Non mi fu facile distaccarmi da Federica. Venne a dirmi addio, o arrivederci, come usa anche quando di rivedersi nom si nutre alcuna speranza, due giorni dopo il natale e non riuscii a trattenere qualche lacrima.
Mi sembrava di perdere l'unico filo che mi legasse al mondo fuori di quella casa e di rimanerne slegata, come un telefono staccato, che non può portare la voce da nessuna parte.
Per reazione, finii per passare ancora più tempo sui libri, tanto che alla fine perfino tu trovasti di che lamentarti.
"Oh, dai, siamo in vacanza!" Protestasti un mattino entrando nella mia stanza e trovandomi in pigiama, seduta alla scrivania, che rileggevo ossessivamente Orazio, tormentandomi la punta di una delle trecce che usavo per dormire coi denti. "Pensavo che dormissi ancora, quando sono entrato, perchè..." ti bloccasti, fulminato da un'idea. Boccheggiavi.
"Dario? Tutto bene?"
"Bea, ma tu stai leggendo?"
"No, guarda, sto ballando il twist, ma lo nascondo benissimo. Che domande mi fai?"
"Bea?"
"Dimmi, Dario, mi fai paura!"
"Bea, io pensavo che stessi dormendo."
"Ho capito. Beh, non sto dormendo. Ti turba così tanto? Mi spieghi anche a me, per piacere?"
"Pensavo che stessi dormendo perché c'era tanto silenzio! Bea, stai leggendo senza la voce, te ne sei accorta?"
Abbassai gli occhi sul libro, come chiedendogli conferma delle tue parole e, come per miracolo, mi resi conto che era vero.
"Passami un libro in italiano." Ti ordinai frettolosa, tendendo la mano verso di te. Ne afferrasti uno a caso dalla mensola e me lo allungasti.
Lo aprii con tanta fretta da rischiare di strapparlo, verso il centro, e fissai gli occhi sullo stampato.
'La porta si aprì lasciando passare un altro uomo in giacca e cravatta'.
Vedevo l'uomo, vestito di un completo scuro ed elegante, attraversare la porta con passo sicuro. Lo vedevo. Nella mia mente, alla parola seguiva l'immagine, senza alcuna fatica.
La vista mi si offuscò.
"Dario."
"Allora?"
"Ci riesco." Ero confusa, quasi smarrita. Dopo sette mesi di lotta, di conquista centimetro per centimetro, mi sembrava che quel qualcosa che mi bloccava la mente avesse stupidamente ceduto, come una porta che si è tanto a lungo tentato di abbattere e si scopre non essere chiusa a chiave.
Mi alzai in piedi, di fronte a te, cercando le parole per dividere con te quello che sentivo nel cuore, ma poi tu mi abbracciasti. Come se quell'abbraccio fosse il segnale che stavano attendendo, le mie lacrime si sfogarono in un rapido acquazzone.
Mesi di fatica, la paura di dovermi portare addosso quella croce a vita, la vergogna quando dovevo leggere in classe, mentre tutti mi sentivano sussurrare come una bambina che imparasse allora, la tristezza di aver perso la mia unica amica, perfino, tutto si mescolò in quel pianto.
Ti strinsi, nascondendo il viso sul tuo petto, e desiderai poter restare lì, al sicuro, fra le tue braccia, per tutta la vita.
D'improvviso mi sentivo vuota come un guscio e non mi importava più di nulla: del certamen, della scuola, dei nostri genitori. Era come se avessi affrontato una salita immane per scoprire che, dalla cresta del crinale, l'unica cosa che si vedeva era un precipizio.
Volevo restare lì, premuta contro la tua felpa grigio stinto che odorava di bucato, e basta.
Rimanesti in silenzio per il tempo che servì ad esaurire le mie lacrime, capendo che non si trattava di lacrime di sconforto, ma di sollievo, in virtù del legame che ci consentiva di capire queste cose da sempre.
Quando mi fui calmata, cercasti con gentilezza di allontanarmi quel tanto che ti sarebbe bastato per guardarmi in faccia, ma ti strinsi più forte, per impedirtelo.
"Oh, amore, basta adesso, dai. È passata. È finita."
"Lo so."
Rimasi ostinatamente avvinghiata a te, rifiutando di ammettere di nuovo il mondo al mio cospetto.
"Bea? Amore?"
"Cosa vuoi?"
"Me lo dici cosa c'è che non va? Come mai non stai saltando di gioia?" Mi occorse un attimo per trovare una risposta alla tua, peraltro lecita, domanda e, quando la trovai, non era una risposta, ma un'altra domanda.
"E adesso?" Chiesi contro il tessuto morbido ed un po' liso su cui poggiavo il viso. Le tue mani iniziarono lentamente a snodare una delle mie trecce, con metodo, senza affrettarsi.
"E adesso andiamo giù, facciamo colazione, diamo la bella notizia a tutta la truppa e poi festeggiamo." Mugolai scontenta della tua risposta, che mi pareva fatta per evitare il nocciolo della mia domanda. Senza smettere di snodarmi i capelli, una treccia era finita e passasti all'altra, riprendesti a parlare com voce calma.
"E adesso niente, amore. Adesso continui a fare quello che devi fare, ma farai meno fatica. Tutto qui."
"Dario?"
"Dimmi."
"Secondo te da quanto tempo ci riesco e nom me ne sono accorta?"
"Difficile a dirsi. Una volta che hai preso l'abitudine di leggere così, a voce alta, può anche essere che tu abbia continuato senza stare a pensarci. O sbaglio?"
"Non sbagli."
"Dai, Bea. È una cosa bella."
"Lo so."
"E allora, me lo fai vedere il muso?"
"No. Non ancora. Ti prego." Non mi sentivo pronta a slacciare quell'abbraccio, avevo bisogno di altro tempo per accettare il fatto che quella prova era stata superata.
Con un sospiro paziente, posasti le mani sulle mie spalle, stringendomi a te.
"Quando vuoi. Coi tuoi tempi. Considera che sto morendo di fame, però." Come a comferma delle tue parole, sentii rumoreggiare il tuo stomaco.
"Ma a parte il mangare, che priorità hai, tu?" Risi, sempre affondata sul tuo petto. Il tuo cuore batteva lento e regolare, trasmettendomi calma e forza, in un suono dolce che mi riscaldava l'anima.
"Ovviamente il sesso, che domande." Risi di nuovo. "Guarda che sono serio."
"Che scemo. Grande, grosso scemo."
"Che è sempre meglio che bassa, striminzita e scema, o no? Almeno compenso con la quantità."
"Io non sono striminzita! Smettila! Sono fin troppo in carne!"
"Mm. Come no? Se ti dimostro che ho ragione, poi mi porti a mangiare?"
"Si, va bene. E come pensi di dimostrarmelo, sentiamo?"
Infilasti le mani sotto le mi braccia e mi alzasti, senza scomporti, fino al livello dei tuoi occhi. Sorridevi con aria saputa.
"Allora? Hai visto che ho ragione io?" Guardai i miei piedi che pendevano ad una ventina di centimetri dal pavimento e mi scappò di nuovo da ridere.
"Mettimi giù. Va bene, hai vinto."
"Vertigini, eh? Capisco. Non sei abituata."
Mi posasti delicatamente a terra e ci avviammo verso il tavolo della cucina al piano di sotto, fulcro e meta dei tuoi desideri, in quel momento.
"Dario, ma come fai? Come mai sei...imsomma, sembri un sacco forte."
Scuotesti la testa, con aria di superiorità.
"È una questione di baricentro, non di forza muscolare. Oddio, anche quella, ma una cosa come quella che ho fatto prima non me richiede tanta. Potresti tirare su anche tu me, sai? Basta solo che sposti il peso indietro e tieni i gomiti ben attaccati ai fianchi. È una sciocchezza."
"Ma tu te le sogni di notte, ste cose?"
"No, di notte sogno altro. Queste cose si trovano al di là della tua comprensione, Bea, in una cosa chiamata 'fisica meccanica'. Ma non ti sforzare."
"Povera me. Guarda che incomimcio a chiamarti 'principe' come fa Andrea, eh?"
Ti fermasti a guardarmi, a metà dell'ultima rampa di scale, con la mano posata sul corrimano e la testa voltata nella mia direzione.
"Com'è che mi chiama?"
"Dai, non te l'ho mai detto? Ti chiama 'il principe'. Quando mi aveva portato, ecco, dietro la tua scuola per vederti" facesti una smorfia amara nel sentirti ricordare quell'episodio "mi diceva 'oggi il principe tiene corte'".
"Pensa te! Ma perchè proprio 'principe'?"
"Oh, credo sia un'allusione alla tua innata modestia ed umiltà." Ridacchiasti, riprendendo a scendere le scale.
Tutti furono molto felici di apprendere la grande novità e mio padre fissò di lì a poco un appuntamento con il medico che mi aveva seguita durante la mia convalescenza, per 'farmi revisionare', come disse lui, ridendo, quel pomeriggio.
Passai i giorni successivi mettendo e rimettendo alla prova in ogni modo i miei nuovi limiti.
Alcune cose mi riuscivano ancora difficili, primo fra tutti usare correttamente un dizionario, per mia sfortuna, perchè da quegli elenchi nudi di parole faticavo a ricavare un signficato.
Per quanto riguardava i simboli diversi, come quelli del greco e della matematica, invece, la mia estrema difficoltà degli ultimi mesi aveva avuto un effetto imprevisto: costretta come ero a concentrarmi un un modo quasi ossessivo per decifrarli, avevo ottenuto un notevole miglioramento in entrambe le materie.
Scoprii che riuscivo di nuovo a riconoscere le cifre ad un primo sguardo, senza difficoltà particolari, e a leggere in modo sufficientemente scorrevole il greco, ma continuai a dedicarvi un supplemento di attenzione, perchè ugualmente mi sembravano infide e sdrucciolevoli come il ghiaccio sottile.
Fu circa a metà mese, quando il neurologo aveva già sentenziato che la mia ripresa era quasi totale e che non ci saremmo ragionevolmente aspettare ulteriori miglioramenti, che tu, mentre mi correggevi, come al solito, i compiti, mi chiamasti con aria sorpresa.
"Bea! Vieni qui!" Girai attorno al tavolo e mi sporsi da sopra la tua spalla per fissare gli occhi sul mio povero, cincischiato, quadreno di algebra.
"Cosa c'è, stavolta?" Girasti su di me uno sguardo luminoso.
"È giusto! Questo esercizio qui è tutto giusto! E anche questo! E qui, vedi, hai dimenticato solo di riportare questo pezzettino nel passaggio in fondo, ma è giusto anche questo. Vanno tutti bene!" Mi sorridevi con la gioia di chi ha appena fatto una scoperta capace di cambiarti la vita e non seppi cosa rispondere. Si trattava di quel tipo di esercizi che sono, per me, ancora oggi annoverabili solo fra gli atti di auto erotismo della mente, quelli in cui, partendo da um'equazione volutamente complessa, si finisce per tracciare un qualche genere di curva sul piano cartesiano.
"Beh, bene, no? Meglio così."
"Sei proprio una bastian contraria, però." Mi dicesti, ancora con quell'aria felice ed orgogliosa. "Adesso che finalmente hai una scusa per non capirlo, ti metti a fare tutto per benino."
"Magari a forza di insistere mi hai contagiata." Sollevasti un sopracciglio con aria scettica.
"Quanto fa sette per otto?" Domandasti rapidamente. Rimasi per un attimo attonita dal brusco cambio di tono e di argomento.
"Ma scusa, cosa c'entra?"
"Lo sai o no?"
"Cinquanta...qualcosa."
"Non ti ho contagiata." Scollasti il capo con aria falsamente abbattuta. Abbassasti la testa e iniziasti a ridacchiare stupidamente.
Hai sempre avuto un modo strano di ridere, contagioso, sillabico, a occhi stretti e con le spalle che si scuotevano. Non riuscivo a rimanere seria, quando iniziavi a fare così. Abbracciai le tue spalle e posai la guancia sui tuoi capelli, ridendo a mia volta.
Ti accompagnavo sempre agli allenamenti e, sempre, restavo sulle scalinate ad osservare.
Spesso anche Vittorio e Gregorio si trovavano lì.
Se con Gregorio continuavo a non riuscire ad andare daccordo, il mio atteggiamento nei confronti di Vittorio, dopo quello che ti aveva detto quella primavera e dopo aver visto che realmente teneva fede coi fatti alla parola data, senza parlare con nessuno di quanto sapeva e senza trattarti in alcun modo diversamente, si era alquanto ammorbidito.
Parlavo con lui, di tanto in tanto, ed era cortese, nei miei confronti, forse perfino di più da quando era venuto a conoscenza di ciò che realmemte c'era fra noi. Ti ammirava sinceramente e accoglieva con orgoglio ogni confidenza ed ogni favore che tu reputavi giusto far cadere su di lui.
Accadeva anche, a volte, che mi osservasse in un modo strano, tanto da indurmi ad una risata o ad um gesto di stizza nei suoi confronti.
Quando, ad esempio, Gregorio ci allietò per due ore piene facendo illazioni sull'autrice misteriosa di un segno color porpora che ti scendeva dalla base del collo fin dentro il colletto della maglia, la notte precedente era stata impegnativa e io stessa avrei potuto mostrargli alcune ferite di guerra che nulla avevano ad invidiare, il suo sguardo insistente gli meritò uma robusta gomitata fra le costole.
"Eh, ma mica lo dice chi è stata. Da quando si è mollato con quella là, neanche una parola. È un signore, da questo punto di vista. Dico, avete visto che succhiotto? L'avete visto?" Gregorio sorrideva allusivamente. Vittorio mi guardava, poi distoglieva gli occhi, poi, senza volere, si trovava a guardarmi di nuovo.
"E tu, Bea, lo sai chi è stata? Dai, ne saprai qualcosa." Mi strinsi nelle spalle.
"Cosa vuoi che ti dica, c'è sempre un gran traffico. Non saprei dirti chi abbia fatto questo, piuttosto che quello." Mi veniva da ridere. Mi guardava, distogleva gli occhi, mi guardava.
"Ah, lo sapevo, io. Vedi, Vitto? Così si fa, con le donne. Senza offesa, eh, Bea? Non parlo mica delle brave ragazze come te."
"Figurati."
La 'quella' di cui parlava, quando rimpiangeva i bei tempi in cui poteva vivere nella sua fantasia quello che tu facevi, era ovviamente Viola, mai nominata esplicitamente, per il semplice fatto che, spesso, si trovava a pochi passi da noi.
Gli occhi di Vittorio ne erano irresistibilmente attratti e l'espressione che prendeva, quando si posavano su di lei, mi fece ben presto persuadere che non era semplice libido, quella che lo muoveva.
Attesi con impazienza che arrivasse un giorno in cui potergli parlare da sola, senza l'ingombrante presenza del vostro viscido amico.
Arrivò quel giorno, dopo tanto attendere, ai primi di febbraio. Voi eravate appena usciti dagli spogliatoi per iniziare l'allenamento e fuori era un giorno tanto grigio che ogni colore sembrava evaporato da mondo. In giorni così, si perdeva perfino il ricordo della primavera.
"Vitto, ma posso farti una domanda un tantino personale?" Annuì. "Ma sei proprio inmnamorato di lei, o cosa?" Un lieve colore rosato gli salì alle guance.
"Io non lo so. Non è che abbia tanta esperienza, in quelle cose lì. Lei...mi piace guardarla. Mi fa sentire bene, quando la guardo. Mi piacerebbe parlarle."
"E perchè non le vai a parlare?"
"Non ci riesco." Ammise. Aggrottai le sopracciglia e stavo per chiedergli il motivo, quando riprese "insomma, dai, che cosa le dico?"
"Io proverei con 'ciao'. Di solito è un buon inizio."
"Si, va bene, ma, dai, cosa si dice a una ragazza per farsi piacere? Come si fa? Tipo, lui" Accennò col capo al campo "come ha fatto con te?" Mi strinsi nelle spalle.
"Non saprei. Per noi è stato sempre così. "
"Sempre?"
"Da quando mi ricordo io, l'ho sempre amato. E mi sa che per lui è uguale."
"Sempre." Sospirai spazientita.
"Boh, avremo avuto un cinque anni, circa."
"Ecco. Così funziona. Vedi? Avrebbe dovuto capitare a me. Lui ne trovava di sicuro un'altra, di ragazze." Ci mise qualche secondo per rendersi conto della gaffe e scusarsi.
"Insomma, se vuoi ti dò una mano."
"Con Viola?" Il suo viso si accese di speranza.
Decisi di dargli davvero una mano. Avevo la sensazione di essere, o meglio che fossimo entrambi, in debito con lui per il suo silenzio e quella mi parve una buona occasione per restituirgli il favore. Con tutto l'impegno e la santa pazienza del caso, iniziai a scambiare qualche parola con lei. Non mi fu affatto difficile, dato che aveva sempre cercato di attaccare bottone, ma impiegai più di due settimane di scialbe ed inutili conversazioni per portare la sua atrenzione su di lui, che sedeva alla nostra destra, guardandola di sottecchi mentre annuiva a tempo col soliloquio di Gregorio.
Un'altra settimana o poco più mi occorse a farle capire che era interessato a lei, senza cedere alla tentazione di abbandonare l'impresa per semplice esaurimento delle mie scorte di pazienza.
Alla fine di questo snervante lavoro, punteggiato qui e là dalle tue prese in giro e dai tuoi sguardi ironici, ottenni che lei iniziasse a pavoneggiarsi palesemente di fronte a Vittorio, in attesa di un qualunque suo segno di favore.
Mi sedetti accanto a lui.
"Vai."
"Dove?"
"Per favore, Vitto, non farmi essere volgare. Vai a parlarle. Presentati."
"Magari domani..."
"Domani non la vedi. Vai adesso." Era seduta qualche gradino sotto di noi, con le spalle ben erette a mostrare il seno. Vittorio strinse le labbra e scosse cocciuto la testa. Aveva addosso una fifa tale da emanare un metallico odore di adrenalina.
Presa da esasperazione, feci la prima cosa che mi venne in mente. Afferrai il suo zaino, posato accanto a lui ben chiuso, e lo lanciai, letteralmente, più vicino che potevo al punto in cui lei era seduta.
Vittorio impallidì e lei si voltò di scatto.
"Dì qualcosa, pezzo di cretino!" Gli sussurrai dall'angolo della bocca.
Per un lungo attimo parve incapace di muoversi o emettere suono, poi, miracolosamente, imbandierò un qualche tipo di sorriso.
"Scusa, mi è scivolato." Le disse con voce ferma.
Scese i gradini che li dividevano e si fermò a parlarle. Lei gli sorrise fin dal primo momento.
Mentre lo guardavo sedersi, con lo zaino fra le gambe, cercai i tuoi occhi in mezzo al campo.
Sentendoti guardato, ti voltasti verso di noi e un'espressione esageratamente stupita, da teatrante, di attraversò velocissima il volto, prima di tornare alla compostezza abituale.
Da dietro le loro spalle, ti feci con le dita il segno della vittoria. Avevamo ripagato il nostro debito.
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