Ce la facemmo, alla fine, a tornare a sfrecciare insieme sulla tua moto rimessa a nuovo, lustrata a specchio, come piaceva a te, che rifletteva barbagli di luce estiva nel piano paesaggio giallo fieno, unendo così il lampo dell'occhio al fracasso di ringhio infastidito che costituiva il suo rumore.
La prima volta che rimontai, tremavo tanto che dovesti aiutarmi, stringendo con la mano il mio polso. Arrivata che fui dietro di te, ancora da fermi, col motore che vibrava dolcemente al minimo, ti strinsi tanto da farti voltare la testa.
"Tutto bene?"
"Mm." Risposi. Non mi fidavo un granché della mia voce, im quel momento.
"Allora mi sfileresti cortesemente le dita dagli spazi fra le costole? Mi danno un po' noia, sai?" Tentavi di trattenere una risata, ma non riuscivi a risultare serio. Allentai la stretta di quel poco che la mia paura mi consentiva. Quando ti vidi partire e sentii che eravamo di nuovo im equilibrio sule due ruote, posai la fronte alla tua schiena, chiudendo gli occhi, cercando di controllare l'onda di panico che mi cresceva dentro.
Facesti forse cento metri, prima di accostare al ciglio del fosso che costeggiava la strada e farmi smontare. Saltai giù tanto velocemente da inciampare e finire in ginocchio fra l'erba. Smontasti anche tu e mi guardasti dall'alto mentre mi rialzavo, a braccia conserte.
"Si può sapere cosa ti prende?"
"Ho paura."
"Di questo me ne ero accorto da solo, grazie tante. Ma se ti fa così paura, mi spieghi perché a momenti ti fai prendere a sberle da tuo padre, per venirci?" Ti guardai e mi sentii in profondo imbarazzo. Neanche a parlarne, di mentirti, men che meno quando mo guardavi negli occhi a quel modo.
"Tu ci tenevi. No?" Le braccia ti ricaddero lungo i fianchi.
"Oh. Per questo? Insomma, sai, lo stai facendo per..." ti schiarsti la voce.
"Perchè ti fa piacere. Ti fa piacere, no?" Chiesi di nuovo. Annuisti e mi avvicinai di un passo, finendo per alzare la testa, pur di guardarti in faccia.
"Lo fai per me?" Domandasti a mezza voce.
"Si. Cioè, anche per me. Mi piaceva, prima. Senti, mi dispiace, Dario, riproviamo, vuoi? Provo a stare più calma, te lo prometto."
Mi guardavi in un modo strano, a bocca stretta, continuando ad annuire impercettibilmente. Mi accarezzasti un braccio con una lunga carezza innamorata.
Poi voltasti recisamente la schiena e salisti di nuovo sulla moto. Non aspettai che tu mi aiutassi e salii a mia volta. Badavo solo a ripetermi di stare calma, che tu eri lì, con me, e quindi non mi sarenne mai potuto accadere nulla di male.
Dopo una brave occhiata da sopra la spalla, ripartisti piano, con prudenza.
Dopo quel giorno andò sempre meglio.
Passai il mese di luglio, per intero, a farmi torturare tre volte la settimana da una grossa fisioterapista in costume da bagno e calzoncini, che sembrava aver frequantato l'università di Torquemada.
Ero determinata a portare fino in fondo il mio proposito di rimettere tutto a posto e, in quello, riuscii benissimo.
Con te appostato fuori della porta a sfogliare riviste, non avevo il coraggio di lasciar uscire mezzo lamento, conscia del fatto che mi avresti sentita e ti saresti preoccupato, quindi l'agente dell'inquisizione ebbe campo libero per applicare su di me tutto il rigore delle misure prescritte.
Finì che nel giro di un mese avevo fatto tanti e tali progressi, che venni congedata con un foglio di esercizi da svolgere a casa e i più sentiti complimenti.
Riprendemmo a fare qualche passeggiata, nei giorni in cui il sole era velato quanto bastava per non picchiare troppo, e di nuovo potemmo sdraiarci sotto i noci selvatici e accanto ai rovi profumati, per scambiarci tutte quelle piccole tenerezze che ci erano tanto care.
Ti amavo più di quanto ti avessi mai amato e, sapendo di averti fatto soffrire, prima con l'incidente, poi con il mio chiudermi al mondo, affondando in me stessa, ci tenevo in modo particolare a concederti tutti i piccoli vizi che amavi di più.
Tenevo la tua testa sulle mie ginocchia e ti imboccavo di piccoli bocconi di frutta dolce e matura, lisciavo i tuoi capelli chiari fino quasi a farti addormentare, posavo ghirlande di piccoli baci sulle tue dita e sul tuo viso, punteggiandolo come pioggia con le mie labbra.
Non c'era desiderio tuo che non mi affrettassi a soddisfare, se appena potevo, di giorno o di notte che venisse espresso.
Era, per me, la gioia più grande, vederti sospirare di soddisfazione, a occhi socchiusi, stirandoti come un gatto, dopo qualche ora passata a vezzeggiarti.
Leggere per te, come facevo da bambina, divenne di nuovo un'abitudine, nel giro di poche settimane. Non capii mai se me lo chiedessi perché avevi ritrovato il gusto di ascoltare una bella storia, dopo tutti quegli anni passati ad immergerti nei nudi fatti, o se lo facessi solo per me. Resta il fatto che quell'estate ci divorammo insieme, oltre a 'Il buio oltre la siepe' anche 'Giro di vite', 'Il mastino dei Baskerville' e 'Uno studio in rosso'.
La tua ammiraziome per Sherlok Holmes era sincera e sconfinata, quasi commovente nel suo entusiasmo. Avresti voluto essere come lui, dicesti più di una volta. Mi domandai spesso se ti riferissi al suo genio o alla sua freddezza, che lo rendeva inattaccabile a qualsiasi provocazione, ma non te lo chiesi mai. Mi sarebbe sembrato di toccare una corda troppo sensibile e che faceva vibrare note troppp dolorose, per te.
Perchè tu eri, nonostante tutto quello che avevi passato, ancora terribilmente sensibile, fragile, perfino, in certi punti del tuo essere.
Bastava che mi vedessi rabbuiata per accigliarti, preoccupato; bastava uno dei soliti malumori di tuo padre per mantenerti in allarme per giorni.
Quell'anno accadde anche una sorta di piccolo miracolo.
Passavo un'infinità di tempo, praticamente tutto quello che non passavo fuori casa, china sui libri di scuola, cercando disperatamente di recuperare le nozioni che il tempo aveva sbiadito nella mia mente, oltre a quello che avevo perso durante l'ultimo mese di scuola.
Era difficile, ma ogni giorno avevo la sensazione di cavarmela un po' meglio, di riuscire a continuare un po' più a lungo, di fare un lavoro un po' meno raffazzonato.
Era diventato normale, e quasi non mi accorgevo più di farlo, leggere a voce alta tutto quanto. Avevo acquisito una sorta di cantilena monotona, con appena tanta voce quanta ne bastava a me stessa per sentirmi, che mi consentiva di continuare al lungo senza sentire il bisogno di interrompermi, come invece mi succedeva i primi tempi, quando leggevo come avrei fatto per un uditorio.
In buona sostanza, stavo recuperando.
Spesso, alzando la testa dai libri per sciogliere i miscoli irrigiditi del collo, che ancora protestavano vivacemente quamdo venivano sforzati troppo a lungo, trovavo mio padre che mi osservava affacciato alla porta, in silenzio. Sembrava che la sua gioia, nel vedermi tornare alle mie solite occupazioni con tanto impegno, fosse tanto grande da non riuscire a stare lontano.
Una sera, verso la metà di agosto, quando gli sorrisi per salutarlo, entrò nella stanza e mi disse che doveva parlarmi.
Non mi preoccupai, non avevamo più avuto dei contrasti dal giorno in cui avevamo discusso perchè volevo risalire sulla tua moto, ma mi incuriosii molto: non era sua abitudine interrompere il mio lavoro, anzi, magari il contrario.
"Piccoletta, lo so che hai passato una brutta estate." Esordì sedendosi sul bordo del mio letto "ma, se ci rifletti, capirai che c'è qualcuno, in questa casa, che ha passato dei mesi di tensione come e peggio di te." Me ne veniva in mente più di uno. Fra te, che dall'inizio della primavera non avevi avuto altro che problemi, e tuo padre, che sembrava sempre sul punto di esplodere, non avrei sapito chi scegliere. Non mi compromisi e mi limitai ad annuire cortesemente, con aria interrogativa. "Così, io e tuo zio ne abbiamo parlato e abbiamo pensato che sarebbe una buona idea qualche giorno di vacanza." Mi allarmai. Non potevo, proprio adesso, mollare tutto per andare da qualche parte, non so dove, solo perchè si supponeva che vedere un mare o una montagna rilassasse i nervi. Avevo ancora tanto lavoro da fare.
"Ma papà..." iniziai a protestare. Mi zittì alzando l'indice.
"Lo so, lo so, hai avuto una brutta avventura e adesso vorresti tutti vicini. Ma si tratta solo di qualche giorno. Non devi essere egoista, cara. In fondo mi sembra che tu ti senta molto meglio e se ti sentisse protestare, si sentirebbe in colpa e, probabilmente, deciderebbe di non partire. Lo sai, il bene che ti vuole." Esclusi mentalmente tuo padre e me stessa dal novero, dopo queste delucidazioni. Rimanevate fuori tu e tua madre.
"Si, capisco." Risposi in tono grave, attendendo che sciogliesse l'arcano.
"Quindi non ti dispiace farne a meno per qualche giorno?" Ecco, adesso la situazione diventava pericolosa. Chi dei due era desinato al confino?
"Imsomma, si un po'. Perchè me ne parli tu, comunque?"
"Beh, Bea, devo dirti la verità." Rispose lui con un sorriso complice "lei non sa che te ne sto parlando. Volevo solo prepararti."
Cercai di non mostrare il mio sospiro di sollievo. Lei. La zia, quindi. Per quanto riguardava me, avrebbe potuto concedersi anche un mese di mare senza alcum problema. Gli sorrisi a mia volta.
"Ma, papà! Va tutta sola, poverina, senza conoscere nessuno?" Protestai sapendo benissimo di sferrare un colpo basso.
Lui si sistemò meglio sul letto, come se stesse scomodo, e mi guardò negli occhi, cercando qualcosa che non avrei saputo dire. Pensai intensamente a te, a te e a nient'altro. Sapevo quanto facilmente mi tradissero, i miei occhi. Sembrò soddisfatto del suo esame, perchè mi confidò:
"Sai, lo zio non la può accompagnare, per via del lavoro. Tu..."
"Lo sai, papà, quanto devo studiare. Settembre è tanto vicino." Annuì.
"Certo, lo immaginavo, povera piccoletta. Dario ormai è grande per accompagnare la mamma. Insomma, si annoierebbe, diventerebbe nervoso, è tanto agitato, quel ragazzo!" Pensai ai lunghi pomeriggi che passavi a farti leggere un libro, domandando solo un bacio di tanto in tanto, steso sulle mie ginocchia, morbido di pigrizia, e mi scappò um sorrisetto, che lui interpretò come un assenso.
"Resti fuori tu, papà." Gli feci notare delicatamente.
"Ma andiamo, non posso mica lasciarvi soli per cinque giorni!" Protestò scandalizzato.
"Dai, papà, tanto quando se a casa lavori e quando lavori stai fuori comunque dalla mattima alla sera, a volte anche due giorni di fila. Cosa cambia?"
"Ma non posso accompagnare tua zia..." arrossì leggermente. Colsi l'occasione e ti chiamai a gran voce. Facesti quasi subito capolino dalla porta.
"Tua mamma vuole andare al mare." Annunciai.
"Me l'ha accennato. E allora?"
"Ti dà noia se mio padre l'accompagna?" Ti chiesi, mentre lui seguiva lo scambio di battute come fosse una partita di tennis.
"Oddio, zio, lo faresti sul serio?" Sgranasti gli occhi con aria sollevata "Perchè se no, mi sa che non me la scampo, io. E non posso neanche portarmi la moto, fin là." Mio padre sorrise paziente.
"Ragazzi, cosa penserebbe la gente se io accompagnassi in vacanza una donna che non è mia moglie?" Chiese. Ti stringesti nelle spalle.
"Va beh, ma è una tua parente, no? È diverso."
"Si, ma..." scuotesti la testa con aria seccata e, voltandoti verso il corridoio, chiamasti tuo padre. Sentimmo i suoi passi pesanti farsi strada attraverso la scala ed il corridoio. Mio padre si agitò nervosamente.
"Ti dà noia se lo zio accompagna la mamma al mare?" Fu tutta da ridere. Tuo padre, che era sbucato dal corridoio oscurando lo specchio della porta con aria tempestosa, sgranò gli occhi in un'espressione talmemte uguale alla tua da sembrare dipinta.
"Davvero, lo faresti? Sei serio? No, perchè se no mi tocca di andarci io, non vorrai mica che la mandi da sola, e non è che posso portarmi dietro il lavoro fin là." Ci guardammo e poi subito distogliemmo lo sguardo, altrimenti non saremmo riusciti a restare seri. Mio padre se ne accorse, , a non diede importanza alla cosa. Ripeteva sempre che eravamo nell'età della stupidità.
"Lucio, sei sicuro? E questi due?" Tuo padre ci fulminò con lo sguardo.
"E questi due filano diritti come dei fusi, se no ci penso io. È chiaro?" Tu annuisti sporgendo le labbra, tenendoti dentro le male parole che ti affioravano alla mente. "Oh! Guarda che dico anche a te, ragazzina." Mi apostrofò sgrabato.
"Zio, cosa vuoi che faccia? È già tanto se riesco a prepararmi per settembre, lo dicevo a papà."
Grugnì, soddisfatto e guardò mio padre.
"Dai, vacci, te che puoi prenderti delle ferie, non mandarmela via da sola. Lo sai che non c'è mai stata, da sola, in giro."
E così fu deciso.
Sarebbero partiti insieme.
Lo annunciarono quella sera, a cena, come se non lo avessimo deciso tutti quanti, coralmente, ma fosse uma decisione piovuta dall'alto, e noi facemmo bene attenzione a non tradire neanche con uno spasmo del volto la felicità che ci stava inondando.
Molto meno abili furono loro, a nascondere l'entusiasmo che li animava, ma tuo padre non diede cenno di vedere nulla se non il fermento, del tutto normale, che precede una breve vacanza. Per i successivi tre giorni sentii la zia cantare, come un uccellino, mentre organizzava dettaglio per il viaggio.
Non ricordavo che avesse una voce tanto aggraziata.
Poi, venne il momento della partenza. Se ne andò fra mille raccomandazioni e, prima di scendere gli scalini che portavano all'ingresso, ti strinse al petto, nonostante ti arrivasse appena alla spalla, come se tu fossi um bambino, facendoti arrossire fino alla radice dei capelli.
Tuo padre sarebne rientrato tutte le sere, in quei cinque giorni, per 'tenere la situazione sotto controllo', ma il resto del tempo, tutto il resto del tempo, era nostro.
Non toccai libro.
Ci scapricciammo im ogni modo possibile, dal giocare come bambini fra i mobili lustri dell'atrio al mangiare in camera monumentali piramidi di panini imbottiti e pesche succose, al fare l'amore, finalmente senza fretta e senza timore, dietro la porta chiusa a chiave della tua stanza.
Non facevi che ripetermi quanto fossi bella, alla luce del giorno, e passavi un tempo infinito a guardarmi, nuda al tuo fianco, facendo scorrere le tue mani lisce e asciutte sulla pelle del mio addome, delle mie gambe, del mio seno.
Me lo ripetesti un milione di volte, in quei pochi giorni.
Non riuscivo a credere di essere bella, per te, quanto tu lo eri per me. Iniziava allora a spuntarti una sottile peluria dorata sul petto, poco più scura dei capelli, e, per il resto, eri liscio come sempre. Nemmeno sul viso avevi nulla di più di una lanugine di pesca, con tuo profondo disappunto e mio immenso piacere. Mi strofinavo contro la tua pelle morbida con tutto il corpo, facendo le fusa, presa dalla sensazione di esserti tanto vicina e poterti vedere, tutte e due le cose insieme.
Ti baciavo su ogni pezzetto di pelle a mia disposizione, mentre tu ti torcevi ridacchiando per il solletico.
Fummo felici davvero, durante quelle giornate in cui ci lasciarono in pace, e nel mio ricordo fu allora che guarii completamente.
Fra le tue mani non provavo più alcun dolore e il mio corpo, che sentivo quasi come un traditore dopo averci tanto combattuto, mi ritornò amico diventando il tramite attraverso cui poterti toccare.
Anche tu ci riprensesti confidenza, dopo tante settimane passate a tenere di farmi del male toccandomi, e, presto, prestissimo, tutto tornò come prima, fra noi.
Quanto piacere provassi, nel sentirmi di nuovo stringere, tanto da mozzarmi il respiro, nel sentirti di nuovo affondare le dita nella carne tenera dei miei fianchi, ora che erano tornati a tondeggiare, e dei miei seni, quando te li portavi alla bocca come fossero frutti, non so e non oso descriverlo.
Basti dire che quei cinque giorni finirono in un unico lampo di una tenerezza straziante e che versammo entrambi qualche lacrima, la sera del giorno precedente al rientro di tua madre.
Ti tenevo la mano, seduta ai tuoi piedi, sul tappeto di camera tua.
"Sai, mi sembra assurdo che domani non potrò più tenerti tutta per me."
"Lo so."
"Ma fra poco sarà così ogni giorno. Sempre. Quando ce ne andremo."
"Dario?"
"Dimmi."
"Raccontami un po' di come sarà, quando vivremo soli noi due." Posai la tempia sul tuo ginocchio e mi calmai lentamente, mentre ti ascoltavo sognare.
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