domenica 1 giugno 2014

Sessanta

Passò l'inverno e arrivarono i primi soli.
Il certamen si avvicinava e il mio carico di lavoro si faceva sempre  più intenso. Vivevo in simbiosi con il dizionario di latino e,  più di una volta, tu, intrufolandoti nella mia  stanza di notte, mi trovasti addormemtata sulla scrivania, il viso appoggiato alle mani o sul libro aperto, i capelli raccolti in una coda approssimativa, e mi portasti dolcemente a dormire, facendo attenziome a non svegliarmi più del necessario.
Ricordo come un sogno di una tenerezza estrema le tue mani che mi sfilavano il maglione e mi scioglievano o capelli, mentre il tuo buon odore mi invadeva le narici, facendomi desiderare di non dormire ancora.
"Zitta, adesso, è ora delle nanne."
"Facciamo l'amore?"
"Domani. Adesso devi dormire."
"Devo proprio?"
"Si, proprio proprio."
Era carezzevole, il tono della tua voce, e scoprii in quei momenti che ti ricordavi ancora parole della nostra prima infanzia, che non sentivo e a cui non pensavo da una vita intera. Se solo le persone che ti consideravano un prepotente avessero potuto vederti in quei momenti, credo che non sarebbero mai più riuscite a condannarti con la stessa sicumera.
Non mi dicesti mai 'studi troppo' o 'devi rallentare'. Ti limitavi a prenderti cura di me quando crollavo, così come io facevo con te.
Tu ti eri ormai abituato ai nuovi ritmi che imponevi a te stesso ed eri diventato, se possibile, ancora più inflessibile nei riguardi di ciò che ritenevi essere tuo dovere.
Continuavo a svolgere tutta la parte dei tuoi compiti che mi riusciva di sbrigare e, in aggiunta, compilavo diligentemente degli elenchi delle cose essenziali da sapere nelle 'mie' materie, un modo che non perdessi troppo tempo nello studio.
Tutte le volte che perdevi una partita, cadevi in un cupo mutismo che si scioglieva solo a sera ed io ero l'unica persona che ammettessi al tuo fianco in quei momenti. Rimanevo mella tua stanza, avvolta nel silenzio imbronciato che sembravi emanare, a studiare o a leggere seduta accanto a te, fino a quando non esplodevi in un torrente di considerazioni sul modo in cui erano andate le cose, la qualità dell'arbitraggio e gli errori tecnici tuoi e dei tuoi compagni, minuto per minuto. Fatto questo, di solito, riuscivi ad ingoiare il boccone amaro della sconfitta e rompevi l'isolamento,  scendendo di sotto con il resto della famiglia o proponendomi una lezione di guida.
Ero diventata abbastanza brava, ma mi avevi fatto promettere di mantenere il segreto. Una sera, quasi all'imbrunire, dopo l'ennesima lezione, mi offrii di riportarti a casa io.
"Assolutamente no. Non ce la fai, credimi. Se te lo dico io..."
"Ma perchè,  scusa? Sono brava, adesso!"
"Bravissima, è vero. Ma non hai la forza di bilanciare il mio peso, sai? In due è diverso. Finisce che ci ammazziamo."
"Bah, se ci riesce un biondino gracilino come te..." eravamo in piedi, accanto alla motocicletta, a chiacchierare sereni. Mi afferrasti per la vita e mi caricasti in spalla, la mia testa che ti pendeva sulla schiena e le gambe sul petto.
"A chi, gracilino, scricciolo?"
"Lasciami! A te, mucchio di ossa!" Ridendo, iniziasti a girare su te stesso, dandomi l'assurda sensazione di essere su una giostra.
"Rimangiatelo!"
"No! Lasciami!" Ridevo e tutto girava ed ero senza fiato.
"Rimangiati quello che hai detto!"
"No! Piuttosto vomito!"
"Mamma! Bea mi ha vomitato sulla giacca, sgridala! Le vere signore non vomitano in pubblico!"
"Smettila, brutto spilungone, spaventapasseri che non sei altro!"
"No! Adesso chiedi scusa!"
Non feci in tempo ad aprire bocca. Nel girare, sempre più veloce, scivolasti all'indietro e finì che crollammo a terra, in un mucchio sghignazzante.
"Ti sei fatta male?"
"No, ma mi gira tutto!"  Ci sedemmo sul terreno brullo a riprendere fiato, mentre il mondo smetteva piano di ruotarci attorno. Il sole era una macchia enorme e schiacciata a occidente e ti infuocava il profilo, rendendoti quasi impossibile da guardare.
Senza riflettere, ti scostai i capelli che ti erano ricaduti sulla fronte, lisciandoteli all'indietro, e ti dissi che ti amavo. Prendesti la mia mano fra le tue e rimanesti per un lungo momento in silenzio.
"È una parola ben corta per dire una cosa tanto grossa, eh?" Mormorasti alla fine, senza voltarti.
"Si."
"Delle volte vorrei saper parlare meglio, saper dire quello che ho qui. Io al massimo posso tirarti fuori una qualche cavolata, ma sai cosa mi piacerebbe saper dire?"
"Cosa?"
"Che è ben strana questa cosa dell'amore. Abbiamo capito tutto ormai, definito tutto, non c'è una molecola, un pianeta, una particella che non sappiamo come funzioni. Eppure, questa cosa qui in teoria non esiste. Insomma, sai, in teoria se mi tolgono te a me non cambia niente. Non si sposta neanche l'orbita di un elettrone. In pratica, però, io non vorrei vivere senza di te. La macchina continuerebbe a funzionare, ma io non avrei voglia di continuare. Preferirei poter morire, credo." Mi dicesti in tono calmo e riflessivo. Sentii qualcosa di enorme che si risvegliava in me a quelle parole. Avevi sfiorato una corda che vibrava fin nelle radici del mio essere.
"Penso che tu stia parlando dell'anima. Delle leggi e del comportamento dell'anima." Dissi lentamente, cercando di mantenere un tono sommesso quanto il tuo.
"L'anima. Tu dici che c'è davvero, una cosa così? Davvero, cosa ne pensi, tu?"
"Penso che a parte gli elettroni e le molecole e le  altre porcherie che ti piacciono tanto" dissi, strappandoti un mezzo sorriso "dentro di me ci sia qualcosa che ti ama. E che ti amerà sempre, qualsiasi cosa succeda. Qualsiasi cosa tu faccia. Anche se morissi, continuerei ad amarti."
"Se morissi io o se morissi tu?"
"Tutt'e due."
Annuisti lentamente, con aria concentrata. Senza dire nulla, ti alzasti in piedi, spolverandoti le mani e il di dietro dei pantaloni e poi porgendomi la mano per aiutarmi. Avviasti la moto e mi facesti cenno di salire. Quando fummo sul sellino, ti voltasti appena, lasciandomi scorgere i tuoi occhi seri.
"Se è vero che l'anima non muore" dicesti inserendo la prima "allora è per sempre."
Partisti facendo più fracasso del necessario, come a voler troncare ogni possibilità di dialogo e, im un certo senso, ti capivo. Era talmente grande, l'argomento che avevamo toccato quella sera, quasi inavvertitamente,  ed era tanto simile ad un giuramento,  quello che ci eravamo scambiati, che avevamo bisogno entrambi di un attimo di silenzio per accoglierlo nel nostro cuore e se per ottenere il silenzio era necessario quel fracasso, allora che ben venisse.
Immersi nel sangue rosso del tramonto, con la giornata di marzo che ci moriva attorno, la visione dell'eternità ancora negli occhi, tornavamo a casa.
Fu un paio di settimane dopo quella sera, quando marzo volgeva al termine e già si presentiva un aprile piovoso, che avvenne quella che per me rimase sempre la litigata fra te e tuo padre.
Zio Lucio era sempre più nervoso, negli ultimi tempi. Cupo e taciturno per carattere, non era mai stato votato alla serenità,  tanto meno in famiglia, dove non aveva motivo di nascondere ciò che pensava, ma, col passare dei mesi, quell'anno, era arrivato a dei picchi di instabilità tali, che perfino zia Sissi si premurava di girargli al largo e di parlargli il meno possibile.
Era sufficiente un'occhiata, una battuta di troppo o semplicemente non di suo gradimento per farlo esplodere in una valanga di imprecazioni e grida. Era come vivere costantemente con una fiala di esplosivo in tasca.
A quell'epoca, non potevamo sapere cosa lo preoccupasse tanto da spingerlo a comportamemti così estremi e sgradevoli, ma ne partivamo tutti le conseguenze ed attendevamo con ansia le sue frequenti trasferte per poter respirare più liberamente.
Tu badavi bene a farti vedere e sentire il meno possibile.
Poiché ogni tuo comportamento era passibile di severa critica e poiché eri parecchio sotto pressione anche tu, i risultati, alle volte, erano a dir poco indesiderabili, ma riuscivi sempre a mantenere il controllo sufficiente per rimanere in silenzio, tenendo bassa la testa per nascondere il tuo sguardo fiammeggiante, sotto la sferza delle sue parole. La tua rabbia cresceva ogni volta di un poco, come un solco scavato dal costante passaggio di un ago affilato, più profondo ad ogni sollecitazione.

Era sera inoltrata ed avevamo finito di cenare ormai da un paio d'ore. Tu sedevi al tavolo della cucina, pescando pezzetti di frutta da una ciotola mentre sfogliavi pigramente una rivista sportiva. Io, appoggiata con i gomiti al ripiano della cucina, cercavo di riparare la chiusura di un bracciale da due soldi con una pinza.
Lo zio Lucio entrò e si diresse al frigorifero e prese dell'acqua e tu seguisti la sua avanzata con gli occhi, senza muovere altro muscolo né smettere di masticare.
"Giusto te, principino." Chiudesti gli occhi per un secondo, in un'espressione di esasperazione. Senza cambiare posizione rispondesti:
"Dimmi."
"Quanto avete quest'anno di vacanza a pasqua? Due settimane?"
"Dieci giorni."
"Beh, allora avvisa che tu stai via due settimane. Vieni su con me, mi servi. È ora che faccia qualcosa di utile anche tu." Sollevasti un sopracciglio, senza alzare gli occhi ad incontrare i suoi e posasti la forchetta.
"E a cosa ti servirei, esattamente?"
"Roba di lavoro. Devi impararlo, il lavoro, ormai. Un giorno ci sarai tu, lì,  al posto mio, no?" Chiudesti la rivista. Ti vidi deglutire e respirare a fondo.
"No."
"Cosa, no?"
"No, io non ho nessuna intenzione di fare il tuo lavoro."
"E perchè, si può sapere?" Chiese lo zio iniziando a scaldarsi.
"Perchè no. Non mi piace."
"Credi che a me piaccia? A nessuno piace lavorare! Ma tu che ne sai? Tu che sei cresciuto qui, senza mai muovere un dito? Ma adesso ti sveglio io, signorino. Ah, se ti aveglio! È  ora che cresci." Ti andavi irrigidendo.
"Senti, se hai bisogno  di una mano è una cosa. Ma non pensare che io porti avanti il tuo mestiere, perchè non lo farò."
"Tu farai quello che ti dico io!" Lo zio aveva alzato la voce. Ancora non urlava, ma ci era vicino. E fu a quel punto che la situazione precipitò. Perché fosti tu a metterti ad urlare.
"Io non faccio un cazzo, se non lo chiedi da persona normale, va bene?" Arretrai di un passo. Avevi alzato la testa e lo guardasti con occhi colmi di rabbioso disgusto. Lo zio iniziò ad avvicinarsi alla tavola a passi lenti, lui da una parte e tu dall'altra del piano di marmo.
"Come ti permetti di alzare la voce con me?" Non urlava più. Sussurrava. Ti alzasti in piedi dietro il tavolo e sporgesti il mento con aria di sfida, senza rispondere.
"Come cazzo ti permetti?"
Solo il tavolo vi separava, bianco quanto i vostri visi tesi.
"Chiedi scusa, pezzo di merda."
"No."
"Chiedimi scusa adesso. Non te lo sto chiedendo, stronzetto."
"No." Scandisti, sporgendoti verso di lui.
"Non mancarmi di rispetto. Te lo dico per l'ultima volta. Chiedi scusa, abbassa la cresta e fila via, stronzetto." Vidi le vene sulla tua fronte gonfiarsi e quelle sul tuo collo pulsare. Era una specie di braccio di ferro fra voi, gli occhi negli occhi. Lui che cercava di piegarti e tu di resistere. Vidi la voce raccogliertisi in gola e pensai che dovevo fare qualcosa, qualcosa, qualsiasi cosa per fermarti, ma, pensandolo, persi il momento. "Io ho un nome!" Gli urlasti praticamente in faccia.
Lo zio sembrò diventare di pietra per un attimo. Poi passò la mano sotto il piano del tavolo e, senza mostrare alcuno sforzo, lo rovesciò a terra, togliendolo di mezzo fra voi.
Era un tavolo di marmo bianco e legno massiccio e non ho idea di quanto potesse pesare. Il suo impatto col pavimento fece tremare la cucina.
"Adesso ti spiego una cosa." Disse zio Lucio facendo un passo avanti là dove un secondo prima c'era il tavolo. Istintivamente tu facesti un passo indietro, per mantenere la distanza, e inciampasti nella sedia, finendo seduto a terra. Ti spingesti coi talloni per allontanarti e trovasti il muro alle tue spalle.
"Vedi, merdina, quando uno alza la voce, deve essere sicuro di poterlo fare." Incombeva su di te, ranicchiato contro il muro, come un colosso.
"Allora, tutta questa grinta che avevi tirato fuori? Cagasotto. Adesso ti insegno cosa succede ad alzare la voce con chi è più grosso di te." Allungò un braccio che sembrò non dover finire mai e ti strinse per il collo della maglia. Ti alzò in piedi come fossi un bambinetto, tenendoti al muro.
I tuoi occhi erano sgranati di sorpresa e di paura e sembravi paralizzato come un coniglio davanti ai fari. Quando alzò l'altra mano, capii che ti avrebbe colpito. Non era il tipo d'uomo che alzasse le mani, di norma, ma gli leggevo addosso che stavolta faceva eccezione.
"Zio no!" Gridai. Si voltò sorpreso. Doveva aver dimenticato la mia presenza.
"Fuori dalle palle, tu. Io e mio figlio dobbiamo parlare."
"No. Scusa zio, ma se tu non lo lasci io non mi muovo."
"Davvero, eh?" Considerò. Poi si rivolse a te, avvicinando il volto al tuo, quasi che ti volesse baciare. Abbassò il tono della voce. "Io adesso ti faccio male. Tu questo lo capisci, si? Si?" Attese il tuo cenno di assenso. Ogni colore era sparito dal tuo viso. "Sta a te decidere. Se vuoi che lei resti a guardare, per me fa tanto uguale."
"Papà..." invocasti a mezza voce.
"Decidi tu. Hai tre secondi. Uno." Chiudesti gli occhi e una lacrima ti si staccò dall'angolo dell'occhio. Tremavi. "Due."
"Bea, esci." Mi dicesti.
"Dario io... "
"Tre."
"Obbedisci, cazzo! Fuori!" Mi urlasti. Mi fissavi terrorizzato. Uscii arretrando lentamente e vidi chiudersi la porta, calciata da tuo padre.
"Papà..."
"Papà un cazzo! Non vali la sborrata che ti ha fatto, cagasotto!" Sentii un tonfo morbido, come di qualcosa di soffice lasciato cadere su un piano rigido, e poi ti sentii uggiolare.
"Adesso non urli? Non ti viene da urlare, adesso?" Tonfo. Uggiolio.
Il cuore mi batteva nelle orecchie. Dov'era tua madre?
La zia l'avrebbe fermato.
Corsi, talmente veloce che finii per fare la seconda rampa di scale a quattro zampe, dopo essere scivolata. Sentivo ancora le sue grida al piano di sotto.
La porta della stanza della zia sembrava lontanissima, come in un incubo, e la imbroccai con tanta forza da farne uscire un cardine.
La zia. La zia era con mio padre, sul divanetto.
"Zia! Zia, corri, ti prego,  lo sta ammazzando!"
"Cosa?"
"In cucina! Lo zio! Corri, corri, gli sta facendo male!" La zia sembrò capire e finalmente si mosse verso la porta, sistemandosi i capelli.
Mi tuffai fra le braccia di mio padre, abbandonandomi per un attimo alla sua consolazione. Da sotto si sentivano urlare entrambi, zia Sissi e zio Lucio, ma da te nemmeno un sussurro.
Feci per raggiungerti, ma mio padre mi trattenne.
"Devo andare, papà. Dario..."
"Bea, quello che hai visto..." iniziò lui. Non lo lasciai finire.
"Non mi ripetere che sono affari loro! Se tu avessi visto,  non diresti così."
Mio padre annuì e mi scortò di sotto, abbottonandosi il colletto della camicia. Irruppi in cucina.
I tuoi genitori stavano litigando,  ora ad un tono di voce normale. Tu eri appallottolato su una sedia, come un mucchio di stracci. Mossi verso di te e lo zio tentò di fermarmi.
"Cos'è questa storia? Tutte sempre attaccate a quel bamboccio. Fila via, te!" Mi afferrò una spalla. Se avessi avuto un'arma, avrei attaccato per uccidere. Presi la sua mano e me la staccai di dosso con cattiveria.
"Tu a me non mi tocchi, hai capito? Mai più. Per nessun motivo."
"Oh, calmati!" Diede una voce a mio padre "guarda che questa qua è una belva. Controllala." Si misero a discutere tutti e tre.
Li lasciai discutere e ti raggiunsi.
Ti avevano scordato lì, tremante, e ti rialzai. Passammo in mezzo a loro per uscire dalla stanza, ma nessuno ci disse nulla, tanto erano intenti ad accusarsi a vicenda.
Scavalcammo il tavolo che stava a zampe all'aria come una bestia morta e, con calma, ci avviammo sulle scale.
Non sapevo cosa dirti e tu non dicevi niente, quindi rimanemmo in silenzio, uno scalino per volta, con il mio braccio attorno alla tua vita ed il tuo sulle mie spalle. Barcollavi come un ubriaco.
Quando arrivammo al corridoio, ti slanciasti verso la porta del bagno.
Allungando il passo, arrivasti appena in tempo per non rigettare a terra.
Entrai dopo di te e attesi che tu avessi finito, bagnando un asciugamano.
Te lo passai sul viso bollente e tu mi abbracciasti, seduto sul gabinetto chiuso, affondando la faccia nel mio seno.
Piangevi. Erano tanti anni che non ti sentivo piangere in quel modo, con la voce, in lunghi singhiozzi straziati che ti spaccavano il petto. Ti strinsi a me, senza avere altra consolazione da offrirti.
Quando riuscisti, andammo nella tua stanza. Ti feci stendere fra le lenzuola bianche e pulite, con un pigiama morbido addosso, cercando di non guardare i segni rossi che aveva lasciato tuo padre, e ti accarezzai la schiena mentre le lacrime sembravano non finire mai di scavare il loro corso sul tuo viso.
Uscii per andare a letto solo quando ti vidi profondamente addormentato.
Fuori dalla stanza, lo zio aspettava.
"Non gli ho fatto un gran male." Mi disse.
"Parla piano, che lo svegli."
"L'ho appena toccato." Ribadì a bassa voce.
Mi avviai verso la mia stanza senza più rivolgergli lo sguardo o la parola. Prima di entrare lo vidi lì, piantato nel corridoio, a fissare la tua stanza chiusa.
"Zio?"
"Dimmi."
"Non svegliarlo. Lascialo stare." Annuì e si avviò a passi lenti verso le scale. Rimasi a guardare finché non lo vidi sparire, dopo un'ultima occhiata.

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