martedì 3 giugno 2014

Sessantuno

Tornai almeno una decina di volte, quella notte, a controllarti nella tua stanza. Dormivi di un sonno agitato, rivoltandoti nel letto, attorcigliato alle lenzuola, ma non ti svegliasti mai.
Io, invece, non riuscivo a prendere sonno, per quanto provassi. Sentivo lo stomaco salire e scendere, annodarsi e distendersi, come se tentasse di evadermi dal corpo.
Continuavano a risuonarmi in mente gli insulti di tuo padre e quei piccoli uggiolii, quei suoni di animale in trappola, che avevo sentito attraverso la porta.
Non mi ero fermata ad ascoltare, non era il caso di perdere tempo, se volevo porre fine a quello schifo, ma quel poco che avrvo sentito non voleva lasciarsi mandare giù, mi restava conficcato in gola come una spina di pesce. Quel porco ti aveva preso a pugni. Me ne ero resa conto subito, quando ti avevo visto spogliarti in camera, e il suono che avevo avvertito attraverso la porta chiusa aveva trovato un senso.
Gli credevo quando diceva di non averti voluto far male: se avesse usato tutta la sua forza, avrei visto ben altro che qualche segno rosso. Ciò non di meno, non solo ti aveva messo le mani addosso, ma aveva scelto di usare i pugni, con te. Come se tu fossi un avversario pericoloso.
Non eri più al sicuro, accanto a lui, questo pensavo. E mi arrovellavo il cervello in cerca di una qualche scappatoia per sottrarti alla sua presenza, alla sua ira, alle sue parole. Avrei accettato piuttosto di non vederti per mesi, anche per anni, pur di metterti al sicuro da lui. Se avesse continuato in questa maniera, alla fine ti avrebbe distrutto. Tu non avresti mai reagito, lo sapevo, non avresti mai fatto nulla di peggio di quanto avessi fatto quella sera: alzare la voce. Chiedergli di chiamarti per nome.
Era inutile, mi sentivo come se il letto scottasse, non riuscivo a stare ferma. Per la millesima volta mi disfeci e rifeci le trecce che portavo dormendo, quando tu non arrivavi a sciogliermele.
Mi alzai, dando per persa la battaglia. Dalla finestra entrava già un filo di luce grigia, mancava poco all'alba.
Aprii silenziosamente la porta della tua stanza e avanzai a piedi nudi fino al letto. Eri tutto storto, addormentato con le braccia sugli occhi, come da bambino. Lenzuola e coperte ti si ammucchiavano addosso in un disordinato arruffio che non poteva tenerti al caldo.
Con delicatezza, badando a non svegliarti, le tirai per bene e te le distesi addosso; posai un piccolo bacio sul tuo polso, rovesciato sul viso, ed uscii.
La luce iniziava a crescere ed assumere colore. Accostai la tua porta perchè non ti svegliasse e sentii delle voci sommesse provenire dalla mia parte della casa. Era strano e mi incuriosii.
Un filo di luce gialla, elettrica, filtrava dallo studio di mio padre, più avanti nel corridoio e le voci provenivano da lì.
Non avevo intenzione di origliare e così aprii la porta. Feci piano, perchè l'ora e il saperti addormentato lì vicino mi suggerivano il silenzio e, per questo, non si accorsero subito di me.
Tuo padre mi dava le spalle, seduto sulla sedia girevole dietro la scrivania, voltato verso la finestra. Doveva essersi appena svegliato, perchè aveva quell'aspetto spettinato del primo mattino. Mio padre guardava verso di lui, allungato sul divano di cuoio davanti alla libreria, con una sigaretta già accesa all'angolo della bocca.
Vestito solo dei pantaloni e di una maglietta di cotone bianco, sembrava un ragazzo della nostra età e, non per la prima volta, mi sentii fiera della sua bellezza.
Avevo sempre saputo che i nostri padri erano amici fin dai tempi della gioventù e che proprio per quello avevano finito con lo sposare due sorelle, ma quella fu, credo, la prima volta in cui me ne resi davvero conto. Erano amici e parlavano da amici, sommessamente, senza bisogno di nessuna enfasi, senza né di alcuna menzogna.
"Senti, Lucio, hai fatto una cazzata. Basta, vai dal ragazzo e metti a posto le cose. È inutile che te la stai a menare così."
"Bravo. E come le metto a posto, adesso, le cose? Mica posso chiedergli scusa."
"Ah, no?"
"No, sono suo padre, cristo d'un dio! E poi se la meritava una lezione. Deve imparare a non mancarmi di rispetto."
"E allora dov'è il problema? Se la meritava e l'ha avuta. Anche troppo, per me."
"Non volevo fargli male. Tu lo sai, che non mi piace alzare le mani, col ragazzo. Mi ha fatto andare giù di testa e guarda cos'è successo. Guarda cosa ho fatto. Ho fatto come un...come..."
"Come tuo padre." Terminò mio padre in tono indifferente, tirando una lunga boccata di fumo. Le spalle dello zio si afflosciarono.
"No, non come lui. Se avessi fatto come lui, a quest'ora altro che il letto, gli ci voleva, e lo sai. Te lo ricordi, no? Com'era lui?"
"Si, Lucio. Anche troppo. Ma tu non devi lasciarti provocare così. È solo un ragazzino, dopo tutto. Lo sai com'è a quell'età. Devono misurare le forze. E con chi vuoi che le misuri? Con chi, se non con te?"
"Lo so, lo so. Volevo solo spaventarlo un po', dargli una scrollata, per mettergli in testa chi comanda. Il fatto è che mi si è sciolto in mano, quando è uscita tua figlia. Si è messo a frignare, ti giuro, come un bamboccio di tre anni. 'Per favore, non lo faccio più, per favore, papà...'"
Aveva distorto la voce ad un piagnucoloso falsetto. Sentii montarmi fin in bocca un'ondata di bile. Ti stava facendo il verso.
"Tua figlia, in compenso, ha anche i coglioni che non ha lui. Se non la mandava via quel mezzo cretino, sicuro come l'oro che si metteva in mezzo. Ha della grinta, quella lì, non ha paura di niente. Alta una spanna e hai visto come mi guardava? A lei non le veniva mica da frignare. Non poteva capitare a me, un figlio così?"
Mio padre aprì la bocca per ribattere, con un'epressione ironica disegnata sul viso. Lo battei sul tempo.
"Ti è andata bene che io non sia tua figlia." Si voltarono entrambi. Mio padre con la sopracciglia inarcate, interrogativo,  il tuo con un sussulto, come se l'avessi sorpreso a rubare. "Ti è andata bene, che non ci fossi io ieri sera, al posto di Dario." Ribadii "Perchè io poi mi rialzavo, sai? E tu prima o poi la abbassi la guardia."
"Fuori!" Mi ordinò mio padre, alzandosi di scatto dal divano. "E chiedi scusa a tuo zio. Immediatamente!" Scossi la testa. Mio padre mi stava di fronte, col braccio alzato a indicarmi la porta, ma era oltre la sua spalla che guardavo, negli occhi di zio Lucio. Volevo essere certa che mi avesse sentita, sicura che stesse soffrendo per quel che ti aveva fatto.
"Ti ho detto fuori da qui! Non sono ciose che ti riguardino, queste! Ti ho già detto di non metterti in mezzo a queste faccende." I miei occhi non mollavano i suoi. Lui, seduto dietro alla scrivania, con le mani posate sul piano lustro, mi fissava.
"Come sta?" Mi chiese alla fine. Mio padre lo guardò di sopra alla spalla e gli indirizzò un gesto spaziemtito, come chiedendogli cosa volesse ottenere, parlando con me dopo quella mia entrata plateale. Lo zio si strinse nelle spalle.
"Voglio solo sapere come sta."
"Dorme. Non si è svegliato da ieri sera. A te cosa te ne frega, si può sapere?"
"Beatrice! È la volta che le prendi anche tu!" Lo ignorai.  Tutta la
Mia attenzione era su tuo padre, concentrata come un fascio di luce. Lui si passò le dita fra i capelli. Sembrava stanco.
"Dimmi quello che mi devi dire, ragazzina. Tanto lo so che non trovi pace finché non me la fai pagare in um qualche modo. O no?"
"Lucio, non darle corda. Ci manca solo che si azzardi a giudicare quello che fai tu con tuo figlio!"
"Lasciala stare. Per piacere. Lasciala dire." Con un verso di disgusto, mio padre si ributtò sul divano.
"Va bene. Ma tu ricordati che una punizione non te la leva neanche Gesù in persona, chiaro? Un atteggiamento vergognoso."
Avevo paura.  Avevo paura di aver contrariato mio padre, di solito tanto fiero di me. Avevo paura di come avrebbe potuto reagire il tuo, di padri, più con te che con me, se mi fosse sfuggito qualche cosa di sbagliato. Avevo paura che leggessero nei miei occhi e nelle mie parole e vedessero quell'amore  bruciante che mi incalzava, mi torturava con i ricordi della sera precedente, costringendomi  a restare lì,  in quel momento e a parlare. Avevo paura e la  mia voce tremava. Ma era l'unica possibilità che avrei avuto per cercare di fermare quell'ingranaggio in cui eravate presi tu e lui e, allora, parlai.
"Zio, ti voglio raccontare una cosa. Quest'inverno, una volta, Dario mi ha lasciato accendere la sua moto. Come una cretina ho voluto togliere il cavalletto e sono caduta." Era una spudorata bugia, ma già così sentivo lo sguardoo di mio padre scavarmi la faccia. "Dario ha acchiappato al volo sia me che la moto, a tre spanne da terra, e ci ha rimesse dritte, senza neanche spostarsi. Conta che io peso più di cinquanta chili. Ti dice niente, questo?"
"È robusto, lo so. Non lo metto in dubbio. Quello che mi fa arrabbiare, dovete capirlo, è il modo di comportarsi che ha. Lui deve..."
"Lui avrebbe potuto farti del male. O almeno fermarti. Ci sarebbe riuscito, lo sai."
"Appunto. È un fifone. Basta fargli la voce grossa e si piscia sotto."
"È un fifone che quando gli vanno contro in due, invece che chiamare il professore ne manda uno in ospedale e l'altro lo fa stare a casa dagli allenamenti per un mese. È un fifone tanto così. E lo sai, porca puttana!"
"E allora?"
"E allora non piangeva di paura, coglione. Piangeva perchè gli dispiace vederti così. Ti vuole bene e tu gli fai del male. Ma prima o  poi se ne andrà se continui. E tu rimarrai senza di lui e ti starà bene come un vestito nuovo."
Mi ero lasciata prendere la mano, mentre parlavo, ed avevo esagerato. Mio padre mi chiese:
"Hai finito?"
"Ho finito." Lo schiaffo arrivò forte e improvviso e subito sentii le lacrime pungermi gli occhi. Mi prese un braccio e mi scrollò rudemente.
"Non voglio mai più sentir parlare così a qualcuno più grande di te. Hai capito? Mai più!"
"Scusa, papà." Abbassai la testa. Davvero mi dispiaceva di averlo fatto arrabniare tanto da alzare le mani su di me, anche se capivo che la presenza dello zio aveva fatto precipitare le cose in un modo in che non sarebbe accaduto, se fossimo stati soli.
Quando alzai gli occhi, tuo padre mi fissava ancora.
"Mi odi davvero, eh?" Mi chiese con una voce strana. Scossi la testa.
"No. Non ti odio. Dario ci starebbe troppo male, se ti odiassi."
"Però ti piacerebbe darmi una bella lezione, vero? Sul tipo di quella che io ho dato a lui." Guardai mio padre, che mi fissava sfidandomi ad aprire bocca, e scossi di nuovo la testa.
"Non posso dirlo."
"Ci starebbe male se tu mi odiassi, eh?" Annuii. "Perchè?"
"Te l'ho detto. Ti vuole bene. Non lo so il perché." Mio padre mi assestò un nuovo scrollone.
"No, lasciala, basta così. Dì un po', ragazzina. La pianterai mai di proteggerlo? Magari quando prenderà moglie?"
"Quando prenderà moglie, vedremo." Risposi seria. Lo zio si mise a ridere.
"Sempre assieme, eh? Fino alla fine."
"Anche voi." Risposi accennando a lui e a mio padre. Li vidi guardarsi un faccia e mi resi conto che si stavano parlando in silenzio, come accadeva a noi due. Mi sentii gelare. Cercai di rivedere e risascoltare tutto, per capire se mi ero lasciata scappare una parola di troppo. Il silenzio si protrasse per un tempo infinito.
"Avete finito di fare cagnara?"
Mi voltai tanto velocemente da inciampare nei miei stessi piedi e tu mi prendesti al volo. Eri sulla porta, pallido e scarmigliato, ma in buono stato. Mi fissasti in viso e ti vidi aggrottare le sopracciglia. Mi sfiorasti il viso con la punta delle dita, dove mio  padre mi aveva schiaffeggiata.
"Ero invidiosa." Ti sorrisi. Non ricambiasti io mio sorriso, ma alzasti gli occhi e fissasti i nostri padri con aria dura.
"L'avvocato del diavolo, qua, dice che ieri ho esagerato." Esordì tuo padre. Rimanesti impassibile, guardando il vuoto. "Tu cosa ne dici?"
"Io non dico niente." Ribattesti con voce impersonale.
"Andiamo di sotto?" Continuò avvicinandosi.
"Come vuoi." Mi faceva soffrire vederti così,  rigido ed impassibile come un automa, ma ancor di più parve soffrirne tuo padre.
Si vedeva che non sapeva come comportarsi. Ti guardava incerto e sul suo viso si avvicendavano le espressioni più disparate, rabbia, dolore, comprensione, senza che riuscisse a fermarne nessuna. Era alla distanza di un braccio, ma tu eri tanto lontano che non sapeva come arrivare a te. Non provai oena per lui, solo un cupo rigurgito di gioia. Tu avevi saputo rivalerti come io non avrei capito mai di dover fare.
Fu mio padre a intervenire, per spezzare quel momento.
"Scendete pure,  io devo parlare un momento con Bea. Vi raggiungiamo subito." Il tuo sguardo i fermò su di lui per un attimo, poi guardasti me. Eri preoccupato.
"Arriviamo." Dissi cercando di apparire tranquilla. In realtà temevo di scoprire quanto lui fosse arrabbiato con me. Vi guardai sparire lungo il corridoio, senza che fra voi passasse alcun contatto o alcuno sguardo.
Mio padre si stava accendendo l'ennesima sigaretta, buttato sul divano. Mi avvicinai esitante.
"Vieni, siediti qui con me." Mi chiamò,  facendomi spazio.
"Sei tanto arrabbiato?"
"Abbastanza. Cosa ti è venuto in mente, si può sapere?"
"Tu non l'hai visto quando siamo venuti su. Era come se gli si fosse rotto qualcosa, dentro."
"Non sono affari tuoi."
"Si, invece." Tirò una lunga boccata dalla sigaretta e la brace si fece incandescente.
"E quando troverai un ragazzo che ti piace come farà, poi, Dario?" Arrossii.
"Vedremo."
"Sei tutta rossa. Non avrai mica il ragazzino, eh? Perchè tua zia mi ha raccontato di uno che è passato per caso quest'estate..."
"Papà!"
"È un suo amico? Per questo gli vai sempre dietro?"
"Lascia stare! Non sono cose che si raccontano a un papà!"
"Stai attenta ai ragazzi, Bea. Insomma, hai capito..."
"Secondo te, qualcuno si azzarda a fare il cretino, con Dario lì a un passo? Dico, ma lo vedete com'è diventato?" Mio padre sospirò.
"Si. Il problema è che vedo anche come sei diventata tu. Sei una donna,  ormai." Mi sentivo su un terreno troppo scivoloso e cambiai bruscamente argomento.
"Papà? Vi ho sentiti parlare del padre di zio Lucio. Era...cattivo?"
"Era molto severo. E diventava violento, quando lo contrariavano. Non come Lucio. Ci andava giù pesante, il vecchio Dario. Certe volte pensavo che l'avrebbe ammazzato, prima o poi."
"Si chiamava Dario anche lui?" Annuì. "Ma perchè l'ha chiamato così? Se era un uomo tanto duro, perchè l'ha chiamato in quel modo?"
"Per lo stesso motivo per cui il tuo Dario non riesce a reagire a Lucio. Perché gli voleva bene. Gli assomiglia parecchio, sai?"
"Ma se è uguale allo zio!" Papà sporse l'indice e lo mosse lentamente nell'aria, negando ciò che avevo detto.
"Tolti gli occhi e il colore dei capelli, è suo nonno tale e quale. Diritto e tutto nervi, come un pioppo. Anche le mani sono le sue."
"È una cosa orribile." Dissi. Pensavo a tuo nonno che maltrattava tuo padre,  che poi maltrattava te. Mio padre annuì di nuovo.
"Non devi essere troppo dura con Lucio. Fa del suo meglio, credimi."
"Vi conoscete da tanto, vero?"
"Dalle medie. Da quando avevamo tredici anni."
"Gli vuoi bene?"
"Molto."
"Anche a me?"
"Tu sei la mia bamnina e io  ti voglio tanto bene. Mi dispiace di averti picchiata." Mi strinsi nelle spalle.
"Avevi ragione tu. Papà? Posso chiederti un favore?"
"Dimmi."
"Mi abbracci? Ti prego?" Mi abbracciò stretta e cercai l'incavo della sua spalla, come facevo da bambina,  ma non roiscii a trovare il punto giusto,  come invece mi succedeva all'istante quando abbracciavo te. "Le ventiquattro ore più schifose della mia vita."
"Ti auguro che rimanga questa, la più brutta giornata della tua vita, piccoletta." Mi disse alzandosi.
Camminammo lungo il corridoio senza fretta. La luce del mattino era ormai alta ed era uniziata una giornata tutta nuova, che magari sarebne stata migliore. Non avevo praticamente chiuso occhio quella notte e sbadigliai a lungo.
"Appena finita la colaziome, te ne vai diritta a letto." Mi disse.

Di sotto, il tavolo era tornato al solito posto. Una lunga crepa nera deturpava la superficie banca e liscia come uno sfregio e lo zio continuava a passarci le dita sopra, cime se sperasse di vederla sparire.
Eravate in silenzio, tu seduto diritto sulla sedia, col viso immobile e gli occhi puntati davanti a te, lui coi gomiti sul tavolo, quasi accasciato su se stesso.
Tua madre dormiva ancora. Un'occhiata all'orologio sulla parete mi informò che stavano scoccando le sei. Fra un'ora sarebbe arrivata Dora.
Misi il caffè sul fuoco e ti battei appena sulla spalla per farmi aiutare.
Ti alzasti senza farti pregare e, aiutandoci l'un l'altra, mettemmo insieme un po' di colazione. Memtre disponevo il pane tostato su un piatto, allumgai la mano e tu la stringesti rapidamente,  quasi senza smettere di preparare le tazze.
Ci sedemmo ed iniziammo a mangiare.
Cintinuavi a non guardare tuo padre, a non parlargli. Quando si sporse per prendere il latte, ti ritraesti per non correre il rischio di essere toccato e luo, accorgendosene, fece una smorfia come chi assaggia qualcosa di molto amaro.
Non mi importava di quel che diceva mio padre: il troppo duro non esisteva per quanto riguardava me. Quel mattino, gli avrei volentieri rotto la testa con qualcosa di pesante.
Mio padre tentò di coinvolgerci in uma conversazione, ma senza effetto, fi o a quando, arrivato alla disperazione, ti chiese:
"Allora, Dario, me lo dici tu quale tu amico piace a mia figlia? Lei dice che non sono cose da dire a un papà!"
Ti fermasti con il cucchiaino in mano, a mezz'aria. Tentasti di mamtenere la tua maschera di impassibile serietà, ma, tuo malgrado, gli angoli della bocca ti tradirono con un sorriso.
"Ah, ti piace un mio amico?"
"Dai, lo saprai, tu, no?"
Affondasti il viso nella tazza, senza riuscire a nascondere un ghigno.
"Non so niente, io."
"E la tua ragazza? Come si chiamava? Viola?" Chiese tuo padre. Ritornasti serio per um momento.
"Mi ha lasciato. Un paio di settimane fa."
"Muuuu!" Commentai sperando di sciogliere il ghiaccio.
"Pianta, Bea!"
"Muuuu!"
"Occhio, che mi vendico!"
"Muuuu!"
"Allora, se proprio vuoi la guerra...dimmi, Bea cara, Vittorio o Gregorio?"
"Dario, guai a te."
"Non saprei proprio...con Greg non vai molto daccordo, non è vero?"
"Ah, allora lo sai!" Insinuò mio padre. Facevamo a gara per farti tornare il sorriso.
"Direi Vittorio, quindi. O sbaglio?"
"Dario, guarda che ti rapo a zero mentre dormi!"
"È Vittorio, zio. Senza dubbio."
"E qual'è dei due?" Domandò mio padre ignorando le mie proteste "quello grasso o quello stupido?"
"Quello..." ridacchiavi "quello stupido, zio."
"Peccato. L'altro mi era più simpatico."
"Senti, tu, la prossima fiera del bestiame vai a cercare la ragazza nuova?"
"No, mi sa che mi butto sul settore avicolo."
"Ah, meglio oca che vacca?"
"Esatto!"
"Mah, io non direi..." commentò tuo padre scuotendo la testa con aria seria.
Non riuscii a trattenermi ed esplosi in una risata asinina, che ti contagiò.
Quando scese la zia, stavamo ridendo tutti.
Nessuno sembrò notare che ancora non lo guardavi in faccia.

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