Anche ripensandoci con la maturità di oggi, era strano l'attaccamento che quel ragazzo dimostrava nei nostri confronti. Non posso dire di averlo mai veramente capito.
Di certo non ci pensavo più di tanto allora, per me era diventato una parte del paesaggio, un qualcosa di immutabile come il fatto che al lampo seguisse il tuono, che Andrea ci stesse, in un certo senso, con il fiato sul collo.
A volte ci ripenso e mi viene da chiedermi se non si fosse in un qualche modo affezionato ad uno di noi o ad entrambi. Certamente così appariva.
Venne perfino alla festa per i nostri diciotto anni, nonostante lo scontro che avevamo avuto fuori dalla palestra.
Anche se, in quel caso, avrebbe potuto essere solo un semplice desiderio di stare in mezzo agli altri.
I nostri genitori avevano fatto le cose in grande, come avevo detto, e ci avevano affittato un'intera sala di un locale, una via di mezzo fra un ristorante e quello che oggi chiamano pub, che in fondo è solo la versione nobilitata di un bar.
Nelle nostre migliori tenute estive, jeans e maglietta candida per te e jeans e tremenda maglia a strisce per me, festeggiammo insieme ad un numero insospettabile di compagni di scuola e della tua squadra.
Tutto andò alla perfezione, fino a quando arrivarono, giusto un po' in ritardo, tre ragazze della tua scuola.
Erano pressoché tutto ciò che io non ero: alte, magre, truccate, coi capelli vaporosi e grandi orecchini ondeggianti, entrarono nella sala in una nube di voci acute e profumo.
Una di loro, e ovviamente altri non poteva essere se non la più carina, decise di augurarti il buon compleanno con un abbraccio da mozzare il fiato.
Alcuni dei tuoi compagni, Gregorio in testa, risero e applaudirono alla scena, mentre io sentivo lo stomaco che si arrotolava come un serpente spaventato.
Si sedettero attorno a te, circondandoti di pigolii e risatine, mentre il tuo viso assumeva una delicata sfumatura cremisi. Mi guardasti spalncando gli occhi: non avevi idea di come uscire da quella situazione senza essere preso per maleducato o per stupido.
Mi strinsi nelle spalle, fingendo che non mi importasse. Ero circondata da amici della mia scuola, che scherzavano fra loro, allegri come non mai, con l'ultimo giorno di lezioni ormai alle spalle.
Cercai di inserirmi nella conversazione, di distrarmi, ma i miei occhi ritornavano, quasi di loro volontà, alla scena che si svolgeva attorno a te: i compagni festanti, qualche bottiglia di birra che vagava fra le mani e un paio di ragazze, una per parte, a farti ala e ridere a qualsiasi cosa ti uscisse dalla bocca. Eri seduto, comodamente appoggiato all'indieteo sulla sedia, con le lunghe gambe stese in avanti, e sembravi godertela un mondo.
Quando arrivai a non sopportare più le chiacchiere e le risate attorno a me, ruppi il cerchio di persone che mi attorniava e feci irruzione nel bar.
Non avevo mai toccato alcol, a meno di voler consiserare alcol quello contenuto nei biscotti che racchiudevano i dolci di Dora, ma quando vidi Gregorio con una bottiglia di birra, gliela sfilai destramente di mano e me la portai alla bocca come se non avessi fatto altro nella mia vita.
Mi guardò con un'espresione che rasentava la cupidigia. La maglia che portavo era larga, a strisce grigie e rosa, e lasciava le spalle scoperte; nel reclinare la testa all'indietro per bere a collo scivolò un poco più in giù sulla spalla, lasciando intravedere l'attaccatura del seno.
Mi affrettai a ricoprirmi, schifata dal suo sguardo viscido.
"Auguri, festeggiata!" Mi disse avvicinandosi ancora. "Quello che vuoi, stasera te lo offro io." Scossi le spalle e gli schioccai un grosso bacio sulla guancia. Mi repelleva sempre, ma almeno tentava di essere gentile con me. Si portò la mano al viso come se l'avessi schiaffeggiato.
"Grazie." Gli dissi, sporgendomi in avanti per superare il rumore di fondo, poi me ne andai.
Scoprii che la birra mi piaceva un sacco. Non mi ero aspettata una cosa simile, quasi uma bibita insolita in cui non avvertivo per niente l'alcol. Era fresca e buona e mi sembrava di poterne bere quanta ne volevo senza alcuna conseguenza, come fosse aranciata.
Quando finii la prima, senza nemmeno sapere come me ne ritrovai un'altra in mano. La gente attorno a me sembrava ansiosa di compiacermi e tutti avevano voglia di scambiare due parole. Mi fermai da un capannello all'altro, ridendo e chiacchierando.
Mano a mano che la serata andava avanti, ti persi di vista. Quando girai gli occhi per la sala cercandoti, non vidi né te né il gruppetto di ragazze che ti aveva attorniato un paio d'ore prima.
Non mi era difficile immaginarti in qualche angolo buio con una di loro, e sapevo bene quanto tu fossi abile in certe prodezze ginniche che ti permettevano di fare a meno di superfici orizzontali per ottenere i tuoi scopi. Mi sentii in caduta libera, una volta che questa immagine ebbe messo radici nel mio cervello, come se non potessi fare a meno di vederla e rivederla all'infinito. Mi ritirai in un angolo vuoto e mi lasciai cadere su una sedia, sentendomi svuotata da ogni energia.
Gregorio apparve al mio fianco, come per magia, e mi accarezzò l'avambraccio con le dita sudate, dal gomito al polso. Era caldo e attaccaticcio e mi diede la pelle d'oca, ma fui lo stesso contenta di essere toccata. In quel momento, anche il suo tocco mi confortava un po'.
"Ti ho portato del vino. Ti piace il vino?" Mi chiese con aria ansiosa, chinandosi su di me e posandomi di fronte un bicchiere pieno di vino bianco. Sembrava tremendamente fresco, sul vetro si condensavano minuscole goccioline nebbiose che facevano il paio con le piccole perle d'aria che galleggiavano nel liquido chiaro.
"Non lo so. Non l'ho mai assaggiato. Non avevo mai assaggiato neanche la birra, prima."
"Ah, ma devi sentirlo. È una delizia. Vedrai che ti piace."
"Sai dov'è Dario?" Lui scosse la mano con indifferenza accennando alle sue spalle.
"È uscito con un paio di ragazze, prima. Sai, c'è un giardino qui dietro. Le hai viste prima, no, le ragazze di terza?"
"Le ho viste." La voce mi usciva piatta e senza vita. Ogni sua parola mi schiacciava un po' di più, come se stesse aggiungendo un peso al fardello che portavo.
"Mi sa che sta festeggiando alla grande, tuo cugino. E tu? Ti diverti?"
"Tantissimo." Risposi nella mia nuova voce piatta e afferrai il bicchiere. Il vino era freddo come sembrava e lo svuotai in due lunghi sorsi, sentendo appena il sapore aspro. Gregorio mi sorrise e mi posò di nuovo la mano sul braccio.
"Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto. È un vino di classe. È giusto per te." Mi sorrideva e nel suo sorriso lessi qualcosa che non mi piacque, ma non fui in grado di mette a fuoco cosa fosse. Mi alzai, comunque, per allontanarmi da lui.
Il fresco del vino mi stava risalendo per le gambe e il tronco in una vampata di caldo e mano a mano che camminavo le mie estremità mi sembravano sempre più lontane ed estranee.
Mi avvicinai alla porta che dava sul giardino, sentivo il bisogno di respirare aria fresca, ma il pensiero che tu fossi lì fuori, da qualche parte, nel buio, con qualcuna che non ero io mi fermò.
Cosa pensavo che stessi facendo, non mi è chiaro. Da una parte la mia mente continuava a propinarmi brevi immagini in movimento di te che facevi sesso con una di quelle ragazze o persino entrambe. Dall'altra, nel profondo di me non ci credevo davvero, ma mi sentivo come fossi sola al mondo e pensavo con una gelosia che era quasi risentimento al fatto che loro potessero godere della tua compagnia, mentre io dovevo restare lì, sola, con Gregorio sempre attorno.
E, come richiamato dal mio pensiero, eccolo arrivare. Nella sua mano tesa apparve un secondo bicchiere di vino, tanto uguale a quello che avevo già bevuto che allungai un'occhiata al tavolo, per controllare che veramente ci fosse sopra un bicchiere vuoto.
"Vuoi uscire un attimo?" Mi chiese premuroso.
"No. Direi di no."
"Sei un po' pallida, sicura che ti senti bene?"
"Ho caldo." Risposi brevemente.
"Tieni. Ti ho portato qualcosa di fresco. Bevi." Allungai la mano per prendere il bicchiere e quasi mi scivolò. Lui me l'accostò alle labbra e mi versò il fresco contenuto in gola.
Di nuovo il freddo del liquido si trasformò in calore che mi riverberò lungo le estremità. Poco dopo mi sentii come un palloncino sospeso uma spanna sopra il mio corpo.
Gregorio mi prese a braccetto e cominciò a parlarmi senza sosta, girando qui e là per la sala, fermandosi di tanto in tanto a scambiare qualche parola con qualcuno. Ogni volta che cercavo di liberarmi di lui, faceva apparire dal nulla un bicchiere colmo di qualche liquido colorato.
"Assaggia questo. Solo un sorsino, è buonissimo."
D'un tratto mi sentii diventare molto pesante e molto accaldata. Mi bruciava la gola e mi faceva male lo stomaco.
"Greg."
"Cosa, Bea?"
"Ho bisogno di prendere aria." Mi pilotò abilmente verso la porta del giardino, che sembrò aprirsi di fronte a noi come per magia.
L'aria della notte era fresca come una carezza di seta sul mio viso accaldato. Facemmo qualche passo, fino ad uscire dal fascio di luce proiettato dalla porta, e sul terreno irregolare mi sentii instabile. Mi appoggiai al braccio di Gregorio per non perdere l'equilibrio e lui posò la mano sulla mia, che sporgeva da sotto il suo gomito.
"Era da tanto che speravo di scambiare due parole con te." Esordì con voce emozionata. "Sono felice che stasera riusciamo a stare un po' insieme." Respiravo a grandi boccate l'aria fresca che sembrava snebbiarmi la mente. "Tu sei una ragazza...di classe."
"Grazie." Risposi incerta. Mi guardavo attorno cercando un qualche indizio della tua presenza, ma il giardino pareva deserto e silenzioso.
"Sai, mi sono sempre chiesto se hai mai baciato un ragazzo." Disse in fretta, come se temesse di perdere coraggio. Da qualche parte nella mia testa un campanello d'allarme prese a suonare a distesa.
"Che domande fai?"
"Dai, Bea, me lo puoi dire. Sempre così timida, sempre guardata a vista...l'hai mai baciato un ragazzo?"
"Si." Risposi. Cercai di sfilare il mio braccio da sotto il suo, ma mi trattenne.
"E chi?"
"Non voglio dirtelo."
"Lo conosco?"
"Greg, dai, lascia stare. Per piacere." Annuì, con l'aria di farmi una concessione.
"Bea." Odiavo quando mi chiamava così. "Tu sei il tipo di ragazza che ci vorrebbe a me." Trasecolai. Mi sentivo confusa, annebbiata, ma ora i campanelli d'allarme erano un centinaio e suonavano tutti assieme. "Sei riservata, gentile, fine. Proprio quello che cerco io. E poi, lo sai, Dario si fida di me. Sarebbe contento, se fossi io."
"Se fossi tu che cosa?"
"Se fossi io il tuo ragazzo." Mi sfuggì per un attimo il senso del discorso. Era troppo assurdo per essere vero.
"Greg? Cosa dici?"
"Niente, niente. Mi sa che non lo reggi tanto, l'alcol, vero?" Il suo viso si avvicinò pericolosamente al mio. Emanava un odore untuoso di sudore e paura, come la carezza di un asciugamano sporco. Sentii lo stomaco fare una capriola e mi feci precipitosamente indietro, mezzo inciampando e mezzo saltando più lontana che potevo da lui.
Vidi qualcuno uscire in giardino, lontano da noi, sulla destra.
"Dai, vieni qui, che non ti faccio niente." Mi chiamò sommesso. In faccia aveva stampata un'espressione che mi diede i brividi, un misto di desiderio e panico che fece definitivamente scattare tutti i miei allarmi interiori.
Feci un altro passo indietro sulle gambe malferme.
"Bea." Mi chiamò ancora. In un lampo fu vicinissimo. "Non aver paura. Puoi fidarti, di me. Davvero, credimi. Dario si fida di me."
"Va bene. Si fida. Adesso però voglio stare da sola."
"Ma non posso lasciarti sola. Sei ubriaca." Quella parola mi urtò con la forza di un pugno in pieno viso. Ubriaca, ecco cosa mi stava succedendo. La degna figlia di mia madre. Cercai aiuto dove avevo visto qualcuno, poco prima, ma eravamo di nuovo soli. Forse chi era uscito credeva di interrompere una scena d'amore.
Gregorio mi posò le mani sulle spalle, gentilmente, per aiutarmi a ritrovare l'equilibrio. Mi sentivo male, sola e umiliata. Guardai nei suoi piccoli occhi marrone scuro, cercando una qualsiasi scintilla di affetto, ma trovai solo cupidigia. Era la stessa espressione che riservava alla tua moto, quando tu non lo vedevi.
"Voglio tornare dentro." Dissi.
"Fra un attimo. Prima riprenditi."
"No, voglio rientrare adesso, Greg. Subito."
"Non vorrai che ti vedano così?"
"Non mi interessa. Vado dentro." Risposi e mi voltai per dare seguito alle mie parole. Feci un paio di passi, sentendo le gambe come spugne molli e la bocca come se avessi succhiato delle monete e poi lui cercò di nuovo di fermarmi. Mi prese la mano e mi fece ruotare su me stessa. Lo trovai a tre dita di distanza, rosso in viso, ansimante.
"Non capisci. Non hai capito. Non è come credi tu." Iniziò, in un buffo tono lamentoso. Il suo odore mi invadeva le narici e mi riempiva la testa, come una malattia. Mi rendeva difficile respirare. Indietreggiai di nuovo, entrando nel rettangolo di lice che veniva dalla porta e sentii la voce di Andrea.
"Eccoli lì. Cammina."
'No' pensai chiudendo gli occhi 'anche lui no, ti prego, è troppo!' Sentii Gregorio avvicinarsi un altro poco, forese credendo che il mio chiudere gli occhi fosse un segnale di resa o che stessi per svenire, e mi preparavo, mio malgrado, a reagire in modo da rendere il mio rifiuto inequivocabile, quando, come una benedizione divina, sentii la tua voce alle mie spalle.
"Greg, tutto a posto, ci sono qua io. Puoi andare." C'era un tono tagliente in quelle poche parole che non ti avevo mai sentito usare nei suoi confronti.
"Ah, Dario. Sei tornato. Ha bevuto troppo, sai com'è, e le stavo facendo da balia. Sai, nel caso si sentisse male."
"È chiaro. Grazie, ci sono io adesso. Vai pure a divertirti." Aprii gli occhi e ti vidi accanto a me. Le mani di Gregorio finalmente mi liberarono e feci un passo di lato, per avvicinarmi ancora a te. Mi guardasti dall'alto, incuriosito. Avevi una stravagante espressione gufesca.
"Sei ubriaca?"
"Forse. Può essere. Me lo aspettavo più divertente."
"Anch'io." Annuisti tu. "Eri curiosa?"
"No. Lui" risposi indicando Gregorio, ancora fermo ad un passo da noi "continuava a dirmi di assaggiare questo e quello e poi quell'altro. E mi sono trovata così."
"Ah. Ma bravo." Ti accigliasti.
"Tu dove sei stato?"
"Ho spedito due tizie di terza da un paio dei tuoi amici di scuola e poi ho accompagnato quella che restava alla fermata del tram. È notte." Aggiumgesti a mo' di spiegazione.
"E sei ubriaco?"
"Forse. Un filino."
"E quando è successo?"
"Quando la tipa di terza ha deciso che voleva andare da sola e io le ho detto che era pericoloso, sai, è la sorellina di Montesi, mi ha sfidato a chi arrivava prima in fondo a una fila di bicchierini di...boh?"
La voce di Andrea alle nostre spalle rise nel buio. Ti voltasti a guardarlo con aria severa.
"E io sono arrivato primo. Solo che lei sta bene." Alcune considerazioni mi attraversarono la mente come meteore, troppo veloci perché riuscissi ad acchiapparle. Una sola rimase. Anche tu non avevi mai toccato nulla di più alcolico della zuppa inglese di Dora, prima di quella sera. Mi preoccupai un pochino.
"E tu come stai?" Annuisti serissimo, come se stessi ponderando uma questione della massima importanza.
"Benissimo. Adesso vado a dare di stomaco, però. Scusate." Rispondesti in tono posato. Facesti un perfetto dietro front e ti inoltrasti con passo ponderato verso l'albero più vicino, dove desti seguito alle tue parole.
Eri sempre stato debole di stomaco. Ti avevo visto vomitare un sacco di volte, anche solo per il nervosismo, e non mi aveva mai fatto alcun effetto. Quella volta però, ascoltando i tuoi conati, mi sentii rivoltare lo stomaco.
Partii un un piccolo trotto assai meno dignitoso del tuo incedere albionico e riuscii, per un pelo, ad arrivare al bagno.
Dopo che mi fui liberata, mi sentii meglio, più me stessa, ma il mio corpo sembrava fatto di piombo.
Guadagnai la porta aggirando tutti gli invitati e venni a cercarti. Intuii al tua presenza, più che vederti, su di una panchina poco lontano da dove ti avevo lasciato. Eri solo, Gregorio sembrava essere stato inghiottito dalla terra. Mi lasciai cadere accanto a te con un sospiro.
"Sei verdina." Mi comunicasti.
"Anche tu."
"Ma cosa cazzo ci trovano di divertente, me lo sai dire tu?" Scossi la testa. Non ne avevo idea.
"Sei stato via tanto. Mi ero preoccupata."
"Pensavi che fossi andato via con quelle lì?"
"Si. Un pochino."
"Sei stupida, nana." Gemesti tu. Mi accasciai lentamente posando la testa sulle tue gambe.
"Sono belle."
"Non come te."
"Sono più magre."
"Bea, per l'ultima volta, mi fanno schifo le donne troppo magre, mi sembrano malate. E poi voglio qualcosa da toccare."
"Chiaro."
"E poi non sono te."
"Mm. Gregorio voleva baciarmi."
"Davvero? Sei sicura?"
"Mm. Ha detto che ti farebbe piacere se lui fosse il mio ragazzo."
"Dai, avrà bevuto troppo anche lui. Povero Greg. È un buon ragazzo."
"No. È un viscido schifoso e puzza di strofinaccio."
"Di strofinaccio. Prendo nota. Ne riparliamo domani, vuoi?"
"Mm." Stavo scivolando in una sorta di torpido dormiveglia e tu iniziasti a giocherellare con i miei capelli, come facevi a letto.
I rumori della festa ancora in svolgimento ci arrivavano attutiti ed eravamo nell'ombra. Non so quanto tempo rimanemmo im silenzio, ma mi parve molto, prima che sentissi dei passi avvicinarsi.
"Oh, coglione, come stai?"
"Se ti dico bene ci credi?"
"No. Tieni, bevi da bravo."
"Andrea, per cortesia."
"Sul serio, dopo ti senti meglio. Dammi retta, a me è successo spesso. Non sono qui per taccare briga. Va bene? È possibile?"
"Sei serio?"
"Serio. Bevi." Sentii un tintinnio. Era una bottiglia di qualcosa.
"Grazie per prima. Sai, per avermi detto dov'era. Mi stavo preoccupando."
"Merda, sono chiuse! Vado a cercare un'apribottiglia, dai qua."
"Dilettante." Sentivo il sorriso nella tua voce, poi un tappo saltare. Lo sputasti nell'erba. Era un giochetto che faceva sempre tuo padre, di stappare le bottiglie con i denti.
"Cazzo, che classe!" Ridacchiasti divertito e stappasti anche la sua bottiglia. "Oh, ma stai sorridendo! Sei capace?"
"Ma non ce la fai proprio a non punzecchiarmi?"
"Non ti avevo mai visto sorridere. Sul serio, intendo. Dovresti ubriacarti più spesso. Magari mi porto a scuola una bottiglia di slivovitze."
"Di che?"
"Grappa di prugne. È quella cosa che hai bevuto come se fosse acqua. La fanno nell'est, dove penso si usi anche come petrolio."
"Gesù. Che merda."
"Mai fare a gara di bevute con una figa, compare. Senti, come sta lei?"
"A nanna. È bastato metterla al buio, come si fa coi piopio."
I piopio. Questa apparteneva alla parte più antica della nostra infanzia. Era il modo in cui chiamavi gli uccellini quando ti ho conosciuto, quando ancora il tuo cielo era solcato dagli 'arei' e il tuo piatto preferito erano i 'pasghetti'. Gli occhi della mia mente mi mostrarono la tua immagine di allora, tanto vivida che mi pareva di poterla toccare, tu coi capelli quasi bianchi, le lentiggini sul naso e le croste ai gomiti e alle ginocchia, tu che mi sorridevi coi tuoi piccoli denti da latte, distanziati fra loro come quelli di un animaletto carnivoro, tu che eri il mio solo amico. Mi sentii scoppiare il cuore e, immersa nei miei pensieri, persi qualche battuta della vostra conversazione.
"...tornare a casa." Stavi dicendo tu.
"Se aspettate un'ora, vi faccio dare uno strappo da mia madre."
"Sul serio?" Chiedesti tu sorpreso.
"Si, cazzo, sul serio. Ma sei proprio convinto che ti odi così tanto?"
"Abbastanza. Più che altro non arrivo a capire come mai sei così accanito con noi due. Alla fine, cosa c'entri, tu, con noi?" Domandasti colloquiale.
"Se te lo dico non dai in escandescenze?"
"Eh, come parli pulito. No, non mi incazzo. Mettiamola così, non sono in servizio, va bene?" Le tue dita continuavano a giocare coi miei ricci, arrotolandoli e lasciandoli, in un gioco senza fine.
"Io non vi capisco. Sul serio, mi sembrate usciti da un film di fantascienza. Non ci capisco niente, con te che sembri tutto a modino e perbene e poi sei uno psicopatico violento e questa qua che ti obbedisce come se fosse il tuo cane e non dice 'bah' a nessuno, poi all'improvviso esplode come una granata. Cos'è, una roba genetica?"
"Diciamo di si." Replicasti tranquillo.
"Senti, Dario. Cosa cazzo conti di fare quando si trova un moroso? Lo ammazzi? Ti ammazzi?"
"Ti rode proprio il cervello, eh? Ti fa andare nei matti non capirci niente."
"Diciamo di si, per dirla con parole tue." Sospirasti.
"Mettiamola così, Andre. Un giorno un essere umano maschio porterà questa bella fanciulla in una graziosa casetta e la renderà molto, ma molto felice. Quel giorno, io sarò l'uomo più felice del mondo. Contento adesso?"
"E tu cosa farai?"
"Me ne starò nella mia casetta, con la mia bellissima umana femmina, e la renderò molto, ma molto felice."
"Sembra un buon piano."
"Lo è."
"Sai che non sei male, quando parli normale?"
"Grazie. Tu invece mi stai sempre sul cazzo."
"Sei come certi cani, eh? Gli molli un calcio una volta, e non si fidano a vita."
"Dagli torto. Fanno male, i calci."
"Senti, i tuoi te la pagano, la patente?"
"Si. Mi sa di si."
"A me mi sa di no. Cioè, ci siamo solo io e mia madre. Non possiamo concederci proprio tutto. Ma a te, come minimo, ti regalano anche la macchina. Cazzo, vorrei la tua vita per un mese!" Era invidia quella che sentivo nella sua voce.
"Accomodati, prenditela anche per due mesi. Crepi l'avarizia, tienitela fino a settembre." Ridesti tu. "Solo tu e tua madre, eh?"
"Già."
"E com'è?"
"Cosa?"
"Non avere un padre. Com'è?"
"Insomma. A volte bene a volte male. Sai, io l'ho visto tuo padre, un paio di volte. Sembra...insomma, non sembra..."
"Andrea, fammi un favore. Non finire la frase." Lo ammonisti.
"Guarda che non volevo dire niente di male."
"Ti credo sulla parola. Fermati qui."
"Va bene. Certo che sei geloso parecchio, eh, delle persone che ti stanno attorno?"
"Mm." Aveva toccato un nervo scoperto e la chiacchierata era finita. Se ne accorse anche lui.
"Senti, stai meglio? Magari io vado dentro e vi chiamo quando arriva mia mamma."
"Si, grazie."
"A dopo."
Sentii i suoi passi allontanarsi e poco dopo il rumore della tua bottiglia che si infrangeva contro il fusto dell'albero, lanciata con uno scatto preciso del braccio.
Affondasti entrambe le mani fra i miei capelli, arrotolandoteli fra le dita.
"Stronzo bastardo fortunello." Ti sentii sussurrare al buio.
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