domenica 8 giugno 2014

Sessantacinque

Il giorno successivo, non appena riaprirono le porte, prestissimo al mattino, ti vidi rientrare dalla porta.
Il tuo aspetto era decisamente migliorato, il tuo viso più riposato ed avevi riacquistato il tuo senso generale di ordinato lindore.
"Buongiorno." Salutasti riprendendo posto sulla tua sedia.
"La scuola?" Ti domandai preoccupata.
"Si dà il caso che oggi sia domenica, Bea." Rispondesti, guardandomi in modo strano. A dire la verità,  anche la tua risposta mi sembrava strana, stonata, ma non avrei sapito spiegare il perché. Solo, mi suonava sbagliato.
"Domenica?" Chiesi. Annuisti lentamente, sempre fissandomi. Mi sforzai di capire cosa potesse mai esserci di sbagliato nel fatto che fosse domenica e, d'un tratto, la risposta balenò chiara alla mia mente, come se qualcuno me la urlasse nel cervello.
"Il certamen! Ho saltato il certamen!" Sospirasti, rilassandoti.
"Qualcuno doveva pur dirtelo, prima o poi." Dicesti allargando le braccia. "Hai dormito per tre giorni. Cioè,  non è proprio che dormissi tutto il tempo, ma anche quando avevi gli occhi aperti..." stringesti le labbra. "Non mi riconoscevi, lo sai? Mi guardavi come si guarda il muro."
Percepii il dolore nella tua voce. Eri dalla parte giusta, così riuscii ad allungare la mano per prendere la tua.
"È tutto a posto, adesso. È passata." Facesti cenno con la testa, come per dire che non importava, ma avevi gli occhi lucidi.
Entrò un'infermiera che mi parve familiare, una signora poco più vecchia di tua madre, con l'aria matronale e modi sbrigativi.
"Ciao, Dario. Sempre qui?" Ti salutò con tono gioviale, mentre mi controllava.
"Buongiorno, Giorgia." Rispondesti tu con un sorriso. "Allora? Me la aggiustate?"
"Certo che si, per chi ci hai preso?" Scherzò lei. "Avanti, alzati, devi rimetterti in moto, signorina!" Disse rivolta a me. "Fuori dal letto! Fai due passi in corridoio, su!"
Io avevo seguito il dialogo con gli occhi sbarrati. Le parlavi come fosse una di famiglia, tranquillo, con un sorriso dolce. Non ti avevo mai visto così fuori di casa, con nessuno. Senza fiatare, obbedii e mi alzai in piedi. Era più semplice del giorno prima, ma ugualmente molto faticoso.
"Vai pure, ci sto io con lei." Le dicesti toccandole il braccio con fare amichevole. Mi sembrava di essere precipitata in una puntata de 'ai confini della realtà'.
Ti passasti il mio braccio, quello sano, sotto il tuo e, appena lei fu uscita, mi dicesti perentorio.
"Oplà, avanti, l'hai sentita, no? Camminare!"
"La conosci."
"Si, l'ho conosciuta mentre aspettavo che ti svegliassi. Andiamo." Presi a camminare attraverso la stanza, verso la porta. Non mi sentivo molto stabile, ma il tuo appoggio mi rassicurava. La cosa peggiore era il senso di estrema rigidezza e pesantezza della parte superiore, come se indossassi un'armatura d'acciaio.
"Le parlavi come fosse...una vecchia amica." Non rendeva il concetto, ma tu capisti ugualmente. Mi dedicasti un sorriso fra l'ironico e il beffardo.
"Sei gelosa?"
"No, ma..." eravamo arrivati alla porta. Passò un inserviente, spingendo un carrello carico di biancheria.
"Oh, Dario!"
"Gino! Bella giornata, eh?"
"Bella che non ti dico! Lavoro di domenica, figurati che bello!" Ridesti alla sua volta e lui sparì lungo il corridoio. Non credevo ai miei occhi.
"Non fissarmi così, Bea. Sembri deficiente."
"Ma cosa hai fatto mentre io dormivo? Un corso di comunicazione?" Ridacchiasti piano, ricominciando a camminare.
"Sono stati tutti molto gentili con me, qui. Mi hanno...tipo adottato, sai?"
Tentai di scuotere la testa e mi procurai una fitta che mi costrinse a fermarmi un attimo.
"Tutto bene?" Domandasti sollecito.
"Il collo..."
"A posto allora, per camminare non ti serve. Avanti."
Inflessibile, mi trascinasti lungo il corridoio. La mia mente era ancora al certamen e iniziai a lagnarmi di averlo perso, dopo tanto impegno e tanta preparazione.
"Lo farai l'anno prossimo." Concludesti tu lapidario "adesso devi concentrarti sul guarire, e in fretta."
"Dario, vai più piano."
"Più piano di così si dice stare fermi, sai? Avanti, niente scuse."
"E se svengo?"
"Ti prendo fra le mie toniche, giovani, atletiche braccia e ti riporto alla base. E poi ricominciamo."
"Sei arrabbiato?"
"No, tesoro, assolutamente no. Cammina adesso."
Per tutto il tempo che servì a percorrere il lungo corridoio e ritorno, e servì più di un'ora,  al mio passo, fu così. Qualunque cosa dicessi, qualunque lamentela esprimessi, la risposta conclusiva era 'cammina'.
Quando arrivai in camera ero distrutta, come se avessi scalato una montagna. Arrancai sul letto.
Mi sorridevi radioso.
"Ecco, così si che va bene. Adesso il premio." Dicesti con aria misteriosa. Avevi portato con te una borsa, quando eri arrivato, una comune borsa di carta marrone, e ne togliesti un libro nuovo, intonso. Lessi il titolo sentendo crescere un'onda di affetto per te.
"Dieci piccoli indiani!" Annuisti felice "grazie! Mi piace da matti!"
Ti sedesti e mi guardasti soddisfatto, credo nell'attesa che iniziassi a leggere.  Ma c'era ancora um premio che sentivo di meritare.
"Dario?"
"Mm?"
"Un bacio?" Ti guardasti attorno con aria comicamente sospettosa e poi ti allungasti verso di me. Un bacio piccolo, a labbra chiuse, come da bambini,  era tutto quello che potevamo concederci, ma fu bello come non mai. Senza sapere perchè,  mi ritrovai con le lacrime agli occhi e mi accorsi che era lo stesso per te.
Ti strinsi la mano, con tutte le mie forze. Se avessi potuto abbracciarti, aderire a te e sentire il tuo cuore battere,  attraverso la tua carne, sulle mie labbra, se avessi potuto stringerti con la stessa forza che usavo per aggrapparmi alla tua mano, non mi sarebbe importato, in quel momento, che qualcuno ci vedesse. Mi resi conto di aver rischiato di non poterti vedere mai più, di non poter più sentire il sapore delle tue labbra, di non sentire più la tua voce.
Non posso dire 'di aver rischiato la morte', perchè quel pensiero non mi provocava alcuna reazione. Ma l'idea di poterti perdere per sempre mi fece crollare come un castello di carte.
Sentii le lacrime scendere, senza poterle arrestare, e ti vidi storcere la testa da un lato, tentando di mantenere il controllo. Mi portai la tua mano al petto per sentirmela sul cuore.
"Bea..."
"Scusa. Tutto a posto. È che mi è venuto in mente che..."
"Lo so. Non lo dire, per piacere."
"Sono stata così stupida! Così stupida! Ma ero preoccupata, non riuscivo a stare ferma a casa ad aspettare..."
"Lo so. Credi che non lo sappia, che è colpa mia?"
"Colpa tua di che?"
"Tutto. Tutto quanto. Sono stato io a stare fuori da scuola, sono stato io a insegnarti a guidare quella cosa stramaledetta, è stato quando hai visto me che...ti sei distratta."
"Colpa tua un corno! Non mi ci hai mica messo tu, sulla moto. Non mi hai mica detto tu di andare diritto senza guardare dove andavo. Tu non c'entri, fattene una ragione. L'unica cavolata che hai fatto è stata di farti segnare presente prima di andare in giro coi tuoi amici." Scuotesti la
testa. Ti uscì una risata strana, ansimante, mentre ti asciugavi le lacrime col dorso della mano.
"La sai una cosa buffa? Io a scuola non mi sono proprio presentato. Per la prima volta in dieci anni, non ci sono proprio andato. Mi hanno segnato presente per errore, al posto di Maletti."
"Hai fatto fuga a scuola?" Domandai con un sorriso, cercando di alleggerire la tensione.
"Eh, si. Avevamo quella stupida uscita al planetario, poi un'assemblea di classe...ci siamo trovati lì fuori, io e i ragazzi e ci siamo detti 'ma si! Una volta nella vita, facciamolo!' Porca di un'oca randagia! Mai più!"
"Povero Dario. Povero, povero Darietto."
"Mi ti sei sfracellata davanti. Davanti agli occhi. Lo sai?" Annuii. Capivo che era meglio lasciarti parlare.
"Sei caduta lì, come un fagotto di stracci, dopo quel volo. Nessuno credeva che tu potessi essere. Che tu potessi ancora. Cristo, Bea! Stavi lì, con gli occhi aperti, come un cazzo di straccio in terra!"
"Io ti vedevo, lo sai?" Ti bloccasti e mi guardasti negli occhi. "Vedevo e sentivo, ma ero come...lontana."
"Sembravi..." era inutile, non riuscivi a dirlo. Lo feci io per te.
"Hai creduto che fossi morta. Giusto?" Ti copristi il viso con le mani, senza rispondere. Non ce n'era bisogno.
"Beh, invece, eccomi qui. Fra poco starò bene. Tutto a posto."
"Tutto a posto." Ripetesti tu senza alzare la faccia. "Sono rimasto qua con te tutto il tempo. Sai? Non potevo lasciarti. Avevo ancora paura che se me ne andavo tu..." respirasti a fondo "tu potessi morire. Sono stato sempre con te."
"Grazie."
"E anche quando veniva qualcun altro, sono rimasto lo stesso. Non mi sono lasciato mandare via. Ero sempre qui."
"Grazie, Darietto."
"E non potevo dormire. Perchè era come andare via, sai? Quando mi addormentavo,  dopo stavo malissimo. Mi sembrava di aver disertato."
"Va tutto bene. Sono qui."
"Ma prima no. Prima non c'eri. Non c'eri più."
"Ero solo spenta. Non succederà più."
"Bea?"
"Dimmi."
"Non mi lasciare mai più. Ti prego. Vuoi? Me lo prometti?"
"Te lo giuro, Dario." Quante cose, avrei voluto aggiungere.  Quante cose mi premevano dentro, cercando una strada per arrivare fino a te, cercando nella confusiome della mia mente le parole adatte a costruire un ponte fra noi due. Ne provai e ne scartai una quantità enorme in quegli istanti. Nessuna parola, nessun suono della nostra lingua, sembrava adeguato. Avrei voluto trovare le parole per dirti che tutto, dentro di me, era tuo. Ogni pensiero, ogni moto dell'anima, ogni desiderio, era una cosa tua, su cui tu avresti potuto, in ogni momento, stendere la mano. Avrei voluto che tu potessi sapere che un genere di fedeltà molto più profonda di quella di qualunqie matrimonio, radicata in ogni fibra del mio essere, mi teneva accanto a te, non come una persona accanto ad un'altra, ma come la terra accanto al cielo, come l'acqua nella roccia. Avrei voluto dirti queste e tante altre cose, per cui ancora oggi non conosco le parole, ma che non per questo sono meno vere.
Avrei voluto, ma non trovai nulla dentro di me che potesse servire ad esprimere, a dar voce a quello che sentivo. Così tacqui, dopo quel 'lo giuro', tacqui mio malgrado.
Mi sorprendesti annuendo, come se avessi parlato a lungo.
"Anche io, Bea." Mi dicesti con un sorriso.
"Anche tu..."
"Si, anche io. Tutto quanto. Compresa la parte in cui boccheggi e non sai come dirlo."
"Grazie." Annuisti di nuovo. La tua bocca sorrideva, ma i tuoi occhi erano seri e davvero mi parve di vedere, in essi, un riflesso dei miei stessi pensieri.
Poi anche quel  momento passò e mi ritrovai a girarmi fra le mani il libro che mi avevi portato. Lo aprii e iniziai a leggere. Era strano, ma non riuscivo a concentrarmi. Le parole, che davanti ai miei occhi si erano sempre sciolte in caleidoscopi di immagini mille volte più vivide di qualsiasi pellicola, rimanevano, osticamente, dei segni neri sulla carta, da decifrare uno ad uno. Mi resi conto che leggevo, leggevo proprio, come mi succedeva quando stavo ancora imparando. Parola per parola, frase per frase.
Mi irritai e ricminciai da capo.
Niente da fare, le parole restavano i siemi di segni fatti in inchiostro nero. Per la prima volta nella mia vita, mi sorpresi a notare un carattere di stampa e lo spazio fra una parola e l'altra. Era molto faticoso, procedere a quel modo e, mano a mano che andavo avanti, iniziai a scivolare da una riga a quella sottostante a metà frase, senza riuscire a fissare lo sguardo.
Lasciai cadere il libro sulla coperta, frustrata. Un sordo martellare mi inondava la testa, dall'indietro in avanti, fortissimo.
"Qualcosa non va?" Chiedesti posando a tua volta il pesante tomo che ti eri portato.
"Non ce la faccio. Mi sembra di non riuscire a leggere e mi fa male..."
"Sei solo stanca. È colpa mia, ti ho fatto camminare troppo, mi sa. Dormi un pochino, vuoi? È tanto presto, ancora..."
Eri premuroso, tenero, mentre ti chinavi su di me aggiustandomi le lenzuola intorno. Mi si chiudevano gli occhi, mi sentivo al sicuro, sapendoti lì. Non facesti in tempo a risederti, che ero già addormentata.

Ora mi prenderò un piccola libertà, dopo aver scritto tanto con implacabile rispetto per la verità. In tutte queste pagine, non ho mai lasciato che quello che sono venuta a sapere dopo, anche negli anni successivi alla nostra separazione, venisse ad inquinare il mio resoconto di ciò che vidi e che sentii allora; adesso, invece,  lo farò.
Quel giorno, infatti, mentre io dormivo, accadde qualcosa che tu mi raccontasti in seguito, quello stesso pomeriggio, ma lo raccontasti tanto vividamente ed io, in prima persona, lo vissi con tanta partecipazione che la scena intera si presenta, alla mia memoria, come se vi avessi assistito.
Mi concederò quindi il piccolo piacere di immaginarmi, non udita e non vista, accanto a te, strappando alla nostra storia un'ora in più al tuo fianco. Fingendo, anche con me stessa, di aver potuto vedere coi miei occhi i tuoi capelli brillare al sole e la tua voce indorare l'aria.

Dalla porta della stanza fece capolino uma testa, corredata di un viso imbarazzato. Visto che tu eri chino sul tuo pesante volume scolastico, si fece avanti, portando nella destra un mazzo di fiori. Udisti i suoi passi e ti voltasti.
"Oh, ciao, Vittorio. Cosa fai qui?" Parlavi sottovoce, per non svegliarmi.
"Ho pensato che magari...vi faceva piacere." Eri sempre gentile con lui, e molto. Prendesti i fiori dalle sue mani ringraziando e li disponesti in modo che stessero diritti sul comodino. "C'è suo padre, di sotto, lo sai? Sta parlando con una signora..."
"Davvero? Parla piano, la svegli."
"Scusa." Grande e grosso com'era, si sentiva impacciato im qiella situazione di passi felpati e mezze voci e rimameva in piedi, a disagio. Ti accorgesti della situazione e, verificato che dormissi, ti girasti verso di lui con un sorriso.
"Senti, facciamo due passi fuori, ti va?" Annuì con aria grata e ti precedette alla porta.
"Senti, Dario, tu lo sai perché suo papà crede che io sia il suo ragazzo?"
"Mm. Pensa che Bea abbia una cotta per te." Arrivaste ad una porta laterale ed usciste nel sole di fine maggio, appoggiandovi al muro,  uno a finaco all'altro.  Formavate uno  strano contrasto, tu così sottile ed aggraziato e lui ampio e massiccio, come in un qualche raffiguraziine allegorica.
Vittorio tolse dalla tasca dei jeans un pacchetto di sigarette gualcito, ne prese una e te lo porse. Scuotesti la testa.
"Lo sai che non fumo." Gli ricordasti con grazia.
"Comunque lei a me non piace. Voglio dire, mi è simpatica, ma non le vado dietro, tranquillo."
"Saranno affari vostri." Replicasti, scuotendo le spalle.
"Anche tuoi, direi." Voltasti la testa verso di lui, gli occhi strizzati alla luce "insomma, dato che sei innamorato di lei."
Impallidisti e cercasti di replicare, ma ti impappinasti al primo tentativo, rimanendo imcastrato in una selva di vocali.
"Ma tu come fai a dire...che..." ritentasti, più cautamente. Vittorio ti sorrise.
"Insomma, dai, il sospetto c'era già. Poi quando l'altro giorno è successo quello che è successo...parlavi piano, ma eravamo lì vicino. Insomma, forse tu non ti ricordi, ma l'hai praticamente detto."
Ti nascondesti il viso fra le mani. Tutti quegli anni di accurata simulazione per finire così.
"Oh, cristo!"
"Dai, non stare a farne una tragedia. Ti sei innamorato di tua cugina. Va be', non sei mica il primo."
"Senti, è ancora valida quella sigaretta? Non fumo, ma mi sembra um nuon momento, per cominciare." Te la porse già accesa e tu tirasti una piccola boccata diffidente. "Anche gli altri lo sanno?"
Vittorio annuì. Il tuo sconcerto crebbe.
"A nessuno gliene frega niente, Dario. Davvero. Stai calmo, uma volta tanto. Te lo dico sempre: tu ti preoccupi troppo."
"Sarà. Ma se i nostri lo vengono a sapere ce ne viene una gamba. Quindi zitto, per favore."
"Ah, perchè,  anche lei? Cioè,  state insieme o qualcosa sul tipo?"
"Diciamo qualcosa sul tipo."
"Da tanto?"
"Senza offesa, Vittorio, ma a te cosa te ne frega?"
Vittorio abbassò lo sguardo e gettò a terra la sigaretta, stritolandola lentamente sotto il tacco della scarpa. Mormorò qualcosa che tu non capisti.
"Cosa?"
"Voglio sapere se vi siete messi insieme dopo la cosa con Viola o..."
"Senti, se proprio dobbiamo vuotare il sacco, io a Viola le ho stretto la mano quando ci siamo presentati e basta. Non ci ho mai visto neanche un film assieme."
"Sul serio?" Il tono di Vittorio era notevolmente cambiato, diventando serio e pressante.
"Sono serissimo. Mai toccata, mai uscito insieme, mai meanche sognata. Perchè?"
"A me piace. Tanto. E mi sarabbe dispiaciuto se tu e lei..."
"Oh. Non lo sapevo. Tranquillo, comunque. Niente di niente, giuro, neanche un bacetto."
"Beh, grazie. Vedrò se riesco a invitarla fuori." Pausa. Senza pensarci desti um tiro alla sigaretra aspirando il fumo e quasi soffocasti. Lui ti osservò ridendo.
"Non prendermi in giro, stronzone!" Ridesti.
"Dario? Ma allora tutti quei segni che avevi addosso...se non era Viola...è stata lei?" Domandò arrotomdando gli occhi di stupore, arrivato finalmente a collegare tutti i fili. Tu stringesti le labbra senza rispondere, con le sopracciglia inarcate.
"Cazzo. E io che non ho mai neanche baciato una ragazza!" Ti scappò da ridere davanti alla sua aria smarrita. Rideste assieme.
"Vittorio?"
"Eh?"
"Sono felice che me l'abbia detto tu, sai, che se ne sono accorti, di me. Ma, per favore, promettimi che stai attento a non aprire troppo la bocca. Tu non sai quello che ci succede se questa cosa arriva all'orecchio sbagliato. E...boh, non so, se posso ricambiare il favore, dimmelo."
"Dici che si arrabbierebbero così tanto?"
"Mah, non saprei, in fondo mi porto a letto mia cugina, quella che è cresciuta con me e abita con me, la figlia del miglior amico di mio padre, quella che tutti scambiano per mia sorella...tu cosa ne dici, genio?"
"Vi fanno la pelle!"
"Ecco. Appunto."
"Puoi fidarti. Sono con te. Ma magari" si grattò l'orecchio impacciato "magari non lo diciamo a Greg, eh?"
Riflettesti per un attimo, mordicchiandoti il pollice.
"Neanche Bea si fida di lui. No, resta fra noi. E anche di Viola. Va bene?"
"Bene."
Lanciasti lontano quel che restava della sifaretta, mandando il mozzicone a consumarsi sull'asfalto, e rientraste chiacchierando di cose senza importanza.

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