giovedì 10 luglio 2014

Ottantasette

Marzo passò e anche aprile. Dopo l'impatto iniziale con la notizia che ci aveva dato zio Lucio, le cose iniziarono ad aggiustarsi lentamente, la normalità, una nuova forma di normalità, a cicatrizzarsi lungo la ferita che le era stata inflitta.
Ci stavamo abituando all'idea, tutti quanti.
In fondo, è sempre così che accade. Per quanto tremenda possa apparire uma cosa all'inizio, la normalità dei giorni che si susseguono, la sequenza di colazioni, pranzi, impegni di tutti i giorni, la ricoprono pian piano, finché non entra a far parte del paesaggio. Non c'è nulla a cui non ci si possa abituare, per quanto straziante ci appaia in un primo istante.
Era arrivata la primavera, come ogni anno.
Gli alberi, quelli del giardino e quelli lungo la strada grande, si stavano colorendo di un verde tenero.
Io passavo quasi tutto il mio tempo nella preparazione del certamen, come l'anno precedente, e tu continuavi ad accumulare vittorie su vittorie in campionato. Era quasi certo che l'avreste vinto, quell'anno.
Perfino lo zio si era calmato, dopo aver parlato con noi di quella faccenda che lo stava opprimendo e, nonostante fosse quasi sempre a casa, non si respirava più quell'aria pregna di tensione, da temporale estivo, che aveva caratterizzato i mesi dell'autunno e dell'inverno.
La nostra famiglia, me compresa, si era unita attorno a lui, quasi a fargli scudo dal mondo, e credo che questa reazione l'avesse commosso, in un certo senso, e quasi inorgoglito.
Con te non era più così oppressivo. Continuava a prenderti in giro, ma lo faceva in un modo scherzoso, quasi affettuoso, che ti faceva piacere piuttosto che rabbia. Avevi smesso di piangere ogni notte e a volte passavi qualche ora con lui, nel suo studio o seduto sugli scalini davanti a casa, ad ascoltarlo mentre ti spiegava, per filo e per segno, cosa avresti dovuto fare in sua assenza.
Era una specie di passaggio delle consegne, il vostro, e non dubito che ti avrebbe preso in giro ancora di più se avesse saputo che, al termine di ognuna di quelle chiacchierate, salivi nella tua stanza per prendere appunti su quello che ti aveva detto. Nel timore di dimenticare qualcosa di fondamentale, ne avevi un quaderno quasi pieno.
Quanto a me, dopo averlo visto in quel modo, il giorno in cui ci aveva riuniti per parlarci, non riuscivo più ad odiarlo come prima. Provavo perfino una certa pena nei suoi confronti e, più di una volta, mi sorpresi ad usargli qualche gentilezza inattesa. Se ne dovette accorgere anche lui, perché non mi mandava più via quando doveva parlare con te. Si sedeva accanto a noi e mi salutava con un cenno del capo, accettando la mia presenza come inevitabile, accanto alla tua.
Un giorno, mentre parlavate seduti sugli scalini, lui che fumava e tu che lo ascoltavi con le mani allacciate atrorno alle ginocchia, ti fissò accigliato.
"Hai paura, scartino?" Ti mordesti le labbra, riflettendo su come rispondergli, prima di scegliere di essere sincero.
"Mi sto cagando addosso." Lo zio annuì,  scuotendo con attenzione la cenere dalla punta del sigaro, e poi ti strinse la spalla, scuotendoti dolcemente.
"Dai, che ce la fai." Arrossisti fino alla radice dei capelli. Penso fosse il primo incoraggiamento che ricevevi da lui, nella vita.
Arrivò maggio, dicevo. Mancava un mese esatto al tuo compleanno.
Il cinque di maggio.

Quel giorno era domenica. I nostri genitori ci svegliarono presto, perchè dovevano uscire. La zia doveva andare in città per ordinare una serie di scaffalature nuove per lo sgabuzzino che usava come dispensa. Sarebbero stati fuori per tutta la mattina, dissero.
Era una normale domenica mattina e, dopo colazione, ci disponemmo a studiare, ognuno nella sua stanza. Io per il certamen e tu, sui miei schemi, per rimetterti in pari dopo una settimana di allenamenti.
Guardammo la macchina di mio padre uscire dal viale di casa per immettersi in strada e poi ognuno di noi prese i propri libri.
Passarono, forse, un paio d'ore o poco meno, prima che finissi la traduzione a cui stavo lavorando e decidessi di venire da te per una pausa.
Eri chino al tavolino, i gomiti ai due lati del quaderno e le caviglie agganciate alle gambe della sedia, nella tua posa di massima concentrazione.
Sentendomi entrare, alzasti una mano per dirmi di attendere e, finito il paragrafo a cui stavi lavorando, ti girasti verso di me.
"Pausa?" Ti proposi stirandomi.
"Mm. Si, va bene. Hai fame?" Allungasti un braccio e io mi avvicinai, permettendoti di passarmelo attorno alla vita.
"Dario, abbiamo fatto colazione alle otto, no, non ho fame!" Risi. Mi stringesti un po' di più.
"Vuoi qualcos'altro?" Domandasti con un sorriso allusivo.
"Ecco, questo è un altro discorso."
Alzasti la mi maglia e iniziasti a baciarmi l'addome, poco sopra l'ombelico. Ti passai le mani fra i capelli, beandomi come avevo sempre fatto della loro consistenza fine e perfettamente liscia, tanto diversa da quella dei miei.
Ti alzasti dalla sedia e iniziasti a spingermi verso il letto.
Nonostante fosse domenica, eri vestito come al solito, perchè nel pomeriggio avresti dovuto uscire per vederti con i tuoi amici ed odiavi cambiarti a metà giornata. Mi spingesti sul letto, sdraiandoti sopra di me e la fibbia della tua cintura, una grossa e ridicola aquila americana, mi cozzò contro l'osso dell'anca, strappandomi un  sibilo di dolore.
"Vuoi toglierti quell'aggeggio da coatto, per cortesia?" Ti rimproverai dolcemente, mentre già ti slacciavo i primi bottoni della camicia. Ridendo, ti sfilasti la cintura dai passanti, appendendola alla testiera del letto. Solo a ripensarci, a ripensare a quel tuo gesto, al fatto che lo facesti ridendo, che fui io a chiedertelo, mi assale la nausea.
Ce la prendemmo comoda, concedendoci di lasciar salire il desiderio, accarezzandoci e toccandoci con tutta calma. Quando finalmente arrivammo a fare l'amore, fu bello.
È una delle mie poche consolazioni. Quell'ultima volta fu bella, amorevole e dolce, senza le ombre di sconforto che ci avevano sfiorati nelle settimane passate. Eravamo l'uno per l'altra, l'uno nell'altra con la mente e col cuore, più ancora che col corpo.
Quando finimmo, ci rimettemmo addosso la biancheria. Avevo freddo, quindi indossai la maglia, mentre tu ti limitasti ad infilarti negligentemente nei jeans, senza nemmeno chiuderli. Ti sdraiasti accanto a me e, nel gesto che ti era abituale, mi attirasti sul tuo petto, sul tuo cuore, dove dicevi essere il mio posto.
Era presto, molto presto. Avevamo almeno altre tre ore prima che tornassero tutti a casa ed eravamo assonnati, ci eravamo svegliati presto quel mattino. Tu puntasti la sveglia dopo un'ora e ci assopimmo così, sopra le coperte, abbracciati stretti, come mille altre volte.

Sulle prime non capii cosa stesse accadendo. Sentii solo che mi venivi a mancare da sotto la testa, da fra le mie braccia, come se ti stessi alzando velocemente per un qualche motivo. Poi ti sentii.
Guaivi di dolore come un animaletto preso al laccio, e mi svegliai di colpo, immediatamente lucida, col cuore che scoppiava.
Zio Lucio era in piedi davanti al letto e ti teneva sollevato per i capelli, sollevato a una spanna dal materasso, mentre tu tentavi di svincolarti e di trovare un appoggio con le gambe. Ti trascinò sul pavimento, sempre tenendoti a quel modo.
"Animale!" Ringhiò iniziando a colpirti. Ti teneva con la sinistra. La sua mano destra iniziò a calare su di te con l'agghiacciante regolarità di un maglio meccanico. Tentavi di ripararti dai colpi, ma erano troppo violenti e troppo imprevedibile la loro traiettoria.
"Schifoso animale! Una bestia, ecco quello che sei!" Ad ogni parola corrispondeva un colpo. Cercasti di parlare. Tentasti di parlare con lui, mentre io non riuscivo a reagire, paralizzata.
"Papà, aspetta! Ti sbagli, non è come credi tu!" Il viso dello zio, atteggiato funo a quel momento ad uma smorfia disgustata, si accese di rabbia. Quando riaprì bocca, stava ruggendo al massimo del volume.
"Vi ho visti! Non raccontarmi cazzate, io vi ho visti!" Mi si rivoltò lo stomaco al solo pensiero del suo sguardo, fisso su di noi mentre ci credevamo soli, mentre tu eri denteo di me, mentre arrivavamo all'orgasmo. Era rimasto a guardare. Aveva aspettato.
Fu quello a scioglermi dalla mia paralisi. Prima che potesse colpirti di nuovo, saltai, letteralmente,  saltai dal letto appendendomi al suo braccio con tutto il peso, impedendogli di sferrarti un altro pugno. Ti lasciò andare e tu ti afflosciasti per un momento, ansante, su te stesso.
Mi scrollò dal braccio come avrebbe fatto con un insetto molesto, mandandomi ad atterrare violentemente sul pavimento. Ondeggiai, ma, non so come, rimasi in piedi e lo fronteggiai. Quando fece per voltarsi di nuovo verso di te, lo trattenni, afferrandolo con le due mani, facendo forza con tutto il mio corpo perché non potesse farti ancora male.
Mi sferrò un pugno alla tempia, tanto forte da far esplodere da quella parte del mio campo visivo una galassia di puntini luminosi, come stelle. L'orecchio iniziò a ronzarmi ad una nota altissima e costante. Barcollai. Pose la sua mano, aperta, sul mio viso, occupandolo per intero, e mi spinse verso terra.
"Giù tu, puttana!" Disse con aria schifata mentre lo faceva. Fu una spinta forte, molto più forte di quanto mi aspettassi, che mi piegò il collo all'indietro e mi mandò a sbattere sul pavimento senza possibilità di attutire la caduta. Picchiai la testa esattamente nello stesso punto in cui l'avevo sbattuta dopo il mio breve volo dalla moto e per un istante tutto il mondo sparì in un biancore accecante.
Battei le palpebre per schiarirmi la vista, ma sul momento non riuscii a rialzarmi. I miei movimenti erano impacciati e lenti come quelli di un pugile suonato.
Vidi i tuoi occhi sgranarsi di rabbia e di paura, vedendomi a terra e poi, senza dire una parola, gli fosti addosso.
Lo colpisti con tutta la forza, duramente, veloce come avevi imparato ad essere durante gli allenamenti, tre colpi sferrati in rapida successione, caricati con la forza del corpo, che atterrarono con precisione sullo stesso punto, sul suo viso. Lo zio barcollò e tu lo spingesti a terra, colpendolo ancora una volta sulla sommità della testa mentre cadeva.
Ti voltasti verso di me, a quel punto. Fu questo,  il tuo errore.
Ti co portasti come avevi sempre fatto durante le colluttazioni con i bravi e giovani ragazzini con cui avevi a che fare. Eri preoccupato per me e, messo a terra l'avversario, pensasti di potergli volgere la schiena.
Ma zio Lucio non era un educato liceale adolescente. Era un uomo e, quel mattino, era l'inferno in terra.
Non lo vidi rialzarsi, acendoti davanti. Mi prendesti le mani, cercando di tirarmi in piedi, e c'eri quasi riuscito prima che sentissimo la sua voce. Alla mia destra, dalla parte del letto. Si era spostato velocemente.
"Mi hai picchiato." C'era sorpresa nel suo tono, perfino una certa offesa. "Tu e quella baldracca! Hai alzato le mani su tuo padre!"
Ti spostasti appena per guardarlo e lo vidi, sopra la tua spalla. Perdeva sangue dal naso, appena una goccia sottile che finiva fra i peli ispidi dei suoi baffi.
Ci fu un momento di totale immobilità in cui sentii crescere l'odore metallico della tua analina e, poi, ti alzasti improvvisamente in piedi, piazzandoti fra me  e lui. Avevi le mani protese in avanti, con i palmi tesi, in um gesto di pace.
"Papà, ascoltami. Se ci ascolti ti spieghiamo tutto. Ma devi calmarti."
"Calmarmi? Calmarmi! Calmarmi!" Ripeteva. Ad ogni ripetizione, quella parola sembrava farlo infuriare di più. Mi alzai e cercai di scivolarti accanto, ma tu mi spingesti indietro con il braccio, senza guardarmi. Mi spingesti dietro la tua schiena.
Fu quel gesto, credo, quel gesto di protezione che ti era venuto spontaneo nei miei confronti, a fargli perdere del tutto il controllo. L'idea che tu ed io potessimo condividere ancora di più del letto.
Fu come quel pomeriggio nella rimessa, quamdo ti aveva scagliato addosso il posacenere. Tastò alla cieca con la mano accanto e dietro a sé. Le sue dita incontrarono la tua cintura.
Avesti appena il tempo di proteggerti alzando le braccia, prima che ti arrivasse addosso. Ti sentii sussultare di dolore e, in un istante, vidi la tua pelle sollevarsi e il tuo sangue cominciare a scorrere. L'aveva afferrata dalla parte sbagliata. Era quella stupida fibbia luccicante, quella che ti stava colpendo.
Mi misi ad urlare, non potei farne a meno. Sentivo quel dolore infinitamente di più che se fossi io a sanguinare.
Gridando abbastanza da superare il suono della mia voce, lo zio ti disse:
"Ti insegno io ad alzarmi le mani addosso!"
Arrivò un secondo colpo, questa volta sul tuo addome, poco sotto le costole. Tentai di superarti per lanciarmi su di lui, ma tu, abbassandoti, piegandoti su te stesso per il colpo ricevuto, ugualmente mi afferrasti per il braccio e mi tirasti indietro, con tutta la forza, dietro di te.
Eri piegato in avanti, una mano stretta sul punto in cui era atterrata la fibbia, ma lo stesso ti muovesti verso di lui. Quando lo vedesti lasciar partire di nuovo la cintura, ti abnassasti di scatto, ruotando leggermente su te stesso. Non so se acessi calcolato male la traiettoria o se fu lui a correggerla.
Quell'ultimo colpo ti prese sul viso.
Nonostante si fosse svolto tutto molto velocemente, mi era sembrato di vedere ogni particolare, come se il tempo avesse rallentato spezzandosi in singoli fotogrammi, e così fu anche in quel momento.
Ti vidi portare le mani al volto con un gemito acuto. Piegasti un ginocchio, abnassandoti come un cavaliere che chiede la mano alla sua bella,  il capo chino. Lo zio lasciò cadere la cintura, che tintinnò sul pavimento. Vidi l'aquila sporca del tuo sangue, poche gocce striavano l'ala e il rostro.
Tremavi. Dalle tue dita iniziò a gocciolare sangue sul pavimento immacolato della zia. Allargasti le mani e il sangue aumentò. Gocciolava, come da un rubinetto guasto. Respiravi in brevi ansiti serrati che mi parlavano di un dolore accecante.
Su gambe che mi sembravano infinitamente lunghe e rigide, andai verso di lui, che ti osservava immobile.
Quando alzò la mano per colpirmi, o per tenermi a distanza, quando alzò la mano verso di me, la afferrai. Afferrai la sua mano con le mie e fu solo lo stupore per quello che feci ad impedirgli di contrastarmi. Morsi la mano che ti aveva colpito, la morsi affondando i denti fino alla gengiva, la morsi finché sentii il sapore del sangue.
Lo zio urlò e cercò di scrollarmi via, ma resistetti. Mi colpì per staccarmi, come fossi una bestiola impazzita, ed era così che mi sentivo, ma nemmeno lo sentii.
Lo sentisti tu, però, e trovastimla forza di sollevare il busto e il capo. Scrollasti la testa, proiettando attorno una raggiera di calde gocce rosse. Alcune mi atterrarono addosso, sulla mie gambe e sul mio braccio.
Mi bruciarono come fuoco, mi ferirono come veleno.
Il tuo sangue addosso a me.
Lo zio mi afferrò per i capelli, come aveva fatto con te. Se li girò attorno alla mano, erano lunghi fino alla vita, e tirò, tirò come se ne dipendesse la sua vita. Ne sentii intere ciocche strapparsi alla radice e cedetti, dovetti cedere, con la mascella dolorante e il sapore disgustoso di lui nella gola.
Senza perdere altro tempo, iniziò a trascinarmi a quel modo verso la porta. Mi teneva a distanza dal suo corpo e camminava a grandi passi. Dovevo quasi correre, per non perdere l'equilibrio.
Quando mi strattonò attraverso la porta, chiamai il tuo nome. Cercai di opporre resistenza, ma era inutile. Potevo solo seguirlo o cadere.
Ti vidi tentare di rialzarti. Guardasti verso di me. La tua bocca, la tua bella bocca che tante volte avevo baciato, era un incubo rosso acceso. Allora veramente urlai, urlai il tuo nome, e quel grido, scaturito dal terrore nel vedere cosa ti aveva fatto, suonò acuto e straziato, come il rumore delle locomotive in frenata.
Lo zio mi trascinò lungo il corridoio, verso la porta di tramezzo, strattonandomi e trascinandomi quando barcollavo.
Quando aveva già posato la mano sulla maniglia, ti vidi uscire dalla stanza. Assurdamente, iniziasti a correre. Non facesti in tempo, prima che la porta si chiudesse fra di noi. Lo schiocco della serratura risuonò come uno sparo.
"Lasciala! Lasciala brutto stronzo, lasciala andare!" Gridasti attraverso il legno scuro. La tua voce era impastata ma potente.
Lo zio mi spinse a terra rudemente e liberò la mano dai miei capelli. Non sapevo cosa volesse farmi e, quando lo vidi chinarsi su di me, gridai di nuovo.
"Ti ammazzo, figlio di troia! Se la tocchi ti ammazzo! Non ci arrivi in galera, schifoso vigliacco bastardo!" Lo vidi guardare la porta, respirando affannato.
La stavi colpendo, forte, mentre urlavi le tue minacce. Perfino io capivo che facevi sul serio.
"Lucio, ma che cazzo!" Mio padre. In quel momento mi apparve coe un angelo inviato da dio. Ancora a terra, troppo spaventata per rialzarmi, strisciai verso di lui carponi, come una neonata.
"Prenditela, la tua troietta. A scopare, li ho trovati, questo fanno, appena giriamo l'occhio."
Si chinò agile per rialzarmi da terra e mi guardò in faccia, toccando il segno del pugno che mi aveva dato lo zio.
"È vero, Bea?" Mi domandò con voce dolce.
"Papà...papà,  ha fatto male a Dario! Papà!" Mi aggrappavo a lui, cerdando di fargli capire la gravità della situazione. Annuì gravemente.
Tu continuavi a tempestare la porta di colpi, urlando. Urlavi il mio nome.
Fissando lo zio, mio padre andò verso la porta. Lo seguii tremando come una foglia.
"Dario?" La sua voce, calma, quasi indifferente, ti zittì all'istante. "Dario, adesso apro la porta. Devi spostarti, però,  perché si apre verso di te."
Calò il silenzio. Prima di gorare la chiave, si voltò e mi spinse all'indietro, dolcemente, accompagnando i miei passi.
Mi spinse contro zio Lucio. Sentii il braccio  dello zio passarmi attorno, inchiodandomi contro il suo torace.
"Papà?"
"Silenzio, Bea. Lucio, tienimela."
Aprì la porta. Non appena ti vidi, in piedi in piena luce, volai da te. Ancora oggi non so come io abbia fatto a sfuggire all'abbraccio dello zio, ma fu come se lui nemmeno esistesse.
Eri sporco di sangue,  la gram parte colato dalla ferita che avevi sulla bocca, tremavi, ed eri uno spettacolo tremendo. Mi accogliesti sul tuo petto nudo stringendomi con un gemito, un verso gutturale di sollievo.
Alzai gli occhi sul tuo viso e sfiorai appena la ferita sul tuo labbro. Vedendo che non era grande come avevo pensato, mi sentii meglio.
"Dario..." non c'era altro che volessi dirti. Il tuo nome racchiudeva tutto, ogni parola pensata o creata. Senza alcuna esitazione, di fronte ai nostri padri, mi sfilai la magletta, restando con la sola biancheria, e iniziai a ripulirti il viso con la stoffa morbida che mi aveva coperto.
Mio padre ci venne accanto e tu spostasti lo sguardo su di lui, abbassando la mia mano.
"Zio, ascolta, mi dispiace, veramente, adesso vi spieghiamo tutto quanto, zio, non c'è niente di male, te lo giuro."
"No, ragazzi, così no." Commentò lui a mezza voce, sciogliendo il nostro abbraccio. Lo lasciammo fare.
Credevamo che volesse dirci di non farci vedere abbracciati a quel modo da tuo padre, che volesse mettere a posto le cose, parlare. Mi fece arretrare di um paio di passi, fino a mettermi accanto a lui.
"Va bene, Dario, adesso l'hai vista, sta bene. Puoi smettere di urlare." Annuisti, cercando di parlare, ma lui ti fermò. "Salita tua cugina, Dario." Disse ancora, iniziando a chiudere la porta.
"No! No, zio, no, aspetta, non farlo!"
"Papà,  cosa fai? Papà,  no!" Le nostre voci si michiarono, terrorizzate, da uma parte all'altra della pprta che continuava a chiudersi. La spingesti con la mano, fermandola. Lui sporse appena la testa nello spiraglio e ti sussurrò qualcosa, qualcosa che non capii. Ti fece una domanda. E a quella domanda, la tua mano ricadde e la porta si chiuse.
Si chiuse fra noi due.
Ti sentii appoggiarti al legno, chiedendo, implorando mio padre di non farlo. Singhiozzando, come un bambino.
"Ti scongiuro,  ti supplico zio, no, non portarmela via. Ti prego. Ti prego."
Posai la mano sul legno scuro, dove veniva la tua voce. Non riuscivo più a trattenermi e iniziai a piangere.
"Papà, no..."
"Fai silenzio, Bea."
"Papà,  no...no. Non puoi. Ti prego." Scosse la testa, pian piano. Non leggevo alcuna rabbia sul suo viso, solo um tremendo senso del dovere e capii che non avevo possibilità di convincerlo in alcun modo.
"Non puoi farlo. Non puoi e basta. Ho diciotto anni e anche lui. Ce ne andremo. Non potete tenerci qua. Mi senti, Dario?" Quella volta fuimio a battere i palmi sulla porta, com tutta la mia forza. "Andiamo via!"
Zio Lucio pronunciò una bestemmia, sbuffando, ma mio padre strimse le labbra con una calma glaciale.
"Sei sicura di quello che dici?"
"Si che sono sicura! Tu non capisci, non è come credete voi. Non è uma cosa sporca, fra me e lui. Noi vogliamo stare insieme, papà. Per sempre."
"Molto bene." Rispose lui. "Possiamo parlarne prima con lui?"
"Io...si. Credo di si." Annuì di nuovo, poi si volse verso lo zio.
"Allora, Lucio, vai a parlare con tuo figlio. Pare che abbia intenzione di scappare con sua cugina. Pensi di essere in grado di spiegargli che è sbagliato?" Sentii la paura avvilupparmi la gola come lana calda. L'espressione dello zio e quello che avevo appena visto non lasciavano adito ad equivoci riguardo al modo in cui ti avrebbe convinto. "Perchè è uma cosa sbagliata, Beatrice, fare questo genere di cose con tuo cugino, e lo sai, vero?"
"Papà,  ma cosa stai facendo?"
"Quello che devo." Mi rispose duro. "Allora, Lucio? Ce la fai a farlo ragionare, il ragazzo?"
"Oh, se impara, a ragionare." Rispose lui, iniziandoma scensere le scale. Mi aggrappai alla giacca di mio padre.
"Papà,  ti prego, non hai visto cosa gli ha fatto?" Annuì di nuovo. Mi gelai. Sul suo viso lessi una fredda consapevolezza. "Papà, per favore, gli vuole fare male!"
"Potrei anche andare con lui e vedere se mimriesce di farglimtenere le mani a posto, ma, vedi, Beatrice, devo stare qui con te. Perchè tu hai questa idea, in testa, questa idea dimprendere e andartene. E chi mimdice che tu non prenda le tue cose e te ne vada mentre io sono con loro?" La porta del nostro ingresso si aprì e si richiuse. Allo zio non restava che rientrare dall'altra parte e salire le scale. Metà del mio tempo era consumato.
"Io!" Gemetti al limite del panico "te lo dico io, papà,  te lo giuro, ma ti prego, non gli deve fare male! Per favore, che non gli faccia più male!"
"E mi assicuri che non farai stupidate? Che te ne starai buona e zitta, senza muoverti da dove ti metto io?"
Continuavo a sentirti piangere, grandi singhiozzi disperati. Negli occhi avevo ancora la scena di poco prima e addosso mi si andava lentamente asciugando il tuo sangue.
"Te lo giuro. Non mi muovo, non fiato, ma per amor di dio, non lasciare che gli faccia ancora male!" Piangevo anche io a quel punto, forte quasi quanto te. Mio padre mi portò nel suomstudiome mi fece sedere sul divano. Si tolse la giacca e me la posò addosso.
"Copriti. Adesso io apro questamporta e vado di là. La lasciomaperta, Bea,  voglio fidarmi della tua parola. Se sento un rumore o se hai qualche bella alzata d'ingegno, torno da te a discuterne. Torno subito. Ci siamo capiti?"
"Si."
"Adesso, c'è qualche altro aspetto di questanfaccenda che senti il bisogno di spiegarmi, prima che vada?" Sentii lo zio arrivare nel corridoio, dalla tua parte. Stava gridando. Timstava dicendo di alzarti, subito, di alzarti in piedi.
"No!" Urlai "niente! Non devo dire niente!"
"Bene. Allora vado. Ricorda, Bea, la porta è aperta."
Rimase via quasi un'ora. Un'ora in cui sentii confusamente le vostre voci lontane e tremai di paura ogni volta in cui sentivo levarsi la voce di zio Lucio, paura di sentire qualche cosa che mi facesse pensare che ti aveva colpito di nuovo. Paura per te.
Quando tornarono, erano di nuovo insieme. Gli amici inseparabili, la squadra vincente.
"Bene, Beatrice, pare che tuo cugino abbia capito che dopotutto non è il caso di insistere su questa faccenda. Pensi di venire alla ragione anche tu?"
"Cosa vuole dire?"
"Vuol dire che gli abbiamo spiegato esattamente quali sarebbero le conseguenze di quello che state facendo e ha dovuto convenire con noi che è meglio finirla qui."
"Non è vero. Minstai raccontando una bugia."
"E perchè pensi questo, se è lecito?"
"Dario mi ama. Non lo farebbe, quello che hai detto tu." Mio padre mi guardò con un sorriso di commiserazione.
"Pensa pure quello che vuoi, ma sta di fatto che non è qui, adesso, non è vero?"
"L'avrete chiuso da qualche parte."
"No. Non è così che mi comporto, lo sai benissimo. Porte aperte per te, porte aperte per lui." Deglutii, cercando di non rimettermi a piangere di nuovo. Le sue parole mi facevano un male tremendo. "Vai a preparare le tue cose. Parti domani." Concluse, deducendo la mia resa dal mio silenzio.
"Come parto?"
"Non penserai che ti lasci stare qui, di fianco a lui? Bea, il mio dovere è dimprotegferti da queste cose. Dalle cose che non capisci da sola che sono sbagliate. Lo capirai, col tempo."
"Dove vuoi portarmi?" Scosse la testa. Te lo dico domani.
"No. No, io non mi lascio portare via così. Non sono roba tua!"
"E cosa vorresti fare?"
"Me ne vado. Te l'ho detto, sono maggiorenne."
"Benissimo." Mi fece alzare, prendendomi per un braccio e mi portò giù per le scale, fino alla porta. La aprì e tese la mano.
"Rendimi la mia giacca." Lo feci. "E adesso, se vuoi andare, vattene."
"I miei vestiti..."
"No, signorina. I miei vestiti. Comprati con i miei soldi. Potrei chiederti indietro anche mutande e reggiseno, se volessi, ma sono um signore e non ti voglio mandare nuda. Anche se ti faciliterebbe nel procurarti qualche soldo. C'è un tipo di capitale di cuimle donne non sono mai a corto e, a quanto ho capito, non è diverso per te." Sentii lo zio Lucio sogghignare alle sue spalle e provai una vergogna tanto intensa da farmi stare male.
"Allora? Vai. Vivi libera. Su, avanti. La porta è aperta, fai quello che volevi fare, vattene. Oppure torna dentro e fai quello che voglio io."
Vergognandomi di me stessa, sentendomi una traditrice e una vigliacca, abbassai la testa  e tornai dentro casa.
Camminai fino alla mia stanza, con tutto il peso del mondo sulle spalle, e lì mi rinchiusi.
La notte fu tremenda.
Tentai di sgattaiolare fuori, ma aprendo appena una fessura di porta vidi la luce in corridoio. C'era qualcuno,  lì e non mi azzardai ad uscire.
La mattima arrivò in um lampo e senza che io fossi riuscita ad escogitare un modo per rivederti.
Il dolore che sentivo era tanto grande che nemmeno riuscivo più a piangere.
Mio padre bussò alla porta verso le sette. Mi trovò vestita, sul letto, con una borsa di cose ai miei piedi e mimfece cenno di seguirlo, senza parlare. La casa era vuota, come se non fosse stata mai abitata da nessuno. Passai davanti alla porta della tua stanza e la guardai finché riuscii.
Sullo spiazzo di ghiaia era già in attesa l'auto, col bagagliaio aperto come le fauci di un animale.
Uscirono gli zii.
Salitarono mio padre, ma a me non rivolsero la parola. Lui aprì la portiera di dietro e io salii sulla macchina. Mi sentivo morta.
Si sedette al posto di guida.

Fu allora che tu corresti fuori della porta, scarmigliato, con quel grande sfregio rosso sulla bocca, come una visione di paradiso.
Ti gettasti sull'auto, sul finestrino, e mi affrettai ad abbassarlo.
Mi sporsi oltre il rettangolo vuoto lasciato dal vetro con la testa e con le spalle, gettandoti le braccia al collo.
Per quanto dovesse essere doloroso per te farlo, mi baciasti con tutte le tue forze e sentii il sapore del tuo sangue e il tuo sapore e il tuo odore, ancora una volta. Poi mio padre si sporse dietro il seggiolino, tirandomi indietro per la vita, e il tuomti afferrò per le spalle.
Prima che ci dividessero, schiacciasti nella mia mano qualcosa. Ebnia appena il tempo di guardare.
Era il tuo ciondolo, quel vecchio ciondolo a forma di drago. Portavo ancora al collo il mio e rigirai la catena fra le mani, tentandomdi aprirla, senza trovare il fermaglio.
Mio padre urlava, tuo padre urlava, tutto il mondo urlava e i nostri occhi non si lasciavano mai.
Afferrai la catenina con due mani e la tirai forte, forte abbastanza da spezzarla. Mi lasciò sul collo un tagliomsottile, ma fondo abbastanza da formare una cicatrice.
Te la misi nella mano, come tu avevi fatto con me.
Allora mio padre partì,  senza esitare oltre, come se avesse deciso di risolvere quella situazione ad ogni costo.
Quando non riuscii più a vederti dal finestrino, mi schiacciai contro il lunotto posteriore, fino a che non svoltammo e non ti vidi più.

Non ti avrei visto mai più.

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