E d'improvviso, mano a mano che si avvicinava maggio, e con maggio la data del certamen, il tempo prese ad accelerare.
Ricordo poco o nulla di quel mese frenetico, in cui passavo ore nella biblioteca della scuola, cercando di ficcarmi in testa elenchi interminabili di paradigmi di verbi irregolari ed esempi di traduzioni di Seneca e Lucrezio.
Arrivai perfino a sognarmeli, quei due, e uno dei ricordi più vivi che ho è quello di una mattina, tanto presto che fuori era ancora buio, in cui mi svegliasti sghignazzando, domandandomi se erano sogni erotici, quelli che stavo facendo.
"Ti giuro che nella mia vita non avrei mai immaginato di sentire qualcuno dire nel sonno 'no, Lucrezio Caro no!'"
Riuscivi a malapena a parlare, tanto ridevi. A me la voglia di ridere era passata da un pezzo. Più la data si avvicinava, meno mi sentivo pronta e mi pareva di stare per gettarmi nella fossa dei leoni.
L'ansia mi accompagnava sempre, crescendo ogni giorno di più. Quasi arrivai a proibirvi, im casa, di parlare dell'evento.
I rapporti fra te e tuo padre erano più distesi, per fortuna, e, nonostante lo zio fosse sempre molto nervoso, tu sembravi aver acquisito quasi un atteggiamento protettivo nei suo confronti. Se fosse a causa di come avevi scoperto che parlava di te in tua assenza o del fatto che avesse passato un inferno con suo padre, non lo seppi mai.
Fatto sta, che il tuo comportamento si era parecchio ammorbidito, verso di lui e anche lui, da parte sua, cercava di trattarti meno duramente.
Ricordo che una sera, appena rientrato da una trasferta di una settimana, ti porse un fascio di riviste sportive, ficcandotelo fra le mani di malagrazia.
"To', ti ho portato della roba..." si interruppe, guardandoti in faccia "Dario." Terminò in un borbottio. Lo fissasti per un momento, senza che lui se ne accorgesse, essendosi chinato a frugare fra i bagagli, e, dopo aver preso un respiro, componesti il viso ad un sorriso ironico.
"Oddio, cos'ho fatto, stavolta?" Chiedesti ruotando gli occhi.
"Perchè? Cosa vuoi?"
"Eh, mi preoccupo quando mi chiami Dario. Sei arrabbiato? Ho fatto qualcosa di male?"
"No, credevo..."
"Si?" Il tuo sorriso si allargò, contagiandolo.
"Ma va' via, mezza sega!" Rise tuo padre assestandoti uno scapellotto scherzoso. Gli colpisti il braccio, giocando, per allontanarlo e ti avviasti sulle scale con aria felice. Passandomi accanto sventolasti le sopracciglia in un'espressione comica che fece ridere anche me. Lo zio fissava la tua schiena con un'espressione strana, come di chi ha ricevuto un grosso regalo, eppure se ne sente umiliato. Distolsi lo sguardo, perchè mi parve di vederlo nudo.
Mancavano due giorni alla data fatidica.
Fui dispensata dalla scuola, quella settimana, e rimasi a casa, dividendo il mio tempo fra la scrivania della mia camera e la poltrona di cuoio dell'atrio. Sull'una mi aspettava il pesante dizionario giallo, la cui copertina iniziava a dare segni di cedimento per il lungo servizio, sull'altra una pila di tomi con testo a fronte.
Mi aggiravo per la casa sentendomi uno spettro, in attesa del tuo ritorno, con le matite conficcate fra i capelli, attiramdomi gli sguardi di disapprovazione della zia, costantemente in jeans e maglia di mio padre. Non avevo tempo per i vestiti.
Verso le dieci, squillò il telefono. Dalla mia tana sulla poltrona vidi zia Sissi precipitarsi a rispondere, asciugandosi le mani in un grembiule. Stava approfittando dell'assenza dei noatri padri per ripassare, assieme a Dora, tutte le superfici luccicanti della casa: ottoni ed argenteria, come su un antico vascello inglese.
Senza badarle un granché, la sentii rispondere, seccata dell'interruzione.
Un attimo dopo, alzò la voce, sgomenta, in un tono stridulo che non le avevo mai sentito e mi fece gelare il sangue.
"Cosa vuol dire che vi siete persi mio figlio?"
Scesi rapidamente dalla poltrona e la raggiunsi.
Teneva il ricevitore tanto forte da avere le nocche bianche, con entrambe le mani, rimanendovi aggrappata come fosse un'ancora di salvezza. Le mani le tremavano appena appena.
"Siete sicuri? Si, è logico che io sono certa che non sia a casa, per chi mi avete preso?"
Sbiancò ancora di una gradazione e credetti che sarebbe svenuta.
"Non si azzardi a dire che non devo preoccuparmi! Io vi denuncio! Mio marito vi farà vedere i sorci verdi, ha capito? Mi ascolta?"
Ancora un momento di silenzio, mentre ascoltava la voce dall'altra parte.
"E invece mio figlio non è così. Lo so. Non ha mai fatto queste cose!"
Silenzio. Ascolto. Due macchie rosse di rabbia sbocciarono in alto sui suoi zigomi.
"Io vi rovino! Siete una manica di incompetenti. Mi faccia parlare immediatamente con la preside. Adesso, mi ha sentita?"
Silenzio. Ascolto.
"Non può non essere in sede! Dov'è, in un giorno lavorativo, quell'altra lavativa?"
La zia era fuori di sé. Aveva appena dato della lavativa alla Signora Preside. La voce dall'altro capo del telefono dovette assumere un tono concitato, perchè avvertii un lieve ronzio perfino io, che mi trovavo ad un paio di passi di distanza, appoggiata al montante della porta.
"Vada a quel paese! Quando mio marito lo verrà a sapere, ve ne accorgerete!"
Ero sconvolta. Zia Sissi aveva appena mandato a quel paese qualcuno. A voce alta. E in faccia.
Riagganciò tanto energicamente da far scivolare il telefono ed il relativo centrino ad uncinetto di una spanna all'indietro sulla superficie lucida del mobiletto.
Si voltò verso di me, torcendosi le mani.
"Era la scuola. Hanno perso Dario." Si vedeva che era sull'orlo delle lacrime.
"Calma, zia, cosa vuol dire che l'hanno perso? Non è mica una robina piccola, Dario."
"Lo so, quei cretini, gli venisse un accidente che li spacca in quattro! Ha detto che hanno portato la sua classe a vedere non so che cosa al planetario e che quando sono tornati Dario non c'era più. Quando sono partiti c'era. E quando sono tornati non c'era più." Ripeté.
Capivo benissimo la sua angoscia.
Da che avevamo iniziato ad andare a scuola, da quel primo giorno in cui ancora ti mancavano un paio di centimetri per raggiungere l'altezza della gamba di tuo padre, non avevi mai saltato volontariamente un giorno. Spesso era proprio la zia che doveva convincerti, con minacce e blandizie in uguale misura, a rimanere a casa quando ti ammalavi.
"Ha detto che avrà approfittato dell'uscita per saltare qualche ora. Ma lui non le fa, queste cose, Beatrice. Non le ha mai fatte."
Era passata a torcere la stoffa del grembiule, dopo averla arrotolata fra le mani. Nemmeno se ne rendeva conto, sembrava di guardare una macchina. Torsione, rilassamento, torsione.
"E adesso?" Mi domandò con l'aria sperduta. "Quelli là dicono di aspettarlo a casa. Alla polizia non posso chiamare, non mi ascoltano, di sicuro, vedrai se non la pensano come quegli altri cretini. E se gli è successo qualcosa?"
Mi sentivo un nodo in gola grande quanto un'anguria. Già. E se ti era successo qualcosa? E qualche cosa doveva essere successa, per farti fare una cosa così stupida, sempre ammesso che tu l'avessi fatta. Anche a pensare che tu avessi voluto fare semplicemente lo scemo, perchè aspettare di essere segnato presente e poi andartene? Era un modo sicuro per farti scoprire. E tu tutto potevi essere fuorché uno stupido.
La zia dovette seguire il mio stesso ragionamento, perchè disse:
"Gli è capitato qualcosa sicuro."
"Ma cosa può essergli mai successo, in un planetario?" Chiesi, cercando di rassicurare tanto me stessa quanto lei. Scosse la testa, fissando il pavimento. Non lo sapeva, come me, del resto.
"Se almeno potessimo andare a cercarlo...ma sono tutti via!" Commentò angosciata. Non solo non avevamo un'auto a disposizione, ma nessuna di noi tre sapeva guidare. Mi sentii soffocare, come fossi chiusa in un armadio.
"Io chiamo gli ospedali." Disse risoluta, afferrando la guida del telefono. Attesi l'esito delle sue chiamate facendo nervosamente avanti e indietro dalla sala alla cucina.
Ad ogni tentativo fallito, mi sentivo felice perché non eri in ospedale e spaventata perchè non sapevo dove fossi.
Finirono anche gli ospedali. Non eri in nessuno di essi. Tirammo un respiro di sollievo e ci guardammo, incapaci di pensare.
"Chiamo suo padre." Si risolse lei. Le fermai la mano, posandovi sopra la mia.
"No, zia. Aspetta. E se ha fatto davvero una mattata? Lo zio stavolta lo manda lui, all'ospedale." Ritrasse la mano come se il ricevitore scottasse. Sapeva che stavo dicendo la verità.
"Tuo padre non so mai dove trovarlo..." le tremava la voce. Era già finito l'elenco delle persone da chiamare. Mi resi conto a pieno per la prima volta di quanto fossimo isolati dal resto dell'umanità, nonostante vivessimo in mezzo ai nostri simili.
Tentai di fare come facevi tu: lasciai perdere per un attimo quello che provavo e cercai di ragionare lucidamente.
"Vado a cercarlo." Le annunciai squadrando quel poco di spalle di cui la natura ha voluto dotarmi.
"E come? In treno, a piedi? E dove lo cerchi, poi?"
"Zia, Dario è un abitudinario. Lo sai anche tu. Fa sempre le stesse cose, va sempre negli stessi posti, sempre con le stesse persone. Se ha deciso di fare lo scemo e basta, io lo so dove trovarlo. Se invece non lo trovo, parto dal planetario e vado verso la sua scuola. Da una parte o dall'altra, qualcosa salterà pur fuori."
"Ma, Bea, rifletti bene. Ora che non hai preso il treno, che non sei arrivata..."
"Non ci vado in treno. Vado in moto."
"E come?"
"Mi ha insegnato per tutto l'inverno come si guida, sono brava adesso. Solo, non volevamo che lo sapesse mio padre. Ma adesso non fa niente."
"No." Scosse la testa sconsolata. "Non posso lasciartelo fare. Grazie di esserti offerta, ma no."
"No, tu non hai capito. Non ti stavo chiedendo il permesso. Io vado."
Mi liberai con uno scrollone dalla sua mano e corsi verso la rimessa. Era giorno di allenamento e la tua moto era lì, luccicante e con il pieno fatto, ad aspettare. La zia capì che dicevo sul serio e mi corse dietro, chiamandomi con voce dura.
Aprii il portello della rimessa più veloce che potevo e saltai in sella. Lei si parò sull'uscita, con la mano alzata come un vigile.
Avviai i motore.
" Beatrice, ti ho detto di no!"
"Ti ho sentita perfettamente. Adesso cavati da in mezzo, che se no ti prendo sotto."
"Tu di qui non esci!" Non era più tempo di discutere. Ingranai la prima e partii, facendole fare un balzo di lato. Presi mentalmente nota di chiederle scusa, quando fossi tornata, e poi imboccai il vialetto senza girarmi indietro.
Non l'avevo mai guidata in strada e sentivo la paura tentare di montarmi dentro come una marea. Dovevo tenerla sotto controllo per forza, se volevo arrivare da te. Tentai di respirare a fondo.
Presto le due lunghe matite che mi tenevano a posto i capelli si sfilarono, finendo a rimbalzare sulla strada, e una lunga fiamma di riccioli scuri mi fece da coda, come fossi un'aquilone. Mi tenevo aggrappata al manubrio rifiutandomi ostinatamente di pensare a quanta distanza mi separasse dall'asfalto e a quanto male avrei potuto farmi cadendo.
Un rapido sguardo al tachimetro mi rivelò che stavo facendo i cinquanta. Potevo accelerare ancora un filino e lo feci. Con un senso di disagio, sentii il motore salire di giri ed ingranai la marcia più alta, che non avevo mai usato.
Mano a mano che la strada alle mie spalle si allungava, accorciando quella ancora da fare, mi sentivo più sicura. La paura di cadere svanì rapidamente, battuta dalla paura per te.
Mi giravano per la testa mille pensieri. Non riuscivo ad immaginare cosa potesse esserti accaduto. Non volevo pensare a niente di troppo brutto e, ogni volta che un simile pensiero mi si affacciava alla mente, lo reapingevo con forza.
Decisi di iniziare la mia ricerca battendo le strade che facevamo ogni giorno assieme.
Quando finalmente arrivai in città, imboccai decisa la via della stazione. La facevamo spesso a piedi ed immaginai che, se ti fosse accaduto qualcosa di abbastanza grave da tenerti lontano dal tuo banco, probabilmente avresti voluto tornare a casa. Invece non ti vidi. Guadagnandomi qualche colpo di clacson, feci una stretta inversione e fermai la moto davanti alla stazione. L'edificio mi osservava, enorme ed impassibile. Non potevo entrare. Non potevo lasciare la tua moto incustodita, con la sola protezione del blocca sterzo ed avevo dimenticato la catena a casa. Riflettei che, se tu fossi stato là dentro, saresti stato comunque in procinto di arrivare a casa e, quindi, al sicuro.
Ricacciai per l'ennesima volta in gola il panico che mi soffocava e ripartii, faticando a ritrovare l'quilibrio in mezzo al traffico cittadino.
Passai di fronte alla tua scuola di volata, senza fermarmi, nella convinzione che se tu fossi stato lì intorno, allora saresti sicuramente entrato in classe e se, invece, avessi volontariamente deciso di non entrare, non saresti rimasto nei dintorni, e svoltai decisa per la strada che portava alla palestra comunale dove ti allenavi.
Era una laterale di una grossa arteria trafficata, a due corsie, e anche solo riuscire a superare l'incrocio richiese molta della mia abilità, ma ce la feci.
La mia idea era di percorrere la strada su cui si trovava l'ingresso, che terminava in un incrocio a T con un'altra viuzza, e girare tutto attorno all'edificio. C'era un minuscolo parco, tre alberi in tutto e una panchina, in fondo alla viuzza sul retro, e, se tu ti fossi volontariamente allontanato, immaginavo che saresti andato lì, vicino al posto che amavi tanto.
Presi velocità percorrendo il rettilineo che passava di fronte all'ingresso, pensando a queste cose. Ricordo di aver pensato che, se ti avessi trovato lì, te ne avrei dette quattro per aver fatto spaventare tutti quanti. Mancavano solo un paio d'ore all'allenamento, ormai, e sperai con tutto il cuore di trovarti.
Passai di fronte all'albero che faceva ombra, solitario, alla rastrelliera della biciclette, e un gruppo di ragazzi catturò la mia attenzione.
Li vidi, quasi in fondo alla strada, camminare tranquilli, avvolti in una nube di risate e schiamazzi scherzosi. Mi avvicinai, senza frenare, ancora determinata a seguire il mio piano, chiedendomi per un attimo se qualcuno, quel giorno, fosse andato a scuola. Arrivai fino alla vostra altezza, prima di riconoscerti in mezzo al gruppo. Eri chino in avanti, chiacchierando fitto con Gregorio, e questo aveva mascherato la tua altezza ed il tuo viso. Alzasti la testa in quel momento, sentendo il rumore familiare del motore, e i tuoi occhi si dilatarono di stupore.
Mi sentii contemporaneamente pervasa da un'onda di sollievo ed una di rabbia. Ti passai accanto, troppo occupata a riflettere su quel che ti avrei detto per guardare in avanti. Era te che guardavo.
E nel tuo viso vidi quel che stava per accadere.
I tuoi occhi si ingrandirono ancora, fino ad occupare una porzione spaventosa del tuo viso, e sbiancasti d'un tratto, fino al punto di far riemergere quelle poche, sbiadite lentiggini che ti rimanevano sul naso.
Cacciasti un urlo, un volume di voce disumano ti uscì dal petto, mentre mi fissavi incapace di muovere un passo.
"No!" Gridasti e tutto ne rimbombò.
Mi voltai per vedere cosa ti avesse spaventato tanto e vidi il muro di mattoni a vista dell'edificio che delimitava la via traversa, lo vidi come se mi stesse cadendo addosso. Ma ero io ad andargli addosso, lanciata e diritta come un fuso.
Tentai disperatamente di frenare, ma non funzionò. Non saprei dire se avessi scambiato di nuovo freno e frizione, come a volte mi accadeva, o se fossi semplicemente troppo vicina e troppo veloce per riuscire a frenare.
Tutto accadde tanto velocemente.
Sentii la moto fare un violento balzo all'indietro, tanto forte e improvviso da farmi dolere le mani, strappate dal manubrio.
Sentii che non c'era più il sellino, sotto di me, e che mi stavo rivoltando, la testa in basso e le gambe in alto.
Poi sentii un dolore accecante, istantaneo, come mi avessero pugnalata con una lama rovente alla testa.
'Oh, dio, muoio.' Pensai. Poi non sentii più nulla.
Mi accorsi che sopra di me c'era un pezzetto di azzurro.
C'erano delle voci, intorno.
Qualcuno disse in un tono spento:
"È morta."
Qualcun altro disse:
"No, non guardare."
Poi nel mio pezzetto di azzurro sbucò qualcosa di un giallo chiaro. E sentii una voce roca, afona, la voce di un vecchio che ha molto parlato, che sembrava piangere. Ci misi un po' a capire che era la tua voce. Avevi gridato troppo forte, forse, e qualcosa nella tua gola si era guastato.
"Bea! Bea! No, Bea, no. No, no, no, no, no..."
La voce si avvicinava e si allontanava, si avvicinava e si allontanava. Delle mani mi toccarono le spalle, le braccia, le mani, muovendosi come ragni inquieti.
Una voce diversa, adulta, più lontana.
"Spostati, lasciami vedere se..."
"No!" Ancora tentavi di gridare, nonostante non avessi più voce "no! Non la tocchi!"
"Ascolta, ho fatto dei corsi, sono abilitato a..."
"Non la tocchi! No! No!"
Le tue mani mi strinsero le spalle. Mi facevano male, ma era un male lontano. Era come se non mi interessasse.
Qualcuno nominò un'ambulanza.
E di nuovo il tuo pianto saliva e scendeva, scendeva e saliva nelle mie orecchie. Prendesti la mia mano e te la portasti sul petto, sul cuore. Lo sentii battere sotto le mie dita.
"Bea! Bea!" Mi chiamavi senza femarti mai. A volte parlavi, anzi, gridavi, cercavi di gridare a qualcuno che ti stava vicino. Gridavi loro di andare via, di non toccarmi.
Dovevi essere in uno stato spaventoso, perchè ti diedero retta, nonostante la situazione. Avrei voluto poterti vedere e cercai di spostare gli occhi.
Ci riuscii abbastanza da inquadrare il tuo volto e davvero mettevi paura. Tenevi gli occhi chiusi, stretti stretti, e luccicavi di lacrime e di sudore.
Il solo colore presente sul tuo viso era quello delle labbra, che avevano un tono scuro, quasi violetto.
Si avvicinò di nuovo qualcuno e tu ringhiasti, come un animale, scoprendo i denti, accostandoti a me, chinandoti su di me, a proteggermi.
"Cristo, Beatrice!"
"Vattene!"
"È...è viva?" Era la voce da Andrea, la riconobbi, e non si rivolgeva a te. Un tremito ti pervase e lo sentii sulle dita. Di nuovo la voce di Andrea, più vicino.
"Dario, posso?"
"No! Vattene!" Riuscisti perfino a racimolare un po' di voce. Poi di colpo gli parlasti in un tono quasi sommesso. "Andate via. Andate via. La mia Bea...la mia Bea!"
La folla di voci sommesse attorno a noi si diradò. Andrea doveva averli fatti allontanare. Parlasti sotto voce anche a me.
"Amore ti prego, ti prego, non mi morire. Ti prego, no, Bea, no..." iniziasti a dondolarti, avanti e indietro, e capii perchè la tua voce sembrava avvicinarsi ed allontanarsi.
Provai a risponderti, ma era come se avessi dimenticato come si parla. Sentivo solo un sonno infinito e un dolore distante, pulsante, dietro la testa.
Un suono alto lacerò l'aria, provocandomi una fitta di dolore. Uno scalpiccio sommesso. Qualcuno ti si avvicinò.
"Ragazzo, fammi passare." Scuotesti la testa, senza smettere di dondolare, con la mia mano premuta sul petto.
Qualcuno ti toccò, provò a spostarti, lo sentii succedere, e tu reagisti di nuovo ringhiandogli di andarsene.
Una voce gentile chiese a qualcuno i nostri nomi e la voce di Andrea rispose. Qualcuno si chinò accanto a te. Qualcuno di bianco. Uno degli uomini dell'ambulanza. Ti prese il viso fra le mani, gentilmente, e ti guardò negli occhi.
"Dario, ascoltami. Adesso se tu ci lasci fare, noi aiutiamo la tua ragazza. Vuoi che la aiutiamo, Dario? Sei d'accordo?"
Ti tremarono le labbra e il mento, come ti succedeva da piccolo prima di scoppiare a piangere.
"È viva? Per favore?"
"Se mi lasci passare ci guardo subito, va bene? Va bene se adesso te la faccio lasciare un momento, Dario?"
Senza rispondere, ti allontanasti. Il tizio bianco entrò in campo. Mi posò le dita sul collo e poi sul bianco dell'occhio. Mi diede fastidio e cercai di chiuderlo. Il tizio si voltò verso di te.
"È viva, tranquillo. Ha solo dato una bella botta. Ascolta, Dario, dimmi come si chiama la tua ragazza."
"Beatrice. Bea."
"Bravissimo, grazie." Si rivolse a me. "Beatrice, mi senti? Bea? Parla con me!" Parlava ad un tono di voce troppo alto, mi dava fastidio. Tutto di quell'uomo mi dava fastidio. Avrei voluto che mi lasciasse in pace.
Invece, richiamò qualcuno con la mano e sentii che mi spostavano, mi maneggiavano, facevano baccano. Più loro facevano queste cose, più mi sembrava di sentire male. Li pregai mentalmente di andare via e di lasciarti tornare vicino a me. Mi mancavi tremendamente.
Parlavano fra loro, ma non ci prestai nessuna attenzione. Eri sparito dal mio radar e la cosa iniziava a gettarmi nello sconforto.
Senza preavviso, qualcuno mi diede un pizzicotto su un capezzolo, forte, tanto forte che mi ritrovai improvvisamente presente al mio corpo.
La quantità di dolore che provai, strappata al mio stato di apatia, fu mastodontica. Gridai o, meglio, emisi un miagolio infastidito.
"Bea? Mi senti? Beatrice! Parlami!"
"Dario." Ti chiamai.
"È qui, adesso sale su con noi. Quanti anni hai, Bea?"
"Mi fa male." Tentai di protestare mentre qualcosa di rigido e freddo mi veniva premuto contro il collo. Quando mi spostarono la testa, emisi un nuovo miagolio.
"Che anno è, lo sai, Beatrice? Dimmi che anno è!"
"Voglio Dario." Risposi. Sentivo un sonno da morire, nonostante il dolore. Anzi, forse proprio per scappare al dolore. Gli occhi mi si chiudevano e arrivò un nuovo pizzicotto.
"Ahi! Basta!"
"Stai sveglia, Beatrice! Su, dai, mi dici quanti anni hai?"
"Sedici."
"Ma brava! E come si chiama il tuo ragazzo, qui?"
"Cugino."
"È tuo cugino, questo, Beatrice? Come si chiama?" Mi avevano posata, tutta bloccata come un carico di esplosivi, su una barella e mi ritrovai a fissare il tettuccio dell'ambulanza. Ti spinsero vicino a me.
"Continua a parlarle, Dario. Non devi lasciarla dormire fino all'ospedale, chiaro? Ce la fai?" Annuisti frettolosamente e posasti la tua mano fredda e appiccicosa sulla mia, scatenamdomi una sensazione di conforto meravigliosa.
Continuasti a parlarmi, chiedendomi delle cose senza senso, fino all'ospedale, poi ci separano di nuovo.
Il dolore cresceva sempre, impedendomi di pensare, di capire. Mi sembrava di stare in un angolo della mia mente, a guardare quella tizia che stava tanto male.
Poi, ad un certo punto, mentre mi posavano su una nuova barella, dopo avermi osservata, accecata con delle lucine negli occhi, palpata e radiografata, mi addormentai.
Questa volta, nessun pizzicotto arrivò a svegliarmi.
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