Passai i due esami di riparazione che mio padre aveva concordato come prezzo per non farmi perdere l'anno a pieni voti.
L'uno, di storia, grazie alla costanza del mio lavoro e del mio impegno. L'altro, di chimica, grazie alle tue puntogliose e, per certi versi, esasperanti lezioni private.
Data un'occhiata al programma, avevi allungato da sopra il foglio uno sguardo ironico.
"No, dai, sul serio a questo punto studiate sta roba? E poi, cos'altro fate? Ritagliate le figure con le forbici arrotondate e cantate tutti assieme?"
Con un gesto elegante del capo, schivasti il libro che ti avevo lanciato in risposta e scoppiasti a ridere.
"Guarda che faccio una scuola rinomata per essere difficile!" Risposi piccata.
"Eh, eh, vedo. Pensa te, al terzo anno arrivate addirittura a fare la teoria degli orbitali! È impressionante!"
"Ma stai zitto, che non riesci a riconoscere il soggetto di una frase neanche se ti morde il naso!"
Scuotesti la testa, ancora ridacchiando.
"Allora, dai, dall'inizio. Definizione di atomo."
"Ma guarda che mi interrogano di sicuro sulle ultime cose, verso la fine."
"Si, amore mio, anima bella, ma questa è una materia vera, non uno dei voli di fantasia che ti piacciono tanto, sai, e si dà il caso che se non sai le prime cose non capisci le ultime. Quindi: definizione di atomo."
Cercai di ricordarla e te la spiegai, in qualche maniera. Non fosti affatto soddisfatto. La rileggesti dal libro e me la domandasti nuovamente. La ripetei, cambiando giusto qualche parola. Me la rileggesti e me la domandasti ancora.
"Ma era giusta!"
"No, quella che ti ho letto io è giusta. La tua è inventata."
"Mai sentito parlare di sinonimi?"
"Mai sentito parlare di precisione? Se avessero voluto usare un sinonimo, quelli che l'hanno scritta, l'avrebbero usato. Se c'è scritto così è segno che va detto così e basta. Dai, su, definizione di atomo."
Sospirando la ripetei correttamente. Passasti alla definizione successiva e a quella dopo ancora, sempre allo stesso modo.
Era così, con te, in tutto. L'idea che esistesse più di un modo corretto di fare qualcosa ti era semplicemente sconosciuta.
Passasti le successive due settimane camminando avanti e indietro, avanti e indietro, come una belva in gabbia, nella mia stanza, martellandomi in testa tutto quello che dovevo sapere. Gli esercizi li facevo a voce alta, in modo che potessi correggermi senza aspettare che li finissi. Eri esasperante e paziente e dolce.
Una sola volta quasi arrivasti a inquietarti con me e fu quando continuai per quasi un'ora a sbagliare metodicamente gli esercizi di bilanciamento.
"Ma porca miseria, Bea! Conta sulle dita, se ti serve! Tante ce ne sono di qua, quante ce ne devo o essere di là. È difficile? Ho tre mele in mano, le metto nella torta, quante cazzo di mele ci potranno mai essere dentro alla torta? Venti?"
"Non ti arrabbiare!"
"E allora tu usa la testa!" Capii che davvero ti avevo fatto spazientire e mi alzai per abbracciarti e stamparti sul viso una manciata di piccoli baci, per premiarti del lavoro ingrato che stavi facendo con me.
"Ruffiana." Sorridesti, accarezzandomi in viso. Ti rubai un bacio sulle labbra e tu me lo restituisti, prima di spingermi delicatamente verso il quaderno aperto sul tavolo. Cercai di non sbagliare più.
Il nuovo anno iniziò e portò con sé una notizia triste, seppure prevedibile: Marco Sassi, il tuo capitano, se ne era andato dalla squadra.
A vent'anni compiuti, era rimasto il più anziano, fra voi, ed era passato a giocare in una squadra di ragazzi più grandi.
L'avevano seguito un paio dei ragazzi con più anzianità ed ora vi trovavate a dover scegliere due nuovi titolari.
Ero presente il giorno in cui l'allenatore vi riunì, prima di iniziare l'allenamento, vi comunicò chi avesse scelto come nuovo capitano, un ragazzo di un anno più di noi, Montesi, e vi domandò chi, secondo voi, avrebbe dovuto ricoprire i posti rimasti liberi.
Per acclamazione, uno dei due fu scelto immediatamente come playmaker. Era un ragazzo in gamba ed eravate sempre andati daccordo, così ti trovasti ad eaultare imsieme agli altri, soddisfatto della scelta.
Dovevate scegliere l'altro, che avrebbe ricoperto il ruolo di guardia tiratrice. Era il giocatore che sarebne stato più vicino a te e ti guardasti attorno incuriosito.
Il nuovo capitano propose un nome. Ti vidi annuire e sembrava tutto a posto, quando uno degli altri ragazzi se ne uscì con uma controproposta. "Beh, però lui gioca meglio." Indicava Andrea, che lo osservò spiazzato quanto te.
L'allenatore li valutò per un attimo, pensoso, in silenzio, prima di decidere di rivolgersi a voi.
"Allora, dai ragazzi, vediamo se riuscite a far finta di essere uma squadra. Chi volete?"
Lentamente, con aria riluttante, ognuno dei ragazzi espresse la sua preferenza. Uno dopo l'altro, chi giustificando la sua risposta e chi rispondendo seccamente, pronunciarono un nome. Alcuni di loro, semplicemente, quando si ritrovarono addosso tutti gli occhi, fecero un passo indietro, scuotendo la testa. Nessuno disse loro nulla. Quando alla fine, rimaneste tu e un pochi altri ragazzi, quelli ti guardarono in faccia e, abbassando lo sguardo, si rifiutaro o di rispondere.
"Allora, Dario? Chi vuoi? Chi pensi che giochi meglio?" Ti apostrofò l'allenatore, fissandoti accigliato.
Tu girasti gli occhi attorno, umettandoti le labbra. Sembravi quasi spaventato e nessuno degli altri incrociò il tuo sguardo. Finisti per scambiare una lunga occhiata con Andrea, che, solo, ti guardava in faccia e, fissandoti, si strinse appena nelle spalle, come a dire 'fai quel che devi'.
Voltasti la testa di lato, come cercando di decifrare l'intrico di avvisi appuntati sulla bacheca di sughero fissata alla parete e, incrociando le braccia sul petto, ti schiaristi la voce.
"Gioca meglio Vasirani." Biascicasti a denti stretti.
Gli occhi quasi mi uscirono dalle orbite e non a me sola. Attorno a te molte teste si alzarono, come quelle di animali che fiutano il fumo. L'allenatore annuiva con aria soddisfatta e Andrea sembrava fosse stato centrato da un fulmine: per una buona volta, ogni ombra di sorriso si era cancellato dalle sue labbra, lasciando il suo viso vuoto come una parete bianca. Guardandolo, capii per quale motivo sorridesse tanto. Appariva terribilmente nido ed inerme, come un qualche tipo di larva, senza la sua solita aria vivace a fargli scudo.
Vedendoti prendere quella decisione, molti dei ragazzi che si erano tirati indietro ti si accodarono, facendo il suo nome, e finì che fu lui ad essere preso fra i cinque titolari.
Fu um breve, ficacco allenamento pro forma, dopo il quale schizzasti fuori dagli spogliatoi veloce come un lampo, coi capelli ancora umidi che ti si incollavano all'indietro sulla testa, dandoti un'aria da pulcino che mi fece sfarfallare il cuore in petto.
Marciasti deciso verso di me, mi prendesti per un braccio e continuasti a camminare, senza una parola, fino a fare il giro della palestra.
Quasi non sussultavo più, passando di fronte a quel famoso muro.
Arrivammo alla panchina che si trovava dietro l'edificio, incastrata fra l'erba stenta e un cespuglio. Ti lasciasti cadere, prendendoti il viso fra le mani e poggiando i gomiti alle ginocchia.
Mi avvicinai e ti posai la mano sulla spalla, con dolcezza.
"Dario?" Mugolasti disperato. "Darietto?"
"Cosa cazzo mi ha preso?" Ti lamentasti piano.
"Mah, non saprei. Gioca meglio davvero?" Annuisti, muovento la testa contro i palmi.
"Si, ma chi se ne frega? Insomma, adesso me lo trovo sempre in mezzo ai maroni ed è pure colpa mia! Potevo tacere? No! Ho dovuto aprire la mia boccaccia e dire stronzate!" Iniziasti sottovoce una giaculatoria di parolacce ed insulti, completamente rivolti a te stesso. Sarebbe stato anche comico, se tu non fossi stato tanto evidentemente arrabbiato e sconvolto. Avevi avuto la possibilità di calcargli il tacco sul collo, finalmente, dopo tre anni di schermaglie, e, invece, eri stato proprio tu ad aiutarlo. La faccenda era totalmente al di là della tua comprensione.
Io, invece, avevo l'impressione di capire il perchè. Dopotutto, il Dario che io conoscevo non poteva fermarsi alla porta di casa. Questa volta, era venuto fuori anche lì.
Ti faceva arrabbiare, questa millimetrica perdita di controllo su te stesso, ti bruciava come il fuoco, esserti mostrato per la persona corretta e gentile che eri, di fronte a quelli che consideravi 'gli altri' e, in modo particolare, di fronte a lui. Ma ciò che era fatto era fatto e non lo potevi cambiare.
"Sono un deficiente." Concludesti cupo, abbassando le mani fra le cosce. Guardavi di lato e potevo riconoscere nei tratti tirati del tuo viso la rabbia che ti montava dentro. Eri arrabbiato con te stesso e, proprio per questo, sapevo ch era meglio lasciarti in pace, almeno fino a quando non fossi stato pronto a parlare di nuovo. Avevi la tendenza ad esplodere, quando venivi disturbato in quei momenti.
Malauguratamente, dall'angolo dell'edificio spuntò la testa ricciuta di Andrea. Doveva averci cercati, per arrivare fin lì, probabilmente per scambiare qualche parola con te.
Tu eri amcora seduto, immobile, con lo sguardo fisso sull'erba accanto alla panchina e il respiro pesante dei tuoi momenti peggiori.
Guardai in faccia Andrea, mentre si avvicinava, attirai i suoi occhi nei miei e dissentii col capo, senza parlare. Sperai che capisse e se ne andasse, invece sembrò incuriosito da quel che stavo facendo e si avvicinò ancora. Spalancai gli occhi ed esagerai il movimento della testa, destra, sinistra, centro. Allontanati, per favore. Non è il momento.
Si limitò a sollevare un sopracciglio, imcuriosito e a procedere fino accanto a te. Ti vidi chiudere fli occhi, con le narici chenti fremevano, al suono del suo passo e iniziai mentalmente a pregare che tu riuscissi a controllarti.
"Senti, volevo ringraziarti. Cioè, non me l'aspettavo proprio, da te." Non ricevendo alcuna risposta, credette opportuno spiegarsi meglio "insomma, io ci tenevo davvero, a questa cosa, e credevo che se fosse dipesa da te, me la sarei potuta sognare, invece, dai, sul serio, grazie!"
Avevi chiuso i pungi, ma per il resto rimanevi immobile, come se tentassi disperatamente di farti di pietra.
"Vedi che sei un buon diavolo, in fondo!" Sorrise Andrea.
Ti vidi voltare lentamente la testa verso di lui e feci un passo indietro. Preferivo non essere nel tuo campo visivo, in quel momento specifico. Lo guardasti da sotto in su, le iridi ancora più chiare per il sole del pomeriggio, i capelli arruffati dall'asciugarsi all'aria e la pelle del volto pallida ancor più del solito.
"Ma grazie, Santissimo Vasirani. Sono assolto dei miei peccati, dunque?" Lo stesso tono mellifluo che ti avevo sentito in bocca poco prima di attaccare quel ragazzo dietro la tua scuola. Ancora mi suonava strano, ma Andrea doveva conoscerlo molto bene, perchè immediatamente cambiò espressione, chiudendosi, aggressivo.
"Pensi di farmi paura?" Strinsi le labbra fra i denti: risposta più sbagliata non avrebbe potuto immaginarla. Un sorriso quasi angelico ti si dipinse in volto.
"No. Non voglio farti paura. Voglio esporti un dato di fatto." Iniziasti ad alzarti lentamente, molto lentamente, come faceva tuo padre quando voleva sottolineare la sua mole. Funzionò anche per te. Pareva che non dovessi più finire di alzarti. "Se tu adesso mi salti un allenamento, bada bene, uno solo, e mandi a puttane le cose...io mi arrabbio. Molto. E, se ben ricordi, quando io sono arrabbiato con te tu tendi a distrarti. E quando ti distrai ti fai male, Vasirani."
"Mi stai minacciando?"
"No. Te l'ho detto, sto esponendo dei dati di fatto."
"E chi ti darebbe il diritto di darmi ordini, sentiamo? Principe di vaffanculo, se non te ne sei accorto, gioco bene."
"Se non me ne fossi accorto non l'avrei pubblicamente ammesso, testolina di cazzo. Non ho detto che non sei bravo. C'è che sei un...un..." ecco fatto, ti eri impuntato "irresponsabile!" Esplodesti, come tacciandolo della peggiore delle colpe. Lui batté le palpebre confuso.
"Irresponsabile?"
"Si! Si, credi di essere il genio, la matta del mazzo, quello che gli basta il talento che dio gli ha dato e fa il porca puttana genio ribelle! Ma se per fare la tua scena rovini questa cosa, giuro su dio che ti alzo a calci in culo, e poi se vuoi puoi andare in giro a dire che ti ho fatto la bua! Ci siamo capiti?" Camminavi avanti e indietro, durante questa tirata, nervosamente, nei tre passi che avevi a disposizione. Andrea ti fissava nemmeno avesse visto un fantasma e ci misi qualche secondo a capire il perchè. Ti vedeva.
Non l'aria di distaccata indifferenza che usavi di norma, non la tua parlata strascicata e pedante, quella che ti aveva sempre sentito in bocca, vedeva te. Stavi gesticolando come un vigile impazzito e parlavi nel tuo tono normale, sincopato, a brevi mitragliate di parole, senza badare troppo alla grammatica.
"Oh, va bene. Se è tutto lì il problema." Ti bloccasti dov'eri, volgendo su di lui uno sguardo sospettoso. "Ho detto che va bene. Faccio il bravo ragazzo preciso e sgobbone. Era comunque quello che avevo in mente di fare. Daccordo?" Ti sgonfiasti, non trovo un'altra parola. Le spalle ti si rilassarono, il viso ti prese un'aria lievemente stupita e i tuoi pugni stretti si sciolsero. Per non più di un secondo, vi guardaste e fu come se vi vedeste per la prima volta. Su di noi calò un silenzio imbarazzato.
"Ah." Fu tutto quello che riuscisti a dire, in un tono piatto da automa.
"Solo una cosa, una domanda." Aggiunse poi. Tu annuisti alla sua volta, per invitarlo a parlare. "Santissimo Vasirani?" Gli tremavano le labbra, pronunciando quelle parole e proruppe in una grassa risata sguaiata.
Col senno di adesso, credo che potesse essere un tentativo di fare amicizia con te, quel suo ridere, in un certo senso, di se stesso.
Su di te, ebbe lo stesso effetto di una secchiata di acqua gelida. Di colpo ti calò sul viso quell'espressione distante che usavi fuori casa, come la celata di um elmo, e torcesti la bocca in una smorfia sprezzante.
Raccogliesti da terra la sacca e lo zaino, in un'unica mano, e ti avviasti a grandi passi furenti verso la strada.
"Vaffanculo." Sibilasti fra i denti e, passando, lo urtasti tanto forte da fargli perdere l'equilibrio. Si sedette a terra, sul cordolo del marciapiede, ancora ridendo ad alta voce, come se non fosse capace di smettere.
Dopo aver fatto un paio di passi, senza voltarti abbaiasti il mio nome, per richiamarmi al tuo fianco. Ero rimasta, trasecolata, ferma in piedi a fissare la scena.
Raccolsi lo zaino e ti raggiunsi camminando più veloce che potevo. Quando mi vedesti affannata accanto a te, senza fermarti rallentasti il passo e mi togliesti lo zaino di dosso, caricandotelo, al soldito, in spalla.
La risata di Andrea ancora si sentiva, anche girato l'angolo dell'edificio.
Arrivammo fino alla strada principale prima che tu riprendessi a borbottare.
"Cretino d'un imbecille deficiente! Prima o poi lo ammazzo! Mi vieni poi a trovare in prigione. Ma l'hai visto?"
"Si, Darietto. Tranquillo, ho visto."
"E io che cercavo anche di parlargli!" Tralasciai il fatto che gli avessi parlato in un tono un tantino forte. Capii quello che volevi dire.
"Dario, tesoro mio, non stare a pensarci, per favore."
"Ah, no?"
"Beh, no. Insomma, sei soddisfatto della squadra?" Riflettesti un attimo sulla mia domanda.
"Si, direi che adesso potrebbe essere migliorata. Insomma, anche considerando i cambi continui, sia lui che io e anche Montesi, riusciamo a reggere un bel po' di tempo di gioco." Annuii.
"Allora hai fatto la cosa giusta per la squadra. Per il resto, antipatico ti stava prima, antipatico ti sta adesso. L'importante è che faccia quel che deve fare, no?"
Ero riuscita a farti vedere le cose da una prospettiva diversa, che le faceva risultare in perfetto ordine, come piaceva a te.
Ti osservai compiaciuta mentre, piano piano, ti rilassavi. Mi guardasti in tralice.
"Però, io ci ho provato, a parlarci. Quindi non può dire...niente."
"Si, ci hai provato. Ho visto."
"Bea?"
"Dimmi."
"Perchè continua a capitarmi fra i piedi, quello lì?"
"Moneta falsa." Ti risposi con un sorriso. Mi sorridesti a tua volta, salendo sul treno.
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