martedì 15 luglio 2014

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13/07/2001

I

La porta  si aprì di nuovo lasciando entrare un altro uomo in giacca e cravatta. Era giorno di riunione e il corridoio del secondo piano e la relativa area relax erano affollati di giacche scure. Più di uno  sguardo seguì il suo ingresso, ma nessun saluto lo accolse.
Camminava rapido e sicuro, a lunghe falcate, stringendo nella sinistra la valigetta di un computer portatile e si avvicinò alla macchina del caffè, fermandosi un attimo ad  osservarla,  come per decidere cosa scegliere.
Alle sue spalle, un gruppo di colleghi, ognuno col suo bicchierino bianco in mano, presero a parlare sottovoce.
"Puntuale come la morte. E gli venisse un colpo se guarda in faccia qualcuno, eh? Si crede un essere superiore."
"Quasi quasi speravo che oggi non venisse."
"Se, quello là? Ma se non ha fatto un giorno d'assenza che è uno da quando lavora qua. E poi ci gode troppo a smerdare gli altri in riunione. Te lo ricordi, l'ultima volta, con quella povera crista della Levoni?"
"Me lo ricordo si. Si era messa a piangere, poveretta."
"E lui? Freddo come il ghiaccio, le fa 'quando si sarà ricomposta, la prego di avvertirmi, vorrei terminare la mia relazione nei tempi previsti'. Che stronzo."
"Ma prima o poi gli torna tutto indietro."
"Ma va', che quello c'ha più culo che anima! Non lo sapete? È ricco di famiglia, soldi che praticamente gli cascano dal buco del culo, casa sua e pure la moglie figa! E che figa! Il giorno che l'ho vista a momenti schiattavo. Tutte le fortune che uno può avere, ce le ha lui. È proprio  vero che più sei stronzo meglio ti vanno le cose."
L'uomo alla macchina del caffè,  nel frattempo, aveva raccolto il suo bicchierino bianco dall'incavo del macchinario ed ora si voltò, in una mossa aggraziata, qasi da ballerino, e senza mostrare alcuna esitazione si avvicinò al gruppo di persone alle sue spalle, su cui calò un silenzio mortale.
Era giovane, più giovane di molti di loro, ed aveva un viso dai tratti regolari, con alti zigomi spigolosi ed occhi chiarissimi. Sul labbro superiore, malamente nascosta dal pizzetto biondo rossiccio, spiccava una  larga cicatrice ad uncino e il mento a punta veniva sottolineato dalla lieve stempiatura che iniziava a farsi strada fra i capelli di un biondo infantile.
Si fermò di fronte a loro, sollevando appena un sopracciglio.
"Avete dimenticato di aggiungere all'elenco che lo stronzo ha anche un'ottimo udito." Scandì in tono piatto, prima di alzare il bicchiere di caffè come in un ironico brindisi e di avviarsi verso la sala riunioni, sparendovi.
"Ci scommetto che adesso ce la fa pagare tutta." Commentò uno degli uomini stringendo la bocca con aria ansiosa.
"E vinceresti la scommessa. Che io sappia, non ne ha mai fatto passare una a nessuno."

II

Gli uffici interni dell'archivio versavano nel  caotico disordine. Pile di documenti, alcuni di inestimabile valore storico, pendevano pericolanti dai piani delle scrivanie, mentre su pavimento e sedie erano disposti, fianco a fianco, grossi registri polverosi.
L'assistente di turno fece il suo ingresso camminando a ritroso, per aprire la porta con la schiena. Le mani erano occupate da un'alta pila di massicci volumi legati in cuoio nero.
"Dottoressa, dove li metto questi?"
"Mah, guarda dove c'è posto. L'importante è che si veda la data,  non voglio impazzire a cercare l'anno che mi serve. Sono i registri delle chiese?"
"Si, dottoressa. Ma la avverto che sono illeggibili, per lo più."
Da dietro una parete coperta di appunti fissati con lo scotch apparve una donna dai corti capelli ricci, che si proiettavano in ogni direzione attorno a lei. Affondati in mezzo ai capelli, un paio di occhiali da vista con una semplice montatura in metallo fungevano da cerchietto. Sebbene fosse fin troppo magra, con le clavicole che spuntavano prepotenti dalla pelle del petto, non si poteva dire brutta. Si grattò il naso col dorso della mano, disegnando una striscia di polvere sulla pelle bianca e liscia del volto.
"Se c'è carta e inchiostro, allora si può leggere!" Ribattè con un sospiro di soddisfazione, sfilando i preziosi volumi dalle mani dell'assistente. A metà dell'operazione, si fermò a guardarlo.
"Ma sei nuovo, tu?"
"Più o meno. Sono qui da un mese in tirocinio universitario."
"Beni culturali?"
"Biblioteconomia." Un largo sorriso amichevole si disegnò  sul volto della donna, togliendole  di dosso almeno uma decina d'anni e facendola sembrare all'istante più una coetanea dello studente che una dei suoi responsabili.
"Ma dai! Anch'io! Che meraviglia! Allora riesci a darmi una mano a rimettere tutto in ordine, giusto? Non so perché,  ma mettere in ordine non è mai stata la mia specialità. Quesra roba" disse sventolando la mano in un movimento che includeva tutto il bailamme della stanza "l'ho già fatta. Adesso io e questi bei ragazzoni" proseguì battendo il palmo sui tomi neri "ci ritiriamo a private stanze.
Caricatasi oltre il verosimile di libri, sparì oltre la parete e l'assistente prese, con un sospiro, a raccogliere i volumi da terra. Gli parevano messi senza alcun criterio e si domandò come diavolo avrebbe fatto a ritrovare il posto di ognuno.
Mentre procedeva carponi da una copertina all'altra, la porta si aprì e si affacciò l'altro assistente, che lo fissò sogghignando.
"Ah, vedo che hai fatto conoscenza con la Bizzarri!"
Il ragazzo annuì sconsolato.
"Mi ha detto di rimettere via...tutto. Ma come si fa? Sono buttati a caso!"
"No, sembra solo." Lo rassicurò l'altro. E, poi, alzando la voce "Dot! Come li ha messi giù,  qui da noi, che non ci capiamo niente?"
"Avanza indietreggiando, in senso di lettura!" Rispose la voce della donna da lontano.
"Cosa? Ma è matta?"
"No. Sono messi dal più antico al più recente, partendo dalla porta qui per arrivare alla sua, da sinistra verso destra. Non è matta. È un genio."

III

L'uomo entrò nella sala riunioni, centrando mentre passava un cestino col bicchierino di carta bianco, accartocciato nervosamente. La discussione di poco prima l'aveva messo di pessimo umore ed ora desiderava solo potersi prendere un attimo per ricontrollare la sua relazione.
Odiava le imprecisioni e la sera prima era stato trattenuto al telefono, perciò non era riuscito a dare al materiale quell'ultima occhiata che riservava alla ricerca dei dettagli stonati.
Bastava tanto poco per rovinare una cosa ben fatta. Il colore di una scritta, una maiuscola mancante, una virgola nel punto  sbagliato. Era il genere di cose che gli facevano saltare i nervi, quando le vedeva nei suoi lavori.
Si avviò con decisione verso il lucido tavolo ovale.
"Oh, buongiorno, dottor Malatesta!" lo salutò una voce allegra. Chiuse gli occhi un attimo, esasperato.
"Buongiorno, rompicoglioni." Ribattè di malagrazia, iniziando a disporre sul tavolo portatile e cavi. Lavorava con gesti precisi e misurati, concentrato, senza scomporsi. L'altro si avvicinò. Doveva avere all'incirca la sua età, ma sembrava più giovane, quasi un ragazzo, con una lieve abbronzatura che faceva risaltare i denti candidi scoperti dal sorriso divertito e i riccioli scuri appiattiti all'indietro.
"Preferirei Dottor Vasirani, se non è troppo disturbo."
"E io preferirei che ti pigliasse un accidente, così magari stai zitto un minuto." Borbottò il biondo con aria aggressiva, mentre si protendeva in avanti verso lo  schermo illuminato. L'altro rise, per nulla impressionato.
"Cosa fai, ripassi la lezioncina? Non mi dire che non hai finito tutti i compiti a casa!" schioccò la lingua contro il palato in un rimprovero scherzoso "vergogna, vergogna!"
Il dottor Malatesta compresse le labbra, mascherando un sorriso.
"Lo sai che sei un cagacazzo di levatura internazionale, si, Vasirani? Dai, lasciami lavorare in pace, fa' il bravo!" la sua voce era ruvida, ma non cattiva. Sembrava un botta e risposta basato su una lunga abitudine, come  in effetti era.
Seguì qualche minuto di silenzio, in cui l'uno si allungò su una sedia, fissando la finestra, mentre l'altro lavorava.
Il dottor Malatesta, infine, si staccò dallo schermo con un  sospiro soddisfatto.
"A posto." commentò a mezza voce.
"Dì un po', ma l'hai capito che qui non ci danno i voti?" Chiese l'altro guardandolo ironico.
"Di tutti i posti dove potevi andare a lavorare, figurati se non venivi a rompere le palle a me!" Commentò sfregandosi  gli occhi.
"Potrei dire lo stesso" Ribattè l'altro.
La porta si aprì in quel momento,  lasciando entrare una nuvola di giacche scure.
Alcuni degli uomini presero posto accanto ai due già seduti al tavolo ed uno di loro, con aria d'importanza, riassunse in linee generali l'ordine del giorno.
Fu una lunga riunione, che occupò la mattinata intera.
Quando terminò, i partecipanti sciamarono in un sordo borbottio, lasciando la sala quasi vuota.
Il dottor Malatesta rimase indietro, occupato a riordinare il materiale con puntigliosa pignoleria, mano a mano he lo faceva sparire nella tasca della sua borsa, dove aveva già trovato posto il computer.
Quello che aveva chiamato Vasirani rimase sulla porta, fissandolo indeciso. Sembrava che stesse prendendo una risoluzione difficile.
Posò la mano sulla maniglia della porta, poi si voltò ancora una volta a guardare il collega, che gli dava le spalle, avvolgendo ordinatamente i cavi del computer. Scosse la testa, come rispondendo ad una domanda fatta a se stesso, e finalmente gli si avvicinò.
"Ascolta, Malatesta."
"mm?"
"Lo sai cos'è un blog?"
"Si. Una specie di diario su internet, no?"
"Una specie. Beh, la mia donna è fissata coi blog. Le piacciono, ne segue due o tre ogni giorno, come fossero storie a puntate."
"Brava. E a me?" Vasirani sospirò, mantenendo la calma.
"Un paio di settimane fa, ne ha trovato uno nuovo, che non aveva mai letto. Gliel'ha consigliato un'amica. Mi ha detto che c'ero dentro anche io, con nome e cognome, e l'ho letto."
"Ma non mi dire! Sei diventato famoso, alla fine!"
"Ascoltami, coglione!" Lo rimbeccò irritato.
"Ti ho ascoltato. Un qualche disgraziato ti ha citato nel suo sito internet. E allora? Vuoi l'applauso? Devo chiederti l'autografo?"
"No. L'ho stampato. Vorrei che ci dessi un'occhiata." L'altro  alzò un sopracciglio con aria sarcastica, ossercando il fascio di fogli che gli veniva porto. Poi guardò in faccia Vasirani. Teneva gli occhi bassi, con evidente imbarazzo, e continuava a umettarsi le labbra.
Incuriosito, prese la stampata e iniziò a leggere le prime  righe.
Una ruga profonda gli attraversò la fronte, fra le  sopracciglia. Voltò la pagina. Poi prese a sfogliarlo febbrilmente. Una sottile pellicola di sudore gli imperlò la fronte e si sedette sulla prima sedia a disposizione, come se non lo reggessero le ginocchia.
"Se è un qualche tipo di scherzo..." cominciò con voce alterata. L'altro gli posò la mano sulla spalla.
"Non è uno scherzo. ti mando  il  link oggi stesso, anche adesso, se riaccendi il portatile."
Alzò gli occhi dai fogli, occhi che avevano perso la loro espressione distante. Vasirani fece un passo indietro, vedendolo stravolto, quasi folle in viso.
Gli girò attorno e senza chiedergli nulla estrasse il portatile dalla sua borsa e rapidamente iniziò a fare il necessario per connetterlo. Mentre era intento in questa occupazione, l'altro gli domandò:
"E tu  l'hai...l'hai letto?" continuava a sfogliare lo scritto,  freneticamente, incapace di fermarsi. Il suo nome gridava da ogni pagina. Il nome  di lei gli trefiggeva gli occhi come un ago arroventato. La loro storia. Tutta quanta, dall'inizio alla fine. La sua storia.
"Si, l'ho letto. Io..." si schiarì la voce imbarazzato "senti, se io avessi saputo come stavano le cose, cosa stavi passando, quando eravamo ragazzi..."
"Ti avrei odiato" scosse la testa. "Ancora di più." Precisò. Lo imbarazzava pensare che lui, che molti altri avessero letto quelle parole, quella storia. Che ci fossero persone, persone senza volto, per lui, che erano a conoscenza dei suoi vezzi di bambino,  delle sue piccole disavventure di ragazzo.
'Non poi tanto piccole' pensò fra sé. Ma il  senso di essere  stato messo in piazza, in un qualche modo violato, rimase. Per la prima volta da anni formulò un pensiero meno che gentile nei confonti di lei, che aveva scritto quelle pagine, e gli venne di formularlo con le medesime parole che usava nel  rivolgerlesi quando ancora aveva la possibilità di parlarle.
'Ti strozzerei, brutta nana scema.' Stranamente,  quel pensiero gli scaldò il cuore ben più di quanto facessero le vuote parole di amore che si sentiva risuonare attorno da ogni lato, dalla pubblicità ai corridoi. 
"Vieni, ti ho aperto la pagina."
Le mani dell'uomo sulla sedia, senza riposo, continuavano a girare le pagine. A volte leggeva qualche riga, poi tornava indietro,  poi saltava capitoli interi nell'ansia di andare avanti. Era sempre più pallido, mano a mano che incontrava qui una frase che ricordava di aver pronunciato, lì un dettaglio a cui non pensava da anni.
"Oh, vieni!" l'altro scosse la testa.
"Non...non posso." rispose Malatesta. Le lacrime gli pizzicavano gli occhi, mano a mano che risentiva in quelle righe la cadenza della voce di lei, il suo modo di parlare, la sua logica balorda. Ma non avrebbe pianto al lavoro, più di quanto si sarebbe mostrato nudo in chiesa. Era nella lista delle cose che non si fanno, punto e basta.
"Cosa vuol dire che non puoi? cosa pensi che succeda? È la stessa roba che hai in mano, eh?"
"No, non hai capito. Non posso." Abbassò la testa per nascondere il tremito delle labbra. "dammi un minuto."
Vasirani lo guardò con aria dispiaciuta. Da quando aveva letto quelle pagine, non riusciva più a vederlo come prima, gli sembrava un altro uomo, quello che gli stava di fronte. Provava per lui un misto di pena e senso di colpa, che andavano sostituendo la robusta antipatia che aveva caratterizzato i loro rapporti fino a pochi giorni prima.
"Senti" gli disse, vedendo che si sforzava per dominarsi e rimanere calmo "te lo metto fra i preferiti, va bene? Così lo trovi subito."
"Grazie." la sua voce stava ritornando normale.
"E, senti...credi che lo leggerai?" l'altro annuì,  sempre a capo chino. "hai visto l'ultima riga? È proprio l'ultima, dopo non ha più scritto niente."
Lo vide sfogliare ridamente le pagine ed arrivare all'ultima, su cui campeggiava una riga sola, nel mezzo. La lesse e chiuse gli occhi, stringendoli forte. Sembrava provare un dolore acuto.
"Senti, magari ho fatto male a..." cominciò Vasirani.
"No. No, non hai fatto male. In fin dei conti è di me che si tratta, no?"
"Giusto. Cioè, io non so cosa ne pensi tu, ma, ecco, fossi stato nei tuoi panni l'avrei voluto sapere."
"Ho detto che va bene, Vasirani. Hai fatto bene. Grazie, va bene?" Ribadì l'altro in tono tagliente.
"E che...insomma, cosa pensi che farai, adesso?"
Il dottor Malatesta si alzò in piedi, lentamente, con aria stanca, riordinando i fogli in un mazzetto compatto.
"Vado a casa."
"Ma non puoi. Voglio dire, sono appena le  due."
"E cosa pensi che mi facciano? Mi sgridano? Mi licenziano?" scosse la testa con aria sarcastica. "vado a casa." Ripeté.
Si avvicinò al computer e ricominciò ad arrotolare i cavi, metodicamente, e a riporli. Prese il portatile e lo infilò nella valigetta, insieme ai fogli.
Non parlava, lavorava a testa china, con movimenti che parevano meccanici, profondamemte immerso nei suoi pensieri.
"Cosa gli dico ai ragazzi della tua sezione?" chiese Vasirani con uma punta di preoccupazione "oggi dovevi distribuire i piani di obiettivi nuovi, no?"
"Fai tu. In fondo sei tu il grande  capo delle risorse umane, no? Ecco. Loro sono risorse umane."
"Senti..."
"Fai quel cazzo che ti pare. Non mi interessa. Licenziali, fagli ballare la macarena, mandali a vendemmiare. Vedi tu. Io ho da fare." Il tono della sua voce aveva  ripreso la cadenza strascicata ed indifferente che gli  era solita e Vasirani sentì un familiare senso di ostilità stringergli lo stomaco. Si chiese perchè mai si fosse preoccupato di fargli quello che aveva ritenuto un favore. Apparentemente, era tornato alla solita calma  glaciale nel giro di pochi minuti. Certo, rimaneva il fatto che stesse tornando a  casa  nel bel mezzo di una giornata di programmazione aziendale.
"Va bene, coglione, non serve  che tu faccia del sarcasmo. Li terrò buoni fino a domani."
"Si, bravo. Ti chiamo domani."
"Mi chiami? Cosa vuol dire che mi chiami?"
"Col telefono, hai presente?" Il senso di irritazione che provava si fece opprimente.
"Ascolta, va bene, ho capito, ho toccato una specie di nervo scoperto e ti serve un attimo per riprenderti. È sensato. Ma adesso mi sembra che tu stia un po' esagerando, no?"
"No." Rispose l'altro con semplicità prima di sgusciare fuori della porta  richiudendola delicatamente alle spalle e troncando, così,  ogni ulteriore possibilità di replica.
Vasirani scosse la testa disgustato e appoggiò le anche al lucido tavolo ovale alle sue spalle.
"Sei, sei sempre stato e sempre rimarrai un coglione arrogante." disse a mezza voce, rivolgendosi alla porta chiusa.
Mentre pronunciava quelle parole, senza volerlo si trovò a ripensare alle parole che aveva letto, appena due sere prima, su di lui, in quegli stessi fogli che gli aveva appena porto. Quelle parole che raccontavano di una persona tanto diversa da quella che lui conosceva, oramai da quasi metà della sua vita, riflettè stupito, che, nonostante la perfetta corrispondenza di nomi ed eventi, aveva stentato a riconoscerlo. Ripensò al momento in cui aveva letto di come fosse, allora, vivere in quella casa che gli aveva tanto invidiato, grande e pomposa quanto un palazzo signorile, lui che aveva passato quegli anni in un bilocale senza nemmeno un balcone, a quanta pietà si era sentito nascere  nel cuore al racconto di quella infinita solitudine, di quella continua violenza, di quell'unica luce che ne rischiarava i giorni e che gli era stata strappata con tanto furore.
Sorrise suo malgrado, sempre rivolto alla porta chiusa.
"Che dio te la mandi buona, coglione arrogante." Si corresse.

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