Muovendosi incerto nello spazio ristretto e un po' disordinato della casa di lei, che non gli era familiare, in penombra, Daruo ripensò al giorno in cui aveva rinunciato ad averla accanto.
Gliel'aveva fatta semplice, le aveva raccontato la faccenda in tre frasi. Forse, proprio perché di semplice, per lui, ancora oggi quella faccenda non aveva nulla. Nonostante i quasi dieci anni passati da quel giorno, ancora soffriva come un cane, a ripensarci.
Si chiese, entrando nella stanza da letto al suo seguito, se sarenbe mai riuscito a perdonargliela davvero.
18 / 08 / 1991
Quando uscì dall'istituto in cui aveva passato gli ultimi ventiquattro mesi, Lucio non poteva dirsi un uomo profondamente cambiato. Era sempre se stesso, sempre il vecchio Lucio, si confermò mentalmente come tastandosi dopo una brutta caduta per individuare i danni, forse solo un tantino spaesato.
Si guardò attorno cercando la macchina di Rodolfo. Non nutriva alcun dubbio che l'avrebbe vista, puntuale ed accogliente, apparire davanti ai suoi occhi. E quando mai l'amico di sempre, il suo compagno di una vita, l'aveva lasciato nei guai?
Non la vide, la berlina blu imporlverata che si aspettava, ma lo stesso il suo viso si aprì in un sorriso che era quasi di amore.
Dal lato opposto del piazzale, una macchina gialla, a motore acceso, lo aspettava borbottando al minimo dei suoi molti cavalli.
Si avviò per raggiungerla, lentamente, gustandosi ogni dettaglio del regalo che aveva fatto a suo figlio, senza mai poterlo vedere.
'Una gran macchina' pensò fra sé 'una signora macchina, per il mio scartino, questa qua. E alla fine mi è anche venuto a prendere, hai visto. Si vede che tanto male poi non ne vuole, a suo padre.'
Era un dubbio che l'aveva roso più di una volta, che suo figlio avesse preso a volergli male sul serio, per quello che era successo poco prima che dovesse rinchiudersi in quel casermone, un dubbio che gli era tornato ad ogni orario di visita, quando, scendendo, trovava che lui non c'era. E per due anni si era rifiutato, cocciuto come um mulo, quella mezza tacca, di farsi vedere, fosse pure per natale.
Ma lui si era raccomandato con Rodolfo, e Rodolfo aveva fatto le cose per bene.
"Ho messo via dei soldi, per quando fa l'esame." Gli aveva detto poco dopo essere stato rinchiuso "non me ne frega un cazzo di che voto prende. Ne ha passate troppe e ha sempre tenuto botta e varrà ben di più di un voto di scuola, o no?" Gli aveva spiegato come accedere a quel denaro che aveva diligentemente accantonato per mantenere la sua promessa al figlio e si gli aveva spiegato per bene, facendosi ripetere le istruzioni per avere la certezza che l'altro avesse ben capito.
"Devi solo capire di che colore gli piace, hai capito? Una lancia, una delta integrale, uguale a quelle dei rally. Ce l'ha in camera, la foto, di fianco al cuscino, come fosse la madonna, e tu gliela prendi. Quando torna a casa dall'esame, gli dai le chiavi. Oh, bada, deve essere una sorpresa. E diglielo che è un regalo di suo padre."
"Lucio, non ti sembra esagerato?" Aveva cercato di farlo ragionare Rodolfo "coi chiari di luna che stanno passando a casa tua, e quel cretino che si ostina a non lasciare che li aiuti neanche per comprare un gelato...lo sai che ha mollato tutto e si è messo a lavorare?" Lucio gli girò le spalle.
"A maggior ragione, Dolfo. Sta facendo il suo dovere, se lo merita. E poi i soldi sono miei e me ne faccio quello che mi pare. E a me mi pare di fargli un regalo, è chiaro? Te pensa solo a capire di che colore la vuole e a ordinargliela appena inizia a fare l'esame. Che tanto bocciarlo non lo bocciano, con la testa che ha."
E adesso, quella meraviglia, gialla canarino, gli stava davanti, a portata di mano, tirata a lucido che ci si vedeva riflesso.
Montò con un sospiro di soddisfazione.
Suo figlio gli apparve terribilmente cresciuto, terribilmente serio, terribilmente uomo. Lo osservò appena quando salì e poi fissò gli occhi attraverso il parabrezza e partì.
"Ciao, papà. Com'è andata?" Gli chiese, nemmeno fosse stato in vacanza.
"Insomma. Pensavo anche peggio, via. L'unica cosa è che mi è mancato il sigaro."
Dario allungò la mano senza guardare e batté delicatamente l'indice sul cassetto del cruscotto. Lucio lo aprì e trovò ad aspettarlo una scatola di toscani.
"Abbassa solo il finestrino, va bene?" Gli chiese con cortesia, prima di togliere a sua volta un pacchetto di sigarette dal taschino della camicia. La sua piccola premura commosse Lucio più di quanto avrebbe potuto fare un caloroso bentornato. Si era perfino ricordato che marca preferiva. Lo osservò un minuto, notando la sua magrezza eccessiva e la brutta cicatrice che gli era rimasta sulla bocca. Il pensiero di essere stato lui a fargliela gli fece provare una stretta di vergogna.
"Cosa fai, mezza sega, fumi, adesso?" Gli chiese. Dario guardò la sigaretta che reggeva fra l'indice ed il medio della mano sul volante, quasi ne fosse sorpreso.
"Ah, si, perché, è un problema?"
"No, no. Decidi tu. Tuo zio mi ha detto che te la sei cavata bene, a fare tutto."
"Mm."
"E ti piace la macchina?" Finalmente l'espressione di Dario si ammorbidì in un sorriso.
"È una meraviglia. Grazie."
"E dì, va forte?"
"È un fulmine. Vuoi vedere?" Si girò appena verso di lui con aria divertita. Li aspettava un lungo rettilineo, deserto nella calura del periodo di vacanze. Lucio annuì entusiasta. Si fidava della sua guida. Gliel'aveva insegnato lui, a guidare. Dario armeggiò col cambio e lasciò che il motore salisse di giri, aumentando la velocità con un'espressione di concentrata gioia. Il tachimetro salì più velocemente di quanto Lucio si aspettasse, strappandogli una mezza risata.
"Senti come tira, questa puttana!" Esclamò esilarato. Dario sorrise divertito e decelerò lentamente, con garbo. Stavano arrivando a casa.
Quando svoltarono nella strada grande, Lucio gettò il mozzicone del sigaro dal finestrino.
"Senti, guarda che adesso puoi anche smettere, di lavorare, se vuoi. I soldi ci sono, comunque. Se vuoi continuare a studiare, a me va bene."
Dario annuì senza parlare, prendendo atto di quanto gli veniva detto. Nella sua mente giravano ben altre idee, riguardo al suo futuro. Poco prima di entrare nel viale di casa, si voltò verso il padre.
Provava per lui uno strano miscuglio di affetto e rabbia, di amore e disprezzo che non avrebbe saputo sciogliere, nemmeno se ne fosse andato della sua vita. L'avrebbe volentieri ammazzato di botte, eppure non riusciva ad odiarlo.
"A ogni modo, bentornato." Gli disse con voce sommessa, serio in viso.
Ad aspettare il ritorno di Lucio sugli scalini c'erano Sissi e Rodolfo, fianco a fianco, con in faccia uguali espressioni di attesa e di piacere. Non appena vide il marito scendere dall'auto, Sissi gli andò incontro, alzandosi sulle punte dei piedi per abbracciarlo.
Lui la strinse e le posò un bacio sul viso, gentile, tenendola con le due mani come fosse una bambina.
Dario distolse gli occhi ed entrò in casa, nella penombra fresca dopo il sole bruciante, a lunghe falcate disuguali.
Fu festa grande quella sera e il giorno successivo, tutti attorno a suo padre, appena tornato, ma lui si tenne in disparte, partecipamdo quanto bastava per non attirarsi sguardi di riprovazione, ma rimanendo silenzioso, per quanto poteva. Troppi pensieri, aveva in testa, ed era sempre stato un pessimo bugiardo.
Fu nel pomeriggio del giorno successivo al rientro di Lucio, che si presentò a sua madre, in cucina, con la borsa scura che l'aveva accompagnato in quegli ultimi sei anni in una mano, gonfia delle sue cose. Nonostante tutto, non voleva andare senza salutarla.
"Oh, mamma, passami le chiavi della macchina, per favore. Io vado."
Sissi prese le chiavi dal gancetto accanto al pensile, dove erano ordinatamente appese con le altre, e si volse verso di lui per porgergliele, prima di vedere la sacca che teneva in mano.
Si ritrasse, trattenendo le chiavi in un gesto istintivo di difesa.
"Dario, cosa fai? Perché hai i bagagli?"
"Te l'ho appena detto, mamma. Vado." Le rispose lui paziente.
"E dove vorresti andare, si può sapere?" Dario inarcò le sopracciglia.
"Dai, che lo sai, mamma. Lo sai dove sto andando. Smettila." Tese la mano verso di lei, a palmo in alto, in una muta richiesta.
"No. Non puoi. Non te lo permetto."
"Mamma?" La chiamò rimanendo immobile, la mano allungata. Lei strinse le chiavi nel pugno.
"No. Ho detto di no. E se insisti, lo dico a tuo padre! E poi non puoi andare via adesso, che lui è appena tornato..." Dario sospirò e mosse un passo verso di lei. La sua voce si abbassò ad un bisbiglio confidenziale. Per quanto si sentisse a disagio, male, a minacciare sua madre, ugualmente non poteva permetterle di fare troppo baccano.
"Appunto. Papà è tornato, sono due anni che non ci vediamo. Se resto qui, mi potrebbe venire voglia di farci due chiacchiere. E chissà cosa potrebbe scapparmi detto, su quello che è successo qui negli ultimi due anni, è vero, mamma?"
"Non ti permetto di insinuare..."
"Le chiavi. Altrimenti vediamo se sono insinuazioni, come dici tu, o se le cose stanno come penso io."
Sissi chinò il capo, rossa in viso. Gli porse le chiavi con un gesto meccanico, spingendogliele senza garbo nella mano aperta. Prima di voltarsi per uscire, Dario fece in tempo a vederla iniziare a piangere e il suo stomaco fece una pigra capriola, ma non si fermò. Gli dispiaceva. Le voleva bene, gliene aveva sempre voluto. Ma questo non cambiava di una virgola ciò che andava fatto.
Arrivò sotto casa di lei veloce come um fulmine e si dispose all'attesa. Ora che il peggio era passato, si sentiva invincibile, come un dio.
Si chiedeva mille cose. Da dove sarebbe arrivata? Da che parte l'avrebbe vista? Sarebbe stata diversa? Sarebbe riuscita a nascondere quello che stava succedendo a sua madre, il tempo per raccattare un po' di roba? Chissà se quella sera avrebbe voluto fare l'amore. Lui lo sperava, di tutto cuore. Non aveva fatto che pensarci, negli ultimi giorni. Non che fosse l'unica cosa che voleva, ma gli mancava proprio tanto.
Passarono le ore. L'orologio del cruscotto segnava le sei di sera, quando distinse, dal passo più che dai lineamenti, era troppo lontano, la sua figura in fondo alla strada.
Camminava accanto ad un ragazzo. Non ci fece troppo caso. Due anni sono lunghi, era logico che si fosse fatta qualche amico, se l'era sempre cavata meglio di lui, in quello.
Finalmente riuscì a scorgere il viso di lei ed il suo cuore diede una brusca accelerata. Aspettò ancora un momento, prima di scendere dall'auto. Voleva che lo vedesse più calmo, più maturo, e non emozionato come un ragazzino.
Gli alberi sotto cui aveva parcheggiato proiettavano un'ombra che gli garantiva un relativo anonimato, a non voler notare l'auto giallo intenso su cui era seduto, e di questo ebbe da essere grato quando la vide infilare il braccio sotto quello del ragazzo che la accompagnava.
Le sue mani strinsero il volante fino a sbiancare le nocche.
'Stai calmo' si ripetè 'stai calmo, non è niente. Non vuol dire niente.' Poi lei voltò il viso e lo baciò. Baciò quel tizio, in mezzo alla strada, di fronte alle finestre di sua madre.
E Dario si infranse, come fosse di vetro.
Aveva sempre reagito allo stesso modo, di fronte a qualsiasi cosa minacciasse ciò che c'era fra loro: immediatamente e con violenza. In quel momento, vedendola ridere, le spalle rilassate, mentre un altro la baciava, si abbassò lentamente sul sedile, cercando di sparire alla visuale.
La sua altezza non gli permetteva di eclissarsi completamente, ma fece comunque un buon lavoro. Dal punto in cui lei si trovava, non avrebbe potuto vederlo.
Attese fino al momento in cui la vide sparire in casa, poi ripartì. Non sapeva esattamente dove andare, ma doveva muoversi. I suoi pensieri non riuscivano a fermarsi, come un turbine, e l'immagine di quel bacio lo ossessionava come la tortura inflitta da un folle.
Dormì in macchina, quella notte, ranicchiato sui sedili posteri, precariamente posteggiato nella piazzola di sosta di una strada a scorrimento veloce.
Passò il giorno successivo a formulare e scartare piani per parlarle. L'idea stessa di esporsi alla possibilità di assistere di nuovo ad una scena simile a quella del giorno precedente lo terrorizzava.
Alla fine, si parcheggiò di nuovo nello stesso posto, la mattina ancora successiva, dopo un'altra notte insonne.
Quando vide aprirsi la porta della casa, era pronto a scendere ed affrontarla, quali che ne fossero le conseguenze. Doveva sapere. Doveva capire cosa stesse accadendo. Era convinto, sapeva che doveva esserci una spiegazione razionale. Ne era sicuro.
Dalla porta uscì lei, come doveva essere, e la sua mano corse allo sportello. Poi, dopo di lei, uscì la madre.
Deglutì a vuoto. E senza nemmeno sapere che l'avrebbe fatto, ripartì, prendendo la strada di casa.
Arrivò ad imboccare il viale di ghiaia bianca dopo meno di un'ora.
Salì nella sua stanza senza incontrare nessuno. Sapeva dov'erano, li sentiva parlare nello studio di suo padre. Fece meno rumore possibile e si sedette sul letto.
'Vigliacco.' Ripeteva a se stesso. 'Coglione vigliacco. Ti sta bene. Ha avuto ragione lei. Non sei riuscito a difenderla, non sei riuscito a parlarle, non sei riuscito meanche a scriverle. E oggi, cosa fai, pezzo di deficiente? Scappi. Neanche avessi paura di una donnina di quaranta chili. Vigliacco pappamolle cretino.'
Sua madre, vedendo la porta chiusa, entrò. Un sollievo enorme le si dipinse sul viso nel vederlo.
"Dario, sei a casa..."
"Fuori." La voce di lui era dura come roccia. Sissi rimase sulla soglia, interdetta, e alle sue spalle si affacciò Lucio.
"Oh, chi si vede, il vagabondo. Bentornato."
"Ho detto fuori, porca puttana!" Ringhiò lui. Suo padre strinse gli occhined entrò nella stanza, facendo segno a sua madre di allontanarsi.
"Sembri una di quelle bestie che investono ai lati della strada. Cos'è successo?" Dario scattò in piedi.
"Niente." Lucio annuì, ironico.
"Ed era un niente femmina? O sbaglio? Oh, cos'hai?"
"Ho detto niente! Cosa cazzo vuoi?"
"Te non stai mica bene." Osservò Lucio sinceramente preoccupato per l'aspetto del figlio. Poi chiuse gli occhi in un lampo di comprensione. "È per la stessa ragazza che penso io?" Gli chiese. Dario emise un verso inarticolato di furore, prendendosi la testa fra le mani.
"Puttana!" Gridò rivolto al pavimento. Non gli importava che suo padre fosse lì. Non gli importava di niente. Non era semplicemente più in grado di contenersi.
"Niente di strano. È pur sempre una donna, alla fine dei conti."
"Cosa cazzo vuoi tu? Vai via! Vattene!"
"Devi lasciarla perdere, e basta. Insomma, te ne trovi un'altra, cosa sarà? Sarà mica l'unica donna che ti sei..." si interruppe e guardò il figlio negli occhi. Era pallido come la morte, sporco, pesto di sonno, incazzato nero, ma lo guardava tremando, come un pulcino bagnato. "Ma da quanto cazzo di tempo andava avanti, la storia?" Chiese sconcertato.
"Da quando avevamo dodici anni!" Esplose lui in un grido gutturale. "Da tutta la mia vita! Tutta la vita! Sbattuta nel cesso!" Lucio si spostò rapidamente dalla traiettoria che descriveva il figlio, camminando in cerchi ristretti sul pavimento della stanza. Certi scoppi d'ira capitavano anche a lui e sapeva che era meglio lasciarlo sfogare. Dario proruppe in una bestemmia complicata, arruffandosi i capelli con le dita, come nel tentativo di estrirparsi i pensieri dal cervello.
D'improvviso si scagliò contro il comodino, trovandoselo fra i piedi, e lo lanciò contro la parete afferrandolo per una gamba. Il mobiletto atterrò fragorosamente, spargendo il contenuto dei cassetti a terra.
"Oh, bestia che non sei altro, datti una calmata!" Dario si voltò contro il padre con un lampo dinfollia negli occhi.
"Tu!" Gli gridò cintro, come rendendosi conto in quel momento della sua presenza. "Sei stato tu! È stata colpa tua, brutto bastardo cazzone! Hai dovuto separarci! Che cazzo di fastidio ti davamo, si può sapere? Eh? Che fastidio ti davamo, noi?" Lucio scrollò il capo, saldo.
"Lo sai che non potevate andare avanti così. Non si può e basta."
"Mi sembra che tu te ne sia sempre sbattuto di quello che si può e non si può fare! O no? Stronzo, puttaniere e anche mazzettaro!" Dario stava gridando con quanto fiato aveva in gola. Vide suo padre stringere i pugni, scivolando dalla superficie piatta della calma senza alcuna possibilità di rimanervi ancorato e provò una gioia cupa a quella vista.
"Va bene, mezza sega, ne vuoi? È quello il problema? Dai allora, vieni sotto." Disse Lucio in un basso sibilo, alzando le mani in un gesto di invito. Non fece a tempo a finire la frase.
Dario lo colpì, duramente, al viso, allo stomaco, di nuovo al viso, una breve serie di colpi rapidi e pesanti come sassate. Si ritrovò seduto a terra senza capire come ci era finito, col sapore del suo stesso sangue in bocca. Alzò gli occhi su suo figlio, che lo sovrastava osservandolo diffidente, ancora immerso nella propria rabbia, pronto ad atterrarlo nuovamente non appena si fosse alzato e sentì la porta aprirsi. Avrebbe voluto che non accadesse. Chiunque fosse, in quel momento avrebbe dovuto starsene fuori.
"Oh, tutto bene? Lucio! Cosa succede?" Chiese Rodolfo apprensivo.
"Giusto te, oggi è la giornata!" Sibilò Dario muovendosi verso la porta. In un solo movimento, Lucio si alzò e lo acchiappò per le spalle, trattenendolo.
"Lasciami! Lasciami, che devo dire una cosa anche a lui! Vieni qua, figlio di troia, vieni!"
"Dolfo, chiedi alla Sissi le pastiglie che usa per dormire. Dario non si sente bene."
"Sto benissimo, mollami, vecchio stronzo! Vieni qua, vigliacco testa di cazzo, traditore bastardo!"
"Vai, Dolfo."
"Lucio..."
"Vai. Tutto a posto." La porta si richiuse e Dario si volse di nuovo verso suo padre, che lo stringeva strattonandolo con tutta la forza.
"No! No, tu non hai capito un cazzo! Quel brutto bastardo malefico..."
"Basta, Dario."
"No! Non è solo per quello che ha fatto a Bea! Tu non lo sai, quello che..." Lucio lo afferrò per le spalle e lo scrollò tanto forte da fargli schioccare i denti.
"Dario! Lo so."
"No, lui..." si guardarono negli occhi.
"Lo so. L'ho sempre saputo. Mi credi scemo, o cieco?" L'ira di Dario si smontò all'istante e rimase immobile, senza nemmeno respirare. Lucio gli lasciò il tempo di capire quello che aveva detto, sentendosi bene e allo stesso tempo vergognandosi per aver aperto bocca. Quando suo figlio lo scostò con una manata, lo lasciò fare. Aveva capito che non era un atto di violenza. Lo seguì in bagno e lo guardò vomitare l'anima in ginocchio sulle mattonelle lustre. Gli fece una pena infinita e, solo per un attimo, desiderò di poterlo consolare. Aprì invece l'acqua e si pulì il viso.
"Hai messo su un bel destro, scartino. Bravo."
"Ti ho picchiato."
"Si, me ne sono accorto. Tirati su, non rimetterti a fare la fighetta, adesso. In piedi."
"Papà?"
"Cosa vuoi?"
"E adesso?" Lucio sorrise al suo riflesso nello specchio. Come rispondendo ad una coreografia prestabilita, Rodolfo apparve con la scatola bianca e azzurra delle pillole e gliela porse, sparendo poi ad un suo cenno eloquente.
"E adesso ti fai una dormita. Poi ne discutiamo." Si fece cadere due pillole nella mano, poi, dopo un breve ripensamento, ne aggiunse una terza e le porse a Dario.
"Ah, non penso di volerle. Ti lascia stordito, quella roba."
"Eh, infatti direi che tu unvece vuoi restare bello lucido adesso, no? Così puoi ripensare con calma a tutto quanto, coglione." Dario annuì, con aria rassegnata, e poi prese le pillole che il padre gli porgeva. Lui lo accompagnò fino al letto, come faceva quando era bambino.
"Dormi." Gli ordinò bruscamente.
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