venerdì 4 luglio 2014

Ottantadue

Non ho mai saputo di cosa parlaste tu e tuo padre, quel giorno, dietro la porta chiusa. Non ebbi mai il coraggio di chiedertelo e tu non me ne parlasti mai, ma la tensione fra voi si allentò, anche se di una frazione infinitesimale.
In un qualche modo suppongo che fosse venuto a farti le sue scuse e che tu non volessi umiliarlo raccontandolo a me.
Sapevi che lo odiavo. Me lo leggevi negli occhi e nella postura del corpo ogni volta che ero in sua presenza e io non ero in grado di nascondertelo; a tutti gli altri, credo, sarei riuscita a darla a bere, ma non a te.
Non parlasti più di prendere la patente, l'argomento cadde, abbandonato, nel dimenticatoio, e per molte settimane fra le sue assenze e la tua pazienza regnò una relativa pace.
Potemmo goderci l'estate come eravamo soliti fare, prendendoci tutta la libertà che ci veniva concessa, e come noi fecero mio padre e zia Sissi, che ricominciarono le loro gite di un gior o, qui e là, dove il lavoro di mio padre li portava, e le loro lunghe chiacchierate in giardino, sul fare della sera.
In certi momenti, quando la risata acuta di tua madre saliva dall'ombra degli alberi fin dentro la mia finestra aperta, vedevo un sorriso amaro sfiorarti le labbra e subito morire, come se nonostante tutto non ti riuscisse di disinteressarti a quel che facevano.
Io mi prodigavo, con tutto il mio impegno e la mia soddisfazione, nel renderti la vita il più semplice e piacevole possibile.
Leggevo per te, ti accontentavo in ogni tuo capriccio, lasciavo che fossi tu a scegliere i miei vestiti, cosa che sembrava procurarti una gioia a me incomprensibile, e rimanevo silenziosa al tuo fianco per ore, mentre tu ti occupavi con amorevole attenzione della tua moto, che ormai sembravi conoscere a menadito, dentro e fuori.
Non ero in  grado di capire cosa facessi, la maggior parte delle volte, a meno che tu non me lo spiegassi, ma ero perfettamente in grado di usare gli occhi e vedevo quanto le tue spalle si rilassassero, equanto la tua espressione concentrata diventasse rapidamente dapprima assorta e poi allegra, l'espressione soddisfatta di chi si sta divertendo un mondo. Tolti i momenti che passavamo soli, quelli in cui lavoravi sulla moto erano gli unici in cui ti vedevo sereno.
Passò agosto e l'inizio dell'ultimo anno di scuola iniziò a profilarsi sempre più vicino.
Lo zio rientrò a casa la prima settimana di settembre, con mio sommo fastidio, e continuò a provocarti, come se cercasse continuamente di trovare il pretesto per scatenare una nuova lite. 'Femminuccia', 'ragazzina', 'bella bimba', 'scartino'. Era talmente continuo, il suo martellarti addosso questi epiteti, che più di una volta ti trovai nella tua stanza, intento a prendere a calci il mobilio. Una delle due sedie che affiancavano il tuo tavolino trovò la sua fine in quei giorni, quando, dopo l'ennesima presa in giro, salisti a grandi passi e ne sfondasti la spalliera con un pugno. Passai le due ore successive ad ascoltarti inanellare una serie infinita di parolacce, mentre tenevo il ghiaccio sulle tue nocche gonfie e scorticate.
Ti spettinavi i capelli con l'altra mano, passandocela in mezzo con le dita aperte a rastrello, come se tentassi di strapparti i pensieri dalla testa, e non riuscivi a stare fermo. Quando, alla fine, il gonfiore si fu ridotto e rimase solo un'ombra rossa attorno alle scorticature, ti convinsi a sederti sul tappeto e diedi piglio a disinfettante e cerotti.
Avevo appena finito di medicarti e stavo gettando in un sacco dell'immondizia i poveri resti della sedia, per portarli fuori senza che tuo padre li vedesse, quando, con una voce tanto stanca e tanto anziana da essere a stento riconoscibile mi dicesti:
"Bea, io non ce la faccio più." Mi voltai. Eri ancora seduto sul tappeto accanto al letto, con le gamne stese di fronte a te e le spalle curve, come una bambola abbandonata. Posai ciò che avevo in mano e mi i ginocchiai al tuo fianco, attirandomi la tua testa sulla spalla.
"Andiamocene." Ti dissi.
"E dove?"
"Dove vuoi. Ormai diciotto anni li abbiamo, abbiamo qualche risparmio, e quello là ti sta ammazzando. Andiamo via. Andiamo da wualche parte e cerchiamo di capire cosa possiamo fare. Per spiegarci con loro ci sarà tempo poi." Sospirasti, facendo scivolare le braccia attorno a me.
"Non possiamo, amore. Insomma, dove andiamo cosi, senza neanche un diploma? È una stupidata. Abbiamo ancora poco da tenere duro, sai? E gli ultimi cinque minuti di partita sono sempre i peggiori. Passerà, vedrai."
"Fregatene. Andiamo via adesso, Darietto, ti prego, adesso prima che le cose diventino nrutte davvero. Non lo vedi che è semore peggio?"
"Si. Ma posso farcela. Ci serve il diploma, Bea. Ci serve per trovare un lavoro."
"Stronzate. Tuo padre non è diplomato e guarda come vive bene."
"Altra generazione, altri tempi. Noi senza un diploma cosa possiamo fare? Io al nastro in fabnrica e tu a pulire i cessi? E poi? Quanto tempo prima di pentircene?"
"Possiamo fare le serali. Possiamo prenderlo fuori di qui, il diploma."
"Sarebbe molto più faticoso."
"Più di questo? Mi prendi in giro?" Strofinasti per un momento il viso contro la mia pelle, come un gatto che si struscia, prima di rispondere.
"Amore, lo so che lo fai per me. Per proteggermi. E sino felice, sai, che qualcuno che mi difende ci sia. Ma sarebbe da cretini. Mi credi?"
"Non tanto."
"Manca poco. E fra poco ricomincia la scuola e saremo fuori casa di più. Sarò fuori casa. E poi finiranno anche i problemi che lo stanno facendo dare di matto. E guarda che lo so che dici così solo per me, e non è mica giuato, sai, che tu ti ritrovi a pulire cessi e a studiare alle serali per colpa mia?" Terminasti la tua tirata stringendomi ancora di più a te. Eravamo giunti ad una situazione dinstallo, dove ognuno di noi due reputava più importante proteggere l'altro che se stesso.
Sarebbe stato proprio questo a decretare la nostra condanna, pochi mesi più tardi.

L'ultimo giorno che tuo padre passò a casa, uscì la mattina presto senza salutare nessuno, lasciando consegne alla zia di impedirti di uscire prima del suo ritorno.
La zia ti diede la notizia quasi con timore, posandoti una mano leggera sulla spalla, mentre eri seduto a colazione.
La guardasti con tanta esasperazione negli occhi che si sentì in dovere di giustificarsi.
"Mi dispiace, tesoro, ma è tuo padre. È fatto così."
"Beh, è fatto male, allora." Grugnisti tu contrariato.
"Lo so, amore mio, ma..." ti liberasti del suo tocco con una scollata.
"Va bene, va bene, facciamo anche quest'altra stronzata." Era tanto tempestoso, il tuo viso, che nemmeno protestò per la parolaccia, limitandosi a scivolare via.
Ci sedemmo in giardino e provai a leggerti qualcosa, ma mi chiedesti quasi subito di smettere. Avevi i nervi a fior di pelle e non riuscivi a seguire quello che dicevo. Rimanemmo seduti uno accanto all'altra, nell'ombra del nostro albero, tu intento a lanciare sassolini contro un tronco ed io a guardare il vuoto, nello stato d'animo di chi aspetta lo scoppiare di un temporale.
Quando la macchina di tuuo padre ci passò di fronte, facendo schizzare la ghiaia del viale sotto le ruote, riuscii a sentire il tuo repiro diventare più rapido e leggero, come in attesa di uno scontro fisico.
Lo zio scese dall'auto e si avviò a passo pesante e senza alcuna esitazione verso di noi, che pure non eravamo visibili dal punto in cui si trovava e, ancora una volta, mi stupii di quante cose pareva sapere, senza che nessuno lo credesse.
Si fermò a gambe larghe di fronte a te, il mezzo sigaro saldamemte piantato fra i denti all'angolo della bocca e um sorriso storto di scherno sulla faccia.
"Tirati su, bella biondina, che ho qualcosa per te." Lo guardasti da sotto in su. Avevi la stanchezza, una stanchezza più profonda e perniciosa di quella del corpo, dipinta in viso e per un momento vidi cin precisione come saresti diventato di lì ad uma ventina d'anni. Poi ti alzasti, facendo forza sulle braccia, e l'illusione svanì.
"Cosa?" Chidesti guardingo, attento a moderare il tono di voce.
"Mi hanno detto che ultimamente sono un po' nervoso, come dire un rompipalle, è vero?" Lo fissasti senza rispondere. Ogni espressione ti si era cancellata dal viso. Lui sorrise un po' di più, come se avesse sentito una bella battuta. "Adesso vediamo, se sono un rompipalle." Fece um gesto improvviso con la mano, porgendoti qualcosa, e tu scartasti all'indietro, come un animale spaventato. Il viso dello zio si rabbuiò e stese la mano, mostrandoti cosa conteneva.
Era un  documento ben ripiegato.
Tu lo prendesti e iniziasti a leggere. Dopo pochi secondi i tuoi occhi saltarono dallo scritto al suo viso e di nuovo, viceversa. Ti si illuminò il viso talmente tanto che mi alzai anche io per sbirciare da sopra il tuo braccio.
"È un foglio rosa." Dicesti.
"Lo so, biondina." Aggrottasti le sopracciglia.
"Ma non serviva la mia firma, per averlo?" Lo zio si mise a ridere.
"Si, va bene, ognuno ha i suoi metodi. Lo vuoi? O lo devo strappare?" Lo sottraesti alla sua portata velocemente, come se temessi di vederglielo fare sul serio e lui rise di nuovo. "La scuola guida è quella qui in paese, chiaro? Del resto, sei già capace. È una questiome da niente." Annuisti raggiamte, ricomimciando la lettura da capo, come fosse la più appassionante della tua vita. "Oh, biondina, cime si dice a tuo padre?"
Alzasti gli occhi e lo gurdasti stupito per un attimo, un attimo in cui, senza sapere perchè, provai istintivo timore della tua reazione, come nom era successo in tutti quei giorni in cui ti aveva maltrattato. Poi sorridesti ed era un sorriso sincero, di quelli da illuminare una stanza.
"Grazie. Grazie, papà." Lui ti assestò unma sonora pacca sulla nica, prima di voltarsi e rientrare in casa, e tu crollasti a sedere, ancora rileggendo il foglio che ti aveva dato.
"Hai visto?" Mi dicesti con aria di trionfo, rivolgendo su di me quel sorriso "te l'avevo detto che gli passava. O no?"
Non ebbi il coraggio di dirti che quello che avevi in mano mi sembrava un prezzo troppo basso per comprare una persona. Tu, in quel gesto, in cui io vedevo niente di più che un ripulirsi la coscienza, vedevi il suo amore, la sua approvazione. Così posai il mento sulla tua spalla e facendo l'aria seccata risposi:
"Si, si, va bene, avevi ragione tu. Contento, adesso?"
"Quasi. Voglio un risarcimento."
"E di che natura, se è lecito chiedere?" Sogghignasti con aria saputa.
"Te lo spiego stanotte."
Me lo spiegasti, poi, e devo ammettere che ti risarcii volentieri, ma non riuscii mai a vedere quello che tuo padre faceva per te come lo vedevi tu. Forse nessuno di noi due si avvicinò mai alla verità. Probabilmente, era il solo modo che conoscesse per fare il padre, senza altre cause.
Ti ci mettesti subito d'impegno, per terminare le guide obbligatorie prima che scadessero i quindici giorni che ancora ci separavano dall'inizio della scuola.
Quando ti vide fare avanti e indietro dal paese, mio padre mi prese da parte e mi domandò se desiderassi anche io frequentare la scuola guida, ma declinai l'invito, decidendo di rimandare alla primavera. La motivazione ufficiale era che, al momento, io che non avevo idea di come si usasse una macchina avrei certamente finito per prendere la patente in inverno, quando neve e nebbia rendevano la guida ancor più difficoltosa. Quello che nin dissi, ma che tu indovinasti senza alcuna esitazione, fu che l'idea di mettermi alla guida di un mezzo, qualunque fosse, era immediatamente seguita, nei miei pensieri, dall'immagine di quel muto di mattoni dietro la tua palestra che mi si rovesciava addosso ad una velocità folle, senza che riuscissi a fare nulla per evitarlo.
Un pomeriggio, mentre uscivi per andare in paese, captasti il mio sguardo e mi stringesti teneramente una spalla.
"Posso portarti io, come ho  sempre fatto. Tranquilla."
"Ma dovrei almeno provare, no?"
"Allora facciamo così: quando ho finito, ti insegno io. Poi, se te la senti, lo fai. Daccordo?"
"E se non me la sento mai?" Ti stringesti nelle spalle.
"E chi ce la fa a mantenere due macchine?" Sorridevi, come se fosse una cosa senza importanza. "Sai, c'è un sacco di gente che vive bene senza guidare. E poi 'mai' è un sacco di tempo. Prima o poi te la sentirai. E qua do sarà ora, ti insegnerò, promesso." Ti accarezzai la mano che avevi posata su di me, sollevata dalle tue parole. Mi faceva sentire meglio, pensare che mi avresti insegnato tu come fare.
Nel frattempo, tu non avevi problemi con la guida, avendo iniziato effettivamente il tuo tirocinio, cin tuo padre come insegnante, quasi un anno prima. L'unica cosa su cui venivi continuamente ripreso era la tua apparente incapacità di rispettare i limiti di velocità. Era come se non li vedessi affatto, dicevi, sapevi benissimo che esistevano, ma poi, preso dal momento, te ne scordavi e facevi quello che reputavi più opportuno. Non dimenticherò mai la tua faccia, fra il contrito e il monellesco, quando mi raccontasti di aver effettuato un sorpasso durante la tua prima guida, senza smettere un momento di litigare con l'istruttore che, per dirla con le tue parole, 'pretendeva di decidere quando frenare mentre eri tu al volante'. Lo esasperasti tamente tanto, quel pover'uomo, che ti passò ad un altro, rifiutandosi di salire di nuovo su un'auto insieme a te.
"Ci crederesti?" Mi domandasti piccato, seduto a gambe inctociate sul tappeto della tua stanza "mi ha dato dell'arrogante!"
"No!" Gemetti ridendo "come è potuto succedere?"
"Mi stai prendendo in giro, nana?" La tua espressione era tanto sinceramente sconvolta, all'idea di sentirti definire con quell'epiteto, che non riuscivo a rimanere seria.
"Dario!" Balbettai fra le risate "ma guarda che lo sei davvero!" Spalncasti due enormi occhi sdegnati.
"Io?" Dimandasti indicandoti il petto "io non sono arrogante! Non è colpa mia se sono circondato da persone approssimative!" A quella, mi dovetti sedere.
"Cosa? Cos'hai da ridere? Sono tutti così,  che colpa ne ho, io? Ah, bene, la gente fa le cose così,  basta che sia, e io mi prendo dell'arrogante se puntualizzo qualche dettaglio!"
"Basta, per carità! Smetti, non respiro!" Ti alzasti veloce e silenzioso e mi piombasti addosso, facendomi cadere a terra. Mi afferrasti per i polsi e avvicinasti il viso al mio.
"Smettila di ridere, stronza!"
"Puntualizzi!" Rantolai, senza riuscire a smettere di ridere.
"Guarda che mi offendo!" Mi minacciasti, fissandomi negli occhi.
"No, no, per l'amor del cielo, non farmi l'offeso! Ma non ti senti, quando parli? Sei così buffo!" A quel punto lasciasti andare i miei polsi e prendesti a farmi il solletico,  a cavalcioni su di me per impedirmi di fuggire.
"Te lo dò io, un motivo per ridere, brutta nanetta perfida!" A quel punto mi faceva male l'addome e mi lacrimavano gli occhi e tentai in og i modo di scapparti, ma senza successo. Non ti fermasti fino a che non dichiarai a gran voce che mi arrendevo e avevi vinto tu.
"Rimangiati subito quello che hai detto. Dì che non sono un arrogante." Mi ingiungesti, ancora a cavalcioni del mio corpo, incrociando le braccia.
"Non si infierisce sul nemico che si arrende."
"Dillo se no non ti lascio andare."
"E se fosse vero?"
"Ma non è vero. Te l'ho detto, sono gli altri che non fanno le cose fatte bene, non io che sono un arrogante. Non mi piace che pensi queste cose di me." Sentii un'ombra di tristezza nella tua voce e mi affrettai a rimediare.
"Va bene, forse è la parola sbagliata. Diciamo che sei un tantino esuberante, quando esponi il tuo punto di vista, va bene?"
"Ma tu cosa pensi? Sul serio." Mi chiedesti.
"Penso che tu non abbia idea di quando sarebbe meglio tenere la bocca chiusa, anche quando hai ragione. E che questo ti faccia apparire un tantino supponente, certe volte."
"E cosa vuol dire supponente?"
"Un so tutto. Uno che vuole avere sempre ragione."
"Sono così, io? Un prepotente? È questo che pensi di me?" La delusione iniziava a farsi strada sul tuo viso, insieme ad una rassegnazione che mi spezzò il cuore.
"No. È solo una cosa che sembra, certe volte, a guardarti da fuori. Guarda che lo so come sei dentro."
"Ah, si? E come sono?"
"Sincero. A volte anche troppo. Tutto qui." Mi occhieggiasti diffidente, ma non trovasti traccia di menzogna sul mio viso. Sapevo che era così. Nella maggior parte delle situazioni in cui passavi per superbo, arrogante e prepotente era semplicemente per la tua quasi totale incapacità di simulare. Tutto il tuo talento di simulatore constava nel non far vedere nulla, assolutamente nulla, come facevi a scuola, al posto di quello che provavi e pensavi. Fingere di approvare qualcosa che disapprovavi o di accettare l'autorità di qualcuno che non te ne sembrava degno era semplicemente estraneo alla tua natura.
Infilai le dita sotto il cupio ruvido della tua cintura, facendoti chinare su di me e, quando fosti abbastanza vicino, passai piano le dita fra i tuoi capelli.
"Non penso niente di brutto su di te. È chiaro?" Ti guardai negli occhi, a fondo, e vidi ancora agitarsi quella orribile rassegnazione da vecchio in fondo al tuo sguardo "non c'è niente di brutto, in te. Sei bravo. E buono. E io ti amo."
"Si. Anche io."
"E ti amerò sempre. Sempre. Viva o morta." Un piccolo sorriso.
"Perchè abbiamo un'anima, giusto?"
"Giusto. Vedi che sei bravo?" Ti sorrisi anche io.
Cercai di non ridere più di te, dopo quel giorno. Mi rendevo conto che, dopo tutto quel tempo passato a sopportare lo scherno di tuo padre, non eri in grado di sopportarlo.
Lo zio, intanto, aveva ricominciato a rientrare solo la domenica, per mangiare con noi e passare una notte a casa, ed era sempre terribilmente nervoso, ma, a differenza di quanto aveva fatto durante l'estate, quando aveva continuato a provocarti fin quasi a farti impazzire, si era rinchiuso in un cupo mutismo, che nemmeno mio padre sembrava in grado di sciogliere.
Non degnava nessuno della sua attenzione, nemmeno di uno sguardo, in certi momenti, ed era inquietante averlo accanto, un omaccione alto e grosso in camicia dal colletto slacciato e calzoni scuri che rimaneva immobile e in silenzio per ore guardando nel vuoto.
Era appena ricominciata la scuola, la prima domenica dell'anno scolastico, quando vidi Andrea risalire a passo lento il viale di casa. Ero sugli scalini davanti a casa, in quel momento, la prima persona incontrò,  prima che riuscissi ad andargli incontro, fu proprio tuo padre, che passeggiava nervoso sullo spiazzo, avanti e indietro, fumando grasse boccate di fumo denso dal suo sigaro.
Si voltò,  arrivato alla fine della ghiaia, e se lo trovò davanti. Aggrottò le sopracciglia, guardandolo dall'alto in basso con aria severa, e lui rinculò di un passo.
"E tu saresti?" Chiese in tono neutro.
"Sono un compagno di Dario. Lui c'è? Ah, Beatrice!" Esclamò sollevato vedendomi. Mi alzai in piedi.
"Ciao, zio, lui è..." alzò una mano per zittirmi.
"Non l'ho chiesto a te, ragazzina. Hai un nome, compagno di Dario?"
"Andrea Vasirani. Sono i  classe con lui e anche in squadra." Nemmeno a tuo padre quel nome riusciva sconosciuto,  dopo cinque anni e gli fece inarcare le sopracciglia. Sogghignò.
"Ah, saresti tu. Bene." Cacciò un urlaccio per richiamarti e si udì la tua voce rispondere dalla rimessa. "Vieni, Dario, c'è della roba per te." Disse e poi si spostò di lato, come per godersi la scena.
Stavi coccolando la tua moto e indossavi una vecchia maglietta e un altrettanto vecchio paio di jeans. Arrivasti quasi correndo, certamente spaventato dal sentirti chiamare per nome, talmente concentrato su tuo padre da non vedere Andrea, fino a che non te lo trovasti davanti.
"Ah. Ciao." Trasecolasti.
"Ciao. Senti, posso parlarti?" Lo zio capì l'antifona e si andò a sedere al tavolino bianco dove avevano luogo le lunghe conversazioni fra mio padre e tua madre, lasciandovi una relativa intimità.
"Cosa cazzo ci fai, qui?" Gli chiedesti a voce bassa, guardando tuo padre con la coda dell'occhio.
"Sono nei casini. Mi serve una mano." Scesi gli scalini e mi portai accanto a voi.
"E con tutti gli amiconi che hai, la vieni a chiedere a me, una mano?"
"Si." Rispose lui con aria sicura. "È per mia mamma. Domani esce dall'ospedale e io non so come fare ad andare a prenderla. E non posso portarla in autobus o roba del genere,  perchè..." deglutì, esitando "non sta bene."
"Non lo sapevo che stesse male."
"Adesso lo sai. Mi aiuti o no?"
"Perchè cazzo io? Perchè non chiami un taxi o uno dei tuoi amici?"
"Primo perchè non mi va che i miei amici mi trattino come un moribondo per chissà quanto tempo. Insomma, vorrei che questa storia non andasse in giro. Secindo, perchè non ho i soldi per un taxi. Hai altre domande stupide o abbiamo finito? Voglio solo sapere se ci dai un passaggio o no." Stringesti le labbra,  tanto forte da sbiancartele.
"Non posso. Ho solo il foglio rosa." Andrea chiuse gli occhi con un sospiro di frustrazione. Era evidente che aveva sul serio contato sul nostro aiuto, forse in virtù del debito di gratitudine che avevamo contratto con lui in giugno. Gli posai una mano sul braccio, per trattenerlo, guadagnandomi un tuo sguardo accigliato, e dissi:
"Stasera dovrebbe tornare mio padre. Posso chiedere a lui." Scuotesti la testa.
"Lo zio non è mai a casa il lunedì,  lo sai." Allungasti lo sguardo su tuo padre e ti vidi cercare freneticamente di prendere una decisione. Scossi la testa.
"Gli parlo io." Decisi e feci per avviarmi.
"No, lascia. Aspettatemi qua." Dicesti e ti dirigesti a passi misurati verso di lui.
"Certo che sono uguali, eh?" Commentò Andrea guardandovi parlare.
"Carattere a parte."
"Col cavolo! Lo stesso tono da principe del regno. A momenti lo chiamavo col nome di suo figlio."
Per parlare con lo zio, che era seduto, ti eri istintivamente piegato in avanti, ma ora ti raddrizzasti, la schiena come una tavola, e iniziasti ad annuire brevemente in risposta alle sue parole.
"Che problema hanno?" Chiese Andrea.
"In che senso?"
"Tuo zio si è arrabbiato per colpa mia?"
"No, tranquillo, è tutto normale." E davvero non capivo, allora, cosa gli sembrasse tanto strano. A me pareva tutto in ordine. Nessuno gridava, tu non eri né arrabbiato né spaventato, e lo zio era rimasto seduto.
Con gli occhi di oggi, era logico che gli venisse di fare questa domanda. Nella luce intensa del pomeriggio, sull'attenti di fronte allo zio, seduto mollemente sulla piccola sedia di ferro battuto, ascoltavi con viso inespressivo e a tratti muovevi la testa con un cenno brusco. Sembravi un soldato che riceve gli ordini da un superiore.
Alla fine lo zio si alzò e ti seguì fi o a noi.
"Quando te la ridanno, la mammina, a te?"
"La tengono fino a domani, per darmi il tempo di organizzarmi per andarla a prendere. Sono stati gentili. Si erano offerti..." zio Lucio scosse il capo infastidito.
"Dimmi una cosa, se andiamo là adesso la liberano subito o dobbiamo andarci per forza domani?"
"La liberano subito." Rispose Andrea, sorpreso di essere stato interrotto.
"Bene. Entro un attimo, avviso tua madre e andiamo." Si tolse dalla tasca le chiavi dell'auto e te le consegnò. "La prendi dalla rimessa" disse aggressivo avvicinando il viso al tuo "e la porti qui." Indicò il punto.  "Chiaro, me...Dario? Qui. E ti fermi. Qui. Fammi segno con la testa, se è chiaro."
"Chiaro, papà. Dalla rimessa a qui. Poi mi fermo." Eri serissimo, ma non smettevi di rigirarti la chiave nella mano e vedevo chiaramente il desiderio bruciante che provavi di guidare quell'auto.
Lo zio entrò in casa e tu ti avviasti verso la rimessa. Io e Andrea ti seguivamo.
"Come mai tuo padre è arrabbiato?" Chiese lui. Lo guardasti con palese sconcerto.
"Arrabbiato? Ma non è mica arrabbiato." Lui ti guardò per un secondo e poi si strinse nelle spalle. Arrivammo al portello della rimessa e lo fermai, trattenendolo per la spalla. Sapevo quanto amassi fare quel genere di cosa senza nessuno fra i piedi. Portasti l'auto di tuompadre, che si guadagnò un sommesso fischio di ammirazione da parte di Andrea, esattamente dove ti era stato detto e poi scendesti di mala voglia, dando un'impressione tanto chiara di quanto ti costasse farlomda stapparmi un sorriso.
A quel punto uscì tua madre.
"Dario, dice tuo padre che uscite."
"Si mamma. Ti ricordi di Andrea?" La zia sostò di fronte a lui, accettando di buon grado il suo saluto e poi tornò a rivolgersi a te.
"Non pensavi mica di uscire concito così,  vero?"
"Mamma..."
"Non se ne discute minimamente, Dario! Oplà,  al volo, almeno qualcosa di decente al posto di questa..." pizzicò con due dita il davanti della tua maglietta lisa "cosa."
"Mamma, ma se..."
"Se niente! Veloce!" Andrea nascondeva un sorriso con la mano e gli lanciasti un'occhiata di fuoco, prima di entrare in casa. La zia ti seguì da presso.
"Siete una famiglia strana."
"Dici?"
"Beh, almeno adesso è chiaro perché va sempre in giro tutto leccato."
"Leccato?"
"Si, dai, tutto perfettino."
"Che stronzo, che sei." Gli dissi senza cattiveria. Lui rise ancora dietro il palmo.
Tu e tuo padre usciste insieme e lui vi dedicò un nuovo sguardo avido, passando da un viso all'altro, come seguendo una qualche sorta di partita. Era affascinato dalla vostra somiglianza.
Saliste in auto e io mi avvicinai per salutarvi. Lo zio lanciava occhiate nervose ad Andrea, come chiedendosi cosa lo avesse spinto fin sopra la sua auto e tu, altrettanto nervosamente, sbirciavi lui, per saggiarne l'umore, cercando di capire se ti aspettasse un qualche genere di rappresaglia, a breve o a lungo termine, per avergli provocato quella seccatura.
Solo Andrea semnrava tranquillo, ora che aveva riscosso il suo debito, risolvendo il problema che lo angosciava.
Suppongo non abbia mai saputo quanto ti costasse, quello che avevi fatto per lui quel pomeriggio.

Nessun commento:

Posta un commento