Il resto del lavoro nella casa di Isabella fu più semplice, meno gravido di rivelazioni dolorose per entrambi. Di tanto in tanto Beatrice si imbatteva in un oggetto, in una nota scritta su un foglietto, che le tiportava alla mente un'indata di ricordi e si faceva silenziosa per qualche tempo. Dario rispettava i suoi silenzi, aggirandosi d'intorno armato di stracci e spray per i mibili e pulendo cose che aveva già lustrato al primo passaggio, fino a quando non la vedeva tiporre i suoi pensieri con un piccolo sospiro e riprendere il lavoro interrotto. La lasciò fare, non azzardandosi ad interferire con le sue decisioni in merito al destino degli oggetti contenuti nella casa, anche quando avrebbe voluto dire la sua. Su due sole cose oppose il suo veto a quella che sembrava una vera e propria smania di liberarsi di ogni cosa: sui riconoscimenti orgogliosamente incorniciati sulla parete della sala, che Bea avrebbe voluto rinchiudere in una cartellina e nascondere in un cassetto e sul traboccante ammasso di abiti contenuti nel suo armadio, al piano superiore. Gli siera mozzato il fiato, quando li aveva visti. Sapeva, dai racconti di Bea, che Isabella disegnava abiti di mestiere. Aveva sempre creduto he le persone che disegnano abiti fossero stilisti, ma in quell'occasione scoprì che la maggior parte dei vestiti vengono invece ideati dai modellisti, creativi di cui nessuno conosce mai il nome, ma che non per questo riversano meno amore nel loro lavoro. E Isabella di amore ne aveva riversato parecchio, nell'armadio della figlia. Una lunga serie di pezzi unici, disegnati e cuciti sulla sua figura, che portavano indelebilmente impresso il marchio materno. Guardandoli uno per uno, togliendoli con rispettosa attenzione dalle loro grucce per ripiegarli in una valigia, Dario era riuscito quasi a sentire il messaggio che contenevano.
'Sei bella, figlia mia' diceva ognuno di quei capi d'abbigliamento 'sei unica, sei preziosa. Mi sei mancata.'
Erano molto diversi gli uni dagli altri, frutto evidente di uno sforzo per trasmettere nella stoffa e nelle cuciture personalità e creatività di chi li aveva confezionati. Non le avrebbe permesso di separarsi da nessuno di essi, anche a costo di litigare. Erano troppo preziosi e il suo bisogno di distaccarsi da quello che aveva visto accadere alla madre non poteva e non doveva toccarli.
"Senti" concluse Beatrice dopo una lunga discussione su quell'argomento "fai quello che ti pare, basta che la pianti. Va bene? Porca miseria, mi stai diventando uguale a Vasirani! Blablabla all'infinito fino a che tutti non fanno come vuoi tu!" Se n'era uscita dalla stanza sbattendosi la porta alle spalle, dopo aver bruscamente chiuso la discussione. Dario aveva sospirato, riflettendo sulle sue parole. Non era stata giusta nei suoi confronti. Lui era sempre stato piuttosto insistente, a dire la verità, anche prima di iniziare a frequentare Andrea, ma se poteva dare a lui la colpa furante le prossime discussioni, allora non vedeva alcun buon motivo per non farlo. Per il momento, gli bastava di aver ottenuto ciò che voleva, certo che in un futuro non troppo lontano, lei ne sarebbe stata felice.
Ricordò comunque di riportare le parole esasperate di Bea all'amico, il giorno che andarono insieme a ritirare la piccola auto che aveva scelto per lei.
"Bea dice che hai una pessima influenza su di me, Vasirani. Che da quando ti frequento spesso ho iniziato a parlare troppo." Ridacchiò accendendosi una sigaretta, con l'altra mano stretta al volante."
"Ah si? E quante parole sei arrivato a dire al giorno? Dieci? Quindici?"
"Bah." Commentò Dario.
"Ecco, vedi? Ha ragione lei, è evidente. Dai, sul serio, credevo che la cuginetta si sdilinquisse tutta ascoltandoti ammirata ogni volta che apri bocca. Com'è che ti ha sgridato?" L'altro si accigliò.
"Non mi ha sgridato. Si è solo inquietata perché sta vuotando la casa di sua mamma. È un filo sotto pressione, sai, tutte le sue cose da mettere via, le sue cose personali, sai? L'altro giorno ha buttato via la sua spazzola e quella roba lì e non ha più parlato fino a sera. Insomma, è un po' complicato, per lei." Andrea sgranò gli occhi.
"Sua mamma è morta?"
"Mm."
"Oddio! Quando? Di cosa?"
"Gennaio scorso, di un tumore. Sai, dopo che l'hanno mandata via di casa sono state solo loro due e..."
"Come solo loro due? E chi le ha dato una mano?"
"Mah, nessuno. Mi diceva l'altro giorno che non vuole più entrare in camera sua perché quando è successo erano lì dentro e allora quando le ho detto che non doveva buttare..."
"Gesù! Se l'è vista morire davanti? In casa? Ma è orrendo, Dario! Cosa cazzo hai nella testa, le pigne, a farla anche arrabbiare? Ma poveraccia! La sua mamma!" L'espressione di Andrea rispecchiava a pieno il senso di smarrimento che provava nell'immaginarsi nella medesima situazione. Gli era venuta una gran voglia di estrarre il cellulare e chiamare sua madre. Solo per farle un saluto.
"Oh, non farti scoppiare una vena! Tanto quel che è fatto è fatto e non si cambia. È inutile che stai lì a pensare quanto faccia schifo, è così e basta. L'importante è che adesso vada avanti e...sai, insomma, sia felice."
"E questa che cos'era, la lezione di filosofia stoica del giorno? Possibile che non capisci?" Dario sbuffò irritato.
"Adesso ti butto giù dalla macchina. Non so neanche perché ti dico le cose, cagacazzi che non sei altro. Secondo te, non la capisco io, la mia Bea? Dimmi. Dai." Andrea rimase in silenzio per un attimo.
"Okay. Scusa. Solo che sembri talmente calmo che...mi fai girare le palle, ecco."
"Le scene di isterismo, che io sappia, non hanno il potere di alterare il passato. O tu hai informazioni diverse?"
"No."
"Allora smettila di comportarti come una gallina senza testa. Non voglio che quando le capiti davanti tu ti metta a farle una scena da melodramma su quello che ti ho raccontato. Per inciso, non so neanche se le farebbe piacere, il fatto che te l'ho raccontato."
"Non le piaccio, vero?" Chiese Andrea interessato. Dario gettò il mozzicone dal finestrino e rialzò il vetro.
"Per niente. Non si fida di te."
"E ti ha per caso detto anche il perché?"
"No, Vasirani" rispose Dario con l'aria di enunciare un fatto ovvio "ma non mi ha neanche mai detto che non si fida di te. Lo so...perché lo so."
"Chiaro. Il comunicatore telepatico."
"Fai poco lo stronzo. Ci capiamo. È sempre stato così."
"Pensavo che non frequentassi la gente che non le piace."
"E io pensavo che esistesse un limite di parole che un essere umano può pronunciare in un giorno. Vedi? Si imparano sempre cose nuove." Andrea accolse quell'affermazione in silenzio, capendo dal tono dell'amico che la conversazione era finita. "Neanche io mi fido proprio del tutto, di te." Disse Dario dopo un poco, cogliendolo di sorpresa. Andrea aggrottò la fronte. Il suo solito sorriso era sparito, rimpiazzato da un'aria offesa.
"Per quale motivo?"
"Diciamo che di solito Bea ha naso, per le persone. Molto più di me. Fa parte delle sue specialità."
"Insomma, perché lei non si fida."
"Detto in breve." Andrea annuì. Si sentiva feritoda quello che gli aveva appena detto. Il silenzio calò denso e pesate nell'abitacolo.
Ritornarono allo stesso spiazzo di asfalto chiaro e scolorito dal passaggio di innumerevoli stagioni in cui si erano fermati durante la loro visita precedente alla concessionaria e Dario spense il motore.
Andrea era stato zitto per tutto quel tempo e aveva rimuginato a lungo sulle parole dell'amico. Se le rigirava nella mente, incapace di ingoiare quel boccone amaro. Non si fidava di lui. Meglio: non si fidavano di lui. Eppure era certo di aver dato loro, e per anni, ripetute dimostrazioni del fatto che potevano farlo.
'No' pensò continuando a tenere lo sguardo fisso oltre il finestrino per un attimo dopo che l'auto si era fermata 'il problema non è neanche questo. Il problema è che io mi ci sono affezionato, a loro, e credevo che anche loro fossero affezionati a me. E invece non godo nemmeno della loro fiducia.' Si voltò per sganciare la cintura ed incontrò gli occhi di Dario. Lo fissava con la testa appena inclinata, come in ascolto.
"Ti sei incazzato?" Gli chiese con quella che sembrava semplice curiosità. Andrea si sentì quasi preso per i fondelli e ricambiò il suo sguardo con aria cupa. "Ti sei incazzato." Concluse Dario annuendo impercettibilmente.
"Mi sono incazzato si, coglione. Tu come ci staresti al posto mio, a sapere che dopo diciott'anni che ti conosco non mi fido neanche?" Gli occhi di Dario si dilatarono in un'aria sorpresa.
"Ma perchè, tu di me ti fidi?"
"Lo vedi che sei un coglione! Cazzo, appena ti tirano fuori dal tuo habitat ti si spegne il cervello, ti si estingue, come i panda!"
"Grazie." Rispose l'altro ironico. La faccenda stava prendendo uno schema a lui più familiare di qualsiasi altro dei momenti che aveva vissuto con Andrea. Gli era capitato con una certa frequenza di sentirsi gridare contro insulti. Sul suo viso calò un'espressione di totale distacco che cancellò l'aria partecipe di poco prima.
"Possibile che non ci arrivi a capire le cose?"
"Mm."
"Cioè, in diciotto anni non hai ancora capito che di te mi fido? E pensi anche di essere intelligente?"
"Mm." Un'altra sigaretta apparve fra le dita di Dario come in un trucco di magia e lui la accese con un sospiro stanco.
"Dario stai bene?" Chiese Andrea dopo un attimo di silenzio. Si era aspettato una reazione, e anche forte, alle sue parole. Non ottenerne alcuna l'aveva spiazzato ed irritato.
"Mm."
"Se mi rispondi un'altra volta così ti spacco quella faccia da culo." La testa di Dario ruotò lentamente. I suoi occhi erano diventati come uno specchio vuoto, quasi metallici.
"Fermati qui. Stai esagerando." Gli disse in tono neutro, come comunicandogli le previsioni del tempo.
"Lo so, ma volevo che mi parlassi. Davvero non lo sai, che mi fido di te?"
"Adesso lo so."
Ancora un momento di silenzio accolse la risposta di Dario. Andrea era quasi pentito di essersi lasciato prendere da quell'attimo di rabbia. Se aveva capito qualcosa del funzionamento dell'altro, doveva averlo ferito. Per lo meno, supponeva si trattasse di quello.
"Senti, scusa." Gli disse alla fine. "È che me la sono presa. Alla fine, non è un granché bello, venire a sapere che il tuo migliore amico non si fida di te." Dario inarcò un sopracciglio e lo guardò sprezzante. Era un giochetto che gli riusciva a meraviglia, questo Andrea era disposto ad ammetterlo.
"Rimetti pure il violino nella custodia, Vasirani. Anche se fossi stupido come sostieni tu, a riconoscere una stronzata come questa ci arriverei anch'io."
"Non è una stronzata. È vero. Insomma, alla fine dei conti io conosco un sacco di gente, ma sono sempre da solo."
"Povero caro. Mi si spezza il cuore." Ribattè l'altro con sarcasmo evidente.
"Almeno con te riesco a parlare."
"Va bene, Vasirani. Sei una povera creatura sola e afflitta che non parla mai con nessuno. Afferrato. Adesso se hai finito di fare del cinema di bassa categoria, abbiamo da fare." Detto questo, Dario uscì dall'auto. Andrea lo seguì di pessimo umore. Aveva perso in pochi attimi tutto il terreno che gli erano occorsi mesi per guadagnare.
L'auto di Beatrice era pronta per essere portata alla sua nuova proprietaria. Quando, concluse le formalità, uscirono dal concessionario, Dario la raggiunse e rimase per un momento ad osservarla. Si accese un'altra sigaretta e Andrea riflettè che non l'aveva mai visto fumare tanto. Gli si avvicinò e si fermò accanto a lui.
"È bella." Disse, riferendosi all'auto. Dario annuì brevemente. "Scommetto che appena la vede ti salta al collo." Un leggero sorriso sfiorò le labbra dell'altro a quel pensiero. "Senti, non sei stupido. E neanche un coglione."
"Ne ero già al corrente, grazie."
"Dai, smettila di fare così. Per favore." Dario lo guardò. Andrea portava riflesso in volto ciò che provava, come gli accadeva spesso. Vedendolo tanto a disagio, tentennò.
"Non urlarmi mai più addosso."
"Giurin giurello. Non lo faccio più." Rispose Andrea aprendosi in un sorriso.
"Io ti ho solo detto la verità. Non ho fatto niente di male."
"Hai ragione."
"Lo so che ho ragione. Per questo sono arrabbiato." Ribattè Dario piccato. "Non volevo farti incazzare, però. Davvero." Aggiunse poi, come per un ripensamento. Andrea annuì. Supponeva che fossero delle scuse. Per lo meno, il tono di voce sembrava quello che comunemente si usa per scusarsi. Dario sembrava incerto su cosa fare e rimaneva immobile guardando ora l'auto, ora lui, con aria imbarazzata. D'istinto, Andrea gli posò una mano sul braccio, come per dirgli che era tutto a posto e accettava le sue scuse. L'altro strinse le labbra in una linea sottile e si scostò, cercando di non essere brusco nel movimento, ma senza riuscire a farne a meno, e lui sbuffò.
"Si, si, lo so, non ti devo toccare."
"Sarebbe meglio." Rispose Dario quasi con aria di scusa.
"E non devo urlare."
"Decisamente. Niente urlacci."
"Altro?" Gli chiese Andrea in tono di scherno "non so, nie te maglietre rosse, i suoni acuti ti provocano fastidio, la tua specie si trasforma se viene esposta alla vista delle arance?" Dario sorrise.
"Guarda che sei stronzo forte, eh?" Gli disse, dandogli una spinta che quasi gli fece perdere l'equilibrio. Andrea fece un passo indietro e aprì la bocca per protestare, prima di vederlo in viso. Stava ridendo in silenzio, con le spalle che si scuotevano. Stava giocando. Gli allungò a sua volta uno spintone sulla spalla, ma l'altro quasi non si mosse e gli rivolse una smorfia, con le labbra volte verso il basso.
"E quindi? Cosa avrebbe dovuto essere, quella? Cosa vuoi fare?"
"Dai, Malatesta, basta cazzeggiare. Portiamo alla cuginetta la sua carrozza, che ne dici?" A quelle parole, Dario si aprì in un vero sorriso e assentì. "Magari se le piace la prossima volta lascia stare sopra te."
"Si, e magari un giorno l'idraulico lascia stare sopra te, Vasirani. O preferisci di no?"
"Fine. No, sul serio." Ridacchiavano come due ragazzini.
"Allora andiamo?" Chiese Dario. Desiderava davvero, con tutto il cuore, mostrare finalmente a Bea la sua auto. Voleva vederla felice, dopo quei giorni che per lei erano stati tanto difficili e si sentiva più sereno, adesso che le cose con Andrea si erano sistemate. Per un attimo, quando si era messo ad urlargli contro, aveva pensato che non sarebbe riuscito a trovarsi attorno un'altra prsona che lo trattava a quel modo e che sarebbe stato meglio se se lo fosse tolto di torno al più presto. Con un certo stupore, si era reso conto che quel pensiero lo turbava. Che, dopotutto, aveva finito per abituarsi alla sua presenza e non voleva che lui uscisse dalla sua vita. Non di meno, se le cose non si fossero sistemate come era successo, si disse, l'avrebbe semplicemente cassato dalle sue abitudini. Nel giro di poco tempo si sarebbe certo riabituato a passare il tempo per conto suo. Ma era felice di non doverlo fare. Proprio felice. Gli sorrise in tralice, passando la mano sul tettuccio dell'auto che avevano di fronte. La sua berlina rosso cicliegia era parcheggiata poco distante.
"Voglio che Bea la veda subito, appena arrivo, quindi questa" gli disse accennando col capo alla BMW " la guidi tu, se non ti secca." Andrea boccheggiò.
"Ah, la tua macchina?"
"Si, ti dispiace? È un problema? Così Bea vede subito la sua."
"No, no, nessun problema. Solo, insomma, non credevo che...aspetta, cosa vuol dire che vede subito la sua? Guarda che sul transatlantico arrivo prima io." Dario gli sorrise con aria folle.
"Non credo."
"Malatesta, dai, puoi anche guidare bene, ma questa qui è una BMW." Disse Andrea osservandolo con aria scettica.
"Si. E questa è una Clio. La usavano per i rally, lo sai? Mai giudicare dalle dimensioni, Vasirani."
"È quello he ti dice la cuginetta per consolarti?" Chiese Andrea sorridendogli di rimando.
"Hai poco da fare il cretino, dieci a uno che ti brucio già in partenza." Gli rispose sicuro porgendogli le chiavi della berlina. Si calò nell'auto più piccola, spingendo il sedile all'indietro per quanto lo permetteva, prima di sporgere il busto verso Andrea. "Pronto?" Gli chiese. L'aria di allegra follia del suo viso strappò un sorriso indulgente all'amico, che si affrettò ad entrare in macchina a sua volta. Non appena ebbe chiuso lo sportello, lo vide partire con un sonoro ruggito del motore, attraversando il piazzale di cemento come un fulmine.
"Ah, stronzo sleale!" Sibilò fra i denti Andrea affrettandosi a mettere in moto a sua volta. Gli si incollò al paraurti posteriore, cercando, sulla lunga via diritta che portava alla tangenziale, un varco per sorpassarlo, ma senza fortuna, e si ripromise di sfruttare le carreggiate a più corsie che li aspettavano per fargli mangiare la polvere.
Non appena si immisero dalla rampa di accesso, però, lo vide sfrecciare via come se non avesse atteso altro dal momento in cui si era seduto in macchina. Gli tenne dietro per qualche minuto, ma Dario guidava come se partecipasse ad un rally cittadino, sorpassando a destra e a sinistra indifferentemente, ovunque scorgesse lo spazio che reputava necessario, e riuscendo ad infilarsi fra un'auto e l'altra con un'incoscienza che lo lasciò senza fiato. Andrea lo perse di vista e batté la mano, frustrato, sul volante. Decise comunque di godersi il viaggio sulla macchina dell'altro, divertendosi a guidare qurl mezzo che gli aveva suscitato ben più di una fitta d'invidia. Stava uscendo dalla tangenziale, quando il suo cellulare squillò.
"Oh, vecchia, io vedo casa mia da qui. Tu dove sei, al super?" Gli sghignazzò Dario all'orecchio.
"Stronzate, non puoi essere a casa. Non esiste proprio, neanche se tu avessi avuto sotto al culo un missile saresti riuscito a..."
"Te lo ricordi quel cane sulla strada di casa mia che abbaia tipo porta che cigola?"
"Si." Dario accostò l'auto al marciapiedi e, abbassato il finestrino, sporse fuori il braccio. Il suono acuto dell'uggiolio raggiunse l'orecchio di Andrea provocandogli un acuto fastidio.
"Va bene, va bene, sei a casa. Chiaro. Come cazzo hai fatto?"
"Ti rivelo il segreto, Vasirani, ma resti fra noi: se cerchi alla tua destra, in fondo in fondo, dove appoggi i piedini, sotto al volante...mi segui?"
"Si."
"C'è una roba strana, si chiama 'acceleratore'. Se tu lo premi col piedino..."
"Sei uno stronzo." La risata sguaiata di Dario lo spinse a ridere a sua volta, irresistibilmente. Era davvero su di giri, si sentiva, e non ricordava di averlo mai visto in quel modo. Era divertente, buffo, a modo suo. Proprio come diceva Beatrice.
"Dai, posapiano, sono arrivato, vado dentro. Quando arrivi, magari fammi direttamente uno squillo." Gli disse Dario, prima di chiudere la comunicazione senza nemmeno salutare. Andrea ripose il cellulare in tasca, scuotendo la testa.
Arrivò appena in tempo per vedere Beatrice uscire di casa a passi esitanti, con le mani di Dario sugli occhi. Stava percorrendo lo stretto vialetto di cemento verso il marciapiedi, accanto a cui era parcheggiata la sua macchina, lasciandosi guidare da lui.
Scese dall'auto e rimase appoggiato allo sportello, per godersi la scena.
Dario guidò Bea fino accanto alla macchina e si chinò su di lei, le mani ancora premute sui suoi occhi.
"Allora, amore, sei pronta?" Le sussurrò all'orecchio.
"Si, dai, fammi vedere!" Gli rispose lei eccitata. Con un gesto ampio, Dario abbassò le braccia, rimanendo in silenzio. Si mordeva le labbra, in attesa della sua reazione.
Beatrice vide finalmente quella che sarebbe stata la sua prima auto. Era una Renault, usata, e già solo quella consapevolezza la rassicurò. Un sorriso le si allargò lentamente sul viso. Il colore originale doveva essere stato rosso, ma il precedente proprietario l'aveva evidentemente lasciata parcheggiata in un qualche luogo esposto alle intemperie, perché ora era stinto in un rosa carico che le richiamò alla mente le gomme da masticare alla fragola che aveva divorato con passione quando era ragazzina, quelle che le lasciavano la lingua colorata. Si portò le mani alla bocca.
"Entraci, dai." La incalzò Dario, porgendole le chiavi. Lei le prese esitante. Le pareva ancora impossibile che fosse sua, sua soltanto. Ora avrebbe potuto andare dove voleva e in qualsiasi momento. Era una libertà che non aveva mai avuto e che le provocava una stretta di gioia e di paura insieme alla bocca dello stomaco.
Si avvicinò e la toccò dolcemente prima di aprire lo sportello. Si sedette al posto di guida e le scappò dalla gola una risata. Dario aveva scordato di riavvicinare il sedile e non arivava a toccare i comandi. Non le importava. Era splendida, esattamente come l'aveva desiderata. Non troppo grande, non troppo nuova, non troppo brutta.
Dario sporse la testa nell'abitacolo.
"Allora? Cosa ne pensi?"
Lei scese dall'auto di slancio e lo abbracciò. La casa di sua madre era in ordine. Ogni cosa era stata detta. Ora aveva tutto quello che aveva sempre desiderato.
Lui le prese il viso fra le mani e le sfiorò le labbra con un bacio leggero, contento della sua gioia.
"Oh, duo meraviglia, non vorrete mica accoppiarvi in pubblico?" La voce di Andrea li scosse.
Mentre si voltavano per rispondergli, Bea vide ondeggiare un minuscolo fiocco bianco nell'aria. Nevicava. Si scambiarono uno sguardo in cui passò rapido il ricordo del loro primo bacio e si sorrisero di identici sorrisi.
sabato 4 ottobre 2014
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