mercoledì 30 luglio 2014

11

Dario uscì dalla doccia più velocemente che poté. Era emozionato, come un ragazzino.
Gli venne da ridere, al pensiero, ma dopotutto, riflettè, era normale. In fondo, non era solo questione del fatto che lei fosse chi era, ma anche della quantità di tempo che era passata dall'ultima volta che era stato con una donna. Da quando si erano lasciati lui e Stella, gli era sembrato che non ne valesse la pena. Non vedeva per quale ragione complicarsi la vita, che già di per sé gli appariva abbastanza complicata, con qualche donna e, d'altra parte, fra le molte cose che aveva ereditato da suo padre non sembrava esserci la passione per le donne a pagamento. Aveva provato, questo era ovvio, ma gli riusciva impossibile capire cosa mai ci avesse trovato, il vecchio. Dava tanta soddisfazione quanta comprare un paio di chili di mele, dal suo punto di vista, e non calcolava quel paio di fallimentari esperienze come stare con una donna. Se avesse dovuto categorizzarle, le avrebbe messe piuttosto fra le transazioni commerciali.
Uscì dal bagno e rimase un attimo fermo per lasciar adattare gli occhi alla semioscurità. Voleva vederla subito, la sua Bea, appena entrava. Si chiese se fosse stato il suo ricordo a renderla tanto focosa o se fosse così per davvero. Quello che aveva fatto prima, in cucina, lo faceva propendere per la seconda ipotesi, ma temeva che un'eccessiva quantità di speranza falsasse le sue prospettive. Non aveva che da entrare nella stanza per scoprirlo, comunque.
Entrò e la vide allungata sul letto in una posa languida, da gatta. Il suo cuore diede una brusca accelerata mentre si avvicinava e, allo stesso modo, con la stessa velocità, gli precipitò in petto quando capì il motivo della sua immobilità. Non stava affatto giocando. Quella piccola dispettosa si era addormentata.
Sospirò passandosi una mano sul viso. Negli anni in cui era stato con Stella aveva imparato che svegliare qualcuno facendoci sesso era generalmente considerato come maleducazione, perciò era da escludersi. E, poi, dopo quasi diciotto mesi, poteva permettersi di aspettare un altro paio di ore.
Se ricordava bene come dormiva e se non era cambiata molto, sapeva cosa fare.
Le sfilò le scarpe scuotendo la testa e la fece ruotare, in modo da stenderla sul letto. Nessuna reazione, come spostare una bambola di cera. Dormiva ancora e sempre come un morto.
Le si sdraiò accanto e decise di fare un piccolo esperimento, tanto per verificare fino a che punto le cose fossero rimaste uguali. Beatrice era stesa al suo fianco, sulla schiena. Le passò un braccio attorno girandosi sul fianco e attese qualche secondo. Con un lento movimento assonnato, lei gli posò la fronte sul petto, girandosi verso di lui, e gli circondò le gambe con le sue.
Dario sorrise. Tutto a posto.
Da quando Vasirani gli aveva passato quel fascio di fogli stampati, tre giorni prima, era stato difficile per lui, dormire. Era stanco e si sentiva tranquillo, con il lieve calore pulsante del respiro di Bea contro il petto. Provò a chiudere gli occhi e si addormentò all'istante.
Si svegliarono solo un paio di ore dopo, ormai ad ora di cena, e Dario cucinò qualcosa per entrambi. La guardò mangiare troppo poco e poi uscirono.
Andare al cinema insieme, lanciandosi sguardi furtivi come criminali, fu bello. Ancora non riuscivano ad abituarsi all'idea di poter stare insieme senza doversi guardare alle spalle.
Tornarono a casa presto e non tentarono neppure di fingere che li interessasse qualcosa di diverso dal letto.
Fu un timido, impacciato tentativo, molto garbato, molto prudente, per nulla soddisfacente per nessuno dei due, quello che accadde. Si addormetarono di nuovo abbracciati, però, ed entrambi dormirono come sassi.
Passarono insieme l'intero fine settimana, tornando all'appartamento di lei una sola volta, solo per pochi minuti, per prendere qualche cambio d'abito. La domenica sera, prima di cena, si trovarono a chiacchierare in cucina.
"Senti, non mi hai poi raccontato come ti è saltato in mente di farti un tatuaggio."
"Lo so. Vorresti saperlo?"
"Che domande, si! Ti sei tatuato la mia mano."
"Eh, si."
"Dai, non fare la sfinge! Primo, come hai fatto? Cioè, come ce l'avevi, l'impronta della mia mano? Hai usato i miei guanti?" Dario scosse la testa.
"Il giorno che hai fatto l'incidente, te lo ricordi?" Alzò le mani di fronte all'occhiataccia di lei. "Va bene, ti ricordi. Quello che forse non sai è che sanguinavi come una fontana. C'era quasi una pozzanghera, sotto, quando ti hanno tirata su. Un sacco di sangue. E quando ti ho preso la mano, te lo ricordi, questo, si, e me la sono appoggiata addosso, sai, è rimasta l'impronta, sulla mia camicia. E io me la sono fatta tatuare."
"Va bene, ma perchè?" Dario abbassò la testa.
"C'è una cicatrice sotto, non te ne sei accorta?"
"No. Che cicatrice? Ti sei fatto male?" Lui si sfilò la maglietta dalla testa, rimanendo a petto nudo. Nella luce cruda delle lampade al neon, la sua pelle era di un bianco innaturale. Si fece indietro sulla sedia per lasciarla vedere. Era troppo imbarazzato per parlare.
Bea avvicinò gli occhi alla sua pelle, osservandola in controluce. Davvero c'era qualcosa lì, sotto quel nero pesante, delle linee sottili ed irregolari. Le seguì con la punta dell'indice fino a capirne il senso, poi ritrasse la mano d'improvviso, come se simfosse scottata.
"È il mio nome. Ti sei..."
"Mi sono inciso il tuo nome sul cuore. Molto cretino, eh?"
"Quando?"
"Il primo anno di università. E, prima che tu mi faccia il resto dell'interrogatorio, mi mancavi, stavo male e ho fatto una cosa cretina. Quando mi sono messo con Stella, mi ha chiesto di farlo sparire e io l'ho fatto. Non le ho spiegato cosa fosse questo e perché. Altre domande?"
"Come l'hai fatto?" Dario si strinse nelle spalle.
"Con uno specchio e un taglierino. Sai, un cutter. È stato piuttosto facile, in realtà." Bea sibilò fra i denti.
"Chissà che male."
"Ecco, qui c'è una cosa che forse dovresti sapere, se vuoi, diciamo, frequentarmi. Non sentivo affatto male, Bea." Alzò un dito per zittirla. "Non sentivo male perchè ero pieno fino alle orecchie di una simpatica sostanza che si chiama PCP e che è un parente stretto della più nota ketamina, peraltro altra mia ottima amica di quegli anni. Ci ho messo un po' per smettere." Lei lo guardava, aspettando che alzasse la testa e smettesse di fissare il tavolo. Dario faticò ad incontrare i suoi occhi. Non gli piaceva parlare di quei primi anni di università, se ne vergognava, ma non trovò alcun genere di condanna ad aspettarlo. Nello sguardo di Bea, trovò solo dispiacere e, con sua enorme sorpresa, un'esile filo di divertimento.
"Tu hai assunto droghe? Tu? Sei serio?"
"Beh, si. Piuttosto serio,  per la verità." Le rispose, mentre sentiva la sua bocca tentare di sorridere.
"E adesso basta?"
"Da un sacco, basta. L'ultima volta avevo venticinque anni. C'è da dire che quello che prendevo non dà dipendenza fisica. È più una questione mentale."
"E che...cioè, che effetto fa?" Il sorriso emerse sul viso di Dario. Era difficile non sorridere, di fronte a tanta curiosità.
"Sono droghe dissociative. Cioè, ti staccano da te stesso. È un po' complicato, da spiegare, ma fai finta di prendere un'anestesia che ti anestetizza il di dentro, oltre che il di fuori. È circa così. Stavo ancora male, solo che diventava lontano, sai, come un concetto astratto. Certe volte, non so da cosa dipendesse, ma mi sembrava di rivedere dei ricordi, come un film, ma più vero. Ero lì davvero. Ed erano solo ricordi belli. Di solito, c'eri anche tu." Gli si andava spegnendo la voce, mano a mano che raccontava.
"Dario, non so cosa dire." Lui annuì.
"Dimmi solo se per te cambia qualcosa."
"No, perché? Cosa dovrebbe cambiare?" In una reazione istintiva, lui le passò una mano dietro la nuca e le stampò un bacio sulla fronte. "Tu hai passato troppo tempo con tua madre" gli disse lei ridendo "ti pare che sia un problema se a vent'anni hai passato un paio di anni sregolati? Dai, cosa vuoi che sia! Tanto più scemo di com'eri, non puoi esserci diventato!"
"Guarda che io passo per un uomo alquanto intelligente!"
"Si, lo credo, in un mondo in cui è normale finire al pronto soccorso con le cose incastrate nel sedere non potrebbe essere altrimenti!"
"Ti ricordo che sei tu la cerebrolesa, qui! E poi cosa ne sai tu di quello che succede al pronto soccorso?" Bea fece spallucce.
"Me l'ha detto uno che vedevo, lui ci lavorava."
"Dì, ma quanti ex hai avuto, esattamente, tu?"
"A te che ti frega?"
"Mi frega, tu non starti a preoccupare del perchè e rispondimi." Immediata ed invisibile, lui sentì alzarsi la sua resistenza, come un ponte levatoio rialzato in tutta fretta, e si spazientì. Avevano passato un paio di splendide giornate e davvero non aveva voglia, adesso, di ricominciare da capo. Si alzò in piedi e aprì il frigorifero, scrutando all'interno, tanto per evitare la possibilità di una nuova lite. La testa di Bea fece capolino dallo sportello.
"Dottor Malatesta, sarà mica geloso?" Lui rimase un attimo in silenzio. Non sapeva quale fosse la risposta corretta a quella domanda. Non si era mai reso conto di quanto le sue reazioni si fossero tarate sulle esigenze di Stella, in quegli anni. Da una parte supponeva di dover dire che non lo era, perchè capiva che essere geloso di qualcosa accaduto mentre nemmeno si parlavano suonava assurdo. Dall'altra, lui geloso lo era, eccome, la sola idea di un altro uomo che la toccava gli faceva accapponare la pelle. Tentò di spremersi una risposta, ma le sue corde vocali si rifiutarono di collaborare, come gli accadeva ogni volta che si agitava troppo. Era una delle cose di se stesso che odiava di più.
"Dario è geloso..." canticchiò Beatrice con un sorrisetto beffardo. "Dario è geloso..."
"Piantala, Bea!"
"Geloso geloso geloso..."
"Bea, guai a te!" Si rese conto che stavano giocando e il nodo che gli aveva stretto la gola si sciolse, come se non fosse mai esistito. Lei gli assestò una spintarella con la punta delle dita, un gesto che conservava l'ombra dei loro giochi di un tempo, con un velo di prudenza in più. Non sapeva come lui potesse reagire, ma credeva valesse almeno la pena di tentare. Con un movimento rapido, Dario richiuse il frigorifero e la spinse a sua volta, facendola indietreggiare di un passo. Doveva mettersi in testa di misurare la sua forza, dato che quella testona, a forza di non mangiare, doveva pesare si e no una cinquantina di chili. La vide camminare all'indietro fino al tavolo, sorridendogli, e, incuriosito, decise di chiederglielo.
"Ma tu quanto pesi, esattamente?"
"Oh, non saprei. Abbastanza da fare questo!" Bea afferrò il bicchiere dal piano del tavolo e gli lanciò addosso l'acqua. Era gelata e Dario si trovò a trattenere bruscamente il respiro. La guardò attonito.
"Ok, nana malefica, sei morta." Con uno squittio lei partì di corsa attorno al tavolo massiccio della cucina e poi attraverso l'ingresso. Ridevano. "Quando ti prendo ti affogo, quattro ossi!"
"Se mi prendi!" Gli gridò lei di rimando, calcando la voce sul 'se'.
Dario le tagliò la ritirata, costringendola a rifugiarsi su per le scale. La vide scivolare e posare le mani sullo scalino che aveva davanti.
"Tutto bene?" Si preoccupò. Come tutta risposta, lei si voltò veloce e lo colpì su naso con due dita, un buffetto fastidioso, che gli fece chiudere gli occhi per un attimo di riflesso e le consentì di arrivare prima di lui all'ultimo scalino. "Brava, genietto, buona idea scappare verso l'alto." Sogghignò Dario correndole dietro.
Quando la vide svoltare a destra, lungo il corridoio, diede in una breve esclamazione di gioia: si era messa in trappola da sola, lì si trovava una sola stanza, quella che in linea teorica era riservata agli ospiti, e la porta era chiusa a chiave.  Bea si rese conto subito dell'errore. Anche se fosse riuscita ad aprire la porta prima del suo arrivo, sarebbe stata comunque in un vicolo cieco. Rimase immobile, schiacciata contro il legno fin quando lo vide vicino abbastanza da toccarla, poi senza preavviso scattò, tentando di passargli accanto per guadagnare le scale. Un tempo, le finte funzionavano alla perfezione, con lui.
Dario piegò le ginocchia e l'agganciò per la vita, facendole fare un mezzo giro in aria prima di afferrarla. La stringeva, tenendola quasi orizzontale rispetto al pavimento.
"E adesso, ossicini? Come la mettiamo? Eh?" Ridacchiò vedendola contorcersi per liberarsi. Rideva anche lei.
"Lasciami andare!"
"Dipende. Tu cosa mi dai in cambio?"
"Niente, ti dò, al massimo una botta in testa! Mollami!" Si divincolava con tanta foga che quasi riuscì a svincolarsi e Dario corresse la presa, steingendo la sua schiena contro il petto. Lei si agitò ancora un attimo, prima di rendersi conto di quello che implicava la nuova posizione in cui si trovava.
"Ripeto la domanda:" disse lui abbassando la testa per parlarle nell'orecchio "cosa offri in cambio della tua libertà, donnina?" Lei smise di agitarsi e iniziò a strofinarsi contro di lui, provocandolo.
"Assolutamente niente. Tutto quello che vuoi sarai costretto a prenderlo con la forza."
"Parole grosse, bella mia, parole grosse." Rispose lui in tono falsamente minaccioso, iniziando ad indietreggiare verso la camera da letto. Quando ci arrivarono, la lanciò sulla superficie liscia delle lenzuola come una bambola di pezza, senza riuscire a trattenere una risata all'aria stupita di lei. Salì sul letto per baciarla e lei ancora lo repinse, sorridendo, scherzando, ma con tutta la forza. Dovette prendere le sue braccia e staccarsele di dosso, per riuscirci.
Finirono distesi, giocando e facendo terribilmente sul serio al tempo stesso, entrambi più eccitati di quanto volessero far vedere all'altro.
Dario si sentiva bene, veramente bene, per la prima volta da un sacco di tempo. Era bello, quello che stava succedendo, era giusto, e stavolta, lo sentiva, non con sarebbe stato quell'imbarazzo impacciato che li aveva scoraggiati. Dopo tutti quegli anni, era la prima volta che, davvero, gli sembrava di rivedere la sua Bea, quella la cui mancanza l'aveva quasi portato alla follia. Non gli resisteva più, adesso, lo stringeva, quasi troppo forte, muovendo il corpo contro il suo come una lingua di fiamma, accogliendo i suoi baci, torcendo il corpo per esporlo alle sue mani.
Aveva fame, e anche lui.
Al piano di sotto, sul tavolo dell'ingresso, il suo cellulare iniziò a suonare di un trillo stridulo e si bloccarono per un momento, gli occhi negli occhi.
"Dario, ti prego..."  mugolò lei posandogli una carezza sul viso. Dario sentì gonfiarsi il petto. Quel 'ti prego' gli suonava perfetto. Era quello l'atteggiamento giusto. Era esattamente quello di cui aveva bisogno.
Ignorò il suono che proveniva dal piano inferiore e riprese a fare quello che stava facendo.
I loro vestiti uscirono di scena alla velocità folle di una ripresa accelerata e, finalmente, furono pelle contro pelle. Sembrava che non riuscissero a smettere di baciarsi, la bocca, il collo, il corpo, e di toccarsi.
Quando entrò dentro di lei e la sentì sospirare di piacere, il senso di benessere che provava spiegò le ali finendo per occuparlo per intero. Si sentì di nuovo forte, di nuovo se stesso. E, senza rendersene conto, senza nemmeno poterlo spiegare a se stesso, si trovò a chiederle di nuovo, scivolando fuori da lei:
"Quanti, Bea, dimmelo. Quanti altri uomini ti hanno avuta?" Senza alcuna premeditazione, le patlava ad un tono di voce tanto basso da essere appena udibile, muovendo le labbra quasi a contatto della piegandelicata del suo orecchio.
Bea scosse la testa, aprendo gli occhi, e fece per alzarsi a sedere. La ributtò giù con un gesto distratto della mano.
"Vediamo se riesco a farti rispondere." Le sussurrò ancora, prima di afferrarla per le spalle e costringerla a girare su se stessa. Qualcosa nel suo profondo scattò, sentendola opporre uma nuova resistenza, ed abbandonò anche le ultime vestigia di gentilezza, trattenendola con la forza, sentendo quel fuoco vivo che da sempre gli bruciava dentro espandersi, ruggente, incontrollato, per tutto il suo corpo. La prese con forza, zittendola ogni volta che sentiva levarsi la sua voce. Sentiva le dita affondare nella carne soffice di lei, dei suoi fianchi, la pelle morbida che sembrava aderire ad ogni piega delle sue mani, le ossa sottili subito sotto, e non riusciva a saziarsi di quella sensazione.
Poi lei cominciò ad assecondare ogni suo movimento, a spingersi contro di lui, e a quel punto, sentendola vicina all'apice del piacere, la scostò bruscamente e la rigirò, senza quasi farle sfiorare il letto, per poterla vedere in viso. Gli sembrava che fosse senza peso, di poterne fare qualsiasi cosa volesse. Mugolava, abbandonata sui cuscini, chiamandolo. Le sorrise.
Bea guardò il sorriso furbesco di Dario tornare alla luce, come la nascita di un astro. Quella che aveva sempre chiamato la sua espressione da guai. Una parte di lei rabbrividì a quella vista, chiedendosi cosa potesse avere in mente, ancora.
"Dimmi quanti, Beatrice." Scosse di nuovo la testa.
"No, non mi va." Il sorriso di lui si allargò di una frazione, dandogli un'aria un po' folle.
Si chinò su di lei e la baciò con dolcezza. Poi entrò di nuovo dentro di lei, e fu come se non si fossero separati nemmeno per un attimo. I loro corpi ricordavano alla perfezione l'uno il ritmo dell'altra, e lo ritrovarono senza alcuna difficoltà. Dario le chiese ancora, senza smettere di fare quel che stava facendo, quanti uomini avesse avuto, e lei scelse di rimanere in silenzio, ancor più che per la volontà di non dirglielo, perchè, in quel momento, non voleva parlare. Era troppo occupata in quello che le stava accadendo, in quella sensazione di ritorno a casa che la stava invadendo come il sollievo che non aveva trovato per tutti quegli anni. Glielo chiese di nuovo, e di nuovo, senza mai arrendersi.
La sentì arrivare di nuovo troppo vicino a ciò che ancora non voleva concederle e si fermò,  affondandole la mano fra i capelli, sentendoli troppo corti, stringendoli forte, tirandole la testa all'indietro, esponendo la sua gola.
"Quanti, Bea? Dimmelo."
"Non lo so." Mormorò lei. Dario affondò dentro di lei, in tutta la sua lunghezza, strappandole un gemito.
"Quanti?"
"Non lo so!" Gli stava dicendo la verità, se ne rese conto. Glielo disse il suo corpo, comunicando in un modo fondamentale ed efficace che aveva quasi dimenticato. La lasciò andare e le diede ciò che desiderava, e prese per sé ciò che voleva.
Quando fu finito, scivolò silenzioso nel piccolo bagno accanto alla stanza. Si sentiva bene, ma, allo stesso tempo, non sapeva come lei avrebbe potuto prendere ciò che era accaduto. Sapeva di essere stato piuttosto brusco, ai limiti del violento, per voler essere sinceri.
'Che cazzo, hai proprio perso la testa.' Si disse cercando di calmarsi. E le aveva promesso appena un paio di giorni prima di non farle più del male. Adesso era proprio nei guai.
Si sporse appena nello specchio della porta, cercando di vedere che tipo dinsituazione sinsarebbe trovato a fronteggiare. Gli era successa una volta solamente una cosa del genere, con Stella, e ne aveva pagato le conseguenze per più di una settimana.
Beatrice era raggomitolata sul letto, con gli occhi chousi. Perfino nella penombra riusciva a scorgere le ombre rosso vivo che le aveva lasciato sui fianchi ed era quasi certo che ce ne fossero un paio anche sul seno. Deglutì e prese coraggio, prima di sedersi sul letto.
"Bea?"
"Mm?"
"Tutto...tutto bene?"
"Mm." Dario inclinò il capo, osservandola incuriosito. Non sembrava arrabbiata. Lentamente si distese al suo fianco e le accarezzò i capelli, tentando di stabilire un contatto. Quando lei prima si distese, poi si stiracchiò a lungo, fu certo che non ci sarebbero state scenate.
Bea si appoggiò sul petto di lui, ritrovando senza pensarci la stessa posizione che usava un tempo, con la guancia sul suo cuore e le gambe ripiegate sotto al busto, sentendosi, come sempre le era successo, come uno di quei grossi felini che si addormentano su un ramo con le zampe a penzoloni. Le sembrava passata una vita, dall'ultima volta in cui sinera sentita tanto bene, anche se non avrebbe saputo spiegare il perchè nemmeno a se stessa. Quel genere di cose non incontravano il suo favore, di norma. Dario era, ed era sempre stato, l'unica, grande eccezione alla regola. Era felice che fosse accaduto, si sentiva in pace, soddisfatta e sonnacchiosa, mentre, se avesse dovuto deciderlo a mente fredda, sapeva che avrebbe rifiutato.
Eppure qualcosa non andava. Rimase in ascolto per qualche ento, prima di rendersi conto, con una certa dose di stupore, che a non andare era il ritmo del respiro di lui.
"Dario, stai bene?"
"Si. Io...cioè, ti è, insomma, piaciuto?"
"Si, amore, pensavo che te ne fossi accorto." Poi un pensiero la agghiacciò. "Tu mi vuoi ancora...bene, suppongo, vero?"
"Si. Perchè?" Beatrice tentennò. Non le era facile affrontare l'argomento.
"Per via di quello chenti ho dettomprima. La risposta alla tua domanda. Era vero."
"Lo so, Bea. Per questo ho smesso di chiedertelo."
"E non ti crea un problema? Cioè..."
"Bea, mi guardi in faccia, per favore?" Lei lo fece, rimanendogli più vicina possibile. "Ti amo. Non posso farci niente. E nin pensare che nin ci abbia provato." Lei annuì seria.
"Anche io. Tutte e due le cose."
"Solo, possiamo parlarne un minuto, di questa cosa? Vuoi?" Lei annuì di nuovo, con un'espressione guardinga. "Sul serio non lo sai? Insomma, come è possibile?"
"Diciamo che ho passato un periodo un tantino sballato anch'io, va bene? Università, progetti di scambi culturali, il periodo di tirocinio a Firenze, insomma, è stato strano."
"Si, lo capisco, e capisco anche la voglia di...fare sesso, sai, ma arrivare a non tenere il conto? Quello è assurdo, dai. Perché hai fatto una cosa del genere? Eri, tipo, curiosa?"
"No. Ero sola. Appena mi ambientavo da qualche parte finivo per andarmene e alla fine non riuscivo mai a farmi degli amici, anche perché non è che avessi tutta questa esperienza, in merito. E non sopportavo di stare sola. Però non sopportavo neanche di avere vicino qualcuno...qualcuno."
"Qualcuno? Finisci la frase."
"Qualcuno che non era te, sei contento? Non ce la facevo. Non volevo le smancerie, l'affetto o come cazzo lo chiamate vuoi uomini di qualcuno che non era te! Volevo solo non stare da sola, e basta. E l'unico modo chenho trovato è stato quello. Allora? Qualcosa da ridire?" Dario prese fiato. Non si era aspettato una cosa del genere e non sapeva cosa dire. Avrebbe voluto poterla consolare, ma non aveva idea di come fare.
"Diciotto."
"Cosa?"
"Incluse te e...diciotto." Bea gli sorrise.
"Cosa succede, se la nomini, appare? Bisogna chiamarla tre volte, come gli spiriti cattivi, o ne basta una?"
"Che cretinetta!"
"Dai, allora, dimostrami che non è vero!" Dario sbuffò.
"Stella, Stella, Stella." Il campanello dell'ingresso emise un suono melodioso. Si guardarono sgranando gli occhi. "Okay, no. Questo non è assolutamente..." bussarono alla porta. Dario si alzò in titta fretta dal letto e si infilò i pantaloni. "Aspettami qui." Le disse uscendo dalla stanza.
Scese le scale in fretta e arrivò alla porta mentre il campanello squillava di nuovo. La aprì facendo attenzione a coprire lomspazio chensi venne a creare con il suo corpo.
"Ciao, Stella."
"Oh, ciao! Si può sapere dove sei..." si interruppe, come se le sue parole fossero state troncate, guardandolo ad occhi sgranati. "Dario, cosa ti succede?"
"Niente. Cosa vuoi?"
"Continui a non rispondere a tua madre. Nè a nessun altro. Siamo semplicemente preoccupati per te. Posso entrare?"
"No. E prima che ricominci, sappi che stavolta puoi urlare quanto pare a te. Qui non metti piede, chiaro?" Stella lo squadrò stranita. Qualcosa nella sua voce, nella sua postura. Era diverso.
"Senti, Dario, non è il caso che tu faccia le solite scene. Voglio solo parlarti un minuto."
"Bene, parla. Ti ascolto. Poi sii gentile, volta i tacchi e torna a casa."
"E se non lo facessi?" Chiese lei provocandolo.
"Beh, suppongo che finiresti per passare la notte qui fuori. Non c'è neanche umidità in questa stagione, non mi pare un gran danno. Cosa volevi dirmi, comunque, a parte che siete tutti preoccupati e balle varie?"
"Ma niente, benedetto uomo, solo di norma le persone parlano, fra di loro, si scambiano convenevoli, chiacchiere, sai, comunicano. Hai presente?"
"Ho letto qualcosa in merito. Una disdicevole perdita di tempo. Adesso che hai visto che sono vivo e in buona salute, direi che hai svolto la tua missione. Buona serata." Dario fece per chiudere la porta e lei la fermò col palmo della mano, offesa dal suo comportamento.
Beatrice osservava la scena dal culmine delle scale, invisibile a chiunque fosse dall'altra parte della porta. Solo che non era chiunque. Era lei, era quella che era stata sua moglie, anche se solo per qualche tempo. Quella che aveva rubato il suo sogno di bambina, indossando al fianco del suo Dario l'abito bianco che lei non avrebbe avuto mai. Che si era vista promettere dalle sue labbra eterna fedeltà ed eterno amore davanti a dio.
Se l'odio fosse stata valuta corrente, Bea sarebbe diventata ricca nel momento stesso in cui sentì la sua voce. La ascoltò trattare il suo uomo come fosse un ragazzino indisciplinato per qualche minuto.
Per una qualche ragione che non le riusciva affatto chiara, lui non riusciva ad opporlesi. Non riusciva a svincolarsi dai suoi discorsi, dalle sue provocazioni, rimanendo invischiato sempre più irrimediabilmente.
Dal punto in cui era, poteva vedere la linea della sua schiena, diritta e rilassata quando si era alzato dal letto, curvarsi in avanti, come sotto un peso. E ancora non riusciva a chiudere quella porta, a chiuderla fuori, a fermarla. La conversazione continuava, inesorabile, nonostante le sue proteste o, forse, nutrendosi di esse.
"Ma ragioni, ogni tanto, o vai avanti così, senza pensare a niente? Non puoi prenderti su e sparire, senza dare spiegazioni a nessuno! Non sei mica un fuorilegge del far west, anche se so benissimo che ti piace crederlo,  hai capito? Sto parlando a te, sai? Mi senti? Mi rispondi?" Vide le mani di Dario stringersi al legno della porta, le nocche sbiancare. E prima di poterci ragionare davvero decise di dargli una mano.
"Dario, amore?" Strillò per le scale in tono civettuolo "dove hai detto che tieni le manette?"
Dario la sentì e, al tempo stesso, vide gli occhi di Stella dilatarsi a dismisura. Aprì la bocca per imbastire una qualche sorta di scusa,  ma gli sfuggì invece un inizio di risata. Non voleva riderle in faccia, ma era davvero troppo comica, la situazione, assurda, quasi. Stella girò sui tacchi come un pupazzo a molla e se ne andò a lunghi passi sdegnati e lui richiuse la porta.
"Beatrice! Come cazzo ti viene in mente?"
"Guarda che ti ho sentito ridere, falso bugiardo che non sei altro! Dai, non ti mollava più!" Bea scese la scala di corsa e lo circondò con le braccia, rivolgendogli un sorriso tutto denti.
"Le manette?" Le chiese lui, ricominciando a ridere. "Tu sei suonata, cara la mia dottoressa Bizzarri."
"Ha parlato quello sano!" La risata di Dario esplose in un torrente irrefrenabile. Si coprì la faccia con le mani, non riuscendo a credere di trovarsi in una situazione tanto stravagante. Quando riuscì a riprendere il controllo, posò le mani sulle spalle di Bea.
"Dimmi una cosa. Adesso ti faccio una domanda seria, mi rispondi?"
"Va bene, chiedi."
"Bea, stiamo insieme? Vuoi?" Lei indietreggiò di un passo. Sentì come se qualcosa dentro di lei si stesse sciogliendo, qualcosa di grande e tremendamente freddo. Si stava sciogliendo e faceva un male d'inferno. Nin riuscì a parlare, non subito, e le toccò farlo aspettare un po', pur non volendolo. Non si fidava a guardarlo, per paura di piangere di nuovo. Alla fine, senza sapere che altro fare, annuì, con gli occhi al pavimento.
"Non sembri felice." Commentò lui preoccupato. Senza fidarsi fino in fondo della sua voce, bea tentò di spiegarsi.
"Non me lo avevi mai chiesto. Mai."
"Mi dispiace."
"Potrei piangere un pochino." Lo avvisò lei. Tremava. Dario la prese fra le braccia, lasciando che si appoggiasse al suo corpo.
"Senti, stavolta voglio farti un regalo. Uno bello, perchè non te l'ho mai potuto fare. Che ne dici? Cosa vorresti?" Chiese lui cercando di consolarla.  La risposta lo lasciò di sasso.
"Tagliati quella stupida barba. Odio non poterti vedere in faccia."
"Pensavo che mi stesse bene."
"La tua faccia ti sta meglio." Bea patlava cin il viso ancora posato sul suo petto e capì quello che stava per chiederle nel momento stesso in cui lo sentì giocherellare coi suoi riccioli. Sospirò. "Non oltre le spalle, va bene?" Gli chiese, precedendolo. Lui la strinse di nuovo.
"È accettabile."

martedì 29 luglio 2014

10

Beatrice sentì la porta chiudersi, un lieve schiocco della serratura che rientrava nel suo alloggiamento, e scivolò lentamente al suolo, come se le ossa le si fossero fatte d'acqua.
Dodici anni di attesa per scoprire che il suo eroe, l'unica luce della sua vita, altro non era che un uomo come gli altri. Se le fosse venuto qualche dubbio in proposito, le sarebbe stato sufficiente guardare le sue braccia, su cui ora iniziavano a delinearsi, grandi e nitide, le impronte delle sue mani. Non gli era importato di farle male, nel momento in cui lei aveva rifiutato di fare qualcosa come lui lo voleva.
Si coprì gli occhi con le mani, per non dover vedere più quella porta che l'aveva cancellato dalla sua vita una volta di più, e iniziò a piangere, lasciandosi smuovere dai grandi singhiozzi afoni che le pareva dovessero spaccarle il petto. Sperava che col pianto sarebbe uscita da lei anche la cadenza fredda e scandita della sua voce, la sua espressione nel momento in cui la rabbia aveva rotto gli argini, le parole dure che le aveva rivolto. Sperava che le lacrime avrebbero lavato via ogni cosa lasciandole, almeno, il ricordo di lui puro e pulito, come era stato per tutti quegli anni. Per poterlo amare, almeno nel ricordo.
Dario scese gli scalini, veloce. Era stanco, svilito, arrabbiato, triste. Sopra ogni altra cosa, triste. Gli sembrava dovesse uscirgli il cuore dal petto, tanto gli faceva male.
Non aveva avuto alcuna intenzione di alzare le mani su di lei. Non voleva farlo. Aveva imparato in quegli anni, a fondo e a menadito, come contenere quel vulcano sempre ribollente, sempre sul punto di esplodere, che dio o chi per lui gli aveva voluto ficcare nella testa. Eppure non era neanche la prima volta che gli capitava. Se solo quella maledetta testona avesse tenuto le mani a posto, sarebbe riuscito a non alzare neanche la voce.
Estrasse il telecomando dell'auto e la aprì. L'automobile rossa emise uno squittio e un lampo, lasciandolo entrare. Si sedette al posto di guida e si concesse un minuto per calmarsi. Respirò a fondo, rallentando i battiti del cuore. In fondo, aveva sempre saputo che era suo padre ad aver ragione su Bea: aggressiva, testarda, ribelle, completamente impervia ad ogni tentativo di farle intendere ragione. La ricordava bambina, quando ancora non andavano a scuola, negli stessi atteggiamenti, quando era costretto a lasciarla andare, paonazza, dopo una litigata, perchè preferiva lasciarsi picchiare che arrendersi, fino a che lui non rinunciava. Come in uno spasmo involontario della mente, un'altro ricordo affiorò dietro quello di lei, bambina, che rifiutava di cedere alla sua maggiore forza fisica. Rivide Beatrice, ormai adolescente, uscire dalla stanza in cui si trovava, silenziosa, senza traccia di polemiche, obbedendo ad un suo cenno del capo. Come diavolo aveva fatto ad otterlo, proprio non lo sapeva. Lo aveva saputo una volta, forse, ma adesso l'aveva dimenticato. Ed era stato quello, in fin dei conti, a farlo sentire tanto grande, per tutti quegli anni, tanto potente. Vederla tanto docile, dolce, nei suoi confronti, quando non era così nemmeno col suo stesso padre. Si, era quella la parola: l'aveva fatto sentire potente.
E non era forse un gioco di potere anche quello che si era creato poco prima? Perché quello c'era in gioco, chi avesse potere su chi.
Dario accese l'auto, ma non partì. Avviò invece l'aria condizionata. Nonostante fosse all'ombra, il caldo si stava facendo soffocante nell'abitacolo e lui non aveva nessuna intenzione di mollare la coda di quel pensiero, ora che l'aveva acchiappata. Sentiva di essere molto vicino a capire. Chiuse gli occhi e piegò la testa, immergendosi del tutto nelle sue riflessioni. Doveva capire come era arrivato, allora, ad avere la sua completa, totale fiducia. Se voleva quella donna per sé, doveva riuscire ad arrivare con la ragione là dove già una volta l'aveva portato il suo istinto. Per un attimo si domandò se ne valesse la pena,  se davvero la volesse così tanto; poi quella parte del suo io che era emersa con prepotenza quando aveva letto ciò che lei aveva scritto, quella parte di lui che sembrava inattaccabile al dubbio, rispose per lui. La voleva. Era ovvio che la volesse. Lei era sua.
Beatrice impiegò del tempo per trovare il coraggio di riaprire gli occhi ed alzarsi dal pavimento, abbastanza tempo perché il fascio di luce che proveniva dal balcone cambiasse, seppure di poco, inclinazione.
Si sentiva dolorante e accaldata come fosse un preda ad una frbbre alta, ma, toccandosi la fronte con il polso, si scoprì attaccaticcia di sudore freddo. Si cambiò ad occhi chiusi, per non vedere i segni che lui le aveva lasciato. Le bruciava talmente, quella delusione, da non riuscire ad affrontarla, non ancora.
Assurdamente, desiderò averlo accanto, per farsi consolare e si rese conto, con un pallido stupore, che non riusciva più ad immaginarlo come aveva sempre fatto, come un adolescente allampanato e un po' buffo. Il fantasma di Dario, che da sempre le aleggiava accanto, aveva preso l'apetto di quell'uomo chiuso e diritto che aveva appena cacciato di casa.
Doveva parlargli, questo solo aveva chiaro nella mente. Non l'aveva nemmeno lasciato parlare, prima di mandarlo via. Aveva reagito d'istinto, mossa dallo spavento e dal dolore che lui le aveva inflitto. Anche se avesse potuto vivere mille vite, mai avrebbe immaginato di potersi sentire in pericolo accanto a Dario. Eppure, era successo, confermò a se stessa con spietata lucidità. Si mordicchiò le labbra riflettendo sull'opportunità di cercarlo di nuovo. Ora le era chiaro, come trovarlo, e, soprattutto, non aveva più il timore di finire per disturbare l'equilibrio di un bel matrimonio. Nel peggiore dei casi, l'avrebbe cercato attraverso Andrea Vasirani. Eppure, non era certa che fosse una buona idea.
'Violento una volta, violento per sempre' le diceva sua madre quando le offriva le sue raccomandazioni, centinaia, milioni di raccomandazioni, sui pericoli rappresentati dagli uomini. Ma lei conosceva Dario. Sapeva di aver esagerato, in un modo che ancora non le era chiaro, ma era cosciente di averlo provocato ben più di quanto volesse. Sapeva che non aveva fatto apposta. Sapeva anche che, se avesse voluto farle male davvero, avrebbe potuto farlo senza alcuna difficoltà. Non l'aveva fatto, comunque, l'aveva solo spaventata a morte. E le aveva lasciato qualche segno.
Scosse la testa, forte, per schiarirsi i pensieri. Doveva uscire da quell'appartamento, andare fuori, camminare. Forse, perfino aspettare che il sole scendesse sull'orizzonte, prima di riprendere la strada di casa.
Ficcò la testa sotto l'acqua fredda, si infilò il vestito che aveva indossato quella mattina, prese le chiavi e gli occhiali ed uscì,  senza darsi il tempo di riflettere ancora, sentendo che rischiava di precipitare nell'autocommiserazione, se solo si fosse fermata un secondo di più.
Scese le scale rapida e attenta, cercando di non ascoltare la voce che, nella sua mente, cercava di convincerla che, uscendo, l'avrebbe trovato ad aspettarla.
'Sognatelo.' Rispose a se stessa. 'Quello è già a casa a bere qualcosa sul divano. Del resto, perchè no? Gliel'hai detto tu, di andare via. Devi metterti in testa che è una persona vera, non un parto dei tuoi sogni. E che, qualsiasi cosa tu possa desiderare, lui...'
"Bea." La chiamò con voce gentile e sommessa. Non avrebbe potuto confondere quella voce con nessun altra al mondo, ma lo stesso si voltò lentamente, nel timore di averla solo immaginata.
Dario scese dall'auto e si appoggiò contro la portiera, a braccia incrociate, restando fermo a guardarla. Non sfuggì al suo sguardo, quella volta. Lasciò che gli occhi di lei lo agganciassero e leggessero in lui. Era difficile, lasciarglielo fare. Era un'abitudine che si poteva perdere in fretta, quella di guardare le persone negli occhi.
Lei rimase ferma, dal lato opposto della strada a guardarlo, per un po'. Sembrava spaventata. Dario si preparò mentalmente a quello che stava per fare, anzi, per tentare. Un'ultima esitazione venne spazzata via vedendola esitare a sua volta, presa fra il timore e il desiderio di avvicinarsi.
"Vieni qui." Le disse, con un tono che non era nè d'invito, né di comando. Lei esitò ancora. "Non sono più arrabbiato. Vieni qui." Rimase immobile mentre lei si avvicinava di qualche passo, rimanendo comunque fuori della sua portata. Il suo sguardo cadde sulle impronte dei suoi stessi pollici, che spiccavano cupe contro il bianco della pelle di lei e si impose di rialzare gli occhi, di tenerli fissi nei suoi.
"Sei qui." Disse Beatrice. Il suo tono era freddo, quasi tagliente, ma nei suoi occhi spiccava chiara la confusione. Dario annuì pacato.
"Sono qui." La guardò avvicinarsi ancora di un passo. Ora avrebbe potuto toccarla, se avesse voluto, ma non voleva. Non ancora. "Adesso io vado a casa mia, Bea. Sali in macchina e vieni con me." Usava ancora lo stesso tono di voce. Non domandava, non ordinava.
Beatrice scosse la testa, ma lo fece piano, come nel sonno. Una piccola parte di lui esultò a quella vista. Rimase fermo, respirando lentamente,  aspettando. Lei si avvicinò ancora, arrivando alla distanza giusta per parlare.
"Senti, io, prima...in casa..."
"Ti ho fatto spaventare. Ho capito. Mi dispiace. Adesso andiamo, Bea. Vuoi venire con me?" C'era di più di un semplice invito in ballo ed entrambi lo avvertivano acutamente. Dario si era preparato, aveva atteso. Aveva deciso di tentare, non avendo nulla da perdere. Beatrice si sentiva confusa, incerta. Avvertiva un richiamo che non riconosceva, ma che la attirava troppo per non essere un pericolo. Allo stesso tempo, quello che vedeva di fronte ai suoi occhi era lui, non un pericolo. Sembrava più simile al suo ricordo di quanto non lo fosse prima, ma non riusciva a comprendere il motivo. Sapeva solo di non voler cedere e di desiderare, contemporaneamente, che neppure lui lo facesse. Scosse di nuovo la testa in un diniego.
"Va bene. Puoi fare come vuoi tu." Le disse lui. Poi, sentendosi crudele nel momento stesso in cui decideva di farlo, affondò il colpo. Conosceva fin troppo bene il punto in cui infliggerlo. "Se tu preferisci che me ne vada, io me ne vado. Vado via e ti lascio sola, come vuoi tu. Sta a te decidere, Bea." Vide un lampo di dolore attraversare gli occhi di lei, ma non si fermò. Non poteva fermarsi, ora. "Davvero, è tuo diritto decidere. Basta che tu lo dica e io me ne vado. Ti lascio qui, nessun problema. Come se non fossi mai esistito." Il dolore dilagava nelle iridi giallastre di Beatrice. Dario credette di non farcela a resistere, di non poter andare oltre. Sapeva perfettamente, da una vita, quanto l'idea stessa di essere lasciata sola, di essere abbandonata dalle persone che amava, fosse il suo terrore più grande. Lesse senza difficoltà la supplica nel suo sguardo, ma si impose di non rispondervi e rimase, invece, tranquillamente in attesa, come se non si accorgesse di nulla.
Dopo qualche istante, lei abbassò gli occhi. Era un buon segno, un ottimo segno, e Dario ne fu felice, ma avvertiva ancora la sua resistenza. Non era una resa, quella, ma una ritirata.
"Ho una condizione." Disse lei. Lui le prese il viso fra le mani, dolcemente, accompagnando col palmo la curva della sua mascella, e la costrinse ad alzarlo, per poterla guardare. Non poteva permetterle di scappare.
"Niente condizioni." Le disse con tutta la gentilezza che riuscì a usare. Beatrice deglutì. Riusciva quasi a sentirla ronzare, come un macchinario malamente spinto oltre le proprie capacità, e si rammaricò di averle inflitto un simile trattamento. Aspettò qualche attimo, prima di rendersi conto di essere incappato in un tipo di ostacolo che non conosceva e di decidere di concederle qualcosa. "Ma sono ammesse richieste."
"Non devi più farmi male. Mai più." Dario sentì una vampata di vergogna attraversarlo come corrente elettrica, attraverso la spina dorsale.
"Prometto. Mai più. Ma...Bea?"
"Si?"
"Non buttare più all'aria le cose in quel modo, intesi? Mi mette..." era difficile trovare una parola. Se avesse dovuto essere totalmente sincero, avrebbe dovuto dirle che gli faceva male, molto più male di quanto gliene avesse fatto lui. "Mi mette agitazione."
In un fiorire di disagio, si rese conto che quella frase l'aveva fatta preoccupare, che era davvero in ansia.
"Non è normale, sai?" Lui sospirò.
"Si, lo so. Ma è così."
"Dario, ma stai male?" Lui pensò che era un'ottima domanda. Pensò anche che era troppo tempo che non se la sentiva rivolgere, non in quel modo, quanto meno, con tutta la voglia di conoscere la riposta.
"Forse. Un pochino. Niente che non si possa aggiustare." Beatrice si alzò in punta di piedi e gli posò un bacio sulle labbra. Lui teneva ancora il suo viso fra le mani e ne accompagnò il movimento.
In un lampo si rese conto che era, forse, il loro primo bacio in pubblico. Lei avrebbe potuto smentirlo.
La guardò stupito.
"Mi dispiace che stai male." Disse lei con semplicità. Dario la attirò verso di sé e la baciò di nuovo. Non incontrò nessuna resistenza, nessuna traccia del suo rancore, e seppe di aver vinto. Poi le loro labbra si dischiusero e, per la durata di un momento, non seppe più nulla.
Quando si staccarono, non riuscirono a fare meno di sorridersi. Da una vita intera aspettavano di fare una cosa del genere, ma nessuno dei due ne parlò. Ci fu solo quello scambio di sorrisi, lieve come uno sprazzo di sole in una giornata piovosa e poi Beatrice girò attorno alla macchina per raggiungere il suo posto.
Durante il viaggio ci fu parecchio silenzio, ma fu un silenzio amichevole, in cui entrambi si sentirono a proprio agio, senza alcun imbarazzo. Fu solo quando stavano per arrivare, che Beatrice diede voce ad una cosa che la preoccupava dal momento stesso in cui lui le aveva accennato a casa sua.
"Quindi" iniziò schiarendosi la voce "quella che sto per vedere era casa vostra o..."
"No, Bea. È casa mia, solo mia. Con Stella vivevamo nella casa vecchia. Quella dove siamo cresciuti noi."
"Ah. Dev'essere stato strano, per te. E i tuoi dove sono andati a vivere?" Dario fece una smorfia, preparandosi alla sua reazione.
"Sempre lì." Rispose.
"Quindi tu e quella là vivevate in casa con tua madre e tuo padre?"
"E tuo padre."
"Cazzo, Dario!"
"Dai, spara, tanto lo so che ha del ridicolo. Fai del tuo peggio, peste."
"No, io non ho niente da dire, solo...cazzo, Dario!" Lui annuì,  svoltando nella strada di casa.
"Eh, si, cazzo, Dario!"
"Come hai potuto permettere che ti facessero una cosa del genere?"
"Mah, sai, devi calcolare che non avevo con me il mio pitt bull."
"Il tuo?" Dario le lanciò un'occhiata in tralice, tradendo un sorriso mal trattenuto.
"Ah. Ah, molto divertente, davvero! Sei proprio un simpaticone!" Commentò lei in tono ironico, ma senza riuscire a fare a meno di ridere a sua volta.
Al primo colpo d'occhio, la casa non fece alcuna impressione a Beatrice. Era una semplice villetta a schiera, a due piani, incastrata in una lunghissima fila di villette identiche. La striscia di giardino sul davanti, che ornava l'ingresso, tradiva chiaramente la mano di uno stesso professionista per tutte le abitazioni. Unica, modesta differenza, nel fazzoletto di verde di Dario spiccava un alto arbusto sempreverde, quasi a nascondere la porta agli sguardi.
Scesero lasciando l'auto nello spazio in discesa davanti alla porta del garage.
"Facciamo una toccata e fuga?" Chiese lei.
"Veramente progettavo una doccia ed un'esotica, bizzarra perversione che chiamo 'mangiare'. Dovresti provarla, ha un suo perché." Bea sbuffò dal naso. Aveva dimenticato fino a che punto lui sapesse essere insistente.
"Come mai lasci qui la macchina allora? Non mi sembra da..." Dario la fulminò con un'occhiata, sfidandola a fare qualche commento sulla sua eccessiva pignoleria.  "Da te, ecco." Terminò lei accennando ad un sorriso. Lui annuì.
"Vuoi vederlo, il perchè, prima che entriamo?" Le chiese selezionando rapido una chiave dal mazzo che teneva in mano. Senza aspettare la sua risposta, si piegò ed aprì il portello del garage, lasciando che la luce del pomeriggio estivo lo inondasse, e si fece da parte, osservando con una punta di tenerezza Bea che entrò a passi lenti, aggraziati, sgranando gli occhi come una bambina. Quando si volse verso di lui, vide la commozione nel suo sguardo e se ne sentì contagiare.
"È davvero..."
"Si."
"L'hai tenuta. Tutti questi anni."
"E cosa dovevo fare, secondo te?"
"Guardala, sembra ancora nuova. Ma, Dario, è davvero lei?"
"Proprio lei. La nostra moto, senza neanche una vitolina diversa da quello che hai visto tu. Oddio, cioè, qualche vitolina si, ma in complesso...eccola qui. E, hai visto? Le ho preso un'amichetta." Disse, accarezzando con orgoglio la grossa moto che stava accanto alla prima. Erano entrambe verniciate in colori squillanti, bianca e rossa la più vecchia, quella da cui lo sguardo di Bea faticava a staccarsi, bianca e gialla l'altra. Lei la osservò, pur lanciando di tanto in tanto un'occhiata alla vecchia moto.
"È molto bella. Sembra perfino simile, in qualche modo." Lui annuì con un sorriso d'orgoglio.
"La casa produttrice è la stessa, sempre Yamaha. Solo che questa è una 800. L'ho presa lo scorso anno, dopo aver rotto con Stella. Se c'è una cosa al mondo che quella donna odia davvero, sono le moto, ci puoi credere?" Bea tacque, sapendo che non era sicuro, per lei, aprire bocca riguardo a quella donna. "Avevo voglia di girare un po' come facevo una volta, sai, per non pensare in continuazione a quello che era successo. Ma non era proprio la stessa cosa. Insomma, prima, quando ero più piccolo, mi sembrava che non si potesse stare a pensare troppo, sulla moto. Invece, a quanto pare, adesso ci riesco." Terminò con una piega amara delle labbra.
"Un giorno mi ci porti, a fare un giro?" Dario le sorrise.
"Certo. Vedrai, questa è veloce." Uscirono dal garage ed entrarono in casa. L'ingresso ampio fungeva anche da sala e Bea venne colpita, come prima cosa, dalla penombra ai limiti dell'oscurità. Credette che fosse perché aveva chiuso tutto per uscire, per andare da lei, ma rimase delusa quando lui iniziò a muoversi per casa, chiacchierando, senza apparentemente sentire il bisogno di più luce. L'arredamento spoglio e funzionale le parlava chiaramente di lui. Continuando a osservare tutto, lo raggiunse in cucina.
"Vieni, nanetta, devi vedere questo! È il mio orgoglio, questo!" Le disse accendendo trionfale le luci della cucina. Quasi rimase accecata. Erano neon, tre file, e a luce bianca. Nella luminosità cruda da sala operatoria le si profilò davanti un monolito di acciaio, enorme.
"Dove caspita hai trovato un frigo così?" Chiese ammirata. Lui rise come un bimbo.
"È un modello americano. E guarda qua!" Muovendosi quasi a saltelli, cin quei passi elastici e scattanti che Bea ricordava, prese un bicchiere da un ripiano e lo premette in un alloggiamento dello sportello del frigo. Il bicchiere si riempì di ghiaccio con un tintinnio allegro. "Visto? Ghiaccio! Tanto, sempre e subito!"
"Dio mio, non mi dire che fai ancora quella cosa..." Beatrice ridacchiò vedendolo annuire, con le mani sulla bocca. Gli anni sembravano essere miracolosamente scivolati loro di dosso, per lasciarli ancor più giovani dell'ultima volta che si erano visti.
"Io è una vita che te lo dico, sai, guarda che il ghiaccio è buono. Ha un sapore, proprio, diverso da quello dell'acqua."
"Aha. Come no?"
"Sul serio, dovresti provare. Cioè, di nuovo, dico." Disse lui porgendole un cubetto di ghiaccio con due dita. Ne aveva preso uno anche lui, lo stava stritolando lentamente fra i denti, mentre aspettava di vedere cosa avrebbe fatto. Beatrice si avvicinò,  come per prenderlo, ma non allungò la mano. Abbassò invece la testa di quel poco necessario per prendere il ghiaccio direttamente in bocca dalle sue dita. Lo fece con deliberata lentezza, lasciando che Dario registrasse il calore e la morbidezza delle sue labbra sulla punta delle dita, e quando rialzò lo sguardo lo vide fissarla, con la bocca appena socchiusa e le pupille ingigantite. Gli sorrise.
"Niente da fare, Darietto, continua a non piacermi, il ghiaccio." Gli passò le braccia attorno al collo e fece scivolare ciò che rimaneva del cubetto dalla sua bocca a quella di lui.
"Bea, tu lo sai cosa succede adesso, si?" Le chiese Dario facendo scivolare le mani sui suoi fianchi.
"Diciamo che lo sospetto." Rispose lei.
Dario la prese per mano e la guidò per le scale, fino alla sua camera da letto. Si voltò verso di lei e si baciarono di nuovo, profondamente. Lui la accarezzò sulla schiena, coi palmi aperti, e indietreggiò un poco per poterla guardare in faccia.
"Mi aspetti qui, il tempo di una doccia veloce? Ti prego?" Bea gli sorrise maliziosamente.
"Vuoi compagnia, sotto la doccia?" Lui scosse la testa.
"Meglio di no.  Senza offesa, apprezzo davvero l'offerta, ma è minuscola e rischiamo una frattura." Risero insieme.
"Va bene, allora. Ti aspetto qui. È enorme il tuo letto."
"Si chiama letto a due piazze. È una recente innovazione tecnica."
"Scemo." Si scambiarono un altro bacio, che, nelle intenzioni di Bea, avrebbe dovuto essere un piccolo bacio di commiato, mentre finì per essere anche più invitante del precedente. Lo spinse via, poggiandogli le mani sul petto. "Dario, vai, perchè se continui così ti revoco il permesso."
Lui annuì e si avvicinò alla cassetiera scura che svettava nell'angolo della stanza. Prese ciò che gli occorreva e sparì nel piccolo bagno accanto alla camera, lasciandola sola.
Beatrice girò attorno alla stanza, osservando le sue cose. Tutto era al suo posto, su nessuna superficie si poteva trovare un granello di polvere. Ciò che la colpì maggiormente, più ancora dei pesanti tendaggi alla finestra e delle sue lenzuola di un cupo rosso che ricordava il sangue coagulato, fu la quasi totale assenza di libri. Ricordava la sua camera di ragazzo piena di noiosi tomi di argomento scientifico e si chiese dove tenesse, ora, le sue letture. Riusciva a capire quasi tutto di una persona, da quello che leggeva. Solo sopra la testiera squadrata del letto trovò qualche volume, posto di piatto,  in una pila ordinata. Si calò le lenti sugli occhi per leggere i titoli.
'Il buio oltre la siepe', 'uno studio in rosso', 'il mastino dei Baskerville', 'il segno dei quattro', 'giro di vite', li conosceva e , sopratutto, riconosceva tutti, uno per uno. Erano suoi, quei libri, erano i libri che lei gli aveva letto durante l'estate dell'anno in cui le era capitato quello stupido incidente in moto. Tutti lì, perfettamente conservati, in ordine. Dove dormiva.
Se mai avesse avuto bisogno di una prova del suo amore, di un segno tangibile che anche per lui quegli anni erano stati, in un certo qual modo, una lunga attesa del suo ritorno, ora l'aveva di fronte agli occhi.
Accarezzò quei vecchi amici come fossero una cosa viva e si stese sul letto, i piedi sul pavimento, il busto sdraiato e le braccia allungate oltre il capo.
Era comodo davvero, oltre che enorme, quel letto, e la stanza, anche se troppo scura, era fresca e riposante. L'odore di Dario proveniva da ogni parte.
Bea pensò che non vedeva l'ora di stringerlo, ancora umido della doccia, e di ottenere, finalmente, quello che le sembrava di desiderare da una vita intera. E, pensando questo, senza rendersene conto, scivolò nel sonno.

domenica 27 luglio 2014

9

Beatrice rientrò a casa quando erano passate più delle due ore previste. La qualità della luce iniziava già a cambiare, dalla luminosità trasversale del mattino al pieno fulgore dello zenit.
Il caldo era soffocante, per le strette vie del centro, e una sottile patina di sudore la ricopriva da capo a piedi, ma non le importava. L'aver richiamato alla mente quel momento, il momento in cui aveva abbandonato la speranza, trovandosi d'improvviso con una vita intera da riempire che non le appariva altro che una lunga attesa della morte, ma anche il momento in cui aveva scoperto di avere, a tutti gli effetti, una madre, la rendeva quasi invulnerabile. Aveva trovato il coraggio di guardare dentro se stessa ed aveva capito che, davvero, non avrebbe potuto fare altro, non con gli strumenti di allora. Per la prima volta, da che aveva assistito al funerale di sua madre, si trovò senza nulla da rimproverarsi, o da rimpiangere.
In quello stato di grazia salì leggera le scale ed aprì la porta dell'appartamento, apettandosi di trovare Dario da qualche parte, per casa, magari ancora seduto al tavolo. Provò una vaga fitta di apprensione sentendo, a pelle, le stanze vuote, ma vide subito il biglietto sul tavolo. Nella grafia netta e lievemente sgraziata che conosceva bene, era vergata una sola parola: torno.
Scosse la testa con un sorriso. Era proprio da lui, tanta espansività, eppure era stato premuroso a lasciarle quell'appunto. In quello strano contrasto, si sentiva nel suo elemento naturale.
Si sfilò il vestito dalla testa e lo lasciò cadere sul divano, con la sola idea di una doccia rinfrescante. Era ancora sotto l'acqua quando lo sentì rientrare.
"Ciao!" Le gridò da fuori della porta. "Sono uscito a prendere da mangiare! Ma tu ti rendi conto che in questa casa non c'è cibo? Di cosa campi, si può sapere?" Bea uscì dalla doccia e iniziò a sfregarsi con un asciugamano.
"C'erano un paio di scatolette di tonno, mi pare, da qualche parte." Gli ripose, alzando a sua  volta la voce per farsi sentire. Lo udì borbottare un qualche tipo di risposta, la sua voce che si allontanava in direzione della cucina. Si infilò la biancheria e, sopra, la cosa più a portata di mano, la maglietta di cotone con cui aveva dormito, e lo raggiunse.
Dai fornelli si levava un odore invitante e Dario ci trafficava attorno, con concentrata rapidità, le ginocchia appena piegate per evitare di sbattere contro i pensili, le mani indaffarate a mescolare, versare e sminuzzare, come non avesse fatto altro in vita sua. Bea lo guardò affascinata per un lungo momento. Non riusciva a credere del tutto ai suoi occhi.
"Tu sai cucinare?" Dario voltò appena la testa, con un sorrisetto compiaciuto.
"Mm. E piuttosto bene, anche se me lo dico da solo. Dai, siediti che fra dieci minuti è in tavola."
"E quando hai imparato a cucinare, posso chiederlo?"
"Dunque." Dario girò le spalle ai fornelli dopo un'ultima occhiata critica e enumerò sulle dita. "Quando mio padre ha avutoo la bella pensata di farsi arrestare hanno sequestrato quasi tutto il suo denaro, quindi niente soldi, quindi niente Dora, quindi il nostro eroe, se voleva mangiare dopo il lavoro ha imparato a usare le pentole, il minimo per non morire di fame. Poi sono stato all'università a Torino, in appartamento da solo, per cinque anni. Ammetto che i primi due anni non ho cucinato un granché, ma mi sono ripreso alla grande gli ultimi tre. Poi Stella ha deciso che dovevamo fare un corso di cucina. Lei si è stancata alla seconda lezione, ma io invece l'ho finito. E...voilà. Passami i piatti che è pronta la pappa." Terminò voltandosi. Bea aveva provato un familiare, minuscolo sussulto sentendo nominare quella che nella sua mente era e sarebbe rimasta sempre 'l'altra', ma ritenne di averlo nascosto bene.
Dario riempì i piatti e li posò con un gesto orgoglioso sul tavolo. Avevano un aspetto appetitoso ed un profumo anche migliore.
"Che roba è?" Chiese Bea punzecchiando il contenuto del suo piatto con la forchetta. Sperava di non risultare maleducata, ma quell'enorme massa fumante la intimidiva, più che tentarla.
"Crèpes salate con vedure fresche." Rispose lui infilandosi in bocca la prima forchettata "e sono ottime. Mangia, nanetta, pulisci il piatto. Sei troppo magra."
Beatrice respirò a fondo ed attaccò il cibo con determinazione, ma presto soccombette alla semplice quantità. Le pareva che più ne mangiasse, più grande diventasse nel piatto, fino a che abbandonò la forchetta, rinunciando all'impresa. Lui la guardò accigliato.
"Dai, mangia. Non sei neanche a metà. Su, animo."
"Grazie, davvero, ma per me basta così. Era buonissimo."
"Ma te ne fai un punto d'onore di sembrare un reduce dalla prigionia o c'è qualcosa che non va?" Chiese lui.
"Dario, semplicemente non me ne va più. E poi non sembro un reduce. Sto benissimo, così. Posso indossare qualsiasi cosa."
"Eh, già. Infatti, sembri malata. E puoi scegliere serenamente la maglietta di quale dei tuoi ex morosi metterti, pensa che bel risultato." Il tono di Dario era aspro, come un rimprovero. Beatrice ebbe un moto di stizza.
"Ascolta, rinfodera pure le arie, perchè guarda che non ho più sedici anni. Sono adulta e vaccinata e so io quanta fame ho e come mi piaccio. Ti ringrazio tantissimo per il pensiero, è stato davvero un bel gesto, ma non voglio sentirmi dire cosa devo fare. È chiaro?" Si rese conto della durezza che traspariva dalla sua voce, ma non sapeva come mitigarla. Davvero non voleva sentirsi dire cosa fare, nemmeno da lui.
Dario non rispose. In silenzio finì il suo pranzo e ritirò i piatti, scostandola con un gesto cortese e deciso quando lei si alzò per aiutarlo. Sempre senza dire una parola rigovernò.
Io suo silenzio lasciò attonita Beatrice, che si era aspettata ben altra reazione, da lui. Per la prima volta da che l'aveva rivisto, si trovò a pensare a quanto fosse cambiato. Non c'era astio nel suo silenzio, né alcun genere di rabbia ne traspativa. Era come trovarsi di fronte ad un muro, tanto invisibile quanto solido. Gli si avvicinò senza trovare nulla da dire che potesse servire per abbattere quel muro. Gli si avvicinò sperando che il semplice contatto potesse arrivare al di là delle parole.
Dopo aver finito di rigovernare, lui si era seduto al tavolo e stava fumando. Beatrice gli posò una mano sulla spalla e lui non diede nemmeno segno di essersene accorto. Non la respinse, non la guardò nemmeno. Con lo sguardo fisso di fronte a sé, pensoso, fumava lentamente. Beatrice deglutì a vuoto.
"Dario?"
"Dimmi?" La voce di lui era scivolata in quella pronuncia strascicata, quasi annoiata che lei conosceva bene. La usava con gli estranei, un tempo. Non l'aveva mai sentita rivolta a lei, nemmeno per un'unica patola, come in quel caso. La ferì come una scudisciata, ma rimase immobile, senza scomporsi.
"Sei arrabbiato?"
"No, mia cara. Dovrei esserlo?"
"No."
"Infatti." Beatrice prese un lungo respiro silenzioso. Non l'aveva mai visto, così. Le fece paura e, in un certo qual modo, rabbia. Non capiva per quale motivo non le dicesse ciò che aveva in mente senza altre complicazioni. Attese tutto il tempo che fu capace di attendere, prima di far scivolare la mano via dalla sua spalla e ritirarsi in camera.
Provava una profonda amarezza entrando nella stanza e pa sua sensazione di leggerezza di poco prima era già dimenticata, spazzata via come se mai fosse stata reale. Sentiva scivolarle fra le dita la possibilità, che solo quel mattino le era apparsa tanto concreta, che tutto si stesse sistemando come per magia, che il destino, o chi per lui, avesse deciso dinrenderle il suo Dario, vivo ed intatto, senza richiederle altre prove.
Desiderava solo sdraiarsi per un attimo, chiudere gli occhi e darsi il tempo di assorbire il colpo, pensando a cosa fare.
Alcune cose colpirono la suanattenzione come stonature tanto evidenti da lasciarla, per un attimo, perplessa. Il letto era rifatto, le lenzuola tirate alla perfezione, nemmeno una piccola piega che solcasse l'immacolato candore della distesa. Questa fu la prima cosa che le saltò all'occhio. In secondo luogo spiccava, sul suo cuscino, qualcosa di colorato, un indumento di un rosa infantile, ancora avvolto nel lucido della plastica. Aggrottò le sopracciglia e lo esaminò da vicino, senza prenderlo in mano. Era una camicia da notte, leggera e graziosa, sul tipo di quelle chenaveva portato, comprate da sua zia, per tutta l'infanzia e l'adolescenza. Sbuffò irritata dal naso e, cercando di non essere scortese, si sporse in sala.
"C'è una camicia da notte sul mio letto."
"Lo so. Già che ero fuori ti ho preso una cosa. Così puoi toglierti quelle...magliette di dosso." Per quanto Dario avesse mantenuto il tono indifferente di poco prima, un velo di disprezzo traspariva dalla sua voce. Beatrice prese fiato. Non voleva litigare con lui, era l'ultima cosa che desiderava.
"È stato un pensiero gentile." Gli disse. Lui annuì,  senza rivolgerle lo sguardo. Riusciva quasi a sentire ciò che gli ribolliva dentro, ma la muraglia che era riuscito ad innalzare fra loro le appariva ancora invalicabile. Decise di fare un ulteriore tentativo. "Senti. Cosa pensavi di fare, oggi?"
"Mi servono dei vestiti, quindi devo per lo meno passare a casa. E poi, pensavo..." si interruppe e Bea vide con una punta di affetto il suo viso arrossire. "Sai, non siamo mai stati al cinema insieme. Insomma, non so neanche se ti piace."
"Mi piace un sacco. Quando vai da te? Subito o..."
"Se non ti secca volevo dare ancora un'occhiata alla roba che mi ha portato Andrea. Sai, per non dover tornare subito al lavoro. Se posso." Beatrice si trovò di nuovo ad aggrottare le sopracciglia. Era come parlare con uno sconosciuto che si trovasse, per una singolare casualità, a passare qualche tempo nella sua casa. Annuì, poi si rese conto che lui non la stava guardando. Sembrava fissare la striscia di muro incorniciata dai mobili della cucina.
"Fai pure. Io mi stendo un attimo." Concluse, ritirandosi.
Non riuscì a chiudere occhio, ma, del resto, non se l'era aspettato. Certo, era ovvio che in dodici anni qualcosa nel suo modo di fare fosse cambiato, ma quell'indifferenza, quel comportamento quasi elusivo, la lasciavano completamente spiazzata. Avrebbe voluto prenderlo da parte e chiarire tutto e subito, ma non sapeva come avvicinarlo.
Passò quasi due ore a rivoltarsi nel letto, finendo per ridurre quell'opera di precisione ad un arruffio disordinato, provando e riprovando nella mente tutte le possibili frasi, e probabili risposte, da dirgli quando fosse tornata di là. Alla fine, con un palpito di emicrania incipiente annidato dietro la nuca e una sete irresistibile, fece il suo ingresso in cucina.
Dario era chino sul tavolo e sfogliava un plico sottile mordicchiandosi il pollice, le caviglie agganciate alle gambe della sedia.
Cercò di non disturbarlo mentre prendeva un bicchiere dal riano sopra il lavello e l'acqua dal frigorifero. La stava versando, quando lui parlò, facendola sussultare.
"Non ti piace la camicia che ti ho preso? O è della misura sbagliata?"
"No, è a posto, credo. Perchè?" Lui indicò con un cenno della testa la sua maglietta. Non aveva visto alcun motivo per cambiarsi.
"Perché non la indossi, ecco perchè. "
"Ah, quello. Niente, avevo già addosso questa."
"Mi farebbe davvero piacere se tu la indossassi. Quella o qualunque altra cosa. Davvero, qualsiasi altra." Beatrice lo osservò, cercando di capire fino a che punto fosse serio. Le parlava sistemando in parallelo i fogli che teneva di fronte, un piccolo plico accanto all'altro, gli spazi fra essi perfettamente identici. Li aggiustava con minuscoli movimenti delle lunghe dita nervose.
"Dario, è solo una maglietta." Gli fece notare con la maggiore calma possibile.
"Te lo chiedo per favore." Ribadì lui.
"No." Dario si voltò verso di lei con gli occhi chiari densi di sfumature metalliche. Non le era accaduto spesso di dirgli di no, qualunque fosse la sua richiesta, per quanto folle o capricciosa. Forse una decina, in tutta una vita. E mai un secco diniego: gli aveva sempre presentato chiare giustificazioni di ogni suo dissenso. Ma non era disposta a lasciar dettare legge a nessuno, per quanto la riguardava, ed aveva imparato,  in quei lunghi anni di solitudine, che era meglio stabilire certe cose subito, prima che si fissassero abitudini difficili da sradicare. Ricambiò il suo sguardo a testa alta, cercando di tenere le spalle rilassate e di apparire tranquilla.
"No?" Ripeté lui in quel tono strascicato.
"No. Non ho intenzione di andarmi a cambiare solo perché così piace a te. Sono in casa mia e sto bene così. Quindi, resto così." Dario passò a riordinare gli evidenziatori e le penne. Era più complesso, doveva rispettare ordini di grandezza e ordini cromatici, adesso, oltre al parallelismo. Sporse le labbra ed annuì molto lentamente.
"Forse dovremmo discutere alcuni punti." Le disse.
"Si, credo anche io. Parti tu."
"Prima quando Andrea ci ha chiesto se stiamo insieme, la tua risposta mi ha lasciato un po' perplesso."
"Noi non stiamo insieme, Dario. Non stiamo insieme da dodici anni. Non puoi pretendere di arrivare qui e riprendere semplicemente da dove ti sei interrotto. Non è così che funziona."
"Capisco." Una delle penne rimaneva ostinatamente inclinata e lui si impegnò a riportarla all'ordine. "E come funziona, dimmi? Perché dopo quello che è successo prima, pensavo che stessimo insieme."
"Stavamo solo per fare sesso. È una cosa che capita alle persone adulte, anche quando non stanno insieme."
"Probabilmente è così che ti sei abituata. Giusto?"
"Occhio, Dario. Attento a quello che dici." Lui deglutì udibilmente.
"Sto solo seguendo il tuo discorso. Che mi sembra piuttosto in linea con il fatto che mi giri attorno vestita dei tuoi, come dire? Trofei? Come le chiami quelle cose che hanno lasciato qua i tuoi uomini?"
"Te lo dico un'altra volta: attento a come parli. Non ho fatto niente che non fosse in mio diritto fare."
"Giusto. Giustissimo. Dimmi, esattamente, cosa vuoi da me, Beatrice?"
"Guarda che sei tu che sei venuto qua." Il respiro di Dario si stava facendo più breve. Non riusciva a nascondere del tutto l'ira che gli premeva dentro. Lei si avvicinò al tavolo, in due passi infuriati, senza preoccuparsi di nascondere alcunché.
"Io sono venuto qua" Ribattè lui con voce tremante "perché tu mi hai chiamato" i suoi occhi erano spalancati, fissi sul tavolo, dove tutto si stava allineando per forma e colore, sulla linea degli spazi creati dai fogli disposti con cura.
"Guardami in faccia quado litighi con me." Gli ingiunse lei esasperata.
"Io non sto litigando con nessuno." Senza sapere come altro fare per avere la sua attenzione, senza altro motivo che quello di provocare una reazione, Beatrice spazzò con la mano, in un gesto irato, le penne e gli evidenziatori, che caddero sul pavimento. Lui strinse gli occhi e le sue narici si dilatarono, mentre inspirava bruscamente, come se gli avesse provocato un dolore fisico.
"Non farlo mai più." Sibilò.
"Guardami in faccia."
"Fottiti, puttana."
"Guardami in faccia!" Gli urlò Beatrice, mandando sul pavimento, in una seconda manata, anche i fogli.
In un unico movimento fluido, Dario si alzò dal tavolo, le prese le braccia e la costrinse ad indietreggiare, quasi facendola volare al passo delle sue gambe lunghe, fino ai pensili alle sue spalle. Lì la mandò a sbattere, tanto forte da strapparle un gemito di sorpresa. I suoi occhi lampeggiavano, ad un centimetro da quelli di lei. Le sue mani la stringevano tanto da farle formicolare le braccia, come percorse da una lieve scarica elettrica.
"Non ti azzardare mai più!" Le gridò.
"Mi fai male. Dario, lasciami, mi fai male!" La scrollò, forte, abbastanza da farle perdere per un attimo l'equilibrio. Spaventata, Beatrice tirò bruscamente verso il basso una mano, riuscendo a svincolarsi e lo colpì in piena faccia, con tutta la sua forza, schiaffeggiandolo.
"Fuori da casa mia!" La rabbia si mutò rapidamente in incomprensione negli occhi di lui. "Fuori, mi hai sentito maniaco del cazzo? Fuori di qui! Vattene!"
"Bea, mi dispiace..."
"Ti vai a dispiacere da un'altra parte! Fuori!"
Lo guardò raccogliere le sue cose, rivolgendole di tanto in tanto uno sguardo di muta supplica.
Quando fu pronto ad uscire, allungò una mano verso di lei, come per toccarla, ma lei si scostò.
"Bea, ti prego, mi dispiace."
"Fuori." Sembrava la statua di una furia vindice, con gli occhi che mandavano lampi di fuoco e le braccia arrossate. Dario chinò il capo ed uscì dalla porta, sentendosi, una volta di più, sconfitto da se stesso.

venerdì 25 luglio 2014

8

Mentre Bea camminava, senza pensare a nulla, fu un ricordo ad impossessarsi della sua mente, tanto vivido da apparirle quasi come un film. Per averne parlato di recente, affiorò chiaro il momento in cui aveva smesso di credere che lui sarebbe arrivato, come un principe delle fiabe, cavalcando il suo bianco destriero per portarla lontano lontano.

07/09/1990

Beatrice era in camera, stesa sul letto, vestita, sveglia. Era così che passava la maggior parte delle sue giornate, ora che non aveva nemmeno più da studiare.
Si alzava, si vestiva, rifaceva il letto, cosa su cui Isabella, quella che avrebbe dovuto chiamare mamma, era rigorosa, e poi ci si stendeva sopra, aspettando il momento in cui avrebbe dovuto sedersi a tavola, anche se non riusciva a buttare giù nulla, e rimanervi seduta fino alla fine del pasto. Poi si tornava a sdraiare, aspettando il momento successivo in cui l'avrebbero costretta ad alzarsi.
Aspettava. A dispetto di tutto ciò che le aveva detto sua madre, aspettava qualcosa. Non necessariamente qualcosa di eclatante. Un segno, un evento, un qualcosa qualsiasi che le permettesse di sapere di lui.
Nessuno sembrava farsi scrupolo di parlare di lui in sua presenza. Non sapevano o, forse, sapevano fin troppo bene quanto male le facesse il solo sentirne pronunciare il nome. Come una manciata di sale strofinata su una ferita aperta. Sua madre, sua zia, ne parlavano come se nulla fosse. Non suo padre. Non aveva più voluto vederlo, suo padre, dal giorno in cui l'aveva portata lì, lasciandocela come un oggetto ingombrante. L'aveva supplicato di non lasciarla, almeno lui, di tenerla con sé, di non andare. Si era aggrappata piangendo al suo braccio, ma lui l'aveva staccata, un dito per volta, ed era uscito dalla porta come nulla fosse, sordo ai suoi richiami.
Quando lui oltrepassava la soglia, e solo in quei momenti, chiudeva la porta della stanza. La chiudeva a chiave.
Sentì la porta d'ingresso aprirsi, ai piedi della breve rampa di scale che iniziava poco oltre la soglia della stanza in cui dormiva, e sua madre scambiare qualche parola con qualcuno. Era zia Sissi. Doveva essere di nuovo martedì. Le accedeva di frequente di perdere il conto dei giorni.
"Beatrice, scendi, c'è Silvana!" Sua madre era forse l'unica di famiglia a non chiamarla Sissi.
Si guardavano con diffidenza, le due sorelle, impuntando lievi sorrisi di circostanza sul volto, silenziose, ora che avevano dato fondo ai convenevoli. Isabella sapeva, era cosciente, che il pretesto accampato da sua sorella per venire fin lì, che la figlia che aveva cresciuto come fosse sua le mancasse, era inconsistente. Non la amava, la sua bambina, non l'aveva mai amata, quella donna troppo rigida. E come avrebbe potuto amarla, quella ragazza tanto focosa e testarda, che perfino lei, che quasi non riusciva a credere di poterla finalmente riavere per sé dopo tutti quegli anni, faticava a non prendere a schiaffi ogni volta che apriva la bocca? Era difficile da amare, la sua piccola Beatrice, che rifiutava perfino di mangiare e dormire, adesso che qualcosa a cui teneva davvero le era stato negato. Isabella ne era esasperata e innamorata e incredibilmente orgogliosa. Mostrava la durezza del diamate grezzo e, ne era certa, una volta che avesse preso una strada migliore, meno dolorosa e distruttiva per se stessa, avrebbe fatto grandi cose.
Bea scese le scale in lenti passi prudenti. Era ridotta a poco più di un fantasma, oramai, dopo mesi e mesi in cui il cibo non rappresentava che un doloroso dovere ed il sonno una rara benedizione che troppo spesso le veniva negata, ma  teneva diritti il collo e la schiena, in una posa di orgoglio. Salutò sua zia con un breve cenno del capo, sedendosi al tavolo della cucina,  accanto a lei.
"E allora, come stai oggi, cara? Un po' meglio?" Le domandò posando la mano curata sulla sua. Isabella storse la bocca.
"Sto benissimo, zia, ti ringrazio." La voe di Bea sembrava arrugginita per il troppo inutilizzo. Il suo viso era smagrito, i suoi capelli inerti come stoppa, la pelle tesa e quasi grigiastra, ma i suoi occhi erano limpidi e lampeggiavano una sfida inespressa, da cui Sissi si ritrasse all'istante.
Isabella mise in tavola il caffè ed un dolce squadrato, fatto in casa. Si era rimessa a cucinare, di recente, sperando di riuscire a tentare l'appetito della figlia. Bevvero il caffè in silenzio, nel quieto rintoccare acustico della lancetta dell'orologio a muro.
Quando finirono, Sissi scambiò con isabella uno sguardo di intesa.
"Bella, scusa, ti dispiace se dico due parole a Beatrice? Le volevo parlare di una cosa di famiglia, sai, sono venuta apposta." Isabella prese fiato, pronta a ribattere a quella frase melliflua che la escludeva, una volta di più,  dalla compagine della famiglia, quando Bea parlò con voce secca.
"Sono qui di fianco a te, zia. Se puoi parlarmi dovresti chiederlo a me."
'Brava, bel colpo!' Pensò Isabella, limitandosi ad annuire seria alla sorella che si era rabbuiata in viso.
Sissi strinse la bocca e tirò su con il naso, riprendendo contegno, prima di rivolgersi di nuovo a Beatrice.
"Molto bene, allora. Vorrei scambiare due parole con te, cara, ti dispiace?"
"No, zia, affatto. Non c'è nessun problema." Guardò Isabella, dall'altra parte del tavolo. Le riusciva così difficile chiamarla mamma, ma lei rifiutava di risponderle ogni volta che la chiamava per nome. "Ti secca lasciarci un momento, mamma?" Le era uscito abbastanza naturale, questa volta, ed ebbe in premio uno sguardo soddisfatto. Isabella si alzò con un sospiro e sparì oltre la soglia, diretta alla sua stanza da lavoro.
Bea rivolse lo sguardo alla zia. Le era difficile farlo, ora. Il suo istinto sarebbe stato quello di cercare da lei la consolazione di cui sentiva il bisogno, di piangere, attendendo le sue patole di conforto come faceva da bambina, sperando forse addirittura in una delle sue rare carezze, ma aveva fin troppo chiaro in mente il giorno in cuinsuompadre l'aveva portata lì; quella mattina, mentre livida e disperata la caricavano in macchina come fosse un deportato, lei le aveva negato perfino il saluto, volgendo il capo al suo passaggio. Non avrebbe pianto, in sua presenza, si ripetè ancora una volta, non l'avrebbe supplicata per avere qualcosa che le voleva negare. Le rivolse uno sguardo di muta domanda.
"Vedi, cara, sono venuta per parlarti di una cosa un tantino particolare." Esordì Sissi nel suo tono più calmo. Bea annuì,  una sola volta, per invitarla a continuare. "Vorrei parlare con te di Dario."
"Parla." Rispose Bea. La voce era ferma, ma le labbra insensibili, come se fosse stata esposta al vento di gennaio troppo a lungo.
"Non è facile per me, devi capire, Beatrice,  dirti quello chenti devo dire. Lo faccio per lui, poverino. E per te, naturalmente. Vedi, il fatto è che tu, questa storia del vostro....della vostra...come dire? Di questa cotterella che vi eravate presi uno per l'altra, la stai prendendo un po' troppo sul serio, da quel che vedo. Insomma, si, lo capisco, sono cose che capitano fra ragazzini giovani come voi, ma, vedi, cara, io ti vedo stare tanto male, me ne accorgo, sai, e invece dovresti proprio superarla questa cosa. Prendi Dario, per esempio, lui l'ha superata da un pezzo, oramai. Ecco. Questo ti volevo dire. Perché, guarda, non tinposso proprio vedere, cosi, lo sai che sei come una figlia per me, cara." La mano di Sissi ricoprì ancora una volta quella di Bea, che la fissò senza muoversi.
"L'ha superata?" Chiese, dopo un momento di silenzio. Sissi annuì.
"Se devo dirti proprio tutta la verità, amore, è lui che mi ha chiesto di parlarti. Ha sentito me e tuo padre discutere di te, del tuo stato, come dire, ed è rimasto molto dispiaciuto. Insomma, non è che non ti vuole più bene, lo sai. Ma lui, passato il primo momento di sconcerto, l'ha capito, che non poteva andare, e se n'è fatta una ragione. Insomma, adesso è sempre fuori casa, anzi, da quando riesce ad andare in giro da solo si è fatto qualche amico, qualche amica, è sereno. Certo, gli manchi, è normale. Ma più come uma sorellina, ecco."
L'assolita immobilità di Beatrice si estendeva anche al suo interno. Tutto quello che di norma riempie una persona, pensieri, idee, sentimenti, si era come inceppato, congelato, e lei non provava nulla.
"E perchè non è venuto a dirmelo lui, zia?" Chiese alla fine. Assurdamente, Sissi nitrì una risatina sommessa.
"Ma, Beatrice, nin lo capisci che si sente in imbarazzo, con qiello che c'è stato fra voi due? Si vergogna, povero caro."
"Si vergogna?"
"Ma si, adesso che vede le cose un po' più...obiettivamente, come dire, si vergogna di quello che è successo. Di essersi preso una cotta per te e tutto il resto. Anzi, voleva appunto che ti raccomandassi anche di non dirlo in giro."
Beatrice si alzò, con calma, e, senza ascoltare più nulla, salì in camera e si sedette sul bordo del letto.
Sentì la zia chiamare, sua madre parlare, la porta d'ingresso aprirsi e richiudersi. Registrava ognuno di questi fatti, come fosse un automa.
Isabella era fin troppo abituata al suo silenzio per farci caso, dopo più di un anno, ma passando davanti alla porta aperta la vide seduta e si fermò sulla soglia.
"Tutto bene?" Chiese, sentendosi ridicola. Quella ragazza tutto stava, fuorché bene.
"Io vado." Le annunciò Beatrice,  immobile.
"Ah, bene. E dove vai, posso saperlo?"
"Io vado da Dario." Isabella annuì. Aspettava quella frase dal giorno stesso in cui sua figlia aveva messo piede un casa sua. La guardò alzarsi ed avvicinarsi, ma non le diede il tempo di dire altro e si scostò dalla soglia, lasciandola passare. Beatrice la guardò stranita. Si era aspettata una resistenza, da parte sua.
"Vado da Dario." Le ripetè. Isabella annuì di nuovo.
"L'ho capito la prima volta."
"Non vuoi fermarmi? Cioè,  posso andare?" Era forse il discorso più lungo che fosse intercorso fra loro, dal giorno successivo al suo arrivo, quando Isabella le aveva illustrato le regole di casa.
"No, non voglio fermarti. Anzi, guarda." La accompagnò di sotto, mentre sua figlia la osservava perplessa, come un canarino che d'improvviso trova aperta la porta della gabbia in cui ha trascorso la vita intera. Arrivata all'ingresso, prese la borsetta dall'attaccapanni e, dopo averci frugato brevemente dentro, le porse uma banconota gualcita. "Così ti paghi l'autobus, andata e ritorno, e ci rimane anche qualcosa se ti viene sete. O fame, lo volsse dio." Bea prese la banconota dalle sue dita quasi con reverenza. Guardò la porta d'ingresso e poi di nuovo sua madre. "Quando torni, suona. Non ce l'ho un altro mazzo di chiavi da darti."
"Davvero posso andare?"
"Certo che si. Sei maggiorenne e adulta. Io alla tua età mi sono sposata, pensa un po'. E poi se devo essere sincera se lo merita, quella piccola testa di cazzo del figlio di Silvana, se la merita proprio una botta nei denti del genere." Beatrice aggrottò la fronte.
"In che senso?" Isabella diede in una breve risata.
"Come in che senso? Pur di avere quel che voleva se n'è fregato di tutto e di tutti, ti ha ridotta a uno straccio, guarda qui, e mi chiedi in che senso? Se lo merita eccome!" Bea sbuffò irritata.
"In che senso una botta nei denti? Io mica vado a sgridarlo."
"Ma non cambia niente. Se è vero qiel che dice sua madre, e non ci giuro, è sempre stata una bugiarda, quella lì, fin da bambina, allora capitargli davanti, e poi ridotta così, è il più grosso dispetto che gli puoi fare; se invece è ridotto come te e Silvana sta cacciando balle, allora è logico che gli fa piacere vederti. Del resto, poi, tu puoi tornare qui a casa e nessuno ti tocca, lui, invece, deve rimanere là con mia sorella e tuo padre e ti assicuro che ogni singola occhiata che ti dà gliela fanno purgare. Quindi, in fin dei conti si becca una lezioncina coi fiocchi sulle conseguenze a lungo termine delle cazzate che si fanno." Concluse stringendosi nelle spalle.
Da cinereo che era, il viso di Beatrice si fece ancora più pallido. Non aveva minimamente pensato alle conseguenze su di lui. In un modo o nell'altro, aveva ragione lei, l'avrebbe ferito. D'improvviso non seppe più che fare. Isabella la fissava in attesa, con il capo inclinato, come fosse già in ascolto.
"Allora, vai o no?" Beatrice guardò di nuovo la banconota che teneva in mano. Poteva salire su un autobus, con quella, scendere alla fermata sulla via grande e arrivare da lui in un'ora. Poteva farlo. Poteva almeno rivederlo un'ultima volta, sentire dalla sua voce quale fosse la verità. La zia diceva che Dario si vergognava di lei. Immaginò la sua espressione, nel vederla così, se questo fosse stato vero. Il senso di colpa che avrebbe provato. L'imbarazzo. Vide nella sua mente, fin troppo chiaramente, i suoi occhi che la evitavano, le mani affondate nelle tasche. Ma non poteva essere vero. Sarebbe stato felice di vederla, l'avrebbe abbracciata, stretta al suo petto. Il solo pensarlo le fece dolere il cuore. E, ancora una volta, sua madre aveva ragione. Nè la zia né suo padre l'avrebbero picchiato come aveva fatto Lucio, ma certo gliel'avrebbero fatta pagare. Perché lui sarebbe rimasto lì, di questo era cosciente, fino al ritorno di suo padre. Se avesse voluto andarsene, l'avrebbe fatto da tempo e una cosa del genere lei la sarebbe venuta a sapere.
Isabella la guardava combattere contro se stessa. Provava pena, per lei, comprensione. Sapeva cosa stava passando, riusciva ancora a ricordare fin troppo bene la sensazione di assoluta impotenza che si prova nel rendersi conto che quello che il cuore desidera, anzi, vuole, anzi, di cui ha assoluto, totale bisogno, semplicemente, non si può avere. Doveva uscirne da sola, o non ne sarebbe uscita mai. Per quanto doloroso fosse, non poteva aiutarla, se voleva vederla star bene, prima o poi.
Dopo parecchi minuti, Bea le riconsegnò la banconota e risalì le scale, lentamente, come una vecchia. Isabella riflettè che, tolto il momento in cui quella bestia di Rodolfo se l'era scollata di dosso senza dirle nemmeno una parola, non l'aveva mai vista piangere. Non sapeva se questo fatto dovesse destare in lei ammirazione o preoccupazione. La seguì di sopra, decisa a non perdere l'occasione per spronarla a reagire.
"Allora che fai, resti qui?"
"Si."
"E come mai? Pensavo che non vedessi l'ora." Beatrice non le rispose. Isabella rincarò la dose. "Allora, questo fantastico Dario, questa perla rara, non lo vogliamo rivedere?"
"Piantala."
"Non credo proprio che tu sia nella posizione di darmi ordimi in casa mia. Piuttosto, dimmi, tu cosa credi? A quello che dice tua zia o che lui si sciolga d'amore per te in giro per casa?" Beatrice mormorò qualcosa di inudibile. "Cosa?"
"Ho detto che non lo so!" Le gridò contro. Isabella si sputò mentalmente nelle mani. Bene. Iniziava a scaldarsi. Era ora.
"Allora sei più stupida di quel che sembri dalle pagelle. È un uomo. Finita scopata, finito amore. Ci scommetto quanto ti pare che ha già qualcuna nel letto. Del resto, è anche bellino, da vedere."
"Sta zitta, ti avviso."
"Perchè se no? Cosa vuoi fare? Guarda che lo so che ti brucia, ma ti brucia perché in fondo sai che è vero. È passato più di un anno, Beatrice. Sedici mesi. Non mi pare di averlo mai visto sotto la tua finestra, né di avervi sentiti parlare al telefono, né di averti visto leggere una sua lettera. Neanche un bigliettino di auguri per il tuo compleanno ti ha mandato. O no? Hai il coraggio di negare anche questo?"
"No."
"Brava. E dimmi, secondo te per quale motivo? Insomma, suo padre dal carcere riesce a telefonare a casa, oh, dal carcere, non dalla riviera, e lui non ce la fa a chiamare qua? Siamo seri? Dai, arrivaci. Fammi questo favore."
"No! Cosa vuoi, tu? Perché ti ci accanisci tanto?"
"Perchè lo sapeva, quel cretino disgraziato, che finiva così. Lo sapeva e se n'è sbattuto, perchè, perdonami figlia mia, tu tenevi le gambe aperte!"
"Smettila! Dario non è cosi! Non è vero!" Ormai Bea urlava e parecchio. In piedi, a gambe larghe e pugni stretti, sembrava pronta ad uno scontro fisico. Isabella respirò. Finalmente sembrava viva e presente a se stessa.
"No, cosa dico, lui non è così. Non lo sapeva, che stava facendo uma cosa proibita."
"Lo sapevo anche io."
"Giusto. E io ti ho fermata non meno di quattro volte mentre cercavi di metterti in contatto con lui, mi pare. O sbaglio? Sveglia, ragazzina. Eri tu quella innamorata. Non lui."
"No!"
"Si! Ed è ora che ci sbatti il naso! Non ti ama! Lo vuoi capire? Si vergogna di te! Ti ha mollata! E crepare fame  facendo la parte dell'eroina tragica non cambia il fatto! È adulto, maggiorenne, ha una macchina sua, porca troia, e non venirmi a dire che se non è già venuto a prenderti ci può essere un altro motivo! Non gliene frega un cazzo di te! Sei solo quella cazzata imbarazzante che ha fatto da ragazzino e basta, per lui."
Isabella guardò la figlia crollare, come un fagotto di stracci, di fronte ai suoi occhi. Sapeva di non essere stata meno falsa di sua sorella, ma non ne provava alcun rimorso. Sapeva anche che non c'era nessuna possibilità per quei due. La famiglia di lui non l'avrebbe mollato, a qualunque costo, e non voleva fare di sua figlia una reietta. In famiglia, una sola era sufficiente.
La lasciò sfogare, si lasciò prendere a male parole. Solo quando lei cercò di chiudere la porta, la fermò,  minacciandola di staccarla dai cardini. Nella sua casa, le porte rimanevano aperte. Aveva già accettato un'eccezione per le sporadiche visite di Rodolfo e non era disposta a concedere altro.
Quella sera, non la costrinse a scenderena cena.
Mangiò sola e si ritirò nel salotto, a guardare la televisione,  mentre aspettava di vedere come se la sarebbe cavata. Faceva il tifo per lei, con tutto il cuore, ma non poteva fare altro.
Si addormentò così, addossata alla spalliera del divano, con lo schermo che spandeva luce azzurrina nella stanza buia, per risvegliarsi di colpo poco prima della mezzanotte.
Aveva sentito un passo leggero. Seguì sua figlia, silenziosa come un'ombra, e la vide entrare in cucina.
'Vuoi vedere che non campa d'aria, in fin dei conti?' Pensò sorridendo fra sé. Fece per tornare in salotto, non aveva intenzione di farla vergognare scoprendola intenta a mangiare di nascosto, quando la vide aprire il cassetto sbagiato. Era il cassetto dove Isabella riponeva i lunghi coltelli che raramente le occorrevano in cucina. Le si mozzò il fiato e sperimentò un istante di orripilata parlaisi vedendola alzare il più affilato, una sottile lama per disossare, all'altezza del collo. Partì a passi silenziosi dalla porta, attenta a non farsi vedere, a non spaventarla, cercando di essere il più veloce possibile, sentendosi lenta, come in un brutto sogno.
Non riuscì ad arrivare prima che lei, rapida e decisa vibrasse il colpo, e le sfuggì un verso strozzato, che fece girare Beatrice con un sussulto stupito. La sua lunga treccia scura giaceva a terra, come una cosa morta, e i suoi capelli, brutalmente scorciati, pendevano in disordine. Piangeva.
Posò il coltello sul ripiano.
"Erano suoi. Suoi di lui." Sussurrò con uma piccola voce tremante.
Isabella la prese per le spalle e le assestò due schiaffi di puro spavento, a cui le reagì iniziando a singhiozzare.
"Non farmi mai più prendere una paura del genere! Mai più! Mi hai sentito?" Le gridò in faccia. Beatrice piangeva ora senza alcun ritegno, con gli occhi strizzati e il petto che sussultava e Isabella se la strinse contro, ricordando le lunghe notti insonni seguite alla sua nascita. Le risalirono alle labbra, spontanee, le stesse sciocchezze che le diceva allora, quando la cullava nell'appartamento vuoto, poco più grande di quanto lei fosse ora, chiedendosi come fosse arrivata a quel punto.
"Sst, sst, buona bambina, la mia brava bambina, calma, calma, brava." Le ripeteva senza fermarsi. Piano piano, il piano di Beatrice si aquietò rompendosi in singhiozzi isolati.
"Mamma..."
"Dimmi, cosa c'è?"
"Aiuto. Aiutami." Senza smettere di abbracciarla, Isabella le accarezzò i ricci mutili e disordinati.
"Certo che ti aiuto, amore mio, certo che la mamma ti aiuta." Le sussurrò piano.

mercoledì 23 luglio 2014

7

La luce entrava piena dalla finestra della stanza, che non era velata da tende, quando Beatrice si svegliò. Fu un risveglio lento, graduale, che la condusse alla superficie senza bruschi strattoni, lasciando che tornasse a percepire se stessa e ciò che la circondava poco poco.
Si sentiva avvolta in un abbraccio morbido, accogliente, e fu il suo odore ad accoglierla nel nuovo giorno insieme al ritmo del suo respiro. Erano allacciati nell'intreccio di braccia e gambe di sempre, come non fosse passato nemmeno un giorno senza che accadesse, e questo la fece sorridere. Nel sonno, il viso di Dario era tanto simile a quello del suo ricordo da non lasciare spazio ad alcun dubbio. Si domandò come avesse potuto dubitare di lui, mentre sgusciava fuori dal letto, badando di non svegliarlo. Non le fu difficile, l'aveva fatto tante volte, in passato, con in aggiunta l'ingombro di quella enorme massa di capelli che portava allora.
Raggiunse la cucina e aprì gli scuri per lasciar entrare la luce. Si vestì con gli abiti che trovò sparpagliati per la stanza, benedicendosi per il proprio inveterato disordine, che le permetteva di farlo senza dover rientrare in camera da letto, e poi entrò in bagno.
L'immagine nello specchio era quella di una donna graziosa, che appariva più giovane dei suoi anni, dalla pelle liscia e il naso corto e schiacciato, con grandi occhi lanceolati, dell'identica forma di quelli di lui, che, ancora gonfi di sonno, le rimandavano uno sguardo giallastro.
Era 'nocciola', l'aveva imparato anni prima, il nome di quel colore, ma quando la luce era molta, come quel mattino, apparivano gialli davvero. Si passò le dita aperte fra i capelli corti, che, al solito, sembravano incuranti delle leggi della fisica e pensò con astiosa nostalgia a quanto apparisse grazioso ed ordinato, quel taglio a caschetto, nel negozio del parrucchiere appena un paio di settimane prima. Scrollò le spalle.
'Chi si contenta gode'. Si disse.
Ritornò in cucina per sbrigare alcune faccende. Anzitutto, doveva chiamare al lavoro. Che Dario facesse quel che più gli aggradava, ma lei quel giorno non se la sentiva proprio di rinchiudersi all'archivio. Per quanto amasse i libri, quelli che nella sua mente si ostinava a chiamare i suoi libri, ricavando un senso di possesso dall'aver restituito loro la voce dopo centinaia di anni di silenzio, quel giorno era tutto per lei. C'erano state emozioni, e tante, che voleva smaltire con una giornata di pace.
'Certo' riflettè mentre apriva gli sportelli uno dopo l'altro, richiudendoli tutti dopo un breve ispezione 'se lui resta qui, mi sa che la pace me la posso scordare. Tante belle cose si possono dire di lui, ma non che sia un portatore di pace.'
Poverino, non era nemmeno colpa sua. I guai, e del tipo peggiore possibile, sembrava attirarli come i magneti attirano il ferro. Scrollò la testa delusa. Non c'era praticamente nulla da mangiare,  in quella casa. Sicuramente nulla che potesse essere usato per una colazione. Del resto, per lei la colazione consisteva abitualmente in un paio di tazze di caffè nero e quante più sigarette era in grado di fumare sulla strada per il lavoro.
Scrisse rapidamente un biglietto per Dario e lo lasciò sul tavolo, dove potesse vederlo, prima di uscire frettolosamente di casa. Tornò carica di buste di cibo, per scoprire che lui stava ancora dormendo beatamente, con le braccia rovesciate sugli occhi.
Beatrice si strofinò le labbra con la punta delle dita.
'Come se non fosse passato neanche un giorno'. Pensò. Ritornò in cucina per fare la sua telefonata, accostando la porta.
Quando Dario si svegliò, la prima cosa che lo colpì fu la luce. Sulle prime, rimase disorientato. Lui dormiva, da ormai molti anni, solo se avvolto dal buio più totale, con le finestre chiuse e ben oscurate da tende pesanti. Sussultò,  colpito in pieno viso dalla piena luce solare e sbattè malamente la testa sulla testiera di ferro battuto del letto. A quel punto gli fu tutto chiaro.
'Stupido letto da nani!' Pensò massaggiandosi il cranio. Posò i piedi a terra e si stirò a lungo, voluttuosamente. Si sentiva straordinariamente riposato, per aver dormito tanto poco. Si rivestì prima di andare in cucina, dove la sentiva muoversi. Non sopportava di portare addosso i vestiti di un altro uomo, di uno dei suoi uomini. Preferiva i vestiti del giorno prima. Abbottonò la camicia e la infilò nei pantaloni, chiudendoli rapidamente. Non portava cintura. Non la portava mai.
Sedette al tavolo della cucina, dove Bea, appollaiata su una sedia, stava col viso affondato in un pesante tomo dall'aria seriosa.
"Buongiorno." La salutò, toccandole appena la mano con la punta delle dita. Non sapeva bene come comportarsi, dopo la notte prima.
Lei si alzò ed iniziò a portargli la colazione, posandogliela di fronte, sul tavolo.
"Lascia, non mi piace essere servito." Disse Dario alzandosi.
"Ah, si? E da quando?"
"Da un sacco di tempo. Dove tieni i piatti?" Seguì la direzione indicata dal suo dito e ne prese uno dal pensile, posandolo sul ripiano per riempirlo di cibo. Chinandosi, sbattè la testa sull'anta del mobile e gli sfuggì un'imprecazione. "Fottuti mobili da nani! Ma c'è un negozio speciale, dove li andate a comprare?"
"Vorrei farti notare che io sono di altezza media. Sei tu lo spilungone, sai?"
"Seh, seh, di altezza media...come no?" Bea lo guardò con i pugni sui fianchi.
"La piantiamo con questa storia? Sono un metro e sessanta! Sono normale, io! Non sono io quella che deve essere presa in giro!"
"Perchè,  vuoi prendermi in giro?"
"Non serve. Ci ha già pensato la natura! Stupido spilungone." Dario sorrise e la abbracciò. Era bello, sentirsi a casa.
Passarono qualche ora a chiacchierare delle loro vite e dei loro problemi, e ad un certo punto si trasferirono sul vecchio divano dalla parte opposta della stanza, prima che il cellulare dentro la cartelletta nera si mettesse a squillare. Dario lo ripescò e fece una smorfia colpevole.
"Cazzo, mi sono dimenticato di chiamarlo..."
"Chi?"
"Lavoro. Il nostro responsabile delle risorse umane è un rompicoglioni." Rispose in fretta prima di ricevere la chiamata. "Buongiorno. Lo so. Lo so, non serve che tu ti faccia venire una crisi isterica. No, sono...diciamo in vacanza?" Bea ascoltava affascinata la metà della conversazione che poteva sentire, divertendosi ad immaginare l'altra metà. "Senti, no. Ho detto che sono in vacanza, in ferie, mettila come ti pare a te, non sono in servizio. Chiaro? Non lo so." A quell'ultima risposta la persona all'altro capo del telefono reagì con tanta veemenza che perfino lei riuscì ad udirne la voce. "Ah. Ecco, si, questo potrebbe essere un problema. Senti...ecco, sai cosa facciamo? Me li mandi qui. Tu me li spedisci, casomai per corriere, e io te li rimando firmati. Okay? Così ti quieti, razza di suocera che non sei altro?" Volse gli occhi verso Bea, stringendosi nelle spalle in un gesto di scusa e lei gli fece cenno di procedere. Non le importava che lui ricevesse lì dei documenti. Le andava bene, se questo fosse servito a far tacere quel maledetto telefono.
La chiamata finì.
"Mi dispiace, ma ti giuro che quando ci si mette è insopportabile. Arriverà un plico, nel pomeriggio. Ah, e non ti ho detto chi..." si interruppe bruscamente a metà frase.
Beatrice lo guardava con un'espressione particolare, protesa in avanti verso di lui, con le labbra ppena socchiuse. Non gli era mai parsa tanto bella, con quel viso dai tratti delicati e regolari che si volgeva al suo, fiducioso, e il seno, rimpicciolito dalla magrezza eccessiva, che si intravedeva appena dalla scollatura.
"Non mi hai detto chi?" Ripeté lei invitandolo a terminare.
"Bea, posso baciarti?" Lei gli sorrise.
"Un uomo grande e grosso come te dovrebbe essere in grado di scoprirlo da solo." Gli rispose.
Dario lasciò scivolare la mano dietro la sua nuca e la attirò a sé, senza trovare alcuna resistenza. Quando le loro labbra si aprirono, per scambiarsi un vero bacio, non riuscì a trattenersi dall'accarezzarla, temendo di essere respinto, sentendo che così non sarebbe stato.
Beatrice assaporò quel bacio, senza fretta, godendosi il momento. Come sempre le era accaduto, non sapeva dove volesse arrivare. Lasciò decidere al suo corpo e, quando il suo corpo decise che rivoleva indietro Dario, che lo voleva almeno una volta, ma senza mezze misure, non ebbe alcuna esitazione.
Posò le mani sulle sue spalle e scivolò a cavalcioni sulle sue gambe, ricominciando a baciarlo. Sapeva benissimo come ottenere ciò che desiderava.
Dario seguì incredulo il suo movimento deciso e sentì il peso leggero di lei, poco più di quello di una bambina, piovergli addosso come una benedizione. Era da molto tempo che non si ritrovava in quel genere di situazione,  o, almeno, a lui sembrava molto tempo.
Le loro mani, come dotate di volontà propria, iniziarono a scivolare sopra e sotto i vestiti. La lingua sottile di Bea tracciò il contorno delle labbra di lui, soffermandosi appena sulla cicatrice che le segnava, in una provocazione che un tempo le era stata abituale e che le venne spontanea, pur non avendola mai usata su nessun altro uomo.
Era un ritrovarsi, un riscoprirsi, che richiedeva tempo, nonostante le proteste dei loro corpi affamati, ed entrambi, percependolo, cercarono di mantenere la calma il più possibile.
Dario scivolò più in basso sul divano, per permetterle di baciarlo con suo agio e lei inziò a sbottonargli la camicia, lentamente, dolcemente.
Lui la fermò, ad un certo punto. Non voleva che vedesse, non ancora, non era pronto a questo, ma lo era per tutto il resto. Più che pronto, gli sembrava di impazzire, tanto la desiderava.
I vestiti iniziarono a cadere, i loro corpi a muoversi all'unisono, precorrendo ciò che stava per accadere, promettendo, pregustando. Alla fine, Dario si tolse la camicia, desiderando il contatto con la pelle di lei.
Beatrice guardò affascinata il largo tatuaggio nero che gli spiccava sul petto, incongruo. Era la forma di una mano, in alto, sul cuore. Senza dire una parola, Dario prese la mano di lei e ce la posò sopra. Combaciavano alla perfezione. Rimase un attimo immobile, attendendo la sua reazione, senza sapere quale sarebbe stata. Lei lo respinse all'indietro ed iniziò a baciargli la gola ed il petto, provocandogli un'onda di piacere. La strinse, toccò il corpo che gli era stato tanto familiare, sentendo il delicato rilievo delle costole premergli sulle dita, pensando che era davvero troppo magra, pensando che era splendida,  pensando che la voleva.
Beatrice fece scorrere i palmi sul torso nudo di lui, registrando in un angolo della mente ogni differenza, la sottile linea di peluria bionda che gli percorreva il petto, la lieve rotondità dei fianchi che solevano essere magri e  diritti come il legno, e desiderando pazzamente di gustare la sua pelle, di provare di nuovo la sensazione inebriante della sua consistenza sotto i denti, il suo sapore sulla lingua.
Al primo morso, entrambi abbandonarono i buoni propositi ed iniziarono a fare sul serio.
Con un movimento elastico, Bea si allungò per raggiungere il mobiletto accanto al divano e gli passò un preservativo.
Suonò il campanello.
"Fregatene, non aspetto nessuno." Sussurrò lei. Si concessero ancora qualche bacio, le mani di lui che le stringevano il seno.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta, era quello della porta di casa. Si guardarono interdetti per un lungo istante, prima che bussassero alla porta.
"Oh? Di casa?"
Dario si premette le mani sugli occhi, in un gesto esasperato.
"No, lui no, dio ti prego, cosa ho fatto di male?"
"Lui chi?"
"Oh, cerco il dottor Malatesta. Aprimi, testa di cazzo. Ti sento parlare."
Beatrice si rivestì in tutta fretta e scavalcò la spalliera del divano per arrivare alla porta, mentre Dario, pur con tutta la sua buona volontà, era arrivato appena ad allacciarsi i pantaloni. Spalancò la porta, pronta a prendere a male parole chiunque li avesse interrotti e si bloccò,  stupita.
"Andrea?" Lo fissò,  senza invitarlo ad entrare. Poi si volse verso Dario che guardava oltre la spalliera del divano con aria astiosa. "È Andrea. Andrea Vasirani."
"Lo so."
"Buongiorno, Bea. Quanto tempo, eh?"
"Mi chiamo Beatrice." Lo rimbeccò meccanicamente lei, tornando subito a rivolgersi a Dario, che si stava alzando dal divano. "Perchè c'è Andrea Vasirani sulla mia porta?"
"Ti ho portato i documenti, coglione. Ci voleva meno tempo che col corriere."
"Io ti odio, lo sai, si?" Gli chiese Dario infilando la camicia. Gli occhi di Andrea si dilatarono.
"Hai un tatuaggio! Tu! Da quando hai un tatuaggio?" Beatrice indietreggiò dalla porta, pemettendogli di entrae e la richiuse alle sue spalle. Dario si era avvicinato al tavolo e si accese una sigaretta, appoggiando poi le spalle al sottile spicchio di muro accanto alla porta finestra aperta.
"Da quando avevo ventiquattro anni. Si può sapere cosa fai qui?"
"Tu fumi?" Dario chiuse gli occhi irritato.
"Si, sono tatuato, fumo e bevo abitualmente superalcolici, vuoi sapere altro?" Andrea lo fissava stranito. Fece per posare sulla spalliera del divano, accanto a lui, il plico di documenti che teneva in mano e scorse il preservativo, ancora incartato, sul sedile. Lo guardò ironico.
"Ho interrotto qualcosa?"
"Si." Gli rispose seccamente Beatrice, dandogli le spalle per andare alla cucina. Un momento di silenzio seguì quell'unico monosillabo. "Te lo chiedo ancora una volta: cosa ci fa Andrea Vasirani a casa mia, Dario?"
"Ecco, quando ci siamo interrotti, ti stavo giusto per dire che è lui il responsabile delle risorse umane dell'azienda per cui lavoro."
"Ma che carini. Sempre insieme, come Pinco e Panco, allora?" Dalla voce di Beatrice emergeva chiara tutta la rabbia che provava. Non solo era stata interrotta bruscamente mentre stava per avere qualcosa che desiderava da dodici anni, ma d'improvviso la porta di casa sua sembrava essere diventata una sorta di macchina del tempo, che rigurgitava impazzita, nella sua sala con angolo cottura, tutte le persone di cui aveva scritto negli ultimi mesi. Mentre accendeva il fornello sotto la macchinetta del caffè e si girava per fronteggiare la situazione, si augurò spazientita che, al prossimo suono del campanello, non le apparisse davanti tutta la famiglia al gran completo.
Andrea fissava Dario con aria censoria, mordendosi le labbra. Il suo volto era incredibilmente serio. Dario ricambiava il suo sguardo con aria interrogativa, fumando lentamente, senza muoversi.
"Oh, mezzogiorno di fuoco! In più di dieci anni ancora non l'avete finita di giocare a cane e gatto?" Li apostrofò lei tagliente. "Dov'è il problema, Vasirani, si può sapere?" Andrea prese fiato, gli angoli della bocca volti verso il basso, con aria di profonda disapprovazione, e si rivolse a Dario.
"Tu sei un uomo sposato." Gli disse severo.
"Separato." Puntualizzarono entrambi, Dario e Beatrice, all'unisono. Le sopracciglia di Andrea si sollevarono all'istante.
"Ah. E da quando?" Dario sbuffò irritato.
"Da un anno e mezzo. Da quindici mesi, se proprio vuoi saperlo, e tre settimane. Anzi, fanno tre settimane domani. Contento adesso? Vuoi sapere come vado di corpo, se piscio in piedi o seduto, dimmi, Vasirani, sfoga finalmente la tua curiosità!"
"Un anno e mezzo? E non hai detto niente a nessuno?"
"Cosa vuol dire che non ho detto niente a nessuno?" Si inalberò Dario "l'ho detto al mio avvocato, ai miei e a quella con cui ero sposato! A chi lo dovevo dire, al fruttivendolo, che mi volevo separare? Ma sei scemo o ci fai?" Andrea si sedette sul divano. Era sinceramente perplesso. Era arrivato a quell'indirizzo aspettandosi di riportare Malatesta al lavoro, magari di doverlo convincere, magari di vederlo abbattuto per quello che gli aveva mostrato un paio di giorni prima, e già leggendo il nome sul campanello si era sentito turbato. Aveva pensato di essere capitato sulla scena di um chiarimento, di una riappacificazione familiare, ed invece aveva trovato quella che per lui era sempre stata la persona più piana e prevedibile della terra che stava per fare sesso con la cugina come fosse un ragazzino in fregola, tatuato e per di più con una sigaretta in bocca. Era come veder crollare le certezze di una vita. Lo guardò ed eccolo  lì, camicia aperta, strafottente, che lo fissava con un accenno di sorriso agli angoli della bocca. Lui lo sapeva, cosa stava pensando, ci avrebbe scommesso.
"È pronto il caffè. Sbrigatevi a prendervene un po' o altrimenti lo bevo io." Ringhiò Beatrice di malagrazia. E anche lei era ben diversa da quel che Andrea aveva immaginato leggendo le pagine che poi aveva mostrato a Dario. L'aveva creduta fragile, disillusa, cambiata, ed invece eccola lì, sempre pronta a difendere il cuginetto, aggressiva, ancora con quel lampo di sfida negli occhi che le ricordava dai tempi del liceo, anche più bella, ora che si era fatta donna. Scosse la testa e si avvicinò al tavolo, sedendosi insieme a loro, con un senso di irrealtà che gli ronzava in testa.
"Oh, riprenditi, dai, sembra che tinsia morto il gatto! Non credevo di essere tanto importante, per te, rompipalle." Lo canzonò Dario.
"Quindi, dopo che ti ho fatto vedere il blog..."
"Ah, te l'ha fatto vedere lui?" Chiese Bea incuriosita. Dario annuì e le toccò la mano. Gli sembrava di non poter fare a meno di toccarla, ogni poco.
"Sono venuto qui." Terminò lapidario. Prese la tazzina che Bea gli porgeva e la mise davanti ad Andrea. In um certo senso era quasi commosso, dal suo essere venuto a cercarlo. Non se lo aspettava.
"E voi vi siete, come...rimessi insieme?" Risposero entrambi nello stesso tempo.
"Beh..." iniziò Bea
"Si." Affermò Dario. Si guardarono.
"Va bene, ho capito, dovete ancora mettervi d'accordo. Senti, dì,  ci sono altre cose che non so di te?"
"Eh, ovvio. Cioè, non è che io ti sia mai venuto a raccontare i fatti miei, dai, siamo sinceri. Piuttosto, sul serio, cosa ci fai qua?" Fu la volta di Andrea di inalberarsi.
"Cosa cazzo vuol dire cosa ci fai qua? Prendi su a metà di una giornata di riunione, sparisci, mi dici che telefoni per dare direttive e non telefoni, ti cerco e mi vieni a raccontare che sei in ferie, così, a cazzo, in ferie, tu, che non hai saltato un giorno di lavoro in cinque anni, e quando ti chiedo quando torni mi rispondi 'non lo so'. Non lo so. Ti rendi conto?"
"Va beh, dai, non ci avevo ancora pensato..."
"Ma porca puttana, Malatesta, io ti conosco da diciassette anni e non ti ho mai sentito rispondere 'non lo so' a niente! È una delle certezze della vita! Sei l'unica persona al mondo che si segna in agenda la pausa caffè! E mi rispondi 'non lo so'! Mi sono preoccupato, va bene? Pensavo che ti fosse venuta una depressione, un crollo, che ne so? Che ti avesse finalmente dato di volta il cervello!" Dario lo guardava in silenzio, quasi ritraendosi fisicamente dalle sue parole. Solo alla fine del discorso un lieve colore rosato gli si spanse sul viso.
"Va bene, mamma. Scusa. Sto bene, okay?" Solo a quel punto Andrea li guardò e si rese conto che lo fissavano entrambi attoniti. Fu Beatrice a rompere il silenzio. Con una risata che le si nascondeva in fondo alla voce domandò:
"Ma state insieme, voi due, o cosa?" A quel punto anche Dario prese prima a ridacchiare, poi a ridere francamente.
"Certo che me l'ero quasi dimenticato, quanto siete simpatici, voi due messi assieme." Brontolò cupo Andrea.
"Dai, Andrea, non ti arrabbiare..." riuscì a dire Bea mentre rideva.
"Si, dai, davvero!" Rincarò Dario, cercando una parvenza di serietà. La mantenne molto poco, scoppiando nuovamente in una risata sussultante.
Con un mezzo sorriso che, suo malgrado, non riuscì a trattenere, Andrea si alzò per recuperare i documenti che aveva portato con sé.
"Dai, poco di buono, che c'è da lavorare!" Disse tornando al tavolo. Istantaneamente,  come rispondendo ad un riflesso condizionato, Dario si ricompose e si raddrizzò sulla sedia.
Bea riflettè che era bello rivederli insieme, dopo tanto tempo. Che c'era qualcosa di toccante, nel modo in cui erano legati, quasi senza rendersene conto. L'espressione concentrata di lui, mentre sfogliava i documenti, la intenrì, riportandola ancora una volta, l'ennesima, indietro con la memoria. Si alzò in piedi, sapendo, per esperienza, quanto fosse inutile rimenere nei paraggi quando il lavoro assorbiva la sua attenzione. Forse, dopotutto, avrebbe potuto concedersi qualche attimo di pace, per riordinare i pensieri, e, chissà, magari più tardi avrebbero potuto riprendere ciò che il campanello aveva interrotto.
Toccò appena la spalla di Andrea, ancora divertita e irritata dalla sua intempestiva entrata in scena.
"Per quanto ne avete, qui?" Gli chiese sottovoce.
"Ah, boh, bisognerebbe chiedere al grande capo, qui." Bea scosse la testa, insofferente alla sua ironia come lo era sempre stata.
"Dario? Dario?" Attese che lui alzasse la testa prima di parlargli. "Sto uscendo a fare due passi. Dimmi quanto ci metti, così so quando rientrare." Lui valutò con occhio critico lo spessore del plico.
"Paio d'ore?" Mugugnò interrogativo. Bea annuì ed entrò in camera per mettersi qualcosa di più fresco. La giornata si stava scaldando rapidamente.
Prima di uscire, pescò un esile mazzo di chiavi dalla ciotola accanto all'ingresso e le posò sul tavolo.
"Nel caso doveste uscire." Disse. Sapeva che almeno Andrea l'aveva sentita e, da quel che aveva visto, si sentiva abbastanza tranquilla a lasciarli soli.
'Dopotutto, non sempre il tempo rovina le cose' riflettè fra sé scendendo le scale 'a volte, a quanto pare, le aggiusta anche.'
Le lunghe camminate erano diventate un'abitudine per lei, negli ultimi anni. Quando camminava riusciva senza sforzo a lasciar scorrere i suoi pensieri, permettendo loro di mescolarsi e trovare un ordine da soli, senza interferire. Quasi sempre, aveva su di lei l'effetto di um calmante, immergersi in qualche fantasia o ricordo mentre i suoi piedi la portavano in giro e, spesso, perdeva il senso del tempo facendolo.
'Non importa' pensò accogliendo la luce e l'aria dell'esterno con gratitudine. 'Non credo che se ne andrà.'