sabato 14 giugno 2014

Sessantanove

La mia determinazione, la decisione apparentemente irrevocabile che avevo preso quel giorno, quando mi ero resa conto di quanto tutti, attorno a me, avessero subito le conseguenze non tanto di ciò che mi era accaduto, ma piuttosto del modo in cui avevo reagito, devo dirlo, vacillò molte volte.
Durante quell'estate ci furono molti giorni in cui tutto mi semnrava troppo difficile, in cui ero tentata di buttare tutto dalla finestra e rimettermi a dormire.
Ogni volta che questo accadeva, me lo coglievi nello sguardo, nella postura, nel modo di muovermi, e mi rimettevi in carreggiata quasi senza parere, con un'aria di placida indifferenza che, suppongo, avrebbe dovuto darmi l'illusione che tu non sapessi cosa stava succedendo e quali effetti avesse ciò che facevi e dicevi.
Eri di una tenerezza micidiale.
La prima volta in cui pensai seriamente di rinunciare fu un paio di giorni dopo aver ripreso in mano i miei linri ed essermi imposta una lunga passeggiata ogni giorno.
Entrambe le cose avevano sempre costituito, per me, un piacere. Ora erano una fatica immane, da affrontare un passo alla volta, una parola alla volta.
Tornai a casa, quel mattino, accaldata e stanca della nostra camminata, rimuginando con rabbia che non avevamo fatto memmeno un quarto della strada che percorrevamo abitualmente l'anno prima, e, senza pensarci, allungai la mano per prendere un bicchiere, nel ripiano più alto, in cucina.
Disgraziatamente, scelsi di allungare il braccio sbagliato. La mia spalla, quella che si era , malamente fratturata nell'impatto contro il muro, si fermò bruscamente a metà strada, protestando con una fitta rovente.
Guardai frustrata la fila ordinata di bicchieri sopra la mia testa e passai in quella mano la bottiglia dell'acqua, per allungare il braccio sano.
Appena il peso della bottiglia di vetro mi stirò il braccio verso il basso, la mano perse la presa e la lasciò cadere a terra.
Si infranse in una miriade di schegge appuntite, spargendo acqua fredda dappertutto.
Facesti capolino dalla porta.
"Oh, tutto bene?"
"Come no! Benissimo! Tolto il fatto che non riesco neanche a versarmi un fottuto bicchiere d'acqua, tutto a posto! Ma porca di quella grandissima troia!" Spalancasti gli occhi sorpreso. Non sono mai stata solita alle parolacce, ma in quel momemto avevo la sensazione che sarei esplosa, se non avessi sfogato un po' della mia rabbia.
"A posto. Allora, se vuoi ti dò uma mano a tirar su quella merda di cocci e poi te lo passo, il fottuto bicchiere." Parlavi con tono calmo, quasi indifferente, e sentirti pronumciare certe volgarità con la stessa voce con cui chiedevi a tua madre di passarti il sale mi colpì come un contrasto irresistibilmente comico. Suppongo fosse quello che volevi. Scoppiai a ridere, uma risata nervosa, ma pur sempre sincera, e tu abbozzasti um sorriso scuotendo la testa.
"Ma dimmi tu, se devo frequentare certe ragazzacce volgari..." dicesti chinandoti per cominciare a ripulire.
"Lascia, faccio io. Tu versa l'acqua, per favore."
Poco dopo mi ritirai nella mia stanza. Deglutii guardando la pila di libri di testo in agfuato sulla mia scrivania. Mi sembrava impossibile di essere la stessa persona che aveva sempre amato studiare. Mi sembrava fosse passata una vita intera, in mezzo.
Mi sedetti e cominciai.
Il righello di plastica rosa che mi accompagnava dalle medie segnava la riga che stavo leggendo, ma scendeva tanto lentamente che credevo si sarebbe fuso con la pagina.
Voltai la schiena e guardai il letto. Non era ancora stato rifatto e semnrava una tana comoda e soffice. Ritornai al libro. Un'altra riga.
Sentivo quel dannato letto fissarmi dietro la nuca. Avrei giurato che mi stesse chiamando, con un sottile, dolce richiamo di sirena. Chiusi gli occhi un secondo.
"Stanca?" Eri sulla porta, come al solito appoggiato con la spalla allo stipite, le braccia incrociate.
"Un pochino. Non riesco a leggere. È come se fosse uma lingua straniera." Annuisti.
"Mi sembrava che andasse un po' meglio."
"L'altro giorno, con te, si. Adesso è peggio di prima, invece. Non so come cavolo farò a rimettermi in pari per settembre."
"Leggo io."
"Cosa?"
"Il libro, oca giuliva. Dai qua." Ti sedesti con le spalle al muro, a terra, ed iniziasti a leggere a voce alta dall'inizio del capitolo. Era il libro di storia e il capitolo parlava delle prime fasi della rivoluzione francese. Impossibile non sentirsi interessati e coinvolti. Impossibile, per chiunque non ti ascoltasse leggere. Era terribile. Di recente ho sentito un programma di lettura automatica per computer. Eri dannatamente simile. Il tono era piatto, sempre uguale, totalmente privo di qualsiasi sfumatura. Le pause di punteggiatura erano rispettate con tanto rigore che riuscivo a distinguere, senza vedere lo scritto, dove c'era un punto e a capo e dove invece proseguiva di seguito. Giuro che riuscivi perfino a pronunciare le maiuscole.
"Dario, ti scongiuro, basta."
"Cosa? Stai male?" Chiedesti alzando degli occhi di un'innocenza disarmante dal libro. Stavi davvero facendo del tuo meglio.
"No, Darietto, non sto male. Tranquillo. Solo..." non ce la facevo a dirti 'sei agghiacciante'. Era trooppo l'impegno che mi stavi dedicando. "Magari adesso riprovo io, ti va? Magari funziona, se ci sei tu, come l'altro giorno." Tentai con un sorriso incoraggiante. Preferivo di gran lunga spaccarmi la testa su ogni riga che ascoltarti ancora massacrare Roberspierre. Mi sorridesti di rimando, sinceramente rincuorato.
"Tipo come se fossi il tuo portafortuna?" Chiedesti lusingato.
"Eh, si, l'idea è quella" mentii senza il benché minimo rimorso prendendoti il libro dalle mani. Siatemai il fidato righello.
"Perchè lo usi?"
"Mi saltano li occhi da uma riga all'altra. Così riesco a tenere il segno."
Iniziai a leggere. Di riflesso, dato che tu avevi letto a voce alta, lo feci anche io. Ogni difficoltà sembrò attenuarsi esponenzialmente. Riuscivo a trovare di nuovo il ritmo, a collegare fra loro parole e frasi senza alcuno sforzo. Lessi il capitolo fino alla fine davanti ai tuoi occhi felici.
"Direi bene, no?" Domandasti alla fine.
"Molto bene. Sai, mi sa che è la cosa di leggere a voce alta." Annuosti convinto.
"Credo anche io. Probabilmente le orecchie riescono ad aiutare gli occhi, così." Annuii anche io, anche se avevo capito poco della tua teoria. Chiusi il libro.
"Però,  anche così...quanto tempo ci metterò a tornare a posto, Darietto? A versarmi un bicchiere d'acqua da sola e a legfere senza uditorio, secondo te?" Ti stringesti melle spalle.
"Sei tu che ti rifiuti di andare a fare quella specie di ginnastica correttiva. Lo sai che miglioreresti più in fretta."
"Ma io non voglio andare via da casa. Non voglio stare senza di te." Mi prendesti la mano.
Da quando ci eravamo ritrovati, dopo l'incidente, eravamo ancora più restii a separarci, fosse pure per un'ora. Ci sembrava un'ora rubata, male e di nascosto, alla presenza dell'altro.
Era come se tutte quelle cose brutte avessero finito per farci diventare una sola persona, riposta, per chissà quale distrazione, im due corpi distinti.
"Potrei portarti io. Sai, l'abbiamo aggiustata." Deglutii a disagio.
"Dario, io non so se ce la faccio."
"Lo so. Cioè,  lo sapevo già. Me lo immaginavo, sai?"
"Sono una fifona, mi sa."
"No, è a posto. Hai diritto di avere paura. Peccato, però. Ci siamo sempre divertiti, ad andarci assieme, no?"
Rapide come in um carosello, mi sfrecciarono nella mente le immagini del mio corpo che si muoveva in perfetto unisono col tuo, come quando facevamo l'amore, dell'aria sul viso e sulle gambe,  strette attorno ai tuoi fianchi, del tuo volare, appena appoggiato al sellino, in certi punti, e dei muscoli della tua schiena che si irrigidivano, come domando jm cavallo riottoso, quando stavi saldo in certi altri. Si, c'eravamo divertiti  eccome. E c'era qiella sensazione di invincibilità che mi dava essere con te lì sopra, a cui non avrei voluto rinunciare.
Sospirai e il sospiro parve salirmi dai piedi.
Ti alzasti in piedi e, posandomi un bacio sulla fronte, dicesti:
"Vado un attimo di là in camera, mi è venuta in mente una cosa che devo fare. Ti chiamo quando è ora di pranzo." Uscisti dalla stanza senza fretra e mi accorsi che sorridevi fra te e te, con quel sorriso particolare che conoscevo fin troppo bene.
Passai qualche minuto a domandarmi cosa mai ti passasse per la testa, stavolta, quamdo, tentato più volte di applicarmi a qualcosa ed essendomi dovuta interrompere ogni volta per l'insistenza delle immagini che avevi evocato con quella domanda, apparentemente casuale, mi resi conto che quello chenavevi in mente di combinare l'avevi già combinato.
Mi venisse um accidente, se non mi avevi fatto tornare voglia di salire su quella moto.

Non volevo darti la soddisfazione di venire da te a dirti tutto, perciò mi applicai con tutto il mio impegno a riprendere in mano  i libri che giacevano abbandonati da troppo tempo.
Per quel giorno, ogni desiderio di abnandono era dimenticato e, quando il letto ricominciò a tentarmi, scesi a leggere nell'atrio.
Quando fu ora di pranzo, caracollasti giù dalla scala stringendo in mano alcuni cartoncini colorati, che mi posasti in grembo con un sorriso.
"Che roba è?"
"Lo vedi che hanno una fessura in mezzo?"
"Eh, si."
"Mettila sul libro." Ne provai due, prima di trovarne una, verde, la cui fessura si adattava alla perfezione alla riga.
"Ma dai! Che bella! E le altre?"
"Beh, i linri non sono mica tutti uguali. Più lunghi, più corti, scritti più piccoli, più grandi...ne ho fatte un po'."
"Darietto, ma che bella idea!" Arrossisti leggermente. "Sei sempre il mio eroe, alla fine,  vedi?" Il tuo viso acquisì una delicata sfumatura cremisi.
La zia ci chiamò a tavola e vidi,  con mia sorpresa, mio padre seduto a tavola, al solito posto.
"E tu? Quando sei tornato?"
"Ah, Bea! Mah, poco più di un'ora fa."
"Ma non sei neanche passato a salutarmi." Mio padre sorrise dolcemente.
"Stavi studiando. Quando sono passato davanti a camera tua, ti ho vista alla scrivania che bisbigliavi qualcosa, tutta concentrata, e nom ho voluto disturbarti. A proposito, va meglio?"
"Molto meglio, papà. Ho scoperto il trucco. Basta che legga a voce alta."
"Allora, via a leggere a voce alta, dico io!"
Mangiammo quasi senza parlare.
A fime pasto, mentre Dora portava i piatti in cucina, presi la mia decisione.
"Papà,  senti."
"Cosa, piccoletta?"
"Pensavo...forse avevi ragione tu su quella specie di ginnastica per la spalla e il collo. Magari è meglio. Insomma, hanno detto tre settimane, no?"
"Hanno detto tre settimane prima di valutare i progressi, si. Ma, Bea, sei sicura?"
"Abbastanza, si. Insomma, devo pur guarire, no? Meglio che lo faccia in fretta. Se no sai che noia, a scuola, senza poter mai fare niente?"
Vidi, fisicamente vidi il sollievo spandersi sui suoi tratti. Chiuse gli occhi per un attimo, come ringraziando una divinità superiore nel privato della sua mente.
"Mi sembra un'idea bellissima, piccoletta. Brava. Tempo di organizzarmi per il trasporto e..."
Incontrai i tuoi occhi. Inarcasti um sopracciglio di um millimetro esprimendo una domanda muta. Strizzai gli occhi per risponderti.
"La accompagno io, zio, che problema c'è."
"E come, se si può chiedere?" La voce di mio padre si era fatta bassa e lenta.
"La moto è a posto."
"No. Non se ne discute. Bea su quella cosa non ci sale mai più,  chiaro?" Fu una reazione dura, quasi cattiva. Ti fissava come se volesse mangiarti vivo.
"Perchè,  papà?"
"Come fai a chiedermi perché?  Dopo quello che è successo?"
"Ma è successo perchè guidavo io. Dario me l'aveva sempre detto, di non prenderla da sola. E poi quando guidava lui non siamo mai caduti, no?"
"Dario è la persona che ti ha insegnato a guidarla!" Rispose lui a muso duro, sbattendo il palmo sul tavolo. Sussultammo tutti. Non l'avevo mai visto così,  sembrava trasfigurato da qualcosa che mon era esattamente rabnia né del tutto preoccupazione. Improvvisamente capii come lui e tuo padre potessero essere tanto amici.
Tu eri mortificato e avevi abbassato lo sguardo sul tavolo, giocando con i minuzzoli di pane sulla tovaglia.
"Gliel'ho chiesto io. Lo sai, te l'ho detto. È stata colpa mia. E comumque, io sulla moto ci torno eccome. Decidi tu se vuoi che lo faccia di nascosto o no."
Un respiro gli gonfiò il petto e lo vidi ingrossarsi come un pesce palla. Fece jm gesto con la mano,  come per colpirmi, e lo fissai spaventata. Poi la riabbassò e si rivolse alla zia, che aveva assistito alla scena in quel solito silenzio palpitante che riservava ai  litigi  fra te e tuo padre.
"Mettile in testa un po' di buon senso, fammi il favore, Sissi."
"Beatrice, cara..." iniziò esitante lei, spiazzata dal fatto di essere stata chiamata in causa, quando di norma le veniva intimato il silenzio. Non la lasciai terminare la frase.
"Io ci vado. Decidete voi se volete sapere quando o no." Scandii guardandola fissa negli occhi.
La zia si voltò imbarazzata verso mio padre e lui, come di riflesso, si voltò verso di te.
"Se provi a portare in giro mia figlia senza il mio permesso, guai a te. Mi hai sentito?"
Apristi la bocca per ribattere,  poi la richiudesti senza pronunciare uma parola. Aveva lasciato attonito perfino te.
"Lo lasci in pace? Tanto sono io che decido, non lui. Se decido di fare una cosa del genere, credi che lui sia l'unico a cui posso chiedere? L'unico amico che ho che sa portare una moto? Sul serio?" Era uno sfacciatissimo bluff, ma valse a distogliere la sua attenzione da te, che di padri arrabbiati ne avevi a sufficienza.
"Beatrice, se ti azzardi..."
"Cosa? Mi spacchi la testa?" Lo provocai. "Avanti. Tanto adesso dovrebbe essere più facile."
"Guarda che anche se sei grande, non ci metto niente a sploverarti il sedere!" Mi minacciò.
"Bravo! Fai pure. Poi faccio lo stesso quel  che mi pare, però,  lo sai."
"Adesso piantala!" Urlava. Mio padre stava urlando.
La zia lo guardava sconvolta, con una mano posata sulla gola. Tu, alzati gli occhi dalla tovaglia, lo fissavi con le pupille ridotte ad una punta di  spillo, in massimo allarme. A me venne da piangere, ma tentai di resistere.
"No." Dissi con la voce stretta dal nodo che avevo in gola.
"Non voglio che tu lo faccia." Disse in un tono più normale.
"Ho capito. Però non posso obbedirti. Mi dispiace, lo sai che cerco sempre di obbedirti."
Sembrò riflettere un momento su quello che avevo detto, prima di voltarsi di nuovo verso la zia.
"Cosa ne dici, tu?"
"Io penso che...se stanno attenti..."
"Insomma, sei daccordo con questi due disgraziati."
"Insomma, quando io non volevo che deste la moto a Dario, mi hai detto che non potevo tenerlo sempre stretto alla mia gonna, no?" La zia parlava pianissimo, come se sussurrando il suo disaccordo potesse stemperarlo. "Anche lei, allora."
Mio padre annuì,  con aria disgustata.
"Ragazzi,  andate in camera. Io e la Sissi dobbiamo parlare."
Quando fummo sulle scale mi prendesti per mano e nella tua stanza mi abbracciasti, avvolgendomi le spalle, come se dovessi consolarmi.
"Darietto? Tutto bene?"
"Ho avuto paura che facesse come mio padre."
"Lui non è così."
"Beh, lo sembrava."
Mi abbandonai al tuo abnraccio, posando le mani sulle tue e la testa sul tuo petto. Nonostante il caldo, che quell'estate non era nemmeno eccessivo, il sonno, la rabbia e tutto il resto, avrei voluto poter chiudere a chiave la porta e consumarti lentamente, come um dolce prelibato. Mi ripromisi di venirti a trovare, quella notte.
Non so di cosa parlassero quei due, ma ne parlarono a lungo, per più di un'ora. Ad un certo punto, mi domandasti:
"Com'era quel libro dell'altro giorno?"
"Il buio oltre la siepe."
"Si. Quello. Sai, mi chiedevo come va a finire. Ti andrebbe di legfermelo ancora un pochino?"
Era unma richiesta che non mi aspettavo, ma mi fece piacere. Ancora più gradevole fu scoprire che ti ricordavi esattamente dove eri arrivato ad ascoltare, prima di addormentarti.
"Riparti da quando il padre spara al cane idrofobo, sulla strada." Mi invitasti, ranicchiandoti ai miei piedi sul tappeto.
Presi a leggere e fu così che ci trovò mio padre, quando mise la testa dentro la stanza.
Mi indicò col dito, ancora alterato.
"Tu adesso vai giù a ringraziare tua zia, che sostiene che non sei matta. E tu" disse indicando te "se provi a fare qualche cazzata con mia figlia su quel coso maledetto..."
"No zio, giuro!" Promettesti prontamente scattando in piedi. Lo guardasti timidamente.  "Non la metto in pericolo, Bea, lo sai."
Sul malgrado,  mio padre si trovò costretto ad annuire. Lo strinsi in um grande abbraccio, cercando di fare pace.
Mi scostò  gentilmente, ancora cupo in volto.
"Fila via." Brontolò.

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