domenica 19 ottobre 2014

39

Dario stringeva nella mano il poso di Andrea, tanto forte che sentiva i muscoli vibrargli nella carne. I loro occhi erano inchiodati gli uni negli altri, in una sfida muta. Alte, lente ondate di rabbia si infrangevano su di loro.
"Pensavo che fossimo amici." Ringhiò Andrea in tono basso e minaccioso, quasi fosse un insulto.
"Lo pensavo anch'io. Per questo hai ancora tutti i pezzi attaccati, Vasirani. Adesso, fuori da casa mia." La voce di Dario suonava asettica, priva di ogni emozione e questo rinfocolò la rabbia di Andrea. Si sentiva svilito, sminuito e ingannato, tradito nella fiducia. Nonostante Dario fosse più forte di quanto avesse immaginato, in quel momento riuscì a sottrarsi dalla sua presa senza alcuno sforzo, con un ampio movimento rotatorio del braccio, e si fece avanti, protendendo aggressivamente il viso verso quello dell'altro.
"Se no cosa? Fai come facevi da ragazzino e mi picchiavi? Eh? Perché guarda che potresti scoprire che non sei più il grosso della scuola." Le labbra di Dario si torsero in una smorfia di disprezzo, come se guardasse una bestiola dannosa. Si erse in tutta la sua statura e lo squadrò dall'alto in basso, facendogli volontariamente pesare quei dieci centimetri in più che la sorte o la natura avevano voluto assegnargli.
"E tu pensi davvero che ti toccherei di nuovo? Se non fosse stato per quello che stavi facendo a Bea, non ti avrei mai appoggiato un dito addosso."
"Paura?" Lo provocò l'altro, con un sorriso caustico.
"Più che altro senso dell'igiene." Commentò Dario inarcando appena un sopracciglio. Andrea mugolò frustrato.
"Dovrei spaccarti quella faccia di merda!" Gli disse. Non riusciva nemmeno ad alzare la voce, tanto era infuriato. Dario fece un passo indietro, allargando le braccia.
"Serviti. Ma bada bene che se tu incominci, io finisco. E quando io finisco, tu sulle tue gambe non ci esci, da quella porta, ricordatelo. Quindi, adesso scegli e scegli bene: o te ne vai sulle tue gambe, o prima aspetti che io abbia finito e poi te ne vai lo stesso,ma in ambulanza." Andrea lo guardò per un lungo istante. Appariva di una calma glaciale, ma sapeva che la sua era solo una finzione, per quanto ben inscenata. I suoi occhi sembravano mandare lampi metallici e le narici gli si dilatavano ad ogni respiro, come quelle di un animale sul punto di sferrare l'attacco. Non una parola su quello che aveva visto, non una domanda su quanto era accaduto. Solo quell'aria di disprezzo e quelle minacce, grevi del desiderio di realizzarsi in fatti. Sentì di essere arrivato al limite. Qualunque cosa accadesse, non voleva più avere a che fare con quell'uomo. Non voleva più trovarselo di fronte. Non voleva nemmeno sentirne parlare. Si allacciò la giacca con gesti ostentatamente lenti.
"Dovrei lasciartelo fare solo per il gusto di vederti finire in galera come quello stronzo di tuo padre. Chissà che non ti darebbero lo stesso letto." Dario annuì con aria indifferente e si accese una sigaretta. Sarebbe stata una scena di perfetta noncuranza, se i suoi occhi non fossero corsi ad ogni movimento dell'altro, studiandolo senza sosta.
"Puoi evitare, non mi ci metterebbero in galera. Tieniti pure sano." Andrea attraversò la stanza, cercando di mantenere un passo tranquillo.  Solo sulla porta si voltò un istante. Dario, con la schiena appoggiata alla porta, fumava guardandolo fisso.
Attese appena che la porta sbattesse dietro le spalle dell'altro, prima di dirigersi verso le scale. Aveva intenzione di mettersi qualcosa di più comodo e di dare un'occhiata alle candele del TDM. Le aveva controllate di recente, ma una volta in più non avrebbe fatto male.
Bea si sporse dalla ringhiera.
"Cosa fai? Non lo chiami indietro?"
"No."
"Guarda che non è che mi abbia aggredita o..."
"Non mi interessa. Ha fatto anche troppo." Dario salì gli scalini a due a due e lei lo seguì lentamente.
"Dario, ma cosa stai facendo? Dai, non fare lo scemo e richiamalo! Parlatevi, almeno! Era incazzato nero, ma non ha voluto dirmi il perché." Lui si voltò tanto velocemente da indurla ad indietreggiare con goffaggine, quasi inciampando nei propri piedi. Era da molto tempo che non vedeva quell'aria di fredda ira sul suo viso, la sua natura violenta emergere tanto prepotente, ma non per questo ne aveva perso il ricordo.
"Ascoltami bene, Bea. Io ti amo, sei il mio tesoro, ma adesso tu la pianti di parlare di Vasirani. Non lo voglio sapere, chiaro? Non lo voglio sapere." Non urlava. Sibilava, come nei momenti peggiori, e Bea capì che insistere non sarebbe servito ad altro se non ad attirarsi addosso tutto il peso della sua ira. Fece un altro passo all'indietro, stavolta con più grazia, e annuì.
"È chiaro." Rispose, badando di mantenere un tono calmo. Dario annuì una sola volta, la testa che scese rapida per poi tornare al suo posto, ratificando le sue parole, e poi entrò in camera da letto.
Si cambiò rapidamente i vestiti, scegliendo un vecchio paio di jeans ed una felpa pesante e scese di nuovo le scale, passandole accanto senza degnarla di uno sguardo. Quando lo sentì aprire il portello del garage, solo allora, si rese conto che davvero non aveva alcuna intenzione di porre rimedio a quello che era accaduto. Avrebbe lasciato che le cose si spezzassero a quel modo, senza nemmeno chiedere né dare una spiegazione.
Con un sospiro, preparandosi ad affrontare la parte del caratrere di Dario che in assoluto amava meno, Beatrice infilò una giacca sopra i vestiti e lo seguì.
"Dario?" Chiese alla figura che le dava le spalle, accosciato accanto alla moto.
"Mm?" Bea strinse le labbra. Era quasi certa che stesse piangendo.
"Guarda che, sul serio, dovresti parlare con Andrea. Non è che mi sia saltato addosso cercando di violentarmi o roba del genere, sai? Stavamo parlando, si è arrabbiato, ha deciso di andare a casa e quando l'ho preso per un braccio, per fermarlo, lui mi ha acchiappata per la mano, per spostarmi. Tutto qui. Non ce l'aveva neanche con me." Le mani di Dario continuavano a lavorare, precise come lo erano sempre state, ma Bea colse un rallentare del ritmo.
"Ti ha fatto male." Scandì lui lapidario. Si, ne era certa. Erano lacrime quelle nella sua voce.
"No, non tanto. Non se n'è mica accorto, Darietto. Non ha fatto apposta. E poi io non sono arrabbiata." Bea attese un momento, per valutare la sua reazione, e lo vide rallentare ancora il suo armeggiare. Ora le sue mani si muovevano lentamente, quasi pensierose. "Dai, per favore.  Telefonagli, prova almeno a parlarci." Ora Dario era immobile,  seduto sui talloni, con la testa china in avanti. Le dava le spalle , ma ugualmente lei ne ricavava una sensazione complessiva di incertezza, come se le sue parole l'avessero spinto sull'orlo di una decisione che non era certo di voler prendere. Poi scosse il capo, piano, come rispondendo a se stesso, una sola volta.
"Lasciami stare, Bea, vuoi? Solo per un po'." Non c'era più rabbia nella sua voce, ma una sorta di fredda distanza che la rattristò.
"Va bene. Vuoi che ti porti il telefono?" Dario sospirò.
"No. Nè adesso né dopo. Lasciami stare e basta, okay?"
"Okay." Gli rispose lei con voce sommessa. Non era abituata ad essere allontanata a quel modo, ma si rendeva conto che in quel momento lui doveva soffrire parecchio, soprattutto pensando a quelli che erano stati i suoi programmi e al modo in cui erano andate le cose. Rientrò in casa quasi strisciando i piedi a terra, tanto lo lasciava malvolentieri.
Non sapeva cosa avesse preso ad Andrea, quella mattina, non l'aveva mai visto a quel modo. Infuriato, irragionevole, quasi violento.
Se solo si fossero resi conto di quanto si somigliavano, riflettè fra sé e sé mentre entrava nell'ingresso, in un modo quasi ridicolo, dietro gli atteggiamenti che ciascuno di loro aveva scelto come difesa, allora, forse, sarebbero riusciti a parlare di nuovo.
Iniziò a sbottonarsi la giacca, irritata dell'atteggiamento ottuso e infantile di quei due. Avevano fatto tanta fatica a stringere un legame, ad iniziare a parlarsi, l'uno lasciando che l'altro lo vedesse nei suoi momenti di tranquillità domestica e l'altro abbandonando gradatamente il sempiterno atteggiamento da buffone che nascondeva qualunque altra reazione, si erano tanto impegnati, l'uno per l'altro, e adesso, proprio adesso che erano ad un passo dal riuscire a costruire un rapporto solido, tutto sarebbe crollato a causa di quello che, ne era certa, altro non poteva essere che uno stupido inconveniente che avrebbeto potuto risolvere nel giro di una decina di minuti, sedendosi a parlarne.
Fece a tempo a posare la giacca sull'appendiabiti, prima di afferrare il cellulare. Doveva parlare con Andrea. Se Dario non voleva farlo, allora l'avrebbe fatto lei, decise, non avrebbe lasciato che un momento di rabbia rovinasse tutto.
Il telefono iniziò a squillare, ma nessuno rispose. Bea riagganciò e riprovò. Nessuna risposta. Andò in cucina e si versò un bicchiere d'acqua, continuando a tentare, a ripetizione, senza mai arrendersi, sempre invano. Guardò l'ora. Doveva essere arrivato a casa, oramai.
Con un gesto deciso, posò il bicchiere, attraversò l'ingresso e, di nuovo, indossò la giacca, allacciandola fin sotto al mento prima di prendere le chiavi dell'auto dalla ciotola sul mobile.
Non era affatto disposta a restare a guardare mentre si facevano del male a vicenda. Se non avevano coraggio a sufficienza per rimettere a posto le cose, allora l'avrebbe fatto lei.
Uscì di casa quasi a passo di carica, senza darsi il tempo di riflettere. Sapeva che, se l'avesse fatto, avrebbe finito per non andare. Per lo stesso motivo non si permise di indulgere a spiegazioni con Dario. Si sporse appena all'interno del garage e lo trovò nell'identica posizione di poco prima.
"Io esco un attimo." Gli disse con tono leggero. "Ti serve qualcosa?"
"Dove vai?"
"Fuori. Ti serve qualcosa?" Lui si girò appena, lasciandole vedere il profilo.
"Cosa vuol dire 'fuori', scusa bene? Non è una risposta." Bea sbuffò.
"Senti, io sto uscendo. Ti racconto dopo, torno subito." Gli disse in fretta, prima di voltarsi e andare alla macchina. Non guardò nemmeno indietro. Non ne aveva bisogno. Riusciva benissimo a sentire il suo sguardo bucarle la nuca, anche senza vederlo.
Guidò, prudente e concentrata come era sempre al volante, senza riuscire a rilassarsi, sempre con la sensazione che dovesse accaderle qualcosa di brutto da un attimo all'altro, e fermò l'auto sotto il palazzo che ospitava la casa di Andrea.
Non sapeva se le avrebbe aperto, figurarsi se aveva un'idea di come convincerlo a parlarle. Si guardò freneticamente attorno, cercando con gli occhi, in strada e dentro al cancello che determinava il parcheggio condominiale, la macchina blu di Elena. Niente da fare, non la vedeva da nessuna parte. Si passò le dita sulle palpebre, infilando le dita sotto gli occhiali, in un gesto di scoramento. L'avrebbe trovato solo, lei era andata via, ne era certa, e lei avrebbe dovuto affrontarlo senza neppure l'aiuto di Elena. Le ritornò alla mente, chiaro come se ancora l'avesse di fronte, il profilo della schiena di Dario, accovacciato, solo, nel freddo invernale e il suono del pianto represso nella sua voce e squadrò le spalle. Non le importava. Non le importava cosa le avrebbe detto Andrea, quanto fosse arrabbiato, non poteva lasciare le cose come stavano.
Se andrea era quello che Dario voleva, e di questo era sicura, allora Andrea sarebbe stato ciò che Dario avrebbe avuto, anche a costo di trascinarlo a viva forza. Lui meritava di avere ciò che desiderava. Qualunque cosa fosse.
Suonò il campanello e salì al piano. Andrea la aspettava sulla porta, stupito e irritato.
"Cosa vuoi, qui, tu?"
"Riportarti a casa nostra. Dovete parlare." Rispose lei sicura. Andrea scosse il capo.
"No, non se ne parla neanche. Fuori dai piedi, ne ho fin sopra i capelli di voi due." Beatrice rimase immobile di frinte a lui. Nei suoi occhi si era accesa la stessa espressione di determinazione ossessiva che aveva, un tempo, inqueitato Lucio, quando la vedeva rivolta a lui.
"Va bene, Andrea. Come vuoi. Puoi non vederci e non parlare più né con né di noi per tutto il resto della tua vita. Dopo, però. Prima dovete parlare per l'ultima volta."
"No! Ma che cazzo vuoi, chi ti ha invitata? Chi ti ha detto di metterti in mezzo? Cos'è, ti ha mandata avanti?"
"No. Non sa che sono qui. Devi parlare con lui, Andrea." Rapidamente, l'espressione di rabbia a stento contenuta si ricompose sul viso di lui, privandolo della luce allegra che di norma lo pervadeva.
"Sei una stronza quanto lui."
"Va bene. Andiamo."
"E anche matta come lui! Gesù! Lasciatemi in pace!"
"No. Andiamo." Bea appariva inflessibile, talmente calata nell'adempimento del suo scopo da risultare impermeabile alle sue parole. Non se ne rendeva affatto conto, ma in quel momento somigliava a Dario in un modo che impressionò l'altro, inducendolo ad un ulteriore scatto nervoso.
"Se riesci a tirarmi fuori anche un motivo solo per cui dovrei farlo, possiamo parlarne." La sfidò lui, certo di ridurla al silenzio.
"Glielo devi." Rispose invece Bea senza alcuna esitazione. Andrea si inalberò.
"Io a quel mattoide non devo proprio niente! Cosa gli devo? Eh? A parte una rotta di botte?"
"Gli sei stato intorno finché non ti si è affezionato. L'hai indotto a fidarsi di te. E adesso lo tagli semplicemente fuori. È scorretto. Gli devi almeno duee parole, tanto per fargli sapere come andranno le cose." Bea non stava cercando di convincerlo. Stava enunciando quello che, ai suoi occhi, era un fatto, tanto quanto lo era il freddo d'inverno. Andrea strinse le labbra in un gesto di nervosismo.
"No. Io ho chiuso con voi due sciroccati. Grazie mille." Le disse quasi gridando, prima di chiuderle la porta in faccia.
Beatrice respirò a fondo. Non si era data nemmeno il tempo di portare un libro. Si appoggiò al muro alle sue spalle, trovò una posizione che le risultasse comoda, e si dispose all'attesa.
Passarono quasi cinquanta minuti, prima che lui riaprisse la porta. Aveva le chiavi dell'auto in mano e la giacca indosso.
"Sei ancora qui?" Trasecolò vedendosela di fronte. Lei annuì. Era stanca, le facevano male le gambe, non avendo trovato il coraggio di sedersi nel bel mezzo del pianerottolo, e aveva un bisogno disperato di orinare. Un paio di volte aveva pensato di tornare semplicemente a casa e attendere gli sviluppi degli eventi, ma, ogni volta, il suono sordo del dolore di Dario nella sua voce l'aveva fermata, ripresentandosi al suo ricordo.
Andrea scosse la testa e lasciò cadere le braccia, osservandola.
"E hai intenzione di restare qua finché non ti seguo a casa?"
"Si." Gli rispose lei con voce calma.
"Dimmi, perché dovrei seguirti?" Non sembrava più arrabbiato e Bea sentì rinascere una scintilla di speranza. Passò la punta della lingua sulle labbra. Aveva sete.
"Per favore. Ci sta male." Andrea sbuffò dal naso.
"È una testa di cazzo. Se lo merita di stare male."
"Non è vero. E lo sai. Adesso, lo sai che non è vero." Andrea strinse le labbra. Pareva indeciso. Poi accennò con la testa al suo appartamento.
"Vuoi entrare?"
"Se posso." Con un sospiro esasperato, lui spalancò la porta e le fece cenno di entrare.
Pochi minuti dopo, non appena lei fu uscita dal bagno dove si era precipitosamente ritirata appena fatto il suo ingresso in casa, si ritrovarono in cucina. Andrea le dava volutamente le spalle, apparentemente impegnato a preparare il caffè.
"E quindi il cuginetto è nell'angolino che soffre?" Le domandò con studiata indifferenza. Bea si ritrasse a quelle parole, che le provocarono un dolore come di sale su una ferita.
"Dario ci sta male, si. Per questo sono qui." Tentava di mantenere la voce ferma.
"E per quale motivo, si può sapere, ci sta male? Non ho fatto quello che voleva?"
"Andrea, piantala, per favore." Nonostante gli sforzi, dalla voce di Beatrice trapariva un'enorme stanchezza. "Lo sai perfettamente che...insomma, dai. Ti vuole bene."
"Cazzate."
"Oh, dio, non pretenderai mica che te lo dica, spero!"
"Non si fida di me. E neanche tu, a quanto dice lui." Bea si prese il viso fra le mani.
"E questa da dove ti è uscita?"
"Me l'ha detto lui."
"Andrea parlagli. Ti prego. Per favore. Te lo chiedo in ginocchio, guarda. Cosa devo fare ancora? È arrivato a casa, non ha capito quello che si è trovato davanti, e sinceramente neanche io, si è preoccupato per me e...beh, mi ha difesa. Come ha sempre fatto. Da quando ancora facevamo le elementari, Andrea. Da sempre. Senti, è colpa mia, va bene? Però tu parlaci. Per favore." Andrea si voltò. Bea era appoggiata in avanti, con i gomiti sul tavolo e il viso nascosto fra le mani. Riflettè che doveva essere bello, avere qualcuno disposto a fare una cosa del genere per te. Provava pena per Beatrice, in quel momento. E fu questo, alla fine, a farlo decidere.
"Senti, se io  vengo con te" lei raddrizzò istantaneamente la schiena a quelle parole. "E gli parlo, come vuoi tu" lei iniziò ad annuire freneticamente, strappandogli un mezzo sorriso "dopo sei a posto? Nel caso, posso mandarlo a cagare e andare avanti?"
"Grazie, grazie, grazie!"
"Rispondimi."
"Si. Assolutamente si. Dopo che avete parlato." Andrea annuì.
"Lo ami proprio tanto, eh?" Bea si strinse nelle spalle, come se le paresse un fatto troppo ovvio per rispondere. "Ma perchè?"
"Perché è lui." Ripose lei sicura.
"Ottima risposta."
"Vero?"
Andrea recuperò le chiavi dell'auto e mosse verso la porta.

Arrivarono a casa loro quando era già quasi ora di pranzo. Andrea si sentiva parecchio più calmo, nonostante il senso di profonda delusione che gli era nato nel cuore quella mattina fosse ancora lì, e si sentiva disposto ad ascoltare quello che aveva da dirgli Dario. Credeva, sinceramente, che l'avrebbe mandato a quel paese, dopo averlo ascoltato, ma non era stato in grado di resistere al senso di pena e, quasi, di tenerezza che aveva stuzzicato in lui Beatrice, con quel suo paziente e tenace tentativo di convincerlo.
La conosceva molto meno dell'altro, ma abbastanza da sapere che, se non avevsse riaperto la porta di casa, con l'intenzione di fare un salto da sua madre, lei sarebbe stata ancora lì, ancora in piedi, in attesa che lui acconsentisse a fare quello che serviva perché Dario potesse smettere di stare male.
Era evidente che, nella sua ottica delle cose, quel 'ci sta male' era una spiegazione al suo comportamento non solo valida, ma vincolante.
Scosse la testa, continuando a guidare. Rapporto difficile coi genitori a parte era e rimaneva un principino viziato. Tutto doveva essergli perdonato, sempre, e guai a contrariarlo. Aveva troppe donne, dalla sua. Perfino sua madre, ci si era messa, quando l'aveva chiamata per avvisarla che non sarebbe andato, a domandargli cosa voleva fare con quel povero Dario.
'Povero, niente meno.' Pensò irritato, mentre svoltava nella strada dove viveva. 'Non poverino suo figlio, no. Povero Dario. Ma vai a capire.'
Scese dall'auto e seguì Beatrice che quasi saltellava sul vialetto, impaziente di portarlo nel garage.
Andrea sospirò irritato. Certo, ovvio, nel garage a smanettare con una delle sue due motociclette. Del resto, era perfettamente in carattere, c'era da aspettarselo. Chiuso in uno stoico silenzio affranto, a far impazzire tutti di preoccupazione, beandosi del melodrammatico risultato.
Si affacciò nell'apertura lasciata libera dal portello aperto, con Beatrice a fianco, che esitava, incerta se aspettarlo. Alla fine, si staccò da lui e si avvicinò a Dario, posandogli con delicatezza una mano sulla spalla.
"Sono a casa." Gli disse con voce sommessa.
"Sei stata via un bel po'. Dove eri andata?" Le domandò lui posandole un rapido bacio sul viso. Lei arrossì.
"Ti ho portato Andrea." L'altro vide l'ampia schiena irrigidirsi di colpo, come in risposta ad una percossa.
"Cos'hai fatto, scusa?" Andrea batté il palmo aperto contro la parete grigia.
"Ha detto che mi ha portato qui. Dice che dobbiamo parlare." Dario voltò lentamente il viso verso Beatrice, che lo guardava con un sorriso imbarazzato.
"Dico, sei impazzita?"
"Oh, coglione?" Gorgheggiò Andrea alle sue spalle "sono qua. Mi guardi in faccia, cortesemente?"
Dario portò al lungo tavolo sul fondo del garage un pezzo e lo posò,  accendendo la lampada a stelo fissata al piano.
"La conosco, la tua faccia. Cosa fai, qua?" Bea quasi voleva mettersi ad urlare, vedendoli ripiombare istantaneamente in quelle pose infantili.
"È venuto a spiegarti perché si era arrabbiato tanto, prima. Vero, Andrea?" Chiese.
"Verissimo." Si avvicinò al tavolo anche lui, a lunghi passi, portandosi accanto all'altro. "È rimasta davanti a casa mia, tipo sentinella inglese, per un'ora e passa, per convincermi. Ma se non vuoi parlare, vado a casa." Di nuovo Dario si voltò verso Beatrice.
"Cos'è che hai fatto?" Bea si strinse nelle spalle. Credeva che, una volta che fossero stati nella stessa stanza, si sarebbero almeno parlati, ma ora la situazione si stava complicano in un modo che non riusciva ad afferrare a pieno. Si sentiva frustrata da quello che stava accadendo e Dario glielo lesse in viso. La immaginò ferma davanti alla porta di Andrea, che cercava di convincerlo a venire fin lì dopo la scena di quella mattina e capì che doveva fare almeno un tentativo. Sporse le labbra e respirò a fondo, prima di parlare. "Allora, Vasirani, com'è che eri tanto incazzato, stamattina? Pensavo che non fossi capace, di incazzarti."
"Sono capace, tranquillo." Rispose l'altro appoggiando le anche al piano. "È che mi dà un po' noia essere preso per il culo."
"Mm. E chi ti avrebbe preso per il culo?"
"Tu, coglione."
"Ah. Capito. E posso chiedere come?" Dario smise di fingere di occuparsi di meccanica. Gli tremavano le mani ed aveva le dita irrigidite dal freddo. Recuperò il pacchetto di sigarette e ne sfilò una tenendone il filtro fra i denti.
"Semplice. Ti ricordi la storia del 'non mi fido di te, perché Bea non si fida di te e lei sa come valutare le persone'? Beh, si dà il caso che la ragazza, qua, si fidi eccome di me. Su tante cose puoi anche prendermi per scemo, ma con le persone sono bravo. Lo capisco, quando piaccio a qualcuno e quando no. E io, a lei, piaccio. Qiesto significa..."
"Che non hai capito un cazzo, come al solito." Terminò Dario con tono conclusivo. Si sentiva sollevato. Era una cosa che poteva spiegargli, quella.
"Ah, si? Ma davvero?" Chiese Andrea provocatorio. Bea cercava di farsi piccola, sentendo che era meglio che si chiarissero da soli.
"Si, davvero. Tu te la sei legata al dito, quella cosa, e quando oggi hai parlato dieci minuti con mia...con Bea, hai pensato che ti stessi mentendo. E hai pisciato fuori, bello. Primo, io ti ho detto che non mi fidavo del tutto, di te. E scusa tanto se mi servono più di sette mesi per concedere a qualcuno la piena e totale fiducia."
"Diciotto anni!"
"In cui praticamente non ci parlavamo, demente che non sei altro!" Andrea richiuse bruscamente la bocca e Dario assentì. "E secondo, il fatto che tu non piacessi a Bea..." a quel punto Beatrice si sentì in diritto di intervenire.
"È vero, Andrea. Guarda che ci ho messo tipo fino al mese scorso, per mandarti giù." Andrea la guardò, sentendo la rabbia che ricominciava a spuntare, come un'erba infestante.
"E perché?" Lei ricambiò il suo sguardo con aria di compatimento.
"Perché io ti ho rivisto da poco, e prima non mi eri per niente simpatico, quando eravamo ragazzi. Ci ho messo un po' a conoscerti da capo. E poi, se non l'hai ancora capito, sono un tantino gelosa." Dario represse un sorriso e le passò una mano sulla schiena.
"Gelosa?" Chiese Andrea. Riflettè rapidamente su quei due. Sempre e solo loro due. Ed ora, d'improvviso, lui da una parte e Viola dall'altra. Era naturale che fossero gelosi. E se Dario aveva trovato i giochi già fatti, con Bea e Viola legate a filo doppio, lei se l'era visto succedere davanti, probabilmente con la sensazione di perdere una parte della persona che aveva tanto faticato a riportare al suo fianco. "Ah." Terminò. Tutto il furore che aveva provato si era smontato come per incanto, di fronte a quella semplice verità. Non era stato ingannato. Nel tempo intercorso fra quella discussione che gli era rimasta conficcata nella memoria e quella mattina, aveva superato una qualche sorta di barriera che l'aveva sempre diviso da quei due. Era stato accettato, supponeva, e, ironia della sorte, proprio a quel punto si era arrabbiato come un pazzo con loro.
Mentre lui faceva queste riflessioni, Dario aveva riportato la sua attenzione su Beatrice e, vedendola tremare di freddo, l'aveva convinta a rientrare in casa, con la promessa che l'avrebbero seguita di lì a poco. Spense la sigaretta e, quasi con lo stesso movimento, ne accese un'altra, accingendosi a rimettere in ordine il garage prima di rientrare.
Andrea lo guardava, senza sapere come rompere quel silenzio che gli pesava addosso e che l'altro pareva trovare normale.
"Senti" disse alla fine. "Così, per saperlo, come mai mi avevi invitato stamattina?" Dario iniziò a riporre gli attrezzi, pulendoli uno ad uno prima di posarli negli avvallamenti sagomati della cassetta.
"Niente, ti volevo chiedere una cosa."
"E...insomma, se vuoi chiedermela, sono qua." Lui gli rivolse un rapido sguardo di valutazione, con un occhio strizzato per proteggerlo dal fumo. Il freddo aveva sbiancato ulteriormente la sua carnagione, e la cicatrice gli spiccava come un marchio sulla bocca.
"Va bene. Sai che il prossimo anno mi sposo, no?"
"Si. Anche se continuo a oensare che non abbia senso, lo so. E quindi?"
"E quindi, pensavo di domandare al mio migliore amico se mi fa da testimone."
"Si. Beh, di solito è così che succede. Dov'è il problema, scusa?" Dario sospirò e passò a ripulire il piano del tavolo.
"Il problema è che il mio migliore amico è stupido, Vasirani. Parecchio stupido." L'altro fece una smorfia.
"Non serve mica il test del quoziente intellettivo, per fare da testimone a un matrimonio. Chiediglielo e basta. Era tutto qui? Ti serviva un'opinione?" Dario si voltò verso di lui e lo guardò negli occhi. Sorrideva appena.
"No, pezzo di deficiente, mi serve una risposta. Lo fai o no, da testimone?"
Rientrarono in cucina dopo pochi minuti. Bea stava trafficando in cucina e Dario la scostò dai fornelli con una spinta scherzosa. Andrea si sedette al tavolo domandando a gran voce se dovesse chiamare Elena o no.
"Allora, devo dedurne che è andato tutto a posto, piccioncini?"
"Mm."
"Ma tu lo sapevi, che voleva chiedermi..."
"Si, Vasirani, solo te col tuo cervellino piccolo piccolo, potevi non arrivare a capirlo." Lo rimbeccò Dario.
Beatrice si sedette al tavolo accanto ad Andrea. Guardava Dario muoversi elastico fra il piano di lavoro e i fornelli, correggendo il sapore del piatto chenstava preparando lei, aggiungendo ingredienti, canticchiando sommesso con un'insospettabile senso della melodia. Era felice, si vedeva bene. Era riuscita a renderlo felice. Si rilassò sulla sedia con un lungo respiro. Andrea stava chiudendo la comunicazione, dopo aver chiamato Elena, che sarebbe passata a mangiare con loro.
"Amore?" La chiamò Dario
"Si?"
"Perché non senti come sono organizzati anche quei due?" Andrea la guardò interrogativo.
"Viola e Vittorio." Gli spiegò lei sommessa. Andrea annuì e la guardò cercare con gli occhi il telefono.
"Usa pure il mio, Beatrice." Le disse, allungandoglielo. Lei lo prese ed inclinò il capo guardandolo in viso.
"Chiamami Bea." Gli rispose, chiudendo le dita sul telefono.

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