Il nostro rientro non esattamente trionfale, a bordo della minuscola auto rossa della madre di Andrea, e il malessere del giorno successivo alla festa divennero motivo di scherzo in famiglia per tutta quell'estate.
Quasi non pssava giorno senza che ci prendessero in giro, ora l'uno ora l'altro, e una sera mio padre rientrò con una busta di carta lucida da cui trasse una bottiglia dall'etichetta viola e gialla coperta di scritte incomprensibili.
La aprì dopo cena, insieme allo zio, e nel sentire l'odore che emanava il liquido che conteneva ti vidi impallidire e tirare le labbra in una smorfia verso il basso.
"Ne vuoi?" Ti chiese tuo padre ridendo sotto i baffi. Scuotesti la testa con tanto impeto da farli scoppiare a ridere entrambi.
"Pensavo ti piacesse, questa roba! O la bevi solo se te lo chiede una bella ragazza?" Ti sforzasti di sorridere, per mostrare che stavi allo scherzo, ma ti affrettasti ad alzarti da tavola e ad allontanarti il più possibile da quell'odore dolciastro.
Vedendoti battere frettolosamente in ritirata, i nostri padri esplosero in un nuovo scroscio di risate. Ti ritrovai in cucina, con la testa appoggiata alle mani, seduto al tavolo.
"Tutto bene?"
"Si. Mi fa venire da vomitare, l'odore di quella cosa."
"Ma si può sapere quanta cavolo ne hai bevuta?"
"Ho contato fino a otto bicchierini. Poi mi si è un po' confuso il calcolatore."
"Otto? Più di otto? Ma sei matto? Potevi stare male sul serio."
"Bea, per carità, non incominciare anche tu." Mi pregasti affondando le mani fra i capelli. Mi avvicinai e ti accarezzai dolcemente la schiena in ampi cerchi fra le scapole.
"Povero Darietto."
"Io ho visto che la beveva una ragazza, fra l'altro più piccola di me, e ho pensato che non fosse questo granché."
"Mi sa che abbiamo un tantino sottovalutato la situazione, tutti e due, eh?"
"Un tantino. Ma se almeno la smettessero di parlarne. Insomma, sono passate quasi due settimane!"
Non potevo darti torto. In effetti, le continue allusioni alla nostra indole festaiola iniziavano a dare sui nervi anche a me.
Nel frattempo, la tua campagna per la patente continuava imperterrita. Non c'era giorno in cui non sollevassi l'argomento, ma sempre e solo con tua madre.
Ormai vedevamo zio Lucio solo la domenica e, di tanto in tanto, una sera durante la settimana, ma questo non poteva che renderci felici.
Ricominciammo a concederci lunghe gite, adesso anche in moto, durante le giornate di sole che diventavano sempre più calde.
C'era un fiumiciattolo, poco più di un canale, che sulla tua moto distava appena una ventina di minuti e che divenne, in quelle settimane dorate, la nostra seconda casa.
Lì stendevamo le vecchie tovaglie che Dora ci preparava per le uscite e che portavo nel mio zaino, e poi passavamo il giorno intero, dall'alba al tramonto, insieme, soli, storditi dal canto delle cicale.
Spesso la mattina ti stendevi con il capo sulle mie gambe e mi ascoltavi leggere, soprattutto storie del tuo beneamato signor Holmes, ma anche brani dai libri che leggevo io, tratti dal lungo elenco della professoressa Guidi.
Quell'estate facemmo conoscenza con Jane Austin, che ti parve inutilmente prolissa, con Pirandello, niente male, ma un tantino inquietante, e con Zola, che incontrò il tuo gusto.
Dora preparava sempre qualcosa da mangiare per pranzo, che potessimo trasportare facilmente, e tu ti lasciavi nutrire un boccone alla volta, mollemente appoggiato al tronco di un larice mentre io spezzavo con le dita il cibo per portartelo alla bocca. Eri il mio bambolotto, che carezzavo e coccolavo da mattina a sera, senza mai strapparti una parola di protesta.
Altre volte, soprattutto quando l'aria diventava davvero torrida, ti toglievi la maglietta e mi facevi togliere la mia e, prima di rimetterle, andavi a bagnarle nell'acqua che ci scorreva davanti. La sensazione di frescura che ce ne derivava era paradisiaca e rimanevamo sdraiati fianco a fianco, le braccia discoste dal tronco e le gambe aperte che si intrecciavano, ad osservare i giochi di lice disegnati dalle foglie che ci facevano da tetto e a parlare senza fine di mille sciocchezze.
Di Andrea e di Gregorio durante quei pomeriggi ne parlammo fin troppo, fino ad esaurire ogni possibile ramificazione dell'argomento.
Non riuscii a convincerti, nonostante tutto il mio impegno, che di Gregorio nom ci fosse da fidarsi. Per te, che della lealtà non conoscevi memmeno il nome, perchè era insita nella natura stessa del tuo essere, era semplicemente impossibile che qualcuno che ti stava tanto vicino e con cui parlavi tanto potesse non essere cristallino.
In quanto ad Andrea, invece, il discorso si faceva più complesso. Il semplice, schietto odio che aveva caratterizzato i vostri rapporti fin dal primo giorno si era andato intorbidendo, intricando mano a mano che procedeva la vostra conoscenza, fino ad un punto in cui, ad una robusta antipatia reciproca, si intrecciava una sorta di cauto rispetto.
Era stato lui a chiamarti, la sera della festa, quando mi aveva vista barcollante fra le braccia del tuo cosiddetto amico e per questo sentivi di dovergli una gratitudine che ti lasciava i quieto ed i fastidito. Non ti piaceva sentirti in debito con qualcuno, men che meno con qualcuno di cui non ti fidavi.
Parlavamo anche di tante altre cose, sopratutto dell'avvicinarsi del momento in cui avremmo potuto andare via, lontano da lì.
Era sempre così che ti esprimevi tu, 'lontano lontano', dicevi, come fosse una fiaba la nostra, in cui avresti potuto caricarmi sul tuo bianco destriero e sparire con me all'orizzonte, ma i nostri discorsi finivano per essere molto più prosaici.
"Ci serve, una macchina. Non possiamo anndarcene in treno, Bea, e neanche caricare le nostre cosa sulla moto. Per lo meno, uno di noi due deve saper guidare. Insomma, se contiamo di trasferirci in un'altra città o addirittura in un'altra regione, come pensiamo di fare, non possiamo trovarci nella condizione di non sapere come spostarci."
"Ho capito. Lo so che hai ragione, ma pensi che ci lasceranno andare così, senza protestare? Mettiamo pure che tu riesca a farti prendere una macchina nel prossimo anno. Pensi che quando gli diremo 'noi andiamo via, a proposito, volevamo dirvi che stiamo assieme' loro ci risponderanno 'accidenti, non ce n'eravamo accorti, ecco le chiavi dell'auto e un assegno in bianco'? Mi sembra un tantino ottimistico, Darietto mio."
"No, lo so, ci sarà del brusco in casa. Ma cosa possono farci? Se abbiamo deciso così, non ci possono fermare. In um modo o nell'altro dovranno adattarsi, sai?"
Un altro giorno affrontammo l'argomento dei soldi.
Per fare quel che pensavamo ce ne sarebbero serviti, e parecchi. Ricordo che eravamo a casa, in giardino, all'ombra, e che mi sentivo piuttosto a disagio a discutere di quel particolare con te. Dopo una vita che la zia mi ripeteva che parlare di denaro è volgare e che discuterne in cifre e numeri pressochè proibito, un certo pudore mi impediva di tranquillizzarmi.
"Io un pochino ne ho messi da parte." Ti confessai, senza guardarti in faccia.
"Anche io. Un po' di più di un pochino, a dirti la verità." Ti guardai interrogativa e nel farlo mi sentii arrossire. Ridesti.
"Vieni su, ti faccio vedere." Mi prendesti per mano e mi trascinasti per le scale fino in camera tua, dove sparisti sotto il letto, per ricomparire con una scatola da scarpe, una comune scatola di cartone bianco.
"Ti ricordi quando è stato che abbiamo deciso di scappare insieme?"
"In seconda media?" Annuisti.
"Ho cominciato quell'anno. Insomma, io non spendo un granché. E, sai quando mio padre fa lo stronzo con me? Beh, praticamente ogni volta, dopo, mi allunga qualcosa. Credo che ci sia una specie di messaggio, in tutto questo, cosa dici?" Sorridevi, con la scatola sulle ginocchia, seduto sul copriletto di fronte a me. Alzasti il coperchio e togliesti la rivista che era posata appena sotto. Mi mancò il fiato. Banconote di piccolo taglio, spiegazzate, ma impilate con la precisione che ti era abituale, e qualche pezzo veramente grosso in disparte. La scatola era piena. In tutta la mia vita non ho mai più visto dal vivo tanti contanti tutti assieme.
Ridesti della mia espressione, canzonatorio, buttando la testa all'indietro.
"Sorpresa! Pensavi che ti avrei fatto patire la fame, nanetta?"
"Porco mondo, Dario, ma quanti sono?"
"Non lo so bene" ti stringesti nelle spalle "è da un annetto che non li conto, ma ogni volta che mi allungano qualcosa li butto qua dentro. Ogni tanto prendo qualche carta da mille per le mie cose, ma direi che non ho intaccato il capitale. Allora? Cosa dici, sono una brava formichina?"
Mi uscì una parolaccia in tono affermativo, scatenandoti una nuova risata.
"Vado a prendere i miei, così li teniamo assieme." Decisi. Ovviamente non ne avevo altrettanti. Non ero una spendacciona, ma tu dovevi aver davvero risparmiato all'osso per mettere via una cifra del genere e, comunque, i tuoi erano molto generosi con te riguardo ai soldi, in un modo che mio padre non riusciva nemmeno a concepire.
Li mettemmo insieme e mi meritai un'occhiataccia per averti portato i miei risparmi in una palla stroppicciata. Li contasti tu, rapido e concentrato. La somma finale mi fece quasi cadere dal letto.
"Hai detto milioni?"
"Si. Ma guarda che sono meno di quello che sembrano. Se una volta fuori ci spicciamo a trovare un lavoro, ci bastano per affittare un appartamento piccolino e coprire il primo mese di spese. Mettiamola così, è un mese di autonomia, partendo da zero come facciamo noi."
"Ce la facciamo, in un mese?" Ti chiesi. Non mi ero mai resa conto di quante cose non sapessi della vita fuori di casa, ma tu sembravi esserti informato molto bene ed eri in grado di snocciolare, contandole sulle dita, cifre, necessità e tempi in un modo che mi rassicurò pienamente. Come al solito, sapevi cosa fare.
"Ce la facciamo, nana, basta che facciamo le cose fatte bene, sai? Non preoccuparti. Ho un piano."
"Hai un piano."
"Si." Ti abbracciai, sporgendomi sopra i mucchietti di banconote fra noi.
"Grazie di avere un piano."
"Ma prego, amore. Cosa credevi, che partissimo all'avventura?"
"No, ma...grazie. Sei sempre tu il mio eroe, lo sai?" Arrossisti e parecchio, fino a che decidesti di nascondere il viso fra i miei capelli.
"Non ti porterei mai in pericolo, Bea. Io mi prenderò sempre cura di te. Lo sai, si?"
"Lo so. E io di te." Ci stringemmo ancora un attimo, poi tu facesti sparire di nuovo tutto nella scatola e la scatola sotto il letto. L'idea tessa che avessi serbato per tanti anni un segreto del genere, che ti fossi impegnato per tanti anni per ottenere un risultato del genere, mi scaldava il cuore. Non esisteva, al mondo, qualcun altro che l'avrebbe fatto, riflettevo. E, senza saperlo, ero desrinata a scoprire fin troppo presto quanto vera fosse la mia riflessione.
La settimana sucessiva tuo padre rientrò, senza preavviso, un pomeriggio. Il caldo aveva co inciato a fare sul serio e lo trovammo a fumare seduto sulla panchina di pietra del giardino, al fresco, quando tornammo a casa da una delle nostre gite al fiume, verso sera.
Eravamo entrambi felici e scompigliati, rilassati dopo un'intera giornata passata in pace a parlare e amoreggiare protetti dal duplice schermo dell'erba alta e dell'estate rovente che induceva a rintanarsi nel fresxo delle case la maggior parte delle persone.
Era stato uno di quei pomeriggi in cui ci pareva di essere gli unici abitanti del mondo, come avevano dovuto sentirsi Adamo ed Eva nel giardino, e ci eravamo concessi di più di quanto ci fosse usuale.
Nel vederlo, nemmeno tu reagisti come oramai ti era solito, ma lo salutasti allegro con la mano passandogli di fronte sulla moto, per portarla nella rimessa.
"Ciao, papà. Quando sei tornato?" Gli chiedesti facendo scricchiolare la ghiaia sotto le scarpe mentre ti avvicinavi. Si strinse nelle spalle.
"Oggi." Ci osservò a lungo, uno sguardo di quelli che avevo imparato a temere, in cui captava molto di più di quanto la sua aria da grosso orso lento facesse supporre. Rimanesti in silenzio, a disagio quanto me sotto i suoi occhi.
"Beh, allora vado a darmi una pulita prima di cena." Dicesti dopo qualche attimo.
"Dì, mezza sega, con chi andate a incontrarvi, giù al fiume?" Chiese sorridendo appena.
"Oh, nessuno." Rispondesti in tono indifferente.
"Vieni qui." Ti chiamò con un cenno della mano. Mi allj gasti un'occhiata, prima di avvicinarti.
"Vai pure su, Bea, non serve che mi aspetti." Dicesti. Cercai conferma nei tuoi occhi e poi, vedendoli sicuri, entrai in casa. Una sensazione di pericolo e disagio, sottile quanto una lama e altrettanto netta, mi si incastrò fra lo stomaco ed il cuore. Quel mezzo sorriso che ti aveva rivolto mi tornava alla mente. Mi chiesi quanto avesse capito e soprattutto che cosa.
Passarono una decina di minuti, prima che sentissi il tuo passo sulle scale. Acevo preparato i vestiti puliti per farmi un bagno prima di cena, ma non ero riuscita a muovermi dalla mia stanza prima di acerti visto. Una sola occhiata mi bastò per rassicurarmi. Percorrevi il corridoio sorridendo fra te e te.
"Oh! Cosa voleva?" Ti sussurrai. Mi raggiungesti sulla porta.
"Chiedermi in primo luogo chi è la ragazza con cui mi vedo quando andiamo al fiume e in secindo luogo se sto attento che nessun ragazzo faccia con te quello che, sai, quello che io faccio alla suddetta ragazza. Ah, e di stare attento a non combinare danni, leggesi non lasciare incinta nessuno."
"Quindi va bene che tu faccia il cretino in giro, ma io invece devo essere guardata a vista come un criminale di guerra?"
"Esatto." Rispondesti con una risatina sciocca.
"E le ragazze con cui tu puoi fare quello che ti pare appartengono a un'altra specie? Sono alieni?"
"No. Non sono della famiglia." Scossi la testa disgustata da quella filosofia. "Dai, non ti arrabbiare, io cosa c'entro? È stato lui a dirlo, mica io!"
"Hai ragione." Ammisi "ma dimmi che almeno tu non la pensi così, ti prego." Ti raddrizzasti in tutta la tua statura e posasti la mano sul cuore, come per un giuramento ufficiale.
"Prometto di non impedirti mai, ma mai nella vita, di fare sesso." Mi guardasti in tralice con gli angoli della bocca che ti si contraevano, nello sforzo di restare serio. Nonostante tutto, nemmeno io, di fronte a quella pagliacciata, riuscivo a restare indifferente.
"Sei scemo, lo sai, si?" Posasti le mani sulle mie spalle e la fronte contro la mia, spingendomi dentro la stanza.
"Molto scemo?" Domandasti, naso a naso con me.
"Moltissimo."
"Dai un bacio al povero cugino scemo?" Allungai un'occhiata alla porta, per verificare che fossimo sempre soli, nonostante non avessi udito alcun passo in corridoio. Certe abitudini, una volta consolidate, diventano automatismi. Ti baciai piano, un piccolo bacio a fior di labbra.
"Ancora." Mormorasti prendendomi il viso fra le mani. Ci baciammo ancora, dolcemente, le tue mani a seguire i contorni del mio volto, dalle tempie al mento, e le mie che ti accarezzavano la nuca, ancora calda di sole.
Dopo scappasti a prepararti per la cena, lasciandomi al mio bagno serale. Era una fortuna che ci fossero abnastanza bagni per tutti, anche se a volte mi veniva da pensare a quanto era stato tutto più semplice quando eravamo piccoli.
Il tuo bacio mi aveva riempito di una strana dolcezza, quasi un languore, che non avrei mai saputo spiegare a nessuno, né allora né in seguito. In momenti come quelli, era come se tutto il tempo del mondo sparisse e rimanessi tu soltanto, al centro dell'universo, solo tu e l'amore infinito che percepivo in ogni tuo gesto. Se avessi trovato un modo per vivere così tutto il tempo, tutti i giorni, non mi sarebbe importato del prezzo da pagare. Fosse stata pure la mia anima immortale, l'avrei data senza esitazioni.
Quando ci sedemmo a tavola, quella sera, mi sembrò di scorgere, in fondo al tuo sguardo, un'ombra delle mie stesse considerazioni e mi ripromisi di chiederti qualcosa al riguardo, più tardi, quando fossimo stati soli.
Mangiammo in un silenzio quasi completo, come spesso accadeva in presenza di tuo padre e i piatti erano già stati portati via, quando la zia sollevò, timidamente, l'argomento che ti stava tanto a cuore, quello della tua patente.
"Dopo l'estate vediamo." Rispose recisamente zio Lucio senza alzare gli occhi dai minuzzoli di pane che stava sbriciolando. Quella sera appariva più stanco di quanto l'avessi mai visto.
"Dai, papà, per favore! Devo solo fare le guide obblogatorie e gli esami, se mi dai il permesso ce la faccio prima che ricominci la scuola!" Perorasti appassionatamente tu. Di solito non insistevi mai, con lui, ma questo argomento ti stava troppo a cuore per tacere. Eri seduto alla sua sinistra, come ogni sera, e ti sporgesti appena verso di lui parlando.
"Ho detto dopo l'estate. Chiuso." Ribadì lui senza guardarti.
"Ma perchè?" Sbuffasti tu rifacendoti i dietro sulla sedia "cosa ti cambia?" Vidi lo zio alzare gli occhi e nei suoi occhi un la po di rabbia.
"Basta. Piantala subito di rompermi il cazzo, hai capito, mezza sega? Se ti dico una cosa, è quella. Non permetterti di discutere, quando ti dico una cosa." Il suo tono era basso e tagliente, come sempre nei momenti di maggior nervosismo. Non urlava mai quando si preparava ad attaccare. Sibilava. Chiudesti gli occhi per un attimo, stringendo le labbra in una linea sottile.
"Va bene." Riuscisti a spremerti fuori in una voce che pareva strangolata dalla rabbia.
"E non parlarmi in quel tono lì." I tuoi occhi si aprirono, e in essi poté leggere tutto l'astio che provavi nei suoi confronti. Non per averti negato, o semplicemente ritardato, qualcosa che desideravi tanto intensamente, ma per il suo ribadire continuo che era lui a comandare e tu non avevi alcuna voce in capitolo. Vi fissaste per un momento, col mento proteso in avanti in un'identica espressione di sfida, gli occhi del medesimo colore agganciati in un duello di forze contrastanti. Era sempre affascinante, oltre che spaventoso, vedervi in quel genere di situazione. Era come vedere la stessa persona di fronte ad uno specchio che ne ringiovaniva i tratti. Riflettei, non per la prima volta, che c'era qualcosa di misterioso e di profondo nella forza che vi portava a scontrarvi con tanta durezza, nonostante le centinaia di prove d'affetto che vi eravate scambiati nella vita. Sapevo quanto tu lo amassi, ma non potevi fare a meno di reagire in quel modo, anche se sapevi a cosa vi avrebbe portato.
"Levati quell'espressione dalla faccia, altrimenti te la levo io." Scandì lo zio. Vidi i muscoli della tua mandibola contrarsi, pulsare sotto la pelle, e poi decidesti di non attaccare lite. Abbassasti lentamente lo sguardo e il viso e ti appoggiasti al tavolo.
"Credi di avere diritto di chiedere, anzi, di pretendere qualcosa?" Rincarò la dose "tu non vali un cazzo. Sei solo una spesa e i aggiunta anche una rottura di coglioni!" La sua voce si stava lentamente alzando, mano a mano che procedeva.
Mio padre mi toccò la spalla e mi costrinse ad alzarmi, per uscire dalla stanza. Non eravamo ancora alla porta, quando finì per urlare davvero.
"Se avessi saputo che una scopata mi avrebbe portato tanti problemi, avrei fatto più attenzione!" Un silenzio assoluto seguì questa sua sparata e perfino mio padre si voltò a guardarlo.
"Lucio, non dire così." Quasi singhiozzò zia Sissi dall'altro capo del tavolo.
"Non dire così? " la aggredì lui. "Cosa vuoi, metterti a fare polemica anche tu? Alla fine è questo che è, no? Un'altra rottura di palle, oltre e tutte quelle che mi devo sciroppare! E perchè? Perchè è mio figlio." Ti guardò ostentando disprezzo. "Mio figlio. Uno che dovrebbe essere un uomo, ormai, e pensa solo a farsi i cazzi suoi. E ha anche il coraggio di pretendere! Gran bella fregatura, per una scopata."
"Lucio, non puoi dire una cosa del genere!" Protestò ancora lei. Riuscivo a vedere le lacrime accumularsi nei suoi occhi, dal mio posto accanto alla spalla di mio padre, che lo fissava scuotendo piano la testa. Tu avevi chinato il capo e le spalle, come se qualcuno avesse tagliato i fili che le sostenevano.
"Piantala!" Urlò lo zio battendo il palmo sul tavolo. Produsse uno schiocco secco come una pistolettata. "Piantala, per dio, Silvana, o ce n'è anche per te." La zia guardò tutti noi, in un lento rivolgere del capo che supplicava aiuto, prima di alzarsi da tavola e sparire in cucina. Nel passare accanto a mio padre, volse gli occhi dall'altra parte, come se non volesse guardarlo in faccia. Zio Lucio si chinò verso di te. Non riuscivo nemmeno a vederti in faccia, tanto bassa tenevi la testa.
"Cosa fai, piangi, femminuccia?" Ti infilò due dita sotto il mento, per forzarti ad alzare il viso e vidi che davvero avevi gli occhi lucidi. Ti rise in faccia, una breve risata simile all'abbaiare di un cane. "Cos'è, paparino è stato cattivo? Ti ha sgridato? Dai, fatti un bel pianto, fighetta, fammi vedere che uomo che sei."
Ti alzasti un piedi. Le tue mani erano allargate sulla tovaglia chiara come stelle di mare, i tendini messi in rilievo dallo sforzo di rimanere calmo e non rispondergli. D'istinto feci un passo verso di te e mio padre mi trattenne, posandomi il braccio di traverso lungo il petto.
"Posso andare?" Gli domandasti con voce spenta.
"Vai, vattene. Vai a farti consolare, femminuccia. Ragazzina. Sarebbe stato meglio usare un goldone, la sera che ho fatto te." Disse, continuando a parlare alla tua schiena quando ti avviasti verso la porta.
Ci passasti accanto, evitandoci agilmente senza sfiorarci nemmeno e sentii i tuoi passi risuonare per le scale.
Lo zio ci guardò, me e mio padre, gli unici rimasti, fianco a fianco sulla soglia. Vedevo chiaramente pulsare le vene sulle tempie di mio padre. Era arrabbiato anche lui, per quanto era accaduto, ma non quanto me. Io cercavo di trattenere in gola tutte le parole che si affollavano per essere gridate in faccia a quell'uomo e questo richiedeva ogni briciola delle mie energie. Il braccio di mio padre era ancora sul mio petto, come una sbarra.
"Cosa c'è, avete da ridire anche voi?" Chiese zio Lucio voltando gli occhi segnati da uno all'altro. Fissò lo sguardo nel mio e annuì, sorridendo cupo. "Guarda come è invelenita questa qui. Dai" sfidò mio padre "mollala, che vediamo cosa fa."
Senza girare la testa, lui mi ordinò:
"Bea, sali su." Non mi dava spesso ordini, ma riconoscevo il tono, quando lo sentivo. Guardai un'ultima volta lo zio, senza preoccuparmi che vedesse ciò che provavo nei miei occhi, e obbedii.
Salii i gradini lentamente, cercando di sentire qualcosa della conversazione fra papà e lo zio, ma la porta si richiusa troppo presto, quando ancora ero a metà della prima rampa.
Arrivai all'altezza della tua stanza ed esitai. Avrei voluto correre da te, stringerti con tutta la forza, ma non avevo idea di come potessi aver preso quell'ultima scenata. Non che avessi paura di te, ma temevo di non essere i grado di darti conforto, non quella volta. Avevo visto la tua faccia quando eri uscito dalla stanza.
La mia esitazione durò non più di una manciata di secondi, poi aprii la porta ed entrai.
Sulle prime non riuscii a vederti. Eri seduto al tavolino, con la testa posata sul piano e le mani sulla testa, tanto curvo e appiattito che eri sfuggito al mio sguardo alla prima occhiata.
Non eri arrabbiato, non piangevi, non facevi assolutamente niente. Eri solo lì, che tentavi di fonderti con l'arredamento, a occhi aperti, senza nemmeno battere le palpebre.
"Dario?" Non rispondesti e mi avvicinai. "Amore mio?" Ero accanto a te. Per appiattirti tanto contro il tavolino, avevi spinto la sedia all'indietro, quasi contro il muro, allungando la schiena. Ti feci una carezza sulle spalle, cercando una qualche reazione.
"Lasciami stare." Mormorasti chiudendo gli occhi.
"No, tesoro." Risposi a voce bassa, cercando di attirarti a me. Stringesti forte gli occhi, schiacciandoti ancora di più le mani sulla testa.
"Lasciami stare." Ripetesti, mentre la tua voce diventava stridula di pianto.
"No, Dario. Per favore. Ti prego." Finalmente le lacrime cominciarono a traboccare. Piangevi quietamente, senza rumore, facendoti sempre più piccolo.
"Bea."
"Sono qui."
"Sto male." Riuscii, con un piccolo sforzo, a farti raddrizzare il tempo sufficiente per accogliere la tua testa sul mio petto. Nascondesti il viso nel mio seno, lasciandoti abbracciare e ti cullai piano, muovendomi appena, avanti e indietro, mentre sentivo le tue lacrime bagnare la stoffa leggera della mia maglia e toccarmi, tanto calde da essere quasi bollenti, la pelle. Mi stringevi per la vita e di te vedevo solo il culmine della testa. Baciai i tuoi capelli chiari e lasciai che il tuo pianto si sfogasse, sperando che ti portasse qualche sollievo.
"Non volevo piangere."
"Non fa niente. Non vuole dire niente, amore mio. Va bene, se piangi."
"Non mi ha mai voluto, vero?"
"Non importa." Alzasti il viso verso di me, grandi occhi chiari come l'acqua, senza alcuna difesa, e mi guardasti stupito.
"A me importa. Insomma, mi dispiace."
"Ma ti voglio io. Ti voglio sempre, da sempre." Annuisti, staccandoti da me e pulendoti gli occhi con la base dei palmi.
"In ogni modo, direi che questo spiega molte cose." Commentasti abbattuto, ma con voce di nuovo ferma. "Insomma, se si è pentito di avermi avuto, è sensato che faccia così con me, giusto?"
Per molti anni era stata combattuta, nei riguardi di zio Lucio. Lo detestavo per il modo in cui ti trattava, ma allo stesso tempo provavo una sorta di insinuante pietà nei suoo confronti e perfino una briciola di affetto. In quel momento, sentendo il dolore che coloriva le tue parole come un'inchiostro tossico, sentendoti cercare di consolare te stesso per tutti quegli anni di umiliazioni con la spiegazione che, in fondo, farti nascere era stato un errore, la mia condanna verso di lui divenne totale e definitiva.
L'idea stessa che tu potessi conssiderarti un errore era una abominazione da cancellare, da strappare alla radice. E la radice era lo zio.
Sentii una rabbia fredda come l'inferno spandermisi per il corpo, come avevano fatto le onde di calore provocate dal vino alla festa. Scoprii di essere perfettamente in grado di apparire calma e ragionevole e di modulare il mio tono di voce, anche se il mio unico, vero desiderio, in quel momento, era di far male a tuo padre, farglieme abbastanza da bilanciare quello che lui aveva fatto a te, sempre, fin dall'inizio.
Di nulla di tutto questo ci fu traccia nella mia voce, quando ti dissi:
"Il buon dio ti ha mandato qui per me, si vede. Pensa, cosa facevo io, se non c'eri tu, quando arrivavo qui? Sarei stata sola al mondo." Mi premiasti con un pallido sorriso. "Forse se non ci fossi stato tu papà non mi avrebbe neanche portata qui. Sarei stata tutta sola quando lui era via, ci hai mai pensato? E, anche se mi avesse portata qui, cosa avrei fatto, in mano a tua madre tutto il tempo? Avremmo finito per odiarci!" Il tuo sorriso si allargò appena.
"Avresti trovato qualcuno. Un amico, un'amica."
"Qui? Mi ci vedi, a organizzare le festicciole nel salotto della zia?"
"No."
"Vedi? Se non ci fossi stato tu, la mia vita sarebbe stata tremenda. E poi avrei sentito per sempre che mi mancava qualcosa."
"Credi?"
"Sono sicura. Pensaci, se non ci fossi stata io, non ti sarebbe mancato qualcosa?" Annuisti lentamente.
"Si. Credo che non mi sarei mai sentito a posto." Eri più calmo, adesso, anche se la tristezza ancora ti traspariva dal volto.
Mi appoggiai al muro con la schiena, osservandoti riflettere sulla questione, che io avevo già sviscerato innumerevoli volte fra me e me.
La porta si aprì lentamente, lasciando apparire tuo padre.
Istantaneamente ti alzasti in piedi, guardandolo in viso, composto, inespressivo. Lui si mordeva le labbra e sembrava a disagio.
Feci un passo avanti, portandomi accanto a te.
"Senti, sei a posto?" Ti chiese. Annuisti brevemente.
"Volevo dirti..." mi osservò un momento cin la fronte aggrottata. "Senti, puoi uscire?" Strinsi i denti e incrociai le braccia sul petto senza rispondere. Lo zio sospirò e di nuovo si rivolse a te. "Ho qualche casino a lavorare, ultimamente. Mi scappa la pazienza facilmente." Annuisti di nuovo, con lo stesso gesto brusco di prima.
Zio Lucio mi guardò di nuovo e poi spostò gli occhi su di te. Umettandoti le labbra, mi facesti cenno con la testa verso la porta. Uscii passando volutamente troppo vicina a lui e mi appoggiai al muro del corridoio, esattamente di fronte alla tua porta aperta. Quasi ti scappò un sorriso, vedendomelo fare.
Lo zio socchiuse la porta.
"Senti, non è vero che...insomma, ci abbiamo messo quasi un anno a metterti insieme, lo sai?" Lo sentii dire.
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