domenica 29 giugno 2014

Settantanove

Il viaggio di ritorno fu per lo più tranquillo, dominato dalla sonnolenza e dal basso chiacchiericcio dei nostri padri sul sedile anteriore.
Ti rigiravi la piccola scatola blu che conteneva la medaglia fra le mani, senza riuscire a smettere, tentasti più di una volta di convincermi a riprendermela, con un basso tono da cospiratore, come se  realmente potessi sperare di non essere udito dagli altri occupanti dell'auto, adducendo argomentazioni molto sensate e ragionevoli.
Quella sarebbe stata probabilmente la più bella vittoria della scuola superiore, per me, ed era da incoscienti non tenerne un ricordo. Ero stata io a  passare tutte quelle ore a studiare senza mai riposarmi, quindi la medaglia spettava a me. Tu eri un latinista che definire pessimo era ancora un    complimento, quindi non aveva alcun senso che la tenessi tu. Senza contare che era mia, in fin dei conti, porca miseria.
Alla fine, rintronata dal tuo mormorio continuo e incalzante, ti rimbeccai ad alta voce:
"Appunto, è mia e ne faccio quello che mi pare e, guarda caso, mi pare di darla a te. E se non la pianti di rompere te le dò come quando eravamo piccoli e non smetto finché non fermano la macchina e non vengono a fermarmi, va bene?"
"Guarda che se non ci hai fatto caso sono diventato un tantino più grosso di te." Rispomdesti incrociando la braccia sul petto con aria falsamente minacciosa.
"Ragazzi, per cortesia." Gemette tua madre. La ignorai.
"Guarda che se non ci hai fatto caso siamo in uno spazio stretto e il fatto che sei lungo come tiramolla non ti serve a niente."
I nostri padri scoppiarono a ridere quasi all'unisono.
"Ma che cazzo avevi bevuto, la sera che hai messo in cantiere questa qua?" Chiese lo zio Lucio a mio padre, prendendolo in giro.
"Me lo chiedo da anni." Rispose lui. Ignorai anche loro. Ti fissavo negli occhi, cercando di farti capire tutto quello che non potevo dirti. Era semplicemente l'unica cosa veramente preziosa che avessi mai posseduto e volevo darla a te. A cosa mi sarebbe servito avere qualcosa di bello, a cosa sarebbe mai valso ottenere quella vittoria, se non potevo metterla fra le tue mani?
La scatola era ancora nella tua mano, sul palmo. Tenevi le dita semiaperte intorno, come rifiutandoti di afferrarla. Allungai la destra e chiusi, una per una, le tue dita sul tessuto blu.
Non c'era più nessun nervosismo fra noi, in quel momento. Sentivo i tuoi occhi frugare nei miei per trovarci le risposte che cercavi.
Alla fine, con un lungo sospiro, la prendesti davvero, posandola accanto a te, fra noi due. Sapevo che significava che l'avevi accettata.

Il rientro a scuola fu un trionfo. Sembrava che, d'improvviso, tutti si fossero resi conto di aver sempre saputo che ero un genio.
Mi ritrovai da un momento all'altro con più amici di quanti riuscissi a ricordare. E di nessuno di loro mi importava nulla.
La sola persona che realmente mi interessava tenermi vicina era la mia professoressa Guidi.
Nessuno faceva i complimenti a lei, nessuno andò a stringerle la mano né le propose una gratifica, eppure la metà di quel successo era, a pieno titolo, sua. Nonostante fosse finita la necessità di prepararmi, continuai ad andare da lei, nella sala professori, ogni volta che potevo.
La ascoltavo, per lo più, e aveva molto da dire.
Nel profondo di me stessa, per la prima volta, desideravo somigliare ad una donna adulta.
Avevo sempre saputo che il mio carattere e le mie inclinazioni non mi avrebbero permesso di essere felice vivendo come mi aveva insegnato la zia, trovando un buon marito, come diceva lei, e occupandomi delle mie faccende, ovvero restando rinchiusa fra la casa e le attività parrocchiali.
Dora era fantastica, ma desideravo di più.
Lei, la professoressa Guidi, era quanto di più simile ad un modello da seguire io avessi mai ao sotto  gli occhi. Era una donna decisa, granitica, indipendente al punto da essere temuta, eppure dimostrava una sensibilità ed una capacità di comprendere il prossimo tale da mozzare il fiato. Nonostante la sua cultura e il suo abbigliamento assolutamente moderno, non era difficile immaginarla nei panni di una di quelle donne che nelle fiabe della mia infanzia vivevano nel fitto della foresta, sempre pronte a dispensare saggezza ed incantesimi per sbrogliare le trame intessute dalle creature maligne.
Iniziammo a parlare di libri, verso la fine dell'anno scolastico, e, arrivati all'ultima settimana, mi sorprese posandomi davanti un foglio da fotocopiatrice quasi interamente coperto della sua fitta scrittura elegante. Erano libri. Titoli e autori, a decine.
"Pensavo che magari, se quest'estate non vai in vacanza,  potresti leggere qualcosa di bello." Le strinsi la mano con tutto l'affetto che riuscii a infondere in un gesto tanto formale, l'unico contatto che intercorresse fra noi. Era un regalo meraviglioso, quello che mi stava facendo, per me che mi ero sempre mossa a tentoni fra un libro e un altro, senza mai avere un filo conduttore. Mi spiacque non avere nulla da darle in cambio,  ma lei mi congedò scacciando con un gesto frettoloso le mie scuse, quasi fossero moscerini fastidiosi.
Scappai fuori dalla sala professori e corsi a recuperare le mie cose in biblioteca. Dovevo sbrigarmi, perchè avevo intenzione di farti una sorpresa.
Secondo i piani avremmo dovuto trovarci di fronte alla mia scuola dopo un'ora, ma sapevo da giorni che sarei uscita in anticipo, con tanti ringraziamenti alla squadra di atletica leggera, che ci aveva sequestrato il professore di ginnastica per una giornata di gare. Ovviamente,  volendo,  avrei potuto assistere, come avrebbe fatto buona parte della scuola, dato che le gare di atletica erano una sorta di tradizione, ma, approfittando dell'esonero che mi era fruttato dal mio incidente, scappai fuori dall'edificio come fosse in fiamme.
Se avessi corso, sarei arrivata in tempo per farmi trovare davanti alla scuola all'uscita. Se fossi riuscita a correre, per meglio dire, perchè,  come quasi sempre accade quando la fretta incalza, finii per trovare tutti gli accidenti del creato, che parevano messi apposta per rallentarmi.
Strade impossibili da attraversare, capannelli di persone immerse in vivaci conversazioni nel nel mezzo del marciapiedi, perfino un tizio con l'aria un po' disperata che mi fermò per chiedermi indicazioni.
Arrivai in ritardo di almeno un quarto d'ora sul suono della tua ultima campanella. La mia unica consolazione era la certezza che tu non fossi già partito sulla moto, perchè ero stata ben attenta a seguire la stessa strada che avresti seguito tu, per essere sicura di incontrarti, se fossi partito in anticipo.
Di fronte alla scuola trovai solo una manciata di ragazzi che chiacchieravano, ma nessuna traccia di te. Mi voltai per controllare che la tua moto fosse ancora al suo posto e la vidi splendere al sole.
Rimasi um attimo ferma, perplessa, domandandomi dove trovarti, quando qualcuno mi salutò,  chiamandomi per nome.
"Cerchi il cuginetto?"
"Ciao, Andrea. Si, volevo fargli una sorpresa, ma pare che l'abbia perso. Sai dove..." sul suo viso si disegnò una smorfia sprezzante.
"Dove vuoi che sia? Tiene corte, oggi, come tutte le volte che esci dopo di noi. Piuttosto, volevo parlarti." Feci un passo indietro. Un'altra discussione con lui era l'ultima cosa che desideravo, in quella bella giornata.
"E parleremo, volentieri. Ma non alle spalle di Dario. Non di nascosto. Dove e quando c'è anche lui."
"Ma santo dio, non ti dà il permesso neanche di parlare con qualcuno da sola, adesso?" Si arrabbiò lui.
"Andrea, non voglio litigare. Sono io che non voglio fare le cose così, come se mi stessi nascondendo. Mi dà da fare, questo genere di atteggiamento, va bene?"
"Allora adesso cosa fai, resti in piedi di fianco al destriero del principe fino al suo ritorno?" Mi prese in giro. Sentii uno scoppio di rabbia.
"No, vado da lui." Andrea sgranò gli occhi.
"Ti ho detto che sta...che è là dietro."
"E io ti ho sentito. Vado da lui. Ciao." Mi avviai a testa alta, ostentando una sicurezza che non provavo. Non mi piaceva, non mi piaceva affatto, vederti in certe situazioni, ma ormai avevo detto che sarei venuta da te e dovevo farlo. Sentivo i passi di Andrea dietro di me, mentre mi seguiva in silenzio, tenendosi ad uma certa distanza. Fu quello a farmi decidere, nonostante preferissi non vedere quel particolare lato del tuo carattere.
Girai attorno alla scuola e vidi il minuscolo rettangolo di verde incastrato fra i due condomini.
Era quasi estate e gli arbusti erano in piena fioritura, ma, a parte questo, la scena era la replica perfetta di quella che mi aveva mostrato Andrea quell'inverno di due anni prima.
Tu di fronte ad un ragazzo. Vittorio e Gregorio alle sue spalle, a tagliargli la ritirata. Avvicinandomi, mi concessi un secondo di sollievo nel vedere che non era sempre lo stesso ragazzo, lo stesso che era venuto da noi dopo che avevi perso le staffe con lui, ma il sollievo venne spazzato via nel vederti fronteggiare, con la tua peggiore espressione di fredda collera, un ragazzo molto più piccolo di noi. Deglutii e quasi mi andò la saliva di traverso, quando fui all'angolazione giusta per vederlo in faccia.
Noi stavamo per compiere diciotto anni. Se quel ragazzino arrivava ai quindici, era già una fortuna.
Ti tremava davanti come fosse esposto ad un vento gelido, senza neppure il coraggio di piangere, guardandoti da sotto in su con occhi tanto grandi da sembrare piattini da dolce.
Tu gli stavi dicendo qualcosa, a voce bassa, sibilando infuriato, battendogli l'indice sul petto, e mi domandai quale mai sgarbo potesse aver commesso nei tuoi confronti un tale soldo di cacio.
Mi voltai per un attimo, fingendo di controllare la strada prima di attraversare,  e vidi che Andrea si era fermato all'angolo, appoggiandosi con la spalla al muro, a braccia conserte, con tutta l'aria di volersi godere la scena.
Raddrizzai le spalle e attraversai, venendo diritta verso di voi.
Quando entrai nel tuo campo visivo, ammutolisti di colpo, fissando i sgomento.
"Ciao!" Ti salutai come se fosse tutto normalissimo "sono uscita prima!" Vi passai accanto, dirifendomi alla panchina a sinistra. "Quando avete finito di parlare, mi trovi qua!" La mie era troppo squillante, troppo allegra perfino alle mie orecchie.
Tu mi guardavi come se non credessi ai tuoi occhi, battendo freneticamente le palpebre, ancora con l'indice proteso. Eri colorito da un lieve rossore.
"Bea?" Riuscisti a dire.
"Si."
"Cosa fai?"
"Leggo qualcosa. Ti aspetto." Sembrava che ti avesse colpito un fulmine "così poi andiamo a casa." Conclusi con un sorriso, tirando fuori un libro dallo zaino.
Ci tuffai il viso, cercando di nascondermi agli sguardi congiunti tuo, di Andrea, dei tuoi amici e perfino del ragazzino, che appariva oltremodo confuso dalla mia entrata in scena. Ti sentii borbottare, rivolto a lui.
"Insomma, per cortesia, non farlo più. Intesi?"
"Ah. Eh, si. Va bene." Rispose lui con un filo di voce.
Sentii dei passi allontanarsi, evidentemente avevi in un qualche modo congedato anche Vittorio e Gregorio,  e poi fosti in piedi, di fronte a me, con la tua lunga ombra che mi oscurava le pagine.
"Sei impazzita?" Domandasti in tono colloquiale.
"No. Lo vedi Vasirani all'angolo?"
"Ah, mm."
"Mi ha detto che eri qui e poi che mi voleva parlare. Ho pensato che, se vuole parlarmi, può farlo benissimo davanti a te. E sono venuta qui."
"Cioè,  fammi capire. Lui ti ha detto che ero qui a..."
"Si."
"E tu gli hai semplicemente voltato la schiena e sei venuta qua."
"Si. Perchè,  non potevo?" Iniziasti a ridere. Alzai gli occhi dal libro e ti vidi, le mani sulla bocca, gli occhi luccicanti, la stessa espressione di quando uno dei tuoi scherzi riusciva bene.
"No, no. Potevi eccome!" Crollasti a sedere accanto a me, ridendo ancora. Guardasti Andrea. "Poveraccio!" Riuscisti ad articolare prima di appoggiarti alla mia spalla, scosso dai singulti di ilarità.
"Pensavo che ti saresti arrabbiato."
"Io? E tu? Nin ti arrabbi,  quando mi vedi così?" Mi domandasti improvvisamente serio.
"No. Mi dispiace, però." Annuisti.
"Lo so."
"Senti" iniziai incespicando melle parole. Sapevo di entrare in un terreno minato "ma me lo vuoi dire perché fai così?" Sospirasti, un lungo respiro profondo che sembrò partirti dai talloni e lasciarti svuotato.
"È difficile. In un certo senso non lo so neanche io. All'inizio, sai, era solo questione di farmi lasciare un po' in pace. Nel senso, quando faccio la voce grossa la smettono di prendermi in giro e, anzi, sembra quasi che alla gente piaccia. Poi...adesso, sai, lo so che sembra una cosa da matti, ma se lo aspettano. Cioè..." corrugasti la fronte, nello sforzo di spremerti fuori a parole una spiegazione che nella tua mente doveva apparire nebulosa.
"Cioè è quello che tutti  si aspettano da te e quindi continui a farlo." Conclusi per te. Mi guardasti annuendo, sollevato e imbarazzato al tempo stesso. Non era difficile da capire, almeno per me.
Allungai la mano, intrecciando le dita fra le tue.
"Mi vuoi bene lo stesso?" Domandasti abbassando gli occhi sulle nostre mani allacciate.
"Si, scemo. Lo sai."
"E pensi ancora che io non sia cattivo?"
"Lo penso ancora." Annuisti di nuovo. Sembravi cupo, a testa china con gli occhi fissi a terra, ma sapevo che era solo il tuo modo per evitare di mostrare una qualche reazione emotiva. Eri diventato fin troppo bravo, a nascondere tutto quello che si agitava sotto la superficie.
Alzai gli occhi e vidi Andrea staccarsi dal muro ed  avviarsi verso la strada.
"Se ne sta andando." Ti dissi a voce bassa. Alzasti la testa con um mezzo sorriso birbantesco.
"Vieni." Mi facesti fare il giro dalla parte opposta, che non conoscevo, e ci trovammo ad arrivare di fronte alla scuola insieme a lui. Poco prima di girare l'angolo, mi lasciasti andare la mano, con uno sguardo di scusa.
Camminavamo fianco a fianco e, come era sempre accaduto, i nostri movimenti si coordinavano senza che noi gli ponessimo mente, fino a dare l'impressiome di un numero provato a lungo. Lo stesso passo, gli stessi movimenti della braccia, la stessa inclinazione del capo.
Andrea ci guardò arrivare con aria seccata. Dovevamo passargli accanto per raggiungere il parcheggio delle moto, dove ormai la tua era rimasta quasi sola.
"Oh, chi si vede!" Lo salutasti serio. Ti guardò senza ribattere. "Bea mi diceva che volevi fare due chiacchiere. Giusto? Avanti, abbiamo tempo."
Ti fermasti di fronte a lui, perfettamente diritto, snello e lungo come un palo. Ti valutò per un attimo, come a decidere se parlare o meno o, forse, cercando una risposta pungente da darti.
"È con lei che voglio parlare."
"Sono qui. Parla." Risposi prontamente. Girò la testa di lato sbuffando dal naso.
"Cos'è, non siete vendibili separatamente, come le lattine nelle confezioni?" Sorridesti freddo.
"Devi dire qualcosa o no, Vasirani?"
"Non a te."
"Allora, neanche a me." Conclusi. Scosse la testa.
"Quanto pensate di andare avanti, con questo giochetto?" Chiese aggressivo. La tua testa si inclinò di lato, come osservando un reperto imteressante.
"Giochetto?"
"Si, degli inseparabili. Siete ridicoli, ve ne rendete conto?"
"Bene. Hai detto tutto quello che volevi dirmi?" Mi stavo arrabbiando.
"No. Se proprio vuoi saperlo, volevo farti i complimenti per la vittoria. E volevo chiederti se posso passare per il tuo compleanno" ripose calcando la voce su 'tuo'.
"Grazie. E il nostro compleanno" risposi, enfatizzando 'nostro' "lo festeggiamo il quindici. Dario, può passare Andrea?"
"Può passare chi vuole. È una festa aperta." Ti stringesti nelle spalle. Per il nostro diciottesimo avremmo festeggiato in grande e gli inviti erano stati distribuiti a mezza scuola.
Andrea incassò e sfoderò un sorriso da primo premio.
"E tu chi inviti, principe?" Ti lasciò perplesso per un secondo. "Insomma, chi è la tua dama? Avrai pure qualcuna da portare alla tua festa, no?"
"Non sono cazzi tuoi." Ti irrigidisti istantaneamente.
"E tu, Beatrice? Chi è il tuo cavaliere?"
"Nessuno." Tagliai corto. Poi ti spinsi per il braccio verso il parcheggio. La discussiome si stava facendo pesante e per quel giorno non avevo voglia di zuffe, ma Andrea sapeva riconoscere un punto debole, quando gli capitava di colpirlo e continuò a parlare, mentre ci allontanavamo.
"Hai intenzione di spaccare la faccia a tutti quelli che diranno che state insieme anche dopo che farete coppia alla festa?" Percepivo l'ilarità a stento contenuta nella sua voce. Strinsi il tuo braccio per impedirti di voltarti, quasi trascinandoti verso la moto.
"Perche, ne caso, ti aspetta una nella lavorata di quelle faticose, lo sai?"
"Andiamo via!" Sussurrai.
"Io..."
"Via, Dario. Non lasciarti provocare così. Via!" Con un respiro profondo, salisti sulla moto e la accendesti, partendo più veloce  che potevi.
Il discorso non era chiuso, questo era chiaro. Ma almeno per quel giorno, non ci sarebbero stati guai.

Il guaio si presentò,  invece, quando venni ad assistere al tuo allenamento,  l'ultimo della stagione.
Tu avevi già compiuto diciotto anni ed avevi iniziato uma  sfibrante campagna pro patente con tua madre, sentenziando che era l'unica buona ragione per compiere diciotto anni e che negartela sarebbe stato um atto di inusitata crudeltà.
Tuo padre si vedeva sempre meno e lei promise di parlargliene, alla prima occasione, ma tu non ti saresti fermato fino a che non avessi avuto la certezza di ottenere ciò che volevi, questo era certo.
Ero seduta sui gradini a guardarvi scherzare, quando mi si sedette accanto. Non avevo possibilità di scampo, stavolta.
"Perchè non sei lì con gli altri?" Gli chiesi esasperata.
"Direi che questo allenamento posso anche saltarlo. Adesso che siamo in piena vista, posso parlarti?" Cercai i tuoi occhi e tu ti stringesti appena nelle spalle. 'Cosa posso farci?' Sembravi chiedermi.
"Si, parla."
"Devo ricordarmi di ringraziarlo per la grazia ricevuta."
"Cominciamo male." Scosse la testa, sorridendo.
"No, no, dai, sto solo scherzando. Piuttosto, sul serio, chi ti fa da cavaliere alla festa?"
"Te l'ho detto, nessuno."
"Posso farlo io?" Lo guardai per vedere se era serio. Mi fissava in attesa, con aria invitante. Era serissimo.
"No." Risposi col tono che avrei usato con un bambino piccolo "non puoi. Lo sai perfettamente."
"Senti, Bea"
"Beatrice."
"Beatrice,  allora, va bene. Guarda che l'ho capito dove sta il problema fra voi due." Deglutii a secco. Questo si che poteva essere un problema. "Insomma, è chiaro quello che prova per te. E capisco che gli vuoi davvero bene e non vuoi ferirlo, soprattutto considerando che siete sempre stati insieme, come due gemelli. Ma pensaci bene, credi di fargli un favore? Insomma, è uma cosa da pazzi e non è molto sano alimentarla, ti pare?" Respirai di nuovo. Non aveva capito nulla.
"Andrea, lasciaci stare. Davvero, non capisco perché ti accanisci tanto con noi due, quando ci sono delle file intere di ragazze che ti cinguettano tutte attorno."
"Perchè non cinguettano. Chiocciano. E poi tu sei forte, tutta fuoco e cervello. E mi piaci."
"E tu no. Te l'ho già detto."
"Non puoi saperlo. Dammi solo una possibilità, dai. Una sola. Non chiedo tanto, no? Ti faccio da cavaliere alla festa, davanti a tutti, dove può vederci anche il cuginetto, così controlla che non ti tocchi."
"A controllare quello basto io. E comunque no, grazie."
"Vuoi vederlo venire alle mani con tutti quanti? Pensaci bene. Pensa a cosa diranno quando vi vedranno alla festa senza accompagnatori, considerando le voci che girano già adesso."
"Diranno che siamo scompagnati, cosa vuoi che dicano?"
"Lo sai, cosa. Dallari è venuto a casa vostra, a quanto ne so. È questo che vuoi? Vederlo fare cose del genere?"
"Senti, nessuno di noi due ha il ragazzo o la ragazza. Che problema c'è?"
"Con tutte quelle che gli vanno dietro? Lo sai, questo? Se si butta di schiena nei corridoi della scuola, non tocca terra. Sa dio perchè, ma soprattutto le più piccole danno di matto per quel coglione."
"Andrea..."
"E conosco almeno tre ragazzi, me escluso, che sarebbero disposti a farsela a piedi da qui a casa vostra per uscire con te."
"E quindi? Cos'è,  obbligatorio andarci assieme?"
"No. Ma vi farebbe bene."
"Ascolta, Andrea, te lo dico per l'ultima volta: lasciaci in pace. Trovati qualcos'altro da fare o qualcun altro da tormentare, come preferisci, ma lasciaci in pace. Noi non vogliamo avere niente da spartire con te."
"Noi."
"Si, noi."
"Senti, esci un secondo. Stiamo qui davanti alla porta. Sul serio, mi serve una boccata d'aria, te lo chiedo per favore." Lo guardai con attenziome, cercando di leggerli dentro allo stesso modo che mi riusciva tanto facile con te. Non vidi niente se non un'aria stanca che gli era inconsueta.
"Daccordo. Ma niente stronzate." Annuì e si alzò in piedi, avviandosi davanti a me. L'allenamento era quasi alla fine e non mi prestavi attenzione, ma avresti potuto vedermi attracerso la porta, se fossimo rimasti lì davanti, e non avevo alcuna intenzione di andare più lontano di così.
"Beatrice, ascoltami." Disse appena fummo fuori "sto cercando di esservi amico. Tu non mi credi, lo vedo, ma è così. Se non cominciate a mettere a tacere quelle voci che girano su di voi, quello là finisce che si mette in un mare di guai."
"E da quando ti interessi del suo benessere?"
"Da quando è una persona e vive abbastanza vicino a me perché io possa vedere in che casino si sta andando a cacciare. Senti, una cosa è che mi stia antipatico. E per essermi antipatico, lo è, fidati. Un'altra  è  stare a guardare mentre si infila in un casino senza muovere un dito. Non sono capace, lo capisci? Non sono capace neanche di tacere se vedo qualcuno perdere qualcosa per strada. Devo per forza dirglielo."
"Spiegami in che genere di casino si starebne cacciando, secondo te."
"Ah, è facile. È da più di un anno che lo sanno tutti, che è perso di te. Perso, hai presente? Almeno a questo ci arrivi, si? Non ragiona più con la testa. Quando Dallari ha avuto la bella pensata di dire ad alta voce quello che pensano tutti, lui gli è saltato addosso come un pazzo. Credimi,  io l'ho visto. Sembrava matto sul serio, fai conto che l'hanno fermato di forza i suoi sgherri."
"Chi, i due 'rio'?" Chiesi stupita. Mi guardò per un attimo senza capire e poi gli scappò un mezzo sorriso.
"Si, i due 'rio'. Proprio loro. E se non era per loro, continuava fin che quell'altro si muoveva."
"Esagerato. Dario non è..."
"Pericoloso? Forse. Ma quando si tratta di te, non è neanche tanto normale. Voglio dire, qualcuno dei ragazzi a cui piaci, e gli piaci parecchio, te lo assicuro, ti è mai venuto a parlare? A parte me."
"No, ma per quanto ne so non esistono neanche."
"Esistono eccome. Se vuoi te li presento. Così mi fanno un monumento, guarda. Non vengono a parlarti perché non si può parlare con te, né di te. A meno di non volere avere da discutere col cuginetto e i suoi amici. È così che vuoi passare la vita?"
"Ma piantala! Sono stronzate."
"No. Ma limitiamoci a lui, se è questo che conta, per te. Se date modo ad altra gente di parlare di voi, se vi presentate come una specie di coppia, come pensi che reagirà? Quanti pensi che possano ricevere lo stesso trattamento di Dallari, prima che lui si trovi nella merda fino al collo?"
Detto questo, tacque e fece un passo indietro, come per decretare la fine della conversazione. Mi presi un attimo per riflettere e, con mio profondo sgomento, mi resi conto che non roiscivo a trovare falle nel suo ragionamento.
"Devi dirlo a Dario. Devi parlare con lui, non con me."
"Perchè?"
"Perchè tutto quello che mi hai detto riguarda lui, deficiente!"
"E tu pensi che mi ascolterebbe? Che direbbe 'ah, si, daccordo, non ci avevo pensato, grazie mille!' E poi mi darebbe una pacca sulla spalla? O che ascolterebbe qualcun altro, per dirla tutta? No, Beatrice. Se vuoi che questa cosa finisca, la devi finire tu. Scegliti qualcuno, chiunque, se non ti piaccio io, e falla finita. Starà male per un po', ma poi basta. Così,  invece, continua. Insomma, non è il primo sulla faccia della terra che si prende una cotta per sua cugina, ma guarda che lui è proprio andato di testa. Falla finita, davvero."
Scossi la testa, più verso me stessa che verso di lui. Era difficile da ammettere, ma sembrava sul serio il discorso disinteressato di un amico. E avrebbe perfino avuto una qualche ragione, se le cose fossero state come le credeva lui.
"Va bene, Andrea. Ti ho ascoltato. Ne parlerò con Dario..." la sua mano scattò rapida e mi si chiuse sul polso, senza violenza, ma con decisione.
"Allora non hai capito un cazzo!"
"Lasciami andare."
"Cosa pensi di ottenere, a parlarne con lui?"
"Lasciami o ti prendo a calci, ti avviso."
"Ascoltami, stupida oca! Te lo chiedo per l'ultima volta, fatti accompagnare. Da qualcuno. Se vuoi, da me..."
"Ti ho detto di no!" Tiravo il braccio verso di me con tutta la mia forza, ma lui lo  tratteneva facilmente,  impedendomi la fuga.
Fu a quel punto che piombasti fra noi, il  petto che quasi sfiorava il suo, ancora odoroso della doccia  da cui eri appena uscito.
"Ha detto di no." Scandisti in tono basso. "Lasciala. Adesso."
Andrea mi lasciò andare con un gesto ostentato.
"Ecco. L'ho lasciata."
"Adesso io e te parliamo. Da soli." La tua voce era un cupo brontolio
"Dario?"
"Dai, allora, coglione fuori di testa. Andiamo in un posto più intimo e chiudiamo la faccenda." Rispose spavaldo.
"Dario? Ti prego?" Ti chiamai di nuovo posando la mano sulla tua spalla.
"Cosa?" Domandasti senza voltarti.
"Ne parliamo. Insieme,  tutti e tre. Perché è me che questo qui viene a cercare, non te." Un rapido cenno d'intesa passò fra noi e ti esibisti in un sorriso beffardo.
"Si, mi pare giusto. Ci stai, Vasirani?"
"Non ho nessuna intenzione di lasciarmi fare a pezzi da voi due. Quello che dovevo dire, l'ho detto a lei."
"Esatto, è proprio questo il problema. Che le cose vieni a dirle a me, ma quando si tratta di parlare tutti insieme ti tiri indietro. Imsomma, di cosa hai paura? Di ripetergli quello che mi hao detto prima? Hai detto che cercavi di essergli amico, no?" Ti sentii ridacchiare.
"Sul serio?" Domandasti scuotendo la testa "cazzo, ci credo che ti vergogni a ripeterle, queste cose!"
Lentamente, i vostri compagni uscivano dalle porte e facevano capannello attorno.
"Io non mi vergogno di niente. E non ho paura. Non di lui."
"Devo dedurne che avresti paura di me?" Domandai appoggiandomi al tuo braccio. Il tuo sorriso era più strafottente che mai e mi stava contagiando, me lo sentivo in faccia.
"Io non ho paura di due stronzi fuori di testa come voi!" Rispose lui alzando la  voce. Scrollasti di nuovo la testa.
"Allora perchè non vuoi sederti e parlarne? Dai, non ha senso, due minuti fa eri disposto a fare a botte con me. Prendersi a schiaffi ti va bene,  ma parlare a viso aperto  no? E poi sarei io, quello fuori di testa?"
Attorno a noi si levò qualche timida risata e il volto di Andrea arrossì.
"Ho già detto quel che dovevo dire." Ribadì secco.
"Attenzione, che lui parla una volta sola!" Lo canzonai sporgendomi verso di lui, ancora appesa al tuo braccio. Le risate si moltiplicarono.
"Vaffanculo." Mi  abbaiò aggressivo. Alcuni dei ragazzi più vicini si scostarono, come aspettandosi uno scoppio di violenza.
Ti invece gli applaudisti, sarcastico.
"Cavalleresco, non c'è che dire. Fine. Bravo. Almeno adesso ti si vede per quel che sei." Ero tanto fiera di te. "Cos'è che gli hai fatto, per farlo incazzare così?" Mi domandasti.
"Gli ho detto che non voglio uscire con lui. Di nuovo." Risposi badando di parlare a voce alta.
"No! È che sei una puttana!" Rispose lui nello stesso tono. Ti sentii trattenere il  fiato e dissi la prima cosa che mi passò per la testa, pur di dirla in fretta, prima della tua reazione.
"Guarda che mi confondi con tua mamma." Persino tu ti voltasti verso di me con gli occhi spalancati in un'espressione fra lo stupito e l'allarmato.
Uscì l'allenatore, richiamato dalle voci troppo alte e vi fissò disgustato.
"Avete da dire?"
"No!" Esclamai "è con me che ha da dire!" Anche lui mi guardò con tanto d'occhi. Non so come apparissi, ma dovevo sembrare diversa dal solito.
"Portala via." Ti disse con tono perentorio. Tu mi circondasti le spalle con un braccio e ti avviasti verso la strada. Camminai al tuo fianco a testa alta, come se me ne andassi di mia volontà, memtre in realtà avrei volentieri replicato lo scontro fisico con Andrea.
Quando fummo soli, sotto i portici oltre la strada della palestra, mi guardasti stranito.
"Cosa ti ha preso, si può sapere?"
Ti riferii brevemente il mio dialogo con Andrea, al termine del quale eri arrivato tuo.
"Gli spaccherei volentieri la faccia, a quel cretino. Come si permette di venire a sputare sentenze e a dirmi cosa dovrei fare e a cercare di farmelo passare per un favore, oltretutto!" Dissi scandalizzata.
"È per qiesto genere di cose che si è guadagnato l'appellativo di santissimo. Vuole che gli altri facciano quel che vuole lui, ma sempre e solo per il loro bene, sia chiaro. Perché lui è un amico e ha sempre la soluzione giusta in tasca." Emettesti uma sorta di verso disgustato.
"Pensi che abbia ragione su qualcosa?"
"Oh, si. Fa tutto parte della tecnica. Un dieci per cento di verità conferisce al tutto un aspetto invitante. Bea, nessu o è obbligato ad avere un ragazzo. O una ragazza. E io non ho intenzione di impazzire e farmi arrestare, te lo assicuro."
"Lo so."
"Vuoi invitare qualcuno?"
"In quel senso?"
"Mm."
"No. Perché,  tu si?"
"No."
"Dario?"
"Cosa?"
"Ma è vero che ci sono un sacco di ragazze che ti vengono  dietro?"
"Le verità? Non ne ho idea. Non mi interessa e non me ne sono mai occupato. Se vuoi posso chiedere a Greg."
"No, lascia stare." Camminammo ancora un po', cin le ombre che ci si muovevano accanto, aggraziate come ballerini.
"Bea?"
"Dimmi."
"Ma secondo te fa così perchè odia me o perchè ama te?"
"Secondo me fa così perchè gli rode che ci sia qualcuno che non lo calcola."
"Ottima risposta."
"Alla fine, ce l'abbiamo da sopportare solo un  altro anno. Però una cosa."
"Che cosa?"
"Giurami che se ci sposiamo gli mandiamo l'invito." Iniziasti a sghignazzare, sempre camminandomi accanto, nel sole che filtrava fra un arco dei portici e l'altro.

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