Gregorio non si fece vedere a scuola per i successivi tre giorni ed ogni vostro tentativo di contattarlo andò a vuoto.
Quando finalmente rientrò, mi raccontasti decisamente costernato che sembrava non volere avere più a che fare con te.
"Ho provato a fermarlo per parlargli, ma mi rispondeva a monosillabi, sai 'si', 'no', 'mm'. Non ha tirato fuori mezza parola...vorrei sapere cosa gli ho fatto." Eri sinceramente addolorato del suo atteggiamento. Gregorio era sempre stato il tuo favorito, il tuo cocchino, quello con cui parlavi e ti confidavi di più, mentre Vittorio ricopriva il ruolo del fratello minore, pur avendo la tua stessa età, quello da guidare e consigliare.
"Dario, se ci ha visti, la sera della partita..."
"Se ci ha visti cosa vuoi che cambi? Ne parliamo, gli spiego un po' la situazione, imsomma, Vitto lo sa già, e hai visto che non è successo niente!"
"Dario, con che mano scrive Greg?"
"È mancino, perchè?" Mi fissasti un attimo. "No, Bea, non è possibile. Non lui. Me l'avrebbe detto, se avesse avuto intenzione di farti la corte o roba così. L'avrei saputo prima di te."
"Senti, fammi solo il favore di parlargli di questa cosa, va bene?"
"E come dovrei fare, secondo te? Te l'ho detto che praticamente non mi parla!" Mi spazientii. Sembravi non afferrare la gravità della situazione.
"Non venirmi a raccontare che non hai modo di costringerlo."
"Bea, è un mio amico. Non posso mica sbatterlo al muro e prenderlo a schiaffi finché non mi dice quel che voglio sapere!"
"Si che puoi! Lo fai con gente che nemmeno se lo merita, con dei bamboccini che sono la metà di te, no? E allora puoi farlo anche con lui. Dario, porca puttana, te ne rendi conto che se è stato lui a scrivere quella pila di cazzate può anche decidere di metterci mei guai, se ci ha visto? Neanche Vittorio si fida di lui, ci sarà un perchè!"
"Senti, mi dispiace dirlo, ma secondo me Vitto è solo un po' invidioso. Insomma, sai, capita."
"Dario, ti prego, ti scongiuro, parlaci! Fallo per me, per farmi contenta." Rimuginasti un attimo, sporgendo le labbra, sulla mia richiesta.
"Senti, ci provo ancora, va bene? Ma se non vuole parlarmi, non pensare che mi metta a litigarci. È fuori discussione." Avevo le lacrime agli occhi dalla rabbia.
"Ti giuro che se passiamo un guaio per colpa di quel ciccione puzzolente, quando ho finito di prendere a sberle lui passo da te. È la volta che scopri cosa vuol dire farsi picchiare da una donna!" Stavo alzando la voce e tu avevi preso un'aria allarmata.
"Oh, calmati!"
"Calmati un gran bel cazzo! Sei un deficiente, a farci correre un rischio del genere per paura che non ti parli più l'amichetto del cuore! Vai al diavolo tu e anche lui!" Uscii dalla tua stanza a grandi passi, sbattendomi la porta alle spalle.
In fondo al corridoio, oltre la porta di tramezzo, mio padre si era sporto fuori dal suo studio.
Mi venne incontro, vedendomi in lacrime.
"Piccoletta, cosa succede?"
"Succede che hai un nipote cretino, un minus habens se mai se ne è visto uno al mondo!" Ringhiai stizzita. Mi aspettavo che mi consolasse, invece apparve divertito della mia rabbia.
"E cosa avrebbe combinato per ricevere questa tremenda condanna?"
"Niente. Cose nostre." Borbottai asciugandomi le guance coi palmi.
"Problemi seri? È qualcosa che dovrei sapere?"
"No, papà. C'è un suo amico che mi sta dietro e io lo odio. Gli ho chiesto di parlarci, per togliermelo di dosso, e lui non vuole. Tiene di più ai suoi amici che a me, quel brutto stupido imbecille!" A quel punto, mio padre si mise francamemte a ridere.
"Dai, sono sicuro che te la cavi anche da sola. Di certo sei capace di parlare chiaro. O sbaglio?" Annuii. Avrei voluto che almeno mio padre si premurasse di difendermi, ma sembrava averla presa in scherzo, quindi, sentendo che iniziavo ad irritarmi anche con lui, ripiegai nella mia stanza.
Sapevo che, volendo, avrei potuto convincerti a fare quasi qualsiasi cosa. Mi sarebbe stato sufficiente fare leva sul tuo istinto di protezione o, nel peggiore dei casi, fartelo promettere in uno di quei momenti in cui il desiderio carnale aveva la meglio sulla tua ragione ed assumevi quell'aria trasognata, quasi ipnotizzata. Se ti avessi chiesto di fare qualcosa, qualsiasi cosa per me, quando eri così, se te lo avessi domandato prima di permetterti di toccarmi, l'avresti fatto. Ne ero cosciente, ma non volevo farti una cosa del genere. Era una cosa orribile da fare e lo sapevo, perchè anche io avevo degli attimi del tutto simili e non avrei voluto che tu ne approfittassi.
Ciò nonostante, riflettei a lungo su quella possibilità, seduta sul mio letto a gambe incrociate.
Sapevo quanto tu tenessi ai tuoi amici, a quegli unici due con cui ti sentivi davvero in confidenza, e capivo benissimo il motivo della tua esitazione, ma, d'altra parte, non potevo tacitare il viscerale senso di pericolo che risvegliava nel mio profondo quella persona. Sentivo, lo sentivo nello stomaco, che sbagliavi ad avere fiducia un lui e che lui di bene non te ne voleva affatto. Mi tornò in mente il dialogo che si era svolto sulle gradinate, parola per parola e rabbrividii. Se veramente fosse stato lui l'autore di quella catasta di bigliettini, avrebbe avuto ben più di un motivo per rifarsi su di noi.
La porta si aprì di uno spiraglio e ne spuntò la tua testa.
"Ancora arrabbiata?"
"Si. No. Dai, entra." Conclusi con un sospiro.
"Bea, mi dispiace tanto che tu sia arrabbiata con me. Hai ragione tu, devo farlo parlare. Insomma, sai, sei più importante tu di qualsiasi amico. Davvero. Lo faccio, va bene? Lo faccio parlare, dovessi prenderlo a sberle. Solo, per favore, non essere arrabbiata con me. Vuoi?" Mi stringeva il cuore vederti così. Avevo dimenticato di aggiungere all'elenco dei mezzi per convincerti a fare ciò che volevo quello più semplice: sgridarti. Tante e tali erano state le sgridate che ti erano piovute addosso, che avresti fatto quasi qualsiasi cosa per evitarne un'altra. Soprattutto da me. Mi sentii una persona orribile.
"Dario, senti, non voglio che finiate per litigare. Non è quello il mio intento. È che sono spaventata. Parecchio spaventata, a dirti la verità. E certe volte, quando uno ha paura..."
"Diventa cattivo. Lo so, amore, fidati, lo so benissimo. L'ho già provato."
"Sono stata cattiva con te?" Ti stringesti nelle spalle, guardando il copriletto, mentre seguivi col dito il motivo di fiori che c'era disegnato sopra.
"Hai minacciato di picchiarmi. Ci sono rimasto male." Ti abbracciai, sporgendo il busto un avanti per allacciarti le braccia attorno al collo.
"Mi perdoni? Sono molto dispiaciuta di quello che ti ho detto. Non ti farei mai del male." Annuisti, senza alzare lo sguardo.
"Lo so. Solo, Bea, puoi non urlare più con me? È possibile? Perchè mi fa stare male. Insomma, sembra che io passi metà del tempo a farmi urlare addosso, ultimamente." Mi si stava annodando la gola. Avrei fatto meglio a chiedertelo a letto, quando iniziavi a partire veramente. Almeno non ti avrebbe fatto stare male.
"Certo. Certo che è possibile, Darietto. Non urlo più. Scusa." Sciolsi le gambe e mi inginocchiai sul letto, accanto a te, continuando a tenerti stretto e posai la tempia sui tuoi capelli. Un paio di grosse lacrime di pentimento mi scivolarono sulla faccia e riflettei che quel giorno pareva che non riuscissi a fare altro che piangere.
"Dario?"
"Dimmi."
"Scusa."
"Si, va bene. Non c'è problema." Sentivo dalla tua voce che mi stavi mentendo.
"Scusami."
"Si, Bea. Ho capito, va bene."
"Se non mi scusi per davvero non smetto di piangere." Ti svicolasti dal mio abbraccio e mi guardasti in faccia. Prendesti una delle mie lacrime col pollice, tenendola in equilibrio sul polpastrello e la guardasti per un attimo, come affascinato.
"È per me, questa? Per aver urlato con me?"
"E per aver detto che ti avrei picchiato." La fissasti battendo forte le palpebre per un momento. Annuisti di nuovo, um gesto lento del capo.
"È bellissima. Te ne sei mai accorta? Di quanto siano belle, perfette, più delle gocce d'acqua? Sono più pesanti. E restano più tonde, per via di quello che c'è disciolto dentro. Sono belle davvero." Sembravi perso nei tuoi pensieri, mentre esprimevi queste considerazioni a mezza voce. Alla fine, facesti una cosa che mi apparve strana. Avvicinasti le labbra alla mia lacrima e la bevesti.
"Cosa fai?"
"Niente. La volevo."
"Ma perchè?"
"Pensavo...non lo so, che magari se mi resta dentro divento più buono anche io."
"È una fortuna che tu abbia scelto gli studi scientifici. Pensa se fossi rimasto nella superstizione." Mi sorridesti.
"Posso prendermi anche le altre? Sono per me anche quelle, no? Giusto?" Annuii e tu prendesti il mio viso fra le tue mani, volgendolo verso di te, e prendesti ogni singola lacrima che vi scorreva sopra, acchiappandole con la punta della lingua. Fu strano e dolce e perfino inquietante, a suo modo.
"Adesso sei completamente perdonata." Dicesti alla fine, guardandomi negli occhi.
La discussione con Gregorio dovette attendere ancora un paio di settimane. Lo prendesti con le buone, insistendo giorno dopo giorno con lui per recuperare il vostro rapporto e, quamdo riuscisti a parlargli di quella sera famosa, lo facesti come entrando in argomento per caso.
Ti rispose di non preoccuparti e che si era semplicemente sentito poco bene e tu prendesti per buona la sua risposta, come del resto feci anche io.
Nelle poche occasioni in cui lo incontrai di nuovo, non mi parve diverso nei miei confronti. Avremmo forse potuto intuire di più, se avessimo collegato fra loro tutti gli elementi in nostro possesso, compreso l'improvviso cessare di quei biglietti anonimi.
Solo qualche mese dopo sarei venuta a sapere che veramente, quella sera maledetta, ti aveva seguito, nascosto dall'ombra forse, chi può saperlo, per parlare con te o per vedere dove mi fossi andata a cacciare. Ti seguì e vide quello che stava accadendo fra noi, ti sentì rivolgermi parole che non era possibile fraintendere e mi sentì rispondere come ciò che ero, come la tua donna. Corse a casa e sprofondò in un cieco risentimemto che lo portò, quello davvero, a stare male.
Ma non prima di aver raccontato ogni singolo particolare a suo padre.
All'avvocato di zio Lucio, per intenderci.
Febbraio arrivò alla fine ed erano i primi di marzo, quando zio Lucio, dopo la cena, ci chiese di rimanere un attimo a tavola, per poterci parlare.
Mio padre fece per alzarsi, ma lui lo fermò con un cenno della mano.
"No" disse "tutta la famiglia. Tutta quanta." Parlava in tono sommesso, pensieroso. Era pallido come non l'avevo mai visto e grandi ombre nere gli segnavano gli occhi. Ci guardammo da sopra il tavolo, senza sapere cosa pensare e lui, con un lungo sospiro doloroso, iniziò a parlare.
"È successa una cosa." Disse in tono grave "una cosa brutta. Dovete essere forti, adesso, perchè ho bisogno che mi ascoltiate bene, fino in fondo. Perchè questo discorso voglio farlo una volta sola." Fece una lunga pausa dando tempo al freddo sconcerto che mi sgorgava dal cuore di spendersi. Ero tanto convinta che quello che stava per dire riguardasse noi due, che quasi mi feci prendere dal panico, ma tu mi facesti un cenno con la mano, un sollevarsi delle dita appena percettibile, dicendomi di aspettare. Aspettai e lui riprese a parlare.
"Lunedì sono andato a una riunione, su, in azienda. Questo lo sapete. Dovevamo parlare di come gestire una cosa che è successa." Nuova pausa. Mio padre si alzò e andò dietro la sua sedia, stringendone la spalliera con entrambe le mani. Sapevo cosa stava facendo, conoscevo quel gesto, per averlo ripetuto troppe volte durante le discussioni fra te e lo zio. Ci stava dicendo che stava dalla sua parte. Gli stava dicendo che era vicino e che non l'avrebbe abbandonato.
"Questa primavera abbiamo gareggiato per un appalto grosso. Molto grosso, una cosa pubblica. Se ci andava bene, non avevamo più da preoccuparci per il resto della vita." Sospirò passandosi le mani sul viso. "Abbiamo deciso di farla andare bene noi. Non volevamo rischiare di perdere l'affare. Allora abbiamo unto qualche ruota. Insomma, c'è questo tipo che lavora in commissione, che si sa che accetta volentieri qualche...qualche mazzetta. E in cambio fa il bello e il cattivo tempo. Ecco. L'abbiamo fatto anche noi. E abbiamo vinto l'appalto, infatti, tutto liscio fin qui. Il problema è stato dopo."
Lo zio si fermò ancora una volta, come se dovesse riprendere fiato e, certamente, così sembrava, perchè, se prima era apparso pallido, ora era quasi cinereo in viso. Non guardava nessuno, teneva la testa alta, ma guardava fisso il tavolo, davanti a sé. Durante tutto quel lungo discorso, non lo vidi mai distogliere gli occhi da quel punto.
"Siamo venuti a sapere che avevano iniziato un'indagine su di noi. La polizia. Lo sapevamo di certo, perchè uno dei mieo soci è, diciamo, molto amico con uno che lavora in polizia. Lui dice che contribuisce al suo fondo pensione, in cambio di quattro chiacchiere ogni tanto. Insomma, avevano iniziato a indagare su di noi. Abbiamo cercato di nascondere tutto. Per dei mesi, abbiamo provato a far sparire qualunque cosa che ci potesse mettere nei casini. Poi, una mattina, ci sono piombati negli uffici. Sono venuti a guardare dappertutto. Stavano facendo una cosa, una ricerca, una come cazzo si chiama."
"Una perquisizione." Era la tua voce, sottile come cristallo. Guardavi tuo padre come se non lo avessi mai visto prima.
"Si, grazie, una perquisizione. Hanno sequestrato tutti i documenti su cui sono riusciti a mettere mano, tutti quanti. E allora ci siamo trovati un avvocato. Ce ne serviva uno bravo e per fortuna io lo conoscevo. Ci ha tenuti informati su come procedevano le cose. E questa settimana ci ha detto che il tipo che lavorava in commissione, quando gli hanno fatto delle domande, ha raccontato tutto. Tutto quanto, con nomi e cognomi. Quindi a questo punto siamo nella merda. Era di questo che dovevamo parlare, alla riunione."
Tacque di nuovo, respirando pesantemente. Sollevò le mani per portarsele agli occhi, ma poi le rimise sul tavolo, dopo averle guardate, e ce le premette forte. Tremavano.
"Dovete sapere" Riprese "che lui ha visto solo me. Sono stato io a contattarlo e io a portargli i soldi. Hanno mandato me. Adesso, mi hanno fatto una proposta, i miei soci. Mi hanno proposto un affare. Se ci beccano così come stanno le cose, e ci beccano di sicuro, come ho detto, l'accusa è di associazione a delinquere." Sentii la zia trattenere rumorosamente il fiato. Zio Lucio compresse le labbra, come sopportando un dolore, e poi continuò a parlare "ma se mi faccio avanti io, solo io, e mi prendo la colpa, sono costretti a trattare la cosa come se fosse meno grave. Non si può essere un'associazione se si è da soli. Hanno detto che sono disposti a pagare, stiamo parlando di pagare parecchio, se lo faccio. Del resto, quel senza palle che ha parlato ha visto solo me e non può contraddirmi. Mi hanno proposto di accollarmi la colpa io, dichiarare che loro non ne sapevano niente e prendermi i soldi."
Solo a quel punto alzò gli occhi.
La zia si era alzata dalla sedia ed era in piedi, in fondo al tavolo, con la mano premuta sulla base della gola. Il suo viso lasciava passare solo uno spavento profondo. Tu eri seduto accanto a lui, diritto sulla schiena al punto da non toccare la sedia e lo fissavi rigido.
I vostri occhi si incontrarono.
"E tu cosa gli hai risposto?" Chiedesti.
"Gli ho risposto di si." Concluse lui. La tua reazione mi sorprese tanto da farmi sussultare. Battesti il palmo della mano sul tavolo, tanto forte da far vibrare il legno.
"No!" Esclamasti a voce alta "non puoi fare una cosa del genere! Ti rendi conto che finisci in galera, se lo fai?" Lo zio, che non pareva per nulla sorpreso o impressionato, chiise gli occhi annuendo e li riaprì solo per fissarli di nuovo nei tuoi.
"Si." Ti rispose con voce calma. Ti alzasti di scatto, con tanto impeto da rovesciare la sedia, che cadde con uno schiocco secco.
"No. Non puoi fare una cosa del genere! Adesso tu vai su da quel branco di criminali cretini mafiosi di merda e gli dici che non se ne fa niente, è chiaro? Va bene?" Stavi quasi urlando, con due chiazze rosse che ti si andavano allargando sugli zigomi e le vene in rilievo sulla fronte.
"Dario..." ti rimproverò la zia, ma tuo padre la zittì con un cenno della mano. Si alzò in piedi, fronteggiandoti e fui percorsa da un brivido di paura. Ti posò le mani sulle spalle, senza cattiveria.
"Ascolta, ascoltami bene."
"No!"
"Ascoltami. Sei un uomo, ormai. La legge dice che sei un uomo, mezza sega, giusto?" Era stanca la sua voce, stanca ma calma. Sembrava contenere tutta la pazienza del mondo.
"Lasciami!"
"Basta. Basta, smettila. Devo andare, lo capisci?" Scuotesti il capo con forza.
"No. Non è vero! Non devi! Puoi dire che non è vero!"
"E se lo faccio, finisco in galera lo stesso, ma senza soldi. E per più tempo. E in compagnia di tre persone che ce l'hanno con me. E voi cosa fate?"
"Non lo so. Troveremo qualcosa. Ci deve essere un altro modo! Trovalo! Cerca un altro modo, invece di stare qui a dire cazzate!"
"Dario, basta. Basta così." Ti disse, sempre in quel tono paziente. Fu a quel punto che ti vidi crollare. Il tuo viso, una maschera di rabbia fino ad un momento prima, si scompose in un'espressione di pena e paura strazianti. I tuoi occhi si fecero enormi, com'era successo il giorno del mio incidente. Lo zio ruotò su se stesso portandoti con lui, come in un passo di danza, per nascondere la tua angoscia ai nostri occhi.
"Papà." Dicesti a voce bassa.
"Dario, sei un uomo, ormai. Adesso ho bisogno che tu sia forte, lo capisci? Ho bisogno che ti comporti come l'uomo che sei." Ti parlava a bassa voce anche lui, muovendo le dita sulle tue spalle, quasi in una carezza. "Non lasciarmi andare via col pensiero di tua madre qua da sola, che deve badare a te. Promettimi che badi tu a lei."
"Papà, per favore..." lui strinse gli occhi, li strinse forte. Mi resi conto che stava cercando di non piangere. La zia girò attorno al tavolo e venne ad abbracciarvi, riuscendo, in qualche modo, ad accogliervi entrambi fra sue braccia e, nel fare questo, vi avvicinò.
Mi alzai anche io, in silenzio, e tirai mio padre per la manica. Uscimmo dalla stanza senza disturbarvi, lancianmdoci, entrambi, un'ultima occhiata alle spalle. Mi accorsi che eri diventato più alto di tuo padre, non di molto, un paio di centimetri appena, ma abbastanza perché si notasse e mi domandai come fosse potuto accadere.
Passasti quella e molte notti successive a pingere, inconsolabile, ranicchiato sul mio petto, mentre ti cullavo piano, senza parlare.
Ti sentivi in colpa, per aver tanto desiderato che lui se ne andasse, per aver desiderato di ribattere alla sua violenza con la violenza, per avergli voluto male, in tante occasioni. Soprattutto, credo, eri spaventato all'idea di perdere tuo padre.
Ci spiegò, in in secondo momento, che ci sarebbe voluto ancora del tempo, prima che l'inevitabile accadesse. Che non avevano ancora chiuso l'indagine e sarebbe rimasto tutto normale ancora per qualche tempo.
Ci raccomandò di comportarci normalmente, come se nulla fosse accaduto.
Ci scaricò addosso, in poche parole, un fardello quasi insopportabile.
Non aveva voluto che succedesse una cosa del genere senza che sapessimo nulla, che la cosa ci trovasse impreparati.
Fu qualche giorno dopo che entrasti nella mia stanza per parlare con me.
La mancanza di sonno iniziava a farsi notare sul tuo viso e, come tutti in casa, ti muovevi in un guardingo silenzio, come fosse una corsia di ospedale.
"Bea. Ti devo dire una cosa." Iniziasti, in piedi davanti a me, con le mani intrecciate e la testa china, come un penitente. Decisi di toglierti subito di impaccio.
"Se sei venuto a dirmi che dobbiamo rimandare il momento in cui ce ne andremo, puoi risparmiarti la fatica, lo sapevo già." Ti rilassasti, sollevato.
"E sei daccordo?"
"Non mi pare di avere alternative. Non ho voglia di vivere con un marito musone, sempre preoccupato per sua mamma. Preferisco aspettare che tu possa venire via senza starci male." Mi prendesti la mano e la baciasti.
"Grazie. Non sai quanto mi stai aiutando."
"Lo so, lo so. Ma tieni conto che nel resto della vita non voglio sentirmi dire neanche un no, eh?" Riuscii a strapparti un piccolo sorriso.
"Daccordo. Neanche uno. Tutto quello che vuoi tu, e subito."
"Così mi piace."
Mi abbracciasti, in piedi chino su di me seduta e poi ti sedesti a terra, al mio fianco, appoggiando la schiena al muro e raccogliendo le gambe.
"Mi leggi?"
"Sto leggendo Cicerone."
"È uguale." Ti accarezzai i capelli, lisciandoli all'indietro, e iniziai a leggere. Nella mano stringevo il mio talismano rosso, e vi lasciai i segni delle unghie, tanto penosa fu per me quella conversazione.
Dall'esterno, non cambiò un granché.
Mentre noi vivevamo in un silenzio da ospedale, mentre tu piangevi ogni notte e tua madre rimaneva nella sua stanza, con la luce accesa, fino a mattina, continuavamo la scuola, gli allenamenti, le partite.
Certo, ervavamo meno allegri del solito, ma, con tutti quegli impegni, il mio certamen, il tuo campionato e la maturità da preparare, il nostro richiuderci fra di noi appariva come semplice stanchezza.
Invece, era del conforto reciproco che, più che mai, sentivamo il bisogno. In quei mesi, non ricordo una sola notte che non passammo insieme, a volte semplicemente abnracciati, ma, più spesso, impegnati nel confortarci in un modo decisamente più carnale.
Nulla ti recava maggior sollievo del contatto fisico e il più totale contatto fisico era quello che trovavi nel fare l'amore con me. E lo facevi, ad ogni occasione, come se non ti fosse possibile smettere, come se non ti stancassi mai. Non sentivo né passione né desiderio, spesso, in quello che facevamo, ma solo un incoercibile, prepotente bisogno di toccare, accarezzare, stringere, amare.
Era come se continuassi a dirmi, a chiedermi, in continuazione di non lasciarti, di rimanere vicina, quanto più vicina possibile.
Non ti negai mai, se appena potevo, ciò che mi domandavi.
Non l'avevo mai fatto.
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