I festeggiamenti per il nuovo anno arrivarono e passarono e le feste volsero al termine.
Più ancora dei lunghi giorni che lo aspettavano da trascorrere solo in casa, in attesa che quello che rimaneva dei suoi otto mesi di preavviso si esaurisse per perttergli di trovare una nuova occupazione, Dario temeva l'assalto che, ne era certo, avrebbero subito da parte della loro famiglia. Non potevano pensare di sfuggire loro per sempre, questo gli era ben chiaro, e, se era riuscito a tenerli a bada chiudendosi in un ostinato silenzio dopo la chimata che aveva fatto poco prima di natale, era tuttavia consapevole che quella tregua non era destinata a durare. Era solo questione di giorni, probabilmente ben pochi, prima di trovarsi costretto ad affrontarli.
Fugggevole e inquietante gli attraversò la mente il pensiero di Stella. Anche con lei avrebbe dovuto chiarire le cose, lo sapeva, ma decise che l'avrebbe tenuta per ultima. Sarebbe stata la cosa più difficile, per lui, e certo l'unica nella quale non avrebbe potuto contare sull'aiuto di Bea. Con un sospiro agitato spinse quel pensiero da parte, imponendosi di concentrarsi su ciò che doveva fare.
C'era un ordine preciso da rispettare, in quello come in ogni altra cosa, e aveva intenzione di rispettarlo fino in fondo, a qualunque costo.
Si passò una mano sugli occhi. Si sentiva stanco, pervaso da un'energia nervosa che non sentiva da tempo, come se venisse impietosamente trascinato avanti da se stesso nonostante il desiderio di lasciar perdere tutto e riposare.
'Non è più tempo di riposare' si disse 'il tempo del riposo è finito. Adesso è il momento di mettere in fila le cose e darci dentro fino a che non le avrò fatte fuori tutte, una per una.'
Le pareti bianche e accoglienti del suo studio gli si chiudevano attorno come un guscio protettivo, dandogli la sicurezza necessaria per riflettere con calma. Prese un foglio sottile ed immacolato dal sottomano della scrivania e una delle sue penne preferite dal portamatite, quella nera dalla punta di feltro sottile, ed iniziò a scrivere.
Una riga dietro l'altra, sul foglio si incolonnarono in docile ordine i piani per la sua nuova vita. Era una lista a punti, snella e agile, che racchiudeva alcune delle prove più difficili che riusciva ad immaginare.
Ma non avrebbe permesso a nessuno di separarli, quella volta, di intromettersi fra loro. Erano una famiglia, adesso, lui, Bea e Swiff. Loro erano la sua famiglia. E li avrebbe difesi.
Il solo fatto di stilare quella lista lo tranquillizzò, riportando un ordine preciso nel caos che gli si agitava dentro. Si sentiva ripulito, guardandola dopo averla completata.
La prima persona a cui avrebbe dovuto parlare era Bea e decise di non rimandare oltre, di affrontare con lei quel discorso non appena fosse tornata a casa.
Parlarono a lungo, quella sera, nella luce flebile che la lampada della cappa proiettava in cucina, dopo la cena.
Dario parlava in tono sommesso e concentrato, rapido, come temesse di essere interrotto o contraddetto, i gomiti posati sul tavolo in una posa curva, china, che non gli era abituale, raccolto attorno ad un bicchiere di ghiaccio su cui aveva versato appena un velo di quello che, fino a quando aveva dovuto smettere a causa dei farmaci, era stato il suo whisky preferito. A tratti occhieggiava il viso di Bea, che lo ascoltava quasi con raccoglimento, compostamente seduta accanto a lui con le mani raccolte in grembo. I capelli le si erano allungati ed ora le scendevano sulle spalle in lunghi boccoli lucidi, incorniciandole il viso da bambola, e il riflesso sulle lenti dei suoi sottili occhiali di metallo gli impediva di leggerne con chiarezza l'espressione. Rimase in un silenzio totale fino a che lui non ebbe finito di parlare, esponendole i fatti per come li vedeva e raccontandole per filo e per segno quello che aveva pensato di fare.
Quando ebbe pronunciato anche l'ultima parola, senza tentare di convincerla, ma sciorinando di fronte ai suoi occhi una nuda serie di affermazioni, tacque. Avrebbe voluto cercare le sue mani, ma le teneva ancora sulle gambe, sotto la tavola, e non capiva se lo facesse senza pensarci o per evitare ogni contatto con lui. In un certo senso, temeva la sua reazione. Se lei l'avesse lasciato solo ad affrontare tutto questo, se se ne fosse semplicemente chiamata fuori, dicendo che per quanto la riguardava non aveva nulla da dire alla loro vecchia famiglia, non avrebbe potuto darle torto, ma non sapeva se avrebbe trovato ugualmente la forza necessaria per andare fino in fondo nei suoi intenti.
Abituato com'era un tempo ad averla sempre accanto, solo mentre parlava gli era sovvenuto che nessun obbligo né necessità la spingevano a stargli vicino durante compiti tanto sgradevoli. Respirò e lasciò uscire l'aria lentamente, attendendo il verdetto.
"Dario" iniziò lei dopo un attimo "è una cosa da pazzi quella che hai in mente. Una vera scena da sbruffone." Lui si rimpicciolì nel cuore, sentendo quelle parole, ma attese, capendo che non aveva ancora finito. "Quindi a questo punto devo chiederti una cosa."
"Dimmi."
"Davvero te la senti di troncare in quel modo con loro? Perché non credo che ci sia un ritorno, da un gesto del genere."
"Stai dicendo che ci sei anche tu? Sei con me?" Bea sbuffò e gli allungò una manata sulla spalla.
"C'era qualche dubbio? Sul serio?" Dario sorrise al bicchiere.
"Si, sono sicuro di quello che faccio." Le rispose, riferendosi alla sua domanda di poco prima.
"Allora va bene." Concluse lei, alzandosi dalla sedia. Lo spinse, questa volta con delicatezza, all'indietro contro lo schienale e gli si sedette sulle ginocchia, posando la testa sulla sua spalla. "Dario?"
"Cosa?" Rispose lui strofinando il viso contro i suoi capelli.
"Sul serio non lo sapevi, che sarei stata con te?"
"Beh, avresti potuto dire che era una stronzata. Che te ne chiamavi fuori. Che non erano problemi tuoi."
"L'ho mai fatto?"
"No."
"Allora non pensarci più, a certe cose. Per favore. Sono con te. Sempre." Lui posò la fronte su quella di lei, guardandola tanto da vicino da riuscire a vedere solo i suoi occhi.
"È per sempre, nanetta?"
"Per sempre. Fino in fondo."
Rimasero silenziosi per qualche minuto, ciascuno immerso nei suoi pensieri, trovando conforto reciproco nel loro abbraccio, come avevano sempre fatto.
Bea si sentiva alquanto lusingata, nel profondo, da quello che lui progettava di fare. Si era spesso domandata, in quei mesi, se e come avrebbero risolto il problema coi suoi genitori e aveva finito per rassegnarsi all'idea di una sorta di dichiarata clandestinità, in cui tutti avrebbero saputo ma avrebbero fatto finta di nulla, come se fosse un segreto vergognoso. Erano bravi in quello, tutti e tre i loro genitori.
La dichiarazione di guerra in piena regola che Dario aveva deciso di lanciare loro in faccia, invece, la faceva sentire come la vincitrice di un'annosa battaglia, che risaliva fino ai tempi in cui lo vedeva spartire con un certo affanno tempo ed attenzioni fra lui e la madre. Aveva vinto lei, alla fine. Aveva scelto lei, quando si era trattato di fare una scelta, liberandola, col medesimo gesto, dell'ombra di delusione affettuosa che aveva provato nei suoi confronti e del terrore di dover, in un qualche modo, seguire il destino di Isabella. Ora lo riconosceva, in quel genere di decisioni, in quel modo quasi prepotente di sbatterle in faccia al mondo, pronto a sfidare il cielo e la terra, rivedeva finalmente l'uomo che aveva sempre amato. Non l'avrebbe lasciato solo per nessuna ragione. Ogni volta che lui ne avesse avuto bisogno, fosse solo per uno sguardo d'intesa, l'avrebbe trovata al suo fianco, dove era sempre stata, quando aveva potuto.
Passarono ancora molte ore a discutere di ogni minimo dettaglio e Bea si trovò a sorridere dietro una mano quando lui, dopo qualche tempo, iniziò a prendere brevi appunti su ciò che stavano decidendo insieme.
Andarono a letto quando la mezzanotte era già passata, salendo le scale mano nella mano. Ognuno per i suoi motivi, si sentivano entrambi rafforzati e sereni. Scivolarono nel sonno l'uno fra le braccia dell'altra senza alcuna difficoltà, lasciandosi cullare dal suono leggero dei loro respiri intrecciati.
Beatrice si impose di respirare a fondo e lentamente, mentre entrava nella sala del ristorante. Indossava uno degli abiti che sua madre aveva cucito per lei quasi quattro anni prima. Era da tanto che non lo portava più, perché le cadeva addosso da tutte le parti, da qua do aveva perso peso, ma negli ultimi mesi aveva recuperato in fretta ed ora le stava appena un filo largo. Passò nervosamente le mani sul taffettà traslucido che ricopriva come un'iridescente ala di farfalla la semplice stoffa scura sottostante e cercò di darsi un contegno. Fra poco sarebbero arrivati, tutti quanti, e Dario era nell'atrio del locale per accoglierli.
Le telefonate avevano richiesto un tempo fin troppo breve per i suoi gusti e tutto era stato organizzato col puntiglio delle grandi occasioni. Il loro tavolo, separato dal resto del locale da uno schermo di piante da interni, offriva loro una certa intimità di cui era sicura che avrebbero avuto bisogno, una volta che la discussione fosse iniziata. Lui l'aveva scelto personalmente, al momento di prenotare, facendosi illustrare le diverse possibilità dal maitre di sala e chiedendo la sua opinione. Le era sembrato divertente, all'inizio, quasi eccitante, preparare ogni cosa, ma, adesso che c'era davvero, le tremavano le gambe.
Sentì le loro voci non appena entrarono e le parve che sua madre le sussurrasse all'orecchio come faceva quando la vedeva in difficoltà, i primi anni, di fronte a situazioni che non si era mai trovata ad affrontare, come uscire con un gruppo di amici o gestire le richiese e le moine dei corteggiatori.
'Drizza la schiena, rilassa le spalle e soridi, ma non troppo. Non fargli vedere che hai fifa e neanche che sei emozionata. Tu, per quel che riguarda gli altri, sei sempre padrona e sempre a tuo agio. E se non sai come uscirne, dì solo che capisci perfettamente e cambia argomento.'
Sorrise al tavolo ancora vuoto, apparecchiato come dalle precise indicazioni che avevano dato. L'avrebbe avuto seduto accanto, tutto il tempo. Sarebbe andato tutto bene. Raddrizzò le spalle e piegò le labbra in un lieve sorriso, preparandosi ad accogliere gli ospiti.
Nell'atrio del ristorante, apparentemente poggiato con noncuranza all'alto bancone che fiancheggiava la porta d'ingresso, Dario li vide scendere tutti e tre, i suoi genitori e lo zio, dalla stessa macchina.
Abbassò rapido lo sguardo sui suoi vestiti, per un ultimo, frettoloso controllo. Il completo nero cadeva perfettamente, senza neppure un bruscolo che ne guastasse la superficie, e anche il resto sembrava a posto. Bea aveva insistito perché indossasse la sua unica camicia senza il colletto, sostenendo che gli stesse d'incanto, e si trovò a rimpiangere di non avere nulla da sistemare, giusto per tenere impegnate le mani.
Sua madre indossava un abito rosa antico e un'ampia mantella di pelliccia che le conferiva un'aria nobiliare e procedeva spedita al braccio del vecchio. Perfino lui si era messo in tiro per l'occasione, con tanto di giacca, come per un incontro importante. E forse lo reputava importante davvero, dopo dei mesi che li evitava, pensò con una punta di rimorso. Si riscosse subito, ricordando a se stesso che non poteva indulgere in questo genere di pensieri, non in quel momento. Non con quello che aveva in mente di fare. Poi Rodolfo entrò nel cono di luce proiettato dalla porta aperta e la sua decisione tornò a confermarsi, solida come pietra. Camminava impettito un poco indietro, con aria indolente, muovendosi lento per darsi il tempo fumare con agio. L'ombra di un sorriso crudele sfiorò il volto di Dario. Quella era la sera in cui l'avrebbe fatto pagare. Non tutto, sarebbero servite le mani e del tempo a disposizione, per quello, ma abbastanza da fargli male, se aveva un filo di fortuna. Abbastanza da scollargli quell'espressione da idiota di dosso, almeno per il tempo sufficiente ad immortalarlo nella memoria. L'avrebbe tenuto caro, quel ricordo.
"Dario, tesoro!" Cinguettò allegra Sissi alzando una mano verso il figlio. Lui si staccò dal bancone e li raggiunse con passo elastico. Li salutò con calore, reso quasi euforico dalla tensione e dall'aspettativa. Un bacio sulla cipria sottile che copriva la guancia di sua madre e una robusta stretta di mano a suo padre.
"Oh, allora, pezzo grosso, eri tutto esaltato al telefono, cos'è successo?" Gli chiese Lucio inclinando la testa all'indietro e guardandolo di sottecchi. Lo vedeva senza sforzo, che era cambiato qualcosa, e in meglio, a giudicare dal colpo d'occhio. Era davvero curioso di capire se potesse essere solo l'effetto della tipa che aveva a mano, o se fosse successo qualcosa di veramente importante.
Dario si aprì in un ampio sorriso.
"Oh, stasera ho una sorpresa speciale. Per tutti. Anche per te, zio Dolfo." Aggiunse poi salutandolo con un cenno del capo. "Lasciate pure qua i soprabiti, che andiamo dentro."
Li attese mentre depositavano i cappotti e li precedette verso il tavolo d'angolo che aveva riservato. Le piante gli garantivano un perfetto effetto sorpresa. Si girò, ancora sorridendo, e fece l'ultimo passo all'indietro.
"Allora, siete pronti?" Chiese loro.
"Dai, non menarcela!" Rise Lucio "cosa sarebbe questa sorpresa?"
Beatrice apparve al suo fianco come per incanto. Era splendida nell'abito ad una sola spallina che la copriva fin sotto al ginocchio, con una leggera stola di seta drappeggiata sulle spalle delicate e i capelli accuratamente raccolti. Dario vide il repiro mozzarsi loro in gola e iniziò a divertirsi sul serio. Le passò un braccio attorno alla vita. Anche lei sorrideva, un sorriso gioviale, contagioso. Riusciva a sentire la sua tensione dai muscoli della schiena, duri come ferro, ma a vederla appariva di una tranquillità serafica. Salutò tutti con un gesto della mano e gli si accostò.
"Allora?" Chiese Dario "era un bel pezzo che non ci vedevate insieme, o no? Non è una bella sorpresa? Tutta la famiglia riunita come una volta?"
La prima a riprendersi fu Sissi. Costrinse a viva forza i miscoli del suo viso a produrre un'imitazione di aria amichevole.
"Davvero, una sorpresa meravigliosa! Quanto tempo che non stiamo un po' tutti assieme!" Disse con voce acuta.
La sua reazione riuscì a sbloccare anche Lucio e Rodolfo, che erano rimasti ammutoliti dall'apparizione di Beatrice.
Rodolfo, in particolare, non vedeva sua figlia dal funerale di Isabella. Quel giorno aveva avuto un aspetto tremendo, vestita senza alcuna attenzione, stanca e con il viso segnato dal pianto. Ora, così come la vedeva, lo lasciò senza parole. Non aveva mai creduto che potesse diventare tanto bella.
"Oh, bene, dai, venite a sedervi, che mettiamo qualcosa sotto i denti! Ho scelto io il menù di stasera, vi piacerà, vedrete!" Esclamò ancora Dario facendo strada verso il tavolo. Si sedettero scambiandosi frasi di convenienza e sguardi interrogativi e attesero gli antipasti.
"E allora, ragazzi." Esordì finalmente Rodolfo "non avevamo idea che aveste ripreso a frequentarvi."
"Eh, si, da qualche mese." Rispose laconico Dario.
"Sai com'è, ci siamo ritrovati con internet e prima di poterci pensare ci siamo trovati a mangiare una pizza." Spiegò Beatrice sfoderando un sorriso luminoso. Dario annuì ridendo sotto i baffi. Non era un brutto modo di mettere giù il loro primo incontro.
"Ah, ho capito, con internet! Eh, l'ho sentito dire, che succedono queste cose." Commentò Sissi, come parlando di una lontana terra straniera. L'unico che rimaneva silenzio era Lucio. I suoi occhi continuavano ad andare dall'uno all'altra, senza stancarsi mai. C'era qualcosa che gli sfuggiva, che gli era come sulla punta della lingua, ma non riusciva ad afferrare. Qualcosa nel loro modo di sogghignare. Qualcosa nel modo che avevano di guardarsi, come di sfuggita, di tanto in tanto. Qualcosa che gli era al tempo stesso familiare e impossibile da definire.
Servirono i primi piatti e per qualche minuto nessuno disse nulla, poi fu proprio Lucio a rompere il silenzio, stufo di quella situazione.
"Allora, va bene, siete tornati amici. Com'è questo invito? Per cosa ci avete chiamati qui tutti quanti?"
"Lucio!" Lo rimproverò sottovoce Sissi, irritata per la sua mancanza di tatto. Dario scosse la testa.
"No, non adesso, lasciami finire di mangiare questo, prima. Vi prometto che ve lo diciamo quando portano i secondi. Dico, non vorrai mica stare a chiacchierare mentre hai davanti una cosa cucinata così bene?"
"Mi pigli per il culo?" Chiese aggressivo Lucio.
"No, zio, lo sai che ha sempre ragionato con lo stomaco." Rise Beatrice. Gli altri si accodarono alla sua risata e Dario tentennò il capo.
"Si, si, brava, prendimi pure in giro, dai, che ridere!" I loro genitori risero di nuovo. Era un genere di scambio di battute che riusciva loro fin troppo familiare e riportava alla mente ricordi di tempi più sereni.
Quando ritirarono i piatti vuoti, tutti gli occhi si posarono su di loro, in attesa. Dario si godette per un attimo le loro espressioni, prima di parlare.
"Vi abbiamo invitati fuori perché c'è una bella notizia da festeggiare. Posso dirglielo io, Bea?"
"Dai."
"Bea si sposa!" Annunciò con aria complice ai presenti. Tutti si unirono al coro di felicitazioni.
"Sapete, mi ha convinta che era il momento giusto per ritrovarci tutti insieme, per darvi l'annuncio."
"Cara! Ma che bello!" Proruppe Sissi con sincero entusiasmo.
"Veramente, è una notizia magnifica! Sono talmente contento!" Rincarò Rodolfo dall'altra parte del tavolo. "E chi è il fortunato mortale che condurrà all'altare la mia bambina?"
Dario toccò appena il braccio di Bea con la mano. Con gli occhi le rivolse una muta supplica, cui lei rispose con un'impercettibile assenso. Prese un lungo respiro e rivolse tutta la sua attenzione a Rodolfo, quasi mangiandolo con gli occhi.
"Sono io, zio carissimo." Gli rispose in tono mellifluo, con un sorriso sottile "sposa me."
Il viso di Rodolfo si spense di ogni espressione, poi le labbra gli si storsero in una smorfia, come se stesse assaggiando qualcosa di disgustoso. Fu questione di un momento, in cui gli occhi scuri e penetranti dell'uno sondarono quelli chiari dell'altro, leggendovi la verità. Non stava scherzando. Intendevano farlo sul serio.
Sembrava che da un momento all'altro tutti si fossero scordati come parlare. Gli sguardi che confluivano su di loro erano vuoti, attoniti. Dario sorrise appena, con aria leggera, e prese un piccolissimo sorso di vino dal bicchiere, bagnandosene appena le labbra. Era il gesto, a contare per lui, più che il sapore. Ciò che stava assaporando con lo sguardo lo appagava più di quanto qualunque cibo o bevanda avesse mai fatto.
La cameriera che entrò per distribuire i secondi piatti passò quasi inosservata, tanto che Sissi dovette premere delicatamente sul braccio del marito, perché si spostasse lasciando spazio a sufficienza per il piatto, di fronte a lui.
Lucio si riscosse, a quel gesto, come se fosse stato strappato ad uno stato di torpore, e guardò suo figlio. Lo guardò a lungo, gli parve, cercando nei gesti misurati cin cui tagliava il cibo e lo portava alla bocca un qualunque segno, un indizio, di dove iniziare a spiegargli la faccenda.
Spostò lo sguardo su Beatrice, che gli sedeva accanto muta e composta. Avrebbe giurato che gli occhi di sua nipote fossero fissi su di lui fin dall'inizio della cena. Come era sempre stato, non c'era paura né soggezione nel suo sguardo, ma solo una forza affilata, una sfida muta, che non riusciva a fare a meno di ammirare nel profondo. Pareva che si sentisse nelle mani il potere di mettersi sotto i piedi il mondo intero, a guardarla in faccia, gin da quando era bambina. Come a conferma dei suoi pensieri, Beatrice allungò la mano e la posò, in un gesto di orgogliosa affermazione, sul braccio di Dario. L'impressione di un sorriso di trionfo le corse sul viso, lasciando immobili le sue labbra.
"No, voi non vi sposate proprio per un cazzo!" Sbottò alla fine, dopo una riflessione che a lui parve durare ore e occupò invece meno di un minuto.
"Oh, si che lo faremo. Possiamo. E lo facciamo." Rispose serafica lei. Dario annuì inarcando lieve le sopracciglia, senza prendersi il disturbo di smettere di masticare.
"No, invece!" La voce di Lucio si alzò appena, di quel tanto che il luogo pubblico lo permetteva "non esiste al mondo! Ve lo proibisco!"
"Ah, si? E in virtù di quale potere, sentiamo?"
"Beatrice, tu non capisci..." Tentò Rodolfo interrompendo l'amico. La sua voce suonava pacata e suadente "ma possiamo spiegarvi il motivo. C'è un ottimo motivo. Vedi, piccola, le cose a volte si complicano, quando..."
"Lascia perdere, zio, che non abbiate idea di chi di voi due sia suo padre lo sappiamo già."
"E allora, lo vedi che ho ragione!" Ringhiò Lucio battendo la mano sulla tavola.
"La mamma mi ha detto tutto." Spiegò Beatrice sporgendosi in avanti, in tono confidenziale "tutto quanto, papà. Per filo e per segno. Compresa la risposta a quella domanda." A quel fu Sissi a far sentire la sua voce.
"E quindi?" Dario guardò Beatrice. Si guardarono e fra loro passò un'intesa.
"E quindi" rispose lui pulendosi l'angolo della bocca con un lembo del tovagliolo che teneva in grembo "noi lo sappiamo. Noi. Per quanto riguarda la legge siamo a posto. Papà ha riconosciuto me, zio Dolfo Bea, quindi nulla ci vieta di sposarci. Per quanto riguarda la domanda in sé, invece...non vedo per quale motivo dovremmo andare contro le volontà della cara estinta e dirvelo." Terminò, rivolgendo alla tavola uno sguardo glaciale.
"Ascoltami bene, te." Ringhiò Lucio rivolto al figlio "io non so cos'hai in testa, ma se tutti vi diciamo che non va bene, dovresti almeno..."
"Cosa?" Lo interruppe aggressivo Dario "dovrei cosa, papà, seguire le tue orme? Passare la vita con una di cui non me ne frega un cazzo, scrivere a Bea ogni tre settimane, e poi lasciarla crepare senza neanche andare a trovarla? Questo dovrei fare? Comportarmi come hai fatto tu, senza una briciola di coglioni, neanche quelli che servono per tenersi di fianco la donna che voglio?"
"Non ti permettere!" Lucio si alzò a metà dalla sedia, in un gesto di minaccia. Sissi osservava la scena paonazza in viso, gli occhi lucidi di vergogna repressa. Dario guardò suo padre, finalmente vedendolo per quello che era, un vecchio, grasso vigliacco che non trovaca di meglio che alzare la voce per non sentire ciò che temeva. In un lampo, vedendo l'espressione rabbiosa sul suo viso, gli parve di avere, per la prima volta nella sua vita, più potere di lui; quella rabbia, quell'alzare la voce, non erano che il segno di qualcuno che sente di stare perdendo il controllo della situazione. Vacillava, tentando di riaffermare la sua autorità su di lui.
'No.' Pensò Dario 'non stavolta. Stavolta non mi ci metti, col culo per terra.'
"Ti chiamava, lo sai?" Gli chiese con la sua voce più dolce, quasi melliflua. "Me l'ha detto Bea. Lei stava male, moriva, papà, e chiamava il tuo nome. E tu, dov'eri?" Il colore defluì dal viso di Lucio, lasciandogli bianche perfino le labbra e lui si risedette, con un movimento persante, come se gli mancassero le gambe di sotto. Dario annuì. "Bravo. Così andiamo bene."
"Resta il fatto che tu sei già sposato." Sentenziò Sissi con aria definitiva, dal posto accanto a quello di Lucio.
"È separato, zia. Significa che lui e la donna che aveva spostato si sono lasciati." Beatrice parlava lentamente, fingendo smaccatamente di ignorare il tono guerresco che avvertiva nella voce dell'altra.
"Si, mia cara, ma questo non significa un bel nulla. Il matrimonio è e rimane un vincolo sacro, che non si rompe certo per cose come..." a quel punto a Beatrice saltarno i nervi e, per un attimo, gettò alle ortiche il controllo chentanto aveva faticato a mantenere fino a quel momento, per lasciare modo a Dario di spiegarsi con quelle persone con cui aveva trascorso molti più anni di lei. Con tono burrascoso, gettò il tovagliolo sul tavolo accanto al piatto quasi intatto e volse viso e busto verso Sissi. "Ma per carità, abbi almeno la decenza di tacere, tu che sembri la pila dell'acqua santa, che tutti quelli che son passati di casa ci hanno messo mano salvo tuo figlio!" Dario si voltò di scatto verso di lei, con gli occhi dilatati dallo stupore. "E dì di no, se hai il coraggio!"
Sissi aprì e richiuse la bocca un paio di volte senza emettere alcun suono.
"E tu a lasci parlare in quel modo a tua madre?" Chiese poi a Dario con un tremito nella voce. Lui si passò la lingua sulla cicatrice che gli deturpava il labbro, in un gesto di riflessione, prima di rispondere.
"Si. Direi di si." Disse poi.
A quel punto, mentre le voci dei loro genitori si mescolavano al di sopra della tavola imbandita, Beatrice si alzò in piedi.
Dario imitò il suo gesto e le porse il braccio, attorno cui lei passò la mano con una naturalezza data da una lunga abitudine.
"Buonanotte." Disse poi lei con un sorriso, sentendosi meglio di quanto non si sentisse da anni. "Ad ogni modo non serve che vi disturbiate a partecipare alla cerimonia. State tranquilli."
"Ah, e godetevi la cena." Aggiunse Dario inclinando il capo in un saluto beffardo "è tutto pagato."
Non si fermarono ad ascoltare le loro proteste ed attraversarono il locale leggeri come una coppia di ballerini, sorprendentemente belli, con l'espressione furfantesca di chi ha appena compiuto una marachella che illuminava i loro volti.
Presero i soprabiti ed arrivarono appena oltre la soglia, prima che Rodolfo li raggiungesse. Mise la mano sulla spalla della figlia, facendola voltare. Il suo viso era teso, serio, preoccupato.
Dario ruotò gli occhi a quella vista e sbuffò dal naso, disgustato, ma Bea gli fece cenno di aspettare e rivolse la sua attenzione al padre.
"Cosa c'è, papà?"
"Bea, dico sul serio, anche se sai sul serio delle cose che io non so, tu questo ragazzo non devi sposarlo. Io lo dico per te, non posso permetrere che ti rovini la vita in una maniera del genere."
"Papà, cosa stai dicendo?"
"Si, zio, falla breve."
"Senti, tesoro, tu lo sai che io a Dario voglio bene" uno sbuffo ironico accolse questa affermazione, provenendo dal buio alla loro destra, dove si trovava Dario, ma Rodolfo non si fermò "l'ho visto crescere insieme a te, gli sono sempre stato vivino, anche quando tu eri da tua madre."
"Non perché io non volessi esserci, papà, e lo sai."
"Si, tesoro, non lo metto in dubbio, questo, dio me ne scampi. Il fatto è che tu non lo puoi sapere, ma, vedi, lui è un uomo malato."
"Cosa sarei, io?" Chiese Dario emergendo dall'ombra. Rodolfo lo ignorò ostentatamente.
"Ha avuto tanti problemi. Problemi di testa, capisci?" Beatrice chiuse gli occhi, mantenendo il controllo con tutte le sue forze. "Non può negarlo neanche lui. Quella povera ragazza che lo ha spostao era talmente disperata, a un certo punto, che l'ha trascinato da uno psichiatra. Uno psichiatra, Beatrice! Non vorrai mica passare la vita così, con una persona...instabile."
"Adesso ti ammazzo." La voce di Dario era gonfia di un odio che Bea non aveva mai sentito, ma riconosceva. Sapendo di chiedergli molto, alzò una mano verso di lui.
"Aspetta, ti prego. Finisci il discorso, papà." Rodolfo guardò Dario con aria di compatimento. Nella sua espressione si leggeva chiaramente la convinzione di aver vinto, una volta per tutte.
"Bea, lo so che abbiamo passato tanto tempo senza parlarci, che sei stata male per alcune decisioni che ho preso, ma l'ho fatto sempre e solo per il tuo bene. Lo capisci, piccola? Sarai sempre la mia bambina." La sua voce si era fatta calda, tenera. Era la voce che Bea ricordava dai più oscuri recessi della sua infanzia. Lo guardò negli occhi.
"Hai finito? Posso parlare?"
"Naturalmente, tesoro."
Lo sputo di Beatrice lo colse in pieno viso, riempiendolo di disgusto e di sorpresa.
"Stai lontano da noi." Gli sibilò lei, avviandosi poi senza voltarsi infietro fino alla macchina che li attendeva a pohi metri.
Dario si fermò ancora un momento.
Prese il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e lo porse a Rodolfo, chinandosi appena in avanti, verso di lui, nel farlo. Ridusse la voce ad un intimo, complice bisbiglio, sorridendogli con aria folle.
"Adesso io vado a casa e me la scopo, tua figlia. Stammi bene." Gli sussurrò, prima di raggiungere Bea che lo aspettava, impaziente, accanto allo sportello.
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