Mi svegliasti prima ancora delle prime luci del mattino, non per mandarmi nel mio letto, ma per fare l'amore con me.
Nel buio assoluto e totale che scendeva una volta tramontata la luna, i nostri corpi si trovarono con l'assoluta sicurezza di due elementi creati per combinarsi, senza alcun brancolamento o esitazione.
Assonnati, a metà strada fra il sogno e la realtà, fummo lenti e dolci e, in un certo senso, più grandi, più adulti di quanto lo fossimo mai stati.
Mentre scivolavi dentro di me ad un ritmo che sembrava cullarmi, sentii che la crepa che si era aperta fra noi si saldava e scompariva, lasciando dietro di sé solo un ricordo.
Baciai il tuo petto liscio mentre ti trovavi su di me, poi, dopo, il tuo viso e il tuo collo e ricevetti i tuoi baci, sulle labbra e sulle dita e sugli occhi. Mi resi conto che stavi piangendo, in silenzio, e ti offrii la mia consolazione, il mio calore, per darti conforto.
Un tenue grigiore mi svelò il tuo viso e capii che stava arrivando il mattino.
"Devo andare."
"Lo so. Bea?"
"Dimmi."
"Perchè sono capace di farti tanto male? Me lo spieghi? Perchè quando mi arrabbio tu stai così tanto male?"
"Non lo so. Perchè mi sembra che tu mi chiuda fuori, credo."
"Ma non lo sai, che tanto torno? Non l'hai capito che mi sento morire, senza di te?"
Posai la testa sulla tua spalla e tu mi attirasti più in là, sul tuo petto, al centro esatto.
"Sul mio cuore. È quello il tuo posto."
"Ti amo." Fu l'unica cosa che riuscii a dire e mi parve tanto inadeguata che quasi mi infastidì.
"Mi dispiace tanto che ti abbia fatto male per colpa mia."
"Non è stata colpa tua. Ho fatto tutto da sola." Sospirasti.
"Dici sempre così. Invece io sapevo che ti aveva fatto male e sono stato cattivo con te. Non ci riuscirò mai, a essere buono, amore. Sono cattivo dentro."
"Smettila."
"Ma è vero. Ero tanto arrabbiato che non ti ho neanche chiesto come stavi. A proposito, ti ha fatto tanto male?"
"No, te l'ho detto. Niente, solo un livido."
"Fai vedere." Rimasi ferma. Non volevo che vedessi. "Per favore." Aggiungesti, vedendo la mia esitazione. Lentamente, riluttante, lasciai che esaminassi la pelle sotto la clavicola, dove si allargava in un ovale nerastro al centro e rosso cupo ai bordi il segno del colpo ricevuto.
"Deve averti fatto male eccome. Parecchio, anche. E tu non hai detto niente?"
"Beh, ero occupata a tenere te, ti ricordi?" Chiudesti gli occhi abbandonando la testa sul cuscino.
"Dovevo ammazzarlo. Dovevo semplicemente metterti da una parte e tirare ad ammazzarlo."
"Basta, Dario. Smettiamola di parlarne, vuoi? Questa storia ha già fatto abbastanza danno. È solo un livido, alla fine."
"No." Apristi gli occhi e ti posasti un bacio in punta di dita, sfiorandomi poi dove era il segno "è un livido su di te. È molto più grave."
"Devo andare." Ripetei, vedendo la luce farsi più chiara. Ero piena di uno stano sentimento a metà fra l'esasperazione e la commozione. E sentivo di amarti abbastanza da farmi coprire di lividi del genere, se fosse stato necessario, per te. In quel momento pensai, di nuovo, che se tu mi avessi chiesto di morire, per te, l'avrei fatto di buon grado. Forse perfino con un sorriso sulle labbra.
Un ultimo bacio, un ultimo, minuscolo, assaggio e scivolai fino nella mia stanza.
Il sonno mi appesantiva gli occhi e riverberava sotto la volta del mio cranio in piccole onde di dolore. Aspettai che tu venissi a chiamarmi per colazione, cercando di concedermi ancora una mezz'ora.
Arrivasti, puntuale come al solito, allacciandoti ancora gli ultimi bottoni della camicia.
Eri tutto in azzurro, quel giorno, come una visione, con l'unica interruzione di una di quelle tue assurde cinture, che amavi alla follia. Dovevi averne almeno una decina, ognuna con una diversa fibbia lustra e pacchiana, tutte enormi e tutte di alto cuoio massiccio. Quella che indossavi quel giorno era lustra e scura, con una fibbia dorata,ovale e incisa.
Mi vestii in fretta, senza alcuna pretesa stilistica, un paio di pantaloni scuri ed un golf grigio, e feci per uscire dalla stanza. Ti urtai, non aspettandomi di trovarti fermo sulla soglia, con la schiena alla stanza.
"Cosa guardi?"
"Lui." Tuo padre. Era appena passato per il corridoio. Il tuo tono era guardingo e la tua schiena diritta come una tavola. Eri un temporale che attendeva di scoppiare.
Passai le mani sulle tue spalle, sentendole rilassarsi sotto il mio tocco.
"Dai, scendiamo." Ti voltasti a guardarmi e un sorrisetto ti increspò le labbra.
"Si, suor Beatrice."
"Cosa vuoi?"
"Come ti sei vestita? Hai paura che qualcuno ti guardi?" Ridacchiavi dal naso.
"Oddio! Ma guarda che sei proprio insopportabile! E se mi metto carina sei geloso, e se mi metto le prime cose che capitano sembro una suora, ma cos'è che vuoi, da me?" Ridevo anche io, contagiata dalla tua ilarità. Ridevi sottovoce, coprendoti la bocca con la mano.
"Ah, così non sono geloso di sicuro! Vuoi una croce da mettere al collo?"
"Dai, allora, rompipalle!" Ti spinsi dentro la stanza. "Come devo vestirmi?" Mi guardasti incerto.
"Sul serio? Posso scegliere io?"
"Ti farebbe piacere?" Sporgesti le labbra, annuendo. Eri disposto al gioco. Ti fermasti di fronte al mio armadio, osservando con calma concentrata il contenuto. Era Dora a tenerlo in ordine e non trovasti niente da ridire. Alla fine scegliesti una gonna rosso cupo e una camicetta bianca.
"Guarda che così ho freddo." Aggrottasti le sopracciglia e, dopo una minima esitazione, estraesti una maglia di un rosso appena più chiaro, scollata e decorata di ricami multicolori.
"Dario, ma sei daltonico?"
"Prova, dai. Per piacere." Con un sospiro rassegnato indossai i vestiti che avevi scelto per me e mi guardai allo specchio. Il risultato era sorprendente. Sembravo una bambola di pezza, quelle che amavo tanto da bambina. Fermo alle mie spalle, raccogliesti i miei capelli fra le mani e li annodasti in una grossa treccia lenta. Ora l'immagine di me stessa come bambola era perfetta.
"Sei tanto bella." Sorridesti soddisfatto.
"Sei sicuro?"
"Sicurissimo. Resti così? Per piacere?" Aspettasti quieto il mio cenno di assenso prima di pescare un elastico dalla mia scrivania e legare la treccia.
Scendendo a colazione quasi saltavi dalla gioia e pensai, fra me, che valeva bene la pena di amdare combinata a quel modo, se poteva renderti tanto felice.
Mangiammo in fretta, io con lo sguardo stranito di tua madre che si posava ora sul mio abbigliamento, ora sui miei capelli, esprimemdo una muta domanda che decisi di ignorare, e tu ergendo un muro di volontaria indifferenza fra te e tuo padre, che ti lanciava piccole occhiate alzando di quando i quando gli occhi dal giornale. Non sembrava arrabbiato, anzi, pareva che volesse dirti qualcosa, ma venne sistematicamente evitato.
La giornata di scuola passò rapida, nervosa com'ero al pensiero di qiello che tu avevi definito il processo di quel pomeriggio.
Da quel che avevo capito, che risultò poi essere giusto, attendevamo la visita del tuo compagno, quello che ti aveva accusato, insieme alla sua famiglia, per quello che nell'ottica di mio padre, che l'aveva proposto, avrebbe dovuto essere un garbato chiarimento.
Il mio timore, invece, soprattutto sapendo che tu eri realmente colpevole di ciò di cui eri stato accusato, era che il pomeriggio si trasformasse in una sorta di tiro al bersaglio, con te nella parte del bersaglio.
Appena suonò l'ultima campanella, mi affrettai verso la tua scuola ed arrivai all'angolo in cui erano parcheggiati moto e motorini degli studenti proprio mentre ci arrivavi anche tu.
Tutta presa nell'intento di raggiungerti, attraversai la folla senza degnare nessuno di uno sguardo.
"Andiamo a casa?"
"Andiamo."
"Sei agitato? Stai bene?"
"Bea, chetati, sto bene. Te l'ho detto. Devi fidarti."
Salii dietro di te. Non avevo più paura e viaggiare dietro di te era tornato ad essere bello. Quando avevamo gli zaini, indossavi il tuo al contrario, sul davanti, per permettermi di aderire alla tua schiena.
Piaceva anche a te la sensazione di portarmi, di avermi tanto vicina mentre facevi qualcosa che amavi tanto.
Potevo sempre capire il tuo reale stato d'animo dal modo in cui guidavi, se non avevo altro da osservare. Quel giorno eri un fulmine, volavi, quasi in piedi sopra il sellino, coi muscoli tesi e il respiro corto. Ti stavi caricando per quello che ti aspettava, avevi paura, lo sentivo, e decisi di non aggiungere il mio panico al tuo. Scendemmo dalla moto nella rimessa e sfoderai il mio più bel sorriso.
"Allora vuoi che ci sia anche io, oggi?"
"Non so se tuo padre vuole."
"E cosa fa, mi lega? Mi interessa quello che vuoi tu." Sorridesti.
"Senti, resta a portata di orecchio, va bene? Io cerco di sedermi di fronte alla porta. Così, giusto nel caso, sai, che la situazione si faccia pesante, magari ti metti dove ti vedo. Se vuoi."
"Mi sembra una buona idea. Ma tu fagli vedere i sorci verdi, va bene? Magari mi metto dove ti vedo lo stesso. Così, per vederti." Annuisti e mi stringesti per um attimo la mano nella tua, forte.
Entrammo in casa ostentando entrambi una disinvoltura che non provavamo. Il pranzo fu un'agonia silenziosa, al termine del quale tuo padre si schiarì la voce e rivolgendosi a me disse:
"Oggi io, lui e certe persone...e la Sissi, certamente, dobbiamo discutere."
"Si, è vero, me l'avevi detto, eh, Dario? Allora io vado a studiare di là. Mi raggiungi, dopo, si?"
"Mm. Il tempo di chiarire la faccenda." Rispondesti senza smettere di mangiare. Lo zio si interruppe, ingoiandosi il discorso che si era preparato a fare di fronte alla nostra indifferenza. I tuoi occhi si sollevarono dal piatto il tempo sufficiente a inviarmi la tua approvazione, cui risposi con un minuscolo sorriso.
Zio Lucio si schiarì di nuovo la voce.
"Senti, ragazzina, ti sei fatta poi male, ieri?" Chiese con voce velata di imbarazzo. I tuoi occhi lampeggiarono, fissi al piatto. Mi strinsi nelle spalle.
"Te l'ho detto, zio, non mi hai fatto niente. È stato più rumore che altro."
"Ah, si?"
"Beh, si. Perchè, pensavi di avermi fatto male?" Cercavo attentamente di controllare la mia voce perchè non ne trasparisse lo scherno. Nemmeno se mi avesse spellata viva avrei ammesso che sentivo male.
"Meglio così." Tagliò corto lui, tornando a concentrarsi sul pranzo.
Per tutto il resto del tempo, fino a quando suonò il campanello, nessuno levò un fiato.
Io presi i miei libri e lo disposi sul tavolo della cucina, come fosse un giorno qualunque. Di lì, se la porta fosse rimasta aperta, avrei potuto sentire tutto quello che dicevate, se, come era logico, la zia avesse fatto accomodare gli ospiti nell'angolo dell'atrio con le poltrone.
Così fu.
Quando arrivarono, mi riuscì di allungare un'occhiata al tuo compagno prima di salutare e ritirarmi. Era lo stesso ragazzo di quel giorno, dietro la tua scuola. Faticai a riconoscerlo, non avevi scherzato dicendo che ti eri accanito su di lui.
Larghe ecchimosi, molto peggiori di quella che portavo sul petto, gli segnavano il viso, all'altezza degli zigomi, e una sorta di fasciatura bianca gli serrava la sella del naso, che risultava gonfia e verdastra. Dovevi aver perso completamente il controllo, per fare una cosa del genere e mentalmente mi auguarai di non dover mai assistere quando accadeva.
Tu accogliesti tutti col tuo migliore sorriso d'occasione, quello che tua madre ci aveva insegnato per le feste comandate, e qualche parola di cortesia e li scortasti a sedere, come fossi stato tu l'artefice dell'invito.
Da dietro la soglia della cucina, mi godetti uno scorcio dell'espressione stupita di tuo padre, che ti guardava comportarti da perfetto gentiluomo.
Il padre del ragazzo riassunse in poche, brusche parole il motivo di quello che definì il vostro incontro. Si levò la voce di tuo padre, cupa, come una minaccia.
"Il ragazzo" che poi eri tu "dice che non è vero niente." Aguzzai le orecchie. Ti stava difendendo.
La madre del tuo compagno protestò la sua onestà e altrettanto fece tua madre parlando di te.
Le voci iniziarono ad accalorarsi, quando sentii la tua, che si levò come un coltello, fendendo quelle degli altri che si sovrapponevano.
"Se mi è permesso dire qualche parola" iniziasti in tono mellifluo "credo che sia inutile rimanere a discutere in questo modo. Matteo è qui, e anche io" la tua voce cambiò, diventando dolce, scivolosa, pericolosa. Era la stessa voce in cui Andrea aveva percepito la minaccia. "Anche io sono qui per chiarire tutto, vero, Matteo?"
Mi spostai in modo da essere incorniciata dalla porta. Alzasti gli occhi. Mi vedevi.
Un largo, angelico sorriso ti illuminò il volto e il ragazzo, Matteo, sembrò accartocciarsi come una palla, sparendo nella spaziosa poltrona di cuoio. Sottoposto al tuo sguardo paziente per un tempo sufficiente, annuì.
I genitori annuirono a loro volta e il padre del ragazzo espresse perfino qualche incoraggiamento.
"Allora, Matteo" riprendesti, sempre con quella voce dolce "non siamo mai stati grandi amici, ma possiamo parlarne, di questa faccenda. Come abbiamo sempre parlato di tutto. Se tu sostieni che ti hi fatto qualcosa di male, credo che io e te dovremmo parlare. Cosa ne pensi? Credi che dovremmo parlarne, come abbiamo sempre parlato dei nostri piccoli problemi?" Il tuo sorriso si allargò e ti protendesti appena, leggermente, verso di lui, apparentemente in un gesto di invito. Per me, che avevo già assistito ad una scena simile, era chiara la minaccia implicita.
Matteo sprofondò ancor di più nella poltrona, facendola scricchiolare, e tu rimanesti immobile, in attesa, sorridente. Impallidì.
Suo padre gli chiese per quale motivo non ti rispondesse.
Sua madre lo tacciò di maleducazione, sottovoce.
"Preferisci che ne parliamo noi due soli?" Rincarasti tu, sollevando un sopracciglio. Eri rimasto seduto, fino ad allora, sul bracciolo del divano. Ti alzasti in piedi, ora, come a voler dare seguito alle tue parole.
Il ragazzo scosse la testa, in un gesto desolato e frenetico. Stava evidentemente sudando di paura.
"Allora, si può sapere perchè non parli, adesso?" Gli domandò suo padre.
Lui si lasciò sfuggire un suono imarticolato, come se gli sfuggissero le parole dalla mente.
"Almeno, dimmi qui, in faccia, di che cosa mi accusi. A me non hai detto niente. Sai, Matteo, mi sembra di avere già avuto occasione di dirtelo, preferisco sempre che le cose me le dicano apertamente, anche quelle brutte."
"È giusto." Commentò lo zio e la madre del ragazzo annuì rivolta a te. Da come ti guardava, capii che l'avevi quasi convinta.
"Allora? Di cosa sono accusato? Mi hanno riferito che dici delle cose brutte di me, che sarei stato io a metterti le mani addosso. È vero? Perchè io dico di no. Tu, cosa dici, se io dico di no?"
"Tu..." cominciò lui. Facesti un passo nella sua direzione, non più di un passo. Sorridevi. Annuivi. Sembravi il ritratto della pazienza. "Tu..." ritentò.
"Dai, Matteo, sputa il rospo che poi ne parliamo. Ne parliamo con calma. Io e te. Ti prometto che ci prendiamo tutto il tempo necessario." Per una frazione di secondo, il tuo sorriso cambiò e vidi anche io quello che vedeva lui. Sembravi matto. Matto e pericoloso.
Mi venne da ridere, ma riiscii a trattenermi.
"No." Disse lui.
"No che cosa?" Rincarasti ancora tu.
"No, non voglio che ne parliamo." Guaì.
"Ma allora, Matteo, cosa siamo venuto a fare qui?" Domandò il padre. "È stato questo ragazzo a prendersela con te, o no?"
Per un attimo, provai pena per quel ragazzo. Iniziò a tirare su col naso e a lasciarsi sfuggire qualche lacrima. Feci in tempo a scorgere il lampo di trionfo che ti attraversò la faccia, prima che tu lo riacchiappassi e lo rinchiudessi.
"No. Non è vero. Non è stato lui. Mi dispiace." Crollò finalmente.
Le voci dei genitori si sollevarono in un sovrapporsi da bar, per qualche minuto. I tuoi erano sollevati, i suoi tremendamente imbarazzati e volevano il nome dell'aggressore.
In tutto, prima di farlo crollare, ti era servita meno di mezz'ora.
Tacesti, risedendoti sul bracciolo del divano, accanto a tua madre, che prese ad accarezzarti la gamba. Ti guardava come se fossi tornato dalla guerra.
Impiegarono un'altra mezz'ora a calmarsi, loro, e solo a quel punto il padre di Matteo pretese che lui ti rivolgesse delle scuse.
"Non fa niente, signor Dallari. Davvero. No gliene faccio una colpa se era spaventato, guardi come è ridotto! E poi alla fine si è comportato bene, vero, Matteo? È questo, l'importante."
Effettivamente, come mi avevi promesso, eri uscito da quel ginepraio senza darti il disturbo di raccontare alcuna bugia.
La madre del ragazzo volle perfino darti un bacio sulla guancia, quando salutarono prima di andaree tu glielo concedesti, arrossendo un poco.
Arrivasti al tavolo della cucina, di fronte a me, dopo due ora da quando tutto era iniziato, con il tuo sorriso furbesco sul viso e l'aria trionfante.
"Sei tremendo!" Ti censurai sottovoce.
Avevi appena aperto i libri, quando dalla porta entrò lo zio. Si fermò accanto alla tua sedia e ti fissò. Sul suo viso non riuscivo a leggere nulla.
"Alzati, bamboccio, usciamo." Lo guardasti stupito e, l'avrei giurato, con una punta di spavento.
"Dove?" Ti lanciò sul libro aperto le chiavi dell'auto.
"Per oggi, qui davanti. E guai a te se dici mezza parola a tua madre, adesso si è chiusa in camera."
Tentasti di trattenere un sorriso, senza successo. Non era un gran padre, ma sapeva bene come comprarti. Non c'era nulla che tu desiderassi più di mettere le mani su quell'auto nuova.
Tamburellasti con le dita sulla pagina per non più di un secondo, prima di afferrare le chiavi ed alzarti, scomparendo con due salti oltre la soglia.
"Oh, allora? Hai cambiato idea?" Gli gridasti dall'ingresso.
martedì 24 giugno 2014
Settantasei
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