sabato 21 giugno 2014

Settantaquattro

Fra poco farà buio e il tramonto, perfino dalla mia finestra che non si affaccia altro che su una strada, lasciandomi solo uno stretto scorcio di cielo, a forma di triangolo, è tanto rosso da ricordarmi quel vecchio pezzo di copertura di plastica che avevo rubato dal sedile sventrato della tua motocicletta, dopo il mio incidente.
Mi domando, non posso farne a meno, se a volte ti ritorni alla mente. Era diventato, soprattutto quell'anno, il mio personalissimo portafortuna e lo portavo con me dappertutto, giocherellandoci in continuazione con la sinistra mentre studiavo e usandolo per tenere il segno nei miei pesanti tomi di letteratura latina. Non me ne sarei separata per tutto l'oro del mondo, mi dava sicurezza, a tenerlo in mano, come fosse una parte di te che mi portavo in giro.
Non ho mai saputo che fine abbia fatto. Dal giorno in cui ci hanno separati, non l'ho visto più,  probabilmente mio padre si è semplicemente dimenticato di infilarlo fra le mie cose, ma in molte occasioni ne ho sentito la mancanza.
Ne ricordo perfino la consistenza. La colla che avevo sparso con mano generosa sul retro di tela si era asciugata in una patina uniforme e biancastra, che, appena la riscaldavo col tepore delle mani, prendeva una consistenza semirigida e gommosa, tanto da permetttermi di ripiegarne i bordi. Liscio e malleabile da una parte, ruvido e rosso dall'altra. Lo giravo e lo rigiravo fra le dita, continuando ad avanzare nella preparzione per maggio, sentendomi come un esploratore armato di machete in una giumgla troppo fitta, dove il distante rullare di tamburi indigeni lascia presagire un o scontro sanguinoso.
Così mi sentivo, almeno, ogni volta che tentavo di pensare a come sarebbe stato il fatidico giorno in cui avrei affrontato la competizione.
Non mi risparmiavo certo nel lavoro. Perfino la domenica pomeriggio, mentre la primavera faceva il suo timido ingresso nel grigiore plumbeo di quell'anno, la passavo china sui libri, al tavolo della cucina, con te allungato sulla sedia di fronte che ti mangiucchiavi le unghie concentrato su un qualche testo di improbabile argomento.
Me ne ricordo uno, che amavi molto, addirittura ne sottolineavi con le tue linee diritte e leggere di matita interi passi, che si intitolava 'dagli atomi al cosmo'. Non sono mai riuscita a capire come potessi farti coinvolgere da quel genere di letture, ma me venivi totalmente assorbito.
Lo leggevi anche il giorno di fine marzo in cui, d'improvviso, al rumore di un'auto sconosciuta che entrava nel vialetto seguì un carosello di colpi di clacson che fece saltare noi due sulle sedie e accorrere tua madre all'ingresso.

La zia spalancò la porta e restò immobile. Solo un attimo dopo ansimò
"Lucio! E questa?" Inarcando le sopracciglia ti alzasti e la raggiungesti sulla soglia. Ti sentii inspirare fra i denti.
"Porca puttana, papà, che meraviglia!" Mi affrettai a raggiungervi, incuriosita non solo dal tuo tono di reverenziale ammirazione,  ma soprattutto da un evento capace di farti usare un certo linguaggio accanto a tua madre, che per altro non se ne peritò, assorta nella contemplazione di qualcosa oltre la soglia.
Mi unii dunque al resto del gruppo, completando il trittico.
Zio Lucio sorrideva soddisfatto accanto ad un'auto nuova fiammante. Era nera e lustra, più corta dell'altra, e sembrava sprigionare su di te un fascino che ti irretiva.
Superasti d'un balzo i gradini dell'ingresso, atterrando direttamente aulla ghiaia dello spiazzo e, senza togliere gli occhi dall'auto, le girasti attorno lentamente, come a volerti imprimere nella memoria ogni dettaglio.
Mi sembrava una reazione francamente eccessiva, ma ti ricordavo a fare la stessa cosa,  a suo tempo, con la moto di Sassi, e, più tardi, di fronte alla fila di moto fra cui avevi scelto la tua.
Sapevo che passavi una parte del tuo tempo libero a sfogliare riviste di motori, tuo padre perseverava nel regalarti fasci interi di riviste sportive, ma erano quelle che tu compravi per te stesso, se appena potevi, ma non mi ero mai resa conto fino in fondo di quanto quel genere di oggetti, non sono mai riuscita a considerarli altrimenti, esercitassero un'attrazione su di te.
Tuo padre ti osservava sorridendo mentre ammiravi in silenzio il suo ultimo acquisto.
"Allora, mezza sega? Ha buon gusto, tuo padre, o no?"
"È splendida." Rispondesti a voce bassa. Allungasti la mano per toccare la carrozzeria lucida, ma ti fermasti prima di sfiorarla, col braccio alzato a mezz'aria,  e lo guardasti. Lui annuì e tu posasti le dita sull'automobile, con un sospiro di desiderio.
"Questa, scartino, è una macchina vera. Sai cosa è?"
"Bmw 325i, cabrio." Non potevo sbagliarmi. Conoscevo meglio di chiunque altro il tono trasognato che ti emergeva nella voce. Tu la volevi, quell'auto, la desideravi proprio. "171 cavalli." Aggiungesti mentre il sorriso di tuo padre si allargava e andava a comprendere una punta di ironia.
"Non mi dirai che ti piace?"
"Mm. È il meglio. Forse solo la Mercedes..."
"Vuoi entrarci?" Ti domandò aprendo lo sportello del guidatore. Non rispondesti. Se tu avessi guardato in quel modo un qualunque essere umano, l'avrei ucciso, senza rimpianti. Scivolasti al posto di guida con visibile emozione.
"Allora, come si sta, lì dietro?" Gongolò lo zio guardandoti accarezzare il volante. Gli rispondesti con um sorriso um po' svaporato, da innamorato.
Fu a quel punto che la zia, che doveva aver impiegato quel tempo, in cui tu e tuo padre vi affaccendavate attorno all'auto, per superare la sorpresa di vedersela davanti, partì all'attacco. Scese rapida i gradini dell'ingresso e si piazzò accanto a suo marito, torcendosi le mani.
"Ma come mai questo colpo di testa? E senza dirmi niente?"
"Mah, così. Mi sono fatto un regalo. Direi che me lo sono meritato, un regalo, in tutti questi anni, no?"
"Ma non ha neanche le portiere di dietro!" Gemette lei osservando da vicino la macchina. Ti voltasti di scatto verso di lei con aria scandalizzata.
"Mamma! È una cabrio!" Dicesti, azzaeccando il medesimo tono che usava lei per rimproverarci quando usavamo un linguaggio scurrile.
Avrenne anche potuto essere comico, se non fosse stata tanto evidentemente arrabbiata e, in un certo qual modo che non arrivavo a capire fino in fondo, angosciata.
"Ecco, lo vedi? Ci arriva anche questo qua, che non ha ancora imparato a pisciare in piedi!"
"Lucio! Non ammetto..."
"Va bene, porca miseria, calmati! L'ho pagata io, alla fine!"
"Si, ma non mi hai detto niente!"
"Ma si può sapere per quale motivo avrei dovuto dirtelo?" La zia sbattè le braccia, esasperata, come fossero ali, e marciò con decisione dentro casa, scomparendo su per le scale. Doveva essere davvero in collera per trattarlo in quel modo di fronte a noi.
Continuando a concionare, lo zio la seguì a debita distanza e sentii le loro voci attutirsi im seguito allo  scatto di jna serratura.
Mi ero spostata dalla porta, riparando nell'atrio, al  loro passaggio, e mi sporsi nuovamente.  Eri ancora seduto al  posto di guida, le mani sul volante, perso in qualche fantasticheria.
Scesi gli scalini scuotendo la testa e mi infilai nel posto accanto al tuo, facendoti sussultare di sorpresa. L'interno dell'auto era comodo ed accogliente e sapeva di nuovo.
"Ciao." Mi sorridesti,  prima di volgere di nuovo lo  sguardo di fronte a te, attraverso il parabrezza.
"Dove mi porta, stasera, baldo giovine?" Il tuo  sorriso  si allargò.
"Ti porto dove vuoi tu, basta che sia lontano. All'estero, magari. Che ne dici? Parigi? La città delle luci,  sai?"
"Direi qualcosa di più inaspettato. Magari, che so, la Spagna. Barcellona." Annuisti.
"Meglio ancora. Più lontano è,  meglio è." Arricciai il naso, fingendomi offesa.
"Solo perché non vuoi smontare da questa cosa." Ridesti piano, di gola.
"Anche. Lo sai che la so guidare? Sarei capace, davvero."
"Ti credo." Annuisti di nuovo.
"Prima di andarcene da qui, lo convincerò a comprarmene una. Non come questa." Ti affrettasti a spiegare "questa è troppo...troppo. Una qualunque va bene, sai, per iniziare. Ma la voglio colorata. Un bel colore forte, giallo, magari, o rosso."
"Un po' vistoso, non credi?" Domamdai ridendo.
"Si. Voglio che ci vedano. Voglio che ci vedano tutti. Quando saremo lontani da qui. Voglio che ci guardino e che pensino che siamo proprio una bella coppia e tutto il resto, sai?"
"E pensi che una bella macchina giallo canarino aiuterebbe?"
"Mm. Focalizza l'attenzione. E poi una macchina ci serve."
"E poi tu ne vai matto. Dì un po', ci faresti l'amore, potendo, con questa cosa, vero?" Sorridesti di nuovo, questa volta con aria furbesca.
"Ci farei volentieri l'amore in questa cosa." Replicasti, calcando la voce su 'in'. "Tu no?"
"Mi sembra più comodo il tuo letto." Alzasti le sopracciglia sporgendo le labbra. Eri serio. Se avessi potuto, avresti cercato di convincermi a farlo. Scossi la testa, affascinata da quello strano fenomeno e feci per scendere dall'auto.
"Torno dentro. Vieni?"
"Ancora cinque minuti." Rispondesti,  con lo stesso tono in cui avresti chiesto di rimanere ancora un po' a letto. Volevi solo sognare ancora, in fondo. Ti posai un piccolo bacio in alto, sulla tempia, e scivolai fuori dall'auto, lasciandoti ai tuoi sogni.
Lo zio rimase in uno stato che si trocava a metà strada fra l'esaltazione e l'esasperazione per tutta la settimana seguente, durante le quale, purtroppo, non si allontanò da casa se non per il tempo sufficiente a scendere in paese per acquistare i giornali e concedersi uma pausa al solito caffè.
Era rischioso, capitargli fra i piedi, mentre si dibatteva in un simile guazzabuglio di emozioni. Non capivamo mai, neppure tu, che pure avevi passato anni a cercare di capire e catalogare le sue reazioni, cosa avrebbe potuto fare e in conseguenza di cosa.
La zia si ostinava a tenergli il broncio, per la questione della macchina, e questo lo gettava in un irritato nervosismo cui semnrava non saper reagire. Come un orso attaccato dalle api, finiva per menare zapare a destra e a manca, senza mai riuscire a centrare il suo obiettivo.
Venne fuori che io motivo per cui aveva reputato il caso di concedersi un regalo di quella entità era che la sua azienda avrebbe partecipato ad un grosso affare, uma di quelle cose che possono cambiare in modo radicale il destino economico di una persona, ma che, come disse mio padre una di quelle sere, in conclusione ad una sua lunga ed esaltata spiegazione, imbandita con l'entusiasmo di um imbonitore
"Non sai mai in anticipo se lo cambieranno in meglio o in peggio."
Lo disse con voce recisa, quasi dandogli una lavata di capo, raggelandolo e troncando, amputando,  in un certo senso, il flusso di parole che era uscito dalla bocca dello zio, senza sosta, per tutta la giornata. Guardava il tavolo dicendolo, mio padre, ma vidi nel suo viso una disapprovazione così totale e dura, che non osai chiedere nulla.
Lo zio raggelò. Buttò il tovagliolo sulla tavola, si alzò senza salutare e lo sentimmo sbattersi alle spalle la porta di ingresso. Non sarebbe tornato che un paio di ore dopo.
Tu ti alzasti in piedi e chiedesti permesso. Girato intorno alla tavola, prima di imboccare la porta, ti fermasti accanto alla sedia di mio padre. Volevi dirgli qualcosa, ma ti mancava il coraggio, o  forse le parole.
Rimanesti fermo lì, accanto a lui, con le labbra che tentavano di muoversi, fino a che lui alzò lo sguardo e ti fissò negli occhi.
"Ti occorre qualcosa, Dario?" Vi guardaste per un attimo.
"No, zio."
"E allora vai."
"Zio?"
"Ripeto: ti occorre qualcosa?" Sapevo cosa cercava di chiedere la tua mente. Quei due non litigavano mai, in presenza della famiglia, avevano sempre fatto fronte comune,  quasi per accordo. Avresti voluto sapere, e del resto l'avrei voluto sapere anche io, cosa potesse averlo spinto a comportarsi in quel modo. Detto in breve, avresti voluto chiedergli se era il caso di preoccuparsi per tuo padre.
Ma i suoi occhi castani, di solito colmi di placida ironia, erano duri come sassi.
"È tutto a posto?" Gli chiedesti, non senza una certa difficoltà.
"A postissimo. Grazie. Adesso vai." Annuisti e mi sfiorasti la spalla. Ce ne andammo insieme,  come al solito. A metà scala ti diedi un colpetto sul braccio e, facendoti segno di tacere, mi fermai. Eravamo fuori vista da chiunque avesse guardato da sotto, ma  ancora a portata di orecchio.
Ci sedemmo sulla scala, in attesa. Poco dopo, la voce sottile di tua madre disse qualcosa, a voce troppo bassa per suonare comprensibile.
"No." Rispose mio padre a quella che evidentemente era la replica della tua domanda "è solo che certe volte mi sembra che non si renda conto che non siamo più dei ragazzini. C'è un tempo per correrre rischi, e un altro per restare tranquilli. Dico io."
Di nuovo un mormorio incomprensibile della zia, del quale distinsi solo la parola 'guai', pronunciata in un apprensivo tono interrogativo.
"Non è tipo da farvi finire per strada, e lo sai." Rispose lui. "È che certe cose sono..." Abbassò la voce e nin capimmo la fine della frase, ma ci arrivò invece chiaro e forte il commento di tua madre.
"Ma lascialo stare, povero caro!" Stranamente, sembrava provare una qualche sorta di pietà per lo zio, ora chenera lontano. "Conto quello che fa per noi..."
"Ah, perchè,  a te piace, che si comporti come un ragazzino? Come un ragazzino svirgolato, oltrettutto! Neanche dovesse ancora fare impressione su qualcuno."
"Non tirarmi in mezzo alle vostre discussioni." Rispose la zia, alzamdo appena la voce.
Ci guardammo in faccia. Eravamo confusi, ci sembrava che tutti gli adulti attorno a noi fossero impazziti di colpo. Ti stringesti nelle spalle e ti alzasti, tirandomi per un nraccio perchè ti seguissi.
La discussiome a piano terra continuava, ora ad un tono di concitato mormorio, ora a voce più alta, in modo che ne percepivamo solo alcuni sprazzi, che rendevano più oscuro il quadro di insieme, invece che illuminarlo. Quel poco che eravamo riusciti a capire, lo riassumesti tu in poche parole, quamdo fummo al sicuro dietro la porta della tua stanza.
"Ha solo deciso di tentare l'ennesimo affare assurdo." Dicesti, appoggiandoti com le anche al davanzale della finestra "e gli andrà anche bene, come al solito, perchè è talmente matto che gli vanno bene tutte."
"Si, ma non ho capito perché mio papà è così arrabbiato. È strano, no?"
"Senti, Bea, senza offesa, ma tuo padre è una vecchietta, su queste cose. Ti ricordi tutta la scena che gli ha fatto quando ha cambiato lavoro? Sai, secomdo , e ha solo paura che quel cogliome di mio padre finisca col sedere per terra." Annuii. Quello che dicevi era vero, dalla prima all'ultima parola, ma ancora non mi sentivo tranquilla. Mi semnrava che ci fosse qualcosa di stonato, di eccessivo, nella quantità di tensiome e nelle reazioni delle persone attorno a noi.
"Non mi suona, Dario. Mi sembrano tutti impazziti. Insomma, quando mai quei due hanno litigato?"
"Mah, magari da quando si litigano la stessa ragazza. Che ne dici?"
Mi sentii gelare il sangue, sentendo il tuo tono farsi amaro e carico di disprezzo. Era di tua madre, che parlavi.
Mi avvicinai e ti circondai cin le braccia, appoggiando la guamcia al tuo petto. Dopo qualche tempo, anche tu mi abbracciasti.
"Mi fa pena, lo sai?" Sussurrasti.
"Lo so. Ma cerca di stargli lontano, vuoo, Darietto? Lo sai come fa, quando è così."
"Mm. Deve tirare calci a qualcumoo e di  solito sceglie me. Credi  che non lo sappia? Sto buono. Me ne sto nel mio angolo a testa bassa e zitto finché non gli è passata, va bene così?"
"Si. Grazie." Mi baciasti sulla testa, fra i capelli, e iniziasti a giocherellarci, come facevi quando eri sovrappensiero.
Facesti davvero come mi avevi promesso. Se solo avessi potuto diventare trasparente, durante quelle giornate l'avresti fatto.
Non parlavi quasi per niente e con lui solo se ti rivolgeva qualche domanda. Veramente,  quando cercavi di evitare le sue ire, tenevi per lo più la testa bassa. Non era um modo di dire, ma l'unico modo che avevi per nascondere qualunque involontaria reazione del volto, che avrebbe potuto essere interpretata come insubordinazione.
In un qualche modo, le parole dure che mio padre aveva rivolto allo zio Lucio gli avevano reso un favore, restituendogli, in seguito alla loro discussione, il favore della zia.
La situazione parve stabilizzarsi e attendevamo con un'ansia quasi eccessiva il giorno in cui sarebbe ripartito.
Il pomeriggio di venerdì, nel tentativo di rimanere fuori dai piedi, ti eri rifugiato nella rimessa, dove stavi coccolando amorevolmente la tua motocicletta, con imdosso un vecchio paio di pantaloni da ginmastica e una maglia scolorita, seduto sui talloni sul pavimento di cemento, mentre io ti leggevo qualcosa di divertente da um libro di Jerome, seduta a gambe incrociate, all'indiana, sopra il vetusto e inutilizzato tavolo da lavoro accostato alla parete.
Il portellome della rimessa era spalancato e lasciava entrare una luce grigiastra da cielo velato, che sembrava incapace di proiettare ombre. Nella nostra pozza di caldo chiarore giallo elettrico, ci sentivamo tranquilli, protetti dal nostro isolamento.
Dei passi fecero scricchiolare la ghiaia dello spiazzo. Ti vidi alzare la testa dal tuo lavoro, brevemente, e poi tornare a fare ciò che stavi facendo, a labbra strette. I passi erano troppo pesanti per essere altri che di tuo padre. Poco prima che apparisse davanti all'apertura, ti vidi gonfiare il petto in um sospiro di rassegnazione.
La luce cambiò. Lo zio era sulla soglia della rimessa.
"Ciao, papà." Lo salutasti, apparentemente concentrato sull'ingrassaggio di uma qualche parte meccanica.
"Mi ha chiamato la famiglia di un tuo compagno." Esordì lo zio con falsa calma. Inarcasti le sopracciglia, sempre senza fermarti.
"Ah, sì? E cosa volevano?"
"Volevano dirmi che loro figlio è tornato a casa un tantino malmesso. Aspetta, loro hanno detto 'coperto di ecchimosi'. Che sarebbero lividi, giusto?"
"Mm. Giusto. E chi sarebbe il figlio?"
"Un certo Matteo Dallari. Ti dice niente, pezzo di deficiente?" Nel pronumciare le ultime parole la sua voce si incrinò, lasciando intravedere la furia sottostante. Le tue mani si fermarono per un momemto, non più di tre secondi, poi ripresero a lavorare. Scuotestinla testa.
"Niente di che. Cioè,  lo conosco, è logico."
"Ah. Lo conosci."
"Beh, si. È del mio anno, dell'altra sezione."
"Guardami in faccia, stronzo." Ti alzasti lentamente e ti schioccarono le ginocchia. Avrei voluto poter filtrare attraverso il muro, ma ero inchiodata con gli occhi a voi due. Il tuo viso era calmo, ma il ritmo a cui respiravi raccontava una storia diversa.
"L'hai picchiato?" Scuotesti la testa, molto piano, come temendo di fare movimenti bruschi, senza distogliere gli occhi da lui.
"E allora com'è che lui dice di si?"
"Non lo so."
"Non prendermi per il culo."
"Non lo sto facendo, davvero. Non lo so."
"Spiegami bene per quale cazzo di motivo so o rimasto al telefo o un'ora con un cretino che non vale un soldo bucato per convincerlo a non denunciati, allora, dai!"
"Papà,  ti ho detto che non lo so. Se vuoi, quamdo lo vedo, a scuola, posso chiederglielo, ma più di così non so cosa fare." Stavi perdendo la calma. Scesi dal tavolo, cercando di fare meno rumore possibile.
"Piantala immediatamente di sfottermi, sai?" Cominciava ad imgranare la marcia e la voce aumentava di volume. Tu gli stavi di fronte a gambe larghe e fra poco sarebne sucdesso un guaio.
"Ma che cazzo vuoi che ne sappia io! Ti telefona uno dicendoti delle cose e tu te la prendi con me! Per quel che ne so io, potrebbe essere una valanga di stronzate! Ci hai pensato? Magari non è vero! Hai provato, cazzo, a pensarci, un minuto?"
Stavi alzando la voce anche tu. Dovevi aver detto qualcosa di tremendamente sbagliato, perchè lo zio non rispose, ma afferrò la prima cosa che gli capitò sotto mano, fu un pesante portacenere di vetro scuro, come quelli dei bar, e te lo scagliò contro con forza.
Ero avanzata abbastanza da portarmi al tuo fianco, quando accadde e reagii d'istinto, di riflesso, potrei quasi dire senza volere.
Lo vidi arrivare, proiettato verso di te, e mi misi in mezzo.
Doveva essere diretto al tuo stomaco o approssimativamente in quella direzione, perchè mi centrò appena sopra il seno, emettendo un suono cristallino quando entrò in contatto coi piccoli bottoni di vetro che decoravano la mia giacchetta leggera.
Poi cadde a terra e rimase lì a ruotare sul fondo, senza rompersi, come fanno le monete lanciate in aria.
Mi fece un male tremendo, quel maledetto aggeggio, ma penso dinpotermi reputare fortunata che non mi avesse presa in faccia. Con i riflessi di cui la matura ha voluto dotarmi, ci avrei cin tutta probabilità rimesso qualche dente.
Quando si fu spento il rumore del vetro comtro il cemento, ti sentii alle mie spalle. Cercavi freneticamente di spostarmi di lato. Tentai di resistere.
Lo zio mi guardava con aria spaventata.
"Ti ho fatto male?" Chiese.
"Secondo te, le hai fatto bene?" Mi spingevi ed eri forte. I miei piedi slittavano sul  pavimento ruvido.
"Sto benissimo." Replicai. Mi voltai verso di te, solo con la testa. "Sto bene. Smettila. Non mi ha fatto niente."
"Levati."
"Si, basta che ti calmi."
"Levati! Papà,  dille di andare fuori!"
"Beatrice, esci. Cerchi rogne, stronzetto? Ti serve un ripasso?"
"Levati!" Eri rosso in viso. Cercavo di pararti da tutte le parti, mi sentivo me dovevi sentirti tu, sul campo, quando cercavano di superarti per andare a canestro. Se riuscivo a trattenerti, era solo merito del tuo timore di farmi male. "Bea, porca puttana, se non ti togli di mezzo, ti giuro su dio che quello che non ti ha fatto lui te lo faccio io!"
"Bravo, brutto schifoso, prova a mettere le mani su una ragazza, che poi ti rompo le braccia. Così hai finito di giocare a palla."
"Zio, santa pazienza,  piantala!"
"Togliti di mezzo! Vediamo, una volta per tutte, vediamo chi è che si fa male, stavolta!" Solo un'altra volta ti avrei visto così. Eri impazzito.
Non lo sembravi, lo eri proprio. Tenevi la testa inclinata verso il basso e lo fissavi da sotto le sopracciglia.
"Te lo insegno io, una volta per tutte!" Ormai urlavate senza controllo.  Avevo una paura folle. Mi rendevo conto di non avere nesauna possibilità di evitare lo scontro.
Ma a volte dio è misericordioso e, quella volta, lo fu. Le vostre grida attirarono mio padre, che entrò nella rimessa attraverso la porta che dava sulla casa, alle nostre spalle.
Buttato un occhio alla scena, agì senza fare domande e prese zio Lucio per la vita, im un abbraccio quasi da innamorato, costringendolo a recedere nello spiazzo. Gli parlò fitto mentre tu ringhiavi piano, vibrando di rabbia contro la mia schiena. Ne approfittai per sussurrarti:
"Mi dispiace, Dario, ma non potevo lasciarti fare."
"Dovevi levarti. Era ora di finirla, questa storia."
"Darietto, la finiamo assieme, questa storia, te lo ricordi? Presto. Un anno e poco più,  poi è finita."
"Sedici mesi."
"Va bene. Sedici mesi. Poi basta."
Rientrò mio padre. Lo zio era andato dentro casa, ricomdotto alla ragione dalle sue parole, quali che fossero state.
"Si può sapere cosa vi è preso?" Ti domandò.
"Le ha fatto male." Rispondesti, accennando a me col capo. Ancora non avevi perso quell'aria follemente aggressiva.
"Non mi ha fatto niente." Ripetei io. Tu mi afferrasti con la destra, bloccandomi contro il tuo petto e strappandomi un'esclamazione di sorpresa. Prima che potessi reagire, avevi scostato, con la sinistra, il lempo della giacca e abnassato lo scollo della mia maglia ad espormi lo spazio  fra la clavicola ed il seno.
Fissando in viso mio padre, con la mandibola tesa in avanti, gli mostrasti il segno rosso cupo, che ancora si andava allargando e scurendo sotto la mia pelle.
"Ecco. Niente così." Dicesti secco. Poi mi lasciasti andare, rapido come eri stato nel prendermi e, voltate le spalle, ti rifugiasti in casa a tua volta.
"Gli parlerò." Disse mio padre, accarezzandomi. "Tu stai bene?"
"Sto bene. A quale dei due, gli parlerai?" Scherzai.
"Lo sai. Conosci gli accordi, Bea. Io non mi metto in mezzo fra lui e suo figlio, ma lui non ha il diritto di picchiati."
"Non mi ha picchiata. È stato un incidente. È stato un posacenere, a dire la verità."
"È stata unma sciocchezza e non voglio che si ripeta." Terminò lui. Per mia somma gioia, almeno nei suoi occhi scorgevo ragionevolezza e calma. Mi rilassai e gli posai un bacio sulla guancia.
"Grazie."
"Adesso vai, va' a recuperare il tuo amico. Mi sa che lo hai fatto arrabbiare parecchio."
Era vero, purtroppo. Eri furioso con me.

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