Furono giorni duri, per Dario, quelli che seguirono il suo scontro con Stella.
Ogni velleità di forza o di potere che poteva aver acquisito in quelle ultime settimane pareva essersi dileguata, spenta bruscamente come una timida fiammella investita da una secchiata d'acqua gelida. D'un tratto, si ritrovava a rivedere se stesso così come si era visto prima di tornare ad avere Beatrice al suo fianco: un uomo qualsiasi, senza nessuna dote particolare, grigio quanto lo può essere un essere vivente, privo di utilità, ora che non aveva nemmeno più il suo lavoro.
Perfino quelle che Bea chiamava pillole sorriso parevano aver perso il loro potere taumaturgico e si trovava, sempre più spesso, steso ad occhi spalancati sul letto, il respiro dolce e profondo della donna addormentata al suo fianco che gli suonava nelle orecchie, ad aspettare la prima luce dell'alba con una sorta di morbosa anticipazione, tentando di calcolare mentalmente lo scorrere del tempo basandosi sul ritmo del battito del suo cuore.
Si sentiva ferito, stanco, sconfitto, eppure non voleva mollare, non voleva lasciarsi sopraffare da quell'onda di alta marea che gli cresceva dentro. Ricordava di essere stato meglio, solo pochi giorni prima, di essersi sentito bene, alla grande, forte abbastanza da affrontare tutta la famiglia e riportare una schiacciante vittoria, rilassato al punto da svegliarsi tardi la mattina, tanto di buon umore da decidere di acquistare quelle stupide manette che aveva trasferito, quasi di nascosto, dalla tasca del cappotto al cassetto del comodino, senza farne parola.
Passava quasi tutto il giorno in garage, lasciando che i suoi pensieri vagassero mentre le sue mani trovavano qualcosa da fare, di solito sulle moto. Beatrice rimaneva a casa il più possibile, una presenza costante e spesso silenziosa al suo fianco, sempre presente, sempre amorevole. Spesso, quando sentiva gli occhi di lei addosso mentre faceva le sue cose senza proferire parola, si trovava a domandarsi se sarebbe stata ugualmente lì dov'era, se lui non si fosse sentto tanto male quando aveva deciso di andarsene. Si domandava se gli fosse rimasta accanto per amore, o per la semplice paura di vederlo ammattire del tutto. Si chiedeva se le facesse pena.
Se lo stava domandando anche quella domenica mattina, mentre la guardava di sottecchi, intento a preparare un dolce piuttosto complesso, mentre lei gli faceva compagnia, seduta al tavolo. Con la faccia sprofondata in un libro, gli lanciava un'occhiata di tanto in tanto. Si guardavano, ognuno dei due sperando di non essere notato dall'altro a guardarlo.
D'un tratto, senza nessuna ragione apparente, Beatrice posò il libro, con la copertina verso l'alto e aperto al segno, sul tavolo e gli si avvicinò. Ad un passo di distanza, nell'odore zuccherino che permeava l'aria, non riusciva a risolversi ad allungare la mano per toccarlo. Le pareva che quelle parole di rabbia e di odio che Stella aveva pronunciato avessero avvelenato l'aria della casa, allontanandole la persona che aveva costituito per lei, da sempre, il suo unico bene. Le sembrava che, da quel giorno, una rete fitta e invisibile gli si fosse alzata attorno, impedendole ogni contatto con lui.
Sentiva la rabbia contro quella donna crescerle e premerle dentro, pulsante, come una cosa viva. La sua mano si alzò appena, staccandosi dal fianco, e poi ritornò a cadere, sconfitta. Gli occhi chiari di Dario seguirono il movimento e poi corsero al suo viso.
"Che c'è?" Le chiese in tono sommesso. Lei scrollò le spalle.
"Niente. Vorrei solo non vederti tanto triste, credo."
"Mi dispiace." Bea dissentì.
"No, non fa niente. Insomma, ne hai il diritto." La labbra di Dario si strirarono in una linea sottile. Non gli riusciva facile parlare, ma si rendeva conto di come il suo stato d'animo la ferisse, la allontanasse, in un qualche modo. La sua mente cercò un modo per superare lo scoglio dell'imbarazzo fra loro, provando e scartando istantaneamente mille parole diverse. Bea deglutì. Avrebbe voluto domandargli direttamente se davvero credeva alle parole di Stella o se la sua reazione era influenzata solo dall'affetto che le portava, ma non ne aveva la forza. Non temeva la sua risposta. Temeva la sua reazione. La possibilità di esacerbare il suo dolore, con una parola sbagliata. Si passò la punta della lingua sulle labbra. Lui, nel frattempo, era tornato a lavorare al suo dolce, le mani che si muovevano abili e veloci, mescolando gli ingredienti.
"Dario?"
"Cosa?"
"Andiamo fuori, stasera? Dove vuoi tu." Lui pulì una piccola macchia di impasto dal bordo del piano di lavoro.
"Se vuoi."
"Ma ne hai voglia?"
"No. Non tanto." Lei annuì. Si sentiva sconfitta, battuta, senza alcuna possibilità di porre rimedio. Le sue spalle si abbassarono di una frazione e lo sguardo le scivolò in basso.
"Senti" gli chiese poi, speerando, senza osare credere davcero che sarebbe arrivata, in una risposta. "Cos'hai?"
Dario versò con attenzione l'impasto semiliquido nella tortiera e infornò il tutto, avendo cura di tenerlo in modo che rimanesse ben pari. Si rialzò e si pulì le mani già pulite in un canovaccio, strofinandole concentrato. Non voleva mettersi a lamentarsi, a piagnucolare su quello che era successo. Soprattutto, non voleva nominare Stella parlando con lei. Ma, contro ogni suo buon proposito, quando aprì bocca non riuscì a contenersi.
"Ho che sono molle, pelato, inabile alla riproduzione, disoccupato, anzi, casalingo, e squattrinato. Tolto questo, sono solo un filino fuori di testa, come tutti si fanno premura di ricordarmi ultimamente." Si sarebbe morso la lingua. Gli pareva un discorso da debole, ranicchiato nell'angolo a frignare. Bea annuì e alzò gli occhi, per incontrare i suoi. Il suo sguardo sembrava avere un peso fisico e gli affondò nel cuore come una pietra nell'acqua. Lei gli prese le mani, entrambe, e rimasero per un momento immobili, come due bambini che stessero per giocare al girotondo.
"Sei alto, biondo e bellissimo. L'uomo più bello che io abbia mai conosciuto. Sei intelligente, preciso, affidabile e ragionevole. E troverai un lavoro appena avrai finito il tempo di preavviso che devi alla tua vecchia azienda. E io ti amo. Ti amo talmente tanto che stavo quasi morendo, lontana da te. E lei era solo arrabbiata, Dario. Voleva solo farti male. E tu glielo stai permettendo."
"Si, forse. Ma in fin dei conti...dai, sul serio, Bea, sono uno qualunque. Talmente qualunque che se mi appoggiassi a un muro sparirei alla vista."
"Sei il mio Dario. Il mio eroe."
"Tu dici così per consolarmi, lo so, sai?" Bea aggrottò le sopracciglia.
"Pensi di farmi pietà?"
"Pena."
"Ah, scusa. Pena. No, Dario, non mi fai pena. Mi fai rabbia, perché ti fai fregare come un cretino da questi discorsi quando sei abbastanza intelligente da capire le cose da solo. E mi fai ingelosire, perché credi di più a quello che ti dice lei in aperta contraddizione con il fatto di rivolerti indietro a quello che ti dico io nonostante tu sappia che cosa ho passato quando ero lontana da te. Quanto mi sei mancato e tutto il resto. Ma non mi fai pena. Non mi viene da accudirti come un malato. Ma da prenderti a schiaffi come un imbecille, si." Detto questo, sfilò non senza gentilezza le dita da quelle di lui e sparì di sopra.
Dario rimase in cucina.
Le parole di Beatrice e quelle di Stella sembravano impegnate in una lotta senza quartiere, rincorrendosi su e giù attraverso gli stretti passaggi e le tortuose scalette dei suoi pensieri, come un veleno e il suo antidoto che si contendono il corpo di una vittima. Si sedette al tavolo della cucina, dopo aver riordinato il piano di lavoro, prestando attenzione a non fare rumore, e, presa la testa fra le mani, iniziò a riflettere. Dopo qualche minuto, si accese una sigaretta e, sempre con gli occhi fissi al vuoto e la mente occupata, si appoggiò all'indietro contro lo schienale della sedia, allungando le gambe sotto il tavolo. A tratti, si passava la mano sul viso, come scacciando un pensiero molesto o un eccesso di stanchezza. Quando la sigaretta sinfu consumata fino al filtro scottandogli le dita, la spense sotto il getto del lavandino e salì a lughi passi, a due per volta, le scale.
Bea era nella stanza che aveva adibito a suo studio, sdriaiata sul letto singolo che aveva addossato alla parete, e stava sfogliando un grosso tomo dall'aria consunta troppo velocemente per riuscire a decifrarne qualche parola. Era evidentemente tesa, le caviglie incrociate e le braccia sollevate a tenere la copertina di cartone telato. Lui si affacciò alla porta, aggrappandosi allo stipite con la mano.
"Oh."
"Oh?" Il libro rimase un posizione, ma lo sfogliare nervoso cessò.
"Giro in moto?"
"È febbraio."
"Ho presente."
"Fa meno cinque. C'è il ghiaccio."
"Lo so." La copertina si abbassò lentamente, lasciando sbucare gli occhi giallastri di Bea. Le palpebre lustre e il bianco striato di rosso denunciavano un recente spargimento di lacrime, ma un sorriso li strinse appena, in quel momento.
"Andiamo." Gli rispose. Gettò il libro a terra e si alzò leggera, buttandogli le braccia al collo. Dario ricambiò ognuno dei suoi baci, sul viso, sulle labbra e sul collo, prima di staccarla con delicatezza.
"Guarda che partiamo fra una mezz'ora, se no si strina la torta."
"Si, signore."
"E vestiti, ma parecchio, va bene? Niente ossicini surgelati."
"Va bene. E...Dario?"
"Mm?"
"Sei bello. Sei forte e bello. E non è vero che sei pelato." Lui ruotò gli occhi sporgendo le labbra, come a contraddirla, ma lo sguardo di Bea sembrava sul serio quello di chi vede qualcosa di splendido, doveva ammetterlo, ogni volta che guardava lui. "E se ti si riavvicina la uccido. Non scherzo." Un lampo di minaccia le attraversò gli occhi. Lui le posò una carezza sui capelli.
"Va bene, amore. Hai il mio permesso di ucciderla. Adesso ti vai a vestire? Bada che voglio vederti vestita sul serio." Fu la volta di Bea di ruotare gli occhi con aria esasperata.
"Si, mammina!" Dario rise e scese di sotto, a controllare il dolce.
Fu un lungo, gelido e bellissimo giro, quello che fecero quella domenica in moto. C'era davvero il ghiaccio, lunghi tratti di asfalto ingannevolmente scuri e dall'aria innocua, dove batteva sempre l'ombra, e questo li costrinse ad un'andatura cauta, lenta, che non tenevano mai. Ci fu tutto il tempo di chiacchierare, attraverso gli auricolari che portavano sotto il casco, delle cose più sciocche ce vedevano attorno a loro, e di ridere insieme. Quando fu ora di pranzo, si fermarono fuori, in un locale minuscolo, scuro ed ingombro di anziani che si accaloravano attorno ad un gioco di carte, nel cui tavolo più riposto mangiarono sussurrando fra loro e sentendosi al tempo stesso terribilmente fuori posto e incredibilmente esilarati dalla situazione.
Nei giorni successivi, così come aveva rapidamente dimenticato la sensazione di benessere duramente conquistata, Dario si ritrovò a dimenticare il cupo smarrimento che l'aveva assediato. Gli era scivolato via di dosso, come acqua, oscurando solo temporaneamente quello che pareva essere il periodo più felice della sua vita. Beatrice continuava ad essere irrequieta, ma sempre di più gli balenava la sensazione che fosse un'irreqietezza positiva, la sua, una spinta al cambiamento. Sapeva che per lei le cose non cambiavano come per lui, a grandi momenti di illuminazione, ma poco per volta, in sordina, quasi sottotono. Era, da sempre, il suo modo di affrontare la vita, non a grandi balzi, ma ad andatura lenta e regolare; decise di moderare la sua curiosità e aspettare, senza metterle fretta, che fosse lei a decidere di parlare di quello che la turbava.
Nel frattempo, rimanevano ancora alcune cose da fare, nella lista che aveva stilato il mese precedente.
Aspettò il fine settimana successivo per affrontare la voce seguente della lista, desiderando che Beatrice fosse presente. Naturalmente le aveva già parlato della sue intenzioni. L'aveva stupito un poco, anzi, che lei si fosse mostrata non solo d'accordo, ma addirittura entusiasta di quello che aveva deciso, riflettè Dario, prima di prendere il telefono ed iniziare ad organizzare la giornata.
"Ho fatto la torta al caffè." Disse, senza perdere tempo in convenevoli.
"Si, Dario, e io ho fatto la cacca. Cosa vuoi?" Rispose la voce impastata di Andrea. Dario staccò il ricevitore dall'orecchio e lo guardò per un momento, prima di parlare di nuovo.
"Ho interrotto qualcosa?" Chiese cauto.
"Hai interrotto che è sabato mattina e stavo dormendo, sai quella cosa che facciamo noi umani? Dormire?"
"Ma è tardi!"
"Le otto e mezza non è tardi, pazzoide del cazzo! Cosa vuoi?" Ringhiò Andrea nel telefono. Era seduto sul letto, ancora sotto le coperte, con i capelli ridotti ad un groviglio. Non l'avrebbe ammesso all'altro, ma vedere la sua chiamata a quell'ora lo aveva spaventato. La voce di Dario, quando parlò, suonava di nuovo indifferente, come se non gli importasse affatto della sua risposta.
"Beh, pensavo di invitarti a passare in mattinata. Sai, dolce, caffè e roba simile. Ma se hai di meglio da fare, non importa." Andrea sospirò.
"Arrivo. Altre comunicazioni urgenti?"
"No. Desideri sapere per che ora è l'invito, o preferisci aspettare con calma che ti apra la porta quando sono pronto?"
"Senti, lord del Verme, non sono ancora in grado di reggerti, a quest'ora. Dimmi solo quello che devi dire." Dario sorrise.
"Alle dieci e mezzo o alle undici, come preferisci."
"Okay, capito, dieci e mezza, undici sono lì." Un attimo di silenzio interruppe la conversazione.
"Cioè, fammi capire, arrivi alle dieci e mezzo o alle undici?" Andrea strinse gli occhi con aria furente.
"Ma vaffanculo, va'." Mugugnò prima di chiudere la comunicazione con un gesto irritato.
Dario posò il cellulare sulla scrivania con aria perplessa. Bea lo osservava, ferma sulla soglia. Aveva atteso che lui terminasse la chiamata, prima di parlare.
"Programmi per la giornata? Qualcosa di strano?" Dario alzò lo sguardo su di lei e le tese le mani, invitandola ad avvicinarsi e Bea attraversò la stanza con passo leggero, finendo per sedersi sulle sue ginochia. Con la luce della mattina invernale, tersa e serena, che entrava dalla finestra velata di un bianco assoluto, l'intera stanza pareva risplendere, avvolgendoli in una uniforme luminosità candida. Nel bel mezzo del suo studio, seduta sulle sue ginocchia, con il profumo lieve della sua pelle nelle narici e le sue mani che le vagavano sul collo e la schiena, Beatrice si sentiva come in paradiso. Le pareva di non avere nulla da desiderare, nulla da chiedere al mondo. Era in pace.
"Andrea era ancora a letto."
"Ah si?"
"Si. È un ragazzo strano, vero?" Lei sorrise con il viso affondato nel suo golf.
"Lo è sempre stato. Niente di nuovo." Lui si concesse ancora un minuto di riflessione.
"Ma non è malaccio. Solo, sai, un po' eccentrico." Si mordicchiò le labbra pensieroso. "Del resto, c'è perfino chi dice la stessa cosa di me." Disse, come parlando a se stesso. Bea fece correre lo sguardo attorno, sulla stanza completamente, perfettamente bianca che li circondava e sul portamatite pieno di penne tutte identiche che, lo sapeva, contenevano tutte il medesimo livello di inchiostro, e il suo sorriso si ampliò.
"Forse lo siamo un po' tutti, a modo nostro, ti pare?" Gli disse con voce dolce. Lui annuì appena, per poi sospirare, come riscuotendosi dai suoi pensieri.
"Senti, io devo uscire un attimo. Sai, pensavo, magari potremmo pranzare tutti assieme, dopo. Se ne ha voglia, anche con Elena. Che ne dici?"
"Perchè no?"
"Bene. Allora magari vado a prendere qualcosa di buono. Se ti va di farmi un piacere..."
"Dimmi."
"Non ha voluto dirmi a che ora viene qui. Il solito atteggiamento da spirito libero, suppongo. Non è che resteresti a casa, così nel caso arrivi prima, sai, trova qualcuno."
"Dario, dimmi la verità, devo essere gelosa?" Ridacchiò lei.
"Dai, stai seria due minuti!"
"Oh, cavoli, allora devo essere gelosa davvero! E va bene, la aspetto io, la tua ragazza." Dario la colpì con la punta del dito fra le costole e la guardò contorcersi fra le sue braccia.
"La pianti di sfottermi, nana malefica?"
"No. Denunciami, la protezione animali dovrebbe fare al caso tuo!"
"Se non la pianti ti giuro che ti incollo un vaso di fiori in mano e ti appoggio in giardino, così ti mimentizzi! Perfida!"
Beatrice reagì, infilando le mani sotto la lana sottile del suo golf e facendogli solletico. Dario l'aveva sempre sofferto, e parecchio. Nel giro di pochi minuti stava quasi saltando da seduto, impegnato con tutte le sue forze nel tentativo di fermarla senza farle del male. Alla fine, Bea lo abbracciò stretto quasi da togliergli il fiato e lasciò che si calmasse, ansimante, fra le sue braccia.
"Sembri teso."
"Lo sono."
"Ma sei sempre deciso?"
"Si. Ho deciso." Bea gli sorrise, accarezzandogli piano la guancia.
"Allora vedrai che ce la farai senza problemi. È sempre così, no? Quando decidi qualcosa, riesci sempre a farla." Dario ricambiò il suo sorriso, strofinando leggermente il viso contro la sua mano, come un gatto.
"Vero. Questo non toglie che sia un po' in tensione."
"Posso aiutarti?" Lui inclinò il capo.
"E come?"
"Ti ricordi come ti rilassavi prima delle partite importanti, quando giocavi a pallacanestro?" Chiese lei maliziosa, prima di scivolare dolcemente sul pavimento ai suoi piedi. Si accoccolò fra le sue ginocchia divaricate e gli slacciò lentamente i pantaloni, dandogli il tempo di fermarla, nel caso non desiderasse ciò che stava per fare, ma non ci furono lamentele. Solo il suo sguardo che la seguiva trasognato e le sue labbra che si dischiudevano appena.
La guardò negli occhi mentre lei lo accarezzava, eccitandolo, con lunghi, lenti movimenti, e lei ricambiò il suo sguardo senza alcuna vergogna. Lo assaggiò, usando appena la punta della lingua, disegnando archi delicati dalla base alla punta de suo membro, fino a che lui le affondò le mani fra i capelli e la attirò delicatamente verso di sé. Non si fermò, seguendo il ritmo che lui le suggeriva, fino al momento in cui il suo sapore le esplose in bocca. Le piaceva guardalo in quei momenti, gli occhi chiusi e un lieve rossore che gli coloriva gli zigomi alti e gli imporporava le labbra, mentre sussultava di piacere, perso a se stesso, rimesso fra le sue mani, alle sue cure. Le piaceva sentire che gli stava donando piacere, che lo stava amando, regalandogli qualcosa di dolce e bello.
Quando fu finito, fu lei a rimettergli a posto i vestiti.
"Questo si che funziona. Altro che training autogeno!" Disse lui stiracchiandosi all'indietro sulla sedia. Sorrideva, un pigro sorriso soddisfatto, che gli dava un'aria tenera ed inerme. Le posò un bacio fra i capelli, prima di uscire. Era più tardi di quanto avesse programmato, ma non ne era affatto turbato. Si sentiva davvero meglio.
Andrea bussò alla porta di casa di Dario in lieve anticipo. Erano appena le dieci e venti, ma supponeva, sperava, che gli avrebbe aperto subito. Non poteva dire sul serio, quando l'aveva minacciato di lasciarlo fuori fino a che non fosse arrivato l'orario giusto o, almeno, questo era quello che gli piaceva pensare.
Era una di quelle mattine d'inverno tanto limpide da far lacrimare gli occhi, luminose e con l'aria di un freddo tagliente, sovrastata da un cielo di un azzurro improbabile e davvero non gli andava di restare fuori più del minimo indispensabile. Lui odiava il freddo, con tutte le sue forze. Se mai fosse riuscito a mettere insieme un discreto quantitativo di denaro, nella sua vita, lo avrebbe certamente usato per trasferirsi in un luogo dal clima meno ostile, più adatto alla vita umana. Antigua, magari, o la Costa Rica. Gli avevano detto che perfino in Madagascar non si stava male, se si aveva denaro a sufficienza, pensò ritirando il più possibile il collo al riparo della giacca imbottita, mentre, con suo enorme sollievo, la porta iniziava ad aprirsi.
"Ciao, Beatrice! Posso?" Chiese mentre già stava entrando. Lei gli sorrise, scrollando la testa.
"Mamma mia, sei più freddoloso di me! Accomodati. Sei in anticipo, Dario deve ancora rientrare. Mi ha detto che non siete riusciti ad accordarvi sull'orario." Andrea si tolse la giacca, seguendola in cucina, e si lasciò cadere su una sedia, accettando cin gratitudine la tazza di tè che lei gli stava offrendo. La strinse con entrambe le mani, cercando di mettere a fuoco. Qualcosa, nella scena che stava vivendo, gli appariva leggermente fuori posto, un particolare che sfuggiva alla sua mente conscia, ma che il suo inconscio gli stava fortemente segnalando come anomalo. Si guardò intorno concentrandosi, mentre la bevanda calda gli restituiva un senso di benessere. La cucina ordinata e luminosa, evidentemente la stanza più vissuta della casa, non pareva presentare nessun particolare fuori posto. Beatrice, accanto al ripiano, si stava versando una tazza di caffè americano mentre continuava a chiacchierare, in tono leggero e piacevole, del più e del meno sul tempo e sui programmi suoi e di Dario per il fine settimana. Sempre parlando, si volse verso di lui, la tazza in mano e un sorriso amichevole sul viso.
"E allora abbiamo pensato che sarebbe carino se ti fermassi per pranzo, ma vorremmo che venisse anche Elena, insomma, è una ragazza adorabile, senza nulla voler togliere a te, ma, davvero, non sarebbe altrettanto divertente senza di lei, ti pare?" Terminò Bea, prendendo poi un sorso di caffè. Aspettava la sua risposta, le spalle rilassate, le anche appoggiate al piano della cucina alle sue spalle. Lo guardava diritto negli occhi, serena e incoraggiante. E d'un tratto, Andrea capì. Fu come una minuscola rivelazione, per lui. Non l'aveva mai vista, mai una volta nella vita, calma e rilassata a quel modo. Era come se si trovasse di fronte una perfetta sconosciuta. Si passò la lingua sulle labbra, domandandosi quanto di quello che vedeva fosse frutto della sua immaginazione, prima di decidere di fare una prova.
"Senti, Beatrice, sai perché mi ha chiamato, il cuginetto?"
"Certo che lo so!" Ridacchiò lei. "Ma non posso dirtelo! Dario non sarebbe affatto contento, se te lo dicessi io!" Gli sorrideva con aria complice, come rendendolo partecipe di un bello scherzo. Le labbra allenate di Andrea riprodussero lo stesso tipo di sorriso.
"E, dimmi, svelami un segreto, siete davvero degli alieni?" La provocò.
"Assolutamente si. Hai indovinato. Per questo cercavamo di attirarti, per eliminarti, ora che conosci il nostro segreto." Non stava fingendo, ne era quasi certo. Era semplicemente Beatrice senza Dario. Anche quando erano ragazzini era così, erano due persone completamente diverse, presi singolarmente, ripetto a quando erano insieme. Un senso di disagio lo invase. Non riusciva a non percepirla come una cosa sbagliata, storta. Non gli pareva affatto di stargli antipatico, di non godere della sua fiducia, e p, di norma, era piuttosto bravo a notare quel genere di particolari. Con un senso di irrealtà sempre più forte che gli dilagava dentro, cercò di far collimare l'immagine che si trovava davanti agli occhi con ciò che gli aveva detto Dario sul fatto che non si fidassero di lui. Che lei, in particolare, non si fidasse. Ci provò davvero, con tanto impegno da provocare in Bea una certa preoccupazione.
"Andrea, ma stai bene? Hai una faccia strana."
"Perché non vuoi che ti chiami Bea?" Le chiese d'un tratto. Lei parve rimanere sorpresa dalla domanda, ma, ugualmente, dopo un attimo di riflessione, gli rispose.
"Perché solo Dario mi chiama così. Cioè, prima anche mio padre, ma adesso che praticamente non lo vedo più, solo Dario. È una cosa sua, un po'..." fece una smorfia storcendo le labbra, cercando un paragone "ecco, è come se mi chiamassi 'amore' o 'tesoro', capisci? Solo per quello. Ma ti dà tanta noia.?" Gli chiese stupita. Andrea scosse la testa in segno di diniego.
"Io e tuo cugino abbiamo fatto amicizia." Le disse con aria provocatoria. Bea sorrise, raggiante.
"Lo so, me ne sono accorta!"
"La cosa ti fa piacere?" Lei scoppiò finalmente a ridere. Era convinta che fosse una della solite stranezze di Vasirani, quella sorta di serrato interrogatorio.
"Okay, okay, confesso tutto! Si, Andrea, mi fa molto piacere. È da quando sei piombato dove vivevo quest'estate che in un certo senso ci speravo. Insomma, dai, tutti abbiamo bisogno di un amico, no?"
Andrea si chiuse in una sorta di cupa riflessione, escludendo mentalmente la voce di lei. Ricordava con chiarezza le parole di Dario: 'non le piaci' aveva detto 'non si fida di te'. Ma non era certo questo, che stava vedendo. Lui vedeva una persona che si fidava di lui, felice che lui fosse nella loro vita, serena, nei suoi confronti. Questo lasciava una sola altra possibilità.
"Tuo cugino è uno stronzo, lo sai?" Disse, lasciando cadere le parole, pesanti come massi, nel bel mezzo di una frase di Beatrice. Lei lo fissò per un attimo, trasecolando.
"Ma...no, perché?"
"Lo so io, il perché. Adesso vado a casa." Rispose cupo. L'aria arrabbiata dava al suo volto una durezza inusuale, che spengeva la sua abituale bellezza. Stava pensando al modo di fare di Dario, al suo voler tenere sempre tutti a distanza, a qualsiasi costo, anche chi lui tentava di avvicinarsi per i motivi migliori. Pensava a come fosse stato bravo a tenere lui al suo posto, arrivando perfino a farlo scusare, dopo che si era sentito dire che anni e anni di affetto ed amicizia non valevano nemmeno la sua fiducia. Soprattutto, stava pensando che lo aveva ingannato con un'abilità straordinaria e che lui ci era cascato come un idiota.
"Andrea, cosa succede? Cos'ho detto di male?" Bea era sconcertata dal repentino cambio di umore dell'altro. "Non puoi andare via! Cosa dirà..."
"Sai quanto me ne frega, di cosa dice Dario? E guarda che dovresti piantarla anche tu, sai?" Le disse, indicandola con fare aggressivo "sembri parecchio migliore, quando lui non c'è. Non me n'ero mai accorto perché siete sempre assieme, ma adesso che lo vedo..."
"Oh, ma si può sapere cos'è che succede? Sei impazzito?"
"No. Ma penso che per un po' ne ho avuto abbastanza, del cuginetto." A quel punto Beatrice era sull'orlo del panico. Non aveva idea di che cosa avesse detto o fatto per farlo arrabbiare a quella maniera e, pensando alla meticolosa preparazione di Dario, l'idea di dovergli riferire di quella scena le spezzava il cuore. Andrea stava già uscendo dalla stanza, diretto alla porta di ingresso, quando lo rincorse e gli afferrò un braccio, nella speranza di poter parlare, chiarire ciò che era accaduto, o, per lo meno, di trattenerlo abbastanza da aspettare il rientro di Dario.
"Lasciami andare, va bene?" Le disse lui seccato.
"Dimmi almeno cosa ho fatto da farti arrabbiare così!"
"Niente. Tu, niente." Le rispose lui staccandosi la sua mano di dosso con un certo nervosismo.
"Andrea, scusa, ma chi ti può aver fatto qualcosa, se no? Ci siamo solo noi due, eh, qui? Dai, non fare lo scemo!" Cercò di farlo ragionare lei e lo afferrò di nuovo, stavolta trattenendolo con forza. Andrea si staccò la sua mano dal braccio, ma la tenne stretta nella propria, fra i loro visi. La stringeva tanto da farle formicolare le dita.
"Senti, brava, sei proprio un bravo cane da guardia, ma tu adesso mi molli e mi lasci andare per la mia strada, che è meglio."
"Per favore, puoi almeno spiegarmi?" Le dita di Andrea, involontariamente, si strinsero ancora di un poco, strappandole un piccolo sussulto.
"Fattelo spiegare dal tuo cuginetto, se ci tieni tanto." Le disse con fare irato. Andrea non si arrabbiava quasi mai e, di norma, quando lo faceva, si arrabbiava per conto suo, aspettando di aver ben lontano l'oggetto del suo furore prima di dare sfogo a strepiti ed insulti. Non gli piaceva il conflitto e non amava affatto la sensazione di nervi ronzanti che accompagna l'ira. Dal suo punto di vista, i comandamenti avrebbero potuto essere riassunti nel solo motto 'con le buone si ottiene tutto'. Proprio per questo non era affatto in grado di gestire ciò che stava provando in quel momento, un misto di delusione, rabbia e vergogna che gli stava liberando nel sangue quelle che gli parevano secchiate di adrenalina. Il suo colorito sinera acceso di rossore malsano e respirava in rapidi sbuffi. La mano che stringeva ancora quella di Beatrice sembrava enorme, attorno a quella di lei, si stava choidendo sempre di più attorno alle ossa sottili del suo polso. Bea si lasciò sfuggire un guaito di protesta, che venne ignorato.
Erano sulla soglia della cucina.
La porta di ingresso si aprì e Dario li vide come prima cosa. Rimase immobile, completamente spiazzato. Andrea che sembrava minacciare Beatrice. Beatrice che lo guardava allarmata.
"Lasciami, mi fai male." Pigolò lei in quel momento. Non l'avevano nemmeno sentito entrare.
"E quando te lo spiega, magari poi vienimelo a raccontare anche a me." Ribadì Andrea. Voleva lasciarla. Voleva andare a casa. Eppure non si decideva ancora.
"Andrea, mi fai male." Gli disse lentamente Beatrice, cercando di tenere la voce ferma per non esasperare la sua rabbia. Lui la squadrò ancora un istante, col respiro affrettato che gli pareva squassargli il petto, prima che, apparentemente dal nulla, una mano straordinariamente grande e bianca calasse ad afferrare il suo polso, come lui teneva quello di Bea.
Senza alcuno sforzo apparente, Dario gli premette i tendini verso il palmo, costringendo la sua mano ad aprirsi.
"Ti ha detto che le fai male." Scandì Dario con voce asettica. Continuava a piegare il braccio di Andrea, lento ed inesorabile. Il suo avambraccio tremava appena per lo sforzo, ma quello non si rifletteva in alcun modo sul volto mortalmente pallido e serio. "Bea, stai bene?"
"Sto bene. Ma non so cosa..." il braccio di Andrea era piegato per metà, adesso, come se stessero giocando una sorta di stravagante partita a braccio di ferro. La voce di Dario non vacillava affatto.
"Bene. Allora adesso esci. Vai di sopra, vai da Viola, dove vuoi. Esci."
"Dario..." Bea alzò gli occhi. Ogni espressione aveva abbandonato il viso di Dario. I suoi occhi erano specchi cupi. Ed erano piantati negli occhi verdi di Andrea, che tremava di furia repressa.
Bea scivolò silenziosa fin nello studio, aspettando di sapere cosa sarebbe accaduto.
Nessun commento:
Posta un commento