mercoledì 25 giugno 2014

Settantasette

Il tempo prese a scorrere sempre più veloce, dopo quell'episodio.
Ricordo che tuo padre, nei due mesi successivi, quasi sparì,  risucchiato dall'esigenza di curare il suo 'grande affare', trascorrendo a casa periodi di tempo sempre più ristretti.
Tutti noi ce ne rallegravamo.
Certo, nom esplicitamente, non facevamo festa ad ogni sua partenza, ma la tensione nervosa, lo stato di perenne allarme che aveva caratterizzato le nostre vite nell'ultimo anno, si allentò sensibilmente.
Liberato dalla necessità di apparire trasparente e dalle continue vessazioni cui era solito sottoporti, perfino tu caracollavi allegro per casa, scherzando con tutti.
Sembravi sbocciare, quando lui era lontano, e per qualche tempo rouscivi perfino a parlare, pensare ed apparire come un ragazzo della tua età. Facevi ridere tua madre piombando in casa come un turbine, carico di buste della spesa fino ad apparire non più di un lungo paio di gambe, quando ti mandava a fare commissioni in paese, e pretendendo che controllasse lei stessa, di persona, ogni sinolo acquisto. Nonostante le sue proteste, conti uavi a pretendere di fare tutto nello stesso viaggio e mi portavi con te, quando riuscivi a convincermi, con la scusa che da solo ti saresti sbagliato di certo. Io facevo gli acquisti e tu facevi da carrello.
Tediavi Dora fino a farti inseguire qui e là per la cucina, in un falso tentativo di prenderti a colpi di strofinaccio, pretendendo di mettere il maso nelle pentole e di rubacchiare il cibo mentre cucinava. Ti lasciavi inseguire volentieri, ridendo come un bambino, e chiamandomi a gran voce per farti salvare.
Perfino mio padre era contagiato dalla nostra ilarità,  quando ci vedeva giocare insieme per le scale e nell'atrio.
Erano tanto repentini, quei cambiamenti che sopravvenivano a seconda della presenza o dell'assenza dello zio, da sembrarmi, con gli occhi di oggi, ad un passo dalla follia.
Non appena lui riappariva sulla soglia, nel momento stesso in cui metteva piede in casa, il  sorriso era come cancellato dal tuo e dal mio volto.
Ricominciavano i lunghi silenzi tesi.
Tu ricominciavi a girare per casa ad occhi bassi e la zia non si sentiva più cantare. Mio padre passava giorni interi fuori casa, ma quando c'era anche lo zio era come fosse fuori sempre, perchè il tempo che passava a casa lo passava con lui, a discutere senza sosta di lavoro, fumando uma sigaretta dietro l'altra.
Perfino Dora perdeva parte della sua serena placidità, vedendoci chini sui libri, in silenzio, senza scambiarci una battuta o una risata. Spesso, quando era così, posava un piatto colmo di chicche sul tavolo, fra noi. Quando ti vedeva tanto pallido e silenzioso, non dovevi mai chiederglielo, il cibo.
Di tutto questo, zio Lucio non si accorgeva o, se se ne accorgeva, non dava mostra di preoccuparsene. Forse nemmeno sapeva che, quando lui era assente, le cose erano diverse.
Io, nel frattempo, mi avvicinavo sempre di più alla data del certamen. Si sarebbe svolto la seconda settimana di maggio.
La professoressa Guidi aveva reputato opportuno iscrivermi ad un certamen diverso da quello dell'anno precedente, in una competizione che, così mi disse, avrebbe certamente presentato più possibilità di piazzarmi bene, dato che si traduceva solo e sicuramente Cicerone, invece che lasciarmi nel limbo della scelta dell'autore fino all'ultimo. L'unico inconveniente, che mio padre provvide subito a spianare rendendosi pienamente disponibile ad accompagnarmi, era la distanza.
Sarei andata dall'altra parte dell'italia, o almeno così sembrava a me, nonostante le rassicurazioni divertite di mio padre, per i tre giorni dello svolgimento.
L'idea stessa del viaggio mi metteva in un'agitazione quasi pari a quella della gara. Non sapevo come avrei fatto a rimanere abbastanza calma da fare un buon lavoro, in un ambiente sconosciuto, io che praticamente non mi ero mai mossa di casa.
Lavoravo come una dannata sui testi, fino alle ore piccole, ogni giorno, al punto che, giunti ad una settimana dalla gara, sarei stata probabilmente in grado di spiegare al signor Marco Tullio Cicerone aspetti della sua produzione letteraria che lui nemmeno immaginava.
Fu solo allora, la domenica precedente alla partenza, che mio padre, a cena, decise di farmi quella che al momento mi apparve come la più bella sorpresa della mia vita.
Era, come tutte le domeniche, presente anche lo zio e tu mangiavi con gli occhi fissi al piatto, mentre la zia restava in silenzio, dispensandoci dal solito chiacchiericcio sui pettegolezzi della parrocchia e io cercavo di trangugiare tanto in fretta quanto lo permetteva la buona educazione la mia cena, per correre di sopra a ripassare.
Nel silenzio rotto solo dal tintinnio delle forchette, disse:
"Allora, piccoletta, giovedì si parte!" Alzai gli occhi dal tavolo, con un nodo d'ansia nel petto. Mi accorsi che lo zio aveva smesso di mangiare e mi fissava e mi volsi ostentatamente verso mio padre.
"Eh, già."
"Ti senti pronta?" Non aspettò la mia risposta, evincendo dalla mia espressione che non ci sarebbe stata "cosa ne dici, avrai nostalgia di casa?"
"No. Di casa no. Di chi ci abita si, però." Risposi, tentando una risatina nervosa. Mi sorrise.
"Senti, io e tuo zio abbiamo parlato." Mi voltai per guardare lo zio e, così facendo, mi accorsi che mi fissavate anche tu e tua madre. Il mio nervosismo crebbe notevolmente.  "Cosa ne dici se ti accompagnamo tutti?" Mi inceppai, letteralmente,  non riuscendo a comprendere il concetto nella sua semplicità. Volsi gli occhi su di voi, uno dopo l'altro. Tu mi sorridevi da sotto le sopracciglia, gustando la mia sorpresa. La zia mi guardava carica di aspettativa.
"Tutti?" Ripetei stupita. Era una cosa enorme. Annuì.
"Tutti quanti." Non riuscii a dare una vera risposta. Un grido inarticolato di gioia mi proruppe dalla gola e rovesciai la sedia nella fretta di alzarmi per baciarvi tutti, uno ad uno, per ringraziamento.
Perfino zio Lucio, perfino a lui schioccai un grosso bacio sulla guancia, assordandolo col mio 'grazie' nell'orecchio. Mio padre mi  abbracciò brevemente ridendo.
Quando arrivai, in ultimo a te, mi fermai un momento e ti fissai.
"E tu lo sapevi!" Ti accusai. Annuisti entusiasta sorridendomi. "E non mi hai detto niente!"
"Era una sorpresa, nana!" Ti buttai le braccia al collo, saltando contemporaneamente sul posto. Ti svincolasti dal mio abbraccio in un lampo. Non me la presi. Sapevo che avremmo recuperato, a tempo debito.
Ero felice, felice davvero, come non mi sentivo da tempo. Il pensiero di avervi tutti vicini, tutti quanti, compreso quella piaga dello  zio, faceva sciogliere come per incanto quel grosso nodo di paura che aveva preso a mettere radici al centro del mio petto. Era come se, avendovi con me, la possibilità stessa di fare una pessima figura, che mi spaventava mille volte più di quella di non vincere, semplicemente non esistesse.
Affrontai quegli ultimi giorni con coraggio rinnovato.
La zia si era assunta la direziine dei preparativi e aveva preso un piglio genralesco, con cui girava per tutta casa, seguita da Dora, decidendo cosa portare, in quali valige mettere cosa e perfino come disporre i bagagli nell'auto.
Fui ben felice di delegarle la scelta degli abiti da portarmi, che lei decise giorno per giorno, valutando un numero sorprendente di variabili, dallo stile di abbigliamento degli altri partecipanti 'non devi sembrare una campagnola' alle possibili variazioni climatiche 'e mettiamo che invece piova'.
Finì che, per tre giorni di permanenza, mi riempì fino all'orlo una valigia grande quasi quanto me.
Passai le giornate ripassando ossessivamente, uno dopo l'altro, i testi che la mia professoressa dava per più probabili. Nel tempo libero, tu ti sedevi di fronte a me con i miei elenchi di termini e paradigmi verbali, a interrogarmi. Spesso ero tanto veloce, nel ripeterli, che non riuscivi a tenermi dietro.
"Piano, piano! Sono a 'fero'. Tu dove sei?"
"Fero, fers, tuli, latum, ferre. Sono tre righe sotto, a 'nolo'"
"Aspettami, cacchio, sono io che devo interrogare te!"
"E allora tieni il passo, su, rapido!" Ti riprendevo, prima di ricominciare a sputare dati.
Ne uscivi frastornato quasi quanto me, ma non ti tiravi mai indietro. Fu solo la sera prima della partenza, quando, dopo un lungo bagno caldo, l'adrenalina lasciò il posto ad una sorta di vacua sensazione di panico, che mi resi conto che ti avevo accanto da tre giorni ininterrottamente.
"Dario!"
"Cosa?"
"Ma non sei andato a scuola!" Sollevasti un sopracciglio.
"Accidenti, per fortuna che me l'hai fatto notare! Lo so, eh?"
"E gli allenamenti..." scrollasti le spalle.
"Non è che senza di me crolli la squadra, sai? Per una settimana se la cavano."
Ero sinceramente commossa. Non mi aspettavo, nemmeno da te, un gesto così generoso e spassionato. Sapevo quanto ci tenevi ad essere sempre presente e quanto ti fosse costato quello che stavi facendo.
"Grazie, Darietto. Grazie grazie grazie."
"Prego prego prego." Rispondesti con un sorriso. "Sei a posto? Paura?"
"Sto morendo."
"Tieni duro. Resta con la testa a posto, va bene? Niente panico."
"Provo. Ma mi sento come se avessi la batteria troppo carica." Annuisti.
"Forse per qiesto posso aiutarti." Dicesti e, senza aggiungere altro, mi augurasti la buonanotte,  chinandoti per ricevere il tuo bacio.
Quella notte, quando mi trovavo immersa in un agitato dormiveglia, ti sentii scivolare nel letto accanto a me, scostandomi per trovare spazio.
"Ciao."
"Ciao."
"Non riesci a dormire?"
"Non proprio. No, Dario, non riesco a chiudere occhio. Mi semnra di esplodere."
"Mm. Capisco. Conosco la sensazione. Posso aiutarti?"
"Non vedo come." Sospirai desolata.
"Ma io si. Mi lasci fare?"
"Cosa?"
"Oh, Bea, piantala con tutte queste domande. Dimmi 'si' e basta. Dai, dì 'si'." Sbuffasti spazientito.
"Va bene, va bene! Si, fai quel che ti pare, basta che poi riesca a dormire."
Guardando il sorriso che ti pervase il volto a quella frase, quasi avrei voluto rimangiarmela. Avevi la tua peggiore espressione furbesca, quella che associavo ai nostri piccoli disastri infantili.
Ma fu subito chiaro che niente altro della nostra infanzia si sarebbe ripresentato quella notte. Iniziasti a baciarmi e a toccarmi in un modo tale da rendere perfettamente esplicito il tuo intento.
"Ma ti pare che posso essere dell'umore?"
"Silenzio, nanetta. Lascia fare a chi sa quel che fa. Hai detto che potrvo fare quel che volevo, no? Quel che volevo, pur di farti addormentare. Beh, ti prometto che tinfaccio addormentare."
"Non sembra molto eccitante."
"Zitta." Mi redarguisti con aria severa e io smisi di protestare.
Ti prendesti tutto il tempo per fare ciò che volevi e, alla fine, mi portasti finoo all'apice del piacere. Quando scivolasti fuori da me, dolcemente, aprii bocca per dirti qualcosa, ma mi resi conto che stavi continuando ad accarezzarmi, come se nulla fosse accaduto.
"Si può sapere cos'hai in mente di fare?"
"Ho detto zitta." Ripetesti impassibile. Poi iniziasti a baciarmi, scendendo lentamente lungo il mio corpo.
"Dario, cosa fai?"
"Lo sai, cosa faccio."
"Si, ma perchè?" Alzasti un secondo la testa sorridendomi ammiccante.
"Mi serve un attimo, sai, per ricominciare."
"Come ricominciare?" Ma a quel punto eri arrivato, coi tuoi baci, fin dove avevi voluto arrivare, e mi scordai della domanda. Ti dedicasti a me, in quel modo, per un tempo che mi parve lunghissimo.
Sembravi trarre un certo piacere da quello che stavi facendo, perchè non ti fermasti nemmeno quando iniziai a chiedertelo. Non ti fermasti fino a quando non mi sentisti tremendamente vicina ad una nuova esplosione di piacere. Solo a quel punto, seguendo il contorno del mio addome con la punta della lingua, ripercorresti la tua strada a ritroso e facemmo di nuovo l'amore.
Mi sentivo stordita, dopo, e posai la testa sul tuo braccio, ranicchiando i contro di te.
"Ti stai addormentando?" Mi domandasti con voce languida. Non avevo le forze per risponderti, così mi limitai ad annuire contro il tuo petto.
"Visto, che lo sapevo, quello che dovevo fare?" Ti colpii, non più di un leggero buffetto sulla spalla, e poi scivolai, senza rendermene conto, nel sonno tranquillo e profondo dell'appagamento fisico.
Quando mi svegliai la mattina dopo, ero sola nel mio letto. Eri sgusciato via durante la notte, dopo aver sistemato lenzuola e coperte, lasciandomi dormire.
La partenza fu un parapiglia organizzato, che occupò pochissimo tempo, grazie all'impegno congiunto della zia e di mio padre e il viaggio lo passai praticamente tutto dormendo, nonostante durasse più di tre ore.
Con la testa sulla tua spalla, mentre tu leggevi qualche rivista, non mi resi nemmeno conto che nell'auto si svolgesse una qualche conversazione,  che pure dovette esserci.
Mi svegliasti poco prima dell'arrivo, scrollandomi piano.
Mi sentivo meravigliosamente ritemprata da tutte quelle ore di so no, e pronta ad affrontare qualunque cosa, con voi accanto.
Il paesaggio mi si aprì davanti agli occhi, magnifico nella sua diversità da ciò che conoscevo.
Alberi di olenadro in fiore costeggiavano la strada, intervallati da fieri pini marittimi, e una densa vegetazione brillante faceva da sfondo e da contrasto ad una terra rossiccia, tanto diversa dal carico colore nerastro della nostra.
La città ci accolse in un'armonia di colori chiari e spazi di iato, in cui la vista poteva spaziare.
Eravamo arrivati.

Ricordo molto poco di quel primo giorno, col saluto delle autorità e l'accoglienza a noi partrcipanti.
So di essermi guardata attorno, nel bel mezzo di una folla di ragazzi che condivideva la mia stessa passione per quelle voci lontane nel tempo, e di aver pensato che mai, nella vita, avrei creduto che fossimo in tanti.
Pensai anche che sarebbe stato bello avere il tempo di parlare con qualcuno di loro, di scoprire se avessimo altri punti di comunanza, se ci fosse la possibilità di farsi qualche amico.
Poi sciamammo rapidamente nei rispettivi alberghi.
Il pomeriggio prevedeva dei simposi in cui avrebbero parlato alcuni dei migliori latinisti viventi, ma ritenni opportuno occuparmi più del mio latino che del loro, per così dire e mi rintanai in camera per un ultimo ripasso.
Le stanze erano tre, tu ne avevi una tutta per te mentre io condividevo la mia con mio padre, e la zia Sissi veleggiava dall'una all'altra senza trovare requie, affascinata da tutti i piccoli dettagli dell'arredamento.
Si posò nella nostra, verso metà pomeriggio, e prese a chiacchierare fittamente con mio padre, cercando di convincerlo a portarla a fare um giro della città.
Dopo aver subito una mezz'ora di chiacchiere senza riuscire a concentrarmi sui libri, mi risolsi a chiedere ospitalità a te.
Seduto su uno dei due letti gemelli della stanza, aspettastiedermi chiudere la porta prima di chiedermi:
"Dì la verità, sei più tranquilla, oggi, o no?" Avevi un'espressione sorniona e soddisfatta che mi faceva venire da ridere.
"Senti, cosa vuoi che ti dica? Si, in effetti è vero. Ma non venirmi a raccontare che lo sapevi!"
"Lo sapevo, invece!" Protestasti, punto sul vivo.
"Ah, si? E come, sentiamo?" Ti stringesti nelle spalle.
"È quello che faccio prima delle partite importanti, sai, quando sono troppo agitato."
"Ma non è vero! Io non ho mai..." mi fissavi, un sopracciglio alzato e la testa inclinata verso di me. Due chiazze di rossore vermiglio ti si andavano allargando lente sugli zigomi.
"Bea!" Capii. Dopo jn attimo, finalmente capii quello che mi stavi dicendo ed esplosi in un delirio di ilarità,  lasciando cadere i libri sull'altro letto ed appoggiandomi alla parete. Ansimavo, ridendo senza riuscire a riprendere fiato, e iniziai a lacrimare. Eri sempre più rosso e, ogni volta che ti guardavo, un nuovo scoppio di risa minprendeva senza che riuscissi a smettere. Tua madre entrò, con un lieve sorriso accomodante. "Vi divertite? Di cosa parlate?"
"Di strategie pre gara." Rispondesti tu serio.
"Mi sta insegnando a gestire l'ansia!" Ansimai io "attraverso l'esercizio fisico." A quel punto tu ti premesti le mani sul viso e ti lasciasti cadere all'indietro sul letto, scosso dalle prime risate.
"Ah!" Commentò zia Sissi dubbiosa "ma non so quanto esercizio potete riuscire a fare, da qui a domani."
Fu il colpo di grazia. Iniziammo ad ululare come cani alla luna, presi da un attacco di ridarella come non ce ne capitavano da anni. Ogni volta che tentavamo di calmarci, era sufficiente che ci guardassimo in faccia per riattaccare da capo.
Alla fine dalla porta sbucarono entrambi i nostri padri, che fissarono la scena con aria perplessa. La zia si strinse nelle spalle, senza riuscire a spiegare loro nulla.
"Sarà un po' di nervosismo." Commentò laconico mio padre. Il tuo scosse la testa e ti lanciò un brusco richiamo.
"Piantala di fare casino, che non sei un moccioso! Tirati su!" Ti rialzasti, con gli occhi lustri dal troppo ridere, ma un'espressione già seria in volto. Anche quel momento di gioia era finito.

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