A ripensarci, i mesi che seguirono, da quel giorno fino al natale di quell'anno, furono frai i più strani della mia vita.
Ero continuamente immersa in un qualche genere di estremo: lo studio, soprattutto di materie come il greco e la matematica, che mi richiedevano di concentrarmi su simboli diversi da quelli familoari delle lettere della mia lingua, mi richiedeva un impegno ed uma forza d'animo che non avevo mai dovuto mostrare nella mia vita.
Spesso venivo presa da profonde crisi di scoraggiamento, in cui pensavo che non sarei mai più riuscita a svolgere i miei compiti con la naturale facilità che mi aveva sempre accompagnata, in cui l'enorme stanchezza che sentivo si tramutava, all'improvviso e senza uma causa tangibile, in una straziamte tristezza che mi faceva pizzicaee gli ochi e chiidere la gola in um nodo doloroso.
Ti bastava poco, uno sguardo, un cambiamento nel ritmo del mio respiro, per renderti conto di quello che mi stava accadendo. Invariabilmente, lasciavi qualunque cosa tu stessi facendo per tirarmi su di morale. Era um modo singolare, il tuo, di farlo.
Tanto contegnoso come eri di solito, ti mettevi d'improvviso a fare il buffone per me. Uma volta ricordo che ti alzasti in piedi, senza dire nulla, e ti mettesti un bicchiere in equilibrio sul naso, inarcato all'indietro, a collo riverso, con le braccia aperte a mantenere l'equilibrio.
E ci riuscisti, perfino, per un minuto intero, prima che il bicchiere cadesse e tu lo afferrassi al volo, per poi esibirti in um perfetto inchino a braccia spalancate, da circense.
Quando nemmeno quel genere di cose funzionavano, mi facevi la faccia severa.
"Reagisci, insomma! Dai! Chi è che comanda, dentro quella roba che hai fra un'orecchia e l'altra? Tu, no? E allora, comanda che smetta."
E, pare assurdo, quando avevo i tuoi occhi fissi nei miei ci riuscivo perfino.
Quante volte, in questi mesi, avrei avuto bisogno di quegli occhi fissi nei miei, che sembravano rialzarmi l'anima dal fondo oscuro in cui precipitava come un paio di braccia nerborute.
A volte cerco di dirmi da sola di reagire, guardandomi fissa nello specchio. Ma solo il mio derelitto sguardo giallastro mi risponde dal vetro.
Dove tu abbia trovato quella forza che ti sosteneva, quell'anima d'acciaio che nascondevi al centro della tua anima, non l'ho mai capito. Non so se fosse una cosa che possedevi dalla nascita, come i tuoi capelli chiari e le lentiggini sulle braccia, o se fosse effetto del clima, per così dire, in cui sei cresciuto. Immagino che, sottoposto ai colpi di maglio che tu avevi dovuto subire fin dalla prima infanzia, uno spirito più debole si sarebbe spezzato.
Eppure, io che sono sempre stata accanto a te, io che ero la tua ombra tanto quanto tu eri la mia, non sono stata contagiata della stessa forza, mi pare.
Certamente, non mi sento forte adesso.
Quando non ero china sui libri, ero con te. Quell'autunno non riuscivamo a toglierci le mani di dosso e diventammo parecchio imprudenti.
La squadra, col suo nuovo assetto, funzionava bene e stavate vincendo a mani basse. Andrea sembrava aver perso il gusto di provocarti e, con me di nuovo in piedi e sana, il tuo umore era ai massimi storici.
Suppongo che quello fosse una buona metà della causa che ci spingeva a comportarci in quel modo, nascondendoci dietro alle porte chiuse di tutta la casa per gettarci l'uno sull'altra come due affamati.
L'altra metà, credo che fosse dovuta alla necessità che sentivo io di conforto. Nei momenti in cui ti sentivo tanto vivo, tanto forte, quando ti sentivo insistere fino a che non ti cedevo, come in un gioco antico eppure infinitamente soddisfacente, dimenticavo ogni stanchezza, ogni difficoltà, e ricominciavo, semplicemente, a vivere.
Era fra le tue braccia, sul tuo cuore, il mio rifugio, era il tuo corpo il premio che mi concedevo per i miei sforzi, il tuo piacere la conferma definitiva del mio potere intatto.
Ti provocavo, conscia del fatto che non avrei dovuto, che tu sembravi aver perso ogni capacità di giudizio e buon senso, ma, lo stesso, senza poterne fare a meno.
Una sera, attraversando il corridoio diretta alla mia stanza, venni afferrata da un braccio che mi trascinò, letteralmente, facendomi quasi volare, dentro la pozza nera di una stanza buia.
Mi si mozzò il respiro dalla paura, non me lo aspettavo affatto, ero appena passata davanti alla porta della tua stanza, socchiusa, da cui proveniva un rassicurante fascio di luce.
Mi ritrovai di fronte alla tua faccia divertita.
"Per fortuna non ti sei messa ad urlare!"
"Ma sei scemo? Mi hai quasi ammazzata! Senti come mi batte il cuore!"
"Si, fammi sentire..." sorridesti del tuo sorriso speciale, infilando le dita nello scollo della mia maglia.
"Dario, ci sono tutti per casa che..." mi tappasti la bocca con un bacio, stringendomi col braccio libero, attirandomi nel buio oltre la porta. Poco dopo sentii le tue labbra contro l'orecchio, il tuo fiato solleticarmi.
"Se fai molto, ma molto silenzio" pronunciasti tanto piano che faticavo a sentirti "non ci scopre nessuno." Mi accarezzasti la pelle nuda della schiena sotto i vestiti. Era molto piacevole.
"Adesso diamo una ripassata alle regole." Riuscivo a sentire il sogghigno in quel minuzzolo di voce che mi arrivava. "Ci sei? Ho la tua attenzione, amore cara?" Chiedesti, spostando la mano sulle mie natiche. Mi stringesti tanto forte da farmi sussultare.
"Dario, sei impazzito?" Ti chiesi, anche io a voce bassissima.
"No, risposta sbagliata." Ti premesti contro di me, lasciandomi percepire la tua eccitazione. Ridevi. Stavi giocando. "Ripeto la domanda: ho la tua attenzione?"
"Si, si, pazzo che non sei altro! Ce l'hai la mia attenzione!" Mi stava venendo il fiato corto. Nonostante tutto, mi piaceva quello che stavi facendo.
"Regola numero uno, vediamo se la sai: chi è che comanda, qui?"
"Smettila, dai..." protestai senza alcuna convinzione. Mi baciasti a lungo, a fondo, continuando a far scorrere le mani sulla mia pelle. Mi conoscevi fin troppo bene, mi tremarono le ginocchia.
"Allora?" Domandasti di nuovo. Scossi la testa. Non avevo intenzione di dartela vinta, perfino a me sembrava troppo folle. Tenendomi per la vita mi facesti ruotare e chiudesti la mano su uno dei miei seni. Lo stringesti con le dita, come sapevi che mi piaceva di più. Mi sfuggì un sospiro.
"Dai, che lo sai, non fare la testarda..." mi provocasti. "Chi è che comanda, qui, qui dove siamo adesso?"
"Tu." Ti accontentai.
"Tu e poi?" Insistesti.
"Tu, Dario. Sei contento adesso?" Risposi a metà fra il riso e il fastidio.
"Mm. Brava." Senza esitare, infilasti la mano nelle mie mutandine e trovasti con delicata precisione il punto più sensibile. Mi appoggiai a te e tu mi sostenesti amorevolmente.
"E adesso, più difficile: se io ti dico di stare zitta zitta, come un bravo topolino, tu cosa fai?" Avevi il fiato corto anche tu. Ogni forma di resistenza mi era ormai impossibile.
"Sto zitta." Sospirai, abbandonata nel tuo abbraccio, con una delle tue mani a stringermi a te e l'altra fra le gambe.
"Che brava bambina." La tua voce aveva preso quel particolare tono trasognato che assumeva in certi momenti. Era come sentirti parlare nel sonno.
Quando mi spingesti ancora più lontano dalla porta aperta, verso un angolo a malapena visibile, cercai di opporre resistenza. Sentivo le voci al piano di sotto, frammiste al rumore dei piatti che venivano posati sulla tavola.
"Sei un pazzo..."
"Si."
"Dai, basta."
"Zitta, ho detto." Non c'era modo di farti ragionare e, forse, nel profondo non lo volevo memmeno. Riuscimmo a ricomporci prima che venisse servita la cena. A tavola, di tanto in tanto, incrociavi il mio sguardo e ti scappava un sorriso divertito, come per uno scherzo segreto.
Furono tante le volte in cui fummo pazzi quanto quella sera. A ripensarci, non capisco ancora come sia stato possibile che non ci abbiano mai scoperti in flagrante, quell'autunno. Una forza misteriosa sembrava proteggerci, renderci imprendibili, invincibili, forse perfino immortali. Probabilmente si trattava di quel dio speciale che dicono esserci per i follie e per gli ubriachi, anche se non so a quale categoria appartenessimo, pazzi d'amore e ubriachi l'uno dell'altra come eravamo.
Arrivò a quel modo dicembre e con dicembre due notizie che mi mandarono parecchio sottosopra.
A due settimane dalle vacanze di natale, la professoressa Guidi, la mia professoressa del ginnasio, mi mandò a chiamare durante l'ora di ginnastica perché andassi a parlare con lei in sala professori.
Avevo già un'idea fin troppo chiara di quello che avrebbe dovuto, suo malgrado dirmi: nonostante stessi recuperando velocemente terreno, era probabile che non sarei più tornata esattamente come prima e, riflettei, era comprensibile che volesse spingermi a rinunciare una volta per tutte all'idea di partecipare al certamen, per non avere a che fare con figure imbarazzanti, qualora avessi miseramente fallito.
Sentendomi uma vecchia che si trascina un peso superiore alle sie forze, ma capendo che nin si poteva fare altrimenti, mi avviai ad incontrarla col proposito di rendere la sua triste ambasciata meno difficile possibile. Avrei ascoltato, avrei annuito, avrei persino sorriso, se necessario e poi avrei detto che capivo perfettamente. E poi me ne sarei andata a leccarmi le ferite in un qualche angolo, aspettando la campanella di fine giornata per volare a farmi consolare da te.
Entrai im sala professori. Al centro della stanza c'era um lumgo tavolo, circondato di sedie scompagnate e adornato qui e là da mucchietti di registri, fotocopie e libri. La professoressa alzò lo sguardo dal suo lavoro al mio ingresso e con um secco cenno della mano mi invitò a sedermi.
"Allora, Beatrice" dopo tutto il lavoro dell'anno precedente aveva preso a chiamarmi per nome, favore inusitato da parte sua, di cui mi ero sempre lusingata. "Mi dicono che stai meglio, adesso."
"Si, signora. Non ho ancora avuto l'occasione si scusarmi per lo scorso anno." Annuì brevemente, suppongo accettando le mie scuse.
"Come va il lavoro di traduzione?" Mi chiese. E poi, senza aspettare risposta, mi diede um rissunto dei miei progressi e regressi. Aveva certamente parlato a lungo con il mio attuale insegnante. "Quindi. Ci tocca mamdare a memoria um bel po' di roba, in qiesti cinque mesi." Concluse. Trasecolai.
"Scusi? Non ho afferrato."
"Ragiona! Se hai difficoltà ad usare rapidamente il dizionario, sarà il caso che mandi a memoria più termini possinili, soprattutto per quanto riguarda le forme irregolari e quelle meno usuali! Non vorrai perdere tempo mentre sei lì, giusto?"
"Cioè..."
"Non si inizia uma frase con 'cioè'."
"Scusi. Ovvero, lei mi lascerebbe tentare? Dopo quello che mi è successo?"
Mi guardò a lungo da sopra gli occhialetti sottili.
"Traduci ancora a vista?"
"Si, ma ci metto una vita, sembro un turista che chiede indicazioni."
"Leggi ancora in lingua?"
"Si. Certamente."
"Ti piace ancora?"
"Molto." Ammisi con un filo di voce. Mi vergognavo un po'.
"Soprattutto, te la sentiresti di tentare?"
"Si, la prego, professoressa. Mi piacerebbe tanto."
"Siamo daccordo, allora. Ti darò qualche elenco di termini da riguardare ogni giorno, li devi sapere come il paternoster, e nel frattempo inizieremo la preparazione, se ci metti più tempo dovremo impegnarci di più, è logico, quindi magari al rientro puoi portarmi una ritraduzione dei brani che avevamo visto a maggio scorso. Tutti, possibilmente."
Il tono dell'ultima affermazione era evidentemente conclusivo e mi alzai. Avevo um groppo alla gola, pensando a quanto lavoro si stava accollando per aiutarmi, dopo la delusione dell'anno precedente. Sapeva, come lo sapevo io, che nessuno le avrebne riconosciuto alcun merito per questo.
"Non so come ringraziarla." Le dissi, in piedi accanto alla sedia. Mi gratificò di uno dei suoi rari sorrisi e in un lampo intravidi come doveva essere alla mia età. Un tipetto tosto.
"Vinci." Mi rispose con semplicità, prima di rimettersi al lavoro, troncando la conversazione.
Tornai in palestra col cuore che mi cantava in petto. Sentivo che avrei potuto fare qualunque cosa, in quel momento, anche spostare jna montagna.
Ti venni a prendere all'uscita della scuola con uma tale aria trionfale in volto che, vedendola, iniziasti a sorridere mentre ancora scendevi le scale.
"Hai finalmente conquistato il mondo?" Mi domandasti.
"Di più. Molto di più. Mi lasciano ritentare il certamen!" Finii in fretta, non riuscendo più a trattenermi.
"C'erano dubbi?" Rispomdesti. Ma il tuonsorriso sollevato mi raccontava un'altra storia.
"Sai, non sono più brava come prima." Dissi, dando voce alle mie paire. Con te, potevo farlo.
"Ma tornerai ad esserlo, giusto? E presto, anche."
"E se non ci riesco?"
"Certo che ci riesci. Ci scommetto, sai?" Cercai nei tuoi occhi un'ombra che segnalasse una pietosa bigia e non me trovai nessuna. Ripresi a respirare.
Iniziai sunito a prepararmi, fin da quel pomeriggio. Il tempo mi semnrava ancora tanto, ma sapevo per esperienza che si sarebne orrendamente compresso, come in un trucco da prestigiatore, non appena avessi distolto l'attenzione.
Ogni pomeriggio mi mettevo immediatamente a svolgere i compiti ordinari, a volte prima ancora che i piatti venissero tolti dal tavolo e, non appena avevo finito, mi gettavo sulle traduzioni della primavera passata, cercando di memorizzare qui una frase, là un modo elegante di rendere un'espressione particolarmente complessa.
Nei giorni in cui ti accompagnavo agli allenamenti, approfittavo del tempo sulle gradimate per ripassare le liste dei termini e dei paradigmi che mi forniva la professoressa, rileggendole all'infinito e mettendo alla prova la mia memoria, con un foglio bianco a nascondere la riga successiva, che tentavo di ricordare prima di scoprirla.
Sotto di me, sul campo verde uniforme, tu sfrecciavi come un missile, elegante come un animale di razza, concentrato abnastanza da non vedere né sentire nulla al di fuori di ciò che stavi facendo.
Quando mi sentivo stanca, alzavo gli occhi e ti potevo vedere.
E subito tornavo al lavoro.
Sembrava che nulla dovesse più aggiungersi al panorama di quell'anno, com le feste ad um passo, quando, un giorno, all'uscita dalla scuola, Federica mi chiese se potevo fermarmi un momento. Voleva parlarmi.
Era una cosa strana, che mi chiedesse di parlarmi in privato con quella faccia da disgrazia, e accomsentii prontamente, pemsando che, se non mi avessi trovata all'uscita, saresti semplicemente passato a prendermi.
"Me ne vado." Disse con aria rammaricata. Rimasi im silenzio, senza capire. "A metà gennaio mi trasferisco definitivamente. Non ci vediamo più."
"Come?"
"Mia madre ha avuto uma buona proposta di lavoro e in famiglia siamo tutti daccordo. E così..."
"Ma dove vai?" Sorrise, animandosi.
"Non puoi crederci. Ci trasferiamo ad appena venti chilometri da dove vive Nando." Avrei voluto sorriderle, ma non riuscii. "Potremo stare imsieme, Bea. Come voi."
"Ho capito. Sono felice per te. Quando l'avete deciso?"
"Due settimane fa."
"E non mi hai detto niente!"
"Bea, scusami, ma a volte non è facilissimo parlare con te. Sei sempre tanto..." si interruppe, cercando una parola "impegnata. O stai studiando o stai leggendo o sei con Dario. Non volevo diertelo fra um'ora e l'altra, così, coi secondi contati." La tristezza che mi pesava nel cuore si fece più gravosa. Era la mia unica amica e le avevo reso difficile parlare xkn me, perfi o di uma cosa tanto importante.
"Capito. Scusami." Il rumore familoare della tua moto interruppe la conversazione. Vedendoci lì, uma di fronte all'altra, con quelle facce tristi, sullo spiazzo quasi vuoto, smontasti velocemente per venirci incontro. Tu e Federica vi scambiaste un rapido saluto.
"Che cosa succede?"
"Se ne va." Tentai di spiegare accennando a lei. Ti voltasti mella sia direzione.
"E dove vai?"
"Mi trasferisco, con la mia famiglia. Andiamo a vivere via, in un'altra città, vicino al mare." Una sottile ruga ti si disegnò fra le sopracciglia.
"Non tornate più?" Nel nostro mondo, in cui tutto pareva eterno ed immutabile, era un'idea spaventosa. Lei scosse la testa. "Oh, cavoli, mi dispiace." Sussurrasti, come porgendole le condolianze.
"Ma a me no!" Protestò lei "io sono felice. Almeno posso stare insieme al mio ragazzo, invece di vederlo solo due mesi all'anno. Insomma, mi dispiace per te, Bea, ma per il resto, no." Alzai la testa. Capivo che le stavo dando una profonda delusione, reagendo im quel modo ad uma notizia che per lei doveva essere felice, esaltante e paurosa, tutto insieme. Sentii che avrei dovuto darle il mio sostegno.
'In fondo' mi dissi 'è la mia unica amica. Tanto vale che la tratti bene quanto merita.'
Confezionai un sorriso che sapevo essere credibile, avendolo già usato spesso con zia Sissi, e cercai di mantenere ferma e squillante la voce.
"Dici che troverai tempo di scrivermi, anche se sarai vicina a lui? O devo aspettarmi che tu sia troppo impegnata?"
"Ma certo che ti scrivo!" Mi sorrise a sua volta, con aria sollevata.
"Mi mancherai tanto, ma alla fjne possiamo sempre venirvi a trovare, quest'estate!"
"Sarebbe fantastico! E poi lì è così bello, te l'ho raccontato tante volte! Ti piacerà tantissimo!"
Ci osservavi, stranito. Entrambe le noatre espressioni allegre suonavano false, quanto le nostre voci, impegnate a scambiarsi frasi di rito.
Se avessi saputo come dire 'ti voglio bene, voglio che tu stia bene, ovunque tu sia' a qualcuno che non era te, l'avrei fatto volentieri.
Ma lei parve capire ugualmente.
Dopo una penosa mezz'ora, l'orologio ci disse che era tempo di lasciarci.
"Beh, a domani." La salutai. Quello che non dissi, e che mi pesava in gola, era che 'a domani' non sarebbe rimasto a lugo il nostro saluto.
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