Continuasti a non guardarlo in faccia per settimane. In sua presenza, se cercava di parlarti, rispondevi in tono educato e neutrale, rimanendo composto, con gli occhi fissi nel vuoto diritto di fronte a te. Facevi quasi paura, tanto sembravi inanimato. Una sola volta riuscì a farti reagire: quando, chiacchierando insieme al resto della famiglia in cucina, tentò di metteti una mano sulla spalla.
Rapido come un lampo, scartasti di lato, sottraendoti al suo tocco. Poi, sempre con la massima educazione, ti scusasti ed uscisti dalla stanza.
Parlavi ancora con noi. Se si rideva, ridevi anche tu. Ma i tuoi occhi restavano cupi e, non appena rimanevamo soli, sprofondavi nel mutismo più totale.
Non mi cercavi più, nemmeno per qualche carezza. Se ero io ad avvicinarmi, mi lasciavi fare, passivo, senza allontanarmi, ma senza reagire im alcun modo.
Capii che la ferita che ti aveva inferto era più profonda di quanto avessi creduto e cercai di rispettare il tuo bisogno di isolamento. La notte mi infilavo nel tuo letto e mi ranicchiavo accanto a te, senza pretendere più di um bacio. Quando ero sicura che dormissi, ti accarezzavo i capelli, le braccia, le mani. Se mi avessero chiesto di tagliarmi una mano, per farti guarire, l'avrei fatto con un sorriso sulle labbra; purtroppo non potevo fare altro che starti vicino, in silenzio, e fare il possibile per renderti la vita più facile e più felice.
Tua madre si angosciava. Quando eravamo a tavola, soprattutto nei giorni in cui mancava mio padre, rimameva di fronte al piatto intonso, spostando gli occhi da te a tuo padre, poi da tuo padre a te, mentre voi mangiavate in silenzio con gli occhi sul piatto, torcendo il tovagliolo in grembo, fino a ridurlo ad una corda bagnata del sudore delle sue mani.
Era lei, forse, a farmi più pena. Nonostante le sue prese di posizione spesso ci allontanassero, la vedevo stare tanto male che cercai di starle vicino il più possibile, ora chiedendole consiglio su questa o qiella questione, ora accompagnandola in giardino per aiutarla con le sue rose. Sembrava invecchiata di dieci anni, dopo due settimane di quella vita.
Il giorno in cui dovevano iniziare le vacanze di pasqua, ci alzammo presto. Avevi passato la sera precedente ad organizzare vestiti e libri nella tua vecchia sacca ed era tutto pronto per la tua partenza.
Mi piangeva il cuore a lasciarti andare, così, insieme a lui, per due settimane intere, ma fosti irremovibile. In realtà, non prendesti minimamente im considerazione le mie accorate proteste, limitandoti a continuare ad ammucchiare roba nel bagaglio, in silenzio.
Mi sembrava che una qualche magia funesta ti avesse reso di pietra.
Quando lo zio scese, già vestito con quella che era la sua tenuta da lavoro, ti trovò diritto in piedi, accanto alla porta d'ingresso, pronto a partire.
"Cosa fai?" Chiese stupito.
"Sono pronto. Ti sto aspettando."
"Sei pronto a fare che cosa?" Non ti stava prendendo in giro. Il suo tono era di sincero sbigottimento. Non avevate più parlato della tua partenza, da quella sera famosa.
"Hai detto che avevi bisogno di me. Sono qui. Ti aspetto."
Lo zio rimase fermo a guardarti, mentre tu guardavi, al solito, diritto di fronte a te. Gli tremarono le labbra e ci passò sopra la mano, con forza, come a cancellare quel momento di debolezza dalla sua faccia.
"Ascolta. Non è che devi venire per forza." Tacesti, senza battere ciglio. "A me fa anche piacere se vieni, ma non è obbligatorio." Pareva parlasse ad una statua di marmo. Si sfregò il viso con le mani e poi guardò desolato la zia, che allargò le braccia in un gesto di impotenza. Guardò me e fu un errore, perchè io, vedendoti così, avevo le lacrime agli occhi. Mi stavo sforzando di restare calma, ma incrociando il suo sguardo, un lacrimone cadde e me lo sentii scendere sul viso, grosso come una nocciola. Zio Lucio strinse la bocca e sospirò frustrato.
"Pensavo" tentò alla disperata "magari ci portiamo anche Beatrice? Che ne dite? Così quando hai due minuti liberi non stai da solo."
Rimasi ferma, cercando di apparire calma, e incrociai il tuo sguardo. Eri molto irritato da quello che, ai tuoi occhi, doveva apparire come un maldestro tentativo di corruzione. Con un lieve inarcarsi del sopracciglio, mi domandasti scusa e io accettai le scuse con un cenno del capo. Dovevamo apparire ben strani, a chi ci osservava.
"No. Lei deve studiare. Se hai bisogno, vengo io. Io da solo."
Lo zio si batté le mani sulle cosce, esasperato. Cavò di tasca le chiavi della macchina e te le lanciò.
"To', carica la tua roba. E accendimi il motore. Arrivo fra un minuto."
Con um reciso cenno di assenso afferrasti le chiavi e mi guardasti, aspettandomi prima di muoverti.
Salii in auto al tuo fianco, sui sedili di pelle liscia.
"Senti, mi dispiace, ma tirerà una brutta aria, su, e non voglio che tu ci stia in mezzo."
"Va bene."
"Sei arrabbiata con me?"
"No, Darietto. Tutto a posto."
"Lo sai che stai piangendo, si?"
"Scusa. Mi mancherai." Annuisti.
"Anche tu. Mi dispiace se ultimamente sono un po'..." muovesti una mano nell'aria.
"Tutto a posto. Direi che ne hai il diritto, di essere un po' sottosopra. "
"Grazie."
"Posso darti almeno un abbraccio, per salutarti, o preferisci una virile stretta di mano?" Tentai di scherzare.
"Bea?"
"Si?"
"Non piangere, vuoi?"
"Ora smetto."
Scendemmo dall'auto e ci abbracciammo stretti. Percepivo la tua tristezza e mi sforzai di nascondere la mia, per non farti stare ancora peggio. Due settimane lontani erano come una vita intera. Ci staccammo ed entrò tuo padre. Mi assestò un'amichevole stretta sulla spalla e si infilò al posto di guida. Tu mi guardasti ancora una volta e poi entrasti nell'auto.
Vi guardai partire, prima di ritirarmi nella mia stanza e sdraiarmi di nuovo nel letto, vestita com'ero, tiramdomi le coperte fin sopra la testa.
Avrei voluto non svegliarmi più, fino al tuo arrivo.
Mi svegliai, invece, come sempre accade. Purtroppo il sonno non è mai accogliente come si vorrebbe.
Per puro spirito di sopravvivenza mi gettai anima e corpo nello studio. Barricata nella mia stanza, inchiodata alla scrivania, senza alzare la testa se non per il tempo necessario ad hna rapida gita al bagno o a consumare un pasto frettoloso, macinai tutti i compiti delle vacanze, e poi mi buttai di peso su Ovidio. Nei momenti di stanchezza, pianevo qualche lacrima sui versi di Catullo, che mi sembravano scritti appena un attimo prima che li leggessi. Perdendomi nel ritmo della sua invocazione all'amata 'dammi mille baci, poi cento, poi altri mille', mi pareva impossinile che tutto quel tempo ci separasse. Avrei potuto scriverlo io, pensandoti.
Ricopiai la poesia in mille minuscole scritte sui margini dei miei libri, perdendomi nei miei pensieri, duramte quei giorni in cui eri lomtano.
Non facevo che pensarti, in ogni attimo in cui non mi riempivo la testa di studio.
Ti vedevo lontano, intento a seguire tuo padre nei suoi impegni, solo, serio, composto, senza nessuno che calmasse le tue paure né ti cinsolasse dalle tue tristezze. Senza nessuno a cui parlare, da guardare in faccia.
Mi domandavo se lo zio si sarebbe comportato bene con te, o se ti aspettassero altri litigi, altre umiliazioni, altre violenze. Tremavo, al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere.
Passarono così, lentamente, faticosamente, nove dei quindici giorni previsti, prima che arrivasse una vostra telefonata. Era un fatto inconsueto: lo zio non chiamava mai a casa, durante le sue trasferte.
Vidi la zia impallidire, sentendo la sua voce al telefono, e senza esitare mi avvicinai. Studiavo il suo viso cercando traccia di quel che sentiva.
L'espressione della zia prima si corrucciò, stringendomi il cuore, poi si aprì in un sorriso di sollievo. Sentii un peso cadermi dal petto. Qualsiasi cosa fosse, era tutto a posto. Il suo tono di voce cambiò repentinamente: stava parlando con te. Ti fece tutte le domande di rito, poi mi porse la pesante cornetta grigia. Avrei potuto baciarle la mano, in quel momento, tanto le ero grata.
"Oh, ci sei?" La tua voce.
"Sono qui."
"Vengo a casa domani. Mi aspetti in stazione? Arrivo alle dieci."
"Mi trovi lì." Esitavi. Sentii tante cose, in quel silenzio, che mi venne spontaneo rispondergli.
"Mi racconti poi domani, va bene?"
"Si. Si, grazie. A domani."
Rimasi ad ascoltare fino a quando non si sentì più che il segnale della linea. Domani. Domani tornavi a casa. Respirai e mi sembrò di non finire mai di riempirmi i polmoni. Non mi ero resa conto di quanto mi mancasse il fiato.
"Dice Dario che domani viene a casa." Dissi a zia Sissi.
"Eh, si, è che mi dispiace perchè domani avevo programmato una giornata in città con tuo padre, che doveva aiutarmi a cercare..." la mia mente abbassò il volume delle parole della zia ad um basso ronzio uniforme. Era dispiaciuta perchè aveva programmato di uscire ed ora doveva rimandare la gita: si trattava di convincerla ad uscire ugualmente. Neanche l'inferno intero poteva separarmi da te, dopo nove giorni di assenza.
"Ma, scusa, zia, vai! Tanto non stai mica via tutto il giorno, no?"
"Ma Dario torna domani, poverino, sarà stanco!"
"Appunto. Lo sai com'è fatto, no? Vorrà solo mangiare e buttarsi a letto, così poi finisce che tu stai in casa tutto il giorno da sola e lui dorme. Invece, se vai, torni più o meno all'ora in cui si alza, hai fatto quel che dovevi fare e state insieme."
"Beh, in effetti..."
"E poi lo sai che se sei qui finisce che gli fai mille domande mentre è stanco morto e gli viene il nervoso. È tanto nervoso, da quando ha litigato con lo zio."
"Questo è vero."
"Io lo passo a prendere in stazione e poi, quando va a dormire, mi metto a studiare. Tanto poi la sera, quando crollo, ci sei tu a fargli compagnia!"
"Se lo passi a prendere...ma, a piedi?"
"Eh, si zia, ma non fa niente. Sono cinquecento metri, li facciamo tutti i giorni. È tanto per non lasciarlo da solo."
"Sicura che non ti dispiace?"
"Sicura. Così stiamo tutti più tranquilli, che ne abbiamo bisogno."
La zia annuì gravemente a questa mia considerazione.
"Allora, se sei sicura..."
"Dai, zia, cosa vuoi che succeda? Alla peggio ti vuota il frigo!" La zia sorrise. Le sorrisi di rimando, sentendo i muscoli della mia faccia tirare, tanto era ampio quel sorriso: ti avrei avuto per me sola, l'indomani.
Fu una notte lunghissima. Mi svegliai due volte ed entrambe le volte mi portai la sveglia all'orecchio, per controllare che funzionasse ancora, tanto mi sembrava che il tempo scorresse lento.
Finalmente, il sonno mi prese e finii per svegliarmi quando mio padre entrò nella stanza per chiamarmi a colazione.
Scesi ancora scarmigliata, strappandogli un sorriso. Mi allungò una tirata di treccia, scherzando con me come un ragazzino.
Non potevo fare a meno di notare come i suoi occhi, ogni poco, finissero per posarsi sulla zia. Non che la guardasse con aria concupiscente o innamorata: la guardava, semplicemente, im continuazione. Anche lei lo notava e gratificava i suoi sguardi concedendogli qualche lampo di sorriso, quando credeva che non guardassi.
Conoscevo bene quel gioco, avrei potuto insegnare loro perfino qualche nuovo trucco, se solo ci fossimo trovati in una situazione diversa.
Per um attimo, meditai su cime usare quello che stavo vedendo. Poi mi risuonò in testa la tua voce, chiara come se mi stessi parlando all'orecchio: 'sono affari loro'. Annuii fra me e me, dandoti ancora una volta ragione. Se erano felici, perchè rompere loro le uova nel paniere? Sapevo bene cosa significasse doversi nascondere come criminali, senza aver fatto nulla di male.
"Bea? Sei con noi?" Chiese mio padre. Alzai gli occhi. Mi guardava sorridendo, probabilmente dopo avermi chiesto qualcosa senza ottenere risposta.
"Scusa, non ti seguivo."
"Eh, l'abbiamo notato. Ti chiedevo se ti serve qualcosa, dato che usciamo."
"No, papà, non mi viene in mente niente."
"A cosa stavi dicendo di si con la testa, prima? Si può chiedere?"
"Pensavo ad una frase molto saggia."
"Addirittura! E di prima mattina! E non vuoi condividere questa perla di saggezza con noi?" Rise lui.
"Non ti curar di loro, ma guarda e passa." Parafrasai.
"Mi preoccupi, piccoletta. L'Alighieri a colazione? Non è che stai studiando troppo?"
"Da quando in qua esiste un 'troppo' nello studiare?"
"Chi sei tu, cosa hai fatto a mia figlia?"
"Dai, papà! Non è che per fare il certamen posso trascurare tutto il resto, no?"
"Basta. Sei troppo brava, ti disconosco, non sei figlia mia!"
"Perchè, tu non eri bravo?"
"Si, ma io, figliola, sono un genio."
Ridemmo. La zia rise a lungo, posandogli una mano sul braccio ed io distolsi lo sguardo, cercando di non darlo a vedere. 'Affari loro' badavo a ripetere a me stessa 'affari loro'.
Li salutai, mentre uscivano, diretti alla macchina e salii a prepararmi.
Le dieci non volevano arrivare a nessun costo.
Mi preparai, mi vestii, mettendoci più tempo possibile, poi scesi al piano terra. In sala, dentro lo sportello d'angolo del buffet, c'erano dei vecchi album di foto di famiglia. Della vostra famiglia. Guardai l'ora per la centasima volta: appena le otto.
Mi sedetti a terra, con le gambe incrociate, e presi fuori i pesanti linroni rilegati in finto cuoio.
L'album di nozze dei tuoi genitori, con una zia Sissi raggiante che regalava sorrisi da diva dentro uno spumeggiamte abito bianco. Lo zio Lucio inamidato dentro un buffissimo vestito gessato, rosso in viso, con un sorriso timido che non gli avevo mai visto.
Alcune foto mancavano: erano quelle dove c'era mia madre. Dio solo sapeva dove le avessero confinate. Mi sovvenne l'espressione latina per descrivere ciò che loro avevano fatto: damnatio memoriae. La dannazione della memoria.
Poche pagine ancora ed eccolo lì, quello che volevo vedere. Le parole di mio padre mi avevano messo addosso la smania di sapere.
Rigido ed impettito, col mento provocatoriamente alto, un uomo che non poteva essere che il padre di zio Lucio.
Di lui avrvo saputo solo che era morto l'anno che eravamo nati noi e niente di più ed, osservandolo, mi parve di capire perché mio padre dicesse che ti somigliava tanto.
Non per l'aspetto, nonostante fosse sottile e diritto come una verga d'acciaio, come eri anche tu, in contrasto col fisico ampio e possente del figlio. No, era piuttosto per un certo atteggiamento generale, il modo di posare composto, il viso serio e severo, l'espressione concentrata degli occhi, la piega ironica delle labbra.
Mi domandai cosa potesse provare lo zio vedendoti assumere le stesse pose, le stesse espressioni del volto, di un uomo che tu non avevi mai conosciuto e che a lui aveva amareggiato la vita per tanti anni.
Passai le dita sulla fotografia, come a seguirne il contorno: il mento proteso, le narici nonili appena dilatate, quell'impressione di sprezzante noncuranza. I tratti erano quelli di tuo padre, certo, ma quante volte avevo visto quella stessa espressione sul tuo viso? Centinaia. E, disgraziatamente, una volta di troppo l'avevi rivolta a lui.
Sfogliai ancora le pagine, rapidamente, per trovare di nuovo quel volto e vidi, in una foto di gruppo, tutti assieme sui gradini della chiesa, da cui la zia non si era potuta separare, un viso che mi fece bruscamente sussultare. I capelli più corti dei miei, pettinati con cura, il petto procace, la vita sottile. Incuneata fra lo zio e mio padre, vestita di un giallo luminoso, mi guardava mia madre. Feci un rapido calcolo mentale.
La zia aveva ventidue anni quando si era sposata, lei circa due anni d meno. Vent'anni. Meno di un anno prima del suo matrimonio.
Aveva solo quattro anni più di me adesso. Era bella da far paura.
D'istinto, toccai il mio viso cercando i suoi tratti nei miei. Era tutto inutile. Non avevo la sua grazia, i suoi zigomi rotondi, il suo viso di bambola. Per quanto dicessero gli altri, ero solo io, solo la solita vecchia Bea.
Andai avanti ancora di qualche pagina, prima di trovare un altra immagime di tuo nonno. Del vecchio Dario, come aveva detto mio padre.
Eccolo di nuovo, circondato dalla baldoria generale, seduto al tavolo. Guadrava di lato esibendo un profilo rapace, del tutto diverso dal tuo, ma di nuovo un'impressione impalpabile vi avvicinava. Una certa sensazione di lontananza dal mondo, di pigra indifferenza.
Si, capivo cosa vedessero in te di simile a lui.
Scorsi rapidamente gli altri due volumi, senza trovare nulla di interessante fino alle ultime pagine. A quel punto, quasi in fondo all'ultimo album, pieno zeppo di tue foto da bambino, ne teovai uma che catturò istantaneamente il mio interesse.
Eri piccolissimo im quella fotografia, avrai avuto forse qualche mese.
Ti teneva in braccio mio padre, mostrandoti all'obiettivo con un sorriso divertito, messo di lato. Al suo fianco lo zio, nella medesima posizione, teneva fra le mani una creaturina minuscola, paludata solo di un leggero camicino e babbucce rosa. Ero io, non potevo sbagliare.
I due adulti erano faccia a faccia, col viso girato verso la macchina, e tenevano fra le braccia noi due, nel mezzo. La tua mano minuscola, allungata, sfiorava la mia raccolta sul petto.
Mi commosse, quell'immagine, in un modo che non avrei saputo spiegare. Quella piccola mano, allungata a toccare la mia.
Guardai l'ora e mi misi in marcia.
Non vedevo l'ora di stringerti forte.
Arrivai in stazione nello stesso momento in cui tu scendevi dal treno. C'era un gran sole, quel giorno, e tu, con indosso una camicia bianca e i capelli scompigiati, parevi risplendere come un arcangelo.
Ti buttasti in spalla la sacca scura e ti guardasti attorno, cercandomi.
Iniziai col camminare cerso di te, ma, prima di rendermene conto, mi ritrovai a correre.
"Dario!" Ti voltasti e mi regalasti un sorriso ancora più splendente del sole, poi lasciasti cadere la sacca e allarfasti le braccia. Ci volai in mezzo e mi ritrovai col viso premuto contro il tuo petto, la guancia a contatto col tessuto candido e profumato di te, la consistenza solida della tua carne subito sotto. Mi stringesti in un abnraccio quasi feroce. E poi fummo uno di fronte all'altra, finalmente di nuovo insieme.
Ci avviammo verso casa. Per qualche attimo l'emoziine fu troppa paer parlare, poi iniziammo contemporaneamente e ci interrompemmo con una risata. Stavi meglio, lo vedevo.
"Avete fatto pace?" Ti domandai
"Una specie. È successa una cosa strana, sul tipo folgorazione."
"Addirittura."
"Eh, si. Mi ha portato dove lavora, sai, in mezzo ai suoi soci. Alla fine non mi ha fatto fare quasi niente, ma mi ha spiegato tutto del suo lavoro. Due maroni da non crederci, sai? Beh, ogni volta che entrava qualcuno dei suoi colleghi era la stessa fola: 'ah, ma tu sei il famoso figlio! Come va la scuola? È vero che sei tanto bravo? Come va la pallacanestro? Tuo padre dice che sei un grande, in campo!'"
"Tuo padre mio zio?"
"Così dicono. Del resto, non è che serca fare indagini, basta guardarci, no?" Sorridesti. "Beh, alla fine non ce l'ho fatra e gli ho chiesto: 'ma tu parli in giro di me?' E lui si stringe nelle spalle, sai come fa, e mi fa 'mah, mi sarò lasciato scappare qualcosina. Perchè, non posso?' E a quel punto entra uno dei suoi soci e si mette a ridere come un matto e gli fa ' qualcosina? Ma se parli solo di questo benedetto Dario, che sembra che ce l'hai solo te un figlio, al mondo!'"
"Sul serio?" Mi venica da ridere. Proprio non ce lo vedevo, lo zio, nella parte del padre orgoglioso.
"Sai, mi faceva un po' pena. Si vedeva che si vergognava. Allora sono stato zitto, tranquillo fino a sera. Poi, quando siamo stati a cena, ho ricominciato a parlargli. Era...sai, sembrava...porca puttana, sembrava me quando schivo una scenata sua! Hai presente? Tutto giulivo, tutto a pacche sulla schiena. Roba da matti!"
"Mi sa che ti vuole bene." Annuisti.
"Se poi mi volesse bene con le mani in tasca, sarei anche più contento, sai?"
Parlando eravamo arrivati a casa e perfino saliti nella tua stanza. Posasti la sacca e ti guardasti attorno.
"E gli altri? La mamma, lo zio? Dora?"
"Tua madre è andata in città a comprare un nonsoche" enumerai sulle dita "mio padre ovviamente l'ha accompagnata e tornano a sera e Dora arriva alle due perchè oggi ha la mezza giornata."
Rimanendo voltato versonil letto, chinasti leggermente il capo e chiedesti:
"Fammi capire: siamo solimper altre tre ore?"
"Tre ore e mezzo." Precisai. Ti voltasti lentamente e imfilasti le mani sotto il mio vestito.
"Lo sai che è quasi un mese che non..."
"Mm."
"Non riuscivo più a dormire, gli ultimi giorni. Per questo mi ha rimandato a casa. Non facevo che pensare a te."
"Dario, aspetta un secondo." Dissi. Volevo raccontarti di quello che avevo scoperto su tuo nonno. Mi tappasti la bocca con un bacio, forte, quasi cattivo.
Tentai di svicolarmi dalla tua presa, ma tu mi stringesti ancora di più, sollevando il mio vestito fin sopra alla vita.
"Non capisci" mormorasti aenza smettere di toccarmi "ero tanto solo. Tanto. Da quella sera, ero sempre solo, anche se c'eri tu. Adesso non devi dirmi di no, Bea, amore, non dirmi di no. Sono stato tanto solo."
Capii e ti accolsi, cercai di accogloerti tutto quanto dentro di me: il tuo cuore nel mio, la tua mente nella mia, e, si, anche il tuo corpo.
Sembravi impazzito, eri diverso dal solito, quasi brutale. Mi facesti male, ma non protestai. Capivo che quello che stava succedendo era un dolore per contagio, che stavi parlando col tuo corpo al mio.
Non durò molto, comunque.
Quando tutto fu finito, presi la tua testa sul mio petto e ti accarezzai a lungo, stringendoti a me, baciando i tuoi capelli chiari.
"Scusami."
"Va tutto bene, è tutto finito, amore mio, Darietto mio, è tutto a posto."
"Mi dispiace, io non volevo..."
"Zitto, zitto adesso, va tutto bene, ho capito."
"Ti amo tanto. Mi sei mancata tanto."
"Anche tu, amore mio."
"Posso dormire un po'? Solo un pochino, poco. Metto la sveglia fra un'ora. Mi lasci stare qui, un'ora?"
"Certo."
Ti tenni fra le mie braccia, senza riuscire ad addormentarmi, con l'orecchio teso ad ogni rumore, nuda, con te nudo ranicchiato contro come un bimbo in cerca di consolazione.
Quando la sveglia fu vicina a suonare, la spensi e ti svegliai dolcemente.
"Grazie. Adesso mi sento bene." Mormorasti stropicciandoti gli occhi.
Ci rivestimmo e ti portai di sotto a mangiare qualcosa.
"Adesso ho una sorpresa per te." Ti annunciai.
"Mm?"
"So perchè tuo padre non ti chiama mai per nome."
"Davvero? "
"Si."
"E perchè?"
"Tu lo sai che ti chiami come tuo nonno?"
"Si, me l'hanno detto."
"E cosa sai di lui?"
"Boh, che è morto l'anno che sono nato e che era un operaio edile. Un muratore, a volerla dire come va detta."
"Mio padre dice che quando erano ragazzi picchiava lo zio. Talmente tanto forte che mio padre aveva paura che finisse per ammazzarlo, prima o poi. Lo sapevi, tu?" Sollevasti le sopracciglia.
"A mio padre? A mio padre Lucio?"
"Oh, non è dio, eh? È stato piccolo anche lui!" Tentennasti il capo.
"Si però...non ce lo vedo, a lasciarsi picchiare."
"E invece mio padre dice di si. E dice anche che tuo padre, nonostante tutto, gli voleva bene. Abnastanza da darti il suo nome, comunque."
"Merda." Commentasti lapidario.
"Non ho finito."
"Oddio, cosa c'è ancora?"
"Gli somigli."
"Cazzate! Lo dicono tutti che so o la sua copia sputata! Di mio padre, intendo."
"Aspettami qui." Dissi. Corsi in sala e velocemente trovai la prima foto. Te la misi sotto agli occhi.
"Va beh, è magro come me, ma tolto questo..."
"Dario, la vedi questa faccia? Questa espressione che ha?"
"Un po' da stronzo?" Scoppiai a ridere.
"È la tua! Identica, precisa! Questa è la faccia che fai tu quando sei in imbarazzo. O quando ti stai per arrabbiare."
"Chi, io? Io ho questa faccia qui?" La studiasti ancora un attimo "ah, ecco perché non sto simpatico a nessuno!"
"Aspetta!" Sfogliai in fretta e trovai la seconda foto. La guardasti da vicino.
"Anche questa posa qui? Anche io?" Annuii sorridendo della tua espressione, fra l'orrore e la comprensione.
"Ma cazzo, mica lo faccio apposta! Ho questa faccia da schiaffi qui, io? Davvero, Bea?"
"Eh, si." Ti prendesti il viso fra le mani.
"Allora non c'è proprio speranza!" Risi.
"Ma smettila, a me piaci, no?"
"Altre buone nuove? Non so, qualche assassino in famiglia?"
"No. Ma c'è questa." Feci un nuovo viaggio in sala e tornai con la pagina già aperta alla foto di noi due, neonati, in braccio ai nostri padri. Ti apristi in un sorriso.
"Ma che forte! Guarda, ci conoscevamo già!"
"Pare di si. Vedi? Mi tieni la mano."
Allungasti la mano e prendesti la mia.
"Sempre." Sussurrasti posandoci un bacio.
Nessun commento:
Posta un commento