giovedì 12 giugno 2014

Sessantotto

Ognuno di noi aveva affrontato il suo inferno personale, quell'anno.
Tu con tuo padre, io con quello stupido incidente e tutto ciò che ne era conseguito.
Avevamo attraversato il fuoco e ne eravamo usciti vivi, più forti e ancora più uniti.
Ancora adesso, quando ripenso a quello che hai fatto per me dopo ciò che mi era successo, ho l'impressione che tu mi abbia portata sulle tue braccia fuori da un incubo, senza mai mollare, senza mostrare neppure un minimo cedimento. Eppure, per farmi tornare la voglia di combattere, ebbi bisogno della tua rabbia, del tuo amore, della fiamma che ti bruciava dentro, così come tu, quando dovesti affrontare la tua prova, avesti bisogno delle acque placide del mio cuore, per ritemprarti.
Non riesco a svincolarmi da questa immagine. Era così: tu eri fuoco selvaggio, un ribollire continuo, mentre dentro di me c'è sempre stata un'ingannevole acqua ferma e lustra, che nasconde impensabili profondità, gorghi e mulinelli.
In momenti come questo, quando mi fermo a riflettere su come fosse perfetto l'equilibrio e la corrispondenza fra noi, come ci fossimo evoluti per essere l'uno il contrappeso e il sostegno dell'altra, mi viene da domandarmi se tutto questo tempo ci abbia veramente cambiati.
Senza più la mia anima ad alimentarla, la tua fiamma arde ancora altrettanto selvaggiamente? Senza il tuo fuoco a riscaldarlo, il mio spirito si è forse raffreddato, diventando una cosa morta e senza colore?
Di certo, è così che io lo sento.
E mentre affronto questa ultima salita, ritornando con la mente all'estate in cui abbiamo compiuto diciassette anni, in cui ci sentivamo la vittoria  già in pugno, in cui eravamo tanto  vicini alla disfatta, non è rimpianto o tristezza, quello che mi invade.
È,  come è sempre stato, solo amore.

Fu un compleanno in sordina, quello che festeggiammo quell'anno. Per darmi il tempo di stare meglio, lo fesreggiammo vicinissimo al mio, insieme, come avveniva da anni. Il cinque di giugno ti accontentasti di stare con noi, a farti vezzeggiare.
Passarono a trovarci gli amici, ma rimasero solo poche ore, il tempo di un saluto.
Federica sarebbe partita l'indomani per il mare ed era elettrizzata dall'idea di rivedere il suo Nando. Mi accorsi, con una certa tristezza, che la sentivo più lontana che mai.
Tu ricevesti i tuoi due amici storici, ma anche, alla spicciolata, i tuoi compagni di  squadra e alcuni della tua scuola, che sembravano venirti a porgere omaggio, come ad un principe di sangue.
Mi resi conto che non li trattavi da tuoi pari: venivano cortesemente,  ma freddamente accomiatati dopo poche frasi di rito.
Fu strano vederti con la tua faccia da scuola lì a casa.
Tutto cambiava in te.
Se di norma eri buffo, dinoccolato, scherzoso, in quei  momenti ti vidi drizzare le spalle ed il collo, ergendoti in tutta la tua considerevole statura, calato in un silenzio annoiato, col volto atteggiato a sublime indifferenza.
Dovetti riparare in cucina, perchè correvo il rischio di scoppiare a ridere, vedendoti fare lo sbruffone in quel modo, proprio tu, che non potevi addormentarti senza il bacio di tua madre.
Mi sedetti al tavolo e aiutai Dora a pulire le verdure per la cena, in un amichevole silenzio.
Arrivasti dopo un'ora, congedati Gregorio e Vittorio.
Non riuscii a resistere alla tentazione di prenderti un po' in giro.
Mi alzai velocemente in piedi, vedendoti apparire sulla soglia, e mi produssi in un inchino.
"I sudditi hanno pagato i loro tributi, maestade?"
"Ma cosa?"
"Dobbiamo forse punire qualche villico villanzone? Incendieremo eziandio lo suo granaio!"
"Sei una deficiente! Smettila!" Veniva da ridere anche a te.
"Si, maestade!" Declamai, allargando la gonna in una riverenza.
"Mamma!" Urlasti dietro la spalla "Bea mi prende in giro!" Anche questo era un vecchio scherzo fra noi. Aspettammo in silenzio, contando insieme sulle dita fino a tre. Da lontano arrivò la voce di tua madre.
"Smettila, Beatrice!" Ci sorridemmo, alzando contemporaneamente l'indice, a perfetto tempo con il seguito "e tu lasciala in pace!"
Ridemmo, appoggiandoci l'uno alla spalla dell'altra.
"Non dovete prendere in giro la signora, birbanti!" Ci rimproverò dolcemente Dora "non si fa."
"Scusa." Rispondemmo. Di nuovo in perfetto unisono. Lei ci guardò scuotendo la testa, prima di occhieggiare alle nostre spalle, attraverso la porta aperta.
"C'è ancora uno dei vostri amici." Ci avvisò.
Andammo a vedere e, sulla soglia dell'ingresso, educatamente fermo sullo zerbino, c'era davvero qualcun altro. E chi altri, se non Andrea?
Sporse i palmi, tendendo le mani.
"Pace! Pace. Posso entrare o dai di matto?" Chiese guardandoti sospettoso.
"Entra." Gli rispondesti freddo. Fece un passo avanti.
"Sono venuto a farle gli auguri. Posso?" Parlava ancora con te. La faccenda mi irritava e mi faceva piacere, entrambe le cose. Tu annuisti appena, sporgendo le labbra ed incrociasti le braccia sul petto, piazzandoti a gambe larghe accanto a me. Il messaggio era chiaro: fai quel che devi, ma io di qui non mi muovo.
Andrea ti guardò per un attimo e poi scosse la testa con aria rassegnata, prima di rivolgersi a me.
"Posso farti gli auguri o mi vuoi prendere a schiaffi di nuovo?" Inconsciamente, mi ritrovai ad incrociare le braccia, in una replica della tua posizione.
"No. Non ti prendo a schiaffi, vieni."
"Allora...auguri. Buon compleanno. Ti ho portato questo." Disse sfilando un pacchettino malandato dalla tasca dei jeans. Un regalo. Me lo porse sul palmo aperto, come fossi una bestia feroce.
Non avrei voluto farlo, mi sarei presa a sberle per averlo fatto, ma senza rendermene conto cercai i tuoi occhi, prima di allungare la mano per prenderlo. Annuisti impercettibilmente.
Andrea chiuse gli occhi per um attimo, e vidi muoversi le  sue labbra come volesse parlare, ma rimase in silenzio.
Presi il pacchetto e lo aprii. Era una penna a sfera, decorata a colori vivaci, con una margherita gialla al posto del pilsante dello scatto. Era veramente graziosa e gli sorrisi.
"Bene. Adesso, penso che me ne andrò. Ah, per inciso" si volse verso di te "auguri."
Abbassasti gli occhi annuendo. Sembrava ti vergognassi di qualcosa. Quando lui fece per andarsene, mi venne in mente che avevo qualcosa di importante da dirgli. Allungai la mano e gliela posai sul braccio, per trattenerlo. Mi resi conto che ti eri irrigidito, ma feci lo stesso quello che sentivo di dover fare. Lui guardava la mano bianca sul suo avambraccio dorato e alzò gli occhi su di me interrogativo.
"Volevo dirti grazie. Per il regalo, ma soprattutto per quello che hai fatto il giorno che mi sono fatta male. Per averli fatti allontanare. E per aver detto il suo nome al tizio dell'ambulanza. Per tutto. Grazie."
"Te l'ha raccontato?" Accennò col capo a te, incredulo. Scossi la testa, o almeno ci provai.
"Non è servito, ho visto e sentito io. Comunque, davvero, grazie."
Annuì,  con un sorriso che gli si andava allargando sul volto.
"Si, grazie, Vasirani." La tua voce, poco più di un mormorio, lo raggelò. Non ti guardò in faccia, ma annuì nuovamente.
"Non c'è di che." Rispose. Poi si voltò per andare via. Prima di raggiungere la porta voltò di nuovo la testa e ti guardò. Sembrava davvero che volesse dirti qualcosa di importante, ma non lo fece. Si limitò a salutare ancora una volta e ad avviarsi verso il cancello, facendo scricchoilare la ghiaia bianca sotto le suole.
Senza staccare gli occhi dalla sua schiena, affascinata da quanto era appena accaduto, ti chiesi:
"Secondo te perché è venuto? Voglio dire, dopo quello che gli abbiamo fatto."
"Non lo so. Magari gli piaci ancora."
"Dario, ma se nemmeno mi conosce!"
"Sai." Iniziasti. Ti guardai di sfuggita. Fissavi il cancello da cui era appena uscito e  potevo vedere il tuo pomo d'adamo muoversi. "Di solito è così,  per gli altri."
"Quali altri?"
"Tutti gli altri, Bea. Provano attrazione, a volte anche di più, per gente che non conoscono. Quasi per nessuno è come per noi. Insomma, quanto tempo dopo che si sono conosciuti si sono sposati, i tuoi? Due anni? E in quei due anni quante volte si saranno visti? E per quanto tempo? No, non si conoscevano. Nessuno dei due sapeva con chi aveva a che fare. È così quasi per tutti. Vedono qualcuno, si immaginano che sia così e così,  gli parlano un po' e poi, così, senza aspettare altro, finisce che stanno insieme. Mi sa che è per questo che finisce male tanto spesso."
"Che triste."
"Già. Prova a pensare se tu mi conoscessi oggi. Voglio dire, cosa penseresti di me?" Mi guardai attorno per controllare che non ci fosse nessuno a portata di orecchio.
"Che sei bello come una di quelle statue di Apollo che si vedono nei templi greci. E che sei un fanfarone." Mi sorridesti.
"Ci usciresti con me?" Parlavamo quasi senza voce, girati faccia a faccia, deducendo, più che sentire, le parole.
"Ci farei di tutto, con te." Sollevasti un sopracciglio.
"Ripetimelo dopo il tramonto, se hi il coraggio." Ti allungai una pacca scherzosa sul braccio, facendoti ridacchiare.
"Dicevo, nel senso, ci andrei in capo al mondo, mi sentirei di affrontare qualsiasi impresa! Ma lo sai che se proprio un grosso cretino?" Ormai ridevi apertamente, appoggiato con le spalle allo stipite della porta, con le braccia incrociate all'altezza dell'ombelico. Ti colpii di nuovo, piccoli colpi affettuosi sulle braccia, ed in quella arrivò tua madre.
"Insomma, Beatrice, Dario! Sembrate due bambini! Ma non crescerete proprio mai, voi due?" Le parole erano di rimprovero, ma l'espressione era di affetto.
"Dai, zia, non lo sgridare! Non è mica colpa sua! È stupido, poverino!" Dissi, assestandoti un'ultima manata sull'avanbraccio.
"Beatrice!"
"Si, Bea, fai la brava, non ti agitare! Lo sai che voi cerebrolesi dovete mantenere la calma!"
"Ma, Dario! Ti sembrano cose da dire?"
"No, ma mica lo capisce, povero caro! Il sangue non ci arriva fin là in cima, dove aveva quel po' di cervello! Sdraiati, dai, così scorre in piano!"
"Si, così,  magari, riesci a guardarmi in faccia!"
"Guarda che io sono alta normale! Sei tu che sei non normale!"
"Ma se quando sei andata a sbattere ti sei salvata solo perchè hai preso lo zoccolo del battiscopa, stai zitta!"
"Ragazzi, per cortesia!" Esclamò la zia interrompendoci con aria esasperata. "Ma vi rendete conto di quel che dite?"
Ci guardammo. Scappava da ridere a tutti e due, ma facemmo uno sforzo stoico per restare seri e composti durante la ramanzina.
"E si che vi volete anche bene! Ma cosa credete che possa pensare qualcuno, se vi sente che vi parlate in quel modo? Eh? Vi pare di essere carini? Educati? Dovreste essere gentili uno con l'altro, sempre! Educati! L'educazione è importante fuori casa, ma ancor di più dentro casa. Insomma, Dario, per esempio, ti sembra bello quello che hai detto a Beatrice? E se un domani dovessi pentirtene? E tu, Beatrice..."
"Oh, allora! Se avete finito con la predica io ho bisogno di una mano!"
Era tornato a casa tuo padre, prima del solito. Aveva aperto il bagagliaio dell'auto e trafficava con qualcosa di voluminoso all'interno.
In due salti, letteralmente, scendesti i gradini per arrivare al suo fianco. Ficcasti la testa nell'auto e ti si illuminò il viso. Ero curiosa. Scesi con rigida prudenza e venni a dare una sbirciata.
Erano delle cose, ancora oggi il mio vocabolario è carente in merito, impacchettate in fogli di nylon trasparente. Ti guardai stupita quando ti vidi iniziare a saltellare attorno a tuo  padre, di qua e di là,  come se non riuscissi ad aspettare. Lo zio sorrise, assastandoti una poderosa pacca sulla nuca.
"Sono tutti i pezzi nuovi. Dopodomani caichiamo tutto su um carrello, che me lo prestano, e la portiamo ad aggiustare. La rimettiamo a nuovo, eh?"
"Grazie, grazie, grazie!" Eri felice come un pazzo e, non appena tuo padre si scostò abbastanza da permettertelo, ti caricasti di quegli oggetti e iniziasti a portarli nella rimessa.
Era un sacco di tempo che non mettevo piede lì dentro e non ero affatto preparata a ciò che vidi. La tua moto, solo un anno prima nuova e luccicante, era lì e costituiva uno spettacolo agghiacciante.
La ruota anteriore non c'era più e il pezzo che la sosteneva era orrendamente stortato, come  se qualcuno avesse cercato di svellerlo torcendolo fra le mani. La vernice, rossa e bianca, che tenevi pulita come uno speccio, in modo che riflettesse al sole, era tutta raschiata e graffiata da un lato. Un pezzo della copertura del sellino pendeva triste, come una pelle morta. Sembrava un rottame.
"Oh, dio."
"Che c'è?" Mi domandasti mentre ti affaccendavi a riporre le varie parti di ricambio,  contollandole attraverso l'involucro.
"La tua moto. Dio, l'ho distrutta." La guardasti per un momento.
"Eh, si, un pochino. Ma si aggiusta. Adesso abbiamo tutti i pezzi." Ti stringesti nelle spalle. Io non sapevo come spiegare ciò che provavo. Da uma parte era senso di colpa, certo, per quel che avevo fatto ad uma cosa che amavi tanto e che ti dava tanta gioia, ma, soprattutto, era l'idea stessa di essere stata io. Di essere stata lì sopra, quando era successo.
Allungai la mano e sfiorai una delle manopole rosse. Ricordavo quando mi erano state strappate di mano dall'urto.
"Bea? Che c'è,  stai bene?"
"Mi dispiace così tanto." E non mi dispiaceva solo per la moto. Mi dispiaceva per la moto, per me, per te e quello che avevi passato vedendo tutto accadere  davanti  ai tuoi occhi, per mio padre, per la zia. Perfino per zio Lucio mi dispiaceva, um pochino.
"Te l'ho detto. Si aggiusta. Stai tranquilla, dai." La tua voce era dolce, calda, paziente.
"Ho fatto male a tutto. A tutti quanti. E l'ho rovinata. E tu ci tieni tanto. È colpa mia."
"Bea? Vieni un attimo." Mi attirasti contro di te, sul tuo cuore, cingendomi in un abbraccio discreto, da cugino. "Ascolta. È vero, non voglio dirti balle, hai fatto un po' di casino. Ma si aggiusta. Si aggiusta la moto, mi aggiusto io, si aggiusta tutto quanto. Con me ci sei già quasi riuscita. Ti manca il resto. Se ti fa stare davvero male, allora aggiustalo."
"Ma io non so come."
"Che scemata. Certo che lo sai. Rimetti le cose a posto. Ti metti lì e rimetti tutto a posto. Se vuoi."
Entrò tuo padre e inclinò la testa da un lato, perplesso.
"Ha visto la moto e, sai, si è um attimo emozionata. Passa subito. Vero Bea?"
"Vero. Sto bene. Scusatemi."
"No, no, tranquilla, ragazzina. Insomma, si capisce, dai, ti è tornato un po' di..." fece un gesto con la mano, come a mimare qualcosa che ritorni dallo stomaco fino in gola.
"Si. Proprio. Adesso vado di sopra, se mi scusate." Me ne andai sul mio letto, a riflettere sulle tue parole.
Ci pensai a lungo, sdraiata sul dorso, stesa con tutti i vestiti sul copriletto, immobile come un cadavere, con gli occhi al soffitto.
Rimettere le cose a posto, aggiustare tutto. Ma da dove si co jncia ad aggiustare quello che non si può né vedere né toccare, come il turbamento negli occhi di mio padre o l'eccessiva premura che la zia aveva sviluppato nei miei confronti?
Da dove avrei mai potuto partire, per portare a termine quel compito che mi premeva tanto?
'Al diavolo' riflettei 'è successo tutto quando mi sono rotta io? Allora comincio da lì. Aggiusto me, per prima.'
Mi alzai dal letto e osservai pensierosa i mucchi di libri nella mia stanza. Erano ormai ricoperti da un sottile senso di abbandono e polvere.
Allungai la mano per prenderne uno, ma un senso di urgenza mi invase. C'era qualcosa che dovevo fare, prima.
Scesi di nuovo fin nella rimessa, ormai vuota. Tu e tuo padre eravate da qualche parte, in casa, a discutere di un qualche argomento meccanico.
Mi avvicinai alla moto e con un certo seso di colpa strappai quella parte della copertura che pendeva dal sellino.
Risalii in camera. Era il mio talismano. Dovevo tenerlo sempre di fronte agli occhi, se volevo ricordare cosa avrebbe significato arrendersi, stendersi sul letto che mi chiamava invitante e, voltata la schiena al mondo ed alle sue difficoltà,  sprofomdare nel sonno. Doveva stare con me, dove potessi vederlo. Non ero mai stata un'artista,  ma avevo riparato molte volte, prima con l'aiuto di mio padre e poi da sola, i miei libri,  quando le troppe riletture li mandavano in pezzi. Piegai  la striscia irregolare a mezzo una volta e poi di nuovo. Non andava, troppo spessa. La lisciai, stendendone i bordi slabbrati come una ferita  fresca. Il retro era di tela chiara, ruvida, grezza.
Muovendomi come se sapessi  quello che facevo, la impregnai di colla, la stessa colla densa e pastosa che usavo per le copertine, quando si staccavano. Asciugandosi, diventava dura come il legno. Ne feci un bello strato, spesso, lucido. Si sarebbe asciugato e l'avrebbe preservata intatta. Per anni, forse.
Mi alzai soddisfatta, andando a posarla lontano dal sole, in modo che non si arricciasse, e mi rimnoccai mentalmente le maniche.
Quando salisti da me, mi trovasti seduta a gambe incrociate sul letto, intenta a decifrare faticosamente una pagina, servendo i di un righello per non incrociare le righe.
Ti fermasti per un attimo sulla soglia, osservandomi in silenzio, poi avanzasti a passi cauti, come se temessi di spezzare l'incantesimo.
"Ciao." Ti salutai con calma.
"Cosa leggi?"
"Il buio oltre la siepe, di Harper Lee." Sorrisi "di nuovo."
Ti sedesti ai piedi del letto, poggiando le spalle al muro. Con la punta dell'indice mi accarezzasti i capelli raccolti.
"È bello?"
"Bellissimo."
"Me lo leggeresti anche a me?" Erano anni che non me lo chiedevi e quel particolare mi mostrò la profondità del turbamento che avevi provato.
"Si, vieni." Ti invitai, distendendo le gambe. Ci posasti sopra la testa, come facevi da bambino, ed io iniziai a leggere.
Scoprii con sorpresa che ad alta voce mi risultava molto più facile e mi entusiasmai, andando avanti fino a che non sentii la voce di mio padre risuonare per casa.
Guardai stupita la sveglia sul comodino: erano passate due ore.
Tu dormivi placido, con la bocca distesa in un lieve sorriso e i capelli biondi sparpagliati sulla mia gonna.

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