoi paragonare la donna che ami a un taglio di carne, porco cazzo!"
"Certo che no. Lei è viva, innanzitutto, e comunque nessuno la mangerebbe. Ma chiedilo a un leone o a un alligatore. Darebbero ragione a me. Insomma, su, che differenza fondamentale c'è? La capacità di ideare e usare strumenti. Ma quella dura solo finché sei vivo, no?"
"E cose tipo i sentimenti? La creatività? L'anima immortale?"
"Primo, nessuno ti dice che la bistecca, da viva, non provasse i suoi bravi sentimenti anche lei. Secondo, la creatività è una forma romanticizzata di ingegno, stessa roba, meno utile. Terzo...si, anche Bea tira sempre fuori questa cosa dell'anima." Terminò con voce smorzata, come se considerasse l'argomento imbarazzante. Andrea lo osservò per un attimo, con viso severo, prima di scuotere la testa.
"E chissà come mai. Insomma, è una cosa un tantino importante. Tu non ci pensi?"
"Andrea, vacca boia, sono ateo convinto e spero di avere ragione, se no sono nella merda, tre metri sotto e con un sasso al collo. Io non ce l'ho, un'anima, e fine della discussione."
"Ah, si? E cos'è che ti tiene vivo, se non hai un'anima, sentiamo, ateo convinto?" La voce di Andrea suonava irritata, del tutto diversa dal suo solito tono leggero, quasi genitoriale. Dario si strinse nelle spalle.
"Beh, io ho Bea." Rispose in tono conclusivo. L'altro prese fiato come per parlare, ma poi lo lasciò andare, espirando in un lungo sospiro. Non aveva idea di come si potesse controbattere ad un'affermazione del genere. Non era facile trovarsi a discutere con qualcuno convinto che fosse l'amore che provava, a tenerlo in vita.
Passarono qualche minuto in silenzio, ciascuno seduto al suo posto e immerso nei suoi pensieri. Dario fumò con calma una sigaretta e Andrea terminò un'altra tazza di tè. Stava iniziando, faticosamente, ad abituarsi alla confidenza di Dario, al modo in cui risultava quando rimaneva tranquillo, rilassato, senza ostentare un'indifferenza che, ora lo sapeva, era solo una finzione. Ancora gli pareva strano di trovarsi accanto una persona timida e tranquilla, al posto del solito arrogante fanfarone che aveva sempre conosciuto. Se avesse capito fin da subito il nocciolo del suo carattere, pensava spesso, le cose sarebbero andate in un modo ben diverso. Stesso discorso valeva per Beatrice. Gli era sempre parsa come tagliata fuori dalla realtà, bellicosa fino al ridicolo, incredibilmente intelligente. La stava scoprendo smemorata, sempre pronta allo scherzo e riservata quasi all'eccesso. Se gli erano sempre apparsi come una coppia ben assortita in quelle che loro stessi chiamavano le 'facce da fuori', ora gli pareva impossibile pensare che avessero passato tanti anni lontani, accanto ad altre persone. Non sapeva cosa avesse indotto la loro famiglia a gravali di una punizione tanto inflessibile e, credeva, non avrebbe mai avuto il coraggio di domandarlo, ma avevano fatto un gran bene a mandarli tutti a quel paese.

Quando Andrea si fu congedato, Dario organizzò qualcosa per il suuo pranzo solitario.
Beatrice avrebbe mangiato con Viola, come ogni giorno, per rientrare solo la sera. Questo gli dava tutto il tempo di spuntare la prossima voce dalla sua lista, pensò, mentre nel suo sguardo si addensava una luce di cupa gioia.
Se l'era tenuta per ultima, quella cosa da fare, come tenendosi da parte il boccone più prelibato mentre mangiava con disciplina tutte le vedure.
Finì di mangiare e ripulì per bene la cucina. Aveva riflettuto a lungo su come farlo, fin da quando quell'estate, dopo aver letto il blog con cui Bea l'aveva richiamato a sé, aveva finalmente capito come fossero andate le cose.
Gli pareva incredibile, di non esserci arrivato prima, da solo, ma era disposto ad accettarlo. Era sconvolto, all'inizio, e quando poi si era ripreso c'erano state tante cose da fare. E, comunque, aveva tentato per anni di pensare il meno possibile a quella faccenda. Alla loro separazione.
Quando, leggendo, aveva preso coscienza di come si fossero svolte le cose, il suo ptimo istinto era stato di andare a stanare immediatamente quella bestia viscida e schiacciarlo sotto il tacco. Ma aveva aspettato ed ora ne era felice. Dopo tutto quel lavoro ingrato, gli serviva proprio qualcosa per tirarsi su di morale.
Fece le tre telefonate che gli occorrevano per organizzare il tutto, mantenendo un tono di voce allegro e leggero, come quello di una chiamata casuale, fatta solo per capriccio. Aveva impiegato quasi un mese per racimolare i numeri di telefono necessari. Chi l'avesse visto in viso, mentre con la sua miglior voce salottiera predisponeva ogni particolare, non avrebbe potuto fare a meno di provare un brivido di disagio. Sorrideva, perché il suo sorriso trasparisse mentre parlava al telefono, sorrideva fin troppo, scoprendo i denti bianchi e regolari fino alla gengiva, in un largo ghigno da pescecane. I suoi occhi chiari, di norma quieti e distanti, non erano che un mare di iride in cui nultava appena un bruscolo di pupilla, grande quanto la capocchia di uno spillo. La mano libera apriva e chiideva il pacchetto di sigarette, senza sosta, come dotata di una propria volontà.
Finito che ebbe di telefonare, scelse con cura anche maggiore del solito i vestiti da indossare e si preparò con diligente precisione, senza tralasciare il benché minimo dettaglio. In ultimo, ricompose il volto ad un'espressione che potesse mostrare in pubblico.
Quando uscì di casa, appariva come un perfetto gentiluomo, appena un filo troppo pallido, ma di ottimo umore.

Gregorio entrò nel solito bar, appena una strada di distanza dallo studio che ora condivideva con suo padre, con un sospiro di sollievo per il caldo che lo accolse. Era un marzo insolitamente freddo e rimaneva ancora qualche stralcio di neve annidato nelle zone all'ombra dei muri. Vide subito Dario, seduto come suo solito appena in disparte,  e si avviò verso il tavolino che aveva occupato, salutandolo con un cenno della testa.
Osservò con una punta di dispetto che i segni di cedimento che aveva visto apparire in lui appena dopo la separazione sembravano scomparsi, restituendogli quello che pareva essere un aspetto perfino più giovanile e gioviale. Nella sua figura diritta ed elegante, col viso di nuovo a nudo, nessuno l'avrebbe preso per un suo coetaneo.
A Gregorio davano sempre una decina d'anni in più, a prima vista, fin da quando ancora era all'università. Era grosso, lo era sempre stato, impacciato nei movimenti e, ancor di più, nel parlare, ma aveva scoperto, con sua somma soddisfazione, che questo digraziato insieme di cose non riveste più una grande importanza, nell'età adulta, soprattutto quando si aveva la premura di rivestirsi di abiti di ottimo taglio e di farsi chiamare col proprio titolo, invece che per nome.
Si sedette di fronte a Dario e la sedia dette un gemito affannato.
"Allora, dottore, quali nuove?" Gli chiese a mo' di saluto. Dario gli sorrise con calore.
"Come quali nuove, signor avvocato! Hai compiuto gli anni, no? Non ce l'ho fatta a passare per la festa, ma almeno gli auguri volevo farteli!" Gregorio gli sorrise a sua volta, impegnato nella complessa manovra di sfilarsi il cappotto da seduto. Scambiarono qualche banalità, mentre il cameriere, richiamato da un cenno noncurante di Dario, si adoperava attorno a loro.
"Allora, Greg? Sempre tutto sui binari?"
"Al solito, al solito. E tu? Alla fine cosa fai, con la tua bella mogliettina, vai o stai?" Dario scosse la testa.
"No, niente da fare, cambio modello. Ogni tanto bisogna, no?" Risero insieme come i due vecchi amici che erano. "Ah, sai cosa volevo dirti, ti ricordi mia cugina, Bea?" Gregorio sorrideva ancora.
"Si, logico che me la ricordo! L'hai poi mai più rivista?" L'altro annuì con forza, posando il bicchiere.
"Di recente, si. Dopo dodici anni, pensa tu!"
"Carino! Come sta?"
"Benissimo. Si sposa, il prossimo anno."
"Dai! Che bella cosa. Salutamela, se ti ricordi."
"Sarà fatto, sarà fatto. E, senti, Greg, giusto che siamo in argomento, te la posso chiedere una cosa?"
"Chiedi e ti sarà dato, diceva il tale!"
"Quando eravamo ragazzini, sii sincero, avevi una cotta per lei?" Gregorio lo guardò in faccia per un momento prima di rispondere. Dario stava bevendo un altro sorso, ma riusciva a scorgere nei suoi occhi un'aria divertita.
"Beh, si. È passato tanto tempo, te lo posso anche dire. Potrei dire che è stato il mio primo amore." Scosse la testa, come cancellando quel pensiero.
"Parlavamo, io e lei, tempo fa...Dì, sei stato tu, vero, alla fine, a parlare di noi due? Del fatto che stavamo insieme, dico. Sei stato tu, Greg?" Gregorio deglutì a vuoto. L'espressione di Dario non era cambiata, ma aveva avvertito qualcosa nella sua voce, una nota melliflua, insinuante, che gli pareva di ricordare dalla loro adolescenza. Poi si riscosse, dandosi dello stupido. Non l'avrebbe certo preso a schiaffi in un luogo pubblico, per una sciocchezza avvenuta quasi quindici anni prima, tanto più che era seduto tranquillo, rilassato, a giocherellare col suo bicchiere, come sovrappensiero.
"Ah, beh, sai come vanno certe cose."
"Mm."
"C'ero rimasto talmente male, quando l'ho scoperto!"
"Mm." Dario inarcò le sopracciglia, come ricordandosi di qualcosa. "E, dì, ce l'hai sempre a mano, quella ragazzina, come si chiama, Alicia?" L'altro si rilassò, grato per il cambio di argomento.
"Felicia. Ventun anni di colombiana...vuoi che le chieda se ha un'amica?" Domandò con aria allusiva. Dario ridacchiò, come se trovasse l'idea estremamente divertente.
"No, no, preferisco la merce nostrana. Ma crede sempre che tu sia scapolo?"
"Si dice single, adesso! Si, figurati, convinta che alla fine me la sposo, quella!" Di nuovo risero insieme. Gragorio si era sposato lo stesso anno in cui l'aveva fatto Dario, dopo aver trovato una ragazza che non solo corrispondeva alla sua idea di donna seria e posata, ma aveva sostanzialmente contribuito a renderlo solido, sia economicamente che professionalmente, essendo la rampolla di uno dei più rinomati notai della città.
In quel momento, mentre ancora ridevano insieme, Dario salutò con la mano qualcuno all'ingresso del locale.
"Oh, Greg! Parli del diavolo...non è lei, quella là?" Gregorio si voltò. Al loro tavolo stava arrivando la ragazza di cui avevano appena parlato, una bellezza bruna dal sorriso contagioso e dall'ampia scollatura, che si posò su di una sedia libera come una rara farfalla. Li salutò entrambi e rivolse a Gregorio un breve broncio di scuse, quando lui le rimproverò di essersi presentata senza alcun preavviso troppo vicina al suo luogo di lavoro.
Mentre si svolgeva questa conversazione, Dario, domandando perdono con un gesto della mano, si concesse un minuto per una rapida chiamata, poche parole in tutto, che chiuse con aria di evidente soddisfazione.
"Allora, Felicia, buon pomeriggio. Non pensavo che ti ricordassi di me, sai?" Disse alla ragazza, che appariva infastidita dalla freddezza di Gregorio. "Prendi qualcosa da bere anche tu, dai." La invitò con tono gentile.
"Dario, adesso devo tornare in studio..."
"Dai, Greg, due minuti! Rilassati! Dobbiamo festeggiare, te lo ricordi?"
"Si, ma due minuti." Ribattè l'altro, evidentemente sulle spine per la presenza dell'amante in un luogo in cui tutti lo conoscevano. Era spazientito, ma non preoccupato. Nel peggiore dei casi, avrebbe potuto dire che Felicia era lì per Dario. Nessuno avrebbe avuto interesse a contestare la sua affermazione, ora che si era separato.
Fu solo quando sentì una mano fredda, piccola e delicata, posarsi sulla sua spalla, che la preoccupazione arrivò e tutta d'un colpo.
"Ciao, Serena." Salutò Dario con garbo. Gregorio tentò di parlare, ma senza successo. Le due donne si fissavano, di sopra al tavolino. "Ti presento Felicia. Felicia, lei è Serena. Moglie di Greg, l'amante di Greg. Amante, la moglie."
"Grazie, Dario. Da qui ci penso io." Ripose seccamente Serena.
Il viso di Gregorio aveva assunto una preoccupante tinta paonazza e i suoi occhi fissavano l'altro che si stava infilando il cappotto coi soliti gesti aggraziati. Le voci delle due donne iniziavano già ad alzarsi, attirando gli sguardi degli altri avventori. Dario si chinò appena, passandogli accanto.
"Ah, Greg? La sposo io, Bea." Si interruppe, con aria divertita, aspettando la fine di una frase urlata in un rapido spagnolo da Felicia, prima di continuare. "Tu divertiti."
Uscì dal locale con un senso di leggerezza addosso. Gli dispiaceva solo di non aver potuto far vedere lo spettacolo a Beatrice. Avrebbe fiutato subito la trappola, se l'avesse vista, proprio non aveva potuto.
Si strinse la siarpa attorno al collo, camminando nel freddo pomeridiano. Glielo avrebbe raccontato, parola per parola, si ripromise.
Mentre svoltava l'angolo, il suono delle voci alterate, provenienti dal bar, lo raggiunse, strappandogli un ultimo sorriso.

domenica 19 ottobre 2014

39

Dario stringeva nella mano il poso di Andrea, tanto forte che sentiva i muscoli vibrargli nella carne. I loro occhi erano inchiodati gli uni negli altri, in una sfida muta. Alte, lente ondate di rabbia si infrangevano su di loro.
"Pensavo che fossimo amici." Ringhiò Andrea in tono basso e minaccioso, quasi fosse un insulto.
"Lo pensavo anch'io. Per questo hai ancora tutti i pezzi attaccati, Vasirani. Adesso, fuori da casa mia." La voce di Dario suonava asettica, priva di ogni emozione e questo rinfocolò la rabbia di Andrea. Si sentiva svilito, sminuito e ingannato, tradito nella fiducia. Nonostante Dario fosse più forte di quanto avesse immaginato, in quel momento riuscì a sottrarsi dalla sua presa senza alcuno sforzo, con un ampio movimento rotatorio del braccio, e si fece avanti, protendendo aggressivamente il viso verso quello dell'altro.
"Se no cosa? Fai come facevi da ragazzino e mi picchiavi? Eh? Perché guarda che potresti scoprire che non sei più il grosso della scuola." Le labbra di Dario si torsero in una smorfia di disprezzo, come se guardasse una bestiola dannosa. Si erse in tutta la sua statura e lo squadrò dall'alto in basso, facendogli volontariamente pesare quei dieci centimetri in più che la sorte o la natura avevano voluto assegnargli.
"E tu pensi davvero che ti toccherei di nuovo? Se non fosse stato per quello che stavi facendo a Bea, non ti avrei mai appoggiato un dito addosso."
"Paura?" Lo provocò l'altro, con un sorriso caustico.
"Più che altro senso dell'igiene." Commentò Dario inarcando appena un sopracciglio. Andrea mugolò frustrato.
"Dovrei spaccarti quella faccia di merda!" Gli disse. Non riusciva nemmeno ad alzare la voce, tanto era infuriato. Dario fece un passo indietro, allargando le braccia.
"Serviti. Ma bada bene che se tu incominci, io finisco. E quando io finisco, tu sulle tue gambe non ci esci, da quella porta, ricordatelo. Quindi, adesso scegli e scegli bene: o te ne vai sulle tue gambe, o prima aspetti che io abbia finito e poi te ne vai lo stesso,ma in ambulanza." Andrea lo guardò per un lungo istante. Appariva di una calma glaciale, ma sapeva che la sua era solo una finzione, per quanto ben inscenata. I suoi occhi sembravano mandare lampi metallici e le narici gli si dilatavano ad ogni respiro, come quelle di un animale sul punto di sferrare l'attacco. Non una parola su quello che aveva visto, non una domanda su quanto era accaduto. Solo quell'aria di disprezzo e quelle minacce, grevi del desiderio di realizzarsi in fatti. Sentì di essere arrivato al limite. Qualunque cosa accadesse, non voleva più avere a che fare con quell'uomo. Non voleva più trovarselo di fronte. Non voleva nemmeno sentirne parlare. Si allacciò la giacca con gesti ostentatamente lenti.
"Dovrei lasciartelo fare solo per il gusto di vederti finire in galera come quello stronzo di tuo padre. Chissà che non ti darebbero lo stesso letto." Dario annuì con aria indifferente e si accese una sigaretta. Sarebbe stata una scena di perfetta noncuranza, se i suoi occhi non fossero corsi ad ogni movimento dell'altro, studiandolo senza sosta.
"Puoi evitare, non mi ci metterebbero in galera. Tieniti pure sano." Andrea attraversò la stanza, cercando di mantenere un passo tranquillo.  Solo sulla porta si voltò un istante. Dario, con la schiena appoggiata alla porta, fumava guardandolo fisso.
Attese appena che la porta sbattesse dietro le spalle dell'altro, prima di dirigersi verso le scale. Aveva intenzione di mettersi qualcosa di più comodo e di dare un'occhiata alle candele del TDM. Le aveva controllate di recente, ma una volta in più non avrebbe fatto male.
Bea si sporse dalla ringhiera.
"Cosa fai? Non lo chiami indietro?"
"No."
"Guarda che non è che mi abbia aggredita o..."
"Non mi interessa. Ha fatto anche troppo." Dario salì gli scalini a due a due e lei lo seguì lentamente.
"Dario, ma cosa stai facendo? Dai, non fare lo scemo e richiamalo! Parlatevi, almeno! Era incazzato nero, ma non ha voluto dirmi il perché." Lui si voltò tanto velocemente da indurla ad indietreggiare con goffaggine, quasi inciampando nei propri piedi. Era da molto tempo che non vedeva quell'aria di fredda ira sul suo viso, la sua natura violenta emergere tanto prepotente, ma non per questo ne aveva perso il ricordo.
"Ascoltami bene, Bea. Io ti amo, sei il mio tesoro, ma adesso tu la pianti di parlare di Vasirani. Non lo voglio sapere, chiaro? Non lo voglio sapere." Non urlava. Sibilava, come nei momenti peggiori, e Bea capì che insistere non sarebbe servito ad altro se non ad attirarsi addosso tutto il peso della sua ira. Fece un altro passo all'indietro, stavolta con più grazia, e annuì.
"È chiaro." Rispose, badando di mantenere un tono calmo. Dario annuì una sola volta, la testa che scese rapida per poi tornare al suo posto, ratificando le sue parole, e poi entrò in camera da letto.
Si cambiò rapidamente i vestiti, scegliendo un vecchio paio di jeans ed una felpa pesante e scese di nuovo le scale, passandole accanto senza degnarla di uno sguardo. Quando lo sentì aprire il portello del garage, solo allora, si rese conto che davvero non aveva alcuna intenzione di porre rimedio a quello che era accaduto. Avrebbe lasciato che le cose si spezzassero a quel modo, senza nemmeno chiedere né dare una spiegazione.
Con un sospiro, preparandosi ad affrontare la parte del caratrere di Dario che in assoluto amava meno, Beatrice infilò una giacca sopra i vestiti e lo seguì.
"Dario?" Chiese alla figura che le dava le spalle, accosciato accanto alla moto.
"Mm?" Bea strinse le labbra. Era quasi certa che stesse piangendo.
"Guarda che, sul serio, dovresti parlare con Andrea. Non è che mi sia saltato addosso cercando di violentarmi o roba del genere, sai? Stavamo parlando, si è arrabbiato, ha deciso di andare a casa e quando l'ho preso per un braccio, per fermarlo, lui mi ha acchiappata per la mano, per spostarmi. Tutto qui. Non ce l'aveva neanche con me." Le mani di Dario continuavano a lavorare, precise come lo erano sempre state, ma Bea colse un rallentare del ritmo.
"Ti ha fatto male." Scandì lui lapidario. Si, ne era certa. Erano lacrime quelle nella sua voce.
"No, non tanto. Non se n'è mica accorto, Darietto. Non ha fatto apposta. E poi io non sono arrabbiata." Bea attese un momento, per valutare la sua reazione, e lo vide rallentare ancora il suo armeggiare. Ora le sue mani si muovevano lentamente, quasi pensierose. "Dai, per favore.  Telefonagli, prova almeno a parlarci." Ora Dario era immobile,  seduto sui talloni, con la testa china in avanti. Le dava le spalle , ma ugualmente lei ne ricavava una sensazione complessiva di incertezza, come se le sue parole l'avessero spinto sull'orlo di una decisione che non era certo di voler prendere. Poi scosse il capo, piano, come rispondendo a se stesso, una sola volta.
"Lasciami stare, Bea, vuoi? Solo per un po'." Non c'era più rabbia nella sua voce, ma una sorta di fredda distanza che la rattristò.
"Va bene. Vuoi che ti porti il telefono?" Dario sospirò.
"No. Nè adesso né dopo. Lasciami stare e basta, okay?"
"Okay." Gli rispose lei con voce sommessa. Non era abituata ad essere allontanata a quel modo, ma si rendeva conto che in quel momento lui doveva soffrire parecchio, soprattutto pensando a quelli che erano stati i suoi programmi e al modo in cui erano andate le cose. Rientrò in casa quasi strisciando i piedi a terra, tanto lo lasciava malvolentieri.
Non sapeva cosa avesse preso ad Andrea, quella mattina, non l'aveva mai visto a quel modo. Infuriato, irragionevole, quasi violento.
Se solo si fossero resi conto di quanto si somigliavano, riflettè fra sé e sé mentre entrava nell'ingresso, in un modo quasi ridicolo, dietro gli atteggiamenti che ciascuno di loro aveva scelto come difesa, allora, forse, sarebbero riusciti a parlare di nuovo.
Iniziò a sbottonarsi la giacca, irritata dell'atteggiamento ottuso e infantile di quei due. Avevano fatto tanta fatica a stringere un legame, ad iniziare a parlarsi, l'uno lasciando che l'altro lo vedesse nei suoi momenti di tranquillità domestica e l'altro abbandonando gradatamente il sempiterno atteggiamento da buffone che nascondeva qualunque altra reazione, si erano tanto impegnati, l'uno per l'altro, e adesso, proprio adesso che erano ad un passo dal riuscire a costruire un rapporto solido, tutto sarebbe crollato a causa di quello che, ne era certa, altro non poteva essere che uno stupido inconveniente che avrebbeto potuto risolvere nel giro di una decina di minuti, sedendosi a parlarne.
Fece a tempo a posare la giacca sull'appendiabiti, prima di afferrare il cellulare. Doveva parlare con Andrea. Se Dario non voleva farlo, allora l'avrebbe fatto lei, decise, non avrebbe lasciato che un momento di rabbia rovinasse tutto.
Il telefono iniziò a squillare, ma nessuno rispose. Bea riagganciò e riprovò. Nessuna risposta. Andò in cucina e si versò un bicchiere d'acqua, continuando a tentare, a ripetizione, senza mai arrendersi, sempre invano. Guardò l'ora. Doveva essere arrivato a casa, oramai.
Con un gesto deciso, posò il bicchiere, attraversò l'ingresso e, di nuovo, indossò la giacca, allacciandola fin sotto al mento prima di prendere le chiavi dell'auto dalla ciotola sul mobile.
Non era affatto disposta a restare a guardare mentre si facevano del male a vicenda. Se non avevano coraggio a sufficienza per rimettere a posto le cose, allora l'avrebbe fatto lei.
Uscì di casa quasi a passo di carica, senza darsi il tempo di riflettere. Sapeva che, se l'avesse fatto, avrebbe finito per non andare. Per lo stesso motivo non si permise di indulgere a spiegazioni con Dario. Si sporse appena all'interno del garage e lo trovò nell'identica posizione di poco prima.
"Io esco un attimo." Gli disse con tono leggero. "Ti serve qualcosa?"
"Dove vai?"
"Fuori. Ti serve qualcosa?" Lui si girò appena, lasciandole vedere il profilo.
"Cosa vuol dire 'fuori', scusa bene? Non è una risposta." Bea sbuffò.
"Senti, io sto uscendo. Ti racconto dopo, torno subito." Gli disse in fretta, prima di voltarsi e andare alla macchina. Non guardò nemmeno indietro. Non ne aveva bisogno. Riusciva benissimo a sentire il suo sguardo bucarle la nuca, anche senza vederlo.
Guidò, prudente e concentrata come era sempre al volante, senza riuscire a rilassarsi, sempre con la sensazione che dovesse accaderle qualcosa di brutto da un attimo all'altro, e fermò l'auto sotto il palazzo che ospitava la casa di Andrea.
Non sapeva se le avrebbe aperto, figurarsi se aveva un'idea di come convincerlo a parlarle. Si guardò freneticamente attorno, cercando con gli occhi, in strada e dentro al cancello che determinava il parcheggio condominiale, la macchina blu di Elena. Niente da fare, non la vedeva da nessuna parte. Si passò le dita sulle palpebre, infilando le dita sotto gli occhiali, in un gesto di scoramento. L'avrebbe trovato solo, lei era andata via, ne era certa, e lei avrebbe dovuto affrontarlo senza neppure l'aiuto di Elena. Le ritornò alla mente, chiaro come se ancora l'avesse di fronte, il profilo della schiena di Dario, accovacciato, solo, nel freddo invernale e il suono del pianto represso nella sua voce e squadrò le spalle. Non le importava. Non le importava cosa le avrebbe detto Andrea, quanto fosse arrabbiato, non poteva lasciare le cose come stavano.
Se andrea era quello che Dario voleva, e di questo era sicura, allora Andrea sarebbe stato ciò che Dario avrebbe avuto, anche a costo di trascinarlo a viva forza. Lui meritava di avere ciò che desiderava. Qualunque cosa fosse.
Suonò il campanello e salì al piano. Andrea la aspettava sulla porta, stupito e irritato.
"Cosa vuoi, qui, tu?"
"Riportarti a casa nostra. Dovete parlare." Rispose lei sicura. Andrea scosse il capo.
"No, non se ne parla neanche. Fuori dai piedi, ne ho fin sopra i capelli di voi due." Beatrice rimase immobile di frinte a lui. Nei suoi occhi si era accesa la stessa espressione di determinazione ossessiva che aveva, un tempo, inqueitato Lucio, quando la vedeva rivolta a lui.
"Va bene, Andrea. Come vuoi. Puoi non vederci e non parlare più né con né di noi per tutto il resto della tua vita. Dopo, però. Prima dovete parlare per l'ultima volta."
"No! Ma che cazzo vuoi, chi ti ha invitata? Chi ti ha detto di metterti in mezzo? Cos'è, ti ha mandata avanti?"
"No. Non sa che sono qui. Devi parlare con lui, Andrea." Rapidamente, l'espressione di rabbia a stento contenuta si ricompose sul viso di lui, privandolo della luce allegra che di norma lo pervadeva.
"Sei una stronza quanto lui."
"Va bene. Andiamo."
"E anche matta come lui! Gesù! Lasciatemi in pace!"
"No. Andiamo." Bea appariva inflessibile, talmente calata nell'adempimento del suo scopo da risultare impermeabile alle sue parole. Non se ne rendeva affatto conto, ma in quel momento somigliava a Dario in un modo che impressionò l'altro, inducendolo ad un ulteriore scatto nervoso.
"Se riesci a tirarmi fuori anche un motivo solo per cui dovrei farlo, possiamo parlarne." La sfidò lui, certo di ridurla al silenzio.
"Glielo devi." Rispose invece Bea senza alcuna esitazione. Andrea si inalberò.
"Io a quel mattoide non devo proprio niente! Cosa gli devo? Eh? A parte una rotta di botte?"
"Gli sei stato intorno finché non ti si è affezionato. L'hai indotto a fidarsi di te. E adesso lo tagli semplicemente fuori. È scorretto. Gli devi almeno duee parole, tanto per fargli sapere come andranno le cose." Bea non stava cercando di convincerlo. Stava enunciando quello che, ai suoi occhi, era un fatto, tanto quanto lo era il freddo d'inverno. Andrea strinse le labbra in un gesto di nervosismo.
"No. Io ho chiuso con voi due sciroccati. Grazie mille." Le disse quasi gridando, prima di chiuderle la porta in faccia.
Beatrice respirò a fondo. Non si era data nemmeno il tempo di portare un libro. Si appoggiò al muro alle sue spalle, trovò una posizione che le risultasse comoda, e si dispose all'attesa.
Passarono quasi cinquanta minuti, prima che lui riaprisse la porta. Aveva le chiavi dell'auto in mano e la giacca indosso.
"Sei ancora qui?" Trasecolò vedendosela di fronte. Lei annuì. Era stanca, le facevano male le gambe, non avendo trovato il coraggio di sedersi nel bel mezzo del pianerottolo, e aveva un bisogno disperato di orinare. Un paio di volte aveva pensato di tornare semplicemente a casa e attendere gli sviluppi degli eventi, ma, ogni volta, il suono sordo del dolore di Dario nella sua voce l'aveva fermata, ripresentandosi al suo ricordo.
Andrea scosse la testa e lasciò cadere le braccia, osservandola.
"E hai intenzione di restare qua finché non ti seguo a casa?"
"Si." Gli rispose lei con voce calma.
"Dimmi, perché dovrei seguirti?" Non sembrava più arrabbiato e Bea sentì rinascere una scintilla di speranza. Passò la punta della lingua sulle labbra. Aveva sete.
"Per favore. Ci sta male." Andrea sbuffò dal naso.
"È una testa di cazzo. Se lo merita di stare male."
"Non è vero. E lo sai. Adesso, lo sai che non è vero." Andrea strinse le labbra. Pareva indeciso. Poi accennò con la testa al suo appartamento.
"Vuoi entrare?"
"Se posso." Con un sospiro esasperato, lui spalancò la porta e le fece cenno di entrare.
Pochi minuti dopo, non appena lei fu uscita dal bagno dove si era precipitosamente ritirata appena fatto il suo ingresso in casa, si ritrovarono in cucina. Andrea le dava volutamente le spalle, apparentemente impegnato a preparare il caffè.
"E quindi il cuginetto è nell'angolino che soffre?" Le domandò con studiata indifferenza. Bea si ritrasse a quelle parole, che le provocarono un dolore come di sale su una ferita.
"Dario ci sta male, si. Per questo sono qui." Tentava di mantenere la voce ferma.
"E per quale motivo, si può sapere, ci sta male? Non ho fatto quello che voleva?"
"Andrea, piantala, per favore." Nonostante gli sforzi, dalla voce di Beatrice trapariva un'enorme stanchezza. "Lo sai perfettamente che...insomma, dai. Ti vuole bene."
"Cazzate."
"Oh, dio, non pretenderai mica che te lo dica, spero!"
"Non si fida di me. E neanche tu, a quanto dice lui." Bea si prese il viso fra le mani.
"E questa da dove ti è uscita?"
"Me l'ha detto lui."
"Andrea parlagli. Ti prego. Per favore. Te lo chiedo in ginocchio, guarda. Cosa devo fare ancora? È arrivato a casa, non ha capito quello che si è trovato davanti, e sinceramente neanche io, si è preoccupato per me e...beh, mi ha difesa. Come ha sempre fatto. Da quando ancora facevamo le elementari, Andrea. Da sempre. Senti, è colpa mia, va bene? Però tu parlaci. Per favore." Andrea si voltò. Bea era appoggiata in avanti, con i gomiti sul tavolo e il viso nascosto fra le mani. Riflettè che doveva essere bello, avere qualcuno disposto a fare una cosa del genere per te. Provava pena per Beatrice, in quel momento. E fu questo, alla fine, a farlo decidere.
"Senti, se io  vengo con te" lei raddrizzò istantaneamente la schiena a quelle parole. "E gli parlo, come vuoi tu" lei iniziò ad annuire freneticamente, strappandogli un mezzo sorriso "dopo sei a posto? Nel caso, posso mandarlo a cagare e andare avanti?"
"Grazie, grazie, grazie!"
"Rispondimi."
"Si. Assolutamente si. Dopo che avete parlato." Andrea annuì.
"Lo ami proprio tanto, eh?" Bea si strinse nelle spalle, come se le paresse un fatto troppo ovvio per rispondere. "Ma perchè?"
"Perché è lui." Ripose lei sicura.
"Ottima risposta."
"Vero?"
Andrea recuperò le chiavi dell'auto e mosse verso la porta.

Arrivarono a casa loro quando era già quasi ora di pranzo. Andrea si sentiva parecchio più calmo, nonostante il senso di profonda delusione che gli era nato nel cuore quella mattina fosse ancora lì, e si sentiva disposto ad ascoltare quello che aveva da dirgli Dario. Credeva, sinceramente, che l'avrebbe mandato a quel paese, dopo averlo ascoltato, ma non era stato in grado di resistere al senso di pena e, quasi, di tenerezza che aveva stuzzicato in lui Beatrice, con quel suo paziente e tenace tentativo di convincerlo.
La conosceva molto meno dell'altro, ma abbastanza da sapere che, se non avevsse riaperto la porta di casa, con l'intenzione di fare un salto da sua madre, lei sarebbe stata ancora lì, ancora in piedi, in attesa che lui acconsentisse a fare quello che serviva perché Dario potesse smettere di stare male.
Era evidente che, nella sua ottica delle cose, quel 'ci sta male' era una spiegazione al suo comportamento non solo valida, ma vincolante.
Scosse la testa, continuando a guidare. Rapporto difficile coi genitori a parte era e rimaneva un principino viziato. Tutto doveva essergli perdonato, sempre, e guai a contrariarlo. Aveva troppe donne, dalla sua. Perfino sua madre, ci si era messa, quando l'aveva chiamata per avvisarla che non sarebbe andato, a domandargli cosa voleva fare con quel povero Dario.
'Povero, niente meno.' Pensò irritato, mentre svoltava nella strada dove viveva. 'Non poverino suo figlio, no. Povero Dario. Ma vai a capire.'
Scese dall'auto e seguì Beatrice che quasi saltellava sul vialetto, impaziente di portarlo nel garage.
Andrea sospirò irritato. Certo, ovvio, nel garage a smanettare con una delle sue due motociclette. Del resto, era perfettamente in carattere, c'era da aspettarselo. Chiuso in uno stoico silenzio affranto, a far impazzire tutti di preoccupazione, beandosi del melodrammatico risultato.
Si affacciò nell'apertura lasciata libera dal portello aperto, con Beatrice a fianco, che esitava, incerta se aspettarlo. Alla fine, si staccò da lui e si avvicinò a Dario, posandogli con delicatezza una mano sulla spalla.
"Sono a casa." Gli disse con voce sommessa.
"Sei stata via un bel po'. Dove eri andata?" Le domandò lui posandole un rapido bacio sul viso. Lei arrossì.
"Ti ho portato Andrea." L'altro vide l'ampia schiena irrigidirsi di colpo, come in risposta ad una percossa.
"Cos'hai fatto, scusa?" Andrea batté il palmo aperto contro la parete grigia.
"Ha detto che mi ha portato qui. Dice che dobbiamo parlare." Dario voltò lentamente il viso verso Beatrice, che lo guardava con un sorriso imbarazzato.
"Dico, sei impazzita?"
"Oh, coglione?" Gorgheggiò Andrea alle sue spalle "sono qua. Mi guardi in faccia, cortesemente?"
Dario portò al lungo tavolo sul fondo del garage un pezzo e lo posò,  accendendo la lampada a stelo fissata al piano.
"La conosco, la tua faccia. Cosa fai, qua?" Bea quasi voleva mettersi ad urlare, vedendoli ripiombare istantaneamente in quelle pose infantili.
"È venuto a spiegarti perché si era arrabbiato tanto, prima. Vero, Andrea?" Chiese.
"Verissimo." Si avvicinò al tavolo anche lui, a lunghi passi, portandosi accanto all'altro. "È rimasta davanti a casa mia, tipo sentinella inglese, per un'ora e passa, per convincermi. Ma se non vuoi parlare, vado a casa." Di nuovo Dario si voltò verso Beatrice.
"Cos'è che hai fatto?" Bea si strinse nelle spalle. Credeva che, una volta che fossero stati nella stessa stanza, si sarebbero almeno parlati, ma ora la situazione si stava complicano in un modo che non riusciva ad afferrare a pieno. Si sentiva frustrata da quello che stava accadendo e Dario glielo lesse in viso. La immaginò ferma davanti alla porta di Andrea, che cercava di convincerlo a venire fin lì dopo la scena di quella mattina e capì che doveva fare almeno un tentativo. Sporse le labbra e respirò a fondo, prima di parlare. "Allora, Vasirani, com'è che eri tanto incazzato, stamattina? Pensavo che non fossi capace, di incazzarti."
"Sono capace, tranquillo." Rispose l'altro appoggiando le anche al piano. "È che mi dà un po' noia essere preso per il culo."
"Mm. E chi ti avrebbe preso per il culo?"
"Tu, coglione."
"Ah. Capito. E posso chiedere come?" Dario smise di fingere di occuparsi di meccanica. Gli tremavano le mani ed aveva le dita irrigidite dal freddo. Recuperò il pacchetto di sigarette e ne sfilò una tenendone il filtro fra i denti.
"Semplice. Ti ricordi la storia del 'non mi fido di te, perché Bea non si fida di te e lei sa come valutare le persone'? Beh, si dà il caso che la ragazza, qua, si fidi eccome di me. Su tante cose puoi anche prendermi per scemo, ma con le persone sono bravo. Lo capisco, quando piaccio a qualcuno e quando no. E io, a lei, piaccio. Qiesto significa..."
"Che non hai capito un cazzo, come al solito." Terminò Dario con tono conclusivo. Si sentiva sollevato. Era una cosa che poteva spiegargli, quella.
"Ah, si? Ma davvero?" Chiese Andrea provocatorio. Bea cercava di farsi piccola, sentendo che era meglio che si chiarissero da soli.
"Si, davvero. Tu te la sei legata al dito, quella cosa, e quando oggi hai parlato dieci minuti con mia...con Bea, hai pensato che ti stessi mentendo. E hai pisciato fuori, bello. Primo, io ti ho detto che non mi fidavo del tutto, di te. E scusa tanto se mi servono più di sette mesi per concedere a qualcuno la piena e totale fiducia."
"Diciotto anni!"
"In cui praticamente non ci parlavamo, demente che non sei altro!" Andrea richiuse bruscamente la bocca e Dario assentì. "E secondo, il fatto che tu non piacessi a Bea..." a quel punto Beatrice si sentì in diritto di intervenire.
"È vero, Andrea. Guarda che ci ho messo tipo fino al mese scorso, per mandarti giù." Andrea la guardò, sentendo la rabbia che ricominciava a spuntare, come un'erba infestante.
"E perché?" Lei ricambiò il suo sguardo con aria di compatimento.
"Perché io ti ho rivisto da poco, e prima non mi eri per niente simpatico, quando eravamo ragazzi. Ci ho messo un po' a conoscerti da capo. E poi, se non l'hai ancora capito, sono un tantino gelosa." Dario represse un sorriso e le passò una mano sulla schiena.
"Gelosa?" Chiese Andrea. Riflettè rapidamente su quei due. Sempre e solo loro due. Ed ora, d'improvviso, lui da una parte e Viola dall'altra. Era naturale che fossero gelosi. E se Dario aveva trovato i giochi già fatti, con Bea e Viola legate a filo doppio, lei se l'era visto succedere davanti, probabilmente con la sensazione di perdere una parte della persona che aveva tanto faticato a riportare al suo fianco. "Ah." Terminò. Tutto il furore che aveva provato si era smontato come per incanto, di fronte a quella semplice verità. Non era stato ingannato. Nel tempo intercorso fra quella discussione che gli era rimasta conficcata nella memoria e quella mattina, aveva superato una qualche sorta di barriera che l'aveva sempre diviso da quei due. Era stato accettato, supponeva, e, ironia della sorte, proprio a quel punto si era arrabbiato come un pazzo con loro.
Mentre lui faceva queste riflessioni, Dario aveva riportato la sua attenzione su Beatrice e, vedendola tremare di freddo, l'aveva convinta a rientrare in casa, con la promessa che l'avrebbero seguita di lì a poco. Spense la sigaretta e, quasi con lo stesso movimento, ne accese un'altra, accingendosi a rimettere in ordine il garage prima di rientrare.
Andrea lo guardava, senza sapere come rompere quel silenzio che gli pesava addosso e che l'altro pareva trovare normale.
"Senti" disse alla fine. "Così, per saperlo, come mai mi avevi invitato stamattina?" Dario iniziò a riporre gli attrezzi, pulendoli uno ad uno prima di posarli negli avvallamenti sagomati della cassetta.
"Niente, ti volevo chiedere una cosa."
"E...insomma, se vuoi chiedermela, sono qua." Lui gli rivolse un rapido sguardo di valutazione, con un occhio strizzato per proteggerlo dal fumo. Il freddo aveva sbiancato ulteriormente la sua carnagione, e la cicatrice gli spiccava come un marchio sulla bocca.
"Va bene. Sai che il prossimo anno mi sposo, no?"
"Si. Anche se continuo a oensare che non abbia senso, lo so. E quindi?"
"E quindi, pensavo di domandare al mio migliore amico se mi fa da testimone."
"Si. Beh, di solito è così che succede. Dov'è il problema, scusa?" Dario sospirò e passò a ripulire il piano del tavolo.
"Il problema è che il mio migliore amico è stupido, Vasirani. Parecchio stupido." L'altro fece una smorfia.
"Non serve mica il test del quoziente intellettivo, per fare da testimone a un matrimonio. Chiediglielo e basta. Era tutto qui? Ti serviva un'opinione?" Dario si voltò verso di lui e lo guardò negli occhi. Sorrideva appena.
"No, pezzo di deficiente, mi serve una risposta. Lo fai o no, da testimone?"
Rientrarono in cucina dopo pochi minuti. Bea stava trafficando in cucina e Dario la scostò dai fornelli con una spinta scherzosa. Andrea si sedette al tavolo domandando a gran voce se dovesse chiamare Elena o no.
"Allora, devo dedurne che è andato tutto a posto, piccioncini?"
"Mm."
"Ma tu lo sapevi, che voleva chiedermi..."
"Si, Vasirani, solo te col tuo cervellino piccolo piccolo, potevi non arrivare a capirlo." Lo rimbeccò Dario.
Beatrice si sedette al tavolo accanto ad Andrea. Guardava Dario muoversi elastico fra il piano di lavoro e i fornelli, correggendo il sapore del piatto chenstava preparando lei, aggiungendo ingredienti, canticchiando sommesso con un'insospettabile senso della melodia. Era felice, si vedeva bene. Era riuscita a renderlo felice. Si rilassò sulla sedia con un lungo respiro. Andrea stava chiudendo la comunicazione, dopo aver chiamato Elena, che sarebbe passata a mangiare con loro.
"Amore?" La chiamò Dario
"Si?"
"Perché non senti come sono organizzati anche quei due?" Andrea la guardò interrogativo.
"Viola e Vittorio." Gli spiegò lei sommessa. Andrea annuì e la guardò cercare con gli occhi il telefono.
"Usa pure il mio, Beatrice." Le disse, allungandoglielo. Lei lo prese ed inclinò il capo guardandolo in viso.
"Chiamami Bea." Gli rispose, chiudendo le dita sul telefono.